giovedì 2 luglio 2026

Giovedì 2 luglio 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE...RAFFAELLA (prima parte) ...

che tu possa esaudire

tutti i tuoi desideri tranne uno

perché nella vita

bisogna sempre desiderare qualcosa.

(anonimo)

 2 luglio: Raffaella conta un’altra sua estiva primavera. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fisicamente (e non solo) fino a questi miei giorni di ultra ottantenne.

Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantotto anni fa. Come quella dei nostri giorni, del resto. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu, verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del bimbo o della bimba che stava per nascere.

Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla “nostra” casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero. Invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Non sono questi i dolori del parto, devono ancora arrivare quelli più forti”) e di Lizia, e le mie rinnovate risate perché nessuno mi credeva, alle ore 20 “incontrai” Raffaella: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. La signora Chiella, dopo averle tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.

“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla subito. Io la amavo già. Si precipitarono i nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori.

Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. E lei mi corrispondeva con i suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, i suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. oggi sicuramente dimenticate. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. “Bimba di parole e di baci”. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perché facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma immediato amore, esploso nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per parecchi decenni. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.

Con lei, oggi, condivido la quotidianità della nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.

Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.

E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.

È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo.

Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto le preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.

 

“Ti regalo oggi il mio sorriso”

 

luce di colorata felicità

da sempre attesa negli occhi

a farsi specchio della tua ansia

perché in gioia si tramutasse

il riflesso di mille e mille stelle,

per me raccolte su terrapieni,

inventati nel vuoto della mia sera,

per accenderla di risate.

Clamore assordante fu

il battito del tuo cuore

vicino al mio in un palpitare

di giorni di stanca malinconia.

Ma, complici io e mia madre

di un segreto dolcissimo

sotto un cielo che sapeva

di noi,

riprendemmo a ridere,

dimentiche del tempo

e le stagioni del silenzio.

Rinacque l'incanto

delle tue parole, ali di allodole,

a ricamare i miei mattini

che ombre attraversarono

tra nuvole scure di pensieri

distanti e prigionieri.

Sogni mai afferrati

dalle tue mani

protese a farmene dono.

E oggi, vedi, solo per te sorrido

a rendere visibile l’Amore

che ti devo. E che ti porto.

Con il sole che bacia i tetti

della tua mai spenta speranza

a sapere della mia gioia

di vivere.

(Nel giardino arso di sole, papaveri

di fragili corolle ridono,

a restituirci rinnovate intese d'allegria)

 

Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate... solo una puntualizzazione: Diamo agli altri quello che possiamo e penso sia il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E, se è, non necessita di alcuna misurazione. Viviamo come siamo e come sappiamo vivere. E amiamo alla stessa maniera…

A domani per alcune poesie che sento l’urgenza da dedicarti ancora. Grazie a quanti/quante con questo caldo avranno la bontà di leggere. Angela/lina

 

 

 

 

 

lunedì 29 giugno 2026

Lunedì 29 giugno 2026: In ricordo di VITTORIO GASSMAN a vent'anni dalla morte...

Desidero proporre oggi un articolo intitolato “Fuma stronzo, fuma” - Il mio incontro con Vittorio Gassman - scritto da mio figlio Giuliano Leone. Ritengo sia un omaggio al grande "MATTATORE" davvero imperdibile.

