lunedì 18 gennaio 2021

Lunedì 18 gennaio 2021: ultime annotazioni sulla Parola sollecitate da alcuni importanti apporti

Maria Pia Latorre opportunamente commenta: Grazie, Angela! Straordinario questo atteggiamento dei poeti di fronte alla parola. Essi sanno bene che la parola è contemporaneamente il tramite per il salto al sovraumano e il fine di una precisa e connotata esperienza poetica, il suo hic et nunc. Allo stesso modo essa è significante di realtà ma significato di contemplazione poetica. Questa ambivalenza è la croce e la delizia del poeta. Grazie sempre! Buona domenica!... A sintesi eccelsa del mio precedente commento "... Dalla tua testa dalla tua carne dal tuo cuore/ mi sono giunte le tue parole/ le tue parole cariche di te/ le tue parole, madre/ le tue parole, amore/ le tue parole, amica./ Erano tristi, amare/ erano allegre, piene di speranza/ erano coraggiose, eroiche le tue parole/ erano uomini." (Nazim Hikmet).
Sì, è il naturale “atteggiamento dei poeti di fronte alla parola”, non mi stupisce. E “straordinario” vale, per me, come fuori dall’ordinario perché, appunto, “essi sanno bene che la parola è contemporaneamente il tramite per il salto al sovrumano”, cioè ci rende simili agli dèi, come ho azzardato iperbolicamente, ma non troppo, io. E non si tratta di un ego smisurato e arrogante, ma della personale consapevolezza della sacralità della parola alata. Essa è però anche “il fine” dell’attimo della illuminazione poetica, “il suo hic et nunc”. Vero. La consapevolezza del poeta riguarda proprio l’attimo in cui la realtà si tramuta magicamente in poesia attraverso la sua creatività. La parola è, dunque, “significante della realtà ma significato di contemplazione poetica”. E non c’è espressione più poetica e profonda di questa di Maria Pia per comprendere la duplice veste della parola poetica: significante e significato. Ciò che è abito esteriore e ciò che riguarda il contenuto profondo della sua vera significazione. Ed è proprio “questa ambivalenza la croce e la delizia del poeta”. Sentirsi sempre in un qui e ora e in un altrove di sé che è più reale della realtà vissuta quotidianamente. E, a conforto delle sue bellissime intuizioni, la nostra amica ci propone la splendida poesia di Nazim Hikmet che parla delle parole poetiche scaturite dalla “testa-corpo-cuore” del poeta, cioè da ciò che è il poeta stesso, colmo di “madre” “amore” “amica” nel momento in cui il suo animo è intriso di parole tristi o allegre, piene di dolore o di speranza, di eroico coraggio perché tutto questo definisce gli “uomini”. E non abbiamo più parole di fronte a tanta bellezza e verità. grazie Maria Pia.
Mariateresa Bari, invece, mi scrive: Angela ancora tanta commozione...! Il mio cuore non regge! Grazie, grazie, grazie! Solo perché ieri ho commentato a modo mio la sua “catturante” poesia. Sono io che devo ringraziarvi perché mi date modo di condividere con tutti quelli che ci seguono e ci leggono alcune perle poetiche che ci offrono quel “ben-essere” psico-fisico di cui, in questo particolare momento, abbiamo tutti bisogno.
E domani avremo una parola davvero magica nel nostro Retino, suggeritami da Elina Miticocchio con una sua poesia molto delicata e intensa: ANIMA. A domani. Buon lunedì. Angela

domenica 17 gennaio 2021

Domenica 17 gennaio 2021: ancora sul tempo di inizio e fine e un "tra" di mezzo...

Ieri ho ricevuto dal cielo un bellissimo buongiorno. Ha inventato i primi fiocchi di neve di un inverno di mezzo: né caldo e né freddo per una stagione che di solito, tra dicembre-gennaio-febbraio, ci lascia sconfitti dal freddo e dal gelo, spingendoci ad accendere caminetti e termosifoni e a indossare indumenti caldi e pantofole per restare in casa in attesa della primavera che sempre ci attende con i primi tepori di marzo, le prime mimose, colore/profumo/simbolo di donna, le prime timide pratoline sull’erba tenera dei prati. E io, come per incanto, sono tornata a guardare quel prodigio con gli occhi di bambina, ricordando il mio stupore nel notare come la lieve neve bianca, invece di volare verso l’alto, con i suoi soffici fiocchi di piume e il suo candore, scendesse dal cielo per insudiciarsi di fango, mentre le rosse scintille guizzanti dai pesanti pezzi di legno, ridotti dalla combustione in cenere e carboni, volassero verso l’alto, quasi una sorta di preghiera al cielo per espiare colpe mai commesse. E, in questo gioco di incrocio a ritroso tra scintille e fiocchi di neve, il mio sguardo si perdeva con i miei pensieri in fuga verso impossibili aggiustamenti di direzioni e intenzioni. La neve! Sogno che si scioglie al primo sole sugli acquitrini. Scintille! Incanto che si spegne al primo soffio di cielo. Nel “tra” i miei pensieri senza soluzione di continuità. Ed è continuità anche il proporre la poesia inviatami da Mariateresa Bari due giorni fa: “Come fiorisce una fine”. Troppo bella e profonda per bypassarla sotto silenzio.
L'ultimo anelito assiste informe/ al suo principio che è fine./ Chiassosa come il mare spettinato dal vento/ come il tumulto di un cuore/ che ripudia l'inverno/ come un calcio al vuoto/ che inscatola luoghi e non luoghi./ Fiorire cui sempre la sera assiste./ Come il morire/ Si gioca al risparmio arginando i prati verdi del cielo./ Morsi di fiele a svezzare il mare/ appena nato in culle di miele./ Sul fondo di sguardi prosciugati/ strizzo ciottoli cerei di vita./ In punta di piedi varco la soglia/ di una parola che non oso./ Per me è ancora, nel varcarla, sfiorare l'abisso. Un abbraccio, Angela!
Mia carissima Mariateresa, è una poesia che mi lascia senza parole, tanto s’inabissa nella mia anima che in questi giorni va in cerca di luce. Spero di trovare le parole giuste. Solo una raccomandazione che vale per tutti voi che mi inviate poesie: per favore, mettete bene in evidenza la scansione dei versi. Sapete benissimo quanto importante essa sia per una possibile giusta interpretazione: una parola che apre il verso ha un significato diverso dalla stessa parola se quest’ultima lo chiude. Gli spazi a volte risultano fondamentali per dare profondità, ampiezza, libertà e volo ad una parola. Paul Èluard (l’accento è acuto e non grave, ma non so utilizzare a dovere tutti i simboli grafici, pardon!) scrive dei “margini bianchi” che parlano più di ogni altro silenzio… E io prima di azzardare un commento ho bisogno di tutte queste “garanzie” (ricordare le premesse fondamentali: la “nominazione, la “derivazione” o “ricerca-azione” o indagine, la “significazione”, e quanto detto in questa sede). Mi ci provo, nella speranza di aver suddiviso bene i versi:
Già nel titolo la “fine” diventa un fiore che germoglia e si schiude su sé stesso. Anche l’anelito, che è il respiro affannoso e incerto, tremulo, insicuro e stentato del moribondo, “assiste”, come visione di un film, senza alcuna definizione di sé, al suo inizio che contiene in sé già la fine. Ogni nascita, in un essere mortale, si risolve in un conto alla rovescia verso l’epilogo (banalmente, nasciamo per morire). Segue un lungo verso, che ritengo davvero splendido nella sua insolita asserzione: la fine è “chiassosa” come: “il mare spettinato dal vento” (e mi riporta a Dylan Thomas: nessuna onda può pettinare il mare, ma il vento può spettinare le sue onde!). Similitudine che è preludio ad altre originali e anaforiche sue consorelle: “come il tumulto del cuore che ripudia l’inverno” (l’inverno metafora di morte, gelo, silenzio, immobilità); “come un calcio al vuoto che inscatola luoghi e non luoghi” (in continuità dei non luoghi di cui si è parlato in precedenza). E gli altri due versi ne sono la conferma: “Fiorire cui sempre la sera assiste./ Come il morire”: inizio e fine sempre. Il verso seguente, poi, rivela una punta di scetticismo nei riguardi dell’animo umano che “gioca al risparmio” persino “arginando i prati verdi del cielo”: e gli “argini” al cielo, che pure dovrebbe avere “prati verdi” sconfinati, indicano la nostra umana imperfezione, così chiusi come siamo nelle nostre esperienze terrene, fatte di delusioni e tormenti tanto da avvelenare (e il verbo “svezzare” è un valore aggiunto) tutto l’azzurro e la vastità del mare, “appena nato in culle di miele”, in cui lo stesso cielo si specchia capovolto: due versi superbi per costrutto interno e per le coraggiose metafore a mettere a nudo la nostra incapacità di conservare il “miele” dell’inizio della nostra alba (le culle) per trasformarlo via via nel “fiele” di ogni risentimento, di ogni aspettativa delusa. Il sogno in frantumi. Nonostante i doni iniziali. Troppo crudele l’inciampo sui “lividi ciottoli” della vita. Eppure all’inizio fu il Verbum, fu la Parola a connotarci come esseri umani, dotati di pensiero “sapiente” (homo sapiens sapiens), ma pronunciarla significa ancora per l’autrice avvertire il timore di “osare varcare” la “soglia” del coraggio per la paura di “sfiorare l’abisso”. Tanto è sacra per lei la Parola. Non a caso ci rende simili agli dèi…
E per oggi mi fermo qui. Non ho promesso di imparare ad essere più breve? Ci sto provando. E anche le altre poesie inviatemi o catturate col mio Retino via via troveranno spazio sul mio blog. Serena domenica “di sereno” a tutti. A martedì con nuove parole e nuovi commenti. Ciao. Angela

