martedì 10 ottobre 2023

Martedì 10 ottobre: Gli zingari e altre storie: La casa in via Maggiore: le sue voci e altri luoghi...

                                                                 Il sole lentamente si sposta

                                                               sulla nostra vita, sulla paziente

                                                               storia dei giorni che un mite

                                                               calore accende, d’affetti e di memorie...

                                              (Attilio Bertolucci, stralcio della poesia “At home”)

Desidero ricordare, accanto alle poesie di Dragan Mraovic del POPOLO DEL VENTO, anche gli zingari da me conosciuti da bambina in via Maggiore angolo via De Rossi, nel borgo antico, a Bitonto, mio paese di origine. E riprendo a parlarne riportando un breve stralcio del mio romanzo Le piogge e i ciliegi, vol I (SECOP edizioni, 2017), che ha come protagonista principale mio nonno Mincuccio.

<Tu mal sopportavi in quelle strade l’insediamento improvviso dei “trusciàndə”, non per insofferenza verso quella gente stracciona, ma per le loro urla e bestemmie che bersagliavano le nostre giornate di giochi innocenti e di vivace curiosità per il mondo che ci circondava.

Rə trusciàndə” erano strani individui, una sorta di zingari, che vi avevano trovato rifugio, trasformando il quartiere in una vera “corte dei miracoli”: vivevano in clan, in promiscuità e di elemosina; urlavano uno strano gergo, volgare, scurrile e sentenzioso.

A chì t’è bbìvə!” (a chi ti è vivo! -?-)

e a cə t’è mùrtə e stramùrtə!” (a chi ti è morto e morto ancora!)

era l’intercalare preferito. La meraviglia veniva esternata con:

a rə mùrtə d’attàndə e də màmətə!”

(ai morti di tuo padre e di tua madre!)

e l’interlocutore al culmine del giubilo gridava:

a rə stramùrtə de sórətə!”

(ai tanti morti di tua sorella!),

ca tə pózzə pəgghià ‘nu ‘zùltə o ‘na gòccə!

(che ti possa prendere una sincope o un colpo al cuore!),

a rə córnə ca tìnə!” (“alle corna che hai!”)...

a la féssə də màmətə!” (a quella stupida di tua madre! -?-)…

oppure il più eloquente: “au pəcciàunə də màmətə!”

(al sesso di tua madre!)

Ma queste esclamazioni avevano, a seconda dei casi, anche la duplice valenza della vera e propria imprecazione. O della bestemmia. E con parole impronunciabili anche contro Dio, la Vergine e tutti i Santi. Pietre infuocate che rimbalzavano ormai tra i muri del paese antico.

Tu, per contrastare quel turpiloquio, c’insegnavi le parole del rispetto e della cortesia.

“Le parole gentili che inteneriscono il cuore”, dicevi.

Avevamo un lungo elenco di parole “gentili”: grazie, prego, scusa, è permesso? Non mancherò…

Spesso, poi, “rə trusciàndə” andavano per strada a indovinare la fortuna: gabbietta e uccellino, che prendeva col becco uno dei tanti fogliettini che portavano in un cestino e su cui c'erano frasi beneaugurali o di cattiva sorte. Alcune volte, si accompagnavano con un pianino scordato con all'interno alcune canzoni strimpellate in precedenza e misteriosamente registrate.

Liberi bestemmiatori e liberi sognatori. Diavoli rissosi gli uomini, e bambini appesi al collo come collane su vesti lunghe di scalze regine, le donne.

Sempre in giro e sempre di ritorno, forti della viva forza di essere “clan”. Erano molto simili agli zingari, che più tardi e più opportunamente vennero chiamati Rom, ma non ho mai saputo se lo fossero per davvero. Uguale era il loro comportamento. Erano diventati, però, stanziali. E bestemmiavano contro la guerra e ogni tipo di violenza che non fosse quella verbale. Solo nelle parolacce si sbizzarrivano, perché avevano anche un loro codice d’onore che rendeva coeso e forte il loro gruppo, da cui si tenevano lontani tutti gli altri...

