giovedì 17 giugno 2021

Ancora sulla ricerca della felicità: solo "ATTENZIONE"?...

 Per questo nostro viaggio alla ricerca o conquista di una desiderabile e non si sa quanto possibile felicità, desidero partire oggi da una bellissima poesia della mia tenera e cara amica Roberta Lipparini:

Sai, la felicità?/ Quella che fa paura/ quella che tanto non dura/ più di un istante/ Quella punita dagli dei invidiosi/ e condannata dai gelosi/ La felicità che è una colpa/ che forse è un peccato/ che ha un prezzo/ sempre/ salato/ Quella che puoi solo sognare/ quella che ti devi meritare/ con un bel po’ di sofferenza/ che poi svanisce/ e devi stare senza/ Quella che forse è contro la morale/ Che se viene ti può far male/ La felicità che non ti devi abituare/ che appena arriva/ subito/ scompare/ Sai? Oggi è arrivata/ e l’ho presa/ e la terrò qua/ perché penso sia giusta/ questa mia felicità (da Io ce l’ho un amore)  

Ritengo che sia davvero la poesia giusta per introdurre alcuni testi di carissimi amici o di altri autori che ho letto e apprezzato e da cui mi sono lasciata coinvolgere emotivamente e letterariamente. Nei versi di Roberta, infatti, c’è tutto ciò che potrebbe creare un ostacolo fisico, psicologico, sociale alla nostra ricerca della felicità e al nostro desiderio di conquistarla con coraggio, perseveranza e quotidiana attenzione e concentrazione, come abbiamo già detto, perché sono puntualizzazioni, a mio parere, alquanto negative: la felicità “che fa paura” perché “non dura”; quella non voluta dagli dèi perché per rappresenta una sfida alla loro onnipotenza e alla loro sacralità divina e inaccessibile; quella “che è una colpa”, che ha alla base una situazione peccaminosa; quella che, per averla, ha un prezzo “troppo salato” in termini di dolore perché, dopo tante sofferenze e rinunce e attese, va via a tradimento in una frazione di secondo; quella che bisogna meritarsela… e… siamo sicuri di esserne degni?  Insomma, tutto quello che potrebbe essere considerato un deterrente e che ci induce alla fuga prima di… cadere in tentazione. E, invece, poi d’improvviso arriva… e, con Roberta, la nostra meravigliosa e incauta poetessa, sentiamo che sia giusto afferrarla e tenerla forte tra le mani e nel cuore senza pensare ad altro… solo che è giusto così, quale ne sia il prezzo e la durata. Ora c’è e bisogna esserle grati che sia venuta a darci questo palpito, fosse pure un sussurro, uno svolazzo di aquilone che s’inazzurra per trasportarci su sempre più su dove tutto il resto si riduce a ben piccola cosa. E mi piace riportare ancora uno stralcio del romanzo inedito di Matteo Gelardi per ritrovare le emozioni del bambino, protagonista della storia (autobiografica forse?) de Il ragazzo del villino:

Mamma mi tiene stretta la mano, mentre entriamo nel villino, nonna è in cucina che sbuccia i fagiolini. Seduta sul bordo della sedia, lontana dal tavolo per sbirciare dalla porta e vedermi entrare. Mi accoglie con quel sorriso pieno di rughe, si strofina le mani sul grembiule rosso stinto, e le allarga più di un’aquila per tuffarmi dentro. Mi tuffo, e divento una cosa sola con i fagiolini e lei. Mi giro a cercare gli zii, e Rosanna, ma la faccia di mamma si fa di quell'ombra che mi fa male al petto. Rosanna non c'è, e non ci sarà più per chissà quanti anni. Un giudice del Tribunale per i Minori l'ha "impacchettata e spedita" a Palmi, da zia Elena, la sorella di papà. Io no, il giudice aveva stabilito che sarei rimasto nel villino. Nel sentirlo raccontare, ho odiato subito quel giudice del tribunale dei minori senza sapere cosa fossero, nell'ordine, un giudice, un tribunale e un minore. Mi portano subito in camera da letto, per togliere gli abiti buoni della trasferta collegio - casa, che poi è il vestitino della domenica messo di martedì. Tolgo con frenesia giacchetta in pied-de-poule, gilè scuro, camicia bianca e cravattino: sbottono tutto e lancio per aria, mentre nonna raccatta le cose al volo, e le piega con cura sul letto: quel vestito elegante è l'unico che ho, e non va stropicciato. C'è un letto in più, in questa camera. Me ne sono accorto subito. "È per me?!" chiedo sognante, e alla nonna basta allargare gli occhi in un sorriso per dirmi che sì, quello è il mio nuovo letto. Ormai sono grande, dice, e non posso più dormire tra le femmine, devo stare con gli uomini. Divento uomo in un colpo solo. O, meglio, sento di esserlo, e devo avere una faccia serissima, me la accarezzo quasi mi sia spuntata la barba. Nonna ride. Io mi lancio subito a testare il materasso, che sfrigola come frittura. "Mio", "nuovo", "letto", però, sono concetti relativi. Innanzitutto non è un letto ma una poltrona-divano-reclinabile con un extra di lana imbottita per evitare che una molla si stacchi e infilzi l'occupante all'altezza della milza. "Nuovo" non lo è per niente, visto che era di don Nicola da due generazioni, dall'altra parte della strada, ora che il figlio è partito soldato. E "mio" significa che ci posso dormire sopra. Ma non da solo. Siamo in cinque in questa stanza, la notte. Mia madre nel suo lettino accostato al muro, sotto la foto di nonno Franco Francesco e il lumino sempre acceso; zio Franco e Nonna Camilla in quello matrimoniale, e io e zio Dorino sul divano-poltrona-letto. Lui a capo e io a piedi. Meno male che zio Dorino è piccolo di statura. Cinque persone che la finestra aperta non basta a dare aria per tutti, eppure mi sembra di essere nella suite del Ritz. Il rumore di cinque respiri, di notte, non è nemmeno paragonabile all'eco della solitudine di quarantanove orfani che dormono insieme sotto la stessa volta… La mattina mi sveglio riposato e allegro. Faccio colazione con pane, olio e sale; la nonna lascia che rubi una pesca dal cesto che sta per portare alla sua commara: è il compleanno della figlia. Sto per mettere fuori naso e piedi, quando mamma mi afferra per la canotta. - Dove credi di andare mezzo spogliato? Fila in camera da letto e aspettami lì. Dobbiamo togliere tutti i vestiti dalla cassapanca, cercarne qualcuno buono per la mia taglia tra quelli logori degli zii. Aspetto mamma steso di traverso sul lettone profumato. Le braccia conserte e gli occhi sgranati sul soffitto affrescato. Resto fermo almeno un quarto d'ora a fissare le geometrie realizzate dalla mano del pittore; le ombre e le sfumature su quei frutti stilizzati ma dall'aspetto saporito. Mi sento un nobile, intoccabile. La voce del bambino mi ripete con la stessa faccia "tu sei fortunato". Quel “tu sei fortunato” mi rimbomba tra testa e spalle, ma stavolta senza effetto. Sono felice.

