mercoledì 4 marzo 2026

Mercoledì 4 marzo 2026: IN RICORDO DI VITO MAUROGIOVANNI...

… Su l’immemore speranza

Scrivo il tuo nome

E in virtù di una Parola

Ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per chiamarti

Libertà.

(Paul Eluard)

Il 4 marzo 2009 il grandissimo VITO MAUROGIOVANNI, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore e soprattutto Amico dei nostri verdi anni, pensò bene di lasciare questa Terra per andare ad allietare, con le sue innumerevoli opere teatrali in vernacolo barese, il Cielo dei suoi Santi e delle immense stelle. Ma Vito rimane VIVO nei cuori delle figlie e di quanti lo hanno, stimato, apprezzato, ammirato, amato. E da circa quattro anni è in tenera compagnia con la sua Anna, adorata compagna di una vita. Nell’esergo la sintesi dell’eredità che Vito Maurogiovanni ha ricevuto dai suoi cari e dal tempo in cui è vissuto e di cui fa dono alle figlie e ai nipoti e a tutti noi: la dignità della libertà del suo pensiero che, tradotto in parole, rivendica la forza dei ricordi legati al suo mondo familiare, e a quello di giornalista, di poeta, di scrittore di Teatro, a cui si è dedicato con passione e coraggio per una vita intera. I Santi di Casa mia e tutte le sue opere teatrali sono la testimonianza ancora viva e palpitante di tutto questo. Sono passati diciassette anni da quando Vito ci ha lasciati, ma ogni sua pubblicazione conserva l’incanto, la purezza e la freschezza di quegli anni nella loro intramontabile veste, di cui li hanno ricoperti Vito, il nostro Cantore per eccellenza, accompagnandosi spesso anche con Enzo Morelli, il grande Pittore bitontino dei nostri ulivi contorti e sofferenti, ma mai umiliati, mai vinti. Enzo, per fortuna è ancora tra noi e ancora dipinge con la passione di sempre. Il tempo passa velocemente e i tempi certamente cambiano, ma l’animo umano attraversa il tempo con la sua immutabilità. Si presenta con i suoi sentimenti e risentimenti, i suoi ardimenti e le sue paure, le sue illusioni e le sue delusioni, i suoi appigli di sopravvivenza e i suoi dolori a demolirli. E tutto questo è pane che lievita di voci antiche e presenti in ogni Libro di Vito Maurogiovanni. Mi piace, oggi, ricordarlo, riportando alcuni suoi versi, spigolando qua e là alla ricerca di quanto di più profondo della sua anima di sottile ribellione alle regole possa emergere dal suo raccontarsi con estrema franchezza e un pizzico di reticenza. Mi riferisco, in primis, alla poesia intitolata “Lo sciopero”, inserita nel Testo I Santi di Casa mia:

 In Questura mi fecero fare/ una lunga anticamera./ Poi all’improvviso mi fecero entrare/ In una grande stanza/ Con vista sul Castello/ Immerso in un mare di verde./ La giornata era scura/ Un tempo nero di pioggia,/ una di quelle mattine/ che quando andavi a scuola,/ e le vie erano scure e deserte,/ pensavi come sarebbe stato bello/ rimanere nel silenzio amico/ dei mobili della casa antica./ Il Questore non mi guardò./ Rimase impalato/ Al centro della stanza./ Mi sentivo perduto/ In quel silenzio ostile/ Di fronte al disprezzo evidente/ Del Potere che mi aveva convocato./ (…)./ <Vi avviso che non m’interessano/ Le vostre questioni./ Una sola cosa vi dico:/ finitela di sabotare>./ Forse il Questore non sapeva/ che il personale non era stato pagato./ E vecchi operai e telefoniste nubili e sole/ andavano ricorrendo a prestiti/ e impegnavano per campare/ cari oggetti d’oro./ <Io non c’entro con i fatti vostri,/ ma faccio formale invito a non sabotare./ Volete scioperare? Scioperate./ La Costituzione non lo vieta./ Guagliò, ma vi avverto:/ se continuate a sabotare/ io vi vengo ad arrestare>./ Noi avevamo lasciato il posto di lavoro/ per un’antica questione di paga./ Uscii dalla stanza del Questore/ un po’ sollevato/ perché avevo pensato/ che m’avrebbero trattenuto/ per chissà quante ore/ e invece potevo tornare a casa./ Ma da quel giorno/ del dicembre quarantanove/ il mio nome è negli schedari/ della Questura centrale./ Con la nota: sabotatore.