Un mondo che mi affascinava e mi terrorizzava e che avrei osservato dalla mia finestra per fortuna o purtroppo solo per poco tempo. Il tempo di andare lontano. (Accanto alle invettive e alle bestemmie c’era il loro canto, che a me piaceva tanto)

 

... la nostra vita è semplice, primitiva, 
ci basta avere per tetto il cielo, 
un fuoco per scaldarci 
e le nostre canzoni 
quando siamo tristi. 
Il nostro segreto sta nel godere 
ogni giorno le piccole cose 
che la vita ci offre 
e che gli altri uomini non sanno apprezzare. 
Quando si muore si lascia tutto: 
un miserabile carrozzone 
come un grande impero. 
E noi crediamo che in quel momento 
sia molto meglio essere stati zingari che re. 

                                       (…)
Il nostro segreto sta nel godere ogni giorno le piccole cose che la vita ci offre e che gli altri uomini non sanno apprezzare: una mattina di sole, un bagno nella sorgente, lo sguardo di qualcuno che ci ama. É difficile capire queste cose, Zingari si nasce.
Ci piace camminare sotto le stelle, la nostra è una vita semplice, primitiva. Ci basta avere per tetto il cielo.
Un fuoco per scaldarci e le nostre canzoni quando siamo tristi.  
(Vittorio Mayer Pasquale (Spatzo), “La nostra vita migliore è libertà”, 1973).

Ma c’erano ancora tanti altri personaggi particolari a colpire la nostra quotidianità, fatta di realtà e fantasia, in quel quartiese antico.

C’era la “nincò-nànchə chə rə gàmmə a tarallìnə” (quella che ondeggia con le sue gambe a tarallino): una vecchietta con le gambe arcuate che si dondolava sulla persona per trovare un suo equilibrio mentre camminava. Noi ridevamo di cuore appena la vedevamo passare e cercavamo di imitarla nel suo eterno tentennare.

C’erano “Fifìnə e Fófónə”: una coppia che destava la nostra ilarità. Lui era un omone enorme con un pancione traballante e con una voce da orco che ci metteva paura (Pollicino sempre in agguato!). Lei, piccola, magrissima, con una vocina sottile e lamentosa che nessuno amava ascoltare. Persi nella nebbia della dimenticanza.    

Altro personaggio che suscitava la nostra curiosità era un ragazzino, che abitava nei pressi della nostra casa in via De Rossi, perché lo chiamavano “bəccùccə” (beccuccio) in quanto aveva appena sopra il mento, a mo’ di pizzetto (ora tanto di moda e chic), una macchia scura e fitta di peli. Non aveva un nome, ma tutti lo conoscevano per quella caratteristica, oggetto di pettegolezzi delle donne del vicinato

(l’ho rivisto per caso molti anni fa: portava le bombole del gas a domicilio e non aveva più quella macchia nera al mento, ma una graziosa fossetta glabra che gli aveva restituito anche sorriso e disinvoltura…).

La nonna era sempre la difensora di chi veniva passato al setaccio delle lingue biforcute delle sue aiutanti.

Tu la chiamavi: “u avvəcàtə də rə càusə pèrsə. Rə paròulə tə vénənə lìtəchə lìtəchə quànnə à da pəgghià la difésə də quàlchedónə”  

(L’avvocato delle cause perse. Le parole ti scorrono veloci quando devi prendere le difese di qualcuno).  

Ma gli aneddoti riguardanti la gente del quartiere sono davvero tanti.

Uno particolarissimo? Storia o leggenda, cronaca o invenzione ad uso e consumo della nostra curiosità?

Ti ricordi di “capotorto” che abitava dirimpetto alla nostra casa, ma tre o quattro finestre più in là della casa di Annìnə Stəddùzzə?

Era un uomo di mezza età, così soprannominato perché aveva il collo che gli ciondolava sull'omero sinistro. Tu, ogni volta che noi ti chiedevamo perché avesse il collo così piegato e come mai non riuscisse a raddrizzarlo, ci raccontavi la sua storia con la lievità di una barzelletta o la magia di un racconto fantastico.

“Da ragazzo”, dicevi, “'capotorto' aveva il vizio di prendere in giro una donna che abitava proprio dirimpetto a lui e che aveva fama di essere una fattucchiera. Ebbene, ogni giorno era sempre la stessa storia. Lui l'apostrofava in italiano, perché ‘aveva fatto le scuole alte’, con tutti i più brutti appellativi: ‘Puttana, figlia di zoccola, troia, hai finito di menare sentenze? A quale povera figlia di mamma hai tolto oggi i soldi con le tue puttanate? Quanto hai spidocchiato in questi giorni a tutta quella povera gente che viene da te a farsi leggere le carte? Quante ragazze ammalate d'amore hai illuso, fregandoti i soldi, eh, puttana!?!’. 