A ben leggere, c’è in questi stralci tutto quello che Roberta paventa nei sui versi: tutte le difficoltà per trovare o ritrovare la felicità mai provata o perduta, attraverso considerazioni che evidenziano gli ostacoli piuttosto che i possibili suggerimenti per cercarla, la felicità, o conquistarla quotidianamente o afferrarla al volo appena ci capita di esserne sfiorati. E il tutto rivisitato con gli occhi di un bambino che non ha neppure dieci anni, ma ha già tanto vissuto, sofferto e osservato nel corso della sua breve storia: il ritorno momentaneo nel villino, dove sua nonna, in posizione strategica, pulisce i fagiolini ma continuamente dà un’occhiata alla porta d’ingresso per scorgere l’arrivo di sua figlia con l’adorato nipotino che non vede da un anno; l’abbraccio commosso, che è già un assaggio di felicità, compromessa però da tanti piccoli grandi ostacoli alla realizzazione della compiutezza di quel suo stato felice: il letto non proprio letto e non esclusivamente suo, ma da condividere con uno zio; la casa piccolissima per contenere ben quattro adulti e un bambino (… Il rumore di cinque respiri, di notte, non è nemmeno paragonabile all'eco della solitudine di quarantanove orfani che dormono insieme sotto la stessa volta…); l’assenza dolorosa della sorella maggiore, confinata lontano, per ordine del giudice del Tribunale dei Minori, nella casa di una zia, sorella di suo padre, con cui non intercorrono buoni rapporti; i vestiti da indossare, nonostante siano stati dismessi perché logori e usurati dagli zii… Niente lascia pensare ad uno stato di compiuta felicità. Eppure, il ragazzino, sente “rimbombare tra testa e spalle”: “tu sei un ragazzo fortunato”, rispetto ai suoi compagni lasciati in orfanotrofio perché non hanno come lui una mamma che va a prenderli, sia pure per le vacanze estive. Non hanno un villino dove fare ritorno e una nonna amorosa e una specie di letto che pure lo accoglie e un soffitto affrescato che lo incanta di antica bellezza e un giardino in cui poter giocare e… e… e… quanto basta per “sentirsi” “felice”. FELICE! La felicità l’ha afferrata in tutto l’altro buono che ha scoperto, osservando il brutto e il bello della nuova situazione rispetto alla vita che conduce di anno in anno nell’orfanotrofio, dove viene destinato per l’indigenza del nucleo familiare; indigenza, dovuta a tante vicissitudini dolorose che si sono verificate in famiglia prima, durante e dopo la sua nascita. Cosa sarebbe allora la felicità se non la scoperta, attraverso l’“attenzione” alle cose interne al proprio animo, ma anche esterne, legate all’ambiente, alle persone, care e meno care, alle assenze e alle presenze, a quello che manca e a quello che si ha, osservando ogni tessera del mosaico della propria condizione attuale e pregressa con “curiosità e ascolto”? il protagonista di questa tenerissima storia ce lo conferma con la sua capacità, sollecitata sempre dai rari ma intensi dialoghi con sua madre, di ascoltare la natura, gli altri, il proprio cuore; porgere attenzione ad ogni parola e comportamento rilevati in casa e fuori; concentrarsi su ogni dettaglio per scoprire, intuire, conoscere, capire, valutare e sapere… “Sentire” che la felicità è semplicemente uno stato d’animo così complicato da comprendere, ma così facile da vivere nell’attimo stesso in cui lo si avverte dentro come pace infinita, mista al volo di un’ “aquila”, con le ali/braccia spalancate, più alto del proprio palpitare all’unisono con l’universo…

E la cara Nunzia Di Tommaso, insegnante infaticabile, molto creativa e dalla straordinaria sensibilità poetica, senza saperlo quanto piacere mi abbia procurato, riporta su Instagram proprio le parole di Simone Cristicchi in risposta ad una intervista sul suo ultimo libro, riguardante appunto, come sappiamo, la felicità: Allora cos’è la felicità? Per me è il fiore di tarassaco con i semi che volano nel vento che ho voluto sulla copertina. La vera felicità è gettare dei semi, senza sapere se germoglieranno. La soddisfazione è spendersi per gli altri. A volte sono riuscito a vedere crescere le mie azioni positive. Ma dobbiamo ricordarci che per seminare bisogna prima dissodare la terra. È una fatica che dobbiamo fare tutti come disse la scrittrice Etty Hillesum: <Si deve cominciare da noi, ogni giorno, da capo>.  Lo penso anch’io. E faccio mie le sette parole che Simone ci indica per cercare e sfiorare la felicità: “attenzione”, “lentezza”, “umiltà”, “memoria”, “cambiamento”, “talento”, “noi”.

