domenica 17 ottobre 2021

Domenica 17 ottobre 2021: e torniamo a parlare d'AMORE con POESIA...

Sono ancora tante le poesie d’amore che mi sono pervenute o che ho raccolto affacciandomi su FB. Le trovo imperdibili perché cantano l’amore in tanti modi diversi e con sfaccettature diverse, di cui occorre tener conto per comprenderlo di più questo sentimento così intimo e privato e così universale. Alcuni studiosi della comunicazione sempre più vissuta sui social esprimono parere negativo su questo fenomeno che ci coinvolge ormai un po’ tutti perché non c’è momento di vita quotidiana, dalla nascita alla morte, che non trovi il suo spazio su Facebook, Twitter, Instagram e così via. Annullando completamente la privacy. Sono d’accordo anch’io in linea di massima perché mi sconvolge l’annuncio della morte di una persona cara immediatamente dopo la sua dipartita. E il dolore? Come si fa ad avere tempo e pensieri rivolti al social mentre urge dentro e strangola il dolore per la perdita di una nonna, una madre, un fratello, un figlio? Eppure oggi accade. E ogni sentimento positivo o negativo naviga in rete, diventando di tutti e di ciascuno. Così avviene anche per l’amore condiviso. È un danno? È una ricchezza? È un senso di comunità e di appartenenza che si dilata e ci fa sentire meno soli? È puro esibizionismo? È desiderio di condivisione? Potrebbe essere di tutto un po’. Bisognerebbe scavare nei meandri complessi e insondabili dell’animo umano (un insieme di corpo-mente-cuore-DNA-passato-presente-futuro a formare il tutto che è sempre molto di più della somma delle singole parti). Personalmente, penso che ben vengano le poesie d’amore in un mondo, anche quello virtuale, che sempre più oggi è intriso di indifferenza, egoismo, violenza, odio, sopraffazione, fino ai dati estremi di omicidio/suicidio sempre più frequenti nel nostro tessuto sociale e familiare. E dunque, è bene, a mio parere, continuare a parlarne. Non credo possa farci male. Ho tra le mani ancora poesie molto belle che voglio condividere per apprezzarle insieme e per un confronto sempre arricchente e salutare anche tra pareri discordanti, anzi soprattutto tra punti di vista diversi.

E allora vado a cominciare con alcune poesie d’amore di Maria Pia Latorre, che ci offre dell’amore una vasta gamma di accezioni tutte ricche di pathos, in una veste originale, insolita, nuova ma in sintonia con la poetica di questi ultimi tempi, con tante sinestesie e tante metafore e tante figure retoriche con rivisitazioni in rima. Titolo della prima  “Ti amo e in te la vita”: Ti amo e in te la vita/ sorpresa in questo spasmo/ impasta nuvole e lenzuola/ con le palpebre di finestre/ abbassate a metà/ a far cantare la città// Ti amo e in te la vita/ ha consistenza di frutta/ rovesciata sull’erba/ un biglietto Roma New York/ rollato nella tasca del cappotto// In te la vita amo/ e amo il tuo mare/ tra mocassini rattoppati/ stesi sulla tela/ cuori vaganti/ in respiri d’edera// Ti amo e in te la vita/ non è vita se non per reggere il destino/ col sorriso impavido/ di un buon profumo/asperso per sfida// In te la vita amo/ scivola la mia mano/sul tuo mare velluto/ dentro cose adagiate per sbaglio/ dimentiche della nostra essenza/ scivola sull’ennesima emissione di fiato// spezzato in due/ si espande il pensiero/ senza considerare la luna fiorita tra i rami// Quanta attrazione per dirci,/ solo per dirci// due fiumi d’acciaio bianco e nero,/ avvinti dai primordi/ nel tempo fermo// ma se s’inarca/ nell’ansa del collo/ uno slancio//    un arcobaleno/ in/ fiamma ci avvolge; “Gymnopedie n. 1” è il titolo della seconda: Con te sfioro la pienezza del vivere eterno// le sabbie del deserto di Gerico/ ammaliate da sfolgorii radianti/ come acquerugiole diamantine// giacigli di gelsomini astrali/ seguono il destino delle viole/ e del pensiero…/ ah! il pensiero/ muove a folle velocità/ negli spazi profani/ delle disimmetrie/ con le lune immote nei destini/ disgiunti/ e i corpi congiunti// allegria di frastuoni si affacciano/ alle finestre/ cercando il dove/ cercando il se del sé/ nei gesti incorporei/ di stolida felicità// senza accorgercene/ ci espandiamo/ nel vivere eterno/ dell’incorporeità// torneremo ancora quaggiù?; “Montepiano”, titolo della terza: Scrutiamo il futuro/ a passi felpati/ come gatti su tegole incerte./ Hai preso la mia vita/ e ne hai fatto felicità// Le nostre promesse/ sollevate dal vento/ tra i vicoli pietrosi/ un tetto di carta indorata/ la quiete che ferma il tempo/ sulle nostre teste (da L’enigma dei crochi). Meriterebbero un commento dettagliato tanto sono ricche di senso e significazione, ma non è possibile in questa sede. Vorrei sottolineare la bellezza del “tempo fermo” che la “quiete” regala, cercando anche ma non solo “il se del sé”, il dubbio che vanifica persino la parte più intima di noi nel momento in cui ci oggettiviamo e prendiamo le distanze da ciò che eravamo e che siamo per riscoprirci diversi e nuovi. Dove la certezza? Nel passato remoto o nel futuro che ci attende mentre noi lo attendiamo, senza il coraggio di andargli incontro? O forse sì? Da soli? In due? In tanti?

Ma ecco un’altra bellissima poesia d’amore di Assunta Braì al suo uomo Gino Locaputo. Entrambi poeti, entrambi con un passato difficile da indossare come abito mai del tutto dismesso, entrambi forti e coraggiosi nel rinascere ad ogni nuovo sole “sulle sciagure umane”. L’importante è essere insieme. Il titolo emblematico “Dammi la mano”: Dammi la mano/ e camminiamo insieme/ verrò con te/ negli anni verdi tuoi/ nella mia gioventù/ ti guiderò…/ e poseremo i piedi/ in prati verdi// nell’erba mai falciata/ dei tratturi/ e ti farò ammirare/ gigli bianchi/ nel cielo azzurro/ di un antico giugno/ poi torneremo insieme/ ebbri di sole/ a vivere quello che…/ ci resta/ vestiti gli occhi tuoi/ di verde e azzurro/ di gioventù/ che dicono trascorsa. (dedicata a Gino Locaputo che da più di sei anni è il mio compagno di vita). Tenerissimo canto che incanta di giovinezza sempre viva, acciuffata per i capelli sempre lunghi di ricordi da rivivere senza rimpianti e nostalgie, assaporando il presente attimo dopo attimo.

E ad un amore da vivere con… “quello che resta” ecco affiancarsi l’incanto del “PRIMO AMORE” di Lizia De Leo: C’era il plenilunio/ quella sera d’agosto/ di non so quante centinaia/ di anni fa…// Una brezza leggera/ muoveva le cime/ delle palme/ e le foglie degli ulivi.// Saliva da lontano/ con una fragranza leggera/ il salino del mare.// E un vecchio giradischi/ posato sull’erba secca/ dilatava una musica lenta.// Ballavo tra le tue braccia./ Eri il primo amore./ Ma tu non lo sapevi…  Tutto era magico, anche il “vecchio giradischi/ posato sull’erba secca”, in quel cerchio di “musica lenta” che il “plenilunio” illuminava a giorno e faceva capriolare il cuore in un tumulto silenzioso che “lui”, il ragazzo amato, ignorava. La conclusione di innocente malinconia rimescola realtà e sogno tra rimpianto e nostalgia di quel primo segreto batticuore… Ma ecco come contraltare un nuovo amore, diverso, vissuto nella pienezza dei sentimenti condivisi, pur nella inevitabile asimmetria degli anni. Ma quanto vero, meraviglioso, salvifico! “Nonna e nipotina”: Tengo la tua mano/ nella mia./ Piccola./ Tenera./ Tiepida.// E mi sembra/ di stringere/ il tuo futuro/ aurora di primavera/ luce liquida/ di un azzurro mattino.// Inconsapevole/ della tua pura energia/ con i tuoi abbracci/ lenisci le mie ferite/ le perdite e le assenze.// E smentisci/ tu, creatura agli albori,/ il tempo breve/ che mi resta/ negandone il compimento.// Nipotina e Nonna:/ mistero di un amore di miele/ e di vaniglia/ dialogo muto con la meraviglia. Improvvisa dolcissima rima che tutti riempie di meravigliosa emozione.