È una poesia in cui si sente tutta la soggezione che Vito Maurogiovanni avvertiva nei riguardi del potere con tutte le iniziali maiuscole a connotarlo meglio in tutta la sua pervicacia ai danni di semplici operai e operaie in situazione di sciopero per rivendicare il loro diritto ad una paga che gli consentisse di sfamare la famiglia, e invece vengono bollati con “la nota: sabotatore”, in un tempo tutto da ricordare: dicembre Quarantanove. Sono ricordi del passato che ancora turbano la coscienza cristallina del nostro Autore, connotandolo nella sua malinconia di fondo, nella sua pensierosa tristezza, nella sua sete di giustizia e di onestà... Pure, un raggio di sole attraversa i suoi giorni, quando torna a Lecce, dove abitano le sue origini e palpita ancora il suo sangue di più ascendenze straniere (Ma non capirò mai/ il sangue che mi scorre nelle vene./ È sangue di spagnolo di francese/ d’antico svevo di vecchio greco/ d’avaro ebreo di sognante arabo?/ Non capirò mai quale sia la radice/ che è nel cuore dei miei figli/ nei desideri improvvisi/ del mio cervello amaro/ che scopre di vivere in una solitudine/ di una landa che fu di tante stirpi./ Non scoprirò mai da dove proviene/ il mio stanco sangue). Lecce è la panacea per la sua anima solitaria e stanca. Qui ritrova il sole e il suo sorriso. Qui si rinnovano i ricordi e ogni sua rinnovata Speranza: … L’organo suonava a piene note/ cantavano felici le fanciulle/ tutte profumate di sole,/ e in tanta commozione/  mi venne dal cuore/ un dolce pianto da prima comunione./ Splendeva il duomo nel suo barocco/ nei suoi capitelli nei suoi quadri antichi/ e a tratti mi baluginava nel cervello/ il tiepido ricordo di una donna trepida/ che m’aspettava felice/ nella sua casa imbiancata di sole.

E potrei chiudere qui, se non avvertissi dentro l’urgenza di rendere omaggio a modo mio a Vito ed Enzo che hanno fatto dei loro Libri e opere capolavori di solitudine e di incanto.

 Per Vito    

Nei giorni di ogni tempo/ Risuona nell’anima la tua anima/ Di voci a migliaia./ Tante quante le tue opere inventate/ Con la magia della tua penna/ Del tuo cuore./ Nidifica in me la nostalgia del tempo/ Che non torna/ E ritorna nella eco di passate stagioni/ Quando di verde stupore si coprivano/ I giorni delle antiche primavere/ Baciate dal sole./ Oggi stupore dei miei vecchi anni/ In faticose quotidiane avventure/ Di parole che sanno ancora di magia./ Maga io senza scarpe e a piedi nudi/ Nel parco di ogni rimembranza/ Sugli incroci del tempo con valigie/ Di rimpianti vinti da mai spenta Poesia./ Nel tempo senza tempo che ci vinse/ Erano complicità d’incontri le “cose” affini/ Di due anime sospese al filo/ Della nostalgia, malinconica nota/ Che vibrava nei nostri occhi/ Di stanca malinconia/ Che trasaliva d’improvvisa risata/ Ad una voce/ Prima di ogni improvviso silenzio/ (il mio il tuo?)/ So di anni addossati agli anni./ So di dolori addossati a un unico dolore/ Quello che fa più male e che ancora/ Ha sussurri di mai perduto amore./ Rimase il silenzio a confinare/ L’antica amicizia nell’album dei ricordi./ Tristezza e Gioia riprendono oggi/ A percorrere nuovi sentieri fioriti con noi/ Noi che ci ritroviamo accanto a noi/ Per raccontarci come un tempo./ Sicuri delle nostre parole/ Mai più ascoltate eppure presenti/ E quanto mai necessarie a cantare/ Il senso sicuro del nostro ritrovarci/ Come allora/ Per questi quarant’anni a festeggiarti/ In pieno sole…