mercoledì 13 gennaio 2021

Mercoledì 13 gennaio 2021: nel Retino si sono impigliate due parole: vita-morte

È stato un anno molto difficile e doloroso in tutti i sensi. I tantissimi morti per il Covid a livello planetario ci ha quotidianamente devastati e messi di fronte alla morte, al dolore, al silenzio, alla solitudine, alla fragilità della vita umana. Poi, i tanti personaggi famosi nel mondo artistico, letterario, sportivo hanno segnato un vuoto inimmaginabile. Infine la perdita di persone più vicine a noi, le più care, le più amate sono partite per il lungo viaggio senza ritorno. Un anno bisestile da dimenticare con tutto l’insopportabile dolore che si è uncinato dentro e sanguina di ferite irrimarginabili. E che dire di Ebru Timtik, eroina turca, sfinita dai tanti scioperi della fame, morta di inedia e “di ingiustizia” proprio due giorni fa? Tutto il nostro coraggio e la nostra resistenza sono messi a dura prova. E molti sono i crolli psicofisici di tantissimi di noi. Nello sconforto generale.
Nel Retino abbiamo analizzato parecchie parole, ma abbiamo ignorato la parola morte, pur nominandola spesso in questi ultimi tempi, soprattutto abbinandola con la vita e con il dolore. Penso che sia giunto il momento di parlarne apertamente. Come si fa con le cose inevitabili e vere. Spesso si affrontano a muso duro per difenderci dalla nostra stessa fragilità prima ancora che dalla paura. Il mio primo incontro/scontro con la morte, consapevole e traumatico ma per fortuna indiretto, è avvenuto quando ero appena adolescente, tenendomi lontana per un’intera vita da visite ai defunti, cimiteri e persino dal solo parlarne. Stavo male. Avevo attacchi di panico e di rifiuto al solo pensiero. Mi conciliai con la pallida Signora grazie alla morte straziante di mia madre. Ma ancora oggi vado con molta riluttanza al cimitero o a visitare a casa i defunti. Spesso non ci vado affatto. Dentro di me, però, c’è ormai una continua vicinanza alla morte. Anche per via dell’età e delle tante morti che inevitabilmente hanno costellato la mia vita e, col punteruolo del dolore, segnato l’anima. E oggi ne parlo come se fosse un’amica con cui è rasserenante confrontarsi tanto è saggia e dà buoni consigli.
E desidero cominciare a parlarne con una pagina commossa e commovente, catturata su fb due giorni fa. Eccola: I funerali ai tempi del Coronavirus sono un triste inno alla solitudine. Si resta così, persino durante la cerimonia funebre: distanziati, mascherinati, desolati. Eppure, anche prima che il subdolo nemico iniziasse a serpeggiare invisibile tra noi, c’era un momento della veglia in cui la chiesa rimaneva deserta, i banchi vuoti. Di solito, nel primo pomeriggio. È ancora scolpito nel mio cuore, quello torrido di tanti anni fa. Non c’era più nessuno accanto a me. Accoccolato accanto alla bara, carezzavo la trina leggera che ne orlava il rivestimento. Pensavo che la statua dell’Addolorata stesse lacrimando per la medesima mia ragione, Gesù al centro dell’abside era crocifisso come me. Cercai le mani di papà, fra le quali un addetto alle onoranze aveva sistemato pietoso una sberluccicante croce, riassumendo con efficacia, tanto inconsapevole quanto inoppugnabile, l’essenza della vita di quel gigante lì disteso. Ad un certo punto, le sue dita si irrigidirono e strinsero forte forte le mie. Lo chiamano “rigor mortis”, ma forse è soltanto amore. Sembrava che fosse lui a non voler partire e, invece, ero io che non volevo lasciarlo andar via… (Mario Sicolo)
Ne ho parlato ieri nel mio Retino, ma la fretta che i dieci minuti scarsi mi impongono non mi dà la possibilità di essere distesa e tranquilla e molte cose vengono dette a metà e male. Poi, l’emozione da non sottovalutare quando le parole, che mi giungono dentro, mi stanno più a cuore…Cerco qui di porre rimedio in qualche modo. Innanzitutto, mi preme precisare che: distanziati, mascherinati, desolati sono parole piane perché, come sappiamo benissimo, hanno l’accento sulla penultima sillaba e ciò determina un suono più pesante, duro, battente rispetto alla leggerezza della parola sdrucciola. Di qui il martellamento di cui parlavo ieri o la goccia fissa sul capo del torturato a rendere immobile e devastante il dolore. Ma non so cosa posso aver farfugliato ieri, col tempo che mi strangola. Poi, accoccolato (con tutti i suoi sinonimi: rannicchiato e accucciato con riferimento a nicchia e cuccia) e carezzavo hanno creato in me un’onda d’urto di tenerezza infinita verso quel ragazzo straziato, solo, lacerato, e avviluppato nel suo stesso dolore, in cerca di un rifugio consolatorio e protettivo per la sua anima in frantumi. Spero di esserci riuscita in qualche modo a comunicarti, mio carissimo Mario, la mia grande commozione che è, come ben sai, molto di più della stessa emozione. Così per tutto il resto: tu stesso crocifisso (fissato con chiodi e martello alla croce del tuo dolore)… Vorrei soltanto riprendere i versi di Tagore perché mi sembrano la giusta conclusione alla tua meravigliosa pagina.
La morte non è/ una luce che si spegne./ È mettere fuori la lampada/ perché è arrivata l’alba.
C’è quella negazione iniziale che già elimina la stessa morte. Non è la vita (luce) che si spegne. È una nuova alba fatta di luce tanto da rendere inutile la lampada accesa per rischiarare il buio della casa e del cuore desolati (lampada votiva?). Dopo la non-morte, l’alba è luce di rinascita. Resurrezione.
E anch’io, dopo la non-morte, mi riscopro eterna “viandante” con l’anima in tumulto verso un possibile “incontro”, scoprendo sempre più il suo “attraversamento” in un viaggio per raggiungere prima o poi il “non luogo” per eccellenza, la morte che morte non è… Sostiene Marc Augé, che ha “inventato” l’espressione “non luogo”, “Quando il pensiero è incapace di pensare la fine del tempo, cerca sempre di rappresentarsela in termini spaziali. Di qui la possibilità di pensare l’aldilà come un non luogo”. Un non luogo, dunque, uno spazio senza identità e senza memoria che l’uomo si finge per non pensare al nulla? Ma il non luogo assoluto non esiste - sostiene ancora Augé - dato che “in qualsiasi spazio c’è sempre, almeno potenzialmente, la possibilità di un incontro”. Anche una chiesa o, meglio, il camposanto, come un tempo lontano più coerentemente con la fede che animava i nostri vecchi, veniva chiamato il cimitero, è un “non luogo” che ha uno spazio delimitato: le navate per una chiesa, il campo per il cimitero. E un campo è sempre possibilità di incontro. A me dà l’idea della battaglia, della lotta, di una sovraesposizione di forza, di vita. Il campo mi suggerisce anche il rosso della violenza e del sangue, simile all’arena spagnola che vede lottare in un corpo a corpo impari fino all’ultimo sangue il toreador e il toro (oggi per fortuna, causa coronavirus, le corride di primavera sono sospese!). Ma anche il verde della distesa di un prato d’erba pacificato. Il giallo generoso e luminoso del grano. Il marrone bruciato delle stoppie. Il campo, a ben ricordare, è anche un “recinto” dove uomini liberi, in quanto uomini, perdono, con la propria terra, la libertà di vivere come uomini. È di soli due giorni fa la notizia della barbarie umana contrapposta al coraggio e alla giustizia dei giusti: la morte per inedia, dovuta ad un ennesimo sciopero della fame, di Ebru Timtik per difendere la giustizia e la sacralità della vita e della libertà di ogni essere umano. Il camposanto, però, con quell’aggettivo “santo” unito a “campo, si fa nome composto a definire la sacralità del luogo spazio/tempo, di silenzio e solitudine nel perimetro del suo orizzonte. Silenzio e preghiera. Nel suo spazio limitato e delimitato la sacralità della morte: le tombe bianche, colme di luce, quasi a rendere visibile l’assenza/presenza sotto un nome e un volto. Nome e volto riempiono lo spazio vuoto tra due date: la nascita, la morte. Quel nome e quel volto, fermati nel tempo, sono l’identità di una vita, che non ha più corpo, voce. Le date, invece, dipanano una storia. Che non ha più senso (“sic transit gloria mundi”). Che ha ancora senso. Perché un uomo è un uomo sempre. Lascia una profonda traccia di sé in chi lo ha amato. In chi lo ama. Ombre scure sono ferme nei cimiteri con le spalle contro i vialetti che delimitano le aree delle tombe bianche. Di spalle, l’amore. Di spalle, il dolore. Di spalle l’amore-dolore. Non ha volto né voce l’amore-dolore. Nel cuore il luogo del non luogo. Immobile, il dolore è una sagoma scura e solitaria. Immobile, il dolore seduto. Il dolore “accoccolato”. Il dolore arreso. Il dolore piegato/piagato. Il dolore mai dimenticato, che non dimentica. È paziente il dolore. È la paziente attesa dell’incontro, il dolore. Mai rassegnato. Mai vinto. È la certezza dell’incontro. La Speranza. E, nel silenzio muto che muta il dolore in preghiera, fiorisce la consolazione. Il ricordo è un fiore. La consolazione, visibile nei mille petali/lacrime dei crisantemi (ricordate la favola della bimba?); nel profumo intenso dei lilium, calici assetati di luce, dove la memoria è un rimorso o un inganno di verità. Nel non luogo dell’assenza/presenza si ferma il tempo e si fa storia eterna. Si fa memoria. E i cipressi alti si contendono, con le anime, il cielo. E il viaggio continua in tutto il senso e il non senso della vita e della morte, dell’amore e del dolore. E nel viaggio attraverso l’Amore/Dolore incontriamo l’Alba dopo ogni buio. La Luce, la Rinascita. Una possibilità di Incontro. La Resurrezione oltre…
“Il mistero della vita”: Il mistero della vita/ penetra nel mistero della morte,/ il giorno chiassoso/ tace dinanzi al silenzio delle stelle (ancora Tagore).
Ci sono poesie commoventi e profonde sulla morte. È superfluo ricordare “La morte non è niente” di Henry Scott Holland tanto è nota, ma c’è una poesia di Pessoa che ne approfondisce il tema con una visione più alta e più significativa che mi piace condividere. “La morte è la curva della strada”
La morte è la curva della strada,/ morire non è solo non essere visto./ Se ascolto sento i tuoi passi/esistere come io esisto./ La terra è fatta di cielo./ Non ha nido la menzogna./ Mai nessuno s’è smarrito. Tutto è verità e passaggio.
Perdonatemi se ho scritto ancora tanto. Cercherò di ridurre. Lo prometto. Ci riuscirò. E sarà una sfida personale con il tempo… Vi abbraccio. A venerdì 15 gennaio, ore 19. Ciao.

lunedì 11 gennaio 2021

Lunedì 11 febbraio: nel Retino resoconto commenti, riflessioni, poesie (e tanto altro ancora)...