<Dal 1996 al 2002 ho lavorato in un famoso Studio di Registrazione e Produzione musicale, qui a Roma. Sono stati i sei anni più folli e divertenti della mia vita (ventiquattro - trent’anni). Un caleidoscopio di esperienze, emozioni, avventure, incontri, amicizie, feste, personaggi, musica, allegria, vita. Sei anni irripetibili. Ho incontrato tantissimi artisti, con tanti di loro sono diventato amico. Tra tante personalità artistiche ho avuto, nel 2000, l’immenso onore e privilegio di incontrare Vittorio Gassman, pochi mesi prima della sua scomparsa.
Il Maestro doveva registrare una collana di CD nella quale recitava le poesie più rilevanti e rappresentative lella Letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento. Sua la scelta.
Un Progetto importante, monumentale che vedeva anche la prestigiosa partecipazione di Roberto Herlitzka, Ugo Pagliai e Lina Sastri.
Ci dettero due settimane di preavviso. Quindici giorni, in cui vivemmo una strana eccitazione mista a paura. Tutto doveva essere perfetto: la registrazione non doveva avere intoppi e lo Studio doveva essere al massimo dell’efficienza e della confortevolezza.
Arrivò il giorno, di pomeriggio.
Vittorio Gassman scese dal taxi, strinse la mano al tassista accennando un sorriso, alzò la testa, guardò oltre il tettuccio della macchina e ci scorse dall’altra parte della strada. Eravamo tutti sull’uscio dello studio, in piedi, quasi sull’attenti, trattenendo il respiro. All’epoca avemmo tutti la malsana idea di ossigenarci i capelli, una selva di teste bionde/bianco ghiaccio, protopunk fuori tempo massimo.
Gassman si avvicinò, ci squadrò uno per uno, sorrise e strinse la mano a tutti, addirittura presentandosi con un dolcissimo e rassicurante “Piacere, Vittorio”. Fummo tutti investiti da un’aurea strana, infondeva benessere elettrizzante. Era molto alto con un’andatura sicura, elegante. Chiese un caffè. Chiamai il bar, arrivò un ragazzo che per poco non fece cascare tutto non appena si accorse della presenza del più grande rappresentante vivente del cinema e teatro italiano. Gassman lo ringraziò con garbo e gli strinse la mano.
Il primo giorno di registrazione passò in fretta. Gassman non perdeva un colpo, lucido e determinato, divorava intere poesie con grazia inusitata, la solita classe immensa. Le uniche pause o rifacimenti erano dovuti ad una tosse radicata, era l'unico autorizzato a fumare in sala. E di sigarette ne fumava davvero tante e ad ogni colpo di tosse si rimproverava (il suo "fuma stronzo, fuma"... da auto dedicarsi in maniera reiterata era quasi un mantra, era la nostra catarsi, lo sciogliersi della tensione in una risata liberatoria e salvifica). Non solo sigarette, come vizio incontrollabile, ma anche tanti cioccolatini. Aveva la predilezione per una marca particolare. Mi premurai in seguito di farglieli trovare tutti i giorni, tranne una volta. Al solito bar erano finiti, girai per altri bar ma nulla. Comprai qualcosa di simile e glieli portai, convinto che non li avrebbe graditi. Lui li guardò, guardò me, riguardò i cioccolatini e, in anticipo sulla mia mortificazione, mi sorrise dicendo: "grazie, sono proprio quelli che volevo". Mi rincuorai. Quasi si fosse creato un legame segreto tra noi.
Comunque, ritornando alla prima giornata, quando finì di lavorare, Gassman, sempre con grande educazione, chiese un taxi. Lo chiamai. Il taxi arrivò, ma Lui si attardò un bel po' prima di lasciare la sala, continuando a parlare con tutti noi e non risparmiando grandi sorrisi che accompagnava a movimenti degli occhi, a volte semichiusi, a volte spalancati, penetranti e profondi. Era estasi pura sentirlo parlare con il suono magico della sua voce, il suo gusto nella ricerca delle parole, perfino le sue pause trasudavano eleganza. Noi ascoltavamo rapiti, completamente ipnotizzati.
Suonarono alla porta, era il tassista, furioso. Stava aspettando da un quarto d'ora ed era pronto ad inveire finché non si accorse del suo cliente speciale. Diventò immediatamente docile, riverente, quasi servile, dalla bocca gli uscì solo un flebilissimo: “mi scusi, Maestro...”
Gassman sgranò gli occhi, lo guardò e dopo una breve pausa seguita da un profondo respiro gli prese la mano e disse: "no, perdonami tu, mi ero trattenuto con i miei amici. Andiamo".
Fu un gesto meraviglioso, dolcissimo e carico di significati. Un signore, un artista immenso, ma soprattutto un uomo dalla statura enorme. Non faceva differenze, dispensava sorrisi e grandi strette di mano a tutti. Impressionante e straordinariamente grande nella sua semplicità.
Le successive giornate di registrazione passarono senza intoppi.
Vittorio Gassman lavorava sodo, senza pause, si concedeva solo pochi intervalli tra una poesia e l'altra perché le impreziosiva con aneddoti personali, frutto di studio, cultura, passione. Intrecciò una benevola relazione di amicizia con il fonico Jacopo, che gli era sempre accanto per le registrazioni, lo trattava come un figlio. Durante le pause rideva e scherzava con i suoi illustri colleghi, continuando a prendere bonariamente in giro il "povero" Herlitzka, altro gigante della recitazione.
Quando finì il lavoro e arrivò il giorno del commiato fu come al solito molto gentile, ci salutò tutti, dal primo all'ultimo, anche chi non aveva avuto a che fare direttamente con lui. Grandi sorrisi ed anche qualche abbraccio.
Si chiuse la porta, ma rimasero aperti i nostri cuori, le nostre anime, annaffiate per due settimane da un incommensurabile ricchezza artistica ed umana.
Un paio di settimane dopo, Vittorio Gassman presentò su un canale Mediaset in seconda serata una riedizione del suo Mattatore, credo sia stata la sua ultima apparizione in tv. Vedemmo tutti insieme la prima puntata. Gassman aveva i capelli ossigenati come i nostri. Abbiamo tutti voluto ostinatamente credere ad un piccolo, affettuoso omaggio.
Di sicuro il miglior regalo possibile mai ricevuto è stata la sua presenza nelle nostre vite, seppur per pochissimo tempo. Una presenza con un valore inestimabile fatta di racconti, aneddoti, battute intelligenti e illuminanti, sorrisi e poesia. Tanta Poesia.
“Mi disturba la morte è vero. Credo che sia un errore del padreterno. Io non mi ritengo per niente indispensabile, ma immaginare il mondo senza di me... che farete da soli?”
Ecco, Maestro, non faremo niente, siamo tutti più soli, infinitamente più soli. Da ventisei anni esatti.
Grazie di cuore, Maestro>.
Giuliano Leone

