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martedì 10 ottobre 2023

Martedì 10 ottobre: Gli zingari e altre storie: La casa in via Maggiore: le sue voci e altri luoghi...

                                                                 Il sole lentamente si sposta

                                                               sulla nostra vita, sulla paziente

                                                               storia dei giorni che un mite

                                                               calore accende, d’affetti e di memorie...

                                              (Attilio Bertolucci, stralcio della poesia “At home”)

Desidero ricordare, accanto alle poesie di Dragan Mraovic del POPOLO DEL VENTO, anche gli zingari da me conosciuti da bambina in via Maggiore angolo via De Rossi, nel borgo antico, a Bitonto, mio paese di origine. E riprendo a parlarne riportando un breve stralcio del mio romanzo Le piogge e i ciliegi, vol I (SECOP edizioni, 2017), che ha come protagonista principale mio nonno Mincuccio.

<Tu mal sopportavi in quelle strade l’insediamento improvviso dei “trusciàndə”, non per insofferenza verso quella gente stracciona, ma per le loro urla e bestemmie che bersagliavano le nostre giornate di giochi innocenti e di vivace curiosità per il mondo che ci circondava.

Rə trusciàndə” erano strani individui, una sorta di zingari, che vi avevano trovato rifugio, trasformando il quartiere in una vera “corte dei miracoli”: vivevano in clan, in promiscuità e di elemosina; urlavano uno strano gergo, volgare, scurrile e sentenzioso.

A chì t’è bbìvə!” (a chi ti è vivo! -?-)

e a cə t’è mùrtə e stramùrtə!” (a chi ti è morto e morto ancora!)

era l’intercalare preferito. La meraviglia veniva esternata con:

a rə mùrtə d’attàndə e də màmətə!”

(ai morti di tuo padre e di tua madre!)

e l’interlocutore al culmine del giubilo gridava:

a rə stramùrtə de sórətə!”

(ai tanti morti di tua sorella!),

ca tə pózzə pəgghià ‘nu ‘zùltə o ‘na gòccə!

(che ti possa prendere una sincope o un colpo al cuore!),

a rə córnə ca tìnə!” (“alle corna che hai!”)...

a la féssə də màmətə!” (a quella stupida di tua madre! -?-)…

oppure il più eloquente: “au pəcciàunə də màmətə!”

(al sesso di tua madre!)

Ma queste esclamazioni avevano, a seconda dei casi, anche la duplice valenza della vera e propria imprecazione. O della bestemmia. E con parole impronunciabili anche contro Dio, la Vergine e tutti i Santi. Pietre infuocate che rimbalzavano ormai tra i muri del paese antico.

Tu, per contrastare quel turpiloquio, c’insegnavi le parole del rispetto e della cortesia.

“Le parole gentili che inteneriscono il cuore”, dicevi.

Avevamo un lungo elenco di parole “gentili”: grazie, prego, scusa, è permesso? Non mancherò…

Spesso, poi, “rə trusciàndə” andavano per strada a indovinare la fortuna: gabbietta e uccellino, che prendeva col becco uno dei tanti fogliettini che portavano in un cestino e su cui c'erano frasi beneaugurali o di cattiva sorte. Alcune volte, si accompagnavano con un pianino scordato con all'interno alcune canzoni strimpellate in precedenza e misteriosamente registrate.

Liberi bestemmiatori e liberi sognatori. Diavoli rissosi gli uomini, e bambini appesi al collo come collane su vesti lunghe di scalze regine, le donne.

Sempre in giro e sempre di ritorno, forti della viva forza di essere “clan”. Erano molto simili agli zingari, che più tardi e più opportunamente vennero chiamati Rom, ma non ho mai saputo se lo fossero per davvero. Uguale era il loro comportamento. Erano diventati, però, stanziali. E bestemmiavano contro la guerra e ogni tipo di violenza che non fosse quella verbale. Solo nelle parolacce si sbizzarrivano, perché avevano anche un loro codice d’onore che rendeva coeso e forte il loro gruppo, da cui si tenevano lontani tutti gli altri...

Un mondo che mi affascinava e mi terrorizzava e che avrei osservato dalla mia finestra per fortuna o purtroppo solo per poco tempo. Il tempo di andare lontano. (Accanto alle invettive e alle bestemmie c’era il loro canto, che a me piaceva tanto)

 

... la nostra vita è semplice, primitiva, 
ci basta avere per tetto il cielo, 
un fuoco per scaldarci 
e le nostre canzoni 
quando siamo tristi. 
Il nostro segreto sta nel godere 
ogni giorno le piccole cose 
che la vita ci offre 
e che gli altri uomini non sanno apprezzare. 
Quando si muore si lascia tutto: 
un miserabile carrozzone 
come un grande impero. 
E noi crediamo che in quel momento 
sia molto meglio essere stati zingari che re. 

                                       (…)
Il nostro segreto sta nel godere ogni giorno le piccole cose che la vita ci offre e che gli altri uomini non sanno apprezzare: una mattina di sole, un bagno nella sorgente, lo sguardo di qualcuno che ci ama. É difficile capire queste cose, Zingari si nasce.
Ci piace camminare sotto le stelle, la nostra è una vita semplice, primitiva. Ci basta avere per tetto il cielo.
Un fuoco per scaldarci e le nostre canzoni quando siamo tristi.  
(Vittorio Mayer Pasquale (Spatzo), “La nostra vita migliore è libertà”, 1973).

Ma c’erano ancora tanti altri personaggi particolari a colpire la nostra quotidianità, fatta di realtà e fantasia, in quel quartiese antico.

C’era la “nincò-nànchə chə rə gàmmə a tarallìnə” (quella che ondeggia con le sue gambe a tarallino): una vecchietta con le gambe arcuate che si dondolava sulla persona per trovare un suo equilibrio mentre camminava. Noi ridevamo di cuore appena la vedevamo passare e cercavamo di imitarla nel suo eterno tentennare.

C’erano “Fifìnə e Fófónə”: una coppia che destava la nostra ilarità. Lui era un omone enorme con un pancione traballante e con una voce da orco che ci metteva paura (Pollicino sempre in agguato!). Lei, piccola, magrissima, con una vocina sottile e lamentosa che nessuno amava ascoltare. Persi nella nebbia della dimenticanza.    

Altro personaggio che suscitava la nostra curiosità era un ragazzino, che abitava nei pressi della nostra casa in via De Rossi, perché lo chiamavano “bəccùccə” (beccuccio) in quanto aveva appena sopra il mento, a mo’ di pizzetto (ora tanto di moda e chic), una macchia scura e fitta di peli. Non aveva un nome, ma tutti lo conoscevano per quella caratteristica, oggetto di pettegolezzi delle donne del vicinato

(l’ho rivisto per caso molti anni fa: portava le bombole del gas a domicilio e non aveva più quella macchia nera al mento, ma una graziosa fossetta glabra che gli aveva restituito anche sorriso e disinvoltura…).

La nonna era sempre la difensora di chi veniva passato al setaccio delle lingue biforcute delle sue aiutanti.

Tu la chiamavi: “u avvəcàtə də rə càusə pèrsə. Rə paròulə tə vénənə lìtəchə lìtəchə quànnə à da pəgghià la difésə də quàlchedónə”  

(L’avvocato delle cause perse. Le parole ti scorrono veloci quando devi prendere le difese di qualcuno).  

Ma gli aneddoti riguardanti la gente del quartiere sono davvero tanti.

Uno particolarissimo? Storia o leggenda, cronaca o invenzione ad uso e consumo della nostra curiosità?

Ti ricordi di “capotorto” che abitava dirimpetto alla nostra casa, ma tre o quattro finestre più in là della casa di Annìnə Stəddùzzə?

Era un uomo di mezza età, così soprannominato perché aveva il collo che gli ciondolava sull'omero sinistro. Tu, ogni volta che noi ti chiedevamo perché avesse il collo così piegato e come mai non riuscisse a raddrizzarlo, ci raccontavi la sua storia con la lievità di una barzelletta o la magia di un racconto fantastico.

“Da ragazzo”, dicevi, “'capotorto' aveva il vizio di prendere in giro una donna che abitava proprio dirimpetto a lui e che aveva fama di essere una fattucchiera. Ebbene, ogni giorno era sempre la stessa storia. Lui l'apostrofava in italiano, perché ‘aveva fatto le scuole alte’, con tutti i più brutti appellativi: ‘Puttana, figlia di zoccola, troia, hai finito di menare sentenze? A quale povera figlia di mamma hai tolto oggi i soldi con le tue puttanate? Quanto hai spidocchiato in questi giorni a tutta quella povera gente che viene da te a farsi leggere le carte? Quante ragazze ammalate d'amore hai illuso, fregandoti i soldi, eh, puttana!?!’. 

Pòvərə a tàjə’, rispondeva lei acida, cə nàn tə féucə rə càzzə tìjuə, prìmə o pòuə nàunə scəchìttə la lènguə t’àva cadàjə, ma pìurə la chéupə. Jàgghjə fàitə a cùrə crìstə o au diàvuə ca tə faciójə!’.

(Povero te, se non la smetti di farti i fatti degli altri non solo la lingua ti cadrà, ma anche la testa! Ho fiducia nell'opera di dio o del diavolo che ti ha fatto nascere!).