E stamattina leggo su FB una storia d’amore che supera il tempo e lo spazio e si fa infinita. È di Mattia Cattaneo, delle cui poesie d’amore ho già parlato qualche settimana fa. Ma i versi che ho letto stamattina meritano una condivisione più estesa e senza limiti: pelle resa/ a livida seppia/ nel pneuma/ di questo srotolare/ i nastri consumati// giorni diluiti/ in una messa a fuoco riuscita male/ dove si vive solo di uno sguardo/ o di gesti mossi da un’aria/ che sa di parto improvviso// incagliato/ sui miei precipizi/ ti dissi nel pieno silenzio// so reagire ad un addio.  Conclusione urlata coraggiosamente che non corrisponde a verità. Perdere la propria mamma da ragazzino è una ferita nell’anima che nessun altro amore risana, eppure tutti li comprende perché si fa arco d’infinito, in cui Mattia rinasce (“parto improvviso”, che sa di partenza e di arrivo) all’amore per lei, per la sua compagna, per gli altri ad ogni nuova alba…

Poi, Elina Miticocchio mi porta tra le mani una poesia d’amore assoluto: Tu solo puoi abitarmi/ tu infinito/ tu cielo/ tu fronda d’albero/ Ho mani invisibili ai più/ tu curi la mia sostanza/ e se sono strana/ e ti cerco/ ringrazio per non trovarci/ Un giorno ci incontreremo/ e saremo visibili/ ai più, ai tanti… E l’amore che rende “visibili/ ai più, ai tanti…” è una nuova benedizione.

Infine, un anonimo (un uomo, una donna?) mi scrive “Le intenzioni interrotte” su cui credo che occorra riflettere molto:  Sfolgorante bellezza naturale/ a sedici anni coniati d’oro puro/ lei del primo del secondo/ del terzo amore si fece vanto// al quarto dedicò labbra e mani/ passione carezze tutto il cuore/ e pugnali ebbe tra schiena/ e petto a trafiggerla di giorni/ mesi anni e un solo tormento// Lei avrebbe voluto un uomo/ a proteggerla da ogni inganno/ un figlio da amare/ la mano sua da stringere/ contro il seno// contro ogni tradimento/ e pietre da scansare/ o fiume da cercare/ prima di tuffarsi in alto mare/ contro rapide torrenti cascate// imboscate e rovinose cadute/ ma le attese senza richiami/ inaridirono lo slancio del cuore/ interruppero la voglia di danzare… La forza devastante dei tradimenti? Un tema da affrontare. Forse nel Retino. A partire da gennaio. (continua)

mercoledì 13 ottobre 2021

Mercoledì 13 ottobre 2021: ULIVO e i nostri commenti in prosa e in poesia...

Oggi, mercoledì, è giorno dedicato a Mercurio, il dio alato, il messaggero di buone novelle, il tramite tra gli dèi e gli uomini, tra il cielo e la terra. E io spero che il suo messaggio beneaugurale giunga a tutti noi che siamo giunti alla fine di questo percorso affascinante nelle pagine del libro I RACCONTI DI ULIVO, in cui abbiamo abbracciato le fantastiche tele di Enzo Morelli e ci siamo commossi ai racconti che cantano questo Altare sacro e umano, il nostro Ulivo, dipinto e vissuto in tanti modi e sul quale è stato facile scrivere. Comincio da quanto ha scritto la carissima Mariateresa Bari subito dopo aver partecipato alla inaugurazione della Mostra delle tele di Enzo Morelli e alla presentazione del libro, nel bellissimo Chiostro del Palazzo di Città di Corato, la sera del 2 ottobre: “Le tele del geniale artista saranno esposte dal primo all’otto ottobre. Gli scatti e i miei versi a raccontare le emozioni per la magica serata! Per le foto, rimando alla mia pagina del 2 ottobre su FB; per la poesia, intitolata “Approdo”, eccola: “Bruco ai bordi del sapere/ in ammirata contemplazione/ Dalle mie ossa nude/ si prolungano radici/ ad abbracciare l’anima/ E sarà immacolata consolazione/ se l’autentico si annida/ cinguetta il cielo alla vita/ È prodigio/ nel celeste fiorito tra i rami/ del mio belare un frullio d’ali.”. E sempre di Mariateresa:  Si può dipingere anche l’invisibile. Si può dipingere la sofferenza, i sogni, l’amore. E Morelli ci riesce benissimo… Commovente il suo incipit: ‘Negli ulivi ho dipinto me stesso, i miei dubbi, le mie ansie, le mie fragilità…’. Grazie Angela per questo approfondimento della sua poetica…”. Ma Mariateresa, riportando le parole di Valentino Losito, e ispirandosi anche ad altri Autori, ha scritto ancora: “Sopraffatti dal rumore fuori e dentro di noi, siamo radici in cerca di silenzio. Il non detto, le parole mute che irrompono nella nostra anima”. “Uomo, torna uomo!”, ha esclamato: “È il grido della nostra Terra. È il grido di tutti noi. E c’è da interrogarsi su questa grande verità!…”. Certo, c’è da interrogarsi! Ed io spero che sul nostro blog se ne parli ancora insieme per un salutare confronto. Ma poi ecco una poesia breve ma intensa e molto profonda, come è nelle corde luminose e dorate di Angela Strippoli: “Vengo dalla zappa del contadino/ Sono figlia delle forbici da pota/ Ho spina dorsale delle vigne/ e i seni ricamati di pizzo/ Per morire ho tempo/ Ora voglio guardare il sole”. E tutto diventa lieve, incantato, di solare voglia di vita. E propongo anche i vari preziosi apporti di Vito Tricarico in prosa e con bellissime immagini dei campi di ulivi di ieri e di oggi (per chi volesse “assaporarle” rimando, ancora una volta, alla mia pagina…): “Ciò che dipinge Enzo Morelli è il miracolo dell’ulivo. È un miracolo che vede protagonista una divinità del mondo antico, venerata nel mondo greco, come anche nella nostra terra: la dea Minerva. Mi sembra bello rammentare la leggenda della sfida tra Atena e Poseidone per diventare la divinità protettrice della città di Atena. Entrambi avrebbero offerto un dono agli Ateniesi per la scelta di quale fosse il migliore. Poseidone piantò a terra il suo tridente facendo scaturire una sorgente d’acqua. Atena, invece, conficcò la sua lancia nella terra e da questa fuoruscì il primo ulivo idoneo ad essere coltivato. Forse a causa del sapore salmastro dell’acqua della sorgente, o pensando giustamente che l’ulivo avrebbe procurato legname, cibo e olio, gli Ateniesi scelsero il dono di Atena, eleggendola a patrona della città. Un albero che ha avuto tante attenzioni, merita di essere raccontato, descritto, esaltato cantato dagli artisti nei diversi campi dell’Arte…”. A questo intervento dettagliato sulla leggenda, che vuole Minerva anche sacra alla città di Bitonto (di cui hanno parlato con altrettanto amore Zaccaria Gallo, Antonio V. Gelormini e altri autori...) ha risposto Cettina Fazio Bonina, mia carissima amica e Presidente dell’ormai famosa Associazione culturale “Porta d’Oriente: “Vito Tricarico, grazie del contributo che hai portato con questo messaggio, i saperi arricchiscono l’animo!”; “I racconti di Ulivo, un libro di grande valore culturale che coniuga Letteratura e Pittura con competenza e professionalità! Complimenti alla SECOP!…”.  Ma anche Zaccaria dice la sua: “Caro Enzo, ho aperto per caso su Facebook oggi e ho trovato questa novità. Sono contento per te e per il tuo sogno che ha preso forma reale. Complimenti e in bocca al lupo.”. E Nicola Patronelli commenta: “Se gli ulivi parlassero, ogni uno di loro raccontassero la loro storia, sarebbe il massimo del fascino esistente sul nostro pianeta.”. E Caterina De Fusco sintetizza efficacemente: “Bravi… Grazie per la vostra dedizione”. E ancora: “Una bellezza non quantificabile in moneta ma ‘in un prendersi cura’”. È così che si fa rete:  nell’arricchimento reciproco e nella possibilità di allargare il dialogo e di aprirsi al confronto. E, infatti, Vito Tricarico continua ad arricchirci con la sua esperienza di chi ama l’ulivo fino a coltivarlo nel rispetto delle regole antiche: “Sua maestà l’Ulivo è la pianta tipica del nostro Paese. Gli ulivi che popolano la nostra piana e adornano le nostre colline, come raccontato nel testo odierno, sono fonte di ispirazione per i pittori, fotografi, poeti e scultori. Se non sopraffatti da malattie e da colpevoli incendi, resteranno sempre a testimoniare l’amore per l’essere umano col loro prezioso olio, oltre che essere fonte di ispirazione, ma… Ho avuto il piacere di piantumare molti ulivi novelli, tutti a debita distanza di almeno 6 metri fra ogni pianta. Oggi purtroppo gli ulivi novelli vengono piantati in filari come le viti e crescono con grande spreco di acqua e concimi… Occorrerà, in seguito, ancora più cura dei vecchi ulivi centenari che ornano il nostro territorio, perché le novelle piantagioni, dopo vent’anni, hanno bisogno di essere espiantate…”. Ancora: “Ulivi: fonte di continua ispirazione. Grazie Angela De Leo per la tua disamina artistica… In autunno è un incanto ascoltare la brezza lieve che in silenzioso concerto le foglie d’argento sfiora e i tronchi nervosi ristora.”. E, intanto, mi vengono quotidianamente incontro le poesie di Elina Miticocchio e tutto si colora di gioiose parole che il cielo le detta, fra un volo azzurro di Chagall e un verde prato, dove radici di libri ricamano l’appartenenza al mondo della scrittura, mai dimentica del vento tra gli alberi, del fruscio delle foglie: “Ho deciso di volare in un fresco settembre/ le foglie rosse a tappeto/ ed io seduta su una panchina/ all’ombra di un grande ulivo/ a leggere e studiare./ Sarà così o forse sto sognando/ ma in fondo ad ogni sogno/ trovo la mia verità…”; “Sono neve che scioglie i nodi/ nido che culla me stessa/ imparo un alfabeto nuovo/ mi amo intera/ e in terra lascio le vesti/ e trasparente vado/ per i miei campi/ mi nutro di chiome di alberi/respiro l’ombra di un ricordo/ lo lascio danzare/ sulla mano/ aperta”; “noi siamo le nostre radici/ salde da proteggere/ siamo il suono della terra/ utero// infine siamo Cielo/ che si è fatto pezzetto/ in noi”.   