Nei prossimi giorni prenderemo in esame ciascuna parola per focalizzarne senso e significato, e per fare tesoro di riflessioni, consigli, suggerimenti, che Simone Cristicchi ci propone e che noi proveremo a moltiplicare con altri interventi, proposte, brani di prosa, poesie. Ne va di mezzo anche la nostra felicità. E dunque?

 

 

domenica 13 giugno 2021

La felicità è anche una ricerca e una conquista quotidiana: l'attenzione...

13 giugno 2021

E oggi è ancora quasi primavera e forse quasi estate. Sento nell’aria fermento di nuovi cieli, più azzurri, dopo tante nuvole e piogge e venti a scompigliare pensieri e direzioni: un po’ di qua, un po’ di là. E al centro? Battiato cantava: “Cerco un centro di gravità permanente/ che non mi faccia mai cambiare idea/ sulle cose sulla gente…”. Ecco, pur amando e ammirando tanto Franco Battiato, personalmente non vorrei avere un “centro permanente”. Vorrei un centro che vada in tutte le direzioni per riempirmi gli occhi di antichi e nuovi orizzonti, confrontarli, sovrapporli, definirli e smarginarli, riempirmi di ricordi e nostalgie, ma anche di sogni da tradurre in progetti che i miei figli e nipoti vivranno con i miei occhi, con i loro occhi. Ecco, il centro come fulcro, nuovo punto di partenza dopo alcune esperienze momentaneamente e apparentemente concluse, dopo tanti incontri e nuovi pensieri scoperti, nuove sensibilità artistiche apprezzate, ammirate, condivise, arricchendoci reciprocamente per un certo tempo che sembra trascorso ma non lo è. È ancora qui nei miei pensieri, nel mio cuore, tra i miei appunti, nelle pagine vere o inventate dei miei quaderni, delle mie interminabili agende di tutte le forme e dimensioni e di tutti gli anni trascorsi e di quelli che sono e che verranno. I miei quaderni e penne e pennini e calamai e inchiostri. Ad inchiostrare parole. Ebbene, sì, oggi il mio centro è qui. Da questo ricominciare tra primavera/estate, con alcuni libri di ieri e di oggi che amo e che mi parlano di “felicità”, l’unico centro di gravità permanente” che ogni essere umano vorrebbe per sé e magari anche per gli altri. Parto da Jurg Federspiel con il suo L’uomo che portava felicità per giungere a Simone Cristicchi che, con il suo libro Happy Next - Alla ricerca della felicità, mi dà una mano per mettere a fuoco (al centro?) questa parola magica che sento palpitare dentro in questi giorni di quasi primavera e di quasi estate, ma che ci sfugge sempre. O almeno così crediamo. Formicolano questi quasi nella mia testa e vorrei provare a porre rimedio con la scoperta del momentaneo “centro”, da cui partire oggi per puntare il faro della mia attenzione su... Ecco! Ci sono! “Attenzione” è la parola da cui ha origine la ricerca di Simone Cristicchi alla conquista quotidiana della felicità. Ma “attenzione” sollecita l’anonima pagina introduttiva al libro dello scrittore svizzero Federspiel, che qui riporto in sintesi: <Ciascuno di noi, anche se non vive un’esistenza o delle vicende eclatanti, lascia una traccia di sé: un ricordo, una riflessione, un affetto, un’impresa comune… o anche un’azione negativa o malvagia. Tutto questo può restare patrimonio di molti o di pochi, oppure avere un peso, un’eco che contagia chi ne coglie le note: come nella storia di un uomo che riusciva a regalare felicità e ottimismo a chiunque lo incontrasse (…); la storia dell’unico tradimento di un uomo molto legato alla propria moglie, che ha però significato perderla per sempre nell’affondamento del Titanic (…). Questo sentimento sottile e fragile, questa percezione della delicatezza del vivere e del reciproco interferire delle singole esistenze (…) ci sembrano essere un invito alla sensibilità: le difficoltà della vita sociale, l’azione anche repressiva e omologante che questa esercita non devono far perdere di vista la possibilità di azioni libere, consapevoli, sinceramente generose e che acquistano tanto più valore quanto più esercitate in condizioni avverse. Pur rimanendo in un orizzonte di pessimismo - tutto è difficile e molto si perde - Federspiel recupera qualità “umane” e a disposizione di tutti come l’ironia, la tenacia, la capacità di sorridere e far sorridere, la stessa solitudine come occasione di raccoglimento e conoscenza per indicarci una strada non del tutto scontata ma sempre aperta: quella della solidarietà e dell’apertura a sé e agli altri>. Mi sembra oltremodo pertinente alla natura umana e al periodo difficilissimo e di clausura e distanziamento che abbiamo vissuto fino a qualche giorno fa e di cui portiamo ancora pesanti catene e conseguenze.  