Dopo l’incontro di venerdì 8 gennaio, sto cercando di fare il punto di quante parole, nelle prime dieci puntate, sono state catturate nel retino e analizzate da parte mia e vostra, tra una quasi verità e una quasi fantasia, con dovizia di particolari e tanta leggera profondità. Siamo partiti da RETE e RETINO per analizzare subito dopo le FINESTRE, con le loro molteplici declinazioni, nei libri di Primo Leone (silloge di poesie), Nicola Pice (antologia poetica), Vito Di Chio (saggio critico). Ed ecco la PIOGGIA, tema multiforme di cui si è fatta suggeritrice Francesca Pice con vari apporti poetici. Abbiamo parlato poi di VIGILIA in tutte le sue varie accezioni, suggeriteci da Vito Di Chio, alle cui felici e colte riflessioni e contestualizzazioni si sono aggiunte anche le mie in riferimento alla SOGLIA e, in qualche modo, anche al DAVANZALE. Ed è stata la volta del DOLORE e della GIOIA, con numerosi commenti da parte vostra dando inizio ad una fattiva interazione, che io mi auguro diventi sempre più corale per un arricchimento reciproco e per un continuo arricchente confronto, arricchente per tutti. Inevitabile è stato poi affrontare la parola TEMPO, al passaggio dal vecchio al nuovo anno. E anche il tempo è stato setacciato nelle sue frammentazioni e ricomposizioni tra presente, passato e futuro. Tra MEMORIA e RICORDI, tra ATTESA e SPERANZA. E la VITA, tra il chiarore dell’ALBA e la realtà del GIORNO, con tutti i suoi   LIMITI. Che andremo ancora a puntualizzare.
Ma il Retino si va facendo sempre più pesante di antiche e nuove voci che attendono impazienti di essere protagoniste delle prossime puntate.
In pratica, in soli due mesi e mezzo, abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento della nostra sensibilità poetica circa 18 parole. E a breve si aggiungerà CLESSIDRA, che fa parte ancora del tempo e che, sin da subito, ha suscitato la curiosità culturale di Marisa e Liliana Carabellese, due carissime amiche che seguono il nostro Retino e il Blog.
Piano piano, ma anche abbastanza velocemente, stiamo perseguendo lo scopo principale del mio Retino: la condivisione della bellezza e dei nostri punti di vista in un sereno “incontro” con la POESIA.
 E ora vorrei concludere il discorso di venerdì sul “TEMPO FERMO”, la poesia di Lizia De Leo che voi tutti conoscete, dedicata alla perdita devastante e improvvisa della sua carissima amica Anna Grazia Moretti. Poesia, che contavo di poter commentare durante la diretta ma che, per mancanza di tempo, è rimasta impigliata nelle mie parole affastellate alla meno peggio e senza senso perché ormai in via di fuga. Riprendo con le poesie di Primo sul “tempo di prima, durante e dopo” per poter fermare il mio sguardo su un’altra possibilità di tempo, quella del “tempo fermo” appunto. E la leggo con profonda commozione e immenso rispetto per un dolore, quello di mia sorella e di quanti hanno amato e apprezzato la dottoressa Grazia, che ha interrotto consuetudini, parole, risate, ma certamente non il grande sentimento che continua a sollecitare lo strazio dell’assenza fisica che diventa fortissima presenza nell’anima:
Il tempo è fermo./ Tempo interrotto./ Tempo infranto.// Né prospettive/ né speranze.// Memorie dolorose/ costruiscono/ i legami negati/ che la morte/ non può distruggere.// E la vita divora i giorni/ divora gli affetti.// Solo parole esauste/ nello strazio cristallizzate.// Il tempo è fermo/ nel tuo parlare/ e parlare.// E su noi due che (era vero?)/ ridevamo insieme…  
Ecco un tempo che interrompe la sua fluidità e il suo scorrere indifferente alle vicende umane. È fermo. Per troppo dolore. Tempo interrotto bruscamente. E, proprio per questo, andato in frantumi. Lasciando davanti a sé il vuoto dei giorni futuri. Ma, per fortuna, non le prospettive o le speranze, ma le memorie tessono ancora intrecci di “legami negati” che vincono persino la morte, mentre la vita divora giorni e affetti. E il reiterato “divora” ci crea uno sgomento di tempo vorace che ci assale quotidianamente senza concederci tregua. E, in tanto strazio, la poetessa avverte persino la stanchezza delle sue parole che non le offrono un respiro… In realtà, il tempo è fermo ma dilatato sul profluvio di parole (lo scorrere ininterrotto, in un movimento che è ancora vita!) che connotava Grazia e ancora la connota, come la sua lunga contagiosa risata. Il dolore per l’assenza fisica fa sorgere anche il dubbio, nell’Autrice, che tutto ora sia una invenzione della mente per non naufragare del tutto. Ma quelle coinvolgenti risate erano vere. E il tempo, ora pietoso, si ferma a dilatarne la gioia della condivisione. Ed è questa condizione di un tempo che rinnova amore e ancora amore a restituire a Lizia parole vive e pulsanti di mai spenta vita, mai spenta poesia. Serve solo spostare il punto di osservazione per scoprire che niente muore del tutto se è radicato nel nostro cuore. (Così alitando sul vetro, si/ tracciano / le iniziali di coloro alla cui/ assenza / non ci si può rassegnare (I. A. Brodskij)
Ed ora, ecco una poesia di Leonardo Sciascia, che Francesca Pice si è premurata di inviarmi, nel giorno del centenario della nascita dello scrittore/poeta. Grata del dono ricevuto, sono felice di riportare qui quanto Francesca ha scritto: … in occasione del centenario di Leonardo Sciascia, mi piace soffermarmi su un’immagine quasi inedita, eclissata, dello scrittore siciliano che fu anche poeta e autore della bellissima raccolta di versi “LA Sicilia, il suo cuore”, pubblicata nel 1952 in un’edizione di pregio di 111 copie numerate accompagnate dai disegni dello scultore catanese Emilio Greco. Lo faccio con la lettura “virtuale” di una poesia dall’andamento prosastico che ricorrendo a lucide immagini disegna “una raggiera di nostalgie” sulle quali si spande l’odore acre della campagna e “la strabica pupilla del sole” che si fa sempre luce di vita
“Pioggia di settembre”: Le gru rigano lente il cielo,/ più avido è il grido dei corvi;/ e il primo tuono rotola improvviso/ tra gli scogli lividi delle nuvole,/ spaurisce tra gli alberi il vento./ La pioggia avanza come nebbia,/ urlante incalza il volo dei passeri./ Ora scroscia sulla vigna, tra gli ulivi;/ per la rabbia dei lampi preghiere/ cercano le vecchie contadine./ Ma ecco un umido sguardo d’azzurro/ aprirsi nel chiuso volto del cielo;/ lentamente si allarga fino a trovare/ la strabica pupilla del sole./ Una luce radente fa nitido/ il solco dell’aratro, le siepi s’ingemmano;/ tra le foglie sempre più rade/ splende il grappolo niveo dei pistacchi. Un caro abbraccio F.
Ed ecco la mia risposta: Mia carissima Francesca, che gioia risentirti. E che bello quello che mi scrivi. Amo molto Sciascia e mi ha emozionato molto la bellissima poesia che mi hai trascritto col tuo sintetico ma ottimo commento. Lo riporterò sul blog nei prossimi giorni. Oggi temo di non poter fare neppure un piccolo riferimento. Hai colto perfettamente lo spirito del mio Retino e te ne sono grata. Quanto alla poesia “Pioggia di settembre” è la testimonianza che Sciascia non è solo, il grande scrittore della denuncia politico-sociale de Il giorno della civetta e del suo impegno contro la mafia, ma anche un grande poeta. Bella la tua brevissima analisi, e oggi è proprio il giorno adatto per sentirla fin dentro le ossa: piove a dirotto e fa molto freddo. Ma appena possibile mi piacerà, durante il Retino, aggiungere un mio commento. E da fb catturo un’altra bellissima poesia di Leonardo Sciascia, riportata alla memoria da Marino Pagano, altro poeta e cultore della Poesia, oltre che giornalista, studioso di storia locale e tanto altro ancora. A lui, ignaro di questa mia "cattura", va il mio grazie:
“AD UN PAESE LASCIATO”: Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,/ delle tue vecchie case che strozzano strade,/ della piazza grande piena di silenziosi uomini neri./ Tra questi uomini ho appreso grevi leggende/ di terra e di zolfo, oscure storie squarciate/ dalla tragica luce bianca dell’acetilene./ È l’acetilene della luna nelle notti calme,/ nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;/ e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade/ coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte./ Nell’alba, il cielo come freddo timpano d’argento/ a lungo vibrante delle prime voci; la case assiderate;/ in ogni luogo la pena di una festa disfatta./ E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;/ il giorno che appassiva come un rosso geranio/ nelle donne affacciate alla prora aerea del viale./ Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,/ pietà ed amore trovano antiche parole.
E, intanto, un altro grande Poeta del Novecento letterario italiano ci ha detto addio. Parlo di Franco Loi e della sua poesia realistica e spirituale insieme, ricca di arcaismi e neologismi, di pregnanza dialettale per raccontare gli oppressi e gli ultimi con grande carità cristiana, non disgiunta da una forte carica polemica, ironica, profetica. Sarebbero molto graditi e interessanti i vostri commenti alle due poesie di Sciascia, tanto diverse eppure tanto simili nella descrizione così rammemorante dei luoghi del cuore. E a qualche poesia più significativa di Loi. Spero di poterne parlare anche nel Retino. Infine, ci sono ancora nuovi vostri commenti che mi fanno molto piacere e mi suggeriscono che stiamo percorrendo insieme “la retta via”. Ecco cosa mi ha scritto oggi Giulia Basile: Angela sei una fonte di acqua fresca e limpida in un mondo che affoga in acqua stagnante, e tu, invece di adagiarti col passare degli anni in giorni pigri e indolenti, tu fai dei tuoi pensieri un fresco ruscello dissetante per chi sa apprezzare la vita. Grazie per i tuoi stimoli. Bella anche la poesia “Errare” di Mariateresa. (Giulia Basile). Non ricordo se già ve l’ho proposta nelle puntate precedenti del mio blog. Nel dubbio, eccola. È davvero molto originale e profonda. Mariateresa mi scrive: E a proposito della consapevolezza di un ESISTERE che è inno a ciò che di umano ancora resiste... eccone un'altra! “Errare”: Eccomi piuma di un'ala esausta di peso sottrarsi al greve di un fare disfatto./ Eccomi grafia di un verso incompiuto sprecato nello spazio di un rigo troppo stretto./ Eccomi braccia esili a sorreggere un improvviso sapere di sé che imbavaglia l'attimo./ Eccomi chiodo, finestra, focolare. /Eccomi errore nell'errare. Da commentare. È un invito a me. È un invito a voi. E sono davvero felice di tutto questo e della stima affettuosa e sincera verso altri poeti e scrittori che partecipano attivamente al nostro Retino. È questo lo spirito giusto: stare insieme per fare insieme un percorso di reciproca conoscenza e di apprezzamento di quanto ci unisca in nome della scrittura e della poesia. Grazie. E, a questo proposito, vorrei concludere citando la “Rete di Indra”, tramandata dalla tradizione buddhista.
L’UNIVERSO è costituito da una immensa RETE che attraversa tutto l’infinito e abbraccia tutte le esistenze passate, presenti e future in un eterno presente e ogni esistenza è parte della rete e si interseca con le altre in nodi che culminano con infinite “gemme” luminose. La immensa rete di fili colorati e lucenti vive di “interesistenza” e di interdipendenza le une con le altre. E sono tutte attraversate dalla stessa luce in ugual misura e splendore. Se appare una, appaiono tutte. Ma, se la luce per una frazione di millesimo di secondo dovesse spegnersi anche tutte le altre si spegnerebbero. È, a mio parere, una metafora molto bella che ho fatto mia da quando per la prima volta mi capitò di “incontrare”, nel saggio di Francesco Bellino Giusti e solidali: fondamenti di etica sociale, nei lontani anni Novanta, la “Rete di Indra”. Saggio davvero illuminante. Il mio minuscolo Retino è partito proprio da quella magica RETE, ma l’emozione del nostro primo incontro della durata di cinque minuti non mi diede il tempo di parlarvi del respiro di infinito ad essa sotteso. Tra l’altro, il monaco buddhista Thich Nhat Hanh, poeta e attivista vietnamita per la pace, ormai ultranovantenne, parla di “inter-essere” tra le diverse creature del Creato. Dunque, di interconnessione della nostra esistenza a quella di tutti gli altri esseri che respirano l’Universo e si nutrono del mistero della vita nell’Infinito. È una teoria filosofico-poetico-spirituale di straordinaria bellezza e saggezza, a cui davvero e bello ispirarsi. Lo faremo insieme. Con AMORE e l’ARMONIA, ricchi della nostra interesistenza, del nostro illuminarci (in tutte le possibili accezioni) a vicenda… Grazie a tutti e a domani. Vi abbraccio. Angela

