sabato 24 luglio 2021

Sabato, 24 luglio: parliamo ancora di POESIA...

 Quanta poesia ha riempito il nostro blog e i nostri giorni da quando abbiamo chiuso temporaneamente con il nostro Retino. Ma non è mai tempo di chiudere con la poesia perché è più contagiosa del Covid e delle sue mutazioni, ed è più salvifica di qualsiasi vaccino. Provare per credere. E, allora, ecco che mi piace riproporvi quello che ho scritto parecchio tempo fa sulla poesia:

<L’“INCONTRO” con la POESIA può avvenire in ogni momento della nostra vita. Occorre soltanto avere occhi bambini per riconoscerla, la poesia, perché i piccoli sono ancora legati al luogo misterioso e caldo di luce da cui provengono ed hanno ancora occhi grandi di stupore, in cui la poesia si annida e pian piano si srotola nei giorni dei giochi e delle fiabe, nei giorni delle avventure a perdifiato su una scopa che diventa cavallo o di una palla che si fa mondo e racconta le meraviglie che quotidianamente va scoprendo. La scoperta del mondo! Quale magia! Dapprima il bimbo lo fa da solo, con le sue manine e i suoi piedini e la sua voce ad eco. Poi, con gli altri, nei giochi condivisi, soprattutto giochi di movimento verso la conquista dell’autonomia e della libertà, in viaggi magici dove ogni filo d’erba è una scoperta accesa che si anima e si fa invenzione di altri mondi, e mistero da penetrare in luoghi inesplorati, in cui già vivere è incanto che si fa poesia. E tutto passa attraverso il corpo e i sensi che percepiscono quanto i piccoli vedono, ascoltano, toccano, respirano, gustano. Ma   con un senso in più, il sesto senso, che dà loro una marcia diversa con cui intuiscono tutto ciò che gli altri sensi percepiscono in maniera semplice, concreta e reale. E l’intuizione trasfigura ogni percezione in emozione che è esaltazione immaginifica e fantastica, traducendosi in gioia di vivere. Soprattutto se i bambini vivono circondati dall’amore di quanti se ne prendono cura. È questo, secondo me, il primo “incontro” con la poesia di un bambino amato e felice. Sì, lo so, non sempre incontriamo bambini felici, anche a voler andare a ritroso nel tempo. Anzi!  Sicuramente sentiamo il suo pianto, non appena viene al mondo e guai se non fosse così. Ma appena apre gli occhi ci regala il suo incanto. Prima di incontrare la sua tristezza, che è frutto velenoso della cattiveria degli adulti, i quali sono bambini cresciuti male per una catena atavica di condizionamenti negativi che hanno avuto origine nella prima razionalizzazione del reale e concettualizzazione del mondo. Nella prima forma di affermazione di sé a discapito degli altri. Anche in forma violenta e crudele (Caino che uccide suo fratello Abele).

In realtà, anche gli uomini primitivi hanno guardato il mondo con occhi di poesia. L’ontogenesi riassume la filogenesi nell’arco della vita di ciascun essere umano. La razionalità e l’astrazione decretano la fine dello stupore e quindi della poesia. Tutti gli uomini, tranne i poeti e gli artisti in genere, se ne sono discostati non appena hanno cominciato a ragionarci su. A voler indagare per conoscere e sapere il perché e il percome delle cose. Scomparso il mistero, scompare il volto doppio e triplo della vita in tutte le sue innumerevoli sfaccettature.

 La poesia, invece, condensa in sé un’enorme ricchezza di sensi, ma li supera in un linguaggio altro che riflette sempre un altrove e altro da sé. Si può dire, insomma, che “ripetendo una poesia nel linguaggio comune distruggiamo la poesia”, come afferma   Jurij Michajlovic Lotman.

Una poesia, infatti, nella sua struttura formale è composta di parole che si legano tra loro secondo diversi sistemi di rapporti ben più complessi di quelli del discorso comune, e ciò fa sì che uno stesso testo assuma contemporaneamente più significati. 

Il “discorso comune”, come sappiamo, ha carattere di “transitività” (dalle parole si passa in maniera lineare ai significati), mentre quello poetico si può definire “autoriflessivo” proprio perché si offre a molteplici interpretazioni, essendo come avvolto su sé stesso; dunque, è per sua natura ambiguo: i suoi significati sono soprattutto suggeriti e sottintesi, assumono strutture complesse, spesso volutamente imprecise, criptiche, oscure e misteriose. Una poesia non dice, non definisce mai, non dimostra: accenna, allude, propone, crea suggestioni, concentra in sé molteplici intuizioni.

Inoltre, il discorso comune si svolge generalmente in un’unica direzione che procede con regolarità dalla prima all’ultima riga (ciò che viene detto dipende da ciò che precede e condiziona ciò che segue fino all’ultimo segmento di frase). I significati del discorso comune si organizzano, pertanto, secondo una progressione che si proietta sempre in avanti.

Al contrario, nella poesia, il senso, invece di progredire, ritorna su sé stesso con una sorta di movimento “oscillatorio”, avanza e ritorna indietro; i versi si susseguono non secondo un ordine logico, ma creando continue espansioni semantiche che si dilatano all’indietro in modo da dover/poter reinterpretare con una diversa angolatura ciò che si riteneva di aver compreso in una prima lettura.

 Nella poesia, dunque, la progressione dei sensi non è più proiettata in avanti, come nel discorso comune, ma si orienta ciclicamente con un ripetuto ritorno su sé stesso. (Cfr. S. Agosti).

 Interpretare una poesia, allora, significa oscillare tra una comprensione globale e la focalizzazione di un particolare, per ritornare a cogliere qualche struttura trascurata in un primo approccio, e per rifermarsi di nuovo su altri aspetti particolari in un ripetuto procedimento ciclico-spirale.

Insomma, l’interpretazione di una poesia richiede di non trascurare alcun elemento: dalle scelte lessicali (importantissime) al tipo di verso (regolare, odeporico, scazonte…), alla punteggiatura usata oppure omessa…

 Risulta di particolare valore il fatto che, in questo succedersi di continui “aggiustamenti” interpretativi, entrano in gioco anche elementi non linguistici: i caratteri, lo spazio utilizzato, la collocazione del verso all’interno della pagina, e così via. Anche questi elementi hanno un significato che possono modificare una prima interpretazione testuale. Si passa, pertanto, dalla “significazione” di base, all’analisi attenta del valore polisemico di un termine o di una espressione; dal suono/senso/significato delle parole ordinate in una certa successione, che può banalizzare o rendere altamente poetico un testo, alle eventuali rime o scelte ritmiche…

 Il risultato è la “significazione” più profonda della poesia. 

Quest’ultima, dunque, è “il regno della polisemia e dell’ambiguità”. (Cfr. Serafino Ghiselli).

Una poesia, infine, è un particolarissimo atto linguistico che può considerarsi compiuto in sé stesso e nelle forme che può assumere, senza finalità pratiche particolari (libera elaborazione di alcuni testi di Lotman, Ghiselli, Agosti).

Ma, a questo punto, mi sembra giusto chiederci, al di là della sua struttura formale, cosa è o potrebbe essere la POESIA. Non è possibile rispondere, come per tutto ciò che riguarda l’anima. E la poesia è in primis la nostra anima che si fa Anima dell’Universo. Poi è tanto altro ancora nell’infinito smarginarsi del suo senso-significato-significazione. Scrivere o parlare di poesia, dunque, non è facile.

“Per farlo, mi accompagno ad Autori famosi, le cui voci sono ben più autorevoli della mia”, ho scritto qualche anno fa per un Corso di Scrittura Creativa. E io oso riproporvelo, miei cari lettori, perché ritengo che ne valga la pena in quanto offro in sintesi non soltanto il mio pensiero in merito, ma anche un panorama abbastanza ampio di quello che hanno ipotizzato o affermato sulla poesia altri grandi studiosi, poeti, scrittori, filosofi, psicologi…

E comincio da Platone, cioè dalla Grecia, culla della poesia occidentale, per poi riportarmi ben presto ai nostri giorni.

Per Platone, “la poesia è qualsiasi forza che porti una cosa dal non- essere all’Essere”.

Dunque, la poesia è energia, forza, creazione.

Definizione, che ha percorso millenni di storia e che si è alimentata dei poemi epici d’Omero e della dolcezza disperata di Saffo o della tensione lirica di Ibico; dell’ossimorico amore/odio di Catullo e della mitezza elegiaca di Tibullo; si è fatta elegante sonetto  alla corte di Federico e travolgente fiume di terzine nella Commedia di Dante;  malinconico canto d’amore in Petrarca, ironica e amara invettiva in Cecco Angiolieri; polifonico madrigale alla corte del Magnifico a Firenze  e superba ottava nell’Ariosto, ode, canzone, ballata, canto, idillio… per giungere intatta, imprendibile ma inconfutabile fino a noi.

Parola essenziale, simbolica, allusiva nella poesia orientale; canto di dolore e di liberazione nei versi in terra d’Africa o degli indiani d’America. È gioco di parole e musica per i francesi; impeto e passione per i tedeschi; rivolta e rabbia e stravolgimento per la beat generation, straniamento…

La poesia è tutto questo e molto altro ancora.

E mi fermo qui, ma sicuramente continuerò nei prossimi giorni, confortata dai vostri interventi, commenti, riflessioni, proposte, poesie. Vi aspetto per arricchire delle vostre preziose voci il nostro blog… felice fine settimana. Angela

 

 

 

sabato 17 luglio 2021

Sabato 17 luglio 2021: e, per concludere, una intervista di Gisella Blanco a Vittorino Curci...

Due anni fa, il 17 luglio, moriva un grande scrittore di indiscusso coraggio e di immensa umanità. Aveva oltre novant’anni, era ormai quasi cieco, ma aveva un cuore ribelle e ostile alla resa. Era il tempo della nostra umanità ferita per i tanti migranti lasciati morire nelle acque del nostro Mediterraneo, ad un passo dalla costa italiana. Fino all’ultimo respiro si batté per invogliarci a riscoprirci Uomini, nutrendoci di Sorriso e di Speranza.