E a cui desidero apportare un mio piccolissimo contributo come primo “centro” di questo momento su cui fare chiarezza. Possibilmente.: “La felicità è anche una ricerca e una conquista quotidiana”, che dà il titolo a questa nuova pagina del nostro blog. Perché tutto sia “in fieri” e nulla si blocchi al “permanente”. E, se Federspiel parte da LUCPF, ossia dall’uomo magrissimo e poverissimo che non ci stava con la testa ma aveva il dono di portare agli altri, gioia, ottimismo e felicità, Simone Cristicchi parte, come già detto, dalla parola suggeritagli dal maestro Ikkyu: “attenzione attenzione attenzione” e spiega perché. Ed è un perché che a me piace molto. Calza alla perfezione con la mia idea di attenzione e della sua centralità nella nostra vita, se vogliamo tentare di sfiorare la felicità. Almeno di incontrarla da qualche parte e di riconoscerla per scoprirla meglio: darle un volto, una forma, uno spazio/tempo, una dimensione. Già, perché, secondo me, non si deve scoprirla per riconoscerla, ma riconoscerla per scoprirla. Quante volte ci è passata accanto e non l’abbiamo vista? Quante volte ha afferrato le nostre mani e noi l’abbiamo lasciata cadere perché non sapevamo di stare stringendo la felicità? Nessuno ce lo aveva insegnato o, se anche c’era stato qualcuno, l’avevamo dimenticato? Quante volte ha bloccato i nostri occhi col suo improvviso splendore e ci è sfuggita perché abbiamo chiuso le ciglia e lei ce le ha sfiorate appena con un bacio, delusa della nostra resistenza che l’ha esclusa dalla realtà di quell’attimo magico e irripetibile? E quante volte l’abbiamo sentita palpitare nel cuore, ma eravamo tanto impauriti da quella insolita emozione per ritenerla felicità, ma solo un tuffo nel mare di ogni spaventosa incognita, e siamo fuggiti impauriti di così tanta grazia da temere di non meritarla o che non fosse possibile capitasse proprio a noi? Insomma, non l’abbiamo riconosciuta e l’abbiamo umiliata con la nostra indifferenza, lontananza, distrazione, disattenzione. Ecco, la disattenzione! Ha rovinato tutto. Bisogna concentrarsi sull’attenzione. E il concentrarsi mi fa pensare a più cerchi concentrici che partono da un punto e si dilatano all’infinito. il punto/centro che abbraccia l’infinito. E in quell’infinito ci siamo noi e tutto l’altro da noi. La nostra essenza e l’essenza/totalità dei multiversi che continuano ad autorigenerarsi all’infinito nell’infinito. Fino a comprendere anche la felicità, a mio parere. Se la nominiamo da qualche parte ci deve pur essere… e se ce la siamo inventata, vuol dire che la nostra mente ha avuto una misteriosa “illuminazione” per farcela cercare. Sono una visionaria? E perché no? Le più grandi conquiste sono avvenute perché menti visionarie hanno precorso tempi e spazi e hanno intuito/suggerito alcune verità mai vere mai false, fino alla dimostrazione di una loro qualche attendibilità . Ma bisogna crederci. Senza non si va da nessuna parte. Si rimane immobili nel nostro esclusivo punto di vista. Esclusivo vuol dire che si esclude ogni altro da sé. E noi dobbiamo essere “inclusivi” se vogliamo espanderci e andare oltre e oltre non in linea retta a segnare un unico orizzonte ma circolarmente, come avviene con i tanti amici di “Circolare POESIA”, amanti come tanti di noi, appunto di POESIA, centro del nostro infinito. Mi piacerebbe menzionarvi uno per uno, ma rischierei di fare un lunghissimo elenco senza la possibilità di includere tutti. E così, ritenetevi nominati! Ritornando a Simone Cristicchi e al suo libro, molto importante non è soltanto l’attenzione, ma anche la concentrazione, da me intesa in maniera un po’ diversa da lui. Ma concordo con lui nel ritenere potenti alleati dell’attenzione l’“ascolto”, di cui ho già tanto parlato, e la “curiosità”, di cui dobbiamo parlare, perché ci fa andare oltre quanto abbiamo esperito, conosciuto, imparato, memorizzato. È la curiosità che ci rende vivi. Ci rende bambini. Ci offre la bacchetta magica dello stupore. Ci fa apprezzare ciò che non abbiamo mai pensato, mai ascoltato, mai raccontato. Ci dà i “superpoteri” per diventare i supereroi del quotidiano nel reinventarlo continuamente. Occorre ritornare bambini? Sì, è indispensabile, se vogliamo ogni giorno guardare il mondo con occhi nuovi e imparare nuove cose, andando a ritroso nel tempo. Magari partendo dal punto 0. In una scuola dell’infanzia romana, Viviana, la compagna di mio figlio e maestra in presenza con un bel po’ di bimbetti, ha chiesto a un soldo di cacio cosa rappresentasse per lui il numero zero, e la risposta sorprendente di quel soldino è stata: “‘niente’ perché io non c’ero”. E, passando in una classe prima della scuola primaria, Ombretta, mia figlia, s’inventa una filastrocca per insegnare i numeri ai suoi bambini e parte naturalmente