giovedì 7 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: 7 gennaio 2021

Continuo ancora a parlare del tempo, come è giusto che sia. Anche del tempo atmosferico, oltre ogni altro tempo.
E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno…
                 (Boris Pasternak)
È quanto sento in cuore questi giorni e Pasternak mi viene in aiuto con i suoi versi dedicati a Lara nei lunghi giorni dell’assenza e del silenzio. La fine di un anno porta con sé attese e speranze, ma anche la stanchezza di un anno vissuto nel bene e nel male, e la tristezza di qualcosa che muore, di un addio, del tempo che più non ritorna e ci lascia sulla riva di ogni abbandono senza poterci bagnare mai due volte nello stesso fiume (come viene attribuito ad Eraclito). Il futuro è enigma perché quel fiume ha anse imprevedibili a nasconderci altri percorsi, altri orizzonti, altre insidie. E, del resto, qualcosa si oppone alle attese e alle speranze dell’ultima notte dell’anno: il timore di vivere gli stessi “affanni di un altro inverno…”. Il tempo del freddo, delle piogge e della neve, la brina e il vento, il buio più intenso e le notti più lunghe, gli alberi spogli e la natura addormentata, con tanti animali che vanno in letargo, intristiscono il nostro animo che vola verso la luce, mentre tutto il nostro corpo si irrigidisce perché ha bisogno di sole e del suo calore.
E ancora, come logica conseguenza, ritornano nel mio retino la pioggia, le tempeste del cuore, la solitudine devastante sulla “prateria sconfinata” e perciò più desolata dell’animo di un altro grande poeta, Alberto Teodori, vinto dall’assenza della persona amata. E precorre ancora un tempo di vuoto che sicuramente si farà diluvio di lacrime, di paura se “tarderà” l’attesa “presenza… a farsi presente”. Uno splendido poliptoto a rendere più suggestiva e devastante la presenza della pioggia sulla incolmabile assenza.:
Piove sull’asfalto,
piove sul mio cuore,
piove sulla devastante prateria sconfinata del mio animo,
e so che, sino a quando non ti rivedrò,
saranno tempeste che graviteranno a lungo sul luogo d’ombra,
senza che luce possa lenire il vuoto che sopporto.
Di più mi farà paura il diluvio che arriverà
se la tua presenza tarderà a farsi presente…
(Alberto Teodori, stralcio de “La pioggia”)
Per questo è necessario puntualizzare la necessità che la natura rispetti i suoi ritmi naturali perché il cuore si rinfranchi nell’attesa/speranza di una nuova primavera che dovrà pure germogliare:
… è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra si degni di fiorire,
che all’affanno cresca un cuore che batte.
          È tempo che sia tempo.
                           È tempo.
(Paul Celan, stralcio della poesia
  “Corona”, Poesie, raccolta postuma, 1998)
Ma…
C’è un tempo per capire,
un tempo per scegliere,
un altro per decidere.
C’è un tempo che abbiamo vissuto,
l’altro che abbiamo perso
e un tempo che ci attende.
(Lucio Anneo Seneca)
Sì c’è un tempo per ogni nostra esperienza di vita. Un tempo per insegnare e un tempo per imparare… (se accadesse contemporaneamente, vinceremmo la più grande battaglia contro l’ignoranza e la diffidenza; contro la presunzione di chi crede di sapere e l’umiliazione di chi pensa di non sapere e si rifiuta di imparare, ha paura di imparare perché teme la sconfitta letta negli occhi e nella voce di chi dovrebbe sollecitarlo ad avere fiducia in sé stesso…).
Ce lo ha insegnato proprio Seneca circa duemila anni fa e non abbiamo ancora imparato la sua preziosa lezione:
Recede in te ipse quantum potes; cum his versare qui te meliorem facturi sunt, illos admitte quos tu potes facere meliores. Mutuo ista fiunt, et nomine dum docent discunt.
“Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché gli uomini, mentre insegnano, imparano”).  
C’è un tempo per vincere e un tempo per perdere; un tempo per ricominciare, per incontrare gli altri e per incontrare sé stessi. Un tempo per amare ed essere folli d’amore oltre ogni dire. E un tempo in cui quei ricordi sono sorgente di vita più che di rimpianti.
E desidero concludere con una mia poesia che parla del tempo vissuto, dell’ardore degli anni dello “splendore nell’erba”, dei ricordi…
Incendio di vene la primavera che ricordo
ai giorni dell’amore nei bicchieri
braccia di fuoco a stringere il sogno
e l’allegria.
Erano i nostri anni cesti di garofani accesi.
Tu mi portavi la tua ironia agli assalti del cuore,
io rossore di ciliegi sul candore delle guance
in fiore.
Giganti noi a forare cieli striati d’azzurro.
Dischiuso all’alba il canto delle allodole.
Tra mani incerte di splendore e fili d’erba
il giorno.
Passò il tempo dei gerani ai balconi.
Sventolio di bandiere arrese il ricordo.
Follia di giovinezza ebbe occhi d’ardore 
e di papaveri.
(“Incendio di vene”
da Il vento il fuoco e le azzurre acque,
silloge edita in Serbia e ancora inedita in Italia)
E ora vorrei dedicare qualche mio commento a quelli che mi avete inviato dall’inizio di questo nuovo anno e che sono molto stimolanti oltre che gratificanti. E comincio con Mariateresa Bari:
"E la memoria come mamma amorevole nutre i ricordi come fossero bambini suoi" ... quanta poesia...Sempre grazie per il tuo generosissimo dono, Angela! A domani.
E qui non ci sono commenti, solo gratitudine per aver colto profondamente la metafora della memoria/madre amorevole dei ricordi che nutre quasi fossero suoi bambini. In realtà, è un dono reciproco, a mio parere, perché anche i ricordi danno linfa vitale alla memoria. Ma non voglio ripetermi. Vi rimando a quanto già scritto. Se ne potrebbe riparlare con altri vostri commenti per un confronto.
Ed ecco un altro messaggio che fa bene al cuore:
Cara Angela non dico nulla perché mi hai inondata di pensieri belli e profondi e tanto intrecciati da esserne sazia. Mi rivedrò tutto e rileggerò lentamente, sicura di averne beneficio. Grazie (Giulia Basile). Anche con Giulia, che ringrazio sentitamente, potremmo riparlarne. A me gli intrecci piaccioni molto. Sono matasse da districare per trovare il bandolo di ciascuna e venire a capo di una o più idee.
Poi, Elina Miticocchio:
Ho una casa foglia che sta sulla faccia/ Accedo naufraga/ dall’acqua di mia madre/ Natante/ Al rosso del cosmo… (…) Bella pagina intera/ intera è la memoria/ quando si eleva al cielo/ e canta la sua azzurrità… (…) La memoria e un/ quaderno da sfogliare./ Mai logoro, mai scritto/ abbastanza./ Il sogno è il corpo/ tracciato molto prima che/ nessun occhio può/ vedere.
 (Elina Miticocchio, privatamente su Messanger). Bellissima la “casa foglia” dell’utero materno nell’attimo in cui l’autrice si affaccia alla soglia, nuotando ancora sicura nel liquido amniotico che la protegge, ma è splendore di luce, dopo tanto buio, “accedere al rosso del cosmo”: rosso come il sangue, come la a vita che esplode, come l’amore che accoglie e rassicura in una nuova realtà tutta da percorrere. Dalle radici alle foglie, appunto. Ed è già volo…
Angela cara, grazie... infinitamente! Per il Tuo commento inaspettato ma tanto, tanto apprezzato! Il tuo dire è una carezza gentile, ed ossigeno puro, per me... Ma un infinito grazie anche per il tuo viaggio seducente nel pianeta Tempo. Il tuo racconto ne svela i panorami mozzafiato e i borghi incantevoli come pure le sue ombre nascoste. Un abbraccio a te. Forte! (M. Bari, lunedì 4 gennaio) Ancora Mariateresa Bari, che giorno dopo giorno, mi rende felice con una sua tenerissima nota poetica. Versi che, mentre rispondono ai miei commenti, si fanno grappoli di fasci luminosi che illuminano altri paesaggi in ombra, che hanno solo bisogno di luce per rivelarsi e svelarsi e sorprendermi/ci. E il Tempo suggerisce a Mariateresa una poesia incredibilmente insolita, originale, ardita per metafore che capovolgono il mondo, mentre i sogni si fanno preghiere, “rammendate da un filo di voce” (verso di una bellezza incredibile). E i desideri continuano a fiorire tra il sussurro di labbra devote che dimenticano quelle preghiere antiche “sui marciapiedi delle ore” fatte, queste ultime, di assenze e lontananze, ma anche di sogni più veri della stessa realtà, accarezzata dal “velluto delle parole” che con pennellate d’artista riscattano bellezza e speranza sul davanzale del pensiero che pensa la propria esistenza. E il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria si ribalta come ogni altra realtà per farsi inno del sapersi ESISTERE… Sul pianeta Tempo// C'è un pianeta/ dove nascono sogni a mani giunte/  e un filo di voce rammenda preghiere/ dimenticate sui marciapiedi delle ore.// Dove ci tocca il velluto di parole/  nelle carezze di un pennello/ a punta fine sul davanzale del pensare.// Dove si fa corpo/ il verbo dell'essere. (M. Bari Appena nata!, 4 gennaio).
E, infine, ecco due poesie che ho letto su fb e che mi hanno catturata a tal punto da inserirle nel mio blog per una riflessione: Mi hai presa sul cuore/ col dolore sgretolato/ sui muri scrostati/ Mi hai afferrata e tenuta/ per un braccio/ sporta su un dirupo/ e hai creduto di/ potermi sollevare/ quando invece precipitavo/ Hai creduto sì/ hai creduto in me/ sotto la pioggia battente/ di lacrime in frenata/ e i fari dell’auto che/ ribollivano goccia a/ goccia/ la mia rabbia impotente/ e il tuo Sorriso/ carico di certezze che mi ha salvato. (Maria Pia Latorre, “A te”, pubblicata su fb e da me “rubata” per farne possibilità di incontro).
Quando i suoni di una stella/ ti giungono inaspettati e paiono/ serafici come flauti ai confini/ dell’umano sentire,/ sono palpabili i colori del disincanto/ come vecchie foglie accartocciate/ dall’arsura/ e tu intaschi il tempo e parti. (Mariateresa Bari, “Epifania”, pubblicata su fb e da me “catturata” per scoprire insieme la profondità di questi versi).
La prima mi ha piantato un coltello nel cuore perché molto drammatica nella forza della rappresentazione scenica di brutale aggressione da parte della persona amata. Aggressione crudele che io ravviso nella reiterazione dei “sul”, “sui” (“sul cuore”… “sui muri scrostati”…) in una sgretolazione del dolore che è un tutt’uno con quei muri scrostati in quel franante rapporto asimmetrico per intensità di amore e di prevaricazione. La forza bruta sta tutta in quel braccio metaforico che protende la vittima sul precipizio del dirupo, sotto una pioggia battente che filtra il mondo e lo allontana da quel misfatto da strangolare l’anima. in realtà si rivela più forte la vittima che coglie in quella forza disumana l’umanità di credere nel coraggio di lei più forte del suo stesso istinto di sopravvivenza. Forza dettata dalla rabbia per la propria impotenza. E mi torna in mente che, molti anni fa, verso la fine degli anni Settanta, in pieno Terrorismo, l’allora Direttore de <La Gazzetta del Mezzogiorno> (se non ricordo male) Giuseppe Giacovazzo scrisse un libro molto significativo per quei momenti di violenta ribellione: Dietro la rabbia. La rabbia, dunque, diventa salvifica nel moto di riscatto che sollecita. Proprio come accade all’autrice di questi versi. La propria rabbia e il “Sorriso/ carico di certezze” di chi la sollecitava alla fine diventano salvifiche. E, ancora una volta, tutto si capovolge “sotto la pioggia battente/ di lacrime frenata”. Ora non più i coltelli della sopraffazione arrogante dall’alto, ma la rinascita dal basso (“sotto”), che è comunque un “sopra” di dignità recuperata, titanica, vincente. Una poesia di grande intensità e pregnanza su cui riflettere molto, proprio in questo inizio di anno, lastricato di buoni propositi.                                                                                            
La seconda mi conferma quanto sia “capovolto” il mondo degli adulti del nostro tempo: la perdita, negli anni, dello stupore che si accende nella innocenza degli occhi bambini all’arrivo della Befana contro il disincanto che subentra nel cuore desertificato degli adulti, che neppure “i suoni di una stella” simili a flauti “ai confini dell’umano sentire”, ma solo “i colori del disincanto”, simili a “vecchie foglie accartocciate”, finiscono nelle tasche e si fanno misura del tempo, che ci ordina di riprendere il cammino verso un futuro che non ha palpiti né la magia di un sogno ancora da vivere. E mi tornano in mente i versi bellissimi di una canzone di Roberto Vecchioni: “gli uomini son come il mare/ l’azzurro capovolto/ che riflette il cielo;/ credono di navigare,/ ma non è vero… (da “L’ultimo canto di Saffo”). Il Tempo è anche inganno e nostalgia. Ma, in molti casi oggi, è tempo sprecato per il tanto azzurro che gli occhi si perdono, incapaci come sono di guardare il cielo, di pescare a riva le azzurre meraviglie del mare. Non lasciamoci mai sorprendere dal disincanto. Conserviamo intatta la voglia e la capacità di sognare. Per colmarci sempre e comunque di Poesia.  
E, infine, Elina Miticocchio mi manda questo messaggio che condivido sul mio blog perché è un bellissimo dono di questa Epifania appena vissuta all’insegna della Speranza per un anno migliore:
Il primo commento al libro di poesie Alle radici dell'erba (collana I Girasoli, Secop Edizioni 2020) giunge oggi inaspettato da Giovanni Romano che ringrazio per sintesi e contenuto. Lo riporto qui di seguito: "Ho letto questo libro nel momento migliore per apprezzarlo: la tranquillità e il silenzio della tarda serata, prima di andare a dormire. Quando gli impegni e gli affanni della giornata sono finiti, o quanto meno si lasciano dietro di sé. Fa bene all'anima leggere questi versi. Fa bene all'anima sapere che esiste chi sa custodire e donare la meraviglia e la bellezza del mondo, la gratitudine per l'affetto che ha ricevuto, i colori e gli spazi immensi per farci volare nella sua fantasia. Non mi stancavo di assorbire questa voce, di seguirla in silenzio nel suo mondo incantato. È la voce di una poetessa sempre più consapevole della propria arte fino a trovare una splendida sintesi per definire che cos'è la propria poesia, e quale effetto opera: "La carezza che porta / al disgelo delle palpebre".
Ringrazio Elina e ringrazio il Prof. Giovanni Romano, raffinatissimo e colto saggista, che fa parte della grande famiglia di Autori della nostra Casa editrice, per questo splendido commento alla raccolta di poesie di Elina Miticocchio, che sa volare con le parole con la carezza della sua azzurra anima   bambina.
Ed ora chiudo perché domani riprendiamo con il Retino alle 19,30, come è consuetudine ormai. Sarà il primo incontro del Nuovo Anno, così tanto atteso per inondarci di nuova luce e di nuovi sogni/progetti di Vita.
Una precisazione doverosa: da domani riprendo con le molteplici attività di scrittura che vanno ben oltre il Retino. Scrivere, per me, è una passione, una necessità, una salvezza. Ma è anche una missione, che mi vede dedicare gran parte del mio tempo agli altri, per un parere sulla loro scrittura, un editing, una prefazione, una recensione e tanto altro ancora. Solo di notte e nei ritagli di tempo penso alla mia scrittura personale. Questa premessa mi serve per dirvi che da domani non avrò più il tempo per scrivere tutti i giorni sul blog. Lo farò ogni volta che mi sarà possibile. Non ne posso fare a meno. Ma non vi taggherò come ho fatto fino ad oggi per non impegnarvi nella lettura. Quando vorrete, saprete dove trovarmi: martedì e venerdì sul Retino in diretta, e di tanto in tanto, ma abbastanza frequentemente sul blog. Avrete sempre notizie su facebook. A domani. Con un grande abbraccio. Angela