Io dedico a lui questa pagina e a tutti gli scrittori, i poeti, i giornalisti, gli artisti che si battono per la libertà di parola, per la oculata giustizia tra disuguali, per il sacrosanto rispetto dell’altro, chiunque esso sia. Così mi è stato insegnato da “chi credette in noi, le donne e gli uomini/ che ci tenevano in braccio…”. E ripropongo due fondamentali versi di Vittorino Curci a tale riguardo. Ci sono insegnamenti che vanno al di là del tempo e dello spazio perché continuano ad abitarci dentro non come sterile abitudine ma come vivificante abito di comportamenti kantiani (Il cielo stellato su di me, la legge morale dentro di me). Questo riferimento mi riporta a Vittorino e alla importante intervista “LA VERITA’ E’ ESSENZIALMENTE POETICA”,   rilasciata, per <Le città delle donne>, alla giornalista Gisella Blanco , la quale così introduce: “L’arte, a volte, non è solo una passione, una vocazione o un’indole: talvolta è la materia della vita, la sostanza del tempo, l’ontologia della personalità. La ricerca della particella minima ed essenziale che informa le più grandi strutture etiche è alla base della sopravvivenza di una società in piena crisi convulsiva da assuefazione alla fretta e alla esacerbazione della individualità, polarizzazione della scelta, più o meno volontaria, di rinunciare alla fragilità che ci rende ancora umani”. E non si può non convenire con quanto la giornalista afferma sull’arte e sulla società contemporanea in funzione di una prima rapidissima ma puntuale presentazione di Vittorino. E, infatti: “Abbiamo conversato con un intellettuale del nostro tempo, Vittorino Curci, poeta, scrittore, critico letterario, musicista e pittore, per conoscere il punto di vista autorevole dell’uomo artista contemporaneo che attraversa la tortuosa necessaria via del cinismo per giungere a una nuova infanzia umana, consapevole della propria inclinazione alla pluralità che la rende adatta alla ferocia del quotidiano”. Anche qui devo arrendermi all’evidenza. La giornalista ha fatto centro. Vittorino è anche tutto questo, che la sua artistica poliedricità rivela ed evidenzia. Ed ecco alcuni fondamentali stralci delle sue risposte alle interessanti domande della Blanco: “Il ruolo della poesia oggi è lo stesso di sempre, cioè quello di cercare un punto di vista sul mondo, lontano da convenzionalismi radicate e automatismi inconcludenti (…) La verità è essenzialmente poetica”. Credo di poter dire che in molte poesie la “sua” verità, la verità del nostro Autore, sia pure velata da metafore e dinieghi, emerge come da un abisso insondabile ma, perciò stesso, ricco di tesori nascosti. E ancora: “Di solito evito di tornare sulle cose che faccio. Cerco di essere dispersivo perché non sono mai soddisfatto di me stesso. Mi illudo ancora di poter scrivere una poesia, una sola, che mi rappresenti pienamente. Mi accontenterei anche di un solo verso. Un solo verso per giustificare tutta la mia vita”. Anche in queste dichiarazioni estreme, riscopriamo che la poesia si identifica con la vita, per Vittorino Curci. Ma in esse c’è Rilke; ci sono Ungaretti di Allegria di naufragi e Montale di “Forse un mattini andando” (“Ma sarà troppo tardi; e io me n’andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano,/ col mio segreto). E Dino Campana con i suoi Canti Orfici. Certo, sono andata a sfociare nel Novecento, mentre qui si parla del primo ventennio del nostro secolo. Dovrei rivolgermi al grande Franco Buffoni e ai suoi “Quaderni”, che dagli anni Novanta selezionano i nuovi poeti per raccontarci meglio la poetica di questo nuovo millennio, ma avrei notevoli difficoltà nella scelta dei tanti validi poeti giovanissimi che fanno parte della sua scuderia (rimando al suo libro freschissimo di stampa). Anche partendo da quegli anni di fine secolo, rimarrebbero comunque fuori tutti quelli nati più o meno a metà Novecento. Ma mi sembra giusto riportare qui uno stralcio del denso e imperdibile libro IL TRIANGOLO IMMAGINARIO (SECOP edizioni 2021), in cui sapientemente egli disquisisce di poetica: “Da buon allievo <indiretto> di Luciano Anceschi, non riesco a prescindere dalla sua definizione di poetica ogni volta che mi capita di riflettere sul fatto di scrivere versi. È l’impasto di quattro noti elementi - sistemi tecnici, note operative, moralità e ideali - che nutre e sorregge la poetica di un autore. Che infine è anche il sapore del pane, l’infanzia, l’odore della terra. È per questo che, pur avendo lavorato molto sulle lingue straniere, valuto enormemente il lavoro che si fa sul vernacolo, sul dialetto, su quella lingua che si apprende non a parole, ma a frasi, a spezzoni di frasi, a brani di vita nei primissimi anni, perché con essa s’impasta la poetica di un autore. Credo anche che poesia nasca da poesia, che non esista creazione letteraria assolutamente originale (…) Va sottolineato anche l’aspetto dell’assorbimento di poetiche precedenti, di autori precedenti. È evidente che se Vittorio Sereni ha avuto a vent’anni il fascismo e a trenta la Seconda Guerra Mondiale, io a venti ho avuto il Sessantotto e a trenta il Settantasette; mi sembra che si tratti di esperienze molto diverse. Quindi, anche se menziono Sereni come autore con cui è chiaro che ho un apparentamento, le nostre esperienze di vita sono state così differenti, e i riferimenti storici sono talmente distanti che, inevitabilmente, comportano una originalità anche nell’autore successore, se provvisto di uno stile, di un ritmo interno alla scrittura sua propria”. Credo di poter sottoscrivere, a cuor leggero ma non troppo (nel senso che me ne assumo la responsabilità), che queste affermazioni vadano nella stessa direzione di quelle di Vittorino Curci. Non fanno una grinza le une e le altre. Sono indubbiamente sulla stessa lunghezza d’onda. Anzi mi sentirei di aggiungere di Buffoni anche questa affermazione: “Il ritmo è ancestrale: è quel respiro che viene dall’imparare a parlare, dal battito del cuore materno”. Ecco perché il linguaggio poetico “ricorda l’infanzia dell’uomo e i poeti sono eterni bambini” (Giancarlo Stoccoro in una intervista a Franco Buffoni, il quale conferma: “Il ritmo interiore è la musica più bella e senza melodia, che mi fa mettere le parole a posto scuotendole e porgendomele all’orecchio come una conchiglia”). Ed ecco un ritorno inevitabile al nostro Vittorino, che sembra fare eco a Buffoni e a Keats, amato e studiato, quest’ultimo, profondamente da Buffoni: “Keats diceva che la poesia è musica senza melodia. Io non faccio che cercare quella musica che, nel respiro dell’universo, è nata prima di ogni altra musica e vive da sempre nel mito (anche se noi oggi non abbiamo la più pallida idea di cosa sia un mito). Il mito è una movenza dell’anima primitiva che precede l’uomo storico, dotato di ragione. Il quale cerca un ordine perché non può fare a meno di un ordine. Dobbiamo pensare il mito come qualcosa che si mette a disposizione, che parla evocando, senza cercare spiegazioni. È un linguaggio che ritorna al fondo sconosciuto da cui è stato generato. È un modo di vivere e di pensare che noi non conosciamo, è un’esperienza della parola che ha a che fare con ciò che è originario. Il mito indica qualcosa che sfugge a ogni interpretazione…”. E qui mi piacerebbe sentire la voce di una grande giovanissima studiosa dei miti antichi rivisitandoli alla luce del mondo contemporaneo, la mia dottissima amica Bianca Sorrentino.  Solo un brevissimo ricordo del suo primo saggio sul Mito (Mito classico e poeti del ‘900, Stilo Editrice 2016), a cui approdò quale vincitrice di un importante Concorso Letterario in Puglia e che io, in una recensione, semplificai così: “comincio dalle sue parole che qui hanno sapore fresco e antico del raccontarsi per raccontare l’importanza del mito greco-latino e di ogni altro mito che accende di luce la quotidianità e la trasforma in vivida realtà/irrealtà, avventura/sogno, lama/balsamo per le ferite che la vita distribuisce agli umani, noncurante di volti e di costellazioni. Solo il nome rimane per sempre incancellato, nella unicità di una storia/leggenda che ci riguarda un po’ tutti. Nomi di uomini, certo, ma anche di animali, oggetti e ricami di stelle nel cielo, attraversati dal Fato, ora crudele ora generoso, che ha scritto quei nomi nel grande Libro delle Possibilità. Forse per insegnarci a vivere epifanicamente il quotidiano, nonostante il quotidiano morire…”. Ma, al di là del Mito, che anche Vittorino ha così bene definito, mi piace concludere tutto il mio discorso su questo nostro grande poeta e non solo con le sue conclusive parole sui consigli da dare ai giovani e giovanissimi poeti dell’ultima generazione: “La prima cosa di cui deve essere consapevole un poeta è che la poesia non è un fatto personale. Voglio dire il linguaggio va sempre incontro a qualcuno. Un poeta, inoltre, deve provare un vero interesse per la vita degli altri. E poi, sì, deve leggere, deve leggere molto, anzi, più che leggere, deve studiare. Sono due cose diverse, leggere e studiare. Studiare significa concedersi tutto il tempo necessario per fare le cose. Significa riflettere, collegare, distinguere, approfondire, fermarsi, rileggere. È un lavoro che non finisce mai. Ma forse il miglior consiglio che potrei dare a chi desidera scrivere poesie è lo stesso che dava Charlie Parker ai giovani musicisti: “Studiate tutto quello che potete sulla musica e sul vostro strumento. Poi andate sul palco, dimenticate tutto e suonate”. In tutto ciò - sembrerà strano - la parte più difficile è dimenticare. Ma è lì, nella meraviglia di quel vuoto, che inizia il vero processo creativo”. E noi gli crediamo! Mi rimane ancora lo spazio per tre riflessioni: 1) mi piace molto la poesia dei giovani e giovanissimi autori, ma forse perché figli di questo secolo, che Miguel Benasayag e Gérard Schmit hanno definito “delle passioni tristi” (cfr. M. Benasayag- G. Schmit, L’epoca selle passioni tristi, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2014), scrivono versi molto amari, disincantati, delusi. Di un nichilismo nietzschiano (ripreso da Umberto Galimberti nel suo L’ospite inquietante di alcuni anni fa), che mi sgomenta e mi spinge a lottare per loro. 2) Occorre rispolverare la speranza riportandoci ai valori di sempre attraverso un percorso di “coscientizzazione” degli adulti perché possano imparare ad “ascoltare” i giovani per conoscerli meglio e capirli di più. 3) La poesia può aiutarci a venire fuori dalla desertificazione dei sentimenti alla luce di quanto detto sin qui.