Pòvərə a tàjə’, rispondeva lei acida, cə nàn tə féucə rə càzzə tìjuə, prìmə o pòuə nàunə scəchìttə la lènguə t’àva cadàjə, ma pìurə la chéupə. Jàgghjə fàitə a cùrə crìstə o au diàvuə ca tə faciójə!’.

(Povero te, se non la smetti di farti i fatti degli altri non solo la lingua ti cadrà, ma anche la testa! Ho fiducia nell'opera di dio o del diavolo che ti ha fatto nascere!).

‘E a te devono cadere le mani e gli occhi per quanti poveri cristi prendi per fessi!’.

E a tàjə la chéupə, sò dìttə, quàndə è auvèjrə chèssa dójə ca stèjə ad adèrscə!’

(E a te la testa, ho detto, quanto è vero il giorno che sta per cominciare!)”.

Era il ritornello di tutti i santi giorni e, una mattina tutti i vicini di casa, compresi tu e la nonna, sentiste Franchino piangere, urlare di dolore, gridare, imprecare. Dalla finestra spalancata la mamma di “capotorto” si sbracciava, piangendo disperatamente.

“‘Gente, accorrete, a mio figlio se ne è caduta la testa!’. E così fu”.

Ora era sua madre, povera donna, a prendersi cura di lui. Lo avevano portato da dottori, maghi, esorcisti, ma il guaio era fatto e nessuno era riuscito ad eliminarlo. Nessuno era stato in grado di raddrizzare quella testa di... che se si fosse stata zitta con quella sua bocca sputaveleno ora non sarebbe rimasta ciondoloni sull'inutile collo. E, invece, Franchino aveva dovuto abbandonare anche gli studi, in cui prometteva molto bene.

Ed ora era sempre lì, come un quadro astratto nella cornice della sua finestra spalancata, con la testa a cascata sull'omero sinistro, una smorfia di dolore e rabbia cucita sulle sue labbra mute

Jèjə ‘nu lùpə sùrdə”… (è un lupo sordo) oppure “‘nu mópə frəcàtə” (intraducibile ma con più o meno lo stesso significato), “càpə də gàléttə” (“testa di secchio rinforzato”, probabilmente con riferimento alla durezza), dicevano di lui, sottintendendo che era sordo ad ogni sollecitazione perché era lì a tramare, nel suo ostinato silenzio, chissà quali vendette che non avrebbe potuto mettere mai in atto.

Così l’abbiamo visto noi per tutti gli anni della nostra permanenza in via De Rossi. Sua madre continuava a parlare per lui, inveendo invano contro la vecchia megera, che da tempo aveva lasciato questo mondo, portandosi con sé la malefica formula che forse, invertendola, avrebbe potuto far raddrizzare il collo a quell'uomo distrutto e mai rassegnato. Mai rassegnata anche sua madre, ormai vecchissima e con gli occhi cisposi e arrossati per il troppo piangere. Le donne avevano pietà di lei. Gli uomini erano solidali con lui. Quei pochi che erano rimasti.

              La guerra li aveva portati tutti via giovani e meno giovani

Ed ora, ogni tanto, ne tornava uno dalla Russia, dalla Grecia, dalla Spagna. Con addosso ferite e disabilità peggiori di quella di “capotorto”.

                                   Ferite invisibili ma ben più gravi dentro

Gli altri non erano più tornati. Erano rimaste le donne. E le povere ombre dei reduci, ridotti senza gambe, con un braccio, con un tremito continuo in tutto il corpo. Solo occhi fissi e immobili nel vuoto del cervello che non voleva ricordare e non sapeva più sperare.

                       Silenziose ombre vaganti in un paese che risorgeva

        Amara rinascita con quei pochi uomini sciancati mutilati sconfitti

Mi facevano tutti paura. Altro che “capotorto”! Immobile nel riquadro della finestra e perciò innocuo. Erano i loro passi a farci paura. Ad accorciare distanze di sicurezza. A far sentire più vicino il pericolo. Qualcuno, urlando e imprecando contro Dio e contro gli uomini, passava per strada trascinato dai figli su carrette di legno con piccole ruote scure sotto una piattaforma di assi messe insieme alla bell'e meglio: un giaciglio per un mucchietto d'ossa e di stracci. Non esistevano carrozzelle per disabili allora, almeno nel nostro paese.