E per entrambi i miei grandi amici: Vito ed Enzo:

Allora ci vinceva una gioventù/ già ricca di anni e di amici/ ed era un canto di luna/ il mio stupore alla bellezza/ della scena in un teatro di ulivi./ Alla libertà di sognare le stelle/ nelle vicinanze del cuore/ e una sola risata./ E fu un andar via come per caso/ così senza un preavviso senza un sorriso/ forse scritto di notte al fischio del treno/ di sola andata,/ da noi che siamo rimasti/ non condiviso/ (tutto si ripropone oggi/ Tutto come fosse sempre/ come fosse la prima volta…)

Ma non posso concludere senza la particolare tenerissima, divertente, carezzevole testimonianza della figlia Celeste ottenuta, grazie alla comune amicizia con il grande giornalista di Rai Tre Enzo Quarto, che mi ha messo in contatto con lei. Celeste Maurogiovanni è stata molto gentile e accogliente. Ed ecco quanto ha scritto, parlando anche de I Santi di Casa mia e di tutte le opere di suo padre, dei suoi modi di essere e di vivere: <Parlare di mio padre, Vito Maurogiovanni, e dei suoi scritti, è sempre una grande emozione per me, anche perché non riesco a non collocarli in uno spazio e in un tempo condivisi con lui: in una grande famiglia popolata soprattutto da donne, in una casa piena di libri e di ricordi più o meno importanti, sempre testimoni e amati, di ‘storie raccontate’, di personaggi conosciuti e storie antiche di cui parlava con la speranza che noi figlie potessimo a nostra volta ricordare e conservare questo grande patrimonio. Discorrevamo per interi lunghi pomeriggi nel soggiorno della casa di via Cancello Rotto (il cosiddetto Salone era interdetto a tutti noi da mia madre) ed era sempre disposto ad ascoltarci e a raccontarsi anche nelle sue debolezze, a lamentarsi con sottile divertimento per i richiami di nostra madre (ma le era sempre grato) ad abbandonare i sogni e a vivere il reale, talvolta faticoso. Quanta piacevole e tenera nostalgia per l’amorevolezza con cui ci guardava, mentre studiavamo, e ci procurava libri per approfondire e leggere sempre di tutto. E per le conversazioni in macchina nella 600 Fiat azzurra, sopravvissuta a tutt’oggi, quando, infervorato da discussioni, con noi figlie e Anna sua moglie, si distraeva dalla guida e recitava poesie, citava autori a lui molto cari, e, nonostante tutto, quasi per magia o grazia ricevuta, arrivavamo sempre alla meta illese e sbalordite di quanto avevamo vissuto con un allegro guidatore che gesticolava, mimava attori, ricordava il passato e immaginava il futuro con scarsa attenzione al presente traffico circostante, attratto dai bei paesaggi pugliesi che guardava con interesse, distogliendo l’attenzione dal resto (anche dalla carreggiata) preso da pensieri, parole, progetti e desiderio di comunicare. Era un abile e piacevole affabulatore, e - nonostante il naturale pessimismo che amava definire manzoniano e cristiano (era uomo di fede profonda, francescana, come afferma Tommaso Fiore) - sempre capace di rialzarsi dalle cadute, pronto ad incoraggiarsi nei momenti duri, a