Infine, tutti i vostri commenti, le vostre poesie, le vostre riflessioni saranno i contenuti delle prossime pagine sul “nostro” blog. Alla prossima. Ciao   

 

 

 

 

 

  

mercoledì 14 luglio 2021

Mercoledì 14 luglio 2021: ancora riflessioni sulla poetica di Vittorino Curci...

<Cosa succederebbe se la poesia entrasse nel mondo ed intervenisse, o incidesse, nel parlato, nel linguaggio tecnico o nel “degrado” della lingua, nobilitandone le dinamiche? A volte succede, la poesia può entrare nel parlato. Come? Direi quando riassume, simboleggia, esprime qualcosa che va oltre il significato delle parole perché la poesia deve dire quello che non dice. No, non si tratta di parlare in versi o di esprimersi per metafore, si tratta di altro. Octavio Paz diceva che la “parolaccia” è la poesia del popolo, di fatto il contenuto della parolaccia (o dell’insulto) è enorme, e ciò che può scatenare nell’uomo va oltre l’ordinaria follia. Andando oltre questa analogia, direi che la poesia ha il compito di far esplodere qualcosa dentro, di scuotere le coscienze, di fomentare dubbi e di accendere la miccia dei sentimenti, e lo fa attraverso un insieme suono-ritmo-silenzio. Ecco: un insieme armonico che significa quello e non altro, un significato che non è nelle parole che lo compongono. Allora, potremmo dire che la poesia è un codice che trasmette significati che vanno oltre le parole? Sì: il potere della poesia è nell’evocazione! La poesia è come l’irrazionale voglia di vivere che emana da un fiore che sboccia tra le crepe dell’asfalto. Certo, non è la regola, ma credo che oggi la poesia debba prendere questa strada al di là della forma che la contiene: la poesia non è abbellimento, non è carezzevole, non è una coccola, semmai è la sveglia dello spirito guida, e di questo oggi c’è tanto bisogno>.

Dopo la vergognosa arroganza, presunzione, ineducazione, violenza degli inglesi per la imprevista e imprevedibile, per loro, sconfitta agli Europei, di cui pretendono stoltamente e pervicacemente la revisione del verdetto finale, mi sembra che queste parole sulla poesia e sulla sua funzione etica oltre che estetica dello studioso Claudio Fiorentini ben si addicano alla situazione socio-culturale dei nostri giorni e alla poetica del nostro Vittorino Curci. E desidero qui ringraziare sentitamente quanti mi hanno scritto in privato, su FB e sul blog per dimostrarmi la validità di questo confronto a più voci. Tra tutti, propongo il commento di uno sconosciuto: “Ringrazio Angela De Leo che così generosamente ha dato rilievo alle mie parole. Anche le sue, così appassionate nella ricerca dei segreti della poetica di Vittorino, hanno catturato cuore e attenzione”. E onestamente non so se pensare alla poetessa siciliana Francesca Alaimo o al critico letterario Alessio Poiano, entrambi citati nelle mie pagine sul libro di Vittorino. Ma poi c’è anche il commento di Mariateresa Bari, che non manca mai di far sentire la sua voce: “Angela ho i brividi... Quell'ombra, tanto necessaria quanto la luce... Quello scovare la presenza nell'assenza, caratterizza la mia quotidiana ricerca! Come sempre grazie per questi doni!”. Significativi e importanti anche i commenti di Elina Miticocchio: “Angela cara occorre soffermarsi, a lungo, sulle tue parole dense e profonde. Grazie per ogni tuo dono”. Di Maria Pia Latorre: “L’infanzia del poeta è l’infanzia del mondo, il passato del passato. Con la postura di chi trapassa il vetro e cerca nel mondo delle ombre, le ombre del tempo. Grazie a voi!”. E ancora Mariateresa: “Quanti importanti spunti di riflessione, ci regali, continuamente, Angela… grazie”. Gratificazione personale a parte, sono voci che arricchiscono i nostri punti di vista, a volte combacianti, a volte dissonanti ma sempre costruttivi, come è giusto che sia in un percorso poetico così vasto e frastagliato. Francesca Alaimo, per esempio, ancora continua: “Non è cosa di poca importanza annotare come il linguaggio più maturo dell’autore, ubbidendo al fascino della costruzione geometrica e dei rapporti di contrasto e   ripresa dei temi, sui quali si innestano improvvise variazioni e temi secondari, rimandi in qualche modo al fraseggio jazzistico, in una sorta di osmosi fra la pratica letteraria e quella musicale”. Convengo con questa riflessione che ha una straordinaria importanza nel connotare meglio il ritmo interiore e non solo dei versi di Vittorino col suo essere sassofonista di talento. Si aggiunge un altro importante tassello al linguaggio poetico curciano. E qui mi sembra giusto riportare un altro stralcio dello studioso Claudio Fiorentini: <Prendo come esempio una sinfonia di Beethoven. Provate a tradurla in qualcosa che non sia quella sinfonia di Beethoven. Non ci si riesce. La musica, in questo caso, è la compressione dell’immensità, un buco nero che assorbe tutte le sensazioni dello scibile umano che poi esplodono all’interno di chi si lascia rapire dalla meraviglia della musica. Questo è il punto: la grandezza dell’artista sta nel trasmettere qualcosa che può essere trasmessa solo in quel modo. L’infinito di Leopardi può essere trasmesso solo con l’infinito di Leopardi. Non è possibile che il contenuto prescinda dal contenitore, proprio perché dice cose che in altri modi non si possono dire. Quindi è un codice di trasmissione, (…) mentre leggete queste parole (…) a loro volta si espandono in voi (e, già, la comunicazione è una incessante sequenza di compressione ed espansione). Ora, per trasmettere l’infinito, o la quinta, o il Guernica non c’è altro modo oltre quello che li trasmette. Ma ditemi un po’, che tumulto, che splendore, che grandezza si accende in voi quando vi lasciate trasportare da queste opere? Ma veniamo a quello che ci riguarda da vicino, il nostro amico linguaggio. Certo, la lingua e il linguaggio sono due cose diverse: la lingua è lo strumento, il linguaggio è la sua più vasta applicazione perché è fatto di ritmo, di silenzi, di respiro, di gesti, di sequenzialità e di interruzioni, di cose raccolte per strada e, perché no, anche di parole d’uso che in poesia, di solito, noi tendiamo a scartare. Ma è inevitabile, il linguaggio evolve e cambia, è un insieme in costante movimento, è un organo evolutivo, così anche la lingua, sebbene rimanga lo strumento usato per costruire un linguaggio, almeno nel nostro caso>. Come non arricchirsi di queste riflessioni? Così come altro importante tassello Francesca aggiunge alla denuncia sociale che si rileva nel contenitore dei molteplici contenuti dell’“autoantologia”: “l’esperienza del mondo di Curci, che ‘in questa accademia del dolore’, nella quale ‘la grazia duratura del mondo/ è scolpita sul viso/ dei bambini’, ha imparato come sia stato fondamentale ‘ il bene/ di chi credette in noi, le donne e gli uomini/ che ci tenevano in braccio/ sul treno in corsa dell’avvenire”. E qui il linguaggio ha venature di dittatura fascista, da cui prendere le distanze in tutta fretta, ‘per le trame di un potere muto’. E Francesca Alaimo continua con voce sempre più rigorosa e vigorosa a parlare della formazione politica di Vittorino anche in funzione della “urgenza etico-espressiva di una poesia, che, aperta verso ogni esperienza reale, libera da ogni recinto tematico, da ogni confine tra generi e forme letterarie, si offra quale strumento di totale testimonianza.”. Splendide sono le “minuzie dei dettagli” che la poetessa riporta dalle varie descrizioni che il nostro poeta, in maniera lirico-descrittivo-sensoriale, anche un po’ proustiana, fa di Noci, del paesaggio pugliese e degli “oggetti” che ci sopravvivono e ci riportano alla memoria indimenticate, solo sfocate, figure del passato. E attente e puntuali sono le sue considerazioni sulla epicità della poesia di Curci “in nome di un ardore empatico con la storia di ogni uomo, ma anche con gli uomini e le vicende della Storia, nella convinzione che ogni generazione debba lasciare una sua eredità esperienziale a quella successiva perché operi con necessità e sapienza. Esprimendosi sul rapporto che intercorre fra concezione poetica e memoria storica, Curci ha affermato che ‘tutto quello che chiamiamo tradizione è in parte un cimitero e in parte una miniera d’oro. Nel cimitero lascio una preghiera, nella miniera d’oro invece scendo sempre volentieri per riveder le stelle - più ricco di prima -‘”. Come non riportare questi stralci del tutto nuovi rispetto alla mia e altrui recensione? Quanta comprensione in più. Quanta empatia in più fra tutti noi! Quanti ancoraggi alle varie sillogi presenti nella grande Silloge, un contenitore vastissimo di ben ventitrè anni di percorso poetico, sostanziato da tante esperienze di vita perché ne occorrono davvero tante per “fare un poeta” come sostiene Rainer Maria Rilke, nei Quaderni di Malte (<I versi sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, occorre conoscere a fondo gli animali, sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori, quando si schiudono all’alba. Occorre poter pensare ai sentieri dispersi in contrade sconosciute; a incontri inattesi; a partenze da lungo tempo presentite imminenti; a lontani tempi d’infanzia ravvolti tuttora nel mistero; a nostro padre e a nostra madre, che eravamo costretti a ferire, quando ci porgevano una gioia incompresa da noi perché fatta per altri; alle malattie della puerizia, che stranamente si presentavano con tante e così profonde metamorfosi; a giorni trascorsi in stanze silenziose e raccolte, a mattini sulla riva del mare; al mare; a tutti gli oceani; a notti di viaggio che scorrevano altissime via con tutte le stelle. E non basta>). In queste sacrosante parole rilkiane io ravviso tutta l’esperienza poetica ed esistenziale di Vittorino Curci. E di quanti hanno un percorso altrettanto lungo e impegnato lungo i lunghi sentieri fioriti di spine e di rose della creatività e dell’autentico amore/dolore per la POESIA.