proprio dallo zero, che da solo non vale niente, ma accompagnando gli altri numeri diventa sempre più potente. E i bambini cantano, ridono, imparano e si divertono: stanno scoprendo insieme il mondo! E dire che per me lo zero è pur sempre il “centro” dell’Universo! Ma quanto darei per la risposta di un solo bambino! E le stelline metterei sui quaderni per sentire ogni bambino soddisfatto delle sue conquiste, simili a meravigliose avventure. E, intanto, è 13 giugno. Già tre mesi dal salto verso le stelle di un altro carissimo amico, vissuto con POESIA. Giovanni Gastel. Mi sembra giusto rivolgergli un pensiero di affetto e gratitudine per quanto ci raccontano le sue fotografie, i suoi versi, i luoghi da lui attraversati sempre con occhi bambini e attenzione agli altri, al mondo. E voglio ricordarlo con le parole non mie, ma di chi lo ha conosciuto bene perché ha condiviso con lui esperienze di lavoro, gioie familiari, lunghe vacanze e risate insieme. Il testo mi è pervenuto grazie a Caterina De Fusco che lo ha letto per prima e me ne ha fatto dono con la sua consueta generosità. Leggete un po’: “Giovanni Gastel tiene bottega a Milano, in via Tortona numero 16. Anche se l’edificio moderno può trarre in inganno, si tratta di una delle ultime botteghe artistiche di tipo rinascimentale. Qui, sotto l’occhio vigile del maestro, le richieste dei principi della moda vengono soddisfatte da una schiera di professionisti come in ogni bottega d’arte che si rispetti. L’impressione è di un fervore continuo, a cui è molto difficile sottrarsi. Gastel appartiene a quel genere di autori che amano circondarsi di persone mentre lavorano, che traggono alimento dalla condivisione dei progetti. Quando ho accettato di scrivere il testo, non immaginavo che avrei fatto più riunioni per questa piccola mostra che per quella di Arcimboldo a Palazzo Reale. D’altra parte Giovanni è un artista sensibile e generoso e lavorare al suo fianco - almeno su di me - produce un effetto rigenerante. Come tutti gli artisti ricettivi, dotati di talento naturale, nel lavoro è veloce e poco prevedibile. (…) In queste Cose viste mi sembra di riconoscere una parte della personalità di Giovanni più profonda e riflessiva, di certo meno ironica di quella che conosciamo. (…) Come tutte le arti, la fotografia si fonda su un principio di selezione e di cristallizzazione: l’immagine deve diventare forma, e attraverso di essa acquisire un significato. Per risarcire l’indifferenza del tempo e delle cose, l’artista - non solo il fotografo - deve rendere universale l’istante particolare ed effimero, caricandolo di durata e di astrazione. Si potrebbe dire che in queste foto Gastel cerca di cogliere, fin dove gli è possibile, il lato perenne delle cose quotidiane. Gastel sembra comprendere che le forme ideali e le armonie segrete non appartengono più al nostro mondo, e infatti non le propone come modelli. Le lascia trasparire appena, come a indicare che la possibilità di attingere a un senso più vasto rimane anche oggi, se pure nell’incertezza che ci circonda, che la sacralità delle cose permane, se soltanto si è disposti a vederla”.  (giovanni gastel, cose viste, a cura di francesco porzio, studiogiangaleazzovisconti, 15 settembre - 22 dicembre 2011, Silvana Editoriale). Questa la mia nota a quanto letto e riportato: ‘Si tratta di alcuni stralci della Prefazione del prof. Francesco Porzio al catalogo della mostra di Giovanni Gastel, dall’autore intitolata “cose viste” e curata appunto dal su citato eccellente studioso e critico d’arte. Già la copertina minimalista del catalogo, tutta in minuscolo e ridotta all’essenziale, connota la semplicità e l’umiltà del grande artista, che nel 2011 era già all’apice del suo successo di fotografo. Ma quello che ancora di più mi affascina è il modo pacato, sincero, empatico del prof. Porzio di descrivere lo studio gasteliano, come luogo fisico e dell’anima, in continuo magico fermento in conformità alla personalità “sensibile e generosa” di Giovanni Gastel, veloce e imprevedibile nella realizzazione dei suoi lavori, in perfetta sintonia e armonia con i tanti professionisti e allievi di cui amava circondarsi per diffondere la sua luce intorno nell’ambiente che abitava e a tutti quelli che lo circondavano. Giovanni cercava, raggiungeva e conquistava ogni giorno attimi puri di felicità per la gioia che gli procuravano la passione e il talento, legati al suo lavoro e alla sua poesia, e per il bisogno/desiderio di condividerla con tutti: con i presenti nel suo studio, ma anche fuori, con quanti (tantissimi) seguivano la sua mitica Pagina FB. Con quanti amava abbracciare con il suo sguardo generatore e donatore di sogni.