Giuliano Leone di sé scrive:
<Giuliano Leone, nato a Bari il 1972, vive a Roma da oltre trent’anni. Appassionato di musica, cinema, letteratura e videogame non necessariamente in quest'ordine, è speaker radiofonico a Radio Rock, una delle radio più importanti e ascoltate nel Lazio, dove occupa (immeritatamente secondo gli ultimi sondaggi) una fascia quotidiana di due ore. Scrive recensioni musicali su alcune testate locali ma non sempre, di tanto in tanto. Presenta serate in alcuni locali della Capitale, potrebbe fare molto di più ma non ne ha le capacità. In più è maledettamente pigro, in compenso sorride sempre>.

In realtà, in quegli anni, io, ancora giovane e ardita, andavo spesso a Roma per stare un po’ di giorni con i miei tre figli, trasferitisi tutti nella Capitale per emanciparsi dalle strettoie della famiglia in Puglia. La prima fu Ombretta per seguire un Corso di Fumetto molto importante e per seguire la sua vocazione, ma poi vinse anche il Concorso nella Scuola Primaria e fa ancora oggi la “fumettista” e l’insegnante. Ma di lei ho ampiamente parlato in precedenza. La seguì Daniela appena diciannovenne, dopo la maturità scientifica. E a Roma prese la prima Laurea in Grafologia, a cui seguì qualche anno dopo quella in Criminologia applicata alla Grafologia. Questo le ha consentito di lavorare presso alcune comunità per ragazzi problematici nel comportamento soprattutto. Giuliano fu l’ultimo a lasciare il nido. Quando decise di affrontare il viaggio per Roma con la sua macchina, io insistetti per accompagnarlo. È stato il viaggio più “eroico” e commovente della nostra vita.
Ma, riprendo dallo Studio di Registrazione in via Libetta, perché vorrei aggiungere ancora qualcosa. Anch’io mi recavo alcune volte da Giuliano, felice di vederlo lavorare in un team molto affiatato e accogliente/coinvolgente. E, qualche volta, ho incontrato anche Alessandro Gassman, figlio dell’immenso Vittorio, anche lui sulla buona strada, vissuta con tanta passione dal padre. Arrivava su una moto rombante e, come suo padre, era sempre gentile e attento agli altri. Una volta gli chiedemmo di lasciarsi fotografare con noi e lo fece col solito garbo, scrivendo persino per noi, io e le mie figlie, frasi amichevoli, condite da accondiscendenti risate. Indimenticabili ricordi del tempo che fu. E mi piace concludere, ricordando la poesia/preghiera laica, condita con un pizzico della sua consueta ironia, che Vittorio avrebbe scritto negli ultimi mesi della sua vita e che Alessandro avrebbe letto al funerale di suo padre. “A Dio”:

Sempre ti chiamo
Quando tocco il fondo,
so il numero a memoria
e ti disturbo come un maniaco
abbarbicato al telefono;
lascio un messaggio se sei fuori.
So che a volte cancelli
A qualche fortunato
il debito che tutti con te abbiamo.
La bolletta falla pagare
a me, ma dimmi almeno
che non farai tagliare
la mia linea, ti prego,
quando echeggerà
quell’ultimo e doloroso
squillo. Dio - per Dio! -
non staccare: rispondimi!


(in Vittorio Gassman, VOCALIZZI)

Sono passati ormai tanti anni da questi bellissimi ricordi e oggi Giuliano è uno speaker, molto apprezzato a RadioRock, una delle più importanti Radio private della Capitale. Ancora una volta cooperando e collaborando con un ampio team di tutto rispetto, e fa tanto altro ancora di creativo nella vita. Ed io non posso che essere fiera di lui.
Solo una puntualizzazione per chi pensa o dice che nel blog parlo sempre di me e della mia vita e di quanti ne facciano parte. Ebbene, e forse rischio di ripetermi, non ricordo, ritengo che ognuno di noi sia una “narrazione” di sé che comprende tutti gli altri da sé, perché, come sostiene Walt Whitman, “siamo abitati da moltitudini”. In pratica, siamo noi e ogni altro da noi, per ritornare a noi continuamente come esseri umani, e riconoscerci nelle nostre fragilità, nei nostri sogni, nei nostri sentimenti e risentimenti, nel nostro coraggio di osare e nelle nostre paure di fare. Insomma, nella nostra “umanità" di sempre, sia pure negli inevitabili e auspicabili cambiamenti epocali, che cambiano il volto della Storia e anche il nostro volto. In ogni volto c’è ciascuno di noi! Grazie! Grata come sempre. Angela/lina.

venerdì 26 giugno 2026

Venerdì 26 giugno 2026: UN TENERO RICORDO DI DON LORENZO MILANI...