Ed ero convinta di dover chiudere col l’azzurra lievità trasparente di Elina, ma poi ho letto la pagina imperdibile di Nicola Pice e non ho potuto fare a meno di rubargliela per postarla qui a conclusione (e che conclusione!) di questo nostro stare insieme all’ombra luminosa del nostro imperituro ULIVO.

CRISTEFINGE, UN CANTO POPOLARE DISPERSO

Nello studio di onomasiologia relativo a Opere e attrezzature della olivicultura e della viticultura scritto da Francesco Rutigliano sul finire degli anni quaranta e pubblicato nel 1980 nell’ambito della collana “La nostra Bitonto” a cura della locale associazione turistica Pro-Loco, la voce ‘Cristəfingə’ è così descritta: “E’ l’atto con cui gli operai, in segno di letizia, finite le opere della olivicultura e del frantoio, legano il padrone ad un albero o a un carro agricolo o a una sedia: evidente il ricordo del Cristo fisso (finge, da figo) alla croce, ricordo che nel parlante o è svanito o non ha l’ombra della irriverenza”. Nel suo Lessico dialettale del 1957 Giacomo Saracino spiegava a sua volta così la voce Cristəfingə: “Festa che i contadini e specialmente le contadine fanno, tornando sui carri da campagna, l’ultimo giorno del raccolto delle olive: *Cristus vincit (canto predominante, durante la festa)”. In effetti a questo rito, una sorta di saturnali dell’olio, con il rovesciamento dei ruoli di padrone e servitori di esso, seguiva uno scomposto corteo di lavoratori, donne e ragazzi, che attraversava il paese ostentando un tronco d’olivo. Liberamente si cantava da parte della festosa brigata dei partecipanti. Poi seguiva un banchetto, per lo più modesto, con i rituali “ziti”: era una sorta di kùnzuə dopo gli estenuanti lavori di campagna. In questa perduta antica tradizione forse c’è traccia di un rito pagano (impiastricciarsi il volto con la feccia di vino durante la vendemmia) combinato insieme allo scherno dei soldati al Cristo legato alla colonna, spesso raffigurato con la scritta Christus vincit, un motto, che è l’inizio dell’inno cantato dalla chiesa cattolica nelle solennità, specie nelle messe pontificali. Ritengo che il nostro Cristəfingə - in evidente assonanza con Christus vincit - possa ricondursi al verbo latino fingo, ‘immaginare, inventare’, dunque Cristofinto. Di quella stornellata risultavano sopravvissute solo due quartine di ottonari a rima baciata, ma nessuna traccia del testo nella sua interezza, sino a quando una più ampia testimonianza è emersa nel recente testo di Peppino Moretti “Vətòndə: la vàucə d’ajìrə”, che riporta in appendice proprio il nostro Cristəfingə. Su questo testo sono intervenuto apportando tutte quelle modifiche necessarie per una migliore rispondenza alla organizzazione e distribuzione delle parti tra i vari cantori e ancor più per un miglior accordo con la struttura compositiva del canto. Esso risulta strutturato in strofe di ottonari a rima baciata con gli accenti metrici collocati nella terza e settima sillaba, al fine di una accentazione che facilmente si imprime e meglio si dispone ad una cadenza cantilenante. Il testo si compone di 138 ottonari: 58 eseguiti da una voce assolo, 42 da un duetto di voce maschile e voce femminile, 38 da un coro di campagnoli. Il tutto appare un brioso ‘recitar cantando’ che evoca vicende gioiose attraverso un gioco di parole contrassegnato dal ricercato equivoco del doppio senso e dallo scherno irriverente, senza rinunziare ad esprimere emozioni e sentimenti pregne di sapore, odore e colore. Riappare una traccia di un mondo contadino perduto, una sorta di specchio di quella realtà sociale sia pure trasferita a un piano di demistificazione parodico-caricaturale. La tradizione orale, difatti, racconta di un grosso ramo di ulivo portato dalla campagna, legato ad una estremità di una verga a indicare il Cristo. In paese si snodava un lungo corteo di contadini sia uomini che donne, preceduti dal portatore del suddetto ramo, simbolo di ricchezza e di allegria. Si creava un clima di intensa allegria, che maturato durante la festa suggeriva una sorta di realtà alternativa o di mondo alla rovescia, in cui diventava lecito legare all’albero il padrone. Ungendolo di olio e di vino e legandogli una fune intorno al petto, fingevano di seviziarlo tra grida e canti per poi farsi promettere, in cambio della liberazione, un pranzo coi fiocchi: un vero e proprio rito propiziatorio e liberatorio, le cui radici antropologiche andrebbero forse ricercate in antiche usanze orgiastiche e feste rituali. Oggi è completamente dimenticata questa usanza del Cristəfingə, che si poneva a suggello della festosa conclusione dei lavori della raccolta delle olive. (qui riporto i primi 42 versi)

Voce assolo

‘Ndoppə màngə e ‘ndoppə mìngə,

s’acchəmmènzə u Cristəfìngə.

Né a patràunə né a patrìunə

u chərròivə né a nəsscìunə.

Vè pə sànghə la natìurə, 5

tènə vòcchə e tènə fìurə.

Anəmèulə, fèmənə e màsquə

vònnə tuttə a gìrə də vàsquə,

e la vàsquə du trappòitə

pe la fèstə vòlə u ‘mbòitə. 10

Uè patrìunə e uè patràunə

tùtt’a sciùchə, cə sə nàunə,

‘mbìcchə sèulə e ‘mbìcchə aciòitə,

nùddə a chiàngə e tùtt’a rròitə.

La paròulə du nagghìirə 15

mèttə u bbàstə au dəcətìirə.

Dəcətìirə a rràgghiə də ciùccə,

l’apərtìurə a ‘mbà Vətùccə.

‘Mbà Vetùccə jè chəmbratàurə,

du patrìunə nu bbùnə trəsàurə. 20

Attaccàmə la canzòunə

e brəndàmə a la patràunə,

u patrìunə vè pə ssòttə.

jèddə rèiscə tùttə rə bbòttə.

Coro

Cristəfìngə, Cristəfìngə, 25

cchiù tə strìngə e cchiù m’avvìngə,

e cə mègghiə tu vu fèuə,

au paràitə u dà prəttèuə.

Duetto

Uèh uèh Marì, uèh uèh Ciccì,

vìine all’àcque au pùzze mì! 30

- Uèh Marì, e ce vìne sòla sàule

T’àgghia ròmbe la rezzàule

- Uèh Ciccì, e ce vìine assule assìule

T’àgghia fa vèive jìnde au rezzìule.

- E ce vìine acchembagnèute 35

T’àgghia ròmbe la pegnèute.

- E ce vìine acchembagnèute

T’agghia jègne la pegnèute.

- E ci vìine de matòine

T’agghia ròmbe u piattòine. 40

- E ci vìine matìne matòine,

trùuv’achìuse u pettegòine.

Voce assolo: Dopo a mangiare e a pisciare, / diamo inizio al Cristofinto. / Non si offenda il padrone / o la padrona né nessuno. / Nel sangue scorre la natura / ed ha bocca e versa fiori. / Animali, femmine e maschi / vanno tutti a giro di vasca, / e la vasca del frantoio / per la festa vuole l’invito. / Ehi, padrone, e tu, padrona, / tutti a giocare: caso contrario, / poco sale e poco aceto, / nessun pianto, ma solo riso. / La parola del capo-frantoio / mette fine alla diceria. / Diceria a raglio d’asino, / l’apertura a compare Vituccio. / Compare Vituccio è fattore, / un buon tesoro del padrone. / Cominciamo il canto / e brindiamo alla padrona, / il padrone va … di sotto, / ma lei regge ogni …botta.

Coro: Cristofinto, Cristofinto, / più ti stringi e più m’avvinci, / e se meglio tu vuoi fare / al parete lo devi portare.

Duetto: Uèh uhè Marì, uhè uhè Ciccì, / vieni per l’acqua al pozzo mio!

- Uèh Marì, se vieni sola soletta / ti romperò la brocca

- Uèh, Ciccì, se vieni solo soletto / ti farò bere nella broccola.

- E se vieni accompagnata / ti romperò la pignatta.

- E se vieni accompagnato / ti riempirò la pignatta.

- E se vieni di mattino / ti romperò il piattino

- E se vieni di buon mattino / trovi chiuso il botteghino.