‘E a te devono cadere le mani e gli occhi per quanti poveri cristi prendi per fessi!’.

E a tàjə la chéupə, sò dìttə, quàndə è auvèjrə chèssa dójə ca stèjə ad adèrscə!’

(E a te la testa, ho detto, quanto è vero il giorno che sta per cominciare!)”.

Era il ritornello di tutti i santi giorni e, una mattina tutti i vicini di casa, compresi tu e la nonna, sentiste Franchino piangere, urlare di dolore, gridare, imprecare. Dalla finestra spalancata la mamma di “capotorto” si sbracciava, piangendo disperatamente.

“‘Gente, accorrete, a mio figlio se ne è caduta la testa!’. E così fu”.

Ora era sua madre, povera donna, a prendersi cura di lui. Lo avevano portato da dottori, maghi, esorcisti, ma il guaio era fatto e nessuno era riuscito ad eliminarlo. Nessuno era stato in grado di raddrizzare quella testa di... che se si fosse stata zitta con quella sua bocca sputaveleno ora non sarebbe rimasta ciondoloni sull'inutile collo. E, invece, Franchino aveva dovuto abbandonare anche gli studi, in cui prometteva molto bene.

Ed ora era sempre lì, come un quadro astratto nella cornice della sua finestra spalancata, con la testa a cascata sull'omero sinistro, una smorfia di dolore e rabbia cucita sulle sue labbra mute

Jèjə ‘nu lùpə sùrdə”… (è un lupo sordo) oppure “‘nu mópə frəcàtə” (intraducibile ma con più o meno lo stesso significato), “càpə də gàléttə” (“testa di secchio rinforzato”, probabilmente con riferimento alla durezza), dicevano di lui, sottintendendo che era sordo ad ogni sollecitazione perché era lì a tramare, nel suo ostinato silenzio, chissà quali vendette che non avrebbe potuto mettere mai in atto.

Così l’abbiamo visto noi per tutti gli anni della nostra permanenza in via De Rossi. Sua madre continuava a parlare per lui, inveendo invano contro la vecchia megera, che da tempo aveva lasciato questo mondo, portandosi con sé la malefica formula che forse, invertendola, avrebbe potuto far raddrizzare il collo a quell'uomo distrutto e mai rassegnato. Mai rassegnata anche sua madre, ormai vecchissima e con gli occhi cisposi e arrossati per il troppo piangere. Le donne avevano pietà di lei. Gli uomini erano solidali con lui. Quei pochi che erano rimasti.

              La guerra li aveva portati tutti via giovani e meno giovani

Ed ora, ogni tanto, ne tornava uno dalla Russia, dalla Grecia, dalla Spagna. Con addosso ferite e disabilità peggiori di quella di “capotorto”.

                                   Ferite invisibili ma ben più gravi dentro

Gli altri non erano più tornati. Erano rimaste le donne. E le povere ombre dei reduci, ridotti senza gambe, con un braccio, con un tremito continuo in tutto il corpo. Solo occhi fissi e immobili nel vuoto del cervello che non voleva ricordare e non sapeva più sperare.

                       Silenziose ombre vaganti in un paese che risorgeva

        Amara rinascita con quei pochi uomini sciancati mutilati sconfitti

Mi facevano tutti paura. Altro che “capotorto”! Immobile nel riquadro della finestra e perciò innocuo. Erano i loro passi a farci paura. Ad accorciare distanze di sicurezza. A far sentire più vicino il pericolo. Qualcuno, urlando e imprecando contro Dio e contro gli uomini, passava per strada trascinato dai figli su carrette di legno con piccole ruote scure sotto una piattaforma di assi messe insieme alla bell'e meglio: un giaciglio per un mucchietto d'ossa e di stracci. Non esistevano carrozzelle per disabili allora, almeno nel nostro paese.

Uno di quegli uomini era diverso. Stessa piattaforma lercia e improvvisata, stesse rotelline di fortuna, stesse imprecazioni, ma dal torace possente e seminudo in tutte le stagioni. Senza gambe. Occhi di brace, capelli lunghi, radi, disordinati. Urla beluine che squarciavano il cielo. Bestemmie blasfeme che ferivano il cuore.

(Dalla cintola in su tutto il vedrai, avrei studiato molto più tardi, pensando sempre a quell’uomo gigantesco con quel suo mezzo busto che si ergeva dalla sua piatta tomba).

Da te appresi, in maniera sempre approssimativa, che era il capo “də rə trusciàndə”. Non destava pietà, ma timore e orrore. Pare che fosse molto violento e molto potente nel suo clan. Tutti gli dovevano cieca obbedienza.

(Più volte, nel corso degli anni, mi sono chiesta come un corpo tagliato a metà, assoggettato completamente agli altri, potesse avere tanta autorità da assoggettare tutti al suo potere fino a incutere una irrefrenabile paura. Non sono mai riuscita a darmi una spiegazione chiara. Univoca.

Forse il potere stava nella forte personalità dell'uomo.

Forse aveva i suoi scagnozzi pronti a tutto pur di assicurarsi il pane quotidiano. Forse...

O forse perché, essendo io una bimbetta allora e avendo io tanta paura, proiettavo sugli altri i miei timori innocenti, le mie innocenti paure?

Forse perché tutto era avvolto nel mistero. Di tutto si parlava tra adulti, ma di tutto non si doveva parlare di fronte ai bambini.

Forse perché erano tutte dicerie).

Le voci si rincorrevano per le strette strade del paese antico e non avevano mai suono chiaro, parole precise. Le parole sembravano di fumo e di nebbia. Si addensavano e poi svanivano. Parole come nuvole. Voci. Sussurri. Mezze verità. Molta fantasia.

                            La gente aveva bisogno di credere in qualcosa

Meglio se inverosimili realtà. Fantasmi notturni in processione. Monachicchi nelle case a distribuire soldi o a fare dispetti. Asini in volo. Non le più credibili farfalle multicolori, ma asini a loro misura.

                                  Improbabili realtà e molta immaginazione

Era stanca di brutte verità, la gente. Di tragiche verità. Aveva bisogno di dimenticare. Forse anche di sognare. Ma non sapeva neppure cosa fossero i sogni... E così si arrampicava sulla fune-appiglio della sua povera realtà. (…)

Ricordo ancora molto bene, nonostante le mie brevi primavere e i mai dimenticati panieri di ciliegie sui balconi, i pettegolezzi delle donne di quell’angolo antico di mondo, anche se, paradossalmente, la nonna, allora, non aveva ai miei occhi una sua definizione dettagliata. Era come se lei facesse parte integrante di quelle donne. Quasi fossero un unico blocco.

Tutte quelle donne, comunque, ne sapevano meno di nonna dei veri problemi della società o della comunità sociale in cui vivevano. Il loro era solo un blaterare di inezie senza punti di riferimento concreti e importanti. Nessuna aveva sfiorato orizzonti più vasti oltre i confini di via Maggiore angolo via De Rossi, oltre la vamasciòulə, u fùrnə də sàn Giuànnə o u fùrnə də Sànd’Andrè, la chiàzzə, la Pórtə

(la fontana, il forno di san Giovanni, e quello di sant’Andrea, la piazza, la Porta Baresana, cioè quella più importante delle quattro porte d’ingresso nel paese antico, dove la sera contadini e braccianti s’incontravano con i datori di lavoro “pə scì a prəmèttə”: andare a farsi ingaggiare per il giorno dopo come braccianti e per incontrarsi in campagna a “pógg’àlbə”: per la prima alba, al primo chiarore nel cielo).

E forse non si ponevano neppure, come invece a te accadeva, il dubbio che oltre ci fosse altro da scoprire, da conoscere, apprezzare oppure da rifiutare, biasimare o per cui inorridire.

giovedì 31 agosto 2023

LA PAROLA ha le sue ali d'infinito

E oggi, prima che agosto si perda nelle brume di settembre, nel vento che fa danzare le foglie e gemere i primi rami spogli di densa malinconia per un’estate che ci abbandona, io desidero sottoporre all’attenzione dei cari lettori del nostro blog una mia recensione all’opera prima di Angelica Grivel Serra, intitolata appunto L’ESTATE DELLA MIA RIVOLUZIONE:

                                                 LA PAROLA ha le sue ali d'infinito

Come tutti i libri che valgono, questo romanzo di Angelica Grivel Serra è un libro senza tempo. Sa di antico e di nuovo e s’affaccia al futuro con gli occhi immensi dell’Autrice, una ragazzina di poco più di vent’anni, nutriti di letture, interessi culturali, umanistici, esami universitari di filosofia coronati da “Magna cum laude”.

Frutto di una educazione familiare molto accurata e attenta ai valori di sempre e ai temi etici attuali, corroborati dagli studi classici materni, e dal rapporto simbiotico e vivificante con una madre onnipresente e discreta, che le offre ascolto e intuisce i desideri, le paure, le insicurezze di una fanciulla in fiore nel percorso della sua prima giovinezza, tanto attesa e non ancora compiutamente abitata. Da lei proviene alla titubante ragazzina un imperativo categorico, che le restituisce una identità forte, volitiva, sicura; un imperativo, “che porto con me sin dall’infanzia, trasmessomi fortemente da mia madre, sarda e ogliastrina, culturalmente prossima a Grazia Deledda, e che nel lessico del mio quotidiano è stato ribattezzato ‘codice delle 4 D’ (…): Determinazione, Disciplina, Decoro, Dignità!”, afferma la stessa Angelica nel discorso che ha tenuto, qualche tempo fa, a Bruxelles, al Parlamento Europeo, per celebrare la grande scrittrice sarda, premio Nobel per la Letteratura 1926.

