domenica 19 novembre 2017

UN FILO ROSSO, SOLO UN FILO DI LANA ROSSO


Filo è una parola breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di scarsa durata e di cui si può fare anche a meno. E, invece, è di una incredibile utilità. Serve. A cucire due lembi di stoffa separati ma combacianti; a legare tanti steli di fiori per farne un bouquet; a ricamare lenzuola da sposa e tovaglie per i giorni di festa; a stringere altri fili o tutto quello che va messo insieme e tenuto ben unito. Il filo regge un palloncino o un aquilone. Se è di perle, diventa ornamento. Se è di olio, diventa nutrimento. Se è di parole, diventa discorso. Se è colorato, diventa segno di confine. Se è di sangue, diventa incidente, malessere, timore, paura. Se è di corrente, diventa luce. Se è del telefono, diventa comunicazione a distanza. Se è di lana, diventa un maglione o un cappellino. Se è un rossetto, diventa un papavero sulle labbra e accende un sorriso. Se è sospeso tra due muri, diventa stendipanni con tante nuvole bianche prigioniere di mollette quasi becchi affamati di uccelli senza volo; se si tende su case e vallate, diventa l’ardimento del funambolo che  cammina sul filo del suo sogno…
Ma il filo può anche legare due polsi e unire due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato due o anche dieci cento mille volte.
Basta un filo e sembra quasi che si possa andare alla conquista del mondo: del cielo e della terra, del gioco di un bambino, del lavoro di un adulto.
Ma il filo, se è di semplice cotone o di preziosa seta, può anche spezzarsi e riannodarsi. Nel primo caso, separa ciò che aveva unito; nel secondo, ripropone la cucitura, il ricamo fiorito di bianco o di innumerevoli colori, il legame tra due o più persone e lo rafforza perché offre, a chi lo possiede e ne fa uso, la consapevolezza della precarietà della sua consistenza e resistenza, sollecitando all’attenzione e alla cura per salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà.
Se si spezza, è importante ricorrere al nodo.
E il nodo può essere un legame più forte, ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa la misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo.
Se, poi, è anche rosso, diventa dialogo, filo diretto, che crea consuetudine, intimità, riconoscimento, amore, allegria. Ma anche errore di poco conto, peccato veniale o, piuttosto, ferita.
Se, infine, è di lana ed è rosso, allora diventa inequivocabilmente il libro “Un filo di lana rosso” di Raffaella Leone per i tipi della Secop Edizioni con illustrazioni di Massimiliano Di Lauro.
E il libro di Raffaella Leone è un racconto lungo che si dipana in un percorso che dalla Puglia porta a Milano e ritorno, legando due polsi in fuga, che si attraggono e si respingono senza tregua e senza sosta, perché sono uniti non solo da quel filo di lana che si spezza e viene riannodato, ma da un sentimento d’amore che lega quasi novant’anni di vite, l’una nell’altra; di gioco, confidenze, voglia di libertà e rifugio sicuro del cuore perché non c’è distanza che tenga, né altro divario o dissonanza quando è semplicemente una storia d’amore indissolubile, oltre ogni possibile apparenza. A raccontare questa storia affascinante è pur sempre il filo rosso, che segna un limite e la misura di ogni possibile rapporto umano. Che è, a volte, senza limiti e senza misure, perché riguarda sentimenti che vivono di vita propria oltre il tempo e lo spazio anche se si nutrono di tempo (gli anni) e di spazio (la propria casa), da cui sconfinare aiutati da quel semplice filo,  che un’autrice straordinaria ha dipinto di rosso appassionato come il suo cuore e che sa riannodare continuamente perché non si spezzino mai i capi e non si disperdano mai quegli amori “unici”, che hanno profonde radici nell’anima.
E tutto ricomincia…  anche ritornando a leggere dalla prima pagina il libro perché non se ne perda neppure una parola. Nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità. 

martedì 14 novembre 2017

ANCORA SUL ROMANZO "LA VIA DELLE VEDOVE"

In attesa di pubblicare il mio nuovo libro, Le Piogge e i ciliegi, ormai solo da rivedere, mi piace riportare qui alcune note critiche sul precedente romanzo La via delle vedove, che ha riscosso positivi apprezzamenti dagli “addetti ai lavori” e dai tanti lettori, che mi hanno gratificata anche con il loro passa-parola.
Dopo la pregevole recensione del professor Nicola Pice, ecco quella non meno attenta e dettagliata della docente Valeria Rossini. A entrambi va il mio grazie.