Grazie, Nicola, per questa preziosa perla recuperata. È la conclusione giusta a I RACCONTI DI ULIVO, in cui tutti ci siamo immersi e ritrovati, riconoscendoci nelle nostre comuni radici, nel nostro ESSERE ed ESSERCI, insieme, come in una bella grande famiglia: ieri, patriarcale; oggi, estesa; domani, interplanetaria. E, alla fine, abbiamo scoperto, dopo tanta reclusione, che è bello RITROVARSI E ESSERCI! Il nostro “botteghino” (senza doppi sensi!) è sempre aperto perché gli Ulivi di Enzo Morelli ci faranno ancora compagnia come i canti e le tradizioni popolari. Fanno parte di noi e della nostra storia. E tutto rinasce e rivive nell’Amore che ha generato ogni bellezza, e di Amore parleremo ancora… Angela

 

  

lunedì 11 ottobre 2021

Lunedì 11 ottobre 2021: AA.VV., I RACCONTI DI ULIVO, a cura di Enzo Morelli... (quinta parte)

Alla verve istrionica di Gerardo Placido, attore di teatro e di cinema di fama internazionale, dobbiamo la piacevolissima pagina, dal respiro teatrale o cinematografico, di un viaggio in Irlanda, organizzato da alcuni giovani appassionati dei famosi strapiombi di Moher sull’oceano Atlantico. Il nostro autore non disdegna di mischiarsi alla giovane e allegra compagnia, grazie all’invito di una ragazza vivace e bella, di nome OLIVE. L’insolito nome gli richiama alla mente gli indimenticati frutti dei nostri Ulivi e la terra di Puglia, a cui egli stesso appartiene. “L’Irlanda è meravigliosa, è una piccola grande isola, dove c’è tutto il mondo (…) e se mi permettete tante belle ragazza dai capelli rossi. Oggi infatti sto andando ad un incontro, forse amoroso, lo dico incrociando le dita, proprio con una bella ragazza dai capelli rossi e occhi color oliva, verdi, come il colore dell’olio che porto con me in una bottiglietta…”. Questo l’incipit del frizzante racconto, è tutto giocato sulle attese amorose di questo anziano “sciupafemmine” (termine da me usato nella sua accezione ironica ma non irrispettosa!), l’autore, con tutte le velleità di antiche, audaci avventure amorose, e i timori che s’insinuano in un corpo provato dagli anni, come un ulivo dal tronco rugoso e ferito che il tempo e le stagioni di un millennio non hanno risparmiato. “Certo la notte non ho dormito, per la bellezza di questa ragazza, e soprattutto perché incredulo che una giovanissima mi avesse invitato lì su due piedi ad una passeggiata in compagnia di altrettanti giovani. Infatti, puntualmente, si è presentato un incubo durante la notte, data la mia non tenera età, tra la gioia e qualche angoscia, eh eh, l’età l’età che ti fa. Cosa avrei potuto dare a lei e a dei ragazzi io?”. Le esperienze del viaggio, intanto, sono tante come le attese, le illusioni, le aspettative, le paure, il desiderio di una lontana giovinezza mai del tutto spenta. Sarebbe bastato un bacio per riprendere a sognare. E il miracolo accade. Leggere l’intrigante racconto serve a scoprire come, quando, dove e soprattutto perché… accade!

 Anna Santoliquido, da grande poetessa qual è, non poteva che impersonare un Ulivo-Poeta, i cui “sogni sono echi di storie lontane, grovigli di passioni e vite spezzate”. Sogni, dunque, simili a quelli degli uomini, alla loro vita. Ma gli uomini hanno vita brevissima, un soffio, rispetto ai secoli e ai millenni del tempo attraversato dagli alberi dalle chiome argentate e dalle radici intricate nel profondo della terra. L’Ulivo-Anna ama giocare con le parole e trasformarle in poesia. O sono le parole che giocano con Ulivo-Anna?. Lei ce ne parla con profondo, affettuoso rispetto.  Ulivo, lei racconta, fu accudito da Giuseppe che, nel tempo lontano della semplicità del vivere quotidiano con i riti poveri che arricchivano la mensa di pane, vino, olio, lo colmò di premure tra il canto degli uccelli e le ali del vento. E tutto sapeva di buono e di altruistico amore, di generosa convivenza tra gli uomini, la terra, gli animali, la natura. Ma, dopo l’amore oblativo di Giuseppe, purtroppo, tutto, nel tempo (quanto fondamentale il trascorrere del tempo sulle vicende umane!), è cambiato e si è trasformato. Sono subentrate indifferenza e abbandono. Solitudine. “L’uomo del terzo millennio è distratto. Percorre strade che lo allontanano dalla terra. Conquistare lo spazio non è un delitto, lo è, purtroppo, avvelenare le colture, incendiare i boschi, contraffare i prodotti. L’oltraggio alla natura ha causato danni irreparabili”. L’uomo contemporaneo, dunque, “è distratto” da innumerevoli input che lo allontanano dalla natura, dai valori antichi, dalla parola, dalla poesia. Eppure, c’è in Ulivo, come in Anna, la determinazione a resistere per ESISTERE. Nella ricchezza della memoria che riattualizza i ricordi, e nella grazia del perdono che risarcisce e salva.

 Un abbraccio lirico appassionato e avvincente è il racconto di Mario Sicolo. E noi ritroviamo nel suo Ulivo il malinconico poeta, intriso di poesia, che ci fa assistere, come in un film alla moviola, ai momenti più salienti della storia dell’umanità, dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni, attraverso gli occhi e il cuore magici di questo nostro albero (e di Mario naturalmente) che ha “rami nodosi protesi verso l’infinito del cielo come una preghiera antica che sa di solitudine, le foglie dipinte di smeraldo impolverato dell’argento delle stelle, la corteccia del tronco ritorto ruvida come la crosta del pane che si faceva in casa all’alba”. Come non rimanere estasiati di fronte a questa celebrazione dell’Ulivo che è canto e incanto senza fine? Ogni parola è un magico cesello di rara bellezza. Ogni immagine che se ne ricava ricama ai nostri occhi un frammento insaziato e indimenticabile di quanto accaduto, vissuto, osservato presso il suo tronco ferito: l’anima lacerata di Cristo lasciato solo nel campo del Getsemani e portato via dai soldati come un malfattore; la vecchietta smemorata e sperduta che ritorna innocente bambina; la donna di tutti e di nessuno con lacrime di sogni infranti celati nel cuore; le mani di nonni e nipoti intrecciate in tenerissima sintonia per la festa del raccolto; lo stridore dei treni in collisione e le urla spente di vittime innocenti. La magia di un pittore, carico di anni e di passione antica a riflettere sulle sue tele lo splendore degli ulivi di questa nostra terra siticosa e amara, ma generosa e votata alla Pace. Una Pace tanto attesa e mai raggiunta. Ma sulle tele dell’anziano pittore il miracolo avviene. “Così, mentre il pittore sollevava l’opera dal treppiede per riporla nel portabagagli della sua auto, ho potuto sbirciare quel piccolo grande capolavoro. Mi aspettavo di riconoscere rami, tronco, radici, foglie… Sì, c’erano, ma di più: vi ho scorto un incanto che non pensavo di possedere e che mi ha subito affascinato. Sì, dentro quel quadro c’era la mia stessa anima…”. È lui il pittore, che ha dipinto l’anima di Ulivo? Enzo Morelli? Ne ha tutta l’aria e la luminosità sognante dei nostri cieli negli occhi.

 Infine, un racconto tenero e forte insieme di Enrica Simonetti, che si libera dalle vesti di giornalista affermata per vestire le sue membra e il suo cuore delle foglie sempreverdi dell’Ulivo innamorato. Appassionato di storie e di stagioni. Amareggiato per quanto nel tempo abbia dovuto subire. Ma nel suo tronco ferito si nasconde una donna che continua ad amare con tutte le sue forze, il suo coraggio. Perché “Quando una donna ulivo ama… lo fa per sempre”. E per sempre significa dalla notte dei secoli all’aurora di un futuro infinito come il Tempo del prima e del dopo la nascita dell’uomo con la sua storia di passioni, tormenti, lacrime lunghe, e brevi attimi di esaltante felicità. Quando una donna ulivo ama sa attendere che Lui arrivi, ha pazienza e perseveranza, persino la resilienza/resistenza che l’aiuta a vincere dubbi e incertezze e a vestirsi di speranza. E Lui va e ritorna, col suo spirito libero e ribelle, felice del distacco e dell’abbraccio; determinato a viaggiare per scoprire nuovi mondi, in questa terra che ricorre ai miti per salvarne il ricordo, e continuare a perpetuarne la bellezza e l’armonia che ci aiuta a conoscere e sapere, a fare delle scelte nella consapevolezza del nostro valore e di quello altrui in un confronto che dilata orizzonti ed esperienze, addirittura interplanetarie. Ma il suo ritorno è dolcissimo e vale il tempo dell’attesa e del sogno. Lui è Tempo e Spazio, Attesa e Sogno, appunto! Lui è vitale intesa perché accarezza la donna ulivo per ritrovare la terra amata, la nostra Puglia, in cui ritroviamo un po’ tutti noi antiche radici… In questa nostra nobile terra c’è un Principe azzurro, un Lui. Che ha colore di mare e impeto di vento… Ma chi è questo Lui che si carica sempre più di mistero e c’incatena alla lettura? Con un colpo magistrale di meravigliosa scrittura, la giornalista/scrittrice Enrica Simonetti ci sorprende e spiazza col suo grido innamorato: “Ti amo, …!”. E non vi svelo il suo nome. Andate a cercarlo e… buona lettura! Ma no… lo dico, tanto vi siete così innamorati di questa donna/Ulivo innamorata che andrete a leggere e rileggere il suo racconto! Scrittura/Scrittrice, Enrica ci sorprende e spiazza col suo grido innamorato: “Ti amo, Libeccio!”. Libertà, ribellione, creatività mista ad un pizzico di follia che non fa mai male ma ci trasporta sulla luna, dove si ritrovano sempre i folli e gli innamorati. O gli innamorati folli?