Il suo libro, dunque, è un romanzo quasi autobiografico, che evidenzia subito la sua “vocazione” (in senso di “chiamata”) alla scrittura. Eccone un breve stralcio:

* Ho insistito sin troppo, tesoro. Lasciatelo dire: alla resa dei conti, è molto meno grave di quanto tu dici. Non so come ciascuno viva la propria adolescenza, ma probabilmente tu hai un modo di essere giovane diverso da quello degli altri. Basta accettarlo* sostiene la madre. (…)

 * Non sono certa di vestirla bene, la giovinezza. Mi sta come quel paio di jeans dal taglio irrimediabilmente sbagliato, che non so perché l’ho acquistato, ma che mi sento costretta a tenere lì, in un recondito angolo dell’armadio, e di cui ho l’obbligo di non sbarazzarmi per il momento, perché ha un’utilità di fondo*, affermano l'Autrice e Luce, la protagonista del romanzo. (…).

Quest’ultimo, perciò, corposo libro d’esordio nel mondo della scrittura, è anche e soprattutto il germoglio che si schiude da una innata signorilità di modi di pensare e di parole, dovuta ad una intelligenza superiore e ad una sensibilità poetica e artistica eccezionale, sin da giovanissima età.

Libro, che già si presenta con un biglietto da visita di tutto rispetto: titolo insolito con scrittura in corsivo, fantasiosa e ricca di sottilissimi svolazzi e ghirigori, su una immagine di copertina catturante che, tra il detto e non detto, allude al mondo intimo già vissuto e ancora tutto da scoprire della protagonista, nel momento particolarmente tumultuoso della vita: l’adolescenza che volge alla giovinezza tra il rifiuto di sé e degli altri e la consapevolezza di essere diversa dai propri coetanei. Più matura e, per questo, più critica, diffidente, infelice.

In realtà, Luce, la protagonista del romanzo, e Angelica, la giovane Autrice, si confrontano continuamente per aggiungere forza a forza, determinazione a determinazione, e superare insieme la inevitabile quanto ingombrante crisi adolescenziale, da cui si liberano alla fine entrambe con una costante, tenace, silenziosa “rivoluzione” estiva.

L’estate è il momento propizio all’“ozio produttivo”, o "creativo" che dir si voglia, venendo in contatto con nuove realtà, col proprio corpo e quello degli altri. In un continuo confronto e ripensamento di sé. Fino al superamento del proprio “IO” nell’accettazione degli altri.

L’estate al mare, infatti, vede altri protagonisti, tra cui Adriana, l’amica ospitante, che contribuirà alla “rivoluzione” e al cambiamento: una trasformazione inevitabile ma sempre difficile all’inizio. Ed ecco un altro stralcio:

* ... Il nuovo giorno trascorre piacevole e senza intoppi, ma a due ore dall’inizio della serata Adriana comincia a manifestare certi sintomi di un’imprudente trepidazione da cui io non vengo contagiata. In certi contesti mi viene l’arduo presentimento di essere io l’adulta della situazione, specie quando sfodero la mia icastica attitudine all’ipercontrollo o al mio essere recalcitrante ad ogni forma di condiscendenza. Adriana mi ribadisce spesso che una persona superficiale potrebbe facilmente scambiarmi per una ragazza fredda; mi capita di crederci, ma in realtà io uso la freddezza solo come opzione difensiva a certi avvicinamenti che trovo vischiosi o nocivi: sembro aver accartocciato in via definitiva l’idea di confidare nelle attese*…

Romanzo di formazione, dunque, vissuto in prima persona con sorprendente lucidità e focalizzazione di sentimenti, legami (tenerissimo quello intrecciato, tra dita d’amore, con la nonna materna, fonte di apprensione e di appagamento pacificato; fonte di tutte le meraviglie che Luce/Angelica possano desiderare, in continuità con la propria madre).

Rifiuti, resistenze, condizionamenti endogeni ed esogeni, scelte ragionate e impulsi del cuore. Ribellioni e sintonie. Ricerca di sé e del sé nella oggettivazione dell’“IO”, sempre pronto a rivendicarsi, sentendosi diverso e incapace di omologazione.  

Ogni attimo, in questo libro, viene sezionato da Luce per essere vissuto nella profondità del suo essere, con tutte le contraddizioni proprie dell’“età ingrata” e della natura umana. Quest’ultima si arricchisce soprattutto della capacità di Angelica di avere uno “sguardo lungo” sull’aspetto doppio delle cose, sulla molteplicità degli infiniti modi di vivere, che prendono forma nel pensiero e si fanno parola: aggettivazione perspicace, punteggiatura accurata, espressioni particolari in tutte le loro innumerevoli modalità linguistiche: ardite, simboliche, metaforiche. Magari, recuperate da un lontano passato. Per ogni persona descritta, ogni volto scrutato, ogni sentimento vissuto: luci e ombre di ogni incontro. Nella sua isola del cuore o in giro per il mondo, per lavoro, essendo Angelica anche una modella e fotomodella affermata.

Inoltre, in ogni suo testo, è evidente la ricchezza interiore di questa giovanissima scrittrice che, con padronanza e sicurezza, traduce le sue esperienze esistenziali e quelle degli altri in parole e queste in immagini, in musica e ritmo, in una visione direi teatrale, filmica, televisiva di ogni vissuto. La sua cifra stilistica, pertanto, è indubbiamente attraversata dalla PAROLA.

È quest’ultima che connota la continua introspezione di Angelica Grivel Serra, “il luogo fantastico della sua ‘rigenerazione’”, per dirla con Marina Zancan.

Angelica appartiene a quella Generazione Z, nata tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo millennio; una generazione di intelligenza eccezionale e fortemente emotiva, in cui tanta fiducia stiamo riponendo noi delle generazioni precedenti per il rinnovamento di questa nostra umanità alla deriva.

Generazione talentuosa e già padrona della tecnologia digitale, che ha nuove modalità di approccio alla realtà - si pensi alle innumerevoli applicazioni della “realtà aumentata” -; generazione, per alcuni versi, più consapevole e responsabile dei pro e dei contro i nuovi sofisticatissimi strumenti di informazione e comunicazione a livello planetario e interplanetario, ma, per altri, narcotizzata dalla loro dominanza, in una società che non è più in grado di discriminare tra mondo virtuale e quello reale con le gravi conseguenze che sappiamo. Certo, non si può né si deve generalizzare. Sono, però, tanti i giovani che si perdono senza saper dare un senso alla propria vita, tra alcol, droga, violenza gratuita e volgarità di ogni genere.

Per fortuna abbiamo esempi luminosi come quello di Angelica che oso paragonare, senza ombra di dubbio, anche ai Ragazzi “Indaco” e “Cristallo”, che lasciano ben sperare in una nuova spiritualità, fatta di riscoperta del Cristianesimo e di un nuovo Umanesimo. Sono ragazzi dotati anche di straordinaria memoria, sensibilità artistica, sensitività, amore per la Natura, per la Bellezza, per la Vita e per gli Altri.

La “Rivoluzione” di Angelica Grivel Serra è indubbiamente indicativa di tutto questo e di molto altro ancora.

Le sue “ribellioni” positive e propositive sono fatte di espressioni emotive che abbracciano tutte le generazioni durante questo suo viaggio dell’anima in cerca di possibili rive di felicità, munendosi e nutrendosi di ricordi, quasi volesse approdare all’infanzia-adolescenza-prima giovinezza del nostro pianeta, per scoprire il mondo contemporaneo, che non ama, e farselo amico, in mezzo a enormi difficoltà di “adattamento reattivo” alla realtà circostante.

Ma Angelica Grivel Serra ha ali grandi. La connotano una capacità d’amare intensa, ampia e nobile; una straordinaria bellezza fisica; una vivace e fresca acutezza mentale; una grazia che incanta i suoi interlocutori e lettori. E sa come, quando, perché prendere il volo… E non solo con la scrittura.

Concludo con un ultimo stralcio a conferma di quanto detto sin qui:

* Il cuore. Mi balza da lì dov’è, si arresta come risucchiato da una forza impareggiabile, quel tumulto inquietante che somiglia tanto al trotto di mille zoccoli. Sferza il sangue, e il cuore si sospende, al bivio. A questo punto ha solo la gracilità di istanti impercettibili, ma è qui che deve scegliere se librarsi o cadere. Planerà ad alture di sollievo, o invece dovrà abbandonarsi al ruzzolone deluso? (…). E io mi sento ad un tratto sciogliere dentro il tonante richiamo che proviene dagli occhi di Filippo. (…). Adesso quel diaframma si squarcia.

Il cuore vola.*

 

Angelica ha avuto un grande estimatore nell'immenso poeta e fotografo Giovanni Gastel, la cui fama ha livello mondiale non ha bisogno di ulteriori parole. Nel nostro cuore conserviamo la sua eco profonda di Bellezza, Generosità, Bontà, Amore. Da donare soprattutto agli altri.

