Tempo dammi il tuo segreto
Che ti fa
più nuovo quanto
Più invecchi!
… e il tuo
presente
Sempre lo
stesso dell’istante
Del mandorlo
in fiore
(Juan
Ramon Jmenez)
Diciotto anni conta la tua assenza.
Diciotto candeline a festeggiare
la maggiore età in un altrove
che nel cuore dimora e da questo
sconfina, in cordate di parole e
silenzi
a ricordarti senza mai la parola fine.
Sei le ore della tua storia raccontata
in prosa e in versi e da te disegnata
e dipinta per lasciare una traccia
incisa,
ignorata e ripresa e mai dimenticata.
La tua vela a solcare tutti i mari
sognati.
Sei sulle pareti delle nostre case
sparse
e negli occhi che ai figli hai lasciato
in dono molto prima del tuo sguardo
ironico e trasognato a dare
significato
alla distanza dal tuo stesso cuore.
Emozioni soffocate e pensieri
trattenuti
tra conflitti in agguato e mai mediati
dall’urgenza di comprendere e capire,
per attraversare la tua voglia di
libertà
senza confini, pronta a distruggere
le diciotto ragioni delle uguaglianze
e differenze del dare e del ricevere
nel tempo che non perdona urlo e
risata,
e mai arreso alla tua genialità
distribuita in uguale misura ai figli
“Per riconoscerci persino nel dissenso”.
La maggiore età della tua assenza
segna la misura della distanza da
tutto
e della presenza della Bellezza
raccolta
nel filo d’erba e nelle stelle
lontane,
nei voli della fantasia e di tutte le
Arti
a te care, che si fanno pensiero di
carta
costante dell’abbraccio perduto
e ritrovato, del dialogo agognato e
muto,
e scoprire le diciotto e più ragioni
per ritrovarci, prima che gli anni
non ci diano più ragione per credere
ancora alle nostre mani unite
in una sola mano
e nel tuo nome ancora essenza lunare
del nostro esserci e amarti come
allora
più di allora e nel raccontarcelo
piano…
(tra aguzzi scogli e tenerezza di
mare)
E, andando a ritroso nel tempo, ecco
le altre poesie che ci appartengono. Per ovvi motivi di spazio e di tempo, ne
scelgo solo alcune per ridarci il tempo del nostro amarci “più di ieri e meno
di domani”. Come facesti incidere su una medaglietta d’oro quale promessa di
imperituro Amore.
“Archi
di cielo”
(a Primo)
Il glicine in fiore
regala archi di cielo
al nostro giardino.
Mi vince
un’ansia nuova.
Colmami di fresie e di giunchiglie.
Cingimi i fianchi con le braccia
di sempre
(voglio ancora ubriacarmi di stelle)
“incendio di vene”
Una verde follia
sfiora l’anima del vento
solleva ore leggere
fino al cielo della luna.
Rimane nel campo
un incendio di vene
(papaveri in fiore)
“dammi una nuova primavera”
Coltelli di rose
uncinano un grappolo
di giorni a primavera
- dammi una nuova luna
per cantare i tuoi occhi -
Dammi la tua mano di more
perché dimentichi il sapore dei rovi
tra le labbra
“la notte dei prodigi”
Sotto uno stormo improvviso
di stelle cadenti
un sogno nuovo più grande del mare
col bianco cappello di giovinezza
ha preso a salutare…
Paglia traforata e leggera
e nastri di violacciocche e gelsomini
colorati di vento
ignorano i grevi solchi degli anni
Ancorati a una terra d’ombre e di
palude.
Un trasmigrare luminoso di notturne
farfalle
ha incatenato occhi di disincanto
in un rinnovato ardore d’attesa
e di garofani e gelsomini si è colmato
questo silenzio di stelle.
Di musica e danza fioriscono i miei
piedi
tra viali d’alberi e di ginestre a
perdifiato.
E fiori di rosso sangue
segnano la traccia di un andare a
ritroso
lungo strade di giovinezza lontana
quando era il profumo del sogno
a colmare di petali le stanze del
cielo
a segnare una rotta di stelle
che ogni notte inventavo
senza attendere altre primavere.
Per scoprirmi ballerina di parole
nella clessidra degli anemoni del
passato.
Sono ormai campanule capovolte
in un presagio di futuro scontato
tradito persino da uno stormo di uccelli
(il nome s’è perso tra muri d’indifferenza).
Ma un presagio di carta gemmata
segna un nuovo accadimento
che vince ancora il tempo
e fa chiaro il buio desolato delle
notti
il buio di ogni doloroso distacco
(il tempo ci costringe alla resa)
Noi siamo come due monti…
da vivi non c’incontreremo più.
Basta che a primavera
tu mi mandi un saluto con le stelle
-
Anna
Achmatova scrisse
più
o meno sognando… -
(stelle senza bianche bandiere
per non
sentirci sconfitti in due)
“Vecchiaia”
Non hai più lacrime
per le tue lacrime
Ti commuovono solo
tutte le lacrime del mondo
mentre attendi la sera
che albe più non conta
E anche la mia sera giunge mentre sorrido alle
tue parole che si attardano sul cuscino a farmi compagnia: Se un giorno ti diranno/ d’amarti tanto/ pensami e saprai/ che t’amo
più di tanto./ Se un giorno ti diranno/ d’amarti un mondo,/ pensami e saprai/
che t’amo più di un mondo./ Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/
pensami e saprai/ che t’amo tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più
E, intanto, piango e raccolgo lacrime sul
cuscino per dirti ancora GRAZIE!
E grazie anche e sempre a voi, che conoscete
di me lacrime, sogni, risate… a presto. Angela/lina