E, intanto, devo sottolineare che tutte le parole di questo splendido libro hanno il respiro immenso della POESIA e della CREATIVITA’, che magicamente si annidano in una stessa unica ANIMA. UNIVERSALE. Tutte cantano di Ulivo la maestosità e l’arrendevolezza, il vigore e la fragilità, il coraggio e lo scoramento. Quasi tutte raccontano la solitudine di desertificate contrade del Nord e la festa di ramoscelli frementi di pace a Gerusalemme. Le rughe del tempo che non perdona e i germogli del tempo della rinascita su rami di foglie a toccare il cielo. Ma sopra tutte svettano per liricità e profondità le parole del compianto Michele Campione, che non ha bisogno di presentazioni, e che, in versi indimenticabili, le ha mirabilmente sintetizzate tutte: Ho piantato un ulivo/ dal tronco sottile e flessuoso/ come i corpi delle ragazze quindicenni/ che sorridono con gli occhi./ Ho affondato le mani/ nel terreno soffice/ e umido/ per raccogliervi le radici/ come in una culla./ Ho contato le foglie grigio-argento/ e le inflorescenze/ impotenti ancora/ a trasformarsi in frutto/ come gli amori precoci dei ragazzi./ Io non vedrò/ il mio ulivo dalle radici profonde,/ il tronco scolpito/ e i rami potati a candelabro./ Gli ulivi si piantano/ per i figli/ e i figli dei figli./ Esorcismo antico/ per proiettare la memoria di noi/ in un arcobaleno di tempo/ che si spegne sul mare.  

E non posso fare a meno di focalizzare almeno due o tre espressioni: la giovinezza del cuore di Michele Campione, testimoniata da due similitudini “giovani giovani”: “come i corpi delle ragazze quindicenni” e “come gli amori precoci dei ragazzi”. E ancora una similitudine tenerissima: “come in una culla”, che ci riporta indietro nel tempo fino alla nascita dell’umanità e del nostro venire al mondo. Infine, ecco un insolito “in un arcobaleno di tempo”: sarebbe stato più normale dire “arco di tempo” e, invece, “arcobaleno” porta in sé e con sé “i colori della Pace”, come auspicio e speranza che si propaghi fino a “spegnersi”, purtroppo oggi, perché siamo ancora lontani dal realizzarla, “sul mare”, il “Mare Nostrum”, il Mediterraneo, le cui acque si arrossano sempre più di sangue, ma sono pronte a portarci lontano in tutte le direzioni del mondo… E l’Ulivo è un Talismano di verde smeraldo con cui ingioiellare le dita per sposare ogni giorno una terra, la nostra Puglia, amara da amare…

Questa la mia conclusione, ma non finisce qui. Perché queste pagine hanno dato la stura a commenti poetici che desidero condividere con tutti i lettori la prossima volta, in quanto nel nostro blog abbiamo creato un’atmosfera di particolare “inter-esistenza”. E mi piace riportare, a questo proposito, una pagina stupenda del pensatore zen Thich Nhat Hanh, riportata da Francesco Bellino nel suo libro GIUSTI E SOLIDALI (Edizioni Dehoniane, Roma, 1994): Un poeta, guardando questa pagina, si accorge subito che dentro c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza pioggia gli alberi non crescono; e senza alberi non si può fare la carta. Si può dire allora che la nuvola e la carta “inter-sono”, perché senza nuvola non c’è carta. (…). Nel foglio di carta è presente ogni cosa: il tempo, lo spazio, la pioggia, i minerali, la luce del sole, la nuvola. Ogni cosa “co-esiste” nel foglio. <Essere è in realtà un “inter-essere” (…) Questo foglio, così sottile, contiene tutto l’universo> (T.N.Hanh, Essere Pace, Roma 1989). Il blog esiste ed è vitale per i tanti lettori che “inter-agiscono” e dialogano inviando bellissimi messaggi. GRAZIE. (continua)                                                 

 

  

domenica 10 ottobre 2021

Domenica 10 ottobre 2021: AA.VV., I RACCONTI DI ULIVO, a cura di Enzo Morelli... (quarta parte)

 Anche il racconto di Annamaria Monterisi è incentrato sulla straordinaria forza travolgente degli Ulivi per vincere il tempo e tutte le devastanti trasformazioni fisiche e psicologiche che esso comporta nel tempo, e che non risparmiano niente e nessuno. Persino le tragedie intessono di assordante rumore e silenziosa tristezza i giorni lunghi da vivere e interminabili da capire, nei tronchi rugosi di antiche ferite e nelle chiome verdeggianti di gloriose vittorie. “Io il tempo lo conosco. Anzi, mi sono convinto di esserne la misura. Su di me, dentro di me, le stagioni passano e mi trasformano. E io trasformo loro, regalando ombra, riparo, nutrimento e ispirazione. E ancora vita (…) così tanta da non sapere cosa farne. E allora mi tocca regalarla”. Gli anziani muoiono e i giovani lasciano la terra, in cui i padri hanno creduto con fatica e sudore, per tentare fortuna altrove. E accadono anche tragedie impensabili, di cui Ulivo è a volte testimone: “Una sera, anni fa, un’auto si è avvicinata alle mie radici esposte e si è fermata cercando riparo dalla luna piena. All’interno un uomo e una donna, le loro voci come burrasca impetuosa, urlo di vento e rantolo di mare grosso. (…). Poi, nella luce irreale della luna piena di fine estate, la pistola ha sparato ancora. Le mie braccia hanno vegliato sino al mattino quei corpi caduti sulla mia terra, insieme a poche cicale. A nulla è servito il profumo dei fichi…”. Ma niente può scalfire l’eterno canto della luna anche se è in arrivo “una nuova tempesta”. Perché così è la vita. Nel nostro fatale andare. (Una nota a margine ma non troppo: una scrittura altamente poetica che merita una lettura approfondita e maggiore attenzione alle splendide metafore usate e non solo, per connotare Ulivo).

“All’ombra del nodoso fusto, mentre il sole filtra tra i rami cangianti e il vento scompiglia le foglie d’argento, riposa il contadino esperto e attende i verdi frutti che generosamente gli offriremo quando sarà il tempo. Lui sa per certo che non siamo tutti uguali, sembriamo tali perché il colore della corteccia e delle foglie è lo stesso, ma il sapore delle olive è ben diverso…”. Così l’incipit del racconto di Antonio Moschetta, voce solitaria in mezzo a tutte le altre. Nonostante anche lui si identifichi negli Ulivi, pur partendo dalle parole del contadino che se ne prende cura di anno in anno con grande perizia e amore, come è facile notare dà alle sue riflessioni un taglio diverso, direi scientifico, come del resto è giusto che sia: una sorta “di lectio magistralis” di chi sa e conosce addirittura il DNA variegato degli alberi che danno frutti diversi e diverso sapore all’olio che da questi si ricava. Con varie denominazioni nella stessa Puglia, nel “rispetto della biodiversità”, tema sempre più attuale e importante, che deve sollecitarci a scelte di valore anche per la nostra salute e per un futuro più sereno per le nuove generazioni. Impresa ardua ai nostri giorni, ma non impossibile se ciascuno fa la sua parte con consapevolezza di sé e degli altri. Con il coraggio che le grandi imprese richiedono perché diano i loro sorprendenti e vitali frutti, non solo nel presente quanto per il futuro prossimo e remoto. Il tempo degli Ulivi non conosce tempo…

È un interessante dialogo/monologo quello che Marino Pagano ricama di realistica poesia nel suo racconto dal titolo suggestivo “Dammi le tue mani”. E l’interlocutore privilegiato di Ulivo è l’uomo attraverso il tempo di millenni che si fa storia di antenati, della loro fatica e delle loro speranze, per assicurare ai figli e ai figli dei figli una ricchezza non quantificabile in moneta, ma nella bellezza del “prendersi cura” con amore di quanto la natura possa offrire alla sopravvivenza delle creature viventi sul nostro pianeta nel rispetto della volontà/generosità del Creatore. Via via, però, al canto glorioso del passato si mescola il lamento triste della visione purtroppo amara del presente e del futuro. “Sono il frutto di un sogno d’amore.  Ma la tua, uomo, è la generazione che non coglie frutti, che ha abbandonato i verbi sacri del mio mondo (…). E allora, uomo, io ti voglio dire come mi fai sentire oggi. Oggi io e i miei fratelli, noi tutti insomma che siamo verdi, noi che ti diamo e offriamo tante cose buone, ci vediamo dimenticati. (…). Ci vediamo rimossi dal tuo cuore…”. Da notare il linguaggio fortemente lirico e fortemente realistico nel racconto di Marino Pagano a sottolineare le antinomiche connotazioni dell’Ulivo di ieri e di oggi. La sua storia gloriosa di millenni - la sua condizione di sconfitta nel mondo contemporaneo che già getta le premesse per il futuro. La conclusione sa di supplice preghiera all’uomo dei nostri giorni: “Sono qui. Ti tendo i rami, tu dammi le tue mani”. La reciprocità è un atto d’amore che mai si perde nell’abbraccio che avvolge e si fa nido e protezione.