E anche oggi mi fermo qui, ben intenzionata a continuare perché tanti sono gli spunti di riflessione e conoscenza che si possono rilevare in una pagina ben letta, figuriamoci in un libro di ben 154 pagine!


    

 

 

lunedì 12 luglio 2021

Lunedì 12 luglio 2021: Vittorino Curci ancora con noi, tra noi...

Prima di passare ad altro che riguarda Vittorino Curci: recensioni, interviste, premi letterari che sono, secondo me, motivi di felicità persistente, desidero riportare qui la risposta del poeta al suo recensore Alessio Poiano perché davvero illuminante su alcuni passaggi della sua poetica e soprattutto del suo pensiero che si trasforma in parole opportunamente scelte per dare un senso ai vari rimandi contenutistici della sua opera, distesa, è bene ribadirlo, a ritroso nell’arco di questi ultimi ventitrè anni. Quasi un voler afferrare il passato perché è lì che affondano le radici della sua essenza più profonda. Risposta di Vittorino Curci: “Caro Alessio, mi sono sempre pensato come un apprendista a vita. Perciò quando nel titolo della tua recensione mi hai definito “eterno discepolo” mi sono sentito a casa, riconosciuto, accolto dalle tue parole. Prima che scrittore di poesia, io mi sento lettore. E se fossi costretto a scegliere tra scrivere o leggere poesia non avrei alcuna esitazione, sceglierei senz’altro e mille volte leggere perché non saprei come farne a meno, come sarebbe possibile altrimenti continuare a vivere. Per quanto riguarda invece il discorso che fai sulla luce nella mia poesia (“la luce serve a distorcere, è allucinatoria”) sento di dover fare una piccola precisazione: non riesco a concepire la luce indipendentemente dall’ombra che essa produce. Nella tenebra non si vede niente, ma anche se c’è una luce accecante non si vede niente. È tra questi due estremi che possiamo esercitare il nostro sguardo sul mondo. E la prima cosa che scopriamo è che un’immagine è nitida quando è determinata dalla nettezza delle ombre. Ebbene, un testo poetico crea inevitabilmente delle immagini (a volte anche dei racconti): è un fatto intrinseco alle parole. Ma i poeti si rapportano a queste immagini e a questi racconti in modi diversi. Ci sono quelli che lavorano di più sulla luce e quelli che lavorano di più sull’ombra. I primi danno l’idea di guardare la realtà attraverso un vetro, per cui da una parte c’è il soggetto e dall’altra l’oggetto. I secondi invece, quelli che lavorano di più sull’ombra, guardano la realtà posizionandosi al di là del vetro, considerandosi parte, pulviscolo, di quella stessa realtà. Io, grossomodo, credo di avere molte cose in comune con questa seconda tipologia di poeti. Ed è forse per questo motivo che sono un po’ brutale (diciamo pure: espressionista) quando ho a che fare con la luce. Cerco più che altro di ritagliarla dalle ombre con vigorose lumeggiature. Aggiungo un’ultima cosa. Tu scrivi, e sono assolutamente d’accordo con te, che la poesia non è “una bolla in cui rifugiarsi dalle insidie del quotidiano”. Questo è un punto cruciale perché molti, anche alcuni poeti, pensano il contrario. La poesia non è qualcosa di personale. Non lo è ontologicamente per la natura e l’origine del linguaggio che usa, e anche per come lo usa. In essa c’è sempre un bisogno ineluttabile di andare incontro all’altro. Senza il quale la poesia non avrebbe alcun senso. Ti ringrazio di cuore e ti abbraccio, Vittorino”.

Estremamente significativa la puntualizzazione dell’Autore sul significato che lui dà alla luce, abbinandola all’ombra: non ci può essere l’una senza l’altra. E, mentre per Poiano la luce distorce la verità, per Vittorino essa serve a ritagliarsi tra le ombre che la scontornano proprio la verità o quanto possa approssimarsi ad essa. Non me ne voglia il critico Poiano, ma ritengo molto convincente la spiegazione di Vittorino. Anche perché, tra l’altro, spesso è presumibile che il secondo occhio, quello del lettore o del recensore, possa scoprire aspetti dell’opera e della personalità dell’autore che sono persino a questi sconosciuti, ma è anche vero che una lucida analisi degli aspetti fondanti della propria opera può offrircela solo chi l’ha scritta. Probabilmente sono le minime certezze per ancorarsi alle proprie idee senza rischiare d’inabissarsi continuamente nel mare dei dubbi, tenendosi in qualche modo a galla. Naturalmente, i punti di vista sono tanti quante le persone coinvolte in ogni situazione/condizione esistenziale (tot capita, tot sententiae, famosa locuzione latina cara anche Cicerone), a maggior ragione quando si sfiora il linguaggio poetico. C’è, per esempio, un’ampia e dettagliata lettura dei versi di Vittorino Curci fatta da Francesca Alaimo, nota poetessa palermitana. Il titolo è molto semplice: “L’autoantologia di Vittorino Curci”. Il contenuto molto più complesso. Meriterebbe di essere trascritta per intero, ma tempo e spazio non me lo consentono. Ne riporterò solo qualche stralcio più significativo: “Afferma Vittorino Curci (non senza implicazioni socio-politiche, laddove si consideri il profondo legame fra un’ideologia e il ‘suo’ linguaggio) che l’eliminazione di tutte le maiuscole, visibile nelle più recenti sillogi, corrisponda a un rifiuto di classificare all’interno di una qualche gerarchia le parole, avendo esse compito di raccontare (adeguando il loro ritmo a quello del pulsare del mondo nell’interiorità del poeta) persone, cose e accadimenti che lo legano non solo al vivo presente della comunità di appartenenza, ma anche al passato recente così come al più lontano”. C’è del vero in quello che scrive la poetessa, riferendosi anche al linguaggio socio-politico della ideologia abbracciata da lungo tempo da Vittorino ed è bene evidenziarlo, anche se, per me, le parole hanno una loro identità di significanza che potrebbe andare ben oltre la stessa motivazione ideologica: hanno una loro pregnanza e intensità per cui non dovrebbero rifiutare la maiuscola, anzi suggerirla e legittimarla. Io l’ho fatto nella mia recensione, così come sono solita fare in presenza di sensi e significati che mi preme focalizzare per ribadire la loro importanza all’interno della mia argomentazione. Vittorino ha fatto la sua scelta in base alle sue idee e al suo lungo percorso di teorizzazione della poetica di fine secondo e inizio terzo millennio; teorizzazione che, come opportunamente evidenzia Francesca Alaimo, “non deriva da un processo di astrazione o trasfigurazione, ma piuttosto dalla volontà di arrestarne la dissoluzione…”. Ed io, come lei e come tutti gli altri recensori, ho fatto esplicito richiamo all’infanzia del poeta e all’infanzia del mondo, quando si gettano le basi di un perenne sentire, legato a uno sguardo nuovo che sa di antico per frammenti di immagini, ma quanto importanti per scavare/scovare/gettare le radici dei frutti che verranno e saranno spesso anche promesse disattese e disperanti per l’assenza di verità, consegnataci dai nostri avi come tale. Ecco allora che “l’io del poeta, teso, dunque, a configurarsi come un moto di espansione a raggiera includente le esistenze dei vivi come dei trapassati fino (con un effetto del tutto surreale) a vedere ‘sfrecciare tra gli alberi/ un giovanissimo Leopardi in bicicletta’, si fa un logonauta viaggiante, attraverso l’immaginazione della parola, anche nel tempo che non fu suo, così da riconoscersi nell’altro, tra un tu e un io sovrapponibili; e, talvolta, con un inusitato effetto filmico, tra il suo io narrante e il suo io rievocato e oggettivato in un personaggio che calca la scena allestita dalla memoria…”. È indubbiamente molto suggestiva questa interpretazione di tanti versi di quest’opera che va “zigzagando” tra immagini frammentate di passato-presente- futuro, in cui si inseriscono, per vaste e vaghe associazioni di idee, personaggi storici, condizioni di vita, oggetti che fanno i conti con una realtà evanescente, fermata nella memoria per un dettaglio che alla fine non ha più neppure una ragione di essere. Ma c’è, a mio parere, qualcosa “di più” ma non superfluo, anzi necessario e forse ineludibile che vado ad evidenziare attraverso il commento a una poesia di Vittorino, una poesia che mi ha colpito particolarmente perché abbraccia, sintetizzandole, tutta l’esistenza del poeta e le radici della sua poetica.
“LA CURA”.
Tutti fermi al grido dell’animale
braccato - cadute e crolli
segnano il confine.
a otto anni
il dettato di una sola voce
quando mi perdo
mi perdo nel dettaglio
 
da questa terra santa
ho raccolto due pietre
sono mie e mi sembra di rubarle.
questa è mio padre
nel fermo immagine
di un luogo senza nome.
questa è mia madre
l’asseverante parola del suo dio
scomparso dalle chiese
 