Il romanzo “La via delle vedove”, pubblicato dalla Casa editrice Secop, è stato presentato in diversi circuiti culturali con riscontri assolutamente positivi.
Nel cominciare il racconto l’autrice evoca la metafora della demolizione, attraverso la citazione di un pittore tedesco che dà abbrivio al romanzo: «Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio» (p. 5). Da qui parte un viaggio a ritroso nella nostra Puglia come un pretesto, fenomenologicamente inteso come possibilità di tratteggiare un’interpretazione della nostra vita, delle relazioni significative, dei momenti di felicità e dolore che hanno attraversato i nostri giorni e che in questa condivisione rendono universale l’esperienza umana, indipendentemente da chi siamo.
«Ed ecco una storia di tante storie, il cui inizio è un cumulo di macerie» (p. 5). Una storia di una donna anagraficamente entrata nella terza età, che in realtà è la sua seconda vita, in cui il passato non appare più sfocato e le immagini delle persone che ha amato diventano finalmente nitide, anche nel loro non amore. Eva (prima donna) sta tornando all’inferno dei suoi venti anni, uguali e diversi dai vostri venti anni, per riaprire ferite mai rimarginate e abitare la stanza segreta dei suoi fantasmi, delle colpe proprie e altrui.
Leggendo questo romanzo, può nascere il dubbio che l’educazione al perdono che la nostra cultura – soprattutto religiosa – ha sempre considerato la via maestra della convivenza pacifica tra le persone, non sia sempre praticabile… Il perdono è forse l’alibi dei vigliacchi, e il vestibolo della rassegnazione. Il nostro Sud è stato ed è ancora srotolato sulle porte della verità come una tenda omertosa «che tutto nega e tutto accoglie con bocche cucite oltre il bianco abbagliante delle case» (p. 24). Case di donne, dominanti in quanto serve più che padrone, rimpicciolite anche nell’identità, attraverso l’usanza orribile di sostituire con diminutivi orribili anche nomi bellissimi.
Donne con un unico irrinunciabile dovere: rispettare il proprio marito ed essergli fedele fino alla morte. Si badi: rispettarlo, non amarlo.
Le regole implicite che da tempo immemorabile si tramandavano in silenzio le donne, di madre in figlia, recitavano infatti: «giaci a letto con tuo marito, fatti montare, sfornagli figli, ma non amarlo perché è il padrone del tuo corpo, ma del tuo cuore mai» (p. 39). E poi i bambini, che «andavano puniti sempre e comunque, per farli crescere santi, avvezzi alle rinunce e ai sacrifici. Dovevano imparare a non chiedere mai; e i maschietti dovevano trattenere le lacrime ed evitare ogni manifestazione d’affetto, ritenuta debolezza» (p.57).
Tutto questo in evidente contrasto con le teorie psicopedagogiche a cui si fa accenno nel testo, che rendono ancora più inaccettabile la rozza ignoranza di quelle donne, atavicamente infelici, «mummificate nel loro pseudo dolore e nel loro comportamento sempre uguale, sempre cupo, quasi obbedissero ad una legge interna di rinuncia alla vita. Alla sua bellezza. Alla sua armonia. Alla sua leggerezza» (p. 57).
 Non meno infelice era l’atmosfera che caratterizzava l’altro fondamentale ambiente educativo: la scuola, infestata da un’elevatissima mortalità scolastica. I figli dei meno abbienti erano ancora esclusi o si autoescludevano perché era convinzione comune che la scuola fosse una perdita di tempo che sottraeva braccia lavoro alla famiglia.
Non c’era attenzione né giustizia pedagogica per i bambini di allora, discriminati a scuola come bene ha denunciato Don Milani, invisibili in famiglia e indegni perfino di essere pianti da morti. Per i bambini piccoli strappati alla vita nella prima infanzia non era previsto il periodo di lutto di cui erano prova le vesti nere. Sembrava quasi che questi figli non avessero diritto di cittadinanza nel cuore della madre. «Eva si chiede ancora come facessero quelle mamme a ingoiare reiteratamente un dolore così grande. Come potessero mettere al mondo figli in continuazione anche in sostituzione di quelli che dal mondo sparivano come palloncini  persi nelle profondità del cielo. Come si poteva sostituire un figlio?» (p. 95). Niente passava attraverso il cuore, altrimenti non si spiegherebbero i tanti aborti procurati, taciuti e subito dimenticati.
Per fortuna vennero poi il sessantotto e la rivoluzione studentesca, «che avrebbero di lì a poco spazzato via tradizione, pregiudizi e soprattutto la cultura del mazziniano/kantiano “dovere” per inaugurare l’era della rivendicazione dei “diritti”: della donna, del bambino, degli studenti, dell’anziano, degli handicappati, di tutti quelli che, in pratica, non avevano mai avuto diritto di parola fino a quel momento» (p. 106).
Una bella rivincita, tracimata tuttavia poco dopo negli anni di piombo, di cui Eva ricorda la morte dell’innocenza collettiva e della ragione individuale, «perché nessuno seppe più chi fosse veramente con la perdita dell’identità e dell’appartenenza» (p. 109). Restava la vita privata a farle da specchio.
Restano i segreti inconfessabili delle donne della sua famiglia, con i loro indecifrabili lati oscuri e il loro «morire senza essere mai vissute» (p. 183).
C’è un’unica possibilità per Eva. Tornare indietro per andare avanti, ripercorrendo strade battute e sentieri inesplorati. Ecco allora che la riconciliazione passa attraverso la riappropriazione nel presente di ciò che abbiamo tentato di archiviare. Noi siamo il prolungamento della storia della nostra famiglia e della nostra terra, sia pure con inevitabili trasformazioni, ripensamenti e ribellioni. Noi siamo il tentativo di fuga da un groviglio di sentimenti inammissibili sempre in agguato, con cui bisogna prima o poi fare i conti.
Imparando a restare, e a restituire.
Difficile sapere se la protagonista è Angela De Leo, l’autrice, ma in ogni caso Eva resta la testimonianza viva e autentica di come si possa essere fino in fondo maestri di parole e vita, nonostante tutto.