E, intanto ad Angelica riserviamo il nostro augurio, che sa di apprezzamento e di ammirazione.

Di ali e d’infinito…                                      

                 Angela De Leo

 (Angelica Grivel Serra, L’estate della mia rivoluzione, Mondadori, Milano 2020, prezzo di copertina 18 €)

E ora mi piacerebbe leggere commenti e riflessioni per un incontro tra noi, ricco di nuovi orizzonti a sempre più vasto raggio… in cui ritrovarsi individualmente e insieme. Angela

lunedì 28 agosto 2023

Miei carissimi lettori...

 Miei carissimi lettori, finalmente, dopo circa tre mesi di assenza per motivi di salute (e ringrazio i tantissimi di voi che quotidianamente e affettuosamente mi avete fatto compagnia, incoraggiandomi con un like oppure con bellissime parole), eccoci di nuovo insieme sul nostro blog, in cui abbiamo affrontato tanti argomenti che ci hanno commosso, fatto riflettere, ricordare, dialogare in un confronto schietto e arricchente per tutti.

Oggi si riprende e parto da mia figlia Ombretta Leone, che in queste ore è in Sardegna, in una terra magica e in un luogo incantevole, a presentare il suo libro L’abbondanza del cappero (Casa editrice FOS, Corato-Bari).

Ma prima di partecipare, almeno con il cuore, alla presentazione, desidero fare un po’ la storia di questo libro, partendo da un preambolo molto lontano, che mi piace intitolare così:

L’Orchidea del Mediterraneo e i suoi boccioli tanto simili ai capperi: inno alla bellezza e ai sapori dell’estate

CAPPERO, definito l'Orchidea del Mediterraneo per la sua bellezza ornamentale, appartiene alla famiglia delle Capparidacee, di oltre 250 specie, ma le più comuni in Italia sono due: una ha le spine e si trova soprattutto in Lazio, Toscana, Liguria, Sicilia, Calabria e Puglia, mentre l'altra ne è priva e vegeta in tutte le regioni. Ama i terreni aridi, asciutti e soleggiati. Le radici della pianta di Cappero sono forti e fittonanti e riescono ad infilarsi negli interstizi delle pietre. L'arbusto è perenne... e il fiore spesso lo si intravede nelle crepe dei muri, e il bocciolo, ancora chiuso, è quello che noi conosciamo come cappero. Quando si dischiude ecco sbocciare la splendida orchidea che sollecita il nostro stupore.

Ed ora veniamo a L'Abbondanza del cappero di Ombretta Leone, un libro che rispecchia tutte le caratteristiche appena tracciate di questo fiore/frutto di delicata bellezza e di sapore forte, intenso, amarognolo, ma esaltante tutti gli altri profumi e sapori.

Resistentissimo, dunque, si intrufola tra le pietre dei muretti a secco come inno estivo alla Vita che, di anno in anno, attende la stagione migliore per ridere di verde e violetto: la fragilità del prato a primavera e la forza della concretezza dei cieli che tramontano sul mare. In abbondanza. Lasciando una traccia profonda di Bellezza e Nostalgia, che "ai navicanti intenerisce il core" (Dante, Purgatorio).

Il libro di Ombretta, tutto da scoprire) contiene tutto questo e forse molto altro ancora: Echeggia sonoramente senza essere ridicolo. Parte da esperienze reali senza darci certezze. Vola con la fantasia senza trasformarsi in un musical, genere fortemente amato dall’Autrice. È fatto di leggerezza senza perdersi tra le nuvole. Si riannoda in mille trovate che sintetizzano solo sei fumetti tutti realizzati con la penna magica di Ombretta, che lascia di sé tracce così profonde da proporsi in forma decisamente originale con una scrittura particolarissima e inimitabile, che farà sicuramente storia nel panorama della Letteratura italiana, come già pronosticato dallo scrittore-poeta dell’Università del Texas, nonché critico letterario, Gjeke Marinaj, in una sua dettagliata, attenta, fantastica recensione in inglese.

Sono di parte? Basta leggere il libro per... non pensarlo. Ciascun lettore, infatti, si sentirà "di parte", perché coinvolto in una pioggia di risate senza fine. In attesa di nuovi episodi per poter ridere ancora... Ci scommettiamo?

Intanto, il viaggio de L’Abbondanza del cappero è cominciato sotto i migliori auspici al Salone del Libro di Torino 2023, il giorno 18 maggio, data di inizio della XXXV edizione, con il bellissimo tema ATTRAVERSO LO SPECCHIO.

Naturalmente anche la SECOP edizione è stata presente, come pure l’Associazione FOS edizioni che ha pubblicato, come sappiamo, il libro quale opera prima, in attesa di passare di diritto alla SECOP edizione.

Al Salone, durante l’inaugurazione, è stata mandata in onda una simpaticissima intervista all’Autrice, corredata da un video altrettanto divertente realizzato dalla stessa per valorizzare il cappero in tutte le sue proprietà e virtù.

Poi, un’altra sorpresa con la strabiliante intervista presso Radio Rock di Roma, nel programma "Il bello e la bestia", condotto da Giuliano Leone e Silvia Teti.

E, finalmente la prima presentazione "dal vivo", il 23 giugno alle ore 19, grazie all’invito e alla conduzione del famoso veterinario romano, dr. Fabio Tarsitano, che ha parlato anche degli amici a quattro zampe (e non solo). C’è stato un coro generale di risate del numeroso e attento pubblico. Hanno riso proprio tutti, persino i mici e gli uccellini, vicini di casa e lontani d'udito. Come me che sono stata presente, ancora una volta, solo col cuore tra gli attenti ascoltatori e i passanti per caso…

E il CAPPERO non molla, anzi! Viene infatti invitato da Giuliano Leone, speaker ormai affermato di Radio Rock, insolitamente di domenica in una trasmissione non sua ma affidatagli per l’assenza di altri speaker, verso il pomeriggio-sera, in cui proprio lui, sì lui, Giuliano, “battitore libero in terra straniera” realizza una puntata pazza con le sue sorelle, riproponendo la lettura del  retrocopertina, che qui mi piace riportare tanto è piena d’incanto:

Ehi tu… sì dico a te… a te che hai adesso tra le mani questo libro… e ti starai chiedendo “ma è un libro di ricette?” No non lo è… malgrado le apparenze e il titolo ingannevole che… “dai ci stavi cascando!”, questo libro tra le tue mani, adesso qui e in testé momento è un libro di filosofia… Proprio così… una filosofia di vita dove ti capiterà di leggere episodi che probabilmente ti saranno capitati e ti avranno strappato un sorriso o una risata! E cosa c’è di più bello che ridere o sorridere? Pensa ai muscoli facciali che fanno ginnastica da sé senza dover andare in palestra…
Pensa a quanto il TEMPO della tua giornata ti ringrazierà per avergli regalato secondi di leggerezza e trullallero… Sì perché un sorriso, una risata puoi anche metterli in tasca, incontrare gli amici e condividerli con loro… puoi portarli alla posta o al supermercato mentre fai la fila e puoi pensare: “sti cavoli ho qui con me una risata!”
Puoi anche portarli a dormire con te per farti sognare sogni felici…
Un sorriso e una risata puoi anche incartarli e regalarli a chi nella tua vita ha un posto importante… così importante da fargli dono della parte più bella di te…

E chi non cerca di fare tesoro di queste parole che non hanno solo tintinnanti campane di risate, ma anche e soprattutto il sogno intimo di dare agli altri, soprattutto a chi si vuol bene, aquiloni di sorrisi, nuvolette leggere di veli rosati, carezze dell’anima…

E con tutto questo oro nelle tasche, Ombretta Leone porta, oggi anche in Sardegna, dietro l’invito affettuoso di sua suocera, la straordinaria poetessa Francesca Petrucci, da anni figlia della terra che si veste dell’incantatoazzurromare tra altissimi monti a toccare il cielo fino a confondersi con le stelle, L’abbondanza del cappero, che presenterà questo pomeriggio, con una interlocutrice d’eccezione, la dott.ssa Alessandra Sorcinelli in una location molto suggestiva e fascinosa, come è facile ammirare dalla bella locandina che conclude questo mio percorso sulle tracce di capperi e orchidee mentre questa estate rovente sta per dirci addio, lasciandoci, grazie ad Ombretta, almeno il ricordo delle sue fantasmagoriche, scintillanti risate…

Alla prossima, ancora insieme e ancora con tanti sorrisi…

                                                                                     Angela



martedì 31 gennaio 2023

Martedì 31 gennaio 2023: MARIELLA BETTARINI!

Oggi è il compleanno di MARIELLA BETTARINI. Siamo coetanee. Lei mi precede di mezz’anno, ma entrambe non avvertiamo l’ingiuria dell’età nel nostro impegno letterario e socio-culturale. Il corpo può anche tradirci. La mente forse, a volte. Ma il cuore no. Conserva tutte le emozioni di quando eravamo ragazzine. Noi due ci siamo conosciute negli anni Ottanta del secolo scorso nei numerosi Convegni di “Donne e poesia”, promossi e realizzati, con cadenza annuale, a Bari, da Anna Santoliquido, altra mia grande amica e grande scrittrice e poetessa. Con Mariella Bettarini e con Gabriella Maleti fu amore a prima vista. Abbiamo sodalizzato subito con sincera empatia e consonanza di intenti. Con Mariella, dopo la morte di Gabriella, nostra coetanea, abbiamo intensificato i nostri rapporti letterari, culturali, amicali, nel rimpianto mai spento delle sue fotografie meravigliose e della sua profondissima scrittura in prosa e in versi.