mercoledì 6 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: 6 gennaio 2021

Nei ricordi di mio nonno, quella verità che gli aveva attraversato la pelle e il sangue, trafitto il cuore "ma nel cuore/ nessuna croce manca// È il mio cuore/ il paese più straziato" recita ora il poeta solo per me perché anch’io ricordo il suo racconto, che celava, in un sorriso tenero e pacato e nel vortice di un Cielo di neve di quel 1917, lo strazio per non aver potuto afferrare i riccioli dorati delle sue bimbe falciate, in appena due giorni, da una pertosse assassina.
Ma la cronaca di quei giorni ignorò del tutto il cuore straziato di mio nonno. Ignorò il soldato che scappò sotto quella neve perché era a due passi da casa e venne fucilato come disertore ed aveva solo diciotto anni (uno dei tanti ragazzi del ’99, mandati a morire come capretti, sottratti ai campi e alla casa, e del tutto ignari del significato stesso di Guerra, di esercito, di nemico da ammazzare), e gli era rimasto negli occhi uno stupore senza nome e senza preghiera. "Cosa ho fatto di male lungo il sentiero che mi stava solo riportando a casa mia?", ebbe appena il tempo di dire rivolto al Cielo che era tenero di piume e avaro di pietà. Certo, sembravano fiabe quei racconti interminabili di mio nonno, scampoli di verità di quei fatti lontani e ancora vivi nella sua anima benché ascoltati da noi nipoti col lo stupore di bambini ignari della cattiveria del mondo. Protetti dal cuore di nostro nonno, che ogni sera accendeva solo per noi tutte le stelle perché potessimo imparare a sognare per superare la paura e il disincanto, dato che prima o poi la vita ci avrebbe ingoiati nei buchi neri delle sue contraddizioni e avremmo dovuto fare i conti con la violenza, i lutti, il pianto...
E oggi sempre più spesso io mi rifugio in quelle sere sotto le stelle per ricordare il suo raccontarci le verità vere dei giorni passati e di quelli presenti e futuri. Sì, ora sempre più ho bisogno di quelle antiche certezze per ritrovarle ancora intatte e non avere più paura del presente così devastante e del futuro così precario e incerto per l'umanità intera. Devo partire da quelle lontane parole, le uniche che avessero per noi profumo di verità... Mia nonna sgranava gli occhi di bambina e s'accontentava di ascoltare il suo uomo e di scoprire il piccolo mondo che palpitava di vita appena fuori dalla sua casa. Lei sapeva accontentarsi. Era semplice e viveva di cose semplici. Non sapeva leggere né scrivere, come la maggior parte delle donne del suo tempo. Ebbe lunghi dolori di figli perduti alle sue braccia, confidando nel buon Dio che donava e toglieva, secondo il suo “ricamo”, di cui noi vedevamo solo il rovescio sotto la volta del Cielo, e lunghe risate a lenire quel dolore che nessun cronista avrebbe mai raccontato o racconterebbe mai. Era un mondo semplice e quasi piatto, il suo, che neppure un semplice e onesto cantastorie avrebbe mai acceso d'amore. Mio nonno sì, aveva fatto palpitare e vivere quel loro mondo di sacrifici, silenziose rinunce, quotidiana preghiera e lo aveva acceso di gioia e di memoria, facendo rivivere il passato e prevedendo il futuro, che è solo il “passato capovolto” per chi lo sa inventare...
Le parole dei vecchi, dunque, sono le sole parole vere di cui possiamo fidarci? Le uniche in cui credere? Purtroppo, no. Non hanno filtri i vecchi, né velleità di apparire. Vogliono solo consegnare ai nipoti la tradizione ricevuta dai racconti dei loro nonni, forse per fermare il tempo, prima che scappi via e li lasci deserti di memoria, svuotati di ricordi e di parole perse nel tempo, di voci spente nella voce del vento.
Nelle loro parole, la rinnovata identità di noi stessi, della nostra appartenenza, questo sì, ma contengono la “verità storica” dei “fatti”? Purtroppo, no. Ciascuno ha la sua verità. Che è sicuramente la propria verità, ma non può essere assunta a “verità storica”. E ogni verità è frutto di personalità, di passioni, sentimenti, emozioni. La stessa realtà ha migliaia di volti e voci e parole e percezioni, incanti e disincanti diversi. Ecco perché i ricordi non si fanno mai memoria collettiva. Confluiscono forse nella grande Storia, ma spariscono senza lasciare traccia. La grande Storia è appannaggio dei re, dei condottieri, dei grandi generali.
Significativa la poesia di Bertolt Brecht “Domande di un lettore operaio”:

Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
Dentro i libri ci sono i nomi dei re.
I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?
Babilonia tante volte distrutta,
chi altrettante la riedificò? In quali case
di Lima lucente d'oro abitavano i costruttori?
Dove andarono i muratori, la sera che terminarono
la Grande Muraglia?
La grande Roma
è piena di archi di trionfo. Chi li costruì? Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide
nella notte che il mare li inghiottì, affogarono
implorando aiuto dai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l'India.
Lui solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta
fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
vinse oltre a lui?

Ogni pagina una vittoria.
Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.
Chi ne pagò le spese?

Tante vicende.
Tant
e domande.