Uno di quegli uomini era diverso. Stessa piattaforma lercia e improvvisata, stesse rotelline di fortuna, stesse imprecazioni, ma dal torace possente e seminudo in tutte le stagioni. Senza gambe. Occhi di brace, capelli lunghi, radi, disordinati. Urla beluine che squarciavano il cielo. Bestemmie blasfeme che ferivano il cuore.

(Dalla cintola in su tutto il vedrai, avrei studiato molto più tardi, pensando sempre a quell’uomo gigantesco con quel suo mezzo busto che si ergeva dalla sua piatta tomba).

Da te appresi, in maniera sempre approssimativa, che era il capo “də rə trusciàndə”. Non destava pietà, ma timore e orrore. Pare che fosse molto violento e molto potente nel suo clan. Tutti gli dovevano cieca obbedienza.

(Più volte, nel corso degli anni, mi sono chiesta come un corpo tagliato a metà, assoggettato completamente agli altri, potesse avere tanta autorità da assoggettare tutti al suo potere fino a incutere una irrefrenabile paura. Non sono mai riuscita a darmi una spiegazione chiara. Univoca.

Forse il potere stava nella forte personalità dell'uomo.

Forse aveva i suoi scagnozzi pronti a tutto pur di assicurarsi il pane quotidiano. Forse...

O forse perché, essendo io una bimbetta allora e avendo io tanta paura, proiettavo sugli altri i miei timori innocenti, le mie innocenti paure?

Forse perché tutto era avvolto nel mistero. Di tutto si parlava tra adulti, ma di tutto non si doveva parlare di fronte ai bambini.

Forse perché erano tutte dicerie).

Le voci si rincorrevano per le strette strade del paese antico e non avevano mai suono chiaro, parole precise. Le parole sembravano di fumo e di nebbia. Si addensavano e poi svanivano. Parole come nuvole. Voci. Sussurri. Mezze verità. Molta fantasia.

                            La gente aveva bisogno di credere in qualcosa

Meglio se inverosimili realtà. Fantasmi notturni in processione. Monachicchi nelle case a distribuire soldi o a fare dispetti. Asini in volo. Non le più credibili farfalle multicolori, ma asini a loro misura.

                                  Improbabili realtà e molta immaginazione

Era stanca di brutte verità, la gente. Di tragiche verità. Aveva bisogno di dimenticare. Forse anche di sognare. Ma non sapeva neppure cosa fossero i sogni... E così si arrampicava sulla fune-appiglio della sua povera realtà. (…)

Ricordo ancora molto bene, nonostante le mie brevi primavere e i mai dimenticati panieri di ciliegie sui balconi, i pettegolezzi delle donne di quell’angolo antico di mondo, anche se, paradossalmente, la nonna, allora, non aveva ai miei occhi una sua definizione dettagliata. Era come se lei facesse parte integrante di quelle donne. Quasi fossero un unico blocco.

Tutte quelle donne, comunque, ne sapevano meno di nonna dei veri problemi della società o della comunità sociale in cui vivevano. Il loro era solo un blaterare di inezie senza punti di riferimento concreti e importanti. Nessuna aveva sfiorato orizzonti più vasti oltre i confini di via Maggiore angolo via De Rossi, oltre la vamasciòulə, u fùrnə də sàn Giuànnə o u fùrnə də Sànd’Andrè, la chiàzzə, la Pórtə

(la fontana, il forno di san Giovanni, e quello di sant’Andrea, la piazza, la Porta Baresana, cioè quella più importante delle quattro porte d’ingresso nel paese antico, dove la sera contadini e braccianti s’incontravano con i datori di lavoro “pə scì a prəmèttə”: andare a farsi ingaggiare per il giorno dopo come braccianti e per incontrarsi in campagna a “pógg’àlbə”: per la prima alba, al primo chiarore nel cielo).

E forse non si ponevano neppure, come invece a te accadeva, il dubbio che oltre ci fosse altro da scoprire, da conoscere, apprezzare oppure da rifiutare, biasimare o per cui inorridire.

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