persuaderci che - nonostante tutto - si dovesse credere sempre nell’umanità e guardarla con occhi puri, nutrendo speranza nel futuro. Erano anni complessi, quelli della nostra adolescenza e giovinezza: delle contestazioni, delle rivolte giovanili, del crollo di ideologie e di interi sistemi politici. E io lo sentivo preoccupato e dimidiato tra il desiderio di dirci ‘scendete anche voi nelle piazze’ e legittime paure di padre. Naturalmente abbiamo autonomamente conosciuto e vissuto il mondo, perché, entrambi, mamma e papà, frenavano i loro timori e favorivano la nostra formazione alla vita. Capace di perdonare e soffrire con dignità, coltivava la naturale dote dell’ironia, e ci spronava ad essere come lui: autocritiche, osservatrici impietose del male e delle ingiustizie da combattere senza riserve, ma anche a custodire gelosamente e a esercitare il sentimento della compassione e della pietà. Nutriva una forte passione per la scrittura e in tale orizzonte, costellata da moltissimi scritti di vario genere, rientra la sua prima raccolta di poesie, Composizione 34, edita dal Leggìo, Circolo culturale fondato in via Cognetti dalle professoresse Candida e Ave Maria Stella, animatrici culturali che vissero e amarono questa città come la propria, approdate a Bari durante la Seconda Guerra Mondiale e sue docenti di Lettere, con le quali aveva conservato un forte legame, e che lo incoraggiavano nelle sue scelte. Questa Silloge, ristampata con il titolo I Santi di Casa mia, è il ritratto di un uomo che, senza timori o falsi pudori, affida al lettore come prima aveva fatto con le sue figlie, il lungo racconto di una vita. Le poesie, infatti, sono la storia di ‘un povero cristiano’ che intende poesia lirica come narrazione di vicende vissute, grandi e piccole, di tormenti personali espressi con un linguaggio asciutto e antilirico, prelirico, disciolti in mille immagini di film che lo rasserenavano (quelli di Charlie Chaplin, il suo autore e regista preferito di cui ammirava la fine ironia e lo sguardo poetico e tenero sulla realtà), di sogni, di ricordi che si snodano in un trentennio, tra Bari e Matera, città in cui fu trasferito come Direttore di una grossa Società (v. ‘Cantata per Cristina’ ne I santi di casa mia), periodo in cui visse un forzato esilio a Matera. Dalle esperienze umane e culturali, di gioie, di struggenti malinconie consumate in città tra loro antropologicamente storicamente e culturalmente diverse, Bari e Matera, nasce questo testo nel cui titolo sono già evocati concetti e sentimenti che ispirano il suo canto, i santi - intesi in senso cristiano e laico, i quali, i Mani, tutori di antiche memorie, e la casa, luogo di affetti, di vincoli stretti, di sorrisi e sofferenze, di memorie in cui ritornano, anche solo come pensiero per ritrovare la forza e la spinta per andare oltre, per rinvenire il passato e il vero senso dell’esistenza da raccontare e lasciare come eredità di affetti e di pensiero, alle figlie, ai nipoti, agli ‘uomini di buona volontà”. Celeste Maurogiovanni