Intenso, commosso e commovente il ricordo di via Megra in agro di Bitonto, la patria dell’Ogliarola (oggi Cima di Bitonto Doc), campo in cui affondano le radici non solo degli “ultracentenari” Ulivi, ma anche dell’amore a loro riservato dal padre di Nicola Pice e dal padre di suo padre e da quello di sua madre e, probabilmente, andando a ritroso nel tempo, da qualche suo trisavolo. Non più identificazione nell’albero, ma personificazione di “figura vivente, come un corpo in movimento con le braccia protese verso il cielo”. Ricordo tenerissimo del fitto dialogo quotidiano, lui ancora bambino, di suo padre con i suoi amati alberi dalle chiome argentate e di colore cangiante col trascorrere delle ore, dall’alba al tramonto. Quanto sudore e quanta fatica in quelle carezze ai loro tronchi e ai loro rami. “Ti ho dissodato il terreno intorno, ti ho spesso accarezzato la corteccia, estirpato i polloni che si spingevano in un abbraccio soffocante che ti negava luce e aria, ti ho potato in maniera adeguata, ho fatto respirare con la zappa le tue radici, tolto dalle spalle il legno sterile, sgomberato il terreno da essenze infestanti. Quale sarà la tua sorte, quando verrà meno la forza delle mie braccia? È difficile che i figli dei contadini continuino la vita dei padri…”. E Nicola Pice ne è l’esempio lampante. È diventato professore di greco e di latino, ma contro ogni amaro scoramento di suo padre ha continuato ad amare quella terra e i suoi ulivi. E il suo ricordo ancora lo vince. “Per noi ragazzini (…) Megra era una sorta di paradiso terrestre” in cui l’infaticabile padre parlava agli alberi col silenzio delle sue parole mute… “Un delirio amoroso (o, un dolore lancinante?) di un albero e di un padre contadino, ma noi continuavamo a cercare le ‘viole’ d’un verde smeraldo che si posavano sulle more dei rovi straripanti dei muretti di confine…”. L’innocente crudeltà dei giochi d’infanzia e l’innocente crudeltà dei rovi per mani incaute e ignare d’ogni pericolo, mentre “l’eco sorda delle ruspe gialle” copre quell’antico dialogo d’amore che vorremmo tanto riascoltare.

Vive nel territorio di Giovinazzo l’albero di Agostino Picicco,  “contorto e nodoso ma robusto”, conservando buona memoria del trascorrere perenne delle stagioni e delle trasformazioni, spesso in peggio, del terreno e del paesaggio per l’incuria e l’indifferenza degli uomini. Ma il ricordo del passato è ancora fortemente radicato nell’autore che pure da molti anni è andato via dalla sua terra per approdare a Milano, dove svolge, ancora oggi, più compiti di grande responsabilità come giornalista di varie testate importanti e in ambienti di difficile accesso ai comuni mortali. Egli, infatti, impersonando un Ulivo, racconta con grande nostalgia che accanto a lui c’era un tempo una torre, ormai diroccata, che tanta paura incuteva, ma che offriva sicuro rifugio ai contadini dagli assalti dei saraceni lungo il mare Adriatico. “Dovete sapere che tanto tempo fa le nostre coste erano assalite dai saraceni provenienti da terre lontane su agili e minacciose imbarcazioni che solcavano il mare. Assaltavano le città, saccheggiavano, distruggevano, uccidevano. (…). Ecco il compito di quella torre perché occorreva avvistare il pericolo e comunicarlo agli abitanti dei dintorni e a quelli delle campagne dell’entroterra più distanti dalla costa…”. E i ricordi dilagano lungo il tempo e lo spazio per accendersi di segnali di fuoco e di fumo che, allora, sostituivano parole di avviso di imminente pericolo. Ma tutto cambia e tutto continua a parlare con i segni dei nuovi tempi fatti di rumori assordanti, parole al vento, musiche provenienti da smartphone e cellulari che, azzerano la voce silenziosa di preghiera e gratitudine per la vita di chi non abita più il campo e non può più opporsi allo scempio di quel silenzio pacificato dopo ogni tempesta. Non c’è stata mai pace o non c’è più pace tra gli ulivi, dunque? (continua)

venerdì 8 ottobre 2021

venerdì 8 ottobre 2021: AA.VV., I RACCONTI DI ULIVO, a cura di Enzo Morelli... (terza parte)

 Anche Piero Fabris dà un tocco di poesia e di fiaba al suo Ulivo, maestoso e umile, guerriero temerario e inerme innamorato, amante della luna e dei viandanti che percorrono strade di bellezza e santità, fino a confondersi con l’“ESSERE”, che si fa amore per la natura, per ogni essere vivente, per la stessa vita, che va oltre e abbraccia l’Oltre. “Pilastro e testimone di battaglie su campi maculati di papaveri, di stoppie bruciate e manti dorati sotto i quali un ventaglio di radici si allarga a toccare la profondità del silenzio di questa terra che spiana l’anima a grandi vie (…), abbraccia la timida alba, l’accarezza e desta a infiniti orizzonti”.

Quanta magia nel “ventaglio di radici” che si dilata “a toccare la profondità del silenzio”, in cui ci pare di essere tutti avvolti e appagati. Soprattutto oggi che sentiamo sopraffatti da tanto rumore fuori e dentro di noi. Abbiamo dimenticato la tregua che offre il silenzio ai nostri problemi e ai nostri inevitabili affanni quotidiani in una società che fa dell’urlo l’unica possibilità di comunicazione, visto che sempre più la parola va sparendo, fagocitata dalla civiltà dell’immagine. Civiltà? Occorre fare dei distinguo. Anche perché non dovremmo mai generalizzare.

Quanta tenerezza nella straordinaria espressione “abbraccia la timida alba”: azione esitante che tutto avvolge in un tempo di lento chiarore che prelude alla luce. E quanto “silenzio profondo” per scoprire il non detto, le sue parole mute che irrompono nella nostra anima… 

Visionario, pur nella veridicità della storia degli umani e delle piante, in una natura incontaminata e calpestata, il racconto di Zaccaria Gallo si snoda lungo i millenni percorsi da Ulivo tra incanti e disincanti, miti e leggende, silenzi di zolle e di pietre e fragori di guerre e di contese. “Si narra che Atena e Poseidone, per avere la supremazia sulla città di Atene, litigavano da anni.  Quando alla fine non riuscirono a venirne a capo, andarono dal padre loro Giove: lui avrebbe deciso di risolvere la questione. Quando la dea Atena svelò il dono che gli portava (e che ero io, l’ulivo), fu lei a diventare la protettrice della città. Divenni albero sacro ai greci”. In realtà, Poseidone col suo tridente, conficcato nel terreno, fece zampillare acqua da una sorgente sotterranea; Atena usò la sua spada per far germogliare un albero di ulivo, che sorprese e convinse gli ateniesi della sua bellezza e, in seguito, della sua bontà e generosità quando scoprirono il suo dono più grande: l’olio, biondo liquido dalle straordinarie proprietà per la loro salute. Ritroviamo lo stesso mito nel racconto di Antonio V. Gelormini, con una variante: Poseidone offrì un cavallo che Giove non gradì perché avrebbe potuto portare alla guerra e scelse l’ulivo, dono di sua figlia Atena, perché simbolo di pace. Intanto, Zaccaria continua nel suo racconto a ritroso nel tempo a ricordare viaggi e ritorni, nostalgia e malinconia, vita e morte, in un delirio di memorie senza fine. Fino all’acquietarsi in un pensiero che è orgoglio e consapevolezza di sé: “Ho accettato la sfida con i venti che volevano strapparmi alla terra, mi sono piegato, e ho vinto, sempre, nutrendo il calice dell’immortalità”. E immortale è il suo verde canto di foglie, luminose di sole e accese di stelle, in un firmamento che ci insegna a superare il buio per ritrovare sempre la strada delle luce che porta lontano fino alla via del ritorno verso il rifugio sicuro della propria casa.

Il mio canto di Puglia è un canto sussurrato, tra lo stormire di fronde argentate e il fruscio in sordina di spighe dorate”. È questo l’incipit del racconto di Antonio V. Gelormini, che situa già il suo Ulivo in terra di Puglia, e di cui ricorda definizioni e connotazioni, dovute a poeti stranieri e cantastorie nostrani per cantare soprattutto l’Olio extravergine d’Oliva luminoso vanto della nostra amata terra, penisola nella penisola. La nostra “identità contadina” e non solo. Perché gli Ulivi sono “Testimonianze ispiratrici per artisti, pittori, fotografi e scultori di raffigurazioni e spunti iconografici, nonché rappresentazione e simbolo di virtù, tradizioni, dogmi, sentimenti e credenze popolari”. Insomma, essi vivono, sempiterni, tra miti e leggende che ci portano persino nell’Attica e ad Atene, come già ricordato in precedenza, oppure sul “Monte Ararat dell’Arca di Noè” o ad Olimpia per cingere il capo dei primi campioni, fino a giungere nei paesi e paesini pugliesi, dal Salento alla Daunia. Ulivo è l’unico imbattibile “re” di ieri, oggi e sicuramente ancora domani di questa terra di avide invasioni e di eterni conflitti e dominazioni, rimanendo sempre l’invitto dominatore “nelle mie umili, popolari e molteplici vesti sovrane”.