e tu, sorellina, dove sei?
perché non dilegua il fumo
sul campo minato degli anni?
conservare i tuoi quaderni
è per me un lodevole impegno.
siamo fratelli
sconosciuti e per sempre.
a parlarmi di te
oggi non c’è più nessuno
La poesia sembra concludersi qui con una dolorosa constatazione che è rimpianto e nostalgia, ma in realtà essa s’incunea perfettamente tra due altre poesie, che sembrano una premessa (la prima,   trascinata però da quella che la precede) e una conclusione (la seconda) che ben si addice al discorso precedente. Dopo il commento, proverò a farne la sintesi per maggiore comprensione del tutto.
Il primo frammento di ricordi e un fermo immagine statico (“fermi tutti”) che è già un indistinto ma forte sobbalzo del cuore, già esacerbato “al grido dell’animale braccato”, che non ha via d’uscita, segnato com’è da un “confine” di “cadute e crolli” in una devastazione che non ha ancora nome per un bambino di soli otto anni che percepisce, però, il comando di “una sola voce”, quella più forte e autorevole, che travolge, sconvolge e disperde l’anima del poeta che, nella perdita totale di sé, è il “dettaglio” che vede, racchiuso negli occhi del cuore, perso per sempre in quel “particolare” solo apparentemente piccolo ma grande come macigno. Sta fermo, quel dettaglio, tra due “due pietre” situate nel luogo “sacro” del suo paese, che gli appartiene di diritto perché conserva le sue radici, e che pure il poeta ha la sensazione di dover “rubare” per sentirle nuovamente sue, ora che gli anni sono trascorsi disperdendo parte della sua identità, almeno agli occhi degli altri.
Le due pietre sono suo padre e sua madre, punti cardine delle sue origini. Il primo non ha un luogo di riferimento preciso. La seconda ha una sua precisa collocabilità “nell’asseverante parola del suo dio/ scomparso dalle chiese” (quanta verità amara e desolante in quelle chiese vuote a misconoscere quel dio in cui sua madre aveva creduto con tanto fervore senza però salvarla, né prima né dopo, dalla sua immutata pena). Tutto, dunque, ha una collocazione tra il distinto e l’indistinto tranne la figura più importante e per sempre sconosciuta: la sorellina. Il poeta ora interroga quel passato che non gli dà scampo nello strazio di non poterlo ricordare con chiarezza come il suo cuore avrebbe desiderato nell’arco dei tanti anni vissuti, “minati” purtroppo da quel “fumo” che non ha potuto mai dissolvere, se non conservando, come “lodevole impegno”, i “quaderni” dalla bimba vergati, prima di dissolversi in quel fumo, che ha vanificato le sembianze e la voce, non il ricordo. Ma, purtroppo, oggi non c’è più nessuno a parlargli di lei. Solo la sua anima dialoga costantemente con quella della sorellina, perché sa quanto a lui costi averla perduta alla vista senza averla potuta conoscere nella sua vicenda terrena, che è fatta soprattutto di “anni minati”. Tutta la sua amara visione della vita parte da questo amaro ricordo. E questo, per me, si fa ancora più chiaro se procediamo a ritroso nelle poesie precedenti che parlano, non a caso, di “VIAGGIO NEL MEZZOGIORNO” con uno spartiacque ben preciso 1952, l’anno di nascita di Vittorino Curci. Solo “chi legge dal futuro ha la sua porzione di luce” nella “cripta dei tuoi segreti”, ma chi vive gli avvenimenti nel momento in cui accadono ignora tutto quello che “collide con la falsa riga/ con le stimmate di chi soffre in silenzio/ con gli affanni di una vita… (ed è già un mettere a nudo il buio di quella “cripta segreta”, in cui la solitudine è ormai una costante). Una dichiarazione che mitiga “gli affanni della vita” è la successiva poesia “NON ERO SOLO AD ESSERE SOLO”, in cui “mi ero portato/ un libro per cercarti” e dove “mia madre aveva un’altra – più velata – voce”. E continua ancora nella pagina seguente la velata rivelazione di un segreto nascosto nella citazione di Durs Grunbein: “Tutto sotto controllo, lingue, culti, satelliti, solo una cosa hai sottovalutato, questo io.”, a cui bisogna prestare molta attenzione.
Poi, continua: la primavera non vide che quel giorno pioveva/ e che ero in ritardo/ pioveva/ (…) / il ragazzo in ritardo vide anche lui/ che pioveva, si tirò la giacca sulla testa/ e attraversò la strada./ la pena per una muta sofferenza nei tuoi occhi/ da allora non è più cessata./ ma giustizia non è fatta./ tendo piuttosto a dimenticare  
In realtà, dopo “La cura”, come dicevo, il discorso continua (è la seconda parte): “sono stato allertato da una sottile pioggia/ che di noi parla sui tegoli./ (…) come vedi non mi sono di me  dimenticato
E ritorna prepotente la pioggia con la sua meravigliosa simbologia del diaframma/distacco che questa pone tra l’io interiore e tutto il mondo che è fuori, per conservarne solitudini e segreti e misteri. Si ripropone, pertanto, “questo io” di Durs Grunbein che riprende a pulsare fortemente sulla scena del non detto per impadronirsi, solo per chi sa ascoltare, di tutti i frammenti dell’io poetante che chiedono ancora giustizia. Di quanto ancora quell’“io” sente nella parte più profonda e vera di sé, condizionandone pensiero, idee e ideali, scelte di vita. È una pioggia in forte contrasto, come sempre in queste poesie contro vento, con la pioggerellina di marzo, come Angiolo Silvio Novaro probabilmente gli ha suggerito, con la lievità della sua attesa primavera, che mal si addice però a quella “che di noi parla sui tegoli”, come cascata dolorosa che si abbatte ancora e sempre sul dolore antico (i tegoli mi suggeriscono proprio questo) e mai concluso del nostro Autore. Ma Vittorino è proprio in tutto questo coacervo di contraddizioni e in molto altro ancora. Ne riparleremo ancora, riprendendo anche la interessantissima voce di Francesca Alaimo. È una fitta, intricata, labirintica rete di lantane la poesia del nostro Autore ed è per questo che va centellinata, in ossequio alla necessità di “lentezza” nel percorso che ci porta alla conquista felice della conoscenza, di cui parla Simone Cristicchi…
E, ribadisco, è solo una mia interpretazione tutta da contestare, dialetticamente con i vari interlocutori, Vittorino compreso.
E, intanto, ieri mi sono anch’io inazzurrata in tante gioiose emozioni e commozioni tutte Azzurre al Wimbley di Londra e a Wimbledon, dove le nobili signore sfoggiano cappellini estrosi e preziosi (in terra straniera, dunque, “privilegiata” per tanti ovvi motivi, e anche per questo arrogante, supponente e ostile); gioiose emozioni e commozioni, da condividere per assaporare ancora frammenti di Azzurro orgoglio, riponendo fiducia e speranza in questi nostri ragazzi pieni di entusiasmo, passione, talento, in vista dei prossimi mondiali. I miracoli avvengono: occorre solo filtrare la vita con le ragioni del cuore…  
Anche il pallone, allora, dà felicità! Adesso lo abbiamo anche noi toccato con mano! A presto.
 

venerdì 9 luglio 2021

Venerdì 9 luglio 2021: la felicità è anche il dono di un libro da leggere, da recensire...

Dopo il piazzamento dell’Italia alle semifinali degli Europei 2021 e prima del bellissimo ultimo goal che ha decretato, martedì, la vittoria degli Azzurri per la finale Italia-Inghilterra di domenica prossima, mi sono giunti questi tre messaggi che vi invito a leggere: La felicità è nell’attimo ma per fortuna… la vita è costellata di attimi… Infiniti… (Caterina De Fusco). La felicità sta nelle cose che desideriamo. Ci raggiunge per un istante e subito scappa via (Francesca Petrucci). Cara Angela anche oggi stupisci! Le immagini che hai raccolto e le intense parole a commento sono davvero commoventi! Dal canto mio ti riporto alcuni versi ispirati ad una foto che magicamente mi ha trovato in un'ora "percossa e dolente" regalandomi un po'di conforto. Si trattava di una bici solitaria in un bosco, china tra le braccia amorevoli di un ulivo. Ulivo e bici se ne stavano così... Cuore a cuore, incuranti del resto... Un abbraccio forte Angela! “Cuore a cuore”: Lo vedi quel guizzo sul telaio?/ È lì che dimora il ricordo./ Nei raggi che hanno accolto/ esodi e presenze/ senza involucri./ Nel languido abbandonarsi / ad un fraterno abbraccio,/ nel frinire di un ulivo spatinato,/ che freme tra le fronde./ Nel rombo di un palpito,/ nel verde palmo,/ nel qui ed ora./ Cuore a cuore./ (Mariateresa Bari). Tre bellissimi messaggi che hanno in comune, sia pure con motivazioni diverse, il palpito dell’attimo estremamente fugace della felicità. Ci sarebbe da interrogarsi molto sull’“attimo felice” e spero di poterlo fare dopo i mondiali, confidando strenuamente nella vittoria dell’Italia in “campo e terra stranieri”, ma Mariateresa ha riportato l’argomento in “campo letterario”, dandomi la possibilità di esultare per il dono di una straordinaria silloge di Poesie da leggere e recensire. Ebbene, l’Autore, il grande Vittorini Curci, che non ha bisogno di presentazioni, dopo aver letto quanto da me scritto sul suo libro, mi ha restituito un “lungo attimo” di felicità, che ancora dura, per aver trovato le mie parole “consonanti” al suo pensiero poetico e al contenuto del suo libro. “Consonante” è un aggettivo   che mi piace moltissimo perché sta ad indicare che si è d’accordo e in armonia col “suono” dell’altro, dell’interlocutore. Nel nostro caso mi piace parlare di ritmo, musica interiori, un “suonare insieme”, che si attaglia meravigliosamente al mio amico Vittorino: poeta, scrittore, musicista, giornalista. Ed ecco la mia recensione, con uno stralcio della puntuale Prefazione al libro di Milo De Angelis, che offre parecchie altre chiavi di lettura, a cui fa seguito un’altra sapiente recensione del critico letterario Alessio Paiano perché si abbia un ventaglio più ampio di interpretazioni, su cui poter riflettere per ulteriori riflessioni tra di noi. Felice lettura, dunque, anche a tutti voi, miei affezionati lettori…