E vorrei concludere queste pagine con una nota di Caterina De Fusco che ha spesso condiviso la gioia di Giovanni Gastel nel suo studio di Milano e non solo, collaborando con lui in tante suo Mostre da un capo all’altro del nostro pianeta: Gastel approdò al “pensiero creativo” nel momento in cui iniziò ad eseguire scatti non più con la testa ma con l’anima. in quel preciso istante fu dimentico di diaframmi, esposimetri, tempi controllati, la fotografia per Giovanni divenne estensione automatica di sé stesso; ciò gli permise di far pace con i suoi “demoni”. Scattare divenne “pura gioia”, similmente ad un danzatore di Sufi che entra in connessione tra Cielo-Terra.

E a noi non rimane che la gioia di averlo incontrato, conosciuto, ammirato, amato in quel poetico contagio di anime che diventa conquista quotidiana di attimi di felicità nella consapevolezza che sia davvero un dono per sé e per gli altri… Angela

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 6 giugno 2021

06/06/ 2021: La Solitudine e il Silenzio...

 Poco fa, mettendo un po’ di ordine tra i miei tanti libri, mi è scivolata una pagina di quaderno scritta a mano, senza data. Un mio racconto scritto alcuni anni fa e probabilmente mai pubblicato. Non ricordo. Ma eccomi qui a trascriverlo sul mio blog, per sollecitarvi a fare dei commenti, delle riflessioni. Abbiamo parlato tanto in questi mesi, nel nostro Retino e nel mio/nostro blog, di lingua, linguaggio, parola orale e scritta. Di scrittura in prosa e poesia. Di poesia narrativa. Di prosa poetica. Ho ricevuto e catturato da voi poesie e prose meravigliose, che abbiamo fatto volare verso cieli infiniti, verso orizzonti sempre più ampi di significazione. Ora proviamo con questo racconto. Senza titolo. Mio. Vostro. L’ho intitolato in questo momento per dargli una identità sul desktop del mio computer. O forse per centomila altri motivi. Non ricordo se in questi mesi abbiamo anche parlato di “solitudine” e “silenzio”, due parole polisemiche e, per tanti aspetti, ossimoriche. Certo, spesso si accompagnano nel loro essere subite o cercate, volute. Nell’uno e nell’altro caso, portano con sé uno sciame di emozioni difficili da dire, interpretare. Ma paradossalmente segnano la pelle, scavano nel cuore. Ci restituiscono una maggiore comprensione di noi? Fate un po’ voi.

La Solitudine e il Silenzio bussarono alla porta. Entrarono velocemente. Ispezionarono ogni angolo della casa. Scelsero lo studio per sedersi. Erano nudi. Inermi. Un groviglio di linee e punti inestricabili, tracciati in un marmo ruvido e inerte. Tela di ragno a tessere un inganno.

La scrittrice Angela De Leo li vide. I loro occhi puntati su di lei la spaventarono. Sembravano scavare per carpire ogni minima vibrazione, anche la più riposta.

- Che volete? - chiese Angela, mentre si accingeva a scrivere sulle pagine bianche di un quaderno sgualcito di scuola elementare. Non ci fu risposta. Un ammiccamento di sguardi. Cielo e terra confusi. Non rientravano nelle esperienze/conoscenze dei bambini. - Che volete? - chiese ancora.

- Abbiamo freddo. Tanto freddo.

- Andate via - disse lei. - non saprei come darvi calore. Nella mia casa c’è un calore naturale che non può riguardarvi. Non si mossero. Mormorarono: - Noi staremo qui.

Una ridda di pensieri trafisse l’aria. Rimbalzò per la stanza. Vorticò. Aspettava di essere ordinata da una mano accogliente, generosa, sapiente. Che in quel momento non c’era. Il foglio bianco a righe era lì davanti a lei, che non riusciva ad afferrare una sola parola. Si sentiva affranta. Avvolta da niente. In un deserto bruciante di sabbia (di rabbia?), mentre il vento, entrato nella stanza con i due intrusi, disperdeva, senza pietà, le lettere dell’alfabeto venute fuori dai libri spaginati.

Solitudine e Silenzio, sempre stretti in un abbraccio sinistro, godevano della sua disperazione, compiaciuti della loro ennesima vittoria.

- I veri potenti al mondo siamo noi - si dissero pieni di tracotanza, ignorandola perfidamente.- Gli uomini non riescono a vincerci. Dovrebbero ucciderci. Ma non osano farlo. Davanti a noi ingrigiscono. Si consumano fino a diventare un mucchietto di cenere. Poi, rivolgendosi ad Angela:

- Puoi anche chiudere il quaderno. Come vedi, non disponi più neanche di una sola lettera dell’alfabeto. Ormai sei nostro ostaggio. Da oggi dovrai soltanto stare a guardarci, a contemplarci, adorarci, sperando che la stanchezza non ti vinca e che ci vinca e ci faccia addormentare o ci annienti del tutto. Non ribellarti, però, noi siamo resistenti persino al gelo che ci circonda. Puoi sperare in una tregua, ma non illuderti, sarebbe comunque di breve durata.

- Mio Dio! - gridò atterrita la scrittrice. - Non ho via di scampo! Eppure, non ho mai amato circondarmi di solitudine e silenzio. Ho sempre amato stare con la gente, con i miei cari, con i miei lettori nel dono reciproco di un libro scritto, letto, amato nell’atto di scriverlo, nell’atto di leggerlo. Una comunione di cuori e di anime. Un essere insieme attraverso le parole da raccontare, da ascoltare. Per imparare a conoscerci, comprenderci, amarci. Per stare insieme, insomma. Insieme! Noi esseri umani non siamo nati per vivere da soli. Non apparteniamo al silenzio. Abbiamo avuto il dono della parola. Per stringere legami. Per essere più forti in due, in quattro, in otto, in cento, in mille, in centinaia di migliaia, in miliardi. E tutte le creature del creato hanno un loro linguaggio per non essere mai sole... Ma le sue parole, disperate e appassionate, non sortirono alcun effetto. Angela si sentiva davvero senza via d’uscita e cominciò a tremare fino nelle ossa. O forse era soltanto il cuore. Davanti a lei cominciarono a scorrere immagini di uomini e donne che, come in processione, girovagavano per le strade della città, gravati da fardelli pesantissimi. Schiena curva. Volto corrucciato o straziato. O privo di una qualsiasi espressione a renderli vivi. Sembravano diventati di pietra vagante e trascinavano sé stessi. Non comunicavano tra loro. Neppure col vicino di viaggio. Non gesti. Non parole. Neanche una sillaba a renderli vivi. Erano divisi da muri altissimi su cui erano scritti i loro nomi, ormai svuotati di significato. Di storie. Le loro storie sfilavano accanto come se non gli appartenessero: amori vissuti, amori finiti, speranze disarmate, angosce dilatate. Dal selciato, su cui avanzavano lentamente e a fatica, i detriti dei dirupi gridavano:

- I vostri sogni sono morti perché non avete parole per raccontarli. Ma consolatevi, tanto lo sapete, o i sogni muoiono all’alba o portano alla follia quando prendono forma e dimora negli occhi del giorno.