E Valentino Losito lo erige a “Testimone” del tempo che non attraversa invano la storia degli uomini e della loro fatica di vivere. E lo innalza ad “Altare” di silenziosa preghiera quotidiana e di gratitudine per la bellezza della natura del nostro Pianeta, e soprattutto per il canto degli Ulivi che inargentano la nostra Puglia, da parte dei tanti “uomini di buona volontà” contro i tantissimi nostri simili che ignorano “il grido di dolore” che dalla Terra tutta s’innalza al cielo. Lo definisce “Sentinella” del silenzio e del dolore. “Libro” e “Dizionario”, in cui tutte le lettere hanno riscontro di parole e ogni parola ha significato di “saggezza” e “austerità”, di nobile “povertà”, di nascosta “solitudine” e di sofferente “inquietudine”, a cui l’ulivo offre i suoi generosi doni: luce,   ombra, rifugio, balsamo, verità. “Sono canto di preghiera. Davanti a me i superbi vedono dispersi i loro pensieri e gli umili si sentono innalzati. Sono un soffio di giustizia, una luce di speranza. Perciò chi spera contro ogni speranza trova conforto nella mia ombra e nella mia maestà”. Valentino, come è facile notare, è sensibile poeta, oltre che giornalista e scrittore, e parla anche dei sogni di Ulivo, fatti di “bellezza” e di “musica”, di “cuore” e di “anima”. “‘Uomo torna uomo”: è questa la preghiera del sacro ulivo al nostro cuore’”, egli accoratamente supplica. E conclude: “Salviamolo nella nostra anima, ci sarà compagno di strada, luce per i nostri passi”. (Continua)

 

mercoledì 6 ottobre 2021

Mercoledì 6 ottobre: AA.VV., I RACCONTI DI ULIVO, a cura di Enzo Morelli...(seconda parte)

Calzante l’identità vissuta da Carlo Alberto Augieri ai margini di un appezzamento di terreno, con affaccio sulla strada, da oltre 500 anni, in una condizione di tranquilla sedentarietà.

Unica preoccupazione: combattere la siccità col trattenere, nel suo tronco ferito e segnato dalle rughe del tempo, l’acqua, prezioso alimento che dà vita alla terra e a tutti i suoi abitanti. Ma occorre saperla conservare l’acqua. Gli Ulivi insegnano a noi uomini a non sciuparla, a non disperderla in sprechi inutili e dannosi, ma occorre farlo insieme. Ecco l’importanza della comunità e della solidarietà: “avere radici significa non amare l’invano, né sentirsi in disaccordo tra il proprio tronco e i rami: ogni parte è un tutto, ogni particolare un insieme”, ci ricorda l’autore. Ed è come la “tela di Indra”, che tutti abbraccia dando luce e splendore ad ogni singolo filo che la compone.

Molteplici testimonianze di questa solidarietà, che si identifica con l’amore oblativo degli Ulivi, si originano dal dono di sé attraverso l’olio, prezioso oro liquido anche per i poveri; succo vitale che umilmente illumina e guida gli uomini lungo gli argini della loro vita e delle esperienze che fermano nel tempo gli attimi da ricordare e da tramandare alle nuove generazioni. E le identità si fanno numerose attraverso il Tempo e lo Spazio (“abbiamo tante stagioni”) che contengono la storia dell’intera umanità fino ai nostri giorni e oltre… E ogni stagione per gli Ulivi ha il suo tempo, di attività e di riposo, perché poi possano “rigenerarsi”, magari col vento o con le fasi lunari, con la neve d’inverno, le piogge autunnali, le rondini a primavera, un cantare di grilli e frinire di cicale in estate… E ritrovarsi per riconoscersi e sapere dei prodigi che sanno compiere dove hanno radici nella terra e foglie verso il cielo…

In Pierfranco Bruni scopriamo uno dei tanti misteriosi silenzi di Ulivo nella sua confessione più dolente: “Ogni taglio di ramo è stata una ferita”. E ancora: “Ci vendono, ci scambiano, ci potano. Fanno di noi ciò che credono sia opportuno, ma essere ulivo è portare nella propria identità il senso dell’appartenenza”. Una confessione identitaria molto profonda perché mette in luce la necessità di sentirsi parte viva di una comunità, di un territorio, che spesso gli uomini avvertono molto forte, tanto da indurli a tornare per ritrovare le radici mai perdute nel proprio cuore e nella propria anima. in alcuni casi, però, il senso di libertà annulla quello di appartenenza, avvertito più come catena che strangola e non come legame che abbraccia. Ci sono infatti fughe senza ritorno. Si evita così il pericolo della nostalgia (dal greco: nostos, cioè ritorno e algia, ossia struggimento per l’attesa di quel ritorno o per il ricordo di quanto non possa più tornare), che ha in sé anche la dolorosa sensazione del cambiamento non previsto, non accettato per non disperdersi del tutto nel nuovo che destabilizza e crea dubbi, incertezze, paure. Per fortuna la paura, come la rabbia, alimenta in sé anche la ribellione e, quindi, spinge ad agire, e a reagire, per superarla e trovare vie alternative a ciò che non ci piace, non ci soddisfa, non è confacente ai nostri principi e valori, alle nostre pregresse esperienze familiari, culturali e sociali. È il panico, che ci sorprende di fronte a quanto ci è sconosciuto, che ci blocca e ci vince. Tra le righe, l’autore ci spinge a prendere consapevolezza della necessità del cambiamento, al quale bisogna prepararsi per tempo, prima che le certezze si facciano abitudini irreversibili. La conoscenza di sé e degli altri, dei tempi giusti di maturazione per ogni progetto di vita è fondamentale.

Luca De Ceglia ci parla degli Ulivi che parlano e si raccontano. Il suo si chiama Giulivo e per secoli ha goduto della sua storia, ricca di stagioni e di voci adulte e bambine. Della saggezza dei vecchi. Poi la Xilella giunse anche in terra di Bisceglie a decimare i suoi fratelli e a minare la sua stessa vita.

Si era a metà novembre, di un anno che non ricordo, quando accadde un fenomeno strano che turbò tutti. I miei amici ulivi iniziarono ad avvertire un malessere, un bruciore su tutto il tronco. Fu come se di colpo la longevità espressa nei tronchi, tra i solchi che parevano rughe eterne, si trasformasse in un mostro invisibile. I rami erano diventati di colpo pesantissimi…”. L’autore ne fa una descrizione dettagliata e commossa, intrisa di verità e di poesia. Una descrizione che ben si attaglia anche alla pandemia da Covid che di lì a pochi anni si sarebbe abbattuta sugli esseri umani con identiche conseguenze mortali. I sopravvissuti, ancora oggi, si sentono graziati da un vaccino che sta sconfiggendo il virus, dalla buona sorte e dal buon Dio, ma si sentono in colpa per quanti sono stati piegati dalla morte silenziosa e dal dolore muto.

Lui, Giulivo, però, ha una bella storia di rinascita che ci insegna ad avere la forza e il coraggio di lottare per risorgere a nuova vita. Unico sopravvissuto, dopo lunga prigionia e solitudine, infatti, incontra una pianta giovane e verdeggiante portata dai contadini per ripopolare la loro amata terra e se ne innamora perdutamente. Finalmente corrisposto, dopo le iniziali riluttanze e schermaglie amorose, continua a dare, con la sua amata, “olio meraviglioso.  

Un intreccio di radici è testimone ancora oggi della loro storia d’amore.

Angela De Leo si fa denuncia amara e tenera delle tre solitudini del millenario Ulivo. La prima: per il trascorrere del tempo e delle generazioni, che lo costringono a perdere amori, sogni, amicizie. La seconda: per l’abbandono dei campi da parte dei figli dei vecchi contadini, che vivono essi stessi con amarezza e senso di fallimento lo stesso abbandono. La terza: per lo sradicamento dal Sud verso le grandi ville della gente danarosa del Nord, estranea alla sua storia e al suo cuore. “E il cielo non fu più mio. E neppure le stelle. Solo ricordi lontani a scorticarmi il cuore”.

Giuseppe Dimiccoli racconta l’incontro tra Ulivi di culture diverse, in terra di Puglia. Incontro, che diventa storia di accoglienza e diffidenza, di reciproca lenta conoscenza e di reciproco lento adattamento. Niente è facile per chi viene accolto, anche con le migliori intenzioni, in terra straniera alla propria terra da chi non conosce la sua storia, i suoi sogni traditi, le motivazioni spesso drammatiche che lo hanno indotto a fuggire. Col tempo, il raccontarsi colma il silenzio e placa i tumulti del cuore, la nostalgia per la propria terra lontana, straziata di guerra e di morte. La commozione che il racconto genera è un forte richiamo a sentirsi fratelli per un possibile futuro di Pace. Ancora incerto, ancora devastato dalle tante guerre che insanguinano il nostro pianeta “atomo opaco del male”, come Pascoli ci ammonisce con amarezza e dolore per il pianto delle stelle sul suo dolore (X agosto: giorno dell’uccisione di suo padre, uomo onesto e probo).  Gli Ulivi e gli animali sono più misericordiosi e umani degli uomini: “Uno scafista, durante la notte con il mare in tempesta, iniziò a buttare tutti giù. Solo lui voleva salvarsi. Mi salvò una colomba che vedendomi infante, con grande sforzo, mi prese e mi portò con sé. Arrivati sul cielo della Puglia, riconobbe la vostra terra, e mi adagiò sul terreno. Fui accolto con amore e dolcezza. La forza della pace mi permise di affondare le mie radici e di crescere tra voi e con voi. Per questo sono qui tra voi”. Occorre imparare dagli altri esseri viventi per diventare meno disumani? Eppure abbiamo il grande dono del raccontare che annulla le distanze e ci rende fratelli sotto l’unico cielo che tutti ci comprende.

Altamente poetiche sono le numerose connotazioni di Ulivo, dovute alla felice penna di Giovanni Dotoli che, impersonandolo, lo canta e lo definisce in mille modi: “Tutti mi chiedono chi sia, io che porto il nome nobile di Ulivo. Nome semplice e di poesia. Nome profondo e azzurro. Dalla notte dei tempi, sono l’albero del Mediterraneo, della pace e dell’ideale. In me si uniscono gli elementi della natura. Acqua, terra, aria, fuoco. Simboleggio la bellezza, il linguaggio, la disciplina, la libertà, l’idealismo, lo spirito, la prosperità, il cielo, la luce, l’infinito”. Quanta realistica visionarietà in questi termini identitari di Ulivo! Dotoli, tra l’altro, ricama con straordinari fili di percorsi letterari e artistici i fortunati incontri della verdeggiante pianta, baciata dal sole e accarezzata dal vento, fino a cantarsi nella gloria dei tempi: “Io Ulivo sono prosperità e bontà, luce e segno del tempo. Curo ogni dolore e angoscia. Illumino templi e chiese. Scaccio il demonio. Proclamo la presenza di Dio. Sono poeta dei poeti. Sono artista del paesaggio. Sono il padre della civiltà”. Una civiltà che fa fatica ad emergere ancora oggi nel terzo millennio e in questi ultimi anni provati da una pandemia che ha piegato tutti al dolore a alla morte, ma non al buon senso, al rispetto di ogni diversità, al dono di vivere “giusti e solidali” (vedi Francesco Bellino) gli uni per gli altri… Eppure dovremmo imparare dalla natura, dagli animali, dalle piante la reciprocità dell’amore, la gioia di essere insieme, il coraggio di farsi scudo e volo verso orizzonti di bellezza e di bontà sempre più ampi. Certo, la natura può essere anche crudele e devastante, ma è sempre innocente. L’uomo non lo è mai quando distrugge, perché ha la responsabilità della sua libertà di scegliere… (continua)

  

martedì 5 ottobre 2021

Martedì 5 ottobre 2021: AA.VV., I RACCONTI DI ULIVO, a cura di Enzo Morelli...

 Venerdì 1° ottobre 2021, sotto un cielo blu cobalto e tanta voglia di sognare, siamo rimasti avvinti dall’incanto del canto degli Ulivi di Enzo Morelli nel magnifico Chiostro del Palazzo di Città di Corato, per l’Inaugurazione della Mostra dei quadri del grande Pittore pugliese e la Presentazione del libro I RACCONTI DI ULIVO (SECOP edizioni, 2021), curato dallo stesso Enzo Morelli e con la partecipazione di ben 19 scrittori, ciascuno con il proprio racconto. All’incanto delle tele si è affiancato il sogno del Festival “Sognitudo2030”, presentato dal Direttore Artistico, l’attore Francesco Martinelli, e da lui ideato, perseguito e realizzato con il prezioso e fondamentale sostegno della tenace, lungimirante e coraggiosa Signora Cardenia Casillo della Fondazione Vincenzo Casillo; con l’impegno dell’Editore Peppino Piacente della SECOP edizioni e dell’Associazione Culturale FOS. Presenti anche l’accogliente padrone di casa, il Sindaco Corrado De Benedittis, che ha portato il saluto dell’Amministrazione Comunale, parlando anche dei suoi sogni tradotti in Atti programmatici a lungo e vasto respiro per il rinnovamento della nostra città, e la professoressa Cettina Fazio Bonina, Presidente dell’Associazione Porta d’Oriente, promotrice entusiasta e infaticabile della Mostra itinerante di Enzo Morelli, il quale ha condiviso l’emozione della splendida serata con grande e commossa gioia. Molto seguiti ed apprezzati dal numeroso e coinvolto pubblico gli interventi di Lucia Anelli, Critico d’Arte, della sottoscritta e del Giornalista, Scrittore Mario Sicolo. Un’atmosfera “incantata” ci ha avvolto grazie anche al flauto magico di Vincenzo Mastropirro e alla nostalgica fisarmonica di Leonardo Di Gioia. Il tutto coordinato con il sapiente tocco affabulatorio di Raffaella Leone PR SECOP edizioni.  

Il mio compito, come scrittrice e poetessa, è in realtà quello di parlare del libro, ma ritengo opportuno, per comprendere meglio i racconti, fare una brevissima premessa sui quadri di Ulivo di Enzo Morelli, commentati, nel loro splendore artistico, con grande sicurezza ed empatica bravura, da Lucia Anelli, giovanissima e già critico d’Arte consapevole delle proprie competenze e intuizioni. Non a caso il suo poetico incipit “Enzo Morelli dipinge la pietra, il ricordo, il vento, il profumo, la nebbia, il silenzio” mi ha colpito molto in quanto solo la pietra, la nebbia e naturalmente l’albero fanno riferimento a oggetti concreti e visibili, mentre il ricordo, il vento, il profumo, il silenzio non hanno corpo e non occupano spazio eppure nei quadri di Enzo Morelli si percepiscono, diventano materici, li vediamo, li tocchiamo con gli occhi, li ascoltiamo e viviamo con tutti i nostri sensi. Da questa constatazione è sorta una riflessione sull’Arte pittorica del nostro grande Artista pugliese, la cui fama va ben oltre la nostra terra: nelle sue tele l’invisibile magicamente si fa visibile: in alcuni casi, è lieve, come un sussurro di vento carezzevole; in altri, è aggrovigliato in fitte e cupe masse verdi, dove il vento è urlo impetuoso e impietoso a piegare/piagare i rami e i tronchi degli Ulivi che, anche se sembrano giganti imbattibili, sono purtroppo indifesi di fronte alle improvvise forze devastanti della natura. Le pennellate di Enzo raccontano queste insolite atmosfere realistiche e incantate attraverso il suo innato talento che continuamente a noi si rivela, disvelandoci l’anima dei suoi alberi prediletti, in cui si annidano il cuore e la storia di ogni uomo. Sono Ulivi decisamente “umani, sin troppo umani”, come ci ricorda Francesco Paolo del Re, giornalista, scrittore, poeta bitontino-romano, nella sua nota critica sull’Arte pittorica di Enzo Morelli: “Umani, umanissimi”, egli scrive, “gli ulivi morelliani non domandano altro che il rinnovato sbocciare di un amore…”.

Infatti, si innamorano, si aggrovigliano nei loro percorsi esistenziali; affondano radici come rami in cerca di humus nella terra; tendono le braccia al cielo nel desiderio di eternarsi. E, nel frattempo, danzano con la luna, si specchiano nel mare, cantano con il vento, si lamentano della solitudine con le stelle e ne imitano lo splendore riscoprendo nelle foglie la loro luce argentata (più o meno così scrive anche Mario Sicolo).

Enzo Morelli trasferisce il suo immenso amore per la loro maestosità di cattedrali innalzate di verde luce con pennellate a rendere accese di incanti vibrazionali e di “sovrumani silenzi” (Leopardi) la loro “immortalità”. Mani vibranti di talentuosa iperealistica creatività, le sue, per fare della Bellezza e dell’Incanto una sorgente di inesauribile inno al Creato e all’Ulivo, Tempio divino e umano di silenziosa preghiera, di ardita promessa di Pace che, purtroppo, non è ancora realtà nel nostro pianeta. E, nonostante tutto, gli Ulivi sono un inno all’Amore nei loro abbracci senza fine. Un inno al canto, al rimpianto, alla nostalgia di terre rosse e di pietre di confine da sconfinare per nuovi fremiti di libertà e di solidarietà tra gli uomini. Proteggono ferule e lumache. Sorridono ai papaveri e ai fiori di prato che illuminano zolle arse di sole. Ma imperdibile è la conclusione di Francesco Paolo del Re: “Le incessanti variazioni sull’ulivo di Enzo Morelli, a ben guardare, altro non sono se non autoritratti in forma di domande”. E il mistero s’infittisce su questi autoritratti che non troveranno mai risposte esaustive, come avviene per l’anima insondabile di ogni uomo. E, a maggior ragione, dell’artista…

Inevitabile premessa, dunque, al libro per parlare dei racconti dei tanti autori, che hanno, quasi tutti, personificato e impersonato i vari modi di vivere e di essere Ulivi. Le loro molteplici identità. E rapino, umilmente, alcune tra le tante poetiche parole connotanti i 19 racconti, scritte nella sapiente Presentazione, con straordinaria profondità psicologica e ricca competenza artistico-letteraria, dalla docente universitaria e scrittrice Ada Campione.