Mia recensione al libro di Vittorino Curci

Scrigno prezioso che racchiude il Tempo e lo dilata oltre ogni limite possibile ad abbracciare/allargare anche lo Spazio, questo nuovo Libro di Poesie (La Vita Felice 2021) di Vittorino Curci, musicista e poeta di Noci, antico amico del tempo ritrovato perché mai perduto. Le briciole lasciate lungo la strada che da oggi portano a ieri fino a sfiorare la prima alba del mondo sono le parole in cui il poeta, e lettore, ama e paventa ritrovarsi. In “quella terra sconsolata/ sfuggita alle carte geografiche/ dell’eterno”. Lo spazio/tempo del poeta non è mai il suo luogo e il suo momento. Di qui il suo bisogno di riprendersi l’infanzia per ritrovare una sorta di gioiosa innocenza, ma anche “i pensieri di un bambino” che traghettano il suo “io” adulto tra due secoli così contrastanti tra loro da non lasciare speranza nel futuro. Meglio uscire in silenzio dal vortice dei ricordi che labirintano l’anima senza indicare una via di fuga se non un agognato intimo rifugio nei miti che ci vollero eroi, in un alone di mistero che s’annebbia nel buio della notte dei tempi e non concede scampo ai nostri giorni che, ancora più privi di luce, s’infuturano nel passato. E i versi, che non credono in una continuità spazio/temporale della lingua e delle voci (quella di sua madre “più velata”), si sbriciolano in frammenti di ricordi che conservano l’incanto della prima volta, ma anche il tormento della irripetibilità dell’attimo e di quella emozione, quel sentimento, quella situazione/condizione di vita, che il poeta avverte mai propriamente sua perché immersa nella storia degli altri, che rinascono ogni volta in storie diverse, simili e mai uguali. E, del resto, Vittorino è egli stesso un “verso scazonte” sempre in consonanza col ritmo interiore della sua musica e sempre ribelle a schemi di perfezione e armonia, pur nella versatilità del “trimetro giambico” della sua anima. Mai sola. Mai in compagnia. Sempre spaiata. L’unica coppia uncinata nel cuore è quella di quel ragazzino, che “giocava a morra con le ore della notte” per sentirsi vincente, e la sua sorellina, di cui nessuno parla più, ma ci sono i quaderni che la rendono viva più che mai nel “lodevole impegno” di conservarli nel tempo. Un tempo restituito e recuperato in tanto “moltiplicarsi di strade”, nelle innumerevoli “seduzioni e lontananze”, a cui Vittorino Curci, più propenso a ritagliare le ombre interne ed esterne che a vivere la luce e di luce, che spesso al Sud assorda e ubriaca, non si è mai piegato. Non è un caso che persino le sue opere poetiche, che questo tempo scandiscono e divaricano a ritroso e zigzagando nei millenni spazio/temporali, riguardano vent’anni e un po’ di più. Perché niente sia normale, prevedibile, scontato. Il poeta ha avuto bravi maestri per destreggiarsi abilmente nel non scendere mai a patti con la quotidianità: “ridono di noi che abbiamo imparato/ a scongiurare il peggio/ da maestri che alzando ostacoli/ ci amavano, da domande cruciali/ troncate a mezzo”. Mai una risposta a spegnere curiosità e ardimento dovuto alla creatività d’inventarsi il giorno. È proprio vero “che l’amore dei padri si capisce dopo, quando il cielo impalma la terra?”. Forse. “Ogni scintilla di senso” diventa un dono dopo. E così, pur essendo tutto molto contenuto nel carattere minuscolo del segno grafico e tutto a rovescio rispetto alle regole grammaticali e sintattiche, la poesia di Vittorino Curci rivela “un talento che dissoda/ le linee del campo/ e si protegge con un ombrello disegnato da un bambino.”, dove “le parole e il silenzio si toccano” e si trasformano in musica che si fa nuova generazione e “rigenerazione” di un millennio che è agli esordi, ma ci indica già un inizio e una fine tra paure, contraddizioni, nascite, rinascite e morti. “Siamo in pochi, sempre meno, nel nostro misero/ accampamento. La sfrontatezza dei lavori arbitrari/ è appena un ricordo./ Come un finale a tempo/ e una voce fuoricampo che invita a sgombrare/ il passato”. Anche se tutto torna e poi scompare nel nulla di una realtà che non è neppure tale.

E i tanti enjembement di tutta la raccolta danno continuità alla frantumazione di sé e del sé. Ma è una continuità che esalta la poesia, e la musica che vi vibra dentro, ma non dà scampo al poeta né tantomeno al suo essere persona. Vittorino ne è consapevole e guarda con occhi disincantati e lontani l’amara verità mai vera. Rimangono le cose? Forse. E rimane il dubbio. In versi, in prosa. Egli prova a scambiarne i sensi, ma il risultato non muta.  Gli oggetti sopravvivono ai sentimenti. “Oggetti plastici con rari lampi di dolcezza…”. Persino “Dio in persona” lo manca “per poco”. E tutto si risolve o quasi in una sorta di “stanchezza della specie” nei melmosi fondali del tempo. E tutto sempre si invera. È un canto a rovescio che non conosce ritorno. Fino a oggi. Vittorino ama il Teatro ma non i teatranti dell’ultim’ora. Ama la parola ma non i parolai. Ama la poesia ma non i sedicenti poeti. Ama la musica ma non i suonatori improvvisati senza esercizio e senza talento. La realtà vanificata nel “niente”. Il niente che per fortuna è più concreto del “nulla”. Ma non offre via di fuga nell’infanzia, come un tempo. Ed è per questo che l’Autore si congeda in silenzio con il clamore di una denuncia, che rivela la sua ESSENZA altamente umana: “l’attore impacchettato nel vestito viola/ sfida la realtà già pronta di un testo/ mutilato per passione. Profondità è l’evidenza dei legami, l’irreparabile/ di ogni vita (…) i sopravvissuti dormono sui soppalchi/ mentre sulle strade, improvvisamente/ buie, i manichini si sporgono/ dalle sponde dei cassoni

E il viaggio continua in una solitudine che ha “soste puntuali/ nel dolore.” Ma “nessuno dirà/ che non esisti.”.

C’è da sperare che il viola, così nemico agli Attori e al Teatro, diventi un indaco di stupore continuo, di spiritualità immanente e, forse, anche trascendente per i Poeti, i Musicisti e gli Artisti perché ci salvi ancora POESIA, in un messaggio che includa e raggiunga gli altri e gli altri ancora…

E, intanto, Poesie mette le ali e già vola lontano dove imprendibile è persino il tormento dell’attimo fuggente.                          Angela De Leo    

 

(dalla Prefazione di Milo De Angelis a Poesie (2020-1997) di Vittorino Curci)

“L’infanzia percorre tutte queste pagine, con le sue scene antiche e il suo tempo <primo ottobre nel cortile della scuola>, il suo giocare <a morra con le ore della notte>. Ma non è l’infanzia crepuscolare del rimpianto. È una stagione vivissima che non possiamo situare nel passato, che ci raggiunge e ci supera, a volte ci aspetta. È un inizio incessante in cui siamo immersi, quello che ha ispirato un momento esemplare di quest’opera (<Se penso al mattino del creato/ quando le cose furono toccate da uno sguardo per la prima volta/ io sono contento di tornare sui miei/ passi…>) e sollecita nel profondo la sua ispirazione, ponendosi come continuo esordio o come rinascita dopo la caduta e accendendo una corrente impetuosa che scorre tra le righe nei momenti dello sconforto, della sconfitta, dell’essere vulnerabili alle potenze del cosmo: quando <il tuo mandala sarà disfatto/ al primo soffio di vento>, ecco che un altro vento misterioso scuote il disfacimento e lo consegna alla metamorfosi. Così il fascino di questa poesia è un soffio polifonico che raccoglie in sé diverse tonalità –dall’elegia alla riflessione sapiente, dall’invettiva alla supplica – per ricrearsi continuamente dalle ceneri personali ma anche quelle della Storia; è una prospettiva vasta e generale, un’inquadratura in campo lungo, uno sguardo nitido e insieme visionario”.

Ed ecco la recensione del critico letterario Alessio Paiano, proposta da un'altra grande poetessa Ginevra Della Notte sulla sua pagina FB: VITTORINO CURCI, ETERNO DISCEPOLO/ POESIE (2020-1997)

“È difficile scrivere di un libro come quello di Vittorino Curci: Poesie (2020-1997) (La Vita Felice 2021) raccoglie a ritroso gran parte della produzione del poeta di Noci, per cui ci si trova di fronte a una costellazione di testi distanti nel tempo, anche se resta inequivocabile la voce peculiare del poeta. Leggendo il volume si ha la sensazione di girare attorno a un punto ossessivo, mai davvero esplicitato. Penso prima di tutto al poeta che scrive, cerco di comprendere dove voglia arrivare questa scrittura che si modula nello stile, nel verso che cede al racconto nei suoi allucinati ragionamenti. Questa credo sia una tematica onnipresente nella produzione di Curci, intendo la luce. Non si tratta di un elemento puramente decorativo, né di mettere luce, illuminare le cose, rendere chiaro qualcosa. È tutto il contrario: la luce serve a distorcere, è allucinatoria e pone il poeta su un piano stralunato da cui le cose sbiadiscono e si confondono. È questa una zona d’ombra della poetica del sud: una luce che si scatena sulle cose come una maledizione e non dà spazio a redenzioni di sorta. Ogni verso di Curci gioca su questa ambiguità tra folgorazione e caduta infernale; dopotutto la luce è anche e soprattutto quella che rende irrespirabile l’aria del sud, che costringe gli uomini a rinchiudersi nelle loro case in cerca di riparo. La casa non è un rifugio quando le cose si assopiscono, ma il contrario: c’è un mondo fuori che fa il suo corso mentre gli uomini devono attendere il loro turno. Nei versi di Curci tutti gli uomini sono prigionieri di un’attesa riverberata nella morte o nei ritmi stagionali, il tempo è una cantilena che ripete una storia finita; c’è anche spazio per dichiarare l’abisso tra le generazioni, con i vecchi descritti come superstiti e i giovani (soprattutto bambini) che si ritrovano in un mondo con cui prendere ancora le misure, mentre i più grandi non hanno parole per spiegarglielo. Tutto scorre in perdita e il verso registra il ritmo di un tempo interiore che sfuma la memoria e il circostante; sempre ci si chiede leggendo cosa cerchi il poeta, dall’inizio alla fine. Qualsiasi cosa sia non c’è verso di trovarla, il soggetto sembra ritrovarsi di lì per caso, passeggiando tra i ruderi della mente. La terra che si descrive è a volte un segreto, a volte un’eredità, più spesso un mistero; fuori dal caotico ritmo cittadino si fa fatica a collocarsi nella storia, per cui si cerca un proprio ruolo differente. In assenza di una regola riconosciuta, vivere diventa un gioco di riprogrammazione: per questo l’esperienza poetica di Vittorino Curci è preziosa, diversa dai terreni dibattuti da più poeti della sua generazione. Si può solo narrare da una posizione di marginalità, senza creare, con la propria poesia, una bolla in cui rifugiarsi dalle insidie del quotidiano; nella poesia di Curci il distacco dalle cose non è immediato, non ci sono pericoli da cui proteggersi. Le distanze sono molto più ampie, e riguardano un mondo troppo lontano (il mondo del ‘centro’) per essere reale: a smuovere il rischio di un paesaggio immobile ci sono le esistenze degli altri, che fanno riemergere gli occhi da un sogno immobile. Volti nuovi di persone venute da lontano e che destano la curiosità del poeta, contrastata dalla diffidenza degli altri abitanti del paese, un paese che non è mai specificato e che quindi coinciderà con ogni angolo desolato del Meridione. In una parentesi storica curiosamente ricolma di maestri, Vittorino Curci si mostra come un eterno discepolo che mette a disposizione di tutti, senza cesure generazionali, la propria esperienza di uomo tra i ruderi della storia. «Si è vivi da qualche parte», dice una delle poesie: quel luogo è il senso della ricerca, ma tutto si rimanda in una luce che non lascia scampo. Cosa significa per Curci (e per chi la conosce) questa luce? Un faro accecante che da secoli manda a fuoco un palcoscenico di pietra e terra, dove noi agiamo ma solo come comparse”.