In ogni opera scritta o teatrale e anche nelle parole di Celeste Maurogiovanni emergono la grandezza dell’artista e il suo talento, ma soprattutto la sua generosa “umanità”, il suo immenso amore per la “casa”, la “famiglia”, le sempre “celebrate” figlie, gli adorati nipoti. È questa l’eredità più bella che Vito Maurogiovanni, sempre dimidiato tra “struggenti malinconie”, picchi di imperdibili memorie, risate, come fresche cascate di acqua pura, e mordaci quanto argute autoironie ci lascia in imperitura eredità…

Ma quanto ho scritto è solo una rapidissima sintesi di un mio saggio molto più ampio e articolato che, dopo oltre due anni rimasto nel cassetto in attesa di tempi migliori per la mia salute, che per fortuna sembra al momento rifiorire (saranno i mandorli in fiore come promessa di primavera in arrivo…), vedrà tra poco la luce di una pubblicazione con la mia Casa editrice SECOP (Corato-Bari) dell’editore Peppino Piacente o con la Casa editrice FOS della NP Studio di Nicola Piacente. Per ora è solo un affettuoso omaggio a una Persona meravigliosa per semplicità, poliedricità, generosità e umiltà… Grazie sempre. E a presto! Angela/lina              

sabato 28 febbraio 2026

Sabato 28 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (terza e ultima parte)...