- No, questo noooo! - gridò ancora Angela tra implorazione e sgomento. Guardò il quaderno invecchiato e scolorito. Prese la penna neghittosa e indispettita, sistemò calamaio e carta assorbente, e si accinse a scrivere, mentre le mosche e le zanzare, i grilli e le cicale, confinati nella sua testa da tempo immemorabile, cominciarono la solita sarabanda delle idee. Doveva concentrarsi e combattere quell’incessante rumore senza parole, senza una sola sillaba da far cadere con fare distratto, ma sempre più attento e forte per scovare dove si fossero acquattate le lettere sparse dell’alfabeto. Le lettere smarrite. Le vide vorticare nel vento. Non era danza, non era canzone quel turbinio che le portava in alto e le rendeva imprendibili. Angela armeggiò con viti e bulloni per penetrare in quel vortice, si protese fino allo spasimo per afferrare quelle lettere ribelli e smarrite e riuscì a imprigionarle nelle mani. E, magia di ogni incanto, cominciò a sistemarle sul foglio, incastonandole velocemente col pennino intriso d’inchiostro. Le lettere riconobbero l’antica mano, il cuore d’erba e rugiada, l’anima d’azzurro cielo/mare e si arresero docili e felici alle righe come solchi arati in cui dolcemente posarsi per germogliare e farsi fiori di rinnovata primavera. E lei, la scrittrice di mille storie in prosa e in versi, ricominciò a raccontare di sé, degli altri, dei tetti e delle case, degli alberi e dei cespugli, della musica e del canto, delle strade e delle onde, dei treni e delle vele, degli aerei e dei missili, della Luna e di Marte e del Sole. Dell’amore che imbriglia le stelle e accende i sogni come fiaccole ardenti nelle mani degli innamorati. Dell’universo che sembra indifferente ad ogni cosa e invece è un palpito d’amore ad avvolgere ogni infinito, concentrato in un punto infinitesimale di ogni finitudine umana.

E nel mutuo scambio di potente energia la Luce tornò. I piccoli orti divennero prati immensi. Le parole saltavano, danzavano, si abbracciavano. Cantavano ubriache d’allegria. 

Angela a fatica posò la penna che correva correva correva ad azzerare lo spazio e il tempo per vincere anche la morte. Guardò davanti a sé la Solitudine e il Silenzio perché non le facevano più paura. E si accorse che erano spariti. C’erano al loro posto, con gli abiti della festa, tutti i protagonisti dei suoi libri, i tanti personaggi e persino le comparse. Si accorse tra le lacrime che erano minuscoli frammenti di sé. Lei moltiplicata in ogni sua storia in ogni suo verso. E, invisibile ma vera in ogni dettaglio dei suoi personaggi, in ogni più piccolo filo d’erba a distinguersi e ad amalgamarsi nell’unico verde dell’immenso prato. Riconobbe le sue parole. Si riconobbe. Lei finalmente padrona delle parole che la connotavano. Anche lo studio era un disordine di mille arcobaleni spalancati nel cielo, come dopo ogni tempesta.

Fu allora che scorse in un angolo remoto, tra il pianoforte e la chitarra, Apollo che le porgeva la lira, segno di vita, e il folle giovanissimo Eros che le porgeva l’arco, simbolo della speranza, e le nascondeva la freccia, simbolo di ambiguità: vittoria o morte. Ma lei non voleva vittorie e neppure sconfitte. Voleva vivere, com’era sempre vissuta, immersa nelle parole.

Le sorrise la parola con le sue tante verità… e nessuna poi vera. Solo la Parola, forse. Ma era ancora in cammino per sfiorarla…

E oggi Angela si chiede: fu un’allucinazione? … forse… chissà! Angela

 

 

giovedì 3 giugno 2021

3 giugno: ultimo giorno del nostro essere in due...

Ricordi? Tredici anni fa il 2 giugno era di domenica e noi lo trascorremmo all’Ippocampo, dove fino a qualche anno prima avevamo, in un complesso di villette di nuova costruzione, al primo piano, una deliziosa casetta, che si affacciava sul grande spiazzo dell’Acqua-park del costruttore da cui l’avevamo comprata, per le nostre vacanze in un luogo a noi caro perché vi avevamo trascorso, di anno in anno, alcuni meravigliosi giorni della nostra incontaminata prima giovinezza, tra balli sulle terrazze e risate in riva al mare e i falò accesi a cullare i nostri sogni e le ripicche di disperate gelosie per le donne che corteggiavi per farmi dispetto e per i ragazzi da cui mi lasciavo corteggiare per farti dispetto. Poi, tu ti stancasti, come ti capitava spesso, anche di quella casetta che aveva una robusta palma a toccare il cielo e una siepe di delicate roselline di un rosa tenero a delimitare l’accogliente minuscolo giardino con una scala a semichiocciola che c’invitava ad andare su. Io amavo quell’appartamentino semplice con veranda, soggiorno-angolo cottura, due camere da letto e bagno. Tu diventavi subito insofferente a luoghi e persone e dopo un po’ non vedevi l’ora di disfartene, anche rimettendoci sul prezzo di acquisto. A volte mi meravigliavo che non ancora ti fossi stancato di me. E temevo sempre che accadesse. Ma eravamo troppo simili nelle nostre abissali diversità per lasciarci perdere senza continui recuperi. Avevamo bisogno l’uno dell’altra per non perdere le coordinate spazio-temporali che una identica creatività, con facce estremamente diverse e incoerenze inverosimilmente uguali, regalava quotidianamente prodigi ad una coppia male/bene assortita come noi due: tu alla ricerca del tuo cuore sempre lontano da te, io con due cuori sempre esposti a darti riparo e passi e mani per aiutarti a incontrare il tuo. Tu, sfuriate improvvise e improvvisi pentimenti; io lunghi silenzi di delusione e di amarezza. Poi ci vinceva la passione. Ci vinceva la poesia.

Quell’anno di tredici anni fa fummo ospiti di alcuni amici che, qualche anno prima, venendo a trovarci, si erano innamorati di quel villaggio turistico a solo un centinaio di chilometri da casa e avevano comprato anche loro la loro bella villetta a pianterreno perché il capofamiglia amava coltivare le aiuole del giardino. Trascorremmo insieme una giornata di chiacchierate e progetti, ottimo pasto, ottimo vino, serena compagnia. Poi ritornammo a casa con qualche rimpianto per la nostra casetta silenziosa e solitaria e un pizzico di nostalgia, che non ci raccontammo, ma la sentivamo nell’aria di quel tramonto dorato e sempre più lontano. E il giorno dopo, il 3 giugno appunto, fu l’ultimo giorno insieme e non lo sapevamo. Tu percorresti più e più volte le scale che dal tuo studio di quadri che dipingevi e di carte su cui scrivevi le tue poesie ti portavano alla nostra mansarda dove io, sotto i lucernari, sognavo e traducevo i miei sogni in parole con carta e penna, non sapendo e non volendo usare il computer, che avrebbe, ne ero certa, divorato i miei pensieri in libertà, sempre condizionata. Pensieri che avevano un’unica possibilità di essere disciplinati da “qualcuno” che mi “abitava dentro” e che passeggiava a suo piacimento, innervandosi continuamente dalla testa al braccio alla penna al foglio. Fiorivano così versi, racconti, romanzi, saggi critici su libri famosi di autori famosi italiani e stranieri che amavo. O che mi facevano amare. Perché ogni parola scritta, per me o per gli altri, è stata ed è subito da me amata. Avresti dovuto fare la spesa, ma ad un certo punto ti sentisti stanco e decidesti di rimandare il tutto al giorno dopo. A mezzanotte ti mettesti a letto chiamandomi accanto a te. Avevi urgenza di me. Poi… avesti dei colpi di tosse sempre più violenti che richiamarono l’attenzione di Raffaella che, allarmata, chiamò il 118. Vennero prontamente medici e infermieri, ma tu forse non respiravi già più… Ti eri venuto a rifugiare sul mio petto, dopo aver preso una pillola salva-vita che non riuscisti a far sciogliere sotto la lingua perché ti cadde dalle labbra. Facesti una smorfia di rassegnata attesa che tutto si compisse, come una decina d’anni prima avevi previsto. Ti alzasti per abbracciarmi forte e mi dicesti “ti ho amato sempre, ti ho amato tanto” poi cadesti riverso sul letto. E già i soccorsi erano per le scale… Raffaella mi ingiunse di andare giù con lei---------------------------------------------------------------------- 

Non erano neppure le 2 quando vennero a dirci che avevano fatto di tutto ma… 

Piovve a dirotto quella notte e il giorno dopo… Piovve a dirotto.

Oggi sono qui a scrivere al computer (dopo di te ho imparato a farlo) e a ricordare.

Non fu mai facile viverti accanto

Non fu mai facile essere in due

e in tre in quattro in cinque pausa

E poi in sei

Non ti fu facile arginare la tua sete di libertà

Che passi aveva scalpitanti di destrieri alla deriva

dei miei capelli di grano maturo e di vino

ad inseguire orizzonti lontani dai miei grovigli di vento

che mi ingarbugliava il cuore in uno scrosciare

d’acqua memoria dei nostri inganni

canto di mare urlo di risacca

sussurro di conchiglia

Ogni alba un sogno da conquistare

Un dono da archiviare fino alla nuova alba

accesa di passioni mai pronte a morire

mai pronte a rinnegare il già vissuto

nei giorni della danza tra vele di barche

addormentate su scogli di sirene

E un solo cuore a viverci dentro

come bandiera

di ostinato amore.

Rimane il tormento di essere invecchiata

senza il mio sguardo a perdersi nel tuo

in quella nostra danza di non ritorno

in giorni ragazzini

Non vengo dove gli altri ti trovano

non sanno che non c’è ritorno per chi

ora dopo ora su per le scale

che dallo scantinato portano in mansarda

lento corre a piedi nudi a toccare le stelle

E tu ad offrirmele ancora a prezzo scontato

come le case vissute

e abbandonate alla memoria

che tutto conserva ferisce ripara

(in un moltiplicarsi di sogni mani carezze

  che passi e orme originano da un solo AMORE…)