Il 26 giugno del 1967, don Lorenzo Milani moriva di leucemia ancora giovanissimo (età 44 anni) a Barbiana, dove fino alla fine aveva insegnato ai suoi alunni di tutte le età e di modesta estrazione sociale, con amore e abnegazioni. Piansi anch’io la sua perdita, affascinata dalla sua personalità e dal suo coraggio. Per questo oggi desidero ricordarlo, con profondo amore, dopo aver parlato a lungo del “prete scomodo” e della sua “Scuola di Barbiana”, per oltre trent’anni, come preparatrice di allievi per guidarli ad affrontare i vari Concorsi di reclutamento dei Docenti nelle Scuole di ogni ordine e grado e persino per i Dirigenti Scolastici. Dagli anni Settanta del secolo scorso al Duemila. Con la lettura, analizzata nei minimi particolari, di Lettera ad una professoressa, scritta con i suoi alunni e pubblicata nello stesso mese e anno della sua morte. Una vita fa. Ma sono ancora qui a parlarne:
Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia fiorentina. I suoi studi umanistici come nipote del grande filologo e studioso Comparetti li compì, però, a Milano, dove i genitori si erano trasferiti con gli altri suoi fratelli, quando era ancora ragazzo. Ben presto avvertì il bisogno di ribellarsi a quella stessa borghesia, di cui faceva parte, per fare spazio ai poveri e agli analfabeti.
Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una Chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri.
Don Milani, pessimo studente, ribelle a ogni coercizione scolastica, ma grande “maestro”, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo, dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell’anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove “si guarivano i sani e si ignoravano i malati”, e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere un grave errore, “facendo giustizia fra disuguali”.
Don Milani, uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona, mite, dolce, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza per i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza contro ogni ottuso e pervicace tolitarismo.
“I CARE”, scritto all’ingresso della sua scuola nella sperduta Barbiana, lì mandato per punizione dai suoi Superiori, contro il “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo, che viveva di stenti e che non aveva imparato neppure a sognare, né tanto meno a progettare un futuro migliore.
Don Milani e la scoperta della “Parola” e della “Identità restituita dalla voce”. Quanto importanti l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale.
Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei e di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi (culture, tradizioni, espressioni artistiche e sentimentali). Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta e si dilatasse verso orizzonti di consapevolezza e socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e di cittadini, ma con riserva di “disubbidire” alle leggi ingiuste e inique.
Don Lorenzo Milani. Faro e approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici. Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico, intellettuale, etico, fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi maccanismi perversi a uncinargli l’anima. Pura e ribelle, la sua anima fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.
Le parole pronunciate da Don Lorenzo Milani prima si morire, che testimoniano il suo immenso amore per i suoi ragazzi, furono: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.
Questo il suo Inno di Libertà e a Dio, a cui aveva preferito gli oppressi e i vinti. Inno svettante nel vento a portarlo, con la Croce del suo stesso Cristo messo in Croce, in alto, sempre più su, inseguito dalle nostre lacrime, esplose in un buio acceso di stelle.
Grazie ancora, Don Lorenzo, perché mi hai insegnato ad essere una insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi alunni e studenti, con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia disseminata tra le parole…
E per oggi va bene così nella quasi certezza di aver riacceso in ciascuno di voi il ricordo imperituro di Don Lorenzo Milani, viva fiaccola a illuminare i nostri occhi in un tempo buio, come quello dei nostri giorni, e ad accendere la Luce della Speranza in un mondo migliore. Grazie. Angela/lina

venerdì 19 giugno 2026

Venerdì 19 giugno 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... (ultima parte)

E, poi, voglio farti dono, figlia mia, della poesia "Autunno romano", un ricordo di venti anni fa, ma ancora oggi valido per augurarti un nuovo compleanno che sa di quasi estate, per il cuore che non dimentica...

"Sfrecciamo nel tempo di Roma

con le labbra di sole e di fiele

nel riverbero di un finestrino

d'autobus che ci esclude al mondo.

Roma è un segno d'intesa e di paura

nei nostri occhi colmi di tramonto.