Giusto. Tante vicende, disseminate in senso diacronico e sincronico sul nostro pianeta, e tante domande che, come Brecht (fortemente impegnato a lottare con il suo Teatro e le sue poesie contro l’analfabetismo dei sentimenti dei ricchi, sempre intenti a perpetrare e perpetuare soprusi contro la povera gente spesso attanagliata solo da quell’analfabetismo strumentale che ne decretava l’ignoranza e ne strangolava rivendicazioni e libertà), avremmo dovuto o dovremmo porci, prima di accettare per vera la Verità storica e la stessa memoria. Ma noi ci accontentiamo dei libri di storia, delle lezioni dei cattedratici, dei saggi dei grandi studiosi, infiocchettati di retorica, inneggianti il ritrovamento dei documenti, inoppugnabili sulla loro veridicità, e dimentichiamo questi dubbi elementari, ma essenziali, che potrebbero condurci per mano a riscoprire il senso profondo dell’arroganza del sapere e quello più innocente della purezza dell’umiltà di chi scopre quotidianamente di non sapere tanto è l’abisso, in cui sprofondano i suoi perché, e consapevole  della impossibilità di conoscere un solo frammento dello scibile umano. Già, l’umiltà! Virtù praticata dai nostri nonni e oggi completamente ignorata dai più, convinti di avere l’abracadabra per aprire tutte le porte del sapere o di tirare fuori dal cilindro la carta vincente, la colomba che vola, il coniglio impaurito che suscita sempre e comunque meraviglia e battimani negli sprovveduti spettatori. Quanti “Io sono il migliore, nessuno può essere meglio di me. Sono io la luce che rischiara le tenebre degli altri!”. Sarebbe più giusto affidarsi alla velleità del dubbio piuttosto che all’arroganza della conoscenza e ripercorrere lungo i viottoli impolverati dei campi, un tempo rigogliosi e oggi dimenticati, i canti di uomini e donne abituati alla frugalità delle parole e dei sentimenti non urlati, ma mai dimentichi di innalzare un inno di Gloria per il Creato e tutte le sue Creature. Grati sempre al buon Dio del dono della semplicità e della vita.
Ed è così che, di generazione in generazione, sopravvivono voci e parole e valori fino a che la ribellione dei nuovi nati non sradichi la tradizione per proporre altri ideali, idee, comportamenti, pensieri. Nel tentativo di rinnovare la società. L’errore dei giovani, però, è sempre in agguato, data la loro inesperienza: purtroppo azzera il passato trovandolo obsoleto, non tenendo conto del prezioso dono della saggezza antica che va conservata nei suoi valori di sempre e rinnovata in tutto ciò che è necessario cambiare per naturale evoluzione e inevitabile trasformazione.
In realtà, tutto cambia e tutto si ripropone. Basta conservare memoria del passato, riproponendolo con tutte le modifiche e correzioni dovute al tempo presente in funzione di quello futuro.
Il passato: una brutta copia sgualcita, rimessa a nuovo non più con carta e penna e inchiostro, né con la macchina da scrivere Olivetti lettera 32 di mia felice memoria, ma con tablet, computer, cellulare di ultimissima generazione per rincorrere il tempo che non dà tregua, proiettato come un’astronave spaziale verso nuovi orizzonti e nuovi cieli.
Di qui la “nostalgia del futuro”, ossia dell’ansia di rinascita continua nella riproposizione di nuovi domani. Con solidi e mai del tutto scompaginati ancoraggi al passato. Per riconoscerci, riscoprirci, ritrovarci in un tempo che non è più il nostro tempo eppure tutti ci contiene nella sua eternità.
E mi piace concludere con una pagina del secondo volume del mio ultimo romanzo, Le piogge e ciliegi, (SECOP edizioni - Corato/Bari) dedicato appunto a mio nonno, leggendario e concreto eroe della mia vita.
“… Per riconoscerci, dunque, è necessario scoprirsi, accendere i fari sui ritrovati ricordi perché si facciano memoria di noi e degli altri, individuale e universale, in un andare a ritroso in quella galleria personale, dove spazio e tempo si azzerano per sconfinare in un “luogo” che ci spaurisce perché cela il mistero di noi e lo attualizza con spietata crudeltà. I fari illuminano quanto avevamo a fatica dimenticato, quanto ci eravamo illusi di azzerare, quanto ci era sembrato giusto soffocare nelle spire della “camera oscura”, dove si aggirano le nostre ombre. Quelle del passato e quelle del presente, in una confusa sarabanda di tempi luoghi azioni situazioni.
                                   Soprattutto le ombre
                 (analizzate a fondo da Carl Gustav Jung),
che avevano reso buio il nostro cielo, condizionato comportamenti nel nostro personale naufragio, in uno scrosciare di pianto da non dire. Occorre imparare a convivere con le nostre ombre se vogliamo salvarci dai sensi di colpa e dai rimorsi. E le lacrime non devono fare rumore se vogliamo essere accettati dagli altri. Se vogliamo accettarci. Per questo le ascoltiamo di notte. Le accogliamo e soffochiamo nel cuscino. Eppure sarebbe bello scoppiare in lacrime di fronte al mondo e dire ecco la mia fragilità, ecco il mio coraggio
(“e quanto è bello chiagnere”, dirà Filumena Marturano dopo una vita di lacrime ingoiate e occhi di ostinato silenzio).
E oggi sono convinta che si può scrivere con autenticità solo delle esperienze vissute in prima persona. Ed essere credibili. Altrimenti è solo una costruzione logica o fantastica, ma priva di verità. Ed è quest’ultima che rende universale la nostra storia privata. Soprattutto quando fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto. Tutto il resto è letteratura per mentire e mentirsi. Divertendosi e divertendo anche. Indicando mondi irreali perché si imparino gli sconfinati spazi della creatività, della fantasia e della immaginazione. E sono stata e sono la prima ad inchinarmi alla grandezza immaginifica dell’uomo. Ma sconfiniamo anche dalla realtà. Che è tanto più vera quanto più ci appartiene e appartiene alla gente che si dibatte in mille contraddizioni e si riconosce nelle qualità e nei limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio.
                    Nella nostra anima che non conosce confini
Ci sono, però, ricordi luminosi che non abbiamo mai dimenticato, che mettono in fuga le nostre ombre e ci aiutano a riafferrare il senso della vita con maggiore gioia di vivere. Soprattutto quando gli anni sono tanti. E ci sorprende come ladro di sogni il disincanto.
È bene, allora, farci illuminare e riscaldare dalla tenerezza di quei ricordi, se vogliamo rinascere e non solo sopravvivere a noi stessi:
                                             volti voci richiami
per mettere in fuga la pioggia che batte con piede cattivo sui nostri pensieri e fare spazio all’arcobaleno che ogni scrosciare d’acque porta con sé.
                 E ogni notte si fa Alba Mattino Tramonto Sera
Poi, si ricomincia. In una scia di luci-ombre-luci… senza fine… (…)
Nella consapevolezza di un tempo che non può tornare, ma può far sentire nel profondo del cuore la necessità di recuperare quanto di buono abbiamo dimenticato per farne nuovo seme per nuovi domani. Con nuovi mezzi nuove modalità nuovi passi nuove strade nuovi volti nuove voci
                                           su antichi richiami.
Ogni domani è il passato capovolto come il cielo in una pozzanghera. Come chiome d’alberi che hanno radici. Come occhi di bimbo ancorati agli occhi della sua mamma. E i domani si sognano prima di realizzarli.
E il sogno non vive e si alimenta nel fondo più profondo della nostra anima?
                 La Nostalgia è Sogno che viene da lontano e va lontano
    È Ricordo che si specchia nel Futuro. Memoria della nostra Umanità!
                             È Tenerezza che Accoglie Protegge Ama”.
I ricordi…
Oggi è il 6 gennaio, giorno di Epifania che tutte le feste porta via. Non è il caso di parlare dell’Epifania e del suo significato teologico con l’arrivo dei Re Magi e dei simboli dell’oro, dell’incenso e della mirra. Ma desidero parlare di un ricordo tenerissimo legato alla Befana.
Sempre, anche se non ci credevamo più da un pezzo, tu ci facevi trovare tra il muschio del presepe qualche sorpresa in dono. Uno di quegli anni t’inventasti un viaggio che non avevi mai fatto e l’incontro con la Befana sul treno. Ce la descrivesti con una tale dovizia di particolari che sembrava che per davvero avessi fatto quel viaggio e quell’incontro. E noi ti guardavamo al colmo della meraviglia, della tenerezza e dell’ammirazione. Ci dicesti, infine, che ti aveva consegnato per noi delle stecche di cioccolato belle e grandi, di cui soprattutto io ero molto ghiotta.
Il 6 gennaio si vestì di cioccolato, di rinnovata fiaba, di mai spenta complicità tra noi (la befana vien di notte/ con le scarpe tutte rotte/ il cappello alla romana/ viva viva la befana!)
                  Tu sempre attento a non farci perdere lo stupore e l’incanto…
A domani con i bellissimi commenti che mi avete inviato. Grazie. Abbraccissimo. Angela

martedì 5 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021

 Ancora una volta la poesia arriva dove non arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah!

Così Giulia Basile che, simpaticamente sorniona, mi ricorda che il tempo in fondo è una nostra invenzione, magari per darci tempo. Ne sono convinta anch’io tanto è vero che parlo di tempo vissuto e di tempo percepito, tempo inventato e tempo usato per accendere la memoria appunto e ricordare: tempo individuale e tempo universale. Il tempo vissuto non è mai uguale a quello percepito. Il primo conta le ore e i minuti sul quadrante dell’orologio e si fa misura del nostro tempo reale; il tempo percepito, invece, si accorcia o si dilata a seconda di quello che stiamo vivendo: se siamo in armonia con quello che ci circonda e ci abita dentro, il tempo vola in un attimo, lasciando spesso il rimpianto che tutto sia stato molto breve. Al contrario, il tempo non passa mai se stiamo ascoltando una lezione che non ci interessa; se il relatore in un convegno è noioso, monotono, arrogante, scontato; se il dibattito, a cui stiamo partecipando, non approda a nulla perché gli interlocutori non ascoltano debitamente gli altri e non intervengono pertinentemente ma solo per ribadire il proprio punto di vista, e così via. Il tempo inventato è proprio quella che Giulia si ricava mettendo indietro le lancette del suo orologio creandosi l’illusione benefica di aver maggior tempo per riposare. E il potere della mente è tale da darle un senso di benessere reale al suo risveglio. Poi il suo senso straordinario di autoironia prevale sull’illusione e stempera l’ultima battuta dell’ultimo inganno che vorrebbe/vorremmo perpetrare contro la francescana “sorella morte”, che non si lascerà certamente imbrogliare da noi comuni mortali, ma riuscirà in qualche modo ad imbrigliarci. E neppure il ricorso alla poesia come nostra ultima àncora di salvezza ci darà ragione. Ma, intanto, noi ci proviamo. Almeno con qualcosa che “vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo).

E ritorno al mio articolo sul tempo, la memoria, i ricordi.

Parte II: La Memoria

La memoria è un faro che accende di luce il nostro passato: resterebbe buio e indistinto se non conservassimo a tratti squarci di visioni antiche che si nutrono di voci, immagini, suoni, odori, sapori, emozioni, parole… illuminando anche il presente: dalla invisibilità alla visibilità degli oggetti e delle decisioni riguardanti quegli “oggetti”, dalla indecidibilità alla decidibilità delle situazioni, dall’inaspettato prodigio o disastro all’attesa o alla scongiura dell’accadimento, dalla impalpabilità dei sentimenti alla palpabilità del cuore. 

Ecco perché memoria è “tutto ciò che si deve ricordare ma soprattutto quello che non si può dimenticare”, tanto è inciso nella mente e nell’anima.

Segno e senso del nostro brevissimo passaggio esistenziale su questo pianeta.

Guai se quel faro si spegnesse, saremmo tutti naufraghi alla deriva, senza più contezza di noi, del tempo, dei giorni, delle ore; del mare e del suo splendore, delle notti rischiarate dalla luna o ricamate dalle stelle; dei nostri amori e dei nostri rancori, dei sogni e dei desideri; dei passi d’erba e delle orme cancellate sulla sabbia del tempo che dimentica. Del vuoto della mente e del deserto del cuore. Niente di più disumano del perdere la memoria e con essa identità e dignità. Chi restituirà al malato di Alzheimer la memoria dei giorni vissuti, degli affetti radicati nel cuore e smarriti nelle tenebre del non ricordare? E non sapere più di essere madre/padre, figlia/figlio, moglie/marito? Non ESSERE perché essere SENZA. Disperazione, al loro fianco, di quanti sanno e ricordano. Senza attesa. Senza speranza. Senza storia. SENZA. Un senza che apre un baratro, un abisso, il nulla.

La memoria, invece, è una pagina piena di ricordi che la mente traduce in parole per definire una storia al passato. È pienezza, non mancanza. È, paradossalmente, presenza, non assenza.

La memoria di cui parlo, infatti, non si veste del fragile tessuto della nostalgia o non si curva sulle linee esauste di un corpo ripiegato e sconfitto, né si rifugia nei secchielli colmi di mare dell’infanzia, magica e dorata, nei riccioli al vento degli aquiloni che mai più saranno, ma si fonda sul presente e sul futuro perché riscopre in ogni passato il Valore irrinunciabile della sacralità della vita in tutte le sue innumerevoli foglie, che rinascono ad ogni attesa primavera. In ogni stagione vissuta. Da vivere.

E, oggi, è un Valore, che colma l’attuale disagio del “pensiero debole” (Vattimo-Rovatti) per farsi, nel terzo millennio, “forza” e “pienezza”, che irradiano, nella nostra società planetaria, nuovi stati di coscienza individuali nel loro farsi “consapevolezza collettiva” in una sorta di “correlazione universale” (come ci ha suggerito la compianta Silvana Folliero nel sostenerci a realizzare il Sogno/Progetto di aprire una “Casa editrice altra” più di quindici anni fa), attraverso un rinnovato “pensiero forte”, titano della conoscenza del mondo. “Scienza e Coscienza”, dunque, sempre più si dilatano fino a comprendere la “coscienza delle cose” e la “fiducia nella tecnologia e nella comunicazione digitale”, che diventa, utopisticamente forse, fiducia in possibili coinvolgimenti di tutti e di ciascuno per realizzare una umanità migliore. Una umanità, che dovrebbe fare della solidarietà e della speranza i suoi punti di forza; dell’intelligenza e della comunicazione di massa i solidi ponti di “inter-esistenza” tra gli uomini, perché la memoria si faccia possibilità di “rinascita” e di “rigenerazione” (vedi il Protonismo di Gjeke Marinaj).

Ma potrebbe accadere il contrario e sarebbe la distruzione della intera umanità.

Una possibilità che non voglio neppure prendere in considerazione perché ho fiducia nella coscienza dell’uomo, che saprà fare tesoro della scienza, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, altrimenti ci saremmo già estinti da lungo tempo.

Ritengo, però, che la storia non sia “magistra vitae” (Cicerone) perché ancora oggi vale per l’uomo contemporaneo il grido di dolore di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo…”. Pure, nonostante la sua natura immutabile, l’uomo ha risorse di mente e di cuore per scongiurare di volta in volta, nei millenni, la sua autodistruzione.

La memoria, allora, si fa attimo di ogni presente che vive il possente fulgore dei guizzi di conoscenza del passato e si affaccia al futuro. Nel passato, i germogli del presente, e degli scenari che si potrebbero configurare lungo i passi che il tempo concede ai nostri domani. Ci saranno sempre nuovi viandanti a proseguire il viaggio lungo i sentieri ritrovati della nostra storia oppure cercati e scoperti o, ancora, via via tracciati perché si facciano storia.

La memoria è, dunque, paniere di tutti i fiori e i frutti, vitali e propulsivi, dell’umana esperienza, individuale e universale.

La memoria è anche, o forse soprattutto, forza catartica, invincibile emozione, profondo sentimento. Chiaroveggenza e Speranza. Epopea di epiche risonanze di terre e di universi.

Scultura di Volti di uomini incisi nelle pietre che raccontano innumerevoli storie che, come fiumi aventi sorgenti lontane, si riversano insieme, dopo lunghi viaggi individuali, nel grande oceano della Storia universale.

Di solito, queste innumerevoli storie non ambiscono a ritrovarsi nella grande Storia, si accontentano di poco: fare tenera compagnia alle persone anziane che vivono di ricordi più che di progetti.   

E, del resto, la storia non è mai come viene raccontata, ma come viene vissuta; si ha persino paura di dover fare i conti con una storia dell'umanità mai vera e sempre inventata dal cronista di turno o dal saggista di parte (per ideologia politica o partitica, per formazione culturale, per convinzioni personali…) e dall’archivista che la ricostruisce con pazienza certosina, mai realmente libero di approdare alla “verità storica”, eterna utopia.

Dove la “verità storica”, allora? La storia è o non è fondata sulla memoria? Ma la memoria, come già osservato, non sempre racconta la verità. E, dunque? Quando si può parlare di “verità storica”? Quando si va a cercarla nei racconti dei nonni o quando ci affidiamo a documenti più concreti e oggettivi come graffiti nelle grotte millenarie dei nostri progenitori, scavi e reperti di una certa era storica, monete antiche, iscrizioni, epigrafi, stele funerarie e monumenti che resistono al tempo o alle loro stesse rovine? Cercare costantemente eventi con effetto “domino” di cause e conseguenze e sentirsi autorizzati ad avere certezze sui comportamenti umani che sortiscono sempre gli stessi effetti, se motivati dalle stesse cause, sia pure in tempi e luoghi diversi, oppure nutrirsi di dubbi sulle interpretazioni perlopiù soggettive di eventi raccontati in maniera del tutto arbitraria e spesso con opposte testimonianze e dichiarazioni sui vari accadimenti?

Forse sarebbe opportuno, come sosteneva Benedetto Croce, rifarsi alle fonti dirette e indirette degli accadimenti storici, evitando ogni coinvolgimento emotivo in riferimento all’“oggetto studiato” per consegnarlo al lettore come pura “conoscenza dei fatti”, ma questo metodo non mi convince molto. Non amo la cronaca triste ed essenziale della “conoscenza dei fatti” che ne fanno i cronisti sulle pagine di un Quotidiano locale o nazionale, oppure gli studiosi nei loro libri di storia.  Ciò vale soprattutto per la cronaca quotidiana di altri periodi storici alle prese con varie emergenze per la salute e per il pericolo di decimazione dell'umanità: la peste, la lebbra, la spagnola, la malaria,   l'asiatica, la terribile SARS, diffusasi nel 2002, quindi nel XXI secolo, dalla Cina e definita già coronavirus, con le stesse caratteristiche di sofferenza polmonare a chiudere alveoli e cuore, ormai disperatamente note, del Covid 19.

La stessa aridità è riscontrabile anche cercando notizie di guerra, altro flagello per il genere umano. La Prima e la Seconda guerra mondiale, per esempio. Per delimitare la ricerca al "secolo breve" eppure lungo di lutti e di dolore, e arrossato dal sangue di tutte le altre guerre devastanti nei vasti territori del pianeta Terra. Tutte le cronache sono uguali. Narrano i fatti. Che sembrano veri, tanto sono dettagliati con luoghi, vittime, circostanze, indici statistici. Fatti non fanfaluche... E il tempo azzerato, quello che vogliamo non esista per via delle nuove teorie sulla relatività o sulla quantistica, d’improvviso ci assale alle spalle e ci inchioda al nostro tempo o al tempo passato tanto simile al nostro tempi, sia pure tanto diverso.

Tutto sembra chiaro e inoppugnabile. Eppure, in quegli articoli così bene articolati, non è difficile rilevare l'assenza della paura o la mancanza di qualsiasi altro sentimento negativo o positivo che sia.

Quando a scuola studiammo  la storia della Grande Guerra non rilevammo, al di là dei fatti narrati con asettica precisione, la tentazione di una fuga, il fremito di una lacrima, la commozione di un incontro, il sollievo per lo scampato pericolo, lo strazio di sapersi vivo mentre una granata squarciava il cuore del compagno appena a un palmo dai pantaloni alla zuava del soldato in trincea; non il canto nostalgico di chi guardava le stelle e si accendeva una sigaretta per abitudine, subito spenta per precauzione col nemico appena a pochi passi oltre la trincea, e pensava alla sua ragazza lontana "ohi vita ohi vita mia". E i partigiani e la Resistenza "oh bella ciao, bella ciao, bella ciao". E il Vietnam con "c'era un ragazzo che come me" e giù lacrime di solitudine.

Solo numeri, dati, statistiche in quell'apparente verità obbiettiva dei fatti narrati. Senza fremiti, lacrime, sorrisi. Senza. Anche qui il “SENZA” mi spaventa.

Io ho fatto sempre tesoro dei racconti di Guerra di mio nonno: nelle sue parole senza lacrime, ma evocative e sicure, c’era la verità da me sempre cercata invano nei libri di storia, nelle lezioni dei proff. di Storia e Filosofia.

L’unica verità possibile era racchiusa nei suoi racconti che avevano per noi sapore di fiabe antiche per non turbare la festa innocente dei nostri giorni ignari di violenze e lutti e dolore.

Sì, per fortuna, la memoria viene rigenerata continuamente dai ricordi, che fanno parte della storia individuale e riportano al cuore (ri-corda-re) storie vissute in prima persona nel passato.

E la memoria, come mamma amorevole, nutre i ricordi quasi fossero suoi bambini, a cui ogni sera racconta fiabe, cominciando con quel “c’era una volta” che indicava un tempo indeterminato perduto nella notte dei tempi o nel bosco della dimenticanza (tempo sognato più che vissuto). Ma, in reciprocità amorosa, anche i piccoli, i ricordi appunto, offrono alla mamma, sempre più smemorata con gli anni che passano in fretta, il loro sollecito aiuto, sostenendola nel far rifiorire, nel tempo, le tante storie da rivivere perché non muoiano mai del tutto.

E anche per oggi chiudo qui con questo tempo zigzagato, mai vero mai falso, nella speranza che queste apparenti digressioni non vi annoino al punto da percepire il tempo della loro lettura come tempo noioso e dilatato a dismisura. Come una inutile, soporifera “perdita di tempo”. Ma io,   egoisticamente, solo così so riempire il mio tempo, con la felice illusione di donarlo agli altri… Pardon.

A domani. Ciao. Angela

lunedì 4 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021

E ripropongo la poesia di Mariateresa Bari perché è piena di interessantissimi interrogativi che chiedono forse una risposta, ma non ne sono sicura: mentre chiedono, la contengono già in sé: Tempo mi darai? Mi darai lenzuola profumate di sera che giocano nel groviglio delle lacrime? Mi darai aneliti alati di pace che sgrumano le vene dal gelo? Mi darai vento scosso da speme che flette la boria delle teorie per riflettere? M. Bari.
È, dunque, una straordinaria reiterazione di una domanda retorica: l’interlocutore privilegiato della poetessa è il tempo, ma in realtà è nello stesso tempo la stessa autrice che nel tempo riavvolge e dispiega i suoi desideri più profondi e le sue paure da combattere in un “groviglio di lacrime” che avvolgono di profumata sera il pianto in un gioco onirico mai falso, mai vero. “Mi darai”… “Mi darai”… “Mi darai”… anaforica cadenza ritmica che rende suggestiva l’ansia degli “aneliti alati di pace” che sciolgano il grumo (reso molto bene dal neologismo verbale “sgrumano”) di gelo depositato nelle vene per una acquisita/negata abitudine, nel tempo, a sentire dentro il fuoco dell’ardimento per combattere ogni tipo di guerra, soprattutto quella interiore. O quella sperata contro la supponenza di quanti affastellano teorie con l’arroganza di possedere verità su cui dover riflettere, mentre il salutare vento del dubbio proclama la vittoria dell’umiltà di chi “sa di non sapere” di socratica memoria. Ed è in questo coltello affondato nella carne dell’umana presunzione l’essenza profonda del tempo che forse non ci darà mai risposte perché esse abitano dentro di noi e bisogna saperle/poterle tirare fuori al momento giusto, come l’Ecclesiaste suggerisce/ammonisce.
E sempre di Mariateresa è il messaggio di ieri: Quanta intensità! Quanto in profondità scavano i versi di Primo...e il tempo si fa tempio! A domani Angela! Senza forse... Mariateresa Bari

E mi fa molto piacere che sia stato evidenziato il gioco retorico di parole da parte di Primo, nella poesia dedicata al padre, tra “tempo/tempio”, che dilata e intensifica il significato metaforico e connotativo di un padre “tempio di dolore” nel “tempo degli anni grevi”. Certo, è uno scavo profondissimo quello di Primo Leone nei sentimenti che lacerano l’anima non abituata ad avvolgersi nella sofferenza, per trovare scampo, sollievo, o pietà. Bisognerebbe leggere e vivisezionare ogni suo verso per scoprire l’ossimorica personalità di un genio sempre alla deriva di sé.