Devo, però, alla straordinaria generosità di Mariella se abbiamo potuto coltivare insieme e così a lungo la nostra amicizia. Lei, famosa e apprezzata saggista e poetessa già dagli anni Sessanta, mi ha fatto dono del suo cuore e della sua attenzione (io allora ancora sconosciuta ai più); dei suoi libri di poesie e dei suoi saggi di critica letteraria; della sua splendida Antologia A parole - in immagini (antologia poetica 1963-2007), Gazebo Libri, Firenze 2008; della sua Rivista <L’area di Broca>, in cui ha dato spazio, negli anni, anche ad alcuni miei interventi tematici.

Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel 1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il dramma del vivere quotidiano.

La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di vita. 

Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente. Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.

Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni un poemetto intitolato POESIE PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi (voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza) progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura, moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora, mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile, dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari. Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì dell’Angelo)

Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me per scrivere: Credo sia opportuno partire da questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il “vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie. Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di “orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome, l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.

Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del 1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).

Anche le voci maschili, dunque, danno vita a ricordi straziati e strazianti della perdita della propria madre. Ed ecco una voce maschile che mi sta a cuore, quella di Alberto Bevilacqua, il grande scrittore e poeta che noi tutti conosciamo, nei brevissimi versi dedicati alla sua amatissima madre (TU CHE MI ASCOLTI - Poesie alla madre), che ha avuto un po’ il destino della madre di Mariella Bettarini: Ci siamo sbagliati a disperare di noi,/ siamo perfetti/ nel duetto per voce sola,/ mia itaca di tutte le vite/ deviate dall’equivoco.

Alberto Bevilacqua, conosciuto in crociera tanti anni fa e diventati amici per oltre un decennio, in cui mi ha sempre affascinato con i suoi racconti un po’ folli, che rievocavano gli “strioni”, tipici personaggi assurdi dell’area parmense, raccontati con la sua tipica “arlìa” (l’inventarsi la vita e il suo gioco tra ironia e mistero). Intenso, immenso, doloroso e complice il rapporto con sua madre, sua “itaca di tutte le vite”. Ma poi, ecco un’altra voce maschile importante, quella di Rainer Maria Rilke in “Le mani della Madre”: Tu non sei più vicina a Dio/ di noi; siamo lontani tutti: ma tu hai stupende/ benedette le mani./ Nascono chiare in te dal manto,/ luminoso contorno:/ io sono rugiada, il giorno,/ ma tu, tu sei la pianta

E qui i versi sono realistici e fortemente poetici, nella visione della presenza della madre non vissuta come una santa, ma cantata per le sue “mani benedette”, un particolare molto significativo del suo corpo quasi divinizzato (“Nascono chiare in te dal manto”) nella visione della protezione, stabile radice della sua instabile mutevolezza (“io sono la rugiada” che si scioglie sul far dell’alba fino a comprendere l’intero giorno che è, comunque,  transeunte rispetto alla pianta, alle sue radici, alle sue foglie che parlano di nuovi domani.

E Mariella è sempre pronta a cogliere nuovi domani con i suoi versi, la sua prosa, il suo pensiero, la sua parola, che colgo e raccolgo ancora dalla sua Antologia per farvene dono. E comincio con due acrostici, tra i tanti, dedicati da Mariella ai suoi alunni di tanti anni fa: ROBERTO e FRANCESCA. Roberto sbarazzino che non puoi mai sbarazzarti di te/ Ottimisticamente ragazzo un po’ bambino/ Benignamente soddisfatto di sé/ Esiti solo se è chiuso il cammino/ Ridi per tutto il resto e/ Triturando libertarie parole/ Ottieni tutto il meglio dal mondo (e poi da te)Forse fine - forte Francesca/ Reggerai bene all’urto della vita e della sorte/ Alla fatica - al fumo - al duro seme/ Nato nel grembo dell’umana coorte/ Coi tuoi colori belli - i tuoi splendori/ E le ilari spalancate tue porte/ Sul Paradiso azzurro dell’infanzia/ Che vince e vince/ Alfine dura morte

Le sue poesie: VI mia casa /lo sapevi?) – casa/ la parola/     mia unica/ ragione - mia casa/ viva e sola/         magione - nido - ostello/ ricovero - ristoro/ riparo - covo - ombrello/ consolazione - polo; VII come sono le case? come/ le palpebre per l’occhio/     il mallo/ per la noce/     per il sangue le vene/     Cenerentola/ in cocchio/     come per verdi foglie/ gli alberi/     per tutti i pesci/ il mare/     per le spade i loro guaini/ pei pescator pescare

E in prosa “Un silenzio tra sguardo e voce”: Se non si riesce a tacere, tanto vale parlare. Se non si riesce a non farlo, tanto vale scrivere. Ma tacere, parlare, scrivere non sono azioni, atti neutri. Mai. E dunque tutti e tre tremendamente pesano e dolgono(gaudiosi) proprio nella e per la loro valenza immensa, per il loro valore di tormenti intollerabili: nella consapevolezza (spesso atroce) del loro   essere contrario ognuno a se stesso, e ognuno d’essi all’altro. (Tacere non è parlare eppure anche il silenzio parla. Scrivere non è parlare. Eppure la scrittura è tessuta di parole, è un silenzio tra sguardo e voce. E parlare non è tacere né scrivere, anche se è loro affine, loro parente). Talora, però, non si può parlare (eppure non si può non farlo). È forse proprio allora che nasce (zampillo incoercibile) la scrittura: quella del male e del bene, quella più vera/nera, quella abbagliante/ quella del profondo-profondo. La scrittura del profondo amore. Del profondo dolore. Questo mi dicevo (e mi dico) sapendo insieme silenzio e scrittura, cultura e natura, istinto e ragione, silente pulsione di dialogo muto. Omaggio ad un’altra scrittura. E viva metamorfosi di silenzio in parola. Di parola in silenzio. Di parola in parola, quando - sciolto, svolto il coraggio delle passioni -  solo il coraggio delle parole resta (delle parole in atto: anche la parola è atto), io passiva/paziente in un comune/non comune Comandamento  

C’è solo da condividere ogni parola, profondamente significativa, altamente poetica. Inno al silenzio e alla parola: orale, scritta, letta. Pensata, taciuta, detta, urlata, sussurrata, silenziata. Perciò anche Inno al dolore da cui si origina la Parola. E più volte Mariella Bettarini ha confessato che si diventa poeti perché da qualche parte, nel tempo, abbiamo ricevuto una “ferita”, irrimarginabile. Quest’ultima si placa e si addolcisce solo con la carezza della scrittura poetica che la leviga, la protegge, la cicatrizza. Guai se non fosse così. Sanguinerebbe fino a procurarci la morte, mentre la poesia è colore, è calore, è Vita. Si protende sempre ad abbracciare il sogno di un nuovo domani.  

E nuovi domani io ti auguro, mia carissima Mariella con un mio breve canto a te dedicato con tanto tanto cuore: Non ci appartenne mai il lungo silenzio/ che ci fissa oggi tra secchi rami/ innevati dei nostri tanti anni a negarci il sorriso/ che sempre accordò le nostre anime/ felici d’incontrarsi tra mai perduta Poesia./ Di qualche mese la danza della tua alba/ anticipa la mia e di Gabriella/ che a maggio con me sorrise alla vita/ e ora tra le stelle/ della sera attende il ritorno:/ la carezza lieve delle tue dita/ la tenerezza antica di antichi nidi/ dei balestrucci nei vasi invasi/ di cinguettii al calore della gioia/ che di stupore pervase il cuore./ Io da lontananze solo geografiche/ il nascere attesi delle loro ali/ mentre la neve scioglieva/ il nostro canto ad una voce./   Calliope    incanta ancora i nostri giorni della festa/ senza più candeline solo il soffio/ di un sogno a registrare il nostro sorriso/   (come sempre, come allora,/     come ora…).

Auguri infiniti da me e da tutti noi alla grandissima, meravigliosa Mariella!

giovedì 15 dicembre 2022

Giovedì 15 dicembre 2022: CRIS CHIAPPERINI, UN POETA TRA LE STELLE... (continuazione)

Ed eccoci di nuovo insieme in nome di Cris Chiapperini che voi amici di ultima generazione state appena appena imparando a conoscere. Non così per tantissimi altri della mia generazione, giù o su di lì, che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e spesso di lavorare insieme, di averlo come amico. Sono profondamente grata a Lino De Venuto che, con il suo commento a quanto scritto ieri su questo nostro blog, ha sancito le mie parole nei riguardi del nostro comune grande amico. Eccole: Grandissimo Cris, la “sua voce” mi ha accompagnato per anni: la sento ancora. E come dimenticare la sua postfazione al libro “I Colori dell’Anima”. Grazie Angela per questo dono!

E Maria Pia Latorre, che ci segue sempre con molto affetto scrive: Bellissima… carta che vince carta che perde, l’orizzonte poetico che si sposta continuamente.

Mariateresa Bari, altra carissima amica sempre presente, lapidariamente ma significativamente commenta: E restiamo incatenati… grazie.