Al cono d'ombra di ore bruciate

tra denti rostrati di rabbia

affiora d'ombra il tuo nome

(corse affannate per afferrare

    nell'angolo di ogni pena

       il tuo dolore).

Naviga alla deriva dei tuoi occhi-oceano

il giorno sconfinato di stanche attese

che sgomentano un cielo stanco

di piogge ignaro d'ogni altro sgomento

tra quotidiani petali di rose in dono.

C'inventiamo un sorriso di ritorni

(ha un vuoto di passi la casa

              da colmare)

e progettiamo (per farci compagnia)

una tenerezza di parole

        (da dire da ascoltare)

nella solitudine di un Autunno romano

       che sa di sale...

Oltre la pioggia in una fuga di cielo

       contro i vetri appannati

- rosse le nuvole vinte dalla sera -

ci sorprende la luna che annoda

i tuoi lunghi capelli al nuovo giorno

      per farne arcobaleno.

Assente d'improvviso ogni dolore.

Ti ridono gli occhi che sanno

il tuo cuore navigante (pirata-timoniere)

su mari di smeraldo tra rive intense

di sogni affioranti all'orizzonte.

Domani i tuoi anni giovani

avranno passi di danza in salita

lungo le tracce collinari e impervie

      della tua Roma capricciosa

complice di ogni disegno più segreto

(a casa colmeremo vasi di cristallo

        con i tuoi bene augurali fiori)

da: "il gelso e le rose" di angela de leo,

       SECOP edizioni, Corato-Bari)

E così sono giunta alla fine di questo compleanno da Ombretta vissuto ieri e da me inneggiato perché è l’unica cosa che so più o meno fare, diciamo che amo fare. Ma c’è ancora qualcosa da aggiungere prima di concludere questa seconda parte. E riguarda quello che Ombretta è oggi, visto che ho cominciato ieri dal 1970, anno in cui è nata. Ebbene, oggi Ombretta è una bravissima “fumettara” o “fumettista” che dir si voglia, autrice di apprezzati cartelloni pubblicitari in Roma, ma è anche, a scuola, organizzatrice con e per i suoi alunni di musical famosi e da lei adattati o scritti completamente da lei. In realtà, tutti i miei quattro figli hanno ereditato dagli antenati la dote meravigliosa della creatività in vari ambiti e soprattutto nella scrittura con musicalità, stili e timbri diversi che non confliggono ma si completano. Certo, ogni essere umano, ciascuno a modo suo, è un creativo, altrimenti non potrebbe dare un senso alla propria vita, ma ciascuno poi si realizza in uno o più ambiti, secondo le proprie inclinazioni, i talenti ricevuti. Ma è anche, o soprattutto, narrazione di sé e degli altri, senza magari averne consapevolezza.

Ma, nella nostra casa, la creatività, come ho detto prima, ha radici lontane. Abbiamo avuto in primis un nonno affabulatore che ci ha insegnato anche la gioia di vivere e di essere insieme con umiltà e fiducia in noi stessi e negli altri. La nostra antica casa era la casa di tutti e di ciascuno. E in tutto questo ci ritroviamo, quasi per magia, anche tutti noi fratelli e sorelle: ciascuno è un creativo in ambiti diversi e soprattutto nella scrittura.

Per i miei figli, infine, occorre ricordare l’incidenza della genialità e della cultura paterna a trecentosessanta. Primo Leone è stato un creativo per eccellenza. Ne fanno fede i suoi quadri, i suoi scritti, i suoi format radiofonici e televisivi, le sue sculture…

 Ombretta ha di suo una autoironia che utilizza con molta sagacia nel raccontare le sue storie vissute e riproposte in maniera insolita, divertente, ridanciana, multimediale. Una sua filosofia di vita, tutta da scoprire perché fa bene alla salute: ridere… Dalla sua penna è nato, infatti, qualche anno fa il Libro L’abbondanza del cappero (FOS Edizioni, Corato-Bari 2023), presentato al Salone del Libro di Torino, a Roma, in Sardegna, a Bitonto e a Monopoli, in una serata fantastica, realizzata grazie a Rosi Brescia, che lo scelse come emblema della risata e del buonumore a trecentosessanta gradi. Non a caso, l’Autrice, sul retro-copertina conclude: “… Un sorriso e una risata puoi anche incartarli e regalarli a chi nella tua vita ha un posto importante… così importante da fargli dono della parte più bella di te…”. E non è escluso che abbia un seguito, anzi ci sta già pensando con nuove mirabolanti dis-avventure!                          