Valeria Rossini


domenica 12 novembre 2017

Sul romanzo "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo

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Una premessa. Il romanzo si apre con una dedica al Salento, terra di sole, di mare e di vento, sotto la dedica la riproduzione di un quadro, che si dice incompiuto, ma forse non lo è: una Controra dell’indimenticato Nicola Parisi, con le case cubiche ricoperte di un bianco calce che degrada sino a dissolversi, mentre in primo piano sono ritratte in confidenziale conversazione due donne di nero vestite, come inchiostrate da una densa oscurità, dai volti volutamente indefiniti, volti senza volti. Alle loro spalle il tempo sembra dilatarsi per ricercare e comprendere le cose che più stanno a cuore. Insomma il quadro appare come un dramma in atto in quel gioco di contrasto bianco-nero e in quel voler produrre uno stato di malinconica nostalgia. Segue nella pagina successiva una affermazione di Anselm Kiefer, un pittore tedesco che da bambino amava divertirsi a giocare con i mattoni delle case bombardate: da un lato le rovine, dall’altro la convinzione che esse sono un nuovo inizio dopo ogni distruzione. Di qui il sotterraneo convincimento che serpeggerà nel romanzo che la speranza non muore mai, essa è una virtù bambina e traccia sicura un cammino vibrante verso il futuro. E se nei quadri di Kiefer uomini e donne appaiono raramente come se risucchiati dal passato stesso, e tutto si riempie di tinte cupe e terrose, crettature e stratificazioni, per Angela De Leo la lezione di Vittorio Bodini è fondamentale e ci deve essere una ragione se nel campo del prologo essa decide di riportare alcuni versi tratti dalla poesia “Conosco appena le mani” contenuta nella silloge Metamor (1962).
Ma se il poeta cantore del nostro Sud sceglie di andar via dalla sua terra, non sapendosi dare pace, e brucia i suoi ultimi anni in una condizione di morte attesa come liberazione, a me pare che il romanzo di Angela sia una risposta, la sua risposta, agli interrogativi di Bodini, ed è una risposta alla domanda che spesso agita le nostre coscienze: che ne è delle nostre memorie, dei nostri affetti, delle nostre letture, delle nostre emozioni? Che ne è? Che ne è stato? E soprattutto qual è il senso di tutta questa strada percorsa, di tutta questa vita vissuta? No, non possiamo dimenticare, non vogliamo dimenticare. Così tutto ciò che sembra essere infinitamente lontano, può tornare ad essere sentito come vicino in quanto parte del proprio vissuto, che non può raggrumarsi nel terribile vuoto della dimenticanza, ma occorre risvegliarsi dal sonno della noncuranza e della indifferenza, occorre saper ricercare il riscatto e non scoprirsi solo esseri che sentono freddo. E come la mitica via de Angelis per il poeta Bodini è stata una sorta di microcosmo, una sineddoche del mondo, un antro della memoria, una dimensione di spazio e condizione di sé e in essa si viene a determinare il miracolo della scoperta della realtà e della sua esperienza, così la casa di nonna Sabella diventa per Angela un miscuglio di oggetto e di mito, di realtà e di fantasia, di presente e di memoria, un insieme che sa di mistero e di favola, di profonda partecipazione e di disincantata ironia, di tristi condizioni umane e sociali, di volontà di riscatto e di sogni perduti in una irredimibile infanzia. Anche se quella casa non esiste più, essa vive nella nostalgica memoria: è scomparso “il giardino retrostante che un tempo respirava il giorno con alberi di limoni, fichi, melograni e vasi di fiori, gerani, begonie, belle di notte, donne in camicia, gigli rossi e bianchi. Sono rimasti rari cespugli di rose selvatiche a boccioli piccoli di un rosso vivo a formare macchie di sangue sul bianco di calce dei brandelli di muro. E col giardino spento è sparito anche l’orto rigoglioso un tempo di piante aromatiche, basilico, prezzemolo, salvia, rosmarino, alloro e diavulicchi di tutti i tipi, lunghi, rotondi, a campanella”. Ma questo luogo descritto nel romanzo a me ricorda quello della casa dei nonni della scrittrice. Come a voler dire che la cifra stilistica del romanzo non escluderà la dimensione autobiografica e ancor più la dimensione lirica.
Il romanzo di Angela De Leo, oltre che per l’originalità della struttura narrativa e per l’abilità di scandagliare a fondo nella psiche umana, difatti s’impone anche per la densità di uno stile fortemente elaborato e carico di accenti lirici.
“Era la prima a respirare il mare, a farlo entrare col suo rumore, col suo odore, col suo colore nel giardino e, dalle finestre spalancate, nelle stanze e negli occhi, nelle orecchie, nelle narici, nel cuore. E lei aveva imparato ad amare il mare da quelle finestre spalancate sul mare, da quell’azzurro che si riverberava sul suo letto, da quella nenia tenera o spaventosa che riecheggiava nel giardino, mescolandosi al lamento del vento, alla danza dei rami e delle foglie nelle albe ancora prive di sole o nelle notti ancora colme di stelle”.
Ed io credo che vada sottolineata la dimensione lirica che attraversa l’insieme delle tante storie di cui si compone e in cui si collocano ricordi, legami, emozioni, pensieri, che la memoria riordina per andare in cerca della propria identità. È così che la vicenda narrata, benché non rifugga da analisi sociologica e comprenda risvolti psicologici interessanti, di particolare rilevanza e spessore, da autobiografia si fa biografia collettiva, da racconto di una vita, che è quella della protagonista, si apre verso lidi più lontani e ingloba conoscenze più profonde. Il filo rosso, che collega immagini e volti, emozioni e suoni, stati d’animo sospesi e inafferrabili, è tenuto sempre sospeso dalla scrittrice, se pur essa sembra voglia utilizzare la tecnica della Ringkomposition, ovvero la struttura ad anello, e una volta avvenuto lo spostamento del piano temporale, dal presente al passato, la mente dell’io-narrante si “perde” nella narrazione del viaggio della vita alla ricerca di un tempo disperso nella memoria, spesso evocato attraverso i flussi della coscienza, per un avvertito bisogno di dare senso alla propria esistenza, magari in cerca di risolvere il suo enigma che poi si rivelerà foriero di conoscenze e di verità: il segreto aguzzino, che la tiene in ostaggio “all’inferno dei suoi vent’anni”, diventerà il punto di partenza da cui ripartire per costruire una nuova strada di libertà di pensiero, di azione, di sentimenti, emozioni e desideri non solo per se stessa, ma anche per tutte le donne tenute in ostaggio dai condizionamenti ambientali, familiari, culturali, religiosi, storici. Insomma “un sogno di luce che nella luce muore”. Una storia di una donna, dunque, che scorre lungo spazi e tempi differenti, e si riannoda alla storia delle altre, quelle altre donne a cui spesso la libertà era stata negata e la forza della marginalità era diventata la sponda della loro esistenza tutta espansa tra squilibri e ingiustizie, rimorsi e nostalgie. Sono le donne che affollano la via delle vedove, “donne con abiti neri lunghi fino alle caviglie, coperte da pesanti calze nere, come tanti corvi neri con labbra concave su bocche sdentate e parole di pianto e di lamenti, lugubri come quello degli uccelli nei cimiteri”, “donne che restano impassibili e mute al funerale dei loro uomini, donne alleate in un unico segreto e nemiche per quell’unico segreto, donne capaci di tutto perché tutto alimentavano con l’odio crescente verso uomini ignari e colpevoli; per il loro inconsapevole maschilismo, perché figli di una cultura retriva e priva di orizzonti più ampi, per la loro incapacità di guardare negli occhi le loro donne, accontentandosi di saziarsi dei loro seni e delle loro cosce (…) come innocenti, vittime più che assassine, si ritenevano dopo ogni aborto vissuto nella complicità estranea e silenziosa della mammana, che buttava giù le tante gravidanze indesiderate con il chinino in abbondanza e i ferri per lavorare le calze di lana piantati nei loro ventri”: sembra una pagina del famoso Ernesto De Martino, l’antropologo che vedeva la miseria culturale della società meridionale come specchio di una miseria psicologica determinata a sua volta da condizioni storico-sociali imposte all’intero Mezzogiorno da un regime di subalternità plurisecolare. E la conferma che nel romanzo ci sia un’eco evidente del grande studioso è in questa citazione che sembra voler evocare il titolo dell’opera sua più nota: “Ed è nel mosaico di un sud baciapile e asfittico, inconsapevole e rassegnato, che vanno a collocarsi le tessere delle storie consumate nella “via delle vedove” per poter meglio comprendere il loro senso e significato. Storie di vesti nere come lutto eterno, soprattutto nei paesi dell’eterno rimorso”. Sul filo della memoria riaffiorano così i sussulti di orgoglio e il tenace attaccamento alle tradizioni, la volontà e l’ansia di progettare un futuro diverso, senza mai smarrirsi. Questo trascorrere del passato si fa misura dell’anima, e della pioggia battente che diventa metafora di nuovo giorno: “un giorno di pioggia che lava tutto e tutto rinnova. Fa nascere l’erba e fa fiorire i prati”, il segno del passaggio dal vecchio al nuovo mondo, “dalla inconsapevolezza delle vesti nere alla coscienza di sé come donna finalmente libera da tutti gli oscurantismi e da tutti i pregiudizi”. Il buio dei vicoli stretti e tortuosi dell’umano esistere può colmarsi di nuovo sole e riempirsi di nuove speranze e di nuovi sorrisi.
Questa narrazione per frammenti di memoria, che grazie alla fluidità dei vari pensieri si dispongono ora secondo un ritmo lento, ora secondo un ritmo più andante se pur sempre lineare, si risolve in un viaggio dentro un tempo che non c’è più e continuamente si arricchisce di finissime sensazioni che sono fondamentalmente fuse come note che si giustappongono in una partitura musicale per creare un’armonia, sia attraverso la evocazione del paesaggio del Salento con la sua luce, i suoi suoni e respiri, indistinti e confusi; sia con l’impiego di locuzioni e frasi dialettali che danno una coloritura più veristica a cose e persone al fine di meglio penetrare nella loro più intima dimensione.
Un’ultima considerazione. La ricchezza della lingua, che ha un suo indubbio fascino e si fa luogo in cui avvengono esperienze significative di conoscenze o di emozioni, la lingua ricca, appunto, spiega ulteriormente il pregio di questo romanzo. Angela conosce e ama la letteratura, e ci invita ad amarla. Per noi amare la letteratura significa credere che i personaggi del libro che stai leggendo sono lì, vivi e parlanti vicino a te, col loro mondo e i loro problemi, e a me sembra proprio che i personaggi di questo romanzo siano vividi appunto come vivido è lo stile della scrittrice.
                                                                                                   Nicola Pice