E desidero ora approfondire il filosofico commento della carissima Maria Pia Latorre:

Bellissime riflessioni. Solo che se solo ci spostiamo fuori dalle categorie aristoteliche (e ci sono stati dei filosofi che ci hanno provato, vedi relativismo di Einstein, tanto per citarne uno), il tempo è solo una convenzione umana. Da questa prospettiva le cose cambiano parecchio. (Maria Pia Latorre)

Mia carissima amica, come tu avrai già notato, ogni mia riflessione sulle parole che il mio retino cattura è sempre relativa a quanto in quel momento mi viene in mente di dire con innumerevoli possibilità di integrazioni mie o di quanti mi leggono. Il discorso sul tempo è vastissimo per le innumerevoli diramazioni anche legate alle teorie che si sono succedute nel tempo, fino ai nostri giorni, teorie a cui ha dato un notevole scossone proprio Albert Einstein, con la sua “relatività”, rivoluzionando tutto quanto si sapeva del tempo. Dandoci un eterno presente in cui ci muoviamo lungo una linea curva, se non ricordo male. O se scegliamo direzioni e mezzi diversi per muoverci nello spazio/tempo. Non mi spingo oltre perché potrei dire una serie enorme di sciocchezze. È un campo che mi affascina molto, ma che non rientra nelle mie competenze. So però che Einstein ha anticipato la teoria dei quanti e della fisica o meccanica quantistica. Altro tema estremamente catturante per chi, come me, cerca una cerniera tra scienza fisica e scienza metafisica, tra il credere e il conoscere, tra la materia e lo spirito. E credo che oggi con la scoperta del bosone o “particella di Dio” siamo molto vicini a questa grande realtà o possibilità. Da approfondire insieme. Chiedo lumi, correzioni, integrazioni. E, intanto, ripropongo anche sul blog un mio articolo, riguardante il tempo, la memoria, i ricordi, scritto a luglio e pubblicato ad agosto del 2020 sulla nostra Rivista di cultura, storia ed arte NEDA, nata da una idea del giornalista Luca De Ceglia e realizzata dalla SECOP Edizioni.

Ci sono delle riflessioni sul tempo che si rifanno a quanto ho già messo sul blog qualche giorno fa. Ma nell’articolo ho ritrovato divagazioni sul tema con nuove parole su identici percorsi. E questo mi piace molto. Come mi piace sempre evidenziare l’ossimorica nostra esistenza continuamente in bilico tra le inevitabili contraddizioni del nostro spazio/tempo e del nostro mondo personale, interno ed esterno.

L’INCONTRO con il Tempo, la Memoria, i Ricordi

Parte I: Il Tempo

Siamo a luglio 2020. Abbiamo vissuto già oltre la metà di un anno difficile, di cui si conserverà a lungo memoria.

Proprio vero. Non ricordo più chi abbia detto che “la memoria non riguarda solo quello che si vuole ricordare, ma soprattutto ciò che non si può dimenticare”.

E, infatti, difficilmente si potrà dimenticare, nei secoli a venire, la Pandemia da Coronavirus che, nell’arco di alcuni mesi, ha falcidiato centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo.

Questo purtroppo è il nostro tempo: tempo di timori, paure, terrori. Tempo di contagi, di morte e dolore. Ma anche tempo di lotta, coraggio, forza, solidarietà, speranza, salvezza. Tempo di vecchi che muoiono e di bambini che nascono, perpetuando il senso dell’inevitabile Oltre e rinnovando il miracolo della Vita.

Il tempo: una parola senza tempo. E, per questo, difficile da spiegare per comprenderne il mistero. Ci provo a modo mio.          

Il tempo ci comprende o siamo noi a sentirci compresi nel tempo?

Il tempo passa o siamo noi a passare nel tempo?

Tempo lineare-Tempo circolare-Tempo zigzagato-Tempo vissuto- Tempo percepito- Tempo annullato-Tempo senza tempo…

Tempus fugit. Tempo virgiliano tempo oraziano. Il mio il tuo tempo, che dell’eternità ci regala l’attimo, infinito presente in cui siamo ciò che mai siamo stati e mai più saremo.

In ogni attimo l’Io nella sua pienezza di ESSERE in quell’istante.

Pure, il tempo ha passi di viandante a percorrere strade e vie e sentieri tra case addormentate e un risveglio d’alba che sa l’aurora e preannuncia il giorno. Lascia orme sui percorsi innevati dei monti, e passi incauti tra campi di ulivi alla collina. E tralci di viti ubriachi di sole. E vino nei calici dei giorni della festa e dei sorrisi. Ha un incedere attento tra l’erba dei prati e lucertole e sassi di ogni possibile inciampo. Ride di buonumore al rosso portafortuna delle coccinelle dai sette punti neri che fanno eleganza e tanta allegria. S’annida nella casa, tra serti di braccia di chi si ama, e spine dolenti di chi si odia e nasconde coltelli in sotterranei anfratti del cuore. E si sgomenta di tristezza. Il tempo, accogliente o diffidente, incontra gente amica o sconosciuta, si gira indietro al richiamo nostalgico del pianto dell’amato perduto o del sogno irrealizzato. Segue un destino di mete e di realtà sognate e spesso vanificate dall’inganno di un miraggio nel deserto dell’anima in disuso e prigioniera di rancori mai spenti, che ravvisano un nemico nello straniero della porta accanto. E lo straniero guarda cupo il traguardo azzerato, la casa abbandonata, la terra, la culla… e il miraggio della “terra promessa”, luogo d’incanto per bellezza forza lavoro e libertà. Vola il tempo sulla disperazione e il rimpianto, sul pianto che fora l’azzurro per raggiungere il Cielo a ritrovare una voce che non ha più voce… Vola tra aerei e aquiloni e stelle e pianeti. Gira intorno al sole e s’incanta di luna. Sfiora universi e galassie e dubita di misteri gravitazionali e quantici, che poi accoglie per farsene una ragione. Precipita in buchi neri dell’umana esistenza: Pandemie e virus mortali. Guerre e distruzioni. Perdite e lutti. Pianti irrefrenabili o silenziosi. Muto vero Dolore e falso dolore urlato, esibito. Solitudini obbligate oppure scelte in libertà. Tempo strangolato. S’impiglia tra le antenne sui tetti delle case e s’aggrappa alle code degli uccelli in migrazione. Pigola tra passeri e pulcini e chiude gli occhi al canto del gallo e al terzo tradimento. Svetta sul volo dispiegato di falchi e poiane, e canta tra le ali della paradisea e dell’airone. S’incanta all’assolo dell’usignolo e al garrire in coro delle rondini in festanti voli. Plana lento sul grido strozzato dei gabbiani, e si tuffa negli oceani da cui ebbero origine i mari. Naviga tra lo scintillio di acque calme a specchiare zaffiri e smeraldi e diamanti di cielo e s’infuria tra i marosi in tempesta e gli scogli appuntiti di ogni rimpianto. E conosce il segreto delle maree e dei lupi mannari che ululano agli occhi stupiti della signora del firmamento, oscurandone l’incanto. Ascolta con le barche addormentate la nenia della risacca contro vento. S’inerpica sui pensieri che dondolano d’altalene tra gli alberi spogli e quelli in fiore. Rischia gli abissi tra fondali insondati di coralli e velieri e tesori nascosti in galeoni affondati, depredati e distrutti dalla mano rapace dell’uomo che non teme coscienza e sapienza dell’eterno andare per scoprire e conoscere. Prega tra le mani del Cristo degli abissi e s’inabissa tra tormenti e trasalimenti, tra schianti dell’anima alla deriva di ogni perché. Risorge sulla schiena inarcata dei delfini e medita tra guglie di cattedrali gotiche e s’insuperbisce di castelli federiciani e non, e archi di trionfo d’antico splendore. Versa lacrime lungo i muri del pianto e rinasce negli occhi immensi dei bambini alla prima fiaba, al primo gioco con le manine, al primo sguardo della mamma, al primo germoglio in fiore che annuncia il risveglio nel pudore rosato di mandorli e ciliegi, baciati dalla primavera (Neruda). E s’innamora di un canto d’amore. Di una serenata ormai dimenticata e lontana nel tempo che non perdona. Si colma di sole nei secchielli di sabbia tra mani bambine e sogni di barche addormentate nei porti, che sentono la tristezza della solitudine del faro e lo schianto dei gommoni alla deriva di una estate che ignora storie di fughe e di fame di guerre e di abbandoni sulla pelle abbronzata dei turisti multimiliardari e le loro arroganti imbarcazioni. Segue la meraviglia dei velieri e le regate di vinti e vincitori. Piange con le piogge di settembre e s’infilza sulle cime acuminate dei cipressi che vegliano urne di morti abbandonate o protette da crisantemi e cespugli di rose. Sorride alla stella cometa che sfida il gelo e indica agli “uomini di buona volontà” la meta e la divina culla. La Rinascita e la Speranza. La ciclicità della vita e le stagioni. La sua retta di lunghi anni contati in secoli e millenni. La rivincita dell’uomo che si eterna.

Dove c’è un bambino c’è una fogliolina verde che fremita di futuro…

Il futuro, un eterno ritorno! Per ritrovare il senso della nascita e le radici. Il senso della morte e della sacralità di ogni sguardo verticale. Di ogni “muro d’ombra” attraversato. L’eterno presente del tempo (Einstein, Sant’Agostino?).

Passano gli anni e le stagioni. E dei mortali gli amori e le generazioni. Passano o restano nella memoria del mondo e dell’acqua che la conserva nel suo eterno scorrere e divenire?

Immortale resta il tempo che si eterna nella Volontà di una Energia d’Amore che lega i sottilissimi fili dell’ordito e della trama di ciascuna Creatura in forte attrazione, e connette ogni particella del Creato al suo Creatore. Che sa l’aurora e il tramonto, lo spuntare del filo d’erba e il maturare del frutto, lo scorrere dei fiumi e il disgelo delle nevi. Il tempo giusto di ogni accadimento (Bibbia). La perfezione di ogni creatura nella sua stessa imperfezione e contraddizione. In ogni disgiunzione. Nell’incanto di ogni possibile nuova congiunzione.

E vigila sul buio della notte accendendo sogni come stelle sul misterioso canto della Vita…

E, nel buio di ogni notte, ecco accendersi nella nostra mente la memoria, che fa a gara col tempo e lo vince. E, questo nostro tempo, è tempo di memoria più che mai.

E mi fermo qui. Domani, se mi sarà concesso, continuerò con l’articolo sulla memoria che attualizza il tempo tra passato, presente, futuro (ancora Sant’Agostino?). E, magari, metteremo insieme a fuoco, sotto la lente d’ingrandimento, suggerimenti, correzioni, integrazioni, per un ulteriore confronto e… conforto. E, infatti, mi è appena giunto un nuovo commento di Giulia Basile e ne sono felicissima. Grazie. Ne parleremo. Abbraccio.