A me non resta che dirvi grazie, Grata sempre a chi mi legge e ride e soffre con me. La vostra Angela/lina

giovedì 18 giugno 2026

Giovedì 18 giugno 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... (prima parte

1970: OMBRETTA, sgusciata dal mio sacco amniotico nella frazione di pochi attimi, quasi in ascensore. Ed era una domenica speciale. Era con noi ancora una volta, e forse per l’ultima volta, zio Padre Leonardo, il fratello minore di nonno Mincuccio, il papà di mamma e anche il nostro “papà”, come avevamo imparato a chiamarlo in assenza di nostro padre, prigioniero di guerra in terra straniera. Zio Padre Leonardo, ora Priore nel convento francescano di Perugia, a tre anni dalla morte di suo fratello, volle portare tutti a pranzo fuori, mentre io finii in clinica proprio all’ora di pranzo perché Ombretta nascesse. E quasi sapesse della fretta che suo padre e sua nonna, mia madre, avevano per raggiungere gli altri con occhi sul mare, la mia piccolina ebbe fretta di salutare il mondo e di farmi compagnia con il suo pianto. Primo per tre volte rinnegò sua figlia: “non può essere mia figlia, mia moglie è stata appena portata in sala-parto…”; “Vi dico che non è mia figlia, sì i no mia moglie è arrivata all’ascensore…”; “Vi state sbagliando, di sicuro non è mia figlia…”. Poi, fu chiamato a conoscerla e a riconoscerla. “No, è troppo brutta per essere mia figlia. Preferisco lasciarla a sua madre. Io e mia suocera abbiamo un pranzo che ci aspetta e siamo in ritardo…”. Non so se ci fu il canto del gallo dopo la terza volta. Ricordo soltanto che quel pianto mi tenne compagnia non solo quel giorno, ma per altri due lunghi anni, scoraggiando il mio sonno e il mio letto. Notti in cucina per non turbare il sonno degli altri. ma intanto, da brutta e grinzosa si andava trasformando in una bellissima bambina, orgoglio di suo padre e cartone animato per tutti noi, che negli anni, troppo avrebbe riso e troppo avrebbe pianto. E se Raffaella, la nostra primogenita, era stata subito fiume di parole cristalline, Ombretta fu a lungo risate di ciliegi a primavera inoltrata. Con parole inventate, arrangiate, distorte, sgangherate. Un turbinio di sillabe ingarbugliate e sorprendenti, che ci mettevano allegria (pipitozzolo = capezzolo, carcingenica = carta igienica, il pussino è stecchino = il pulcino è morto…). Ombretta, più tardi, musa incontrastata di suo padre per i lunghi capelli di morbida seta, mentre per me ombra sul cuore… tormento di ospedali… intima preghiera di dare a me ogni dolore che potesse sfiorarla, colpevole io delle sue ossa fragili e della sua malattia autoimmune, la colite ulcerosa, ricorrente a ogni fine estate, a ogni inizio di primavera, acuita da periodi di stress dalle mille cause.  Ma sempre con la forza di superare tutto con il coraggio di chi sa di avere risorse interiori, della mente e del cuore per farcela. E ora ha Riccardo, che l’aiuta con tanto amore a ritrovarsi in due tra mille problemi e mille risate. Ed è per questo che io la canto in una “Rapsodia di compleanni”:

"Sei prodigio che si rinnova"

Ti dono un prodigio

che si rinnova per ogni figlia

di madre di altri figli: l'amore

frazionato e intero

Non scalfito né sottratto.

                   Intatto

           AMORE AMORE

             Incondizionato

E mi doni una complicità di nuvole,

piogge che vivemmo insieme

nei lontani giorni del dolore

e lacrime trattenute sui vetri

      delle nostre fragili attese

          per non fare rumore

e paure da non dire per dimenticare.

Ma ricorrenti ore di allegria mi doni

con mani che afferrano sogni

imbrigliati ai papaveri rossi

dei tuoi capelli in festa lungo i prati

di giugno a salutarci col canto

delle spighe di grano contro vento

onde di mare bionde delle mie ciocche

          da tuo padre dipinte

per non lasciarci andare alla deriva

di tutte le attese e delle nostre imprese.

E ti sorridono mille e più colori

tra le dita e danze di fate e folletti

ninfe dei boschi e lucciole come stelle

         antiche lanterne accese

      per i tuoi eterni occhi bambini.

E la meraviglia del tuo stupore

a riempire forzieri di cose umili

      e preziose a farsi specchio

          ai miei occhi offuscati.

E per i tuoi tanti talenti che possiedi

a me preclusi ti fai dono e incanto:

sei musica che dentro ti danza

e canto di allodole a ogni mattino

       e mille vite vivi nel Teatro

dei tuoi recital col tuo cuore ragazzino.

Sei grazia e accesa fantasia

del gesto, la mimica, le parole.

E t'inventi un palcoscenico quotidiano

per ridere ti te con ironia.

Scintilla di follia sei.

Patto di eterna giovinezza

e tenera carezza tra le dita

il tuo meraviglioso Inno alla Vita!