E non finisce qui. Conto di continuare ancora col libro di Vittorino Curci perché la nostra felicità di leggere e intervenire con le nostre considerazioni continui…

sabato 3 luglio 2021

Sabato, 3 luglio 2021: la felicità è anche un pallone, ma non solo…

Propongo un commento del caro Lino De Vento alla poetologa di lunedì 28 giugno: felicità è la vittoria con un pallone?...: Certo! La felicità, che ha sempre valore istantaneo, può essere anche la vittoria con un pallone… Se fai goal sei ancora più felice perché doni a te stesso e alla tua squadra un momento di grande esaltazione. E nella coppa che hai vinto sono impresse le fatiche e i sacrifici che ti hanno portato a quel risultato. Insomma il principio della “rosa del piccolo principe!”. Grazie di cuore, Lino. Un commento che mi ha fatto riflettere molto sulla grande “esaltazione del momento”, che possiamo chiamare felicità, e la gioia più grande che deriva dalla condivisione di un goal tra tutti i calciatori e i tifosi. Ancora più significativa è la puntualizzazione che, in quella vittoria, ci sono “impresse” le fatiche non disgiunte dai tanti sacrifici per ottenere quei risultati. Mi viene in mente una poesia “Goal” di Umberto Saba, tratta dal suo Canzoniere, sezione Parole (Questi versi fanno parte del ciclo Cinque poesie per il gioco del calcio. “Goal” è la più meritamente famosa perché coglie il momento della maggiore esaltazione della vittoria della squadra che ha segnato e della più grande disperazione del portiere che ha ricevuto la sconfitta. Ma ecco i versi su cui davvero occorre riflettere molto anche alla luce di quanto accaduto ieri sera con la meritatissima vittoria degli azzurri contro i quotatissimi “diavoli rossi” del Belgio: il portiere caduto alla difesa/ ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non veder l’amara luce./ Il compagno in ginocchio che l’induce/ con parole e con la mano, a rilevarsi,/ scopre pieni di lacrime gli occhi suoi./ La folla - unita ebbrezza - par trabocchi/ nel campo. Intorno al vincitore stanno,/ al suo collo si gettano i fratelli./ Pochi momenti come questo belli,/ a quanti l’odio consuma e l’amore,/ è dato, sotto il cielo, di vedere./ Presso la rete inviolata il portiere/ - l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,/ con la persona vi è rimasta sola./ La sua gioia si fa una capriola,/ si fa baci che manda da lontano./ Della festa - egli dice - anch’io son parte. Capolavoro psicologico oltre che struttura letteraria di pregevoli endecasillabi. Mi sembra di rivivere, scena dopo scena, quanto accaduto ieri. Ma ancora più degna di nota è la splendida pagina di Valentino Losito, poeta, scrittore, giornalista, amico.

QUANDO I BAMBINI FANNO OH...

C'è qualcosa di nuovo e di antico nell'immagine di questi bambini che con i nasini all'insù, guardano, rapiti, la partita dell'Italia sullo schermo allestito in una strada di Ruvo di Puglia.

È un tratto di composta allegrezza e di insolito stupore, che vale la pena mettere in salvo dalla dilagante volgarità. Per non confonderlo con la sguaiata ed esagerata esultanza di tanti "adulti", ancora più incivile e pericolosa al tempo della pandemia.

Una scena d'altri tempi - come l'ha giustamente definita Irene Paolino , autrice della foto, di quando ci si ritrovava per stare insieme con i vicini di casa e di vicolo e le mani dei ragazzini brulicavano di figurine dei calciatori.

Noi siamo quelli che ci portiamo nel cuore l'amarezza delle eliminazioni "coreane", il mito di Italia - Germania 4 a 3 e l'entusiasmo per le notti magiche di Madrid e Berlino, ma il grande romanzo popolare del calcio continua. La generazione che ha gioito con Gigi Riva, Roberto Baggio e Paolo Rossi oggi passa il testimone a questi piccoli tifosi azzurri. Nella loro storia, che sta iniziando, sono già spuntati Gianburrasca Barella e lo scugnizzo Insigne. Il primo sgusciante e vincente tra i giganti rossi e l'altro a stendere quella magica pennellata sulla nostra notte tricolore. E i bambini hanno fatto oh... e noi con loro. La favola continua, vogliamo sognare ancora. (Valentino Losito)

Niente davvero di più bello, significativo, commovente per chi, come me, come noi, ha vissuto il sogno del calcio innocente e il tifo pulito, rispettoso, generoso… La pagina di Valentino è una testimonianza di rara bellezza. Un amarcord che ci commuove profondamente. Forza Azzurri, allora! Con forza e fiducia in una squadra giovane, entusiasta, talentuosa, coesa. E vale la pena di riportare anche quest’altra immagine, queste altre meravigliose parole di Apulo Scriba, cioè Mario Sicolo, poeta, scrittore, giornalista, amico.




                                                                                                 

MA L'IMMAGINE PIÙ BELLA DI ITALIA-BELGIO È QUESTA

Non è principiato da molto il secondo tempo, quando su un cuoio spiovente subito dopo la metà campo, si fionda Leonardo Spinazzola, che s'inventa uno stop di testa che si tramuta in dribbling. Mentre saetta verso la trequarti, quasi sdrucciola sul prato, e sente qualcosa che non va ai flessori. Si blocca immediatamente, rotea gli indici per fare intendere che non può più andare avanti. Preoccupano le sue condizioni, nell'odio indifferente dei tifosi belgi che lanciano una bottiglietta contro il pedatore ferito. Lo staff medico armeggia intorno a lui, inutilmente. Il ragazzo, fragile da sempre, capisce che, forse, l'Europeo, il suo sogno da bambino, è finito in quel preciso, maledetto istante (che non sia il tendine d'Achille, molti sperano). Le sue mani nascondono volto, singhiozzi e lacrime disperate. Le mani del compagno di squadra Bryan Cristante, invece, han preso a carezzarlo con una dolcezza inaudita sui campi di calcio ed hanno iniziato a curarne il dolore. In quel momento, si è capito che il Belgio non avrebbe mai e poi mai pareggiato... 


Il calcio è anche questo. A martedì con la mente e il cuore rivolti ai nostri Azzurri. Con l’anima accanto a Spinazzola. E incrociamo le dita per tutti. Per tutto... Buon fine settimana. Prossimamente insieme.



lunedì 28 giugno 2021

Lunedì 28 giugno: felicità è la vittoria con un pallone?...