Con il tempo si impara la sottile differenza
fra sostenere una mano e incatenare un'anima, (…)
e uno impara a costruire tutti i suoi cammini nell'oggi,
perché il terreno di domani è troppo insicuro per
far piani…

(“Col tempo imparerai” una poesia
attribuita a Jorge Luis Borges)

E vorrei oggi concludere, accennando brevemente ai rimanenti capitoli, da me non ancora “visitati”, del coraggioso Saggio sulla vita e la morte di Valeria Rossini. E riprendo dal VI capitolo che s’intitola “Il dolore dell’assenza” e parla soprattutto di un dolore che perdura nel tempo, anche quando fingiamo con noi stessi e con gli altri di averlo superato. In realtà, il vuoto che avvertiamo dentro ci sembra “un inganno” perché “pervade tutta la nostra esistenza”. Uno strumento pedagogico potrebbe essere quello di “allenare al dolore” per “temperare lo spirito attraverso l’azione sul corpo”. Questo è il suggerimento dell’Autrice. Ma come ci si allena al dolore attraverso il corpo? Ci viene in aiuto il termine “agonia”, che presuppone una lotta, una sfida, in cui si trovano coinvolti il corpo, la mente e l’anima in una <singolar tenzone>, che comporta alla fine anche la resistenza muscolare, come capacità di guardare in faccia il dolore e la morte senza più la tentazione di chiudere gli occhi. Del resto, esistono reazioni di chi riceve dal medico la condanna della sua morte in tempi brevi. Ebbene, il moribondo passa dal “rifiuto” alla “Rabbia”, ossia alla ribellione, dalla “negoziazione” con Dio alla “depressione” fino alla “accettazione”. (p. 127). È quanto si spera avvenga nel VII capitolo, intitolato “Il coraggio del lutto”, in cui occorre, valutare anche le reazioni di chi assiste il moribondo e rimane dopo la sua dipartita. Si tratta di avere la forza di affrontare la situazione per superare non solo il dolore, ma anche il pianto della perdita. Si fa necessario, allora, percorrere e attraversare tutte le “fasi di lavoro” che occorrono per “elaborare il lutto”. Si passa così dalla prima fase della “Idealizzazione” a quella dello “Stordimento”. Subentra, poi, lo “Struggimento” con la successiva “Disorganizzazione” per giungere alla “Disperazione”. Sono Fasi che sottendono, purtroppo, ad un depauperamento delle forze vitali (fisiche e mentali) di chi ha subito la perdita di una persona cara e non riesce ad elaborare il lutto in tempi non eccessivamente lunghi, perché in questo caso possono causare malinconia e rimpianto, sentimenti perlopiù negativi che ristagnano nell’anima, fiaccando il corpo. Soprattutto quando si tratta della morte dei bambini o di come affrontare questo tema doloroso con i bambini. Argomento che Valeria Rossini ha trattato con molta delicatezza e attenzione nel Capitolo VIII, intitolato “I bambini e il morire”, di cui abbiamo parlato insieme, in precedenza, con dovizia di particolari pedagogici, psicologici, sociologici ed etici.
Nel IX capitolo, intanto, intitolato “Il rischio di vivere”, ricompare la morte rimossa in precedenza. Ma “Per vivere bene il momento della morte bisogna aver vissuto una buona vita”, scrive la Rossini, attardandosi a ipotizzare i tanti modi con cui e possibile accettarla. Io, per esempio, scrivo e spesso scrivo, in prosa e in versi, di mio marito, Primo Leone, perso circa diciotto anni fa, oppure di tutti gli altri miei cari che non ci sono più. Scriverne mi permette, in qualche modo, di riconciliarmi con la morte. Ma sono in ottima compagnia. Scrivere è sempre catartico, infatti, e molti scrittori e poeti sono riusciti così a superare o quantomeno a contenere il dolore per la perdita della persona amata o dei propri cari. È uno dei modi comuni a chi ama scrivere. Gli esempi sono tanti: Eugenio Borgna o Eva Cantarella, o il più famoso Roland Barthes che, con i suoi versi immortali, scritti per sua moglie, l’ha immortalata nel tempo. Scrivere, dunque, è uno dei tanti modi di tenere vivo nel ricordo di tutti chi non c’è più. Perché ogni legame d’amore continua negli anni come difesa dal dolore più che come accettazione di quest’ultimo. Non a caso, essendo Valeria Rossini pedagogista e docente associata di Pedagogia presso l’Università di Bari, conclude il suo Saggio con il X capitolo che riguarda pedagogicamente “L’educare a morire”. E fa una prima fondamentale distinzione tra “educare alla morte” e “educare a morire”. La prima comporta l’accettazione, e a volte la ribellione, all’ineluttabile; la seconda ci esorta alla “consapevolezza” di affrontare l’“aspetto cruciale delle dinamiche esistenziali che si esplicano in forma educativa allorquando questa consapevolezza è promossa e sostenuta a partire dalle prime fasi della vita”, come giustamente scrive Valeria Rossini (p. 196). E, sostenuta dal pensiero di altri grandi pedagogisti, sostiene che è bene farlo attraverso la “prevenzione primaria”, che presuppone un primo intervento pedagogico, per giungere alla “riabilitazione” che è sempre fonte di “riflessione”. Sono tutte “piste” che consentono di “trasformare la paura della morte in un sentimento di accettazione”, che sottintende “l’arte di vivere” più che del morire. Ed io mi fermo qui, con questa confortante prospettiva, che ci insegna a vivere intensamente il presente perché “del diman non v’è certezza” (Lorenzo de’ Medici, XV secolo). Riflette il “Carpe diem” oraziano, un salutare invito, in entrambi i casi, a “cogliere l’attimo presente”, intensamente e con “consapevolezza”. Tutto il resto è stato detto e analizzato nei capitoli precedenti e nella Conclusione da me già trattata. Auguriamoci allora un “bel vivere!”, carissimi amici lettori, e alla prossima con argomenti un po’ più sorridenti, si spera! Buona fine di febbraio. Marzo è già una promessa di primavera… Angela/lina