2. "La figlia aquilone"

Sognato hai un sogno che conforta

e sorride al mare che ti fai ogni giorno

per regalarmelo a gara tra voi quattro

- acqua trasparente e azzurra di cielo -

in scalpitanti onde chiare all'orizzonte

perché io ritorni a vivere e a sognare.

Zucchero filato mi avete donato

con le vostre mani moltiplicate

         e sempre alle mie intrecciate.

Ma la figlia aquilone sorride e canta:

aggiunge ogni anno un filo in più

ai suoi sogni per continuare a volare

e mi avvolge al suo dito incantato

per portarmi lassù dove è più facile

scoprire da qualche parte il mare

e contare insieme i suoi sempre verdi

anni di coralli accesi tra capelli di brace.

E magicamente trasforma in realtà

il sogno sognato mistero e poesia

                   (la sua? la mia?)

3. "Per il compleanno di Ombretta..."

E sei benedizione di ogni alba

 a venirmi incontro

con lo scrosciare assordante

della tua risata che per me inventi

con i tuoi mille e più talenti

e che su carta con amore mi sussurri

per ridarmi tutti i miei pezzi azzurri

persi per strada lungo il mio lungo andare,

per non farmi cadere

- mistero di rose e di spine

         incanto e disincanto -

nel sentiero segnato/sognato della vita  

                con mille voli

di anno in anno con gioia ricucita.

4. "La tua luminescenza"

 Attraversato il sogno

di un nuovo anno da vivere

fai anelli di luce che il tuo stupore

di cielo levigato incontrano

quasi intreccio di stelle

a chiedere il nuovo inizio

della storia - la tua la sua -

con l'incanto del cuore

     a uncinare l'infinito...

In una sola luminosa gloria

    smemorata e vincente

      del sogno che ti fai

a scoprire ogni giorno il sorriso

di tutti i confini stracciati

da voi due eterni innamorati

a raccontarsi l'alba e la rosa...

A sfogliare petali di spine

della quotidiana scelta

di vivere insieme nella casa dei gatti,

      dei fiori e delle stelle

         a un passo dai tetti

dove l'alba passeggia fino a sera,

saluta sfinita il tramonto

e si perde sul mare che ride

al nuovo giorno colmo di pepite

             di Speranze

senza mai presentare il conto...

5. "Per il tuo nuovo anno"

E il tempo passa veloce

su ali di vento e fiori di nuvole

di un giugno inoltrato

di ciliegie e melograni,

        di fioroni a piene mani.

Passa il tempo tiranno

     ogni giorno di più

dal nostro primo veloce incontro

            (a mezzogiorno)

e del mio esserti accanto da sola

(tutti volati via per una strana magia)

    nell'incontro col tuo cuore

e il mio felice, che ti accolse con amore

           nella nostra casa...

Il tempo passa sui giorni già vissuti

e tanti altri (chi lo sa) da vivere

in una cornice di molti anni colmi di noi.

      Tra nuove foglie rampicanti

e fiori roventi parole da scrivere leggére

                     da leggere

nel segno/bisogno di una risata

che ci appartiene e fa gioiosa

             la nostra appartenenza

- grappolo tenero delle nostre voci

                ad una voce -

Il tempo passa tra incroci di strade

e paesi vicini e lontani alla Città eterna

a rendere sempre fioriti i sogni

   per riconoscerci nelle storie

          di ciascuno di noi

          che si fa unica storia

             nel nostro ritrovarci

                       ancora

    con la voglia di raccontarci

      con le altre voci del cuore

      che ci portiamo dentro

     di anno in anno, ogni giorno

      (pegno di infinito Amore)

A domani la conclusione. Grazie per la lettura e la pazienza. Angela/lina

 

 

 

giovedì 4 giugno 2026

Giovedì 4 giugno 2026: La tua assenza maggiorenne (4 giugno 2008 - 4 giugno 2026) ...

Tempo dammi il tuo segreto

Che ti fa più nuovo quanto

Più invecchi!

… e il tuo presente

Sempre lo stesso dell’istante

Del mandorlo in fiore

(Juan Ramon Jmenez)

 

Diciotto anni conta la tua assenza.

Diciotto candeline a festeggiare

la maggiore età in un altrove

che nel cuore dimora e da questo

sconfina, in cordate di parole e silenzi

a ricordarti senza mai la parola fine.

Sei le ore della tua storia raccontata

in prosa e in versi e da te disegnata

e dipinta per lasciare una traccia incisa,

ignorata e ripresa e mai dimenticata.

La tua vela a solcare tutti i mari sognati.

Sei sulle pareti delle nostre case sparse

e negli occhi che ai figli hai lasciato

in dono molto prima del tuo sguardo

ironico e trasognato a dare significato

alla distanza dal tuo stesso cuore.