 Sabato sera eravamo tutti a tifare per l’Italia che disputava con l’Austria gli ottavi di finale degli Europei 2021. Una vittoria sofferta con un’Austria irriducibile per forza fisica, resistenza, coraggio. Un’Austria che sistematicamente scompaginava le tattiche di gioco di attacco dei nostri bravissimi giocatori. Fino ai tempi supplementari… Sappiamo come è andata a finire: i risultati e la conseguente gioia di tutti fino a notte fonda. Ed io, che in questi giorni sul nostro blog sto argomentando intorno alla “ricerca della felicità”, dettatami dal libro di Simone Cristicchi, e vado facendo riferimento alle sue parole chiave per conquistarla, cercando anche aiuto tra gli amici poeti e scrittori, mi sono trovata di fronte a una nuova realtà: il pallone. Possibile che possa dare la felicità? Evidentemente sì. Una felicità che ho condiviso anch’io, anche con commozione per via dei giovani e giovanissimi calciatori di entrambe le squadre: così entusiasti, così determinati, così coesi nelle azioni per infilare un goal nella porta avversaria. Veloci come saette, impudenti e imprudenti nei loro falli pur di strappare la palla all’avversario. Già, avversari e mai nemici, anche nei momenti più duri delle gambe tese e degli spintoni maldestri e delle rovinose cadute e dei dolorosi traumi alle gambe, al petto, alla testa. La mia ansia, quasi fossero tutti miei nipoti. I miei ricordi di mondiali vinti e persi. Di portieri amati (primo fra tutti Zoff… poi Buffon…), di allenatori apprezzati o vituperati (Bearzot, CT della nazionale di calcio Campione del mondo 1982 e il suo viaggio di ritorno, dopo la vittoria, col nostro amatissimo Presidente Pertini… Cesare Maldini… Azeglio Vicini… Trapattoni… Sacchi… Ventura… e altri fino al bravo Roberto Mancini dei nostri giorni), di arbitri più temuti che amati. Non sono una patita del calcio, ma le partite della Juventus (in casa siamo tutti Juventini) le ho sempre seguite dal matrimonio in poi. E così tutte le sfide “che contano”, come sosteneva mio marito. Non eravamo tifosi sfegatati ma mediamente coinvolti nelle partite importanti. Come dimenticare la notte tra il 17 e 18 giugno del 1970? Il miracolo dell’Italia contro la Germania? L’esultanza incontrollata per una vittoria insperata che ci vide perdere per un soffio con il Brasile di Pelé. Fu una sconfitta a testa alta. Ma indimenticabile è rimasto quel 18 giugno anche perché a mezzogiorno di quello stesso giorno nacque la mia secondogenita Ombretta in men che non si dica. Più veloce dei velocissimi calciatori. E lo stupore di mio marito: “No non può essere mia figlia. Mia moglie l’hanno appena portata via!”. Ma, suo malgrado, dovette convenire che sì era proprio sua figlia. Avrebbe preferito un maschietto dopo la prima femminuccia. Ma la felicità, si sa, dura lo spazio di un soffio di vento leggero a sfiorare il cielo. C’è sempre un prima, un durante e un dopo, come in ogni esperienza umana. Anche l’euforia per una vittoria dura lo spazio di una notte. Anche i tifosi più accaniti lo sanno. Le “notti magiche aspettando un goal” durano, se va tutto bene, lo spazio di una settimana o poco più. Ma già alla prima sconfitta i conti non tornano. E bisogna fare i conti con tutte le possibili sconfitte e le inevitabili amarezze che infragono la nuvola dotata della felicità. Ieri, seguendo la partita Belgio-Portogallo è accaduto l’impensabile: la sconfitta del Portogallo, nonostante la rassicurante presenza di Ronaldo. Il grande, il forte, il dominante marcatore Ronaldo in ginocchio, sconfitto, con parecchia sfortuna a mio parere, dai marcatori del Belgio. E così, dopo l’esaltazione di una notte, già il giorno dopo si torna a imprecare contro il nuovo giorno e i suoi affanni: quelli dei ricchi e quelli dei poveri e quelli dei “così così”. E a ben poco valgono l’attenzione, la concentrazione, la curiosità e la motivazione, se non abbiamo in cuore qualcosa in più. Ma cosa? A me ha fatto riflettere molto l’atteggiamento di Chiesa, sabato sera, al suo ingresso nel vivo della partita: si è fatto il segno della croce. Per uno che si chiama Chiesa… non c’era da sorprendersi. Ho sorriso divertita per il mio intimo abbinamento. Ma poi, ancora, dopo il suo magnifico e salvifico goal, ha rivolto la sua esultanza al cielo, ringraziandolo con le braccia tese che mi sono sembrate ali in preghiera. Ecco quello che fa la differenza, ho pensato: la “fede”. Lui nel suo credo religioso. Altri potrebbero scoprirlo in sé stessi, nella natura, nell’amico che gioca al suo fianco. Garanzia per una felicità più duratura è (o potrebbe essere) la fede. Chi ce l’ha avverte dentro di sé, sempre secondo me, una marcia in più: “sente” intimamente di poter confidare in un aiuto, in un sostegno, nel prodigio. E anche la sconfitta si fa più leggera, meno totalizzante: c’è Qualcuno/qualcuno o qualcosa che ci conforta. Non è semplice accettazione, ma molto di più. È pienezza laddove, per chi ne è privo, c’è un vuoto che non si sa colmare. E qui subentra la riflessione sulla seconda parola che Cristicchi ci suggerisce: “LENTEZZA” e già vi vedo alle prese con una bella risata divertita. Parliamo di velocità supersoniche dei campioni di calcio e Angela ci parla di lentezza. Ci vuole sorprendere, incuriosire, provocare o che? Niente di tutto questo. Desidero che ci sia il tempo della sospensione di giudizio per poter riflettere e scoprire che: rallentare significa, come dicono gli africani: “permettere alla nostra anima di raggiungerci” (la frase l’ho catturata sempre dal libro di Simone, vera miniera di saggezza dovuta alle tante letture del cantante/poeta/musicista/attore anche su particolari argomenti filosofico-religiosi dei vari “Libri Sacri” dell’antico Oriente, e non è estraneo neppure il suo amore per il Teatro, il Cinema e ogni altra forma d’Arte e comunicazione/formazione per adulti e bambini). Dunque, lentezza sta per darsi il tempo necessario, dopo ogni frastuono calamitante, di ritrovarsi per riscoprirsi nei doni ricevuti più che nelle deficienze registrate; nelle inclinazioni al bene e ben-fare piuttosto che nei condizionamenti negativi, stratificatisi per millenni nelle generazioni che ci hanno preceduto e dalle cui combinazioni si è deterministicamente strutturato il nostro DNA in maniera immutabile. Il permettere alla nostra anima di raggiungerci con pause di riflessione creativa può darci un respiro diverso, una “illuminazione” che è nuova possibilità di riprendere la nostra ricerca con occhi nuovi e sempre bambini. A questo proposito, mi piace riportare del mio carissimo amico Lino De Venuto un post che ho catturato sulla sua pagina FB senza chiedergli neanche il permesso e senza dirgli neppure grazie. lo faccio ora, certa della benevolenza che sempre il suo animo grande mi riserva. Lino qualche giorno dopo la morte del grande sociologo Franco Cassano ne ha condiviso un ricordo: Quanta “bellezza” ci perdiamo per la maledetta fretta! “Bisogna andare lenti come un vecchio treno di campagna” - ci diceva - (e ci dice ancora) il grandissimo Prof. Franco Cassano. “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità” - ci diceva (e ci dice ancora) la grandissima Simone Weil. In un brevissimo quanto intenso post Lino De Venuto ha sintetizzato in due parole “lentezza” e “attenzione”, con riferimento a due personalità della cultura filosofica e non solo, Franco Cassano e Simone Weil (da me più volte citata per la grande umanità del suo pensiero), quanto stiamo andando dicendo da più giorni e con varie citazioni di autori più “a portata di mano”, i cui scritti in prosa e in versi, senza dubbio meritevoli, mi hanno dato più di una mano. E quel reiterato “ci dice ancora” è un monito di Lino a far tesoro di due grandi verità nella conquista della nostra anima per imparare a conoscere la “bellezza” del mondo che abitiamo e che ci abita in funzione della nostro felice appagamento e in virtù della nostra realizzazione, in cui però includiamo anche gli altri. non si può essere appagati e felici da soli. Ma di Lino De Venuto ho altri straordinari esempi, ma per esigenze Spazio/Tempo ne cito solo uno: correvo d’estate in una giornata di forte vento su un sentiero che costeggiava un tratto di mare e notai un gabbiano panciutello in lotta con Eolo (…). Mi fermai, lo osservai a lungo (…) con una attenzione insolita: poverino, volava basso, gironzolò più volte sul mio capo, batteva le ali in modo scomposto, percepivo la sua fatica, la difficoltà di tenersi più o meno in quota. Quando dopo un po’ il gabbiano riuscì ad allontanarsi, ripresi la mia corsetta e mi chiesi perché mai mi fossi fermato per tanto tempo: d’istinto mi ricordai che (…) il suo volo è l’unica ragion d’essere e questo lo porterà a trasgredire (…) e che avrebbe voluto condividere: volare felice con maestria in alta quota, ammirare la bellezza del creato, padroneggiare la forza del vento…  (da Il Sentimento della Scrittura, di cui abbiamo a lungo parlato e di cui parleremo ancora dopo le vacanze). Ecco. L’attenzione e il fermarsi a osservare, pensare, ricordare, dedurre, scoprire… nuovi orizzonti come possibilità di incontrare la… felicità. La vita non può e non deve essere una corsa. Poi, ecco un post di Francesca Pice che mi ricorda: “FERMATI, ATTIMO: SEI COSI’ BELLO!” esclamava Goethe nel <Faust>, a indicare la struggente nostalgia nei confronti degli istanti felici…  C’è nella vita un “momento di grazia”, che non conosce né regole né ritorni. I Greci lo chiamavano kairòs: <la migliore di tutte le cose>… Il post continua ed è bellissimo (lo riprenderò a settembre). Ma, se non ricordo male, la migliore di tutte le cose determina anche la volontà improvvisa e irrefrenabile di cambiamento. Altrimenti non sarebbe uno stato di grazia, una illuminazione. Ma per “sentirla” questa “urgenza” bisogna “fermarsi”. Rallentare il passo per poter guardare, respirare dentro di sé e dire “CHE BELLO!”. Ma bello davvero è ciò Francesca scrive al suo amatissimo papà Nicola Pice, professore di latino e greco nei licei classici e finissimo studioso di queste due lingue antiche, più vive che mai nei suoi libri di grande portata letteraria e storica: papà… Custodire nel nostro cuore ogni attimo che vorremmo fermare. È forse questo il modo di viverlo ora e rivitalizzarlo ogni volta, scoprendo che esso ci abita e agisce in tutto il nostro essere. Solo così sapremo varcarne il limite, dilatarlo, strapparlo all’hic et nunc e farlo durare un’eternità. Altra ricetta? Sì. è questo il bello dell’essere insieme nel prestarsi attenzione reciproca e nel fermarsi per sentire dentro il richiamo del nostro essere e valicarne il limite perché il bello che abbiamo dentro duri in eterno. E Nicola, suo padre di rimando: Francesca, spesso non si considera che il “carpe diem” ha nel verbo il tema di karpòs che vuol dire “frutto” e quindi vuol dire cogli il frutto che ti porta il giorno. Difatti il “tempus fructum fert”. Che meraviglioso arricchimento nel nostro animo “dilatato”, “appagato” e “connesso”.

Mi fermo qui. Ma continuerò ancora per un po’, prima di “fermarmi” anch’io per ritrovarmi… prima di ricominciare. Senza dimenticare che i quarti di finale ci attendono…