martedì 7 novembre 2017

Sintesi della Prefazione a AL CONFINE DI ME di Nico Mori


 … perché il mare da esplorare è ancora profondo, anche se lungo e infinito è l’oceano da attraversare (Ilario Verda).
È l'oceano, splendida immagine di copertina, che penetra subito con prepotenza di tempeste e con dolcezza d'azzurro i nostri occhi in un globo d'acque che circoscrive l'immenso e lo dilata nella sua stessa immensità (e Dio creò le acque...). E ci folgora di solitudine e di sogno quella vela bianca, che urla e canta e incanta, fragile e forte, e si esalta di libertà e di coraggio nel solcare tutti i mari alla scoperta di tutti gli orizzonti e sapere di sé, se vivere o naufragare.
Mi piace cominciare così la mia circumnavigazione intorno al confine/oceano di Nico Mori, un amico che non ha mai smesso di essere poeta e che sempre e da sempre ha cercato, come uomo, di scoprire/rivelare le sue verità, consegnandosi, agguerrito di sogni ed inerme di delusioni, a quel perimetro di spazio/tempo infinito/finito/indefinito, che segna la linea d’orizzonte (sfumata e appena visibile all'alba, solo ricordo e nostalgia con le ombre sempre più fitte della sera) e lo circoscrive: non al centro di sé, ma alla periferia, in uno spazio/tempo che gli appartiene, ma non è più suo o non più esclusivamente suo: essere/non essere tra un “io”, sentito dentro come un grumo di esplosione d’amore, e un “tu” che è soglia e limite e margine di sé e incontro/scontro con gli altri.
     Il nuovo libro di Nico Mori s’intitola, appunto, Al confine di me (SECOP edizioni, Corato): corpo e pelle, il margine, in cui quel grumo di sé è, ma si disperde nel tormento disperato di “sapersi” esistere nella sua interezza “dentro” e di scoprirsi, “fuori”, estraneo a sé e incompreso in un mondo che è anche il suo, ma che è “oltre”.
Che cosa rende evidente il nostro corpo se non il suo confine, l'istante, cioè, in cui esso si espone al pericolo di toccare e di essere toccato, di ferire e di essere ferito? Confine non è, allora, ciò che divide, ma all'opposto ciò che di noi, dei luoghi che siamo, è sempre necessariamente con l'altro...
Così il filosofo Massimo Cacciari, definendo il termine "confine", chiarisce alla perfezione ciò che Nico, undici anni dopo, ha voluto significare con la sua raccolta di poesie, prose e "altro".
Al confine di me è, infatti, il dentro/fuori che il suo corpo occupa e la sua pelle lambisce in un disagio di sé, dove non si ritrova e si va a cercare. Perché, oltre il suo stesso confine, l’Autore, esperto navigante in mare aperto, ricorda, in uno scrosciare di acque che si fa pericolosa zona d’alte maree, di gorghi e di tempeste, l'antico esploratore e guerriero, quando i giorni erano una fila di candele accese/ dorate, calde e vivide (Costantino Kavafis). Oggi, sfiancato pirata all’assalto delle ultime navi fantasma, a volte si trascina alla deriva di ogni altro da sé, verso un nuovo confine di sé da riscoprire, se vuole ancora salvarsi da ogni possibile naufragio ora che i giorni sono penosa riga di candele spente (ancora Kavafis), in I tulipani, splendida poesia che segna l’ingresso al libro di Nico, dopo la lettera a sua figlia Manuela che ne è la soglia, il primo varco, come dono e quasi testamento da lasciarle prima di rimettersi in viaggio e prendere il largo, ancora una volta, in alto mare. Nico, nella lettera a sua figlia, si definisce:
Un’anima che non smetterà mai di andare in cerca di meraviglie, dovunque si nascondano, quale che sia il prezzo da pagare, anche solo per osservarle..., e ciò sta ad indicare che il suo non è un nuovo libro, ma il libro. Testimonianza del mai sopito amore per la poesia e per la vita, che nella poesia s'incarna e della poesia si alimenta.
Rischierò il naufragio… o raggiungerò all’orizzonte l’isola dove vivono i sogni.
Nico, orizzonte di sé stesso. Isola di sogni dove l’orizzonte sembra baciare il cielo, ma dal cielo ogni volta si allontana non appena ci si avvicina a quella linea ideale che ci permette di scoprire e riscoprire l’oltre, che non sempre è prodigio e conoscenza, ma più spesso è vertigine, inganno, delusione e tormento.
Il tempo ha sospinto le mie vele/ al confine di me/ dove ogni strada si arresta/ al limite dell’Oltre...
È la poesia d’inizio, in cui il poeta forse naviga già oltre il “suo confine”, ma il libro non è una silloge di versi né una raccolta di racconti o di lettere e annotazioni, ma è di tutto un po’: un insieme di Nico. Uno zibaldone di leopardiana memoria, inserito nei nostri giorni e in fuga dai nostri giorni, tra prose, poesie, lettere, annotazioni, citazioni, appunti, che ne definiscono il “confine”.
Della mente? Del cuore? Dell’una e dell’altro insieme?
Forse... o molto altro di più.
Brevi pennellate di parole ed ecco che in più, rispetto al suo stesso confine, scopriamo un centro di sé bellissimo e colorato, fatto dell'azzurro della tenerezza e del rosso della passione e dell'amaranto di un amore dolce-amaro e del giallo dell'ammirazione luminosa e dello smeraldo che è armonia e speranza. Brevi ceselli di versi e l'arte meravigliosa di far fiorire un corpo di donna, un sorriso di miele, un ricamo di vibranti emozioni. Queste le prose. Questi i versi di Nico.
Per riprendere i voli alti dei suoi incanti infiniti con una nuova consolante certezza a fargli compagnia: gli è accanto Colui che tutto rimargina, tutto comprende, tutto dona.
E ha tramutato il Nulla che avvertiva dentro da molto, troppo, tempo nell'Immenso della sua anima, essendo ancora pescatore di sogni... Per "vivere" di nuovo e sempre POESIA. Con POESIA.



lunedì 16 ottobre 2017

Malinconia d’autunno (da "Il vento il fuoco e le azzurre acque")


Arance castagne melograni
in forma di foglie danzano
volano sognano girandolano
con lento vortice di vento
al pulviscolo dorato
del frammentato sole d’ottobre
Lacrima mestizia
agli occhi della siepe ingiallita
un autunno
che ha sapore di ricordi
e si perde nelle brume mattutine
ancora calde di progetti residui
Sorpresa e pentimento
ignorare nelle mie stanze di fatica
questo cielo ancora terso ai lucernari
corrucciato stanco rossastro
ma inviolato ancora
da nuvole e piogge e albe di brina
che s’affacceranno ai freddi cieli
d’inverno dopo tanta arsura
e un grondare di sogni feriti
nel grigiore

di uno spleen simile al pianto

(anche noi si sta
in attesa pavida dell’ultima stagione)