Desidero anche puntualizzare che Lino mi ha riportato alla memoria qualcosa di importante che avevo onestamente dimenticato (i limiti della mia tarda età, purtroppo!): la meravigliosa Postfazione di Cris al suo suggestivo libro su Van Gogh I Colori dell’Anima (edito dalla SECOP Edizioni). Lino ne ha fatto subito un’imperdibile Pezzo teatrale che ancora oggi riceve ovazioni da parte di un pubblico sempre numeroso e sempre religiosamente attento alla sua Arte, al suo Teatro.

Da tutto questo si evince, a mio parere, non solo la grandezza di Cris Chiapperini e di Lino De Venuto, ma anche l’inestimabile valore dell’Amicizia. Quella vera. Immarcescibile. Che va oltre i confini spazio-temporali. E, a questo proposito, mi piace riportare una bella poesia di un altro grande poeta Tahar Ben Jelloun: L’amicizia è un dono/ Assolutamente gratuito/ Sole in ogni tempo/ A qualsiasi latitudine/ È una folgorazione di presenza/ Una prateria tra le mani/ Un saldo legame fraterno/ Senza minimo dubbio/ Senza il sospetto della vipera/ Un corso d’acqua calmo/ Dove le parole e il loro involucro/ Ingoiano il dolore dell’amico.  

Ma scopro proprio oggi sulla pagina FB di Vito de Leo, altro carissimo amico poeta e pittore di grande sensibilità artistica, una poesia di David Maria Turoldo, intitolata “LA BELLEZZA DI QUANDO”, che generosamente Vito ha riportato e che esalta con bellissimi versi il valore dell’amicizia. Eccola: La bellezza di quando la pioggia/ batte sul tetto del cascinale, e tu/ in pace con l’universo:// a ricordare gli amici/ e i tempi andati,/ e le speranze e gli amori/ che ornavano i davanzali!// Poi la gioia del tuono/ a rischiarare i campi/ e tutta la corona dei monti.  

Certo, è bellissimo sentire l’amicizia come “folgorazione di presenza”, come “prateria tra le mani” (Jelloun) "in pace con l'universo/... a ricordare gli amici" (Turoldo), “senza il sospetto della vipera” (Jelloun) che, invece, purtroppo, spesso si annida nel seno dei falsi amici, di quelli che sono ben lieti di pugnalarti alle spalle per loro reconditi motivi, che potrebbero essere anche facilmente individuabili e che si potrebbero riportare almeno in parte alla locuzione latina dell’“Aurea Mediocritas” (Orazio, Ode II, 10, 5), nel senso di evitare di emergere con i propri talenti che non tutti apprezzerebbero come tali con conseguenze facilmente immaginabili… e si possono fare davvero tantissimi esempi. Non ultimo un commento che stamattina è stato postato da Mariella Medea Sivo sulla sua pagina FB e che non lascia dubbi. Mariella è una persona eccezionale per sensibilità etica e amicale, per competenze professionali, per profondi e vasti interessi culturali, che sempre più mette a frutto in attente e dettagliate recensioni e presentazioni di libri, che per stima, apprezzamento e affetto le vengono affidati, riscuotendo sempre più ampi consensi. Mariella, cioè, ha superato sempre più la protettiva soglia dell’aurea mediocritas, attirandosi le ire di qualcuno che non ama applaudirla. Ecco la sua testimonianza che io oso rapinare dalla sua pagina a mo’ di esempio. La carissima Mariella non me ne voglia: Ci sono episodi che cambiano tutto. Irreversibilmente. Che danno una nuova connotazione alle cose, alle persone, svelandole nella loro vera essenza. Che interrompono una magia. La magia dell’amicizia eterna, per esempio.

Credo in un rapporto fra “buoni”, per dirla alla Cicerone maniera: Sed hoc primum sentio - scrive Cicerone -, nisi in bonis amicitiam esse non posse: in primo luogo penso che l'amicizia non possa sussistere se non tra buoni.

Bisogna essere allo stesso livello morale, emotivo perché un rapporto di amicizia autentica sussista, perché si metta in moto quel circolo vizioso teso all’arricchimento ed al miglioramento reciproci. Spesso accade che investiamo in rapporti asimmetrici ed il rapporto prima o poi implode. Distruggendoci.

Considero il tradimento di un amico come l’atto moralmente più grave che un uomo possa commettere nell’arco della sua vita. Il peccato che mai sarà perdonato. Dante colloca i traditori degli amici, dei parenti e dei benefattori nell'abisso più profondo del suo Inferno. A ragion veduta

Come non essere pienamente d’accordo? L’amicizia è (o dovrebbe essere) “sacra” e non c’è niente di più devastante della perdita della fiducia in un amico ritenuto tale. Ritengo che molti di noi si sentano chiamati in causa, tanto è frequente questo orribile tradimento che fa male più di quello di un amore perduto. Per tanti motivi che potremmo analizzare. È, comunque, pur sempre il mio parere. Mi piacerebbe ascoltare anche il vostro. E penso che molti traditori non abbiano contezza del proprio operato, altrimenti si vergognerebbero, ma è nell’umana natura addossare agli altri il proprio malanimo…  

Per nostra fortuna, però, abbiamo anche esempi luminosi di amicizia leale, costi quel che costi, che ci ripaga, ci consola, ci salva. Di Cris e di Lino abbiamo già parlato, ma desidero parlare anche di Filippo Mitrani, mio fraterno amico, devoto di Cris “fino all’ultimo respiro…”. Filippo è anche lui poeta, scrittore e musicista “senza cravatta” come ama definirsi. Ultimamente ha pubblicato con la SECOP Brine, una silloge poetica multimediale e multisensoriale davvero pregevole per versi, sentimenti emozioni che suscita anche con la sua musica. Ebbene, Cris Chiapperini, Angela De Leo e Filippo Mitrani hanno costituito per anni una “triade di amorosi sensi”, un “volersi bene con le ali”.

Niente e nessuno potranno mai vincere l'anima intrisa di azzurro di Filippo con tutta la musica che palpita e vola di incantata Poesia. Eccone una, che è l'esergo dell'intera silloge

                … Azzurro, soltanto azzurro

      concerto ininterrotto d’emozioni

che azzurri ha reinventati arcobaleni

e azzurri tinge spazi e azzurri i tempi.

    Azzurro-azzurro che dilata il sogno

                 e incanta oggi il mio futuro.

 

                                                                 … Sorrido sottovoce al cielo che mi sogna.

                                                                                                        Di esso mi ravvolgo

                                                                                                     e azzurro la speranza.

Anche di Filippo parlerò ancora a lungo se questo “a lungo” mi sarà concesso ancora dal buon Dio!

Per ora vi lascio con un’altra poesia di Cris, inviatami da sua figlia Caterina.

POIESIS 

" Noi siamo fatti della natura dei nostri sogni "

    Chi ha paura di Shakespeare?

I sorridenti, gli innamorati, i poeti, no: loro respirano aria e sentimenti, loro, quando

parlano, suonano: anche bestemmiare per loro è pregare; loro odiano male quando

odiano perché non lo sanno fare, loro molto meglio sanno amare, d'amore sfinire e

magari morire.

 

             I sospiri degli amanti,

i giochi bambini,

le preghiere dei santi,

l'allegria, la melanconia,

i sensi incantati

sono i pani della Poesia.

 

Canta poeta canta, come tu sai cantare, che

" … ci sono più cose in cielo e in terra che non l'intendimento degli umani".

Chi ha paura di Shakespeare?

 

Tu, no!

"Che meravigliosa meraviglia!" è il mio brevissimo commento in risposta d’amore e di sogno a

             quanto detto sin qui! A domani. 

                      Angela


sabato 22 ottobre 2022

Sabato 22 ottobre 2022: i miracoli accadono, basta saperli riconoscere... (continua)

Vorrei continuare a parlare dei miracoli che avvengono nella nostra vita e che il più delle volte non riconosciamo come tali per tantissimi motivi, tutti degni di rispetto, con qualche riserva che, se sarà il caso, andremo ad analizzare. E, intanto, sono contenta dei vostri commenti che vorrei qui riportare per un confronto “ragionato” che ci permetta, forse, di non saperci soli e spaventati di fronte a questi casi inverosimili che pure ci capita di vivere nostro malgrado, con segreto timore ma anche con profonda gratitudine versi quella “Entità Misteriosa” che tutto può. Almeno così credo. 