Emozioni soffocate e pensieri trattenuti

tra conflitti in agguato e mai mediati

dall’urgenza di comprendere e capire,

per attraversare la tua voglia di libertà

senza confini, pronta a distruggere

le diciotto ragioni delle uguaglianze

e differenze del dare e del ricevere

nel tempo che non perdona urlo e risata,

e mai arreso alla tua genialità

distribuita in uguale misura ai figli

“Per riconoscerci persino nel dissenso”.

La maggiore età della tua assenza

segna la misura della distanza da tutto

e della presenza della Bellezza raccolta

nel filo d’erba e nelle stelle lontane,

nei voli della fantasia e di tutte le Arti

a te care, che si fanno pensiero di carta

costante dell’abbraccio perduto

e ritrovato, del dialogo agognato e muto,

e scoprire le diciotto e più ragioni

per ritrovarci, prima che gli anni

non ci diano più ragione per credere

ancora alle nostre mani unite

        in una sola mano

e nel tuo nome ancora essenza lunare

del nostro esserci e amarti come allora

più di allora e nel raccontarcelo piano…

(tra aguzzi scogli e tenerezza di mare)

E, andando a ritroso nel tempo, ecco le altre poesie che ci appartengono. Per ovvi motivi di spazio e di tempo, ne scelgo solo alcune per ridarci il tempo del nostro amarci “più di ieri e meno di domani”. Come facesti incidere su una medaglietta d’oro quale promessa di imperituro Amore.

 “Archi di cielo”

             (a Primo)

Il glicine in fiore

regala archi di cielo

al nostro giardino.

      Mi vince

un’ansia nuova.

Colmami di fresie e di giunchiglie.

Cingimi i fianchi con le braccia

di sempre

(voglio ancora ubriacarmi di stelle)

 

“incendio di vene”

Una verde follia

   sfiora l’anima del vento

solleva ore leggere

fino al cielo della luna.

Rimane nel campo

      un incendio di vene

(papaveri in fiore)

 

“dammi una nuova primavera”

Coltelli di rose

uncinano un grappolo

di giorni a primavera

- dammi una nuova luna

 per cantare i tuoi occhi -

Dammi la tua mano di more

perché dimentichi il sapore dei rovi

           tra le labbra

 

“la notte dei prodigi”

Sotto uno stormo improvviso

di stelle cadenti

un sogno nuovo più grande del mare

col bianco cappello di giovinezza

ha preso a salutare…

Paglia traforata e leggera

e nastri di violacciocche e gelsomini

    colorati di vento

ignorano i grevi solchi degli anni

Ancorati a una terra d’ombre e di palude.

Un trasmigrare luminoso di notturne farfalle

ha incatenato occhi di disincanto

in un rinnovato ardore d’attesa

e di garofani e gelsomini si è colmato

questo silenzio di stelle.

Di musica e danza fioriscono i miei piedi

tra viali d’alberi e di ginestre a perdifiato.

E fiori di rosso sangue

segnano la traccia di un andare a ritroso

lungo strade di giovinezza lontana

quando era il profumo del sogno

a colmare di petali le stanze del cielo

a segnare una rotta di stelle

che ogni notte inventavo

senza attendere altre primavere.

Per scoprirmi ballerina di parole

nella clessidra degli anemoni del passato.

Sono ormai campanule capovolte

in un presagio di futuro scontato

tradito persino da uno stormo di uccelli

(il nome s’è perso tra muri d’indifferenza).

Ma un presagio di carta gemmata

segna un nuovo accadimento

che vince ancora il tempo

e fa chiaro il buio desolato delle notti

il buio di ogni doloroso distacco

(il tempo ci costringe alla resa)

Noi siamo come due monti…

da vivi non c’incontreremo più.

Basta che a primavera

tu mi mandi un saluto con le stelle

-          Anna Achmatova scrisse

più o meno sognando…      -

(stelle senza bianche bandiere

  per non sentirci sconfitti in due)

 

“Vecchiaia”

Non hai più lacrime

per le tue lacrime

Ti commuovono solo

tutte le lacrime del mondo

mentre attendi la sera

che albe più non conta

E anche la mia sera giunge mentre sorrido alle tue parole che si attardano sul cuscino a farmi compagnia: Se un giorno ti diranno/ d’amarti tanto/ pensami e saprai/ che t’amo più di tanto./ Se un giorno ti diranno/ d’amarti un mondo,/ pensami e saprai/ che t’amo più di un mondo./ Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/ pensami e saprai/ che t’amo tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più

E, intanto, piango e raccolgo lacrime sul cuscino per dirti ancora GRAZIE!

E grazie anche e sempre a voi, che conoscete di me lacrime, sogni, risate… a presto. Angela/lina