venerdì 13 ottobre 2017

SINTESI DELLA PREFAZIONE a IL GIOCO DEGLI ANGELI di LJILJANA HABJANOVIC DJUROVIC

gioco-degli-angeli

Sono in partenza per la Serbia. A Belgrado devo presentare la mia nuova raccolta di poesie Il vento il fuoco e le azzurre acque, tradotto da Dragan Mraovic e pubblicato dall'Associazione degli Scrittori Serbi. A Belgrado incontrerò i miei amici scrittori e poeti di lungo percorso letterario insieme. Sono felicissima di tornare a riabbracciarli nella loro patria che sento anche come mia seconda patria. Tante affinità e tanto affetto ci legano.
Per questo, desidero fare un omaggio alla mia amica Ljiljana Habjanovic Djurovic, postando qui una sintesi del primo suo romanzo, per il quale ho scritto la Prefazione e ho fatto l'adattamento alla nostra lingua su traduzione di Dragan Mraovic, altro mio carissimo amico e grande poeta, scrittore e traduttore serbo.
Ecco perché, prima ancora di parlare del romanzo, Il gioco degli angeli, mi piace presentare ai nuovi lettori la sua autrice, la scrittrice “più amata” in Serbia, la più letta ed apprezzata, la più premiata, e non soltanto nella sua terra, Ljiljana Habjanovic Djurovic, perché dovranno a lei le forti emozioni, le insolite riflessioni, i profondi percorsi interiori, che li accompagneranno nel loro straordinario viaggio tra le pagine di questo libro. Ljiljana affascina innanzi tutto con la sua scrittura, caratterizzata da un procedere molto particolare, attraverso il susseguirsi di frasi spesso lunghe e ben articolate ma, ancor più spesso, minime, costituite persino da una sola parola, nel fluire, quasi in continua sospensione, che è poi una continua puntualizzazione, di pensieri, situazioni, incontri, scontri tra la protagonista e i numerosi altri personaggi, spesso co-protagonisti nelle vicende della sua vita. Una scrittura quasi sempre fratta, dunque, ma proprio per questo molto originale, suggestiva, catturante, incisiva. Una sola parola spesso racconta il non detto, il non esplicitato, persino il silenzio, uno stato d’animo, una illuminazione. La frase breve e brevissima è più incisiva perché scarna ed essenziale, ma quanto più profonda e onnicomprensiva della frase dilatata, che rischia di diluire concetti ed emozioni o il contenuto della storia stessa. Contenuto, che ha le caratteristiche del romanzo misto di storia e fantasia di manzoniana memoria, ma anche della più recente connotazione letteraria, che ama la commistione di vari generi, fusi nell’arte di un nuovo raccontare ricco di più ampie suggestioni.
Il romanzo narra la vita di Miliza, la principessa serba del quarto secolo dopo Cristo, discendente della santa dinastia dei Nemanidi, che tanta parte ebbe nelle vicende dell’impero serbo nel Medioevo, e il suo continuo intrecciarsi con l’intervento soprannaturale degli angeli e soprattutto dell’ Angelo Custode. Ed è proprio l’Angelo Custode di Miliza la voce narrante: altra originale peculiarità del romanzo. Ma, accanto a lui, vivono ed intervengono, con più dettagliati chiarimenti sulla vicenda umana e regale della protagonista e, in particolar modo, sui compiti delle gerarchie angeliche, i sette Arcangeli. E tutti e sette hanno una loro “finestra”, per affacciarsi sul mondo degli uomini e tra i Cieli di Dio e disquisire di vicende umane e di volontà divina. Insieme, queste sette voci narranti, creano reiteratamente nel libro una sorta di coro greco che fa da sfondo a tutta la storia. Non è possibile, allora, leggere Il gioco degli angeli e non rimanerne catturati fino all’ultima pagina, per il dipanarsi di questa storia avvincente, che l’autrice propone con una straordinaria “sapientia cordis” e con un’abilità letteraria fuori del comune.
Si tratta di due mondi paralleli, l’uno visibile e reale, l’altro invisibile e immaginario, ma altrettanto vero nella mente e nel cuore della scrittrice, che si sfiorano e si contaminano a vicenda.
Nel romanzo é possibile soprattutto leggere il profondo amore della scrittrice per il suo Paese: la Serbia, dunque. Ma anche Krusevac, suo paese natio. Belgrado, nuova meravigliosa capitale. E il Kosovo, di cui offre uno spaccato di storia tra i più toccanti e veri.
Tutti i personaggi, inoltre, sembrano scolpiti. Mirabilmente caratterizzati dall’autrice in tutte le loro peculiarità fisiche, psicologiche, comportamentali. Ma la eccezionale statura letteraria della scrittrice si rivela e si evidenzia soprattutto nella sua profonda capacità di penetrare nel cuore degli uomini e descriverne le lacerazioni, i contrasti, i chiaroscuri dei pensieri; i desideri e le rinunce, i rifiuti e le attese, i progetti e le delusioni o le realizzazioni, i ricordi e le ansie per il futuro, i dubbi e la ricerca vana della verità e l’incontro con le verità, negli inevitabili conflitti esistenziali.
L’autrice racconta in modo mirabile tutto questo, facendo del suo romanzo un ricamo di storie nella storia, in cui vivono personaggi storici con tutte le loro ambizioni, passioni, illusioni; con le vittorie e le sconfitte; con tutto il bagaglio della loro umana esperienza, fatta per lo più di errori e di pentimenti, di rammarichi e di nostalgie, nella dolente rappresentazione di una umanità, incapace di vivere il proprio tempo nella pienezza del presente perché sempre rivolta al passato o proiettata nel futuro, decretando così il proprio fallimento e la propria infelicità. 
È probabilmente anche il romanzo del dolore, di una sofferenza dell’anima che spaventa e fa male, ma è anche il romanzo della salvezza, grazie alla Grazia divina e, forse, anche agli Angeli Custodi, che guidano, aiutano nelle scelte, proteggono dalle forze del male.
È, pertanto, anche un inno alla preghiera. La preghiera ci redime e ci salva.

Di qui l’importanza di un romanzo come questo. Da leggere e da “mangiare”come “pane quotidiano” per provare a diventare migliori.

lunedì 9 ottobre 2017

Le Donne rese immortali dall'anima e dalla macchina fotografica di Giovanni Gastel




Ritengo banale scrivere: “splendida foto per una splendida donna”. Scontato.
Mi piace, in realtà, incantarmi a guardare questa Galleria superba della Femminilità, filtrata attraverso l'anima di Giovanni Gastel e la sua macchina fotografica. Meraviglioso strumento che tale rimarrebbe se non prendesse respiro palpitante nelle mani dell'Artista. Mi chiedo: ma una donna è sempre la stessa donna se viene raccontata da un uomo? Credo di no. Anzi, ne sono convinta. Siamo due universi distanti, anche se forse complementari. L'intuito femminile è diverso dalla razionalità maschile. E, se una donna nota maggiormente nella luce degli occhi o nella piega delle labbra di un'altra donna il suo mondo interiore e i suoi misteri, un uomo nota quel volto nel suo insieme di bellezza fisica o di seduttività. Se, però, quell'uomo è impastato di sensibilità creativa e poetica, allora quel volto di donna si fa poesia: ha in sé la luce del divino che dimora nell'opera d'Arte.
Non tutte le donne fotografate possono vantare questo soffio, sul loro volto, che è accadimento e prodigio. A quante sono stati negati la certezza del volto, lo stupore dell'accadimento? Quante hanno potuto emozionarsi specchiandosi in una foto ed emozionare lo sguardo di chi le ha sfiorate oppure osservate?
Con Giovanni Gastel accade.
E quel volto o quella figura femminile si trasfigura e diventa altro e altro ancora: si fa ricciolo di oscuro desiderio, di velluto e sogno, o cascata di grano nel campo di nessuno; sorriso d'anguria o ombra di occhi che temono la luce e luce di sguardo che percorre vallate e sale sui monti e si veste di cielo per riflettersi nel mare e guadagnare orizzonti mai esplorati. Oppure è corpo che si fa volo e ali di farfalla, gomitolo di lana o fiore che si dischiude alla vita. Spavalderia di gambe incrociate, esibite, in attesa, oppure coraggiose gazzelle, frementi d'avventura nell'andare; e seni nascosti, svelati, timidi, audaci che invitano mani e occhi e una passione che pulsa di un attimo appena e poi si spegne come cerino troppo breve per durare.
Ed è come scoprirsi in una Galleria buia che a tratti s'illumina di un bagliore: un lampo, uno squarcio. Un occhio divino su cornici vuote che le animano. Che si animano. Ed ecco il Volto. Di Donna. Ha due occhi che feriscono. Buio. Luce. Un altro Volto. Ha labbra-papavero che accendono il cielo di un sorriso. Buio. Lampo: quella donna non ha né labbra né occhi, solo un mistero che vuole celare. O svelare a chi sa leggere e vuole leggere in quel mistero. Buio. Squarcio. E il nero si fa ala di corvo, notte di rimpianto, urlo di due lacrime non piante sul pallore del viso. Luna sorpresa di solitudine e d'abbandono. Poi ecco l'oro di un volto sontuoso nella sua altera fissità bizantina di icona lontana che veste di preziosa antichità i monasteri del Kosovo e quello serbo di Kilandari.
Buio. Luce. Per Donne donne fiore donne erba donne prato donne sogno donne nuvola donne volo donne mare e maree. Donne svettanti come vittorie a lungo sognate e rincorse e afferrate. Donne protagoniste di una storia, di mille storie. E Donne che hanno scritto la storia della Moda, dell'Arte, del Cinema e del Teatro. Donne integrate nel loro tempo e spazio vitale o sbalzate come un bassorilievo oltre il tempo e lo spazio.
Rese immortali da quel lampo di luce che è talento più che tecnica, genialità più che immagine, sensibilità più che angolazione di ombre, amore più che posa o inquadratura.
Giovanni Gastel, con la sua macchina fotografica, le guarda le donne per ascoltarle. Le ascolta per conoscerle. Per riconoscerle e raccontarle. Entrando nella loro anima per vivificarle di una ineffabilità che solo l'anima possiede.
E le Donne della sua meravigliosa Galleria si accendono di mille atmosfere, di luminose essenze, misteriose eppure vicine, in tutte le loro sfaccettature, quasi fossero in un prisma in cui sanno esse stesse conoscersi e riconoscersi per colmarsi di pienezza di sé, di autenticità, di LUCE...

E, immortalando, Giovanni Gastel si immortala.