La mia carissima Roberta Lipparini scrive: mi hai messo i brividiAnna Mininno, sempre molto cara e presente: Incredibile… e, sì, che sa di miracolo (con un cuoricino rosso); Fra LlìIo, profondamente, ti credo e ti ringrazio (con mani in preghiera e rosso cuoricino); Angela Greco AnGreI miracoli accadono e dobbiamo tornare a credere in essi! Grazie (e cuoricino); la straordinaria Rita Bonetti Ritabù si è limitata ad un cuore infiocchettatoMaria Concetta Giorgi, con cui mi sorprendo sempre più in forte sintonia: Continui a scrivere di ciò che in altre forme ho provato anch’io… Intendo quella fede meravigliosaAngela Strippoli, sempre delicatamente vicina al mio cuore, mi conferma la sua presenza con un cuore rosso pulsante.  E per il momento mi fermo qui, facendo delle considerazioni che mi sembra possano accomunare un po’ tutte, Roberta, Anna, Angela G., Francesca, Rita, Maria Concetta, e ancora Angella S., se non in una adesione completa a questi misteriosi accadimenti, sicuramente con una forte suggestione ad ammettere con riserva o ad abbracciare in toto tali possibilità, di cui sentiremmo anche la necessità consolatoria nei momenti bui che, inevitabilmente, attraversiamo.  Ed io già mi sento in compagnia, soprattutto per quella “fede meravigliosa” che difficilmente possiamo affermare a cuor leggero perché non sempre è avvertita come tale dagli atei, dagli agnostici, dai razionalisti ad oltranza, dai materialisti, dagli scettici, e così via. E poi i tanti cuoricini mi confortano, mi danno vicinanza, amore, comprensione…

Altro discorso è il commento molto personale di Mario Sicolo, mio grande grande amico, che mi confessa una notevole apprensione (che ignoravo) per le mie condizioni disastrate: Eccome se li ricordo quei giorni, cara Lina. Furono giorni di trepidazione e dolore, e il pensiero che proprio non si staccava dalle tue condizioni di salute e gli occhi portati al cielo, che non so se fossero preghiere oppure no. Finché, dopo gli interventi, non arrivarono le videochiamate - sospiro di sollievo - per verificare quanto il tuo sorriso fosse sempre d’aurora e le tue parole aureolate di magia… Mio carissimo Mario, mi hai commosso sino alle lacrime con le tue parole così intime, affettuose, poetiche che, se non mi prendesse il timore di peccare di troppa autoreferenzialità, vorrei incorniciare ad una ad una tanto mi ricordano la sconfinata sensibilità poetica di un certo Apulo Scriba di preziosa vicinanza d’anima. Grazie, grazie, grazie! E a te affianco anche Mariateresa Bari che, con le sue profondissime parole, ogni volta, e questa volta ancora di più, mi conforta per totale consonanza di “sentire”: Siamo folli e “poverini” agli occhi degli scettici, ma niente di più bello può accadere a chi crede, nei momenti bui! Grazie, Angela per il tuo dono quotidiano! Un abbraccio ancora più forte (con significativi emoticon che sono luce e amore). Infine, Giulia Basile che mi segue con infinito affetto e grande stima tanto da spingermi ad omettere alcune sue parole iniziali al bellissimo commento che mi ha scritto sul blog e che è un formidabile invito a riflettere su quanto ci possa accadere di straordinario senza sentire in sé una piena accettazione, ma una sottile luminosa propensione ad accettarlo, a farlo nostro per la misteriosa vicinanza a chi abbiamo perso alla vista ma non agli occhi dell’anima sempre attenti a farsene dono nel sogni e nei ricordi vividissimi da sfiorare il vero:  Carissima, il tuo racconto rispecchia quello che tu sei per me(…). Rispetto quello che dici di aver provato e credo anch'io che, per tutti noi ci sia un qualche protettore che, all'improvviso e quando meno te l'aspetti, intervenga in qualche modo, direttamente o per interposta persona, per aiutarci e salvarci. E accade sempre in forme e modalità diverse, e ogni volta sconvolge le mie certezze, e ogni volta mi riporta alla necessità di una fede religiosa, che chiude i vuoti intorno a noi e mi riporta alla bambina di 8 anni, che ero, mentre accompagnavo ogni mattina mia nonna, piccola e curva, alla Messa mattutina (e poi correvo a Scuola leggera) come fossi stata il suo bastone, invece del contrario. L'ho persa quando di anni ne avevo 18, ma so e sento che qualche volta io e lei giochiamo a rimpiattino. Un abbraccio. Che meravigliosa emozione la conclusione altamente poetica che Giulia mi ha donato e che io dono a quanti mi leggono con costanza e affetto: “ma so e sento che qualche volta io e lei giochiamo a rimpiattino”. Quale testimonianza più vicina al mio cuore? E allora, “rincuorata” da questa “corrispondenza di amorosi sensi” riprendo il racconto dei prodigi di cui è costellata la mia, la nostra vita. E penso di non poter prescindere da quelli che mi hanno sempre stupita e salvata. Dunque, <Altri mesi di allettamento, di sofferenze inaudite, di fisioterapia. Altri angeli custodi a prendersi cura di me anche in altre strutture private di riabilitazione, fino al mio ritorno a casa. In piena pandemia. Il mio ritorno il 19 maggio, giorno in cui tanti mesi prima avevo rischiato di perdere la vita. E, se ottobre era il mese degli Angeli Custodi, maggio era il mese di Maria, a cui da bambina, con i nonni e mia sorella maggiore, affidate dai nostri genitori lontani alle loro cure, dedicavamo altarino, candele e preghiere e canti con tutto il vicinato a farci corona. Ma questa è tutta un’altra storia di devozione e incanto…

In verità, i miracoli hanno attraversato la mia vita sin dalla nascita. Dovrei scrivere un trattato. E sempre sono accaduti in modo tale da non poter pensare semplicemente al caso, ma a “segni” indiscutibili di una protezione particolare del Cielo, probabilmente perché sono nata, come ciascuno di noi, per una missione da compiere durante la nostra esistenza terrena, in base ai “talenti” che ci vengono elargiti dal buon Dio per un Suo disegno divino che a noi sfugge. A me e a tanti di noi, che ci ritroviamo in questa pagina, ha dato il dono meraviglioso della scrittura. Per giungere al cuore degli altri e farmi/ci testimone/i della Sua Esistenza, Grandezza, Bontà, Perfezione.  Non in termini filosofici, non in termini scientifici, ma semplicemente attraverso la poesia e il suo misterioso potere di addolcire i cuori. E, oggi più di sempre, ne abbiamo estremo bisogno. E, a rischio di ripetermi ancora e ancora, ribadisco con voce sempre più forte e dolente che stiamo vivendo giorni bui e notti insonni per la terribile guerra fratricida, improvvisa e devastante, in atto tra Russia e Ucraina; guerra, che sta seminando dolore e lutti con la morte di molti bambini innocenti, di donne disperate e sole, di anziani inermi, di uomini decisi a combattere, oltre ogni possibile ragione di offesa e invasione contro un popolo determinato a resistere, per difendere la propria terra, la propria memoria storica, la propria libertà. Certo, ci possono essere letture diverse da questa, ma è incontrovertibile che sempre più stiamo correndo il rischio di distruggere il nostro Pianeta e la nostra Umanità. E non è più tempo di analizzare torti e ragioni, come ho già detto. Motivazioni storiche e spiegazioni teoriche dei grandi soloni che giustificano il ricorso alle armi per giungere “miracolosamente” alla pace. Non è più tempo di ignavia e indifferenza (“non ci riguarda”). È tempo di urlare: “NO ALLE ARMI”, “NO ALLA GUERRA”, “NO AGLI INTERESSI ECONOMICI E AL LORO INDISCRIMANATO E AVVILENTE POTERE”. SONO TUTTI DELITTI CONTRO LA NOSTRA UMANITA’ ALLA DERIVA.

Sappiamo quanto si stia prodigando Papa Francesco, con fermezza e coraggio, perché si cessino le ostilità e si depongano le armi: “In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro”, bisogna “far cessare l’inaccettabile aggressione armata”, che sta riducendo “le città a cimiteri” (13 marzo 2022).

Come stanno facendo tutti i GRANDI della terra, che a tutt’oggi sembrano impotenti ad arginare atrocità e follia; ad assicurare corridoi umanitari per mettere in salvo tanti nostri fratelli che vivono nella paura e nel terrore di nuove morti e nuovo sangue a scorrere lungo i confini della loro terra martoriata. Inefficaci persino le sanzioni contro l’invasore, le soluzioni pacifiche ipotizzate. La distruzione continua e Dio non voglia che si giunga alla terza guerra mondiale, con armi nucleari e non solo.

Per non parlare del materialismo imperante, del nichilismo devastante soprattutto tra i giovani, della violenza gratuita, della droga facile, dell’alcolismo che uccide, dell’arroganza e dell’indifferenza imparentate in un contrasto di comportamenti distruttivi a nostra insaputa. Della conseguente solitudine e della desertificazione del cuore; del suicidio sempre più frequente anche tra i giovanissimi.

È a tutto questo che penso oggi. E penso che la poesia possa essere ancora un’àncora di salvezza per il futuro che ci minaccia e ci spaventa. “Ma Dio dov’è in tutto questo” è l’interrogativo ricorrente sulla bocca dei più. E penso che Dio non c’entri mai nei massacri voluti dalla sete di potere e di denaro di noi uomini. Penso che Lui pianga con noi per la sconfitta del Suo Sogno di farci a “Sua immagine e somiglianza”. Di qui, forse, l’origine dei miracoli: per compensazione e risarcimento? Penso, comunque, che avvengano e riguardino prima o poi tutti noi, ma che occorra saperli riconoscere, come sempre dico, con umiltà e riconoscenza perché nulla avviene per caso. Tutto ha un senso, un significato, un perché, che la nostra umana intelligenza non riesce a penetrare. Vorrei dire tanto altro su questo argomento così delicato e profondo come l’abisso degli oceani e l’immensità di tutti i cieli, oggi sempre più “carichi di nuove luminosissime stelle” (come scienza e fede vanno dimostrando), ma già mi sono azzardata a raccontare l’inverosimile, l’incredibile, l’opinabile. E potrei legittimare altri dubbi sulla mia sanità mentale, oltre quel pizzico di legittima follia che mi riconosco e in cui mi piace riconoscermi anche a ottant'anni "suonati". Mi piacerebbe, però, soprattutto ricevere ancora il vostro parere. Non desidero convincere nessuno, solo avere una possibilità di confronto. Grazie infinite a tutti. Alla prossima (continua).

sabato 1 ottobre 2022

Sabato 1° ottobre 2022: una serata magica da ricordare… (continua)

E riprendo a ri-cordare, a riportare al cuore (come direbbe Mario) quanto vissuto giovedì sera coralmente, felicemente, fra emozioni e commozioni difficili da contenere nella coppa delle mani di tenerezza e gratitudine sotto forma di preghiera. E desidero riportarmi ai collegamenti con Mattia, Roberta, Ginevra, Maria Pia che hanno scelto e recitato alcune mie poesie più recenti che hanno sentito più vicine alle loro “corde”, cioè più confacenti al loro “sentimento” della scrittura, sorprendendomi, ma non molto, per la vicinanza profonda delle nostre anime poetiche. Vicinanza riproposta, con nuovi temi e nuove emozioni condivise, dalle splendide letture di Annalisa Mercurio, sapiente “raccordatrice” di tutti noi durante tutta la serata, e della carissima Francesca Morelli, sempre attenta agli eventi che mi/ci coinvolgono. Ma innanzitutto avverto l’urgenza di ringraziare Mattia per aver trovato il tempo da dedicarmi, nelle molteplici attività in cui è impegnato senza tregua oggi più che mai. Un atto di grande amicizia e affetto da parte sua. E che dire di Roberta, fragile e titanica creatura, sempre dimidiata tra la poesia che le urge dentro, e la paura che l’attanaglia di non farcela, di non essere all’altezza, di non reggere all’emozione che ogni parola da dire, da leggere le procura? Solo un atto di grande amore il suo. Amore puro. A cui mi inchino con grande ammirazione e infinita tenerezza per il suo coraggio tra le sue mille fragilità. A Ginevra devo precisare che mi ha donato la gioia immensa della sorpresa, un dono inestimabile che apprezzo infinitamente perché fa parte della “magia” dell’impensabile che si avvera e sconvolge lo scontato, il quotidiano. E scopro che è madre che s’intenerisce alle mie parole di madre e di nonna, perché riguardano la sacralità della vita e della oblatività del sentimento materno, pulsante nel cuore per sempre. Grazissime, cara amica mia di penna e d’anima. e, infine, come non riportare l’attenzione sulla poesia scelta e sapientemente commentata da Maria Pia? Penso, a questo punto, che sia opportuno riflettere insieme su alcune sconcertanti verità di questo nostro tempo alla deriva. Per questo la ripropongo qui per chi voglia, leggendola, scrivere un commento, una riflessione, o suggerire qualche possibilità di soluzione nel nostro piccolo e con i mezzi che sappiamo adoperare o ci siano concessi, per competenza, per conoscenza o semplicemente per amore delle nuove generazioni, a cui stiamo lasciando una triste eredità:

Ci sarà mai un’alba giusta,

la legge che sovrasti piccoli intrighi

o dispiegate ali di falchi predatori,

e difenda i lenti passi di carni stracciate

verso il campo di grano riscoperto,

e la fatica del pane condiviso?

Ci sarà il canto dell’allodola

accanto alla sinfonia dell’usignolo

a benedire insieme l’universo

dei suoni e delle melodie

dei mattini di sole e l’ombra delle sere?

Non più la tristezza dei bimbi falciati

ancora e ancora sulla terra di nessuno

e un solo grido d’orrore levato al cielo?

Ci sarà un coro di guerrieri d’amore

a rivendicare, per tutti gli uomini inermi

e soli e poveri e diversi e mai estranei e mai

stranieri e mai ignorati umiliati offesi feriti

calpestati, il nome il tetto il sogno la dignità?

Su questo suolo livido d’inganni

germoglieranno fiori tra l’erbe ferite?

Proteggeranno intrecci di mani le siepi

dischiuse su confini di libertà e conoscenza?

Oltre le domande e la retorica d’ogni risposta

ho nell’anima una sola preghiera:

oh Signore di tutte le fedi, solo Tu puoi,

tra campane a festa e luminarie diffuse,

ridonare la perduta umanità all’uomo

e

sorridere al sorriso d’ogni bambino

fiorito sul cuore rappacificato del pianeta.

 

(Ci sarà, ne sono certa, la nostra prima zolla.

Accenderemo di stelle solchi di pianto

e trionfo di luce saranno giustizia e verità).

Mai scelta fu più appropriata, mia carissima Maria Pia, e tu ne hai evidenziato le piaghe/pieghe del nostro cuore lacerato e sempre più spesso inerme di fronte a tanta violenza. E a tanta indifferenza, che a volte può essere peggiore della violenza stessa, e persino dell’egoismo o della pavidità. E lo hai fatto con un commento che vale molto di più della mia stessa poesia. Grazie infinite.

Peccato che la mia disabilità non abbia permesso a tutti i presenti di godere pienamente dei collegamenti con i vostri volti, le vostre voci, le vostre emozioni. Io, inamovibile, purtroppo, ho messo a dura prova soprattutto il regista. Confesso di aver provato parecchio disagio e molta amarezza. È doveroso, pertanto, ringraziare mille volte il regista Vincenzo Bari, fratello di Mariateresa, e quanti si sono prodigati per rendere meno gravosa ogni mia esigenza, rassicurandomi e facendo l’impossibile per conciliare ogni cosa nella maniera più confortevole possibile.

Grazie anche a Dina Ferorelli che, presa dall’emozione della serata, ha scritto per me estemporaneamente un “fuori programma” che vale la pena di leggere. Sono bellissimi versi scritti col cuore e dedicatimi con il grande affetto che ci lega dopo anni e anni di lavoro di penna insieme e di grande immarcescibile Amicizia. Eccoli:

Rose di poesia impresse sul cuore

veleggiano

nella circonferenza del mondo

sei il seme che si fa

pianta albero fiore vita

 

E sei immensità poesia

amore di madre

donna oceano di versi

in fragile equilibrio

dove le tue ali si librano come aquila

più in alto si ogni pensiero

più in alto del silenzio infinito

Arcobaleno di Poesia

Altro “fuori programma” meraviglioso: la venuta alla serata della amatissima Paola Tidona, mia alunna tanti anni fa nella scuola Mastromatteo di Palo ed ora giovane, preparatissima ed empatica docente dalla straordinaria sensibilità poetica e non solo. Come ogni volta accade lei, timida, discreta, dolcissima, mi raggiunge con splendidi doni. Giovedì aveva tra le mani una confezione, vera e propria opera d’arte (immortalata anche in alcune foto della serata), in cui solo oggi, dopo due giorni di giacenza in macchina, ho trovato un dono prezioso: una rosa blu, trattata non so come ma viva e vera, in una scatola trasparente con tante minuscole sfere di cristallo posate sul fondo. Una meraviglia. Altra magia che accompagnerà i miei giorni blu di dolce malinconia, dimensione che appartiene a entrambe. Ti abbraccio forte forte. Mia tenerezza che si rinnova ad ogni raro incontro, ma quotidianamente a me vicina. Ma per me è stata anche una grande sorpresa la venuta da terra straniera, ma sempre italiana, di Luca Crastolla, poeta a tutto tondo e simpaticissimo amico.  

La serata si è dipanata, prima ancora del mio emozionante incontro con Paola, con molti altri “momenti magici”, come quello vissuto durante la lettura di una mia poesia, dedicata a Daniela, la più giovane dei miei figli, da parte di Mariateresa con appassionata e tremante partecipazione. Poi, però, il mio lunghissimo intervento, dopo quello dirompente e fortemente catturante di Mario, ha reso impossibile quanto programmato con meticolosa cura. Ma, nonostante tutto, Mariateresa, Annalisa e Francesca hanno con eleganza accorciato i loro interventi, modificato la scaletta e dato un ultimo brivido all’attento e coinvolto pubblico: stupenda la canzone “Felicità” di Lucio Dalla e Mauro Malavasi, da me tanto amata e molto spesso cantata. Altra magia per il mio orecchio e il mio cuore.

Mariateresa, infine, ha concluso ancora con alcune mie parole, cercate davvero con grande amore:

L’amore è l’‘attenzione’ che trema per l’altro. L’amore non giudica. Ha solo paura che l’amico possa correre il rischio di cadere. È ansia per la sorte della persona cara, che osa il volo non a tutti consentito. È l’amore che ‘si prende cura dell’altro’ e lo fa sentire compreso, protetto, amato. Sicuro, nonostante le proprie fragilità”.                                               

E le note struggenti di “Abbi cura di me” di Simone Cristicchi hanno riempito la sala impedendomi, per la commozione, di ringraziare le amiche e gli amici presenti, altrettanto commossi, come avrei voluto. Lo faccio ora con un abbraccio grande quanto tutto l’azzurro dei mari dei cieli degli oceani della POESIA che ci abita dentro. GRAZIEEEEEEEEEEE. Angela-Lina