domenica 22 febbraio 2026

Domenica 22 febbraio 2026: L'ETERNO INDECISO racconto semiserio di ANNA MARIA DE LEO...

… Di presentarti ai genitori

    O resterai semplicemente 

    Dove un attimo vale un altro

    Senza chiederti come mai

    Continuerai a farti scegliere

    O finalmente sceglierai?

      (Fabrizio De Andrè).

Anna Maria, la mia amatissima sorella, purtroppo, non è più fisicamente tra noi, anche se VIVE nei nostri cuori e in quanti, tantissimi, l’hanno conosciuta e amata. Anche Teresa, la moglie speciale e di straordinario coraggio e umanità ha raggiunto da poco il suo Carmelo (nome inventato), per fare festa in Cielo con Annuccia e gli altri figli che l’hanno preceduta, lasciando sulla terra l’ultimo figlio con la generosa e coraggiosissima moglie e l’unica carissimo nipote. Da questo preambolo si evince che si tratta di una storia realmente vissuta anche se un tantino romanzata come per tutte le storie vere. Per sorridere insieme: <Carmelo era un figlioccio di mio nonno, dal quale veniva considerato e amato come un vero figlio! Affrontavano insieme le ore di lavoro in campagna, ma anche le attività extra, soprattutto quelle più faticose. Carmelo era sempre pronto a dare una mano. I due erano legati da profondo affetto e gratitudine. Carmelo era ormai un uomo e i suoi punti di riferimento erano proprio i miei nonni, che lo aiutavano in particolare a prendere delle decisioni che per lui, timido ed insicuro com’era, diventavano difficoltà insormontabili, vere montagne invalicabili! Una sera di primavera, Carmelo bussò alla porta del nonno, con dei tocchi appena percepibili. Il nonno conosceva le motivazioni di quei deboli richiami che, quando erano troppo delicati, voleva dire che il suo figlioccio aveva dei problemi. - Entra, Carmelo, qualcosa non va? - . - No, compare Mincuccio, sono passato, perché avrei bisogno di un consiglio. - Entra, entra... Fammi sentire… - . - Sette anni fa, la vicina di casa mi disse… - . - Beh, non la prendere troppo alla larga. Arriva al nocciolo del discorso. Di che si tratta? - . - Va bene! Voglio dire che ero stato invitato a fidanzarmi 7 anni fa ed ora mi pento di non aver ascoltato il consiglio della vicina! - . - Santo figlio, vuoi dirmi che ti senti solo e che vorresti fidanzarti o magari sposarti? - . - Sì. Da qualche tempo mi pesa tornare a casa e trovarla vuota. Mi pesa, dopo una giornata di lavoro, mettermi a cucinare. Poi mi hanno parlato di brave ragazze che vorrebbero sistemarsi e... allora … - . - E allora, coraggio, fidanzati e poi sposati! - . - Si, ma sto pensando che non saprei come presentarmi e cosa dire a quella persona che vogliono farmi conoscere… - . - Non è questo un problema! Parla con il cuore in mano e la cosa è fatta! - . - Ma io ho paura di un rifiuto. Per questo un altro pensiero mi dice di lasciare le cose come stanno e di non sposarmi!!! - . - E non ti sposare! Però, poi, con gli anni, ti peserà farti il bucato da solo, cucinare e quant’altro, dopo una intera giornata di lavoro! - . - Io a questo sto pensando. Allora devo sposarmi per avere una compagna e per avere dei figli. - . - GIUSTO! Allora sposati e non pensarci più! - . - È facile dirmi di non pensarci, ma mi devo mettere sulle spalle delle responsabilità, devo riflettere bene sui pro e i contro. Con il carattere che mi ritrovo, tanti pensieri mi faranno andare fuori di testa, per cui, meglio solo! - . - Allora è proprio il caso di riflettere bene… Non ti sposare! Ma, una decisione, prima o poi, la devi prendere! Sposati, figlio caro! - . - Più facile a dirsi che a farsi… Non so veramente cosa fare! - . - La famiglia, caro Carmelo, è una cosa bella... Tu sei un fervente cattolico e praticante dei sacramenti... Dio creò l’uomo e la donna per vivere insieme, per avere dei figli. Li unì con il sacramento del matrimonio, per stare insieme ed aiutarsi finché morte non li avrebbe separati. Sposati, Carmelo, adesso è il momento giusto! - . - Sì, ma... servono i soldi. Devo comprare i mobili e tutto quello che occorre! E un vestito per la festa, con delle scarpe adatte non devo acquistarli? No, no noooooo non mi sposo! - . - E va bene, non ti sposare, ma una mano non posso dartela io?  Poi, per i mobili non è un problema insormontabile. Basta cercare un bravo ed onesto artigiano e mettersi d’accordo… Sposati, non indugiare! -

Mia nonna, dall’altra stanza, aveva seguito il filo del discorso. Sentì i rintocchi del pendolo e, vedendo che si avvicinava la mezzanotte, si affacciò nella stanza per dare una mano al marito e inserirsi nella conversazione.

- Comare Angelina, che dite, devo sposarmi? -, Carmelo le domandò a bruciapelo, prima che lei parlasse. - Sposati, figlio mio, ma che vuoi diventare vecchio? - . - Va bene, se è per questo, ci son quelli che si sposano dopo i 50 anni. Quindi ho tempo per riflettere. Ehhhh! Mica è il caso di precipitarmi! - E il nonno, un po’ spazientito: - Non ti sposare, allora. Non ti sposare e basta! Stai, però, attento: il vino troppo vecchio, a volte, diventa aceto! - . - Sì, lo so, è per questo che voglio sposarmi! Voglio sposarmi adesso con la vostra benedizione! - . - Allora, sposati! Santo figlio, SPOSATI O METTICI UNA PIETRA SOPRA! - . - Il guaio è che io, quando penso al futuro, vedo tutto nero! Meglio da solo. Posso affrontare meglio qualsiasi difficoltà! - . - Statti da solo! Però ora vai a casa... Vediamo se la notte ti porta consiglio! -

Carmelo si decise quando scoprì che accanto ai capelli castano scuri erano cresciuti dei capelli bianchi e cominciavano a vedersi le prime rughe sul viso. Il dubbio amletico si sciolse anche perché seppe che la promessa sposa si era stancata di aspettare l’ambasciata di matrimonio e stava decidendo di farsi suora!- Quel benedetto figlio Carmelo… Mi sposo, non mi sposo…  ma cosa gli passava per la mente? Chi doveva decidere io o lui? Cose da pazzi... un indeciso come lui fa venire l’esaurimento anche a chi gli vuole dare una mano… - concluse il nonno.

Carmelo si sposò ed ebbe quattro figli. Dedicò molto del suo tempo e della sua vita al Signore.

Morì che era ancora giovane. Peccato! Ora è circondato dagli angeli e sua moglie, donna decisa e volitiva, vive ancora e non sa quando e come il suo indeciso Carmelo la vorrà vicina a sé. Certamente i figli vorranno che ora il padre non decida mai, perché le vogliono un gran bene!

“ESSERE… NON ESSERE”… Questo è il problema degli ETERNI INDECISI, come Carmelo!

                                                         Anna Maria De Leo

 A me non resta che augurarvi buona domenica della Pentolaccia, con l'ultimo coriandolo a illuminare il giorno. Alla prossima. Grazie, come sempre. Angela/lina

 

giovedì 19 febbraio 2026

Giovedì 19 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (seconda parte)...

… perché il sole

possa incontrarci ancora

lungo l’arco dei suoi tramonti…

    (Primo Leone)

Riprendo a parlare del Saggio di Valeria Rossini per qualche riflessione in più sui vari capitoli non presi in esame. E comincio dal II capitolo (intitolato “Il destino della morte”) perché spesso di fronte alla morte si rimane senza parole, eppure è proprio attraverso queste che riusciamo a superare la paura o il terrore e a farcene, bene o male, una ragione. Ma occorre ricordare che  ampi studi sull’ultima fase della vita risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso. “la tanatologia rappresenta un approccio interdisciplinare che mira appunto a comprendere scientificamente la morte, con i suoi riti e i suoi significati”. La morte, del resto, “ci terrorizza” e “ci seduce”. Paradossalmente, essa “non è innata, ma provocata, tra pensieri e azioni che toccano e spesso oltrepassano le soglie del ridicolo e del tragico: bisognerebbe, invece, educare alla morte…” (pp. 35-36-37). È quanto riscontriamo in Socrate e, ancora di più, in Seneca quando invita Lucilio ad affrontare la morte imparando a valorizzare il tempo presente (vedi Epistulae morales ad Lucilium).

Sappiamo, intanto, che l’idea costante della morte non ha radici romane, ma greche: “Gli Antichi Greci affrontavano la morte senza turbamento, anzi prendendola sul serio perché avevano interiorizzato l’idea della mortalità dell’uomo (p. 38).

Al pensiero greco-latino, però, subentrò quello giudaico-cristiano, in cui la sofferenza veniva accettata come “caparra per l’eternità” (p. 40). Nel Medioevo, invece, “nell’immaginario collettivo popolare, la morte era annunciata dai segnali che la natura o il caso inviava, da assumere quindi come veri e propri presagi di morte”: il gatto nero che attraversava la strada, lo specchio che si rompeva, i denti spezzati, i sogni premonitori, e così via (p. 43). Bisognava, inoltre, assistere il malato in casa e non in ospedale. In seguito, è subentrata la pratica del funerale, e più tardi quella dell’elogio funebre, che si è protratta fino ai nostri giorni (p. 49).

Il III capitolo, intitolato “La scomparsa della morte”, affronta, infatti, un aspetto di grande attualità. Valeria Rossini scrive: “Nella nostra società dell’iperattività e dell’efficientismo, la morte costituisce un problema che, in quanto irrisolvibile, deve essere rimosso (…). Il cimitero rappresenta un vero e proprio ghetto che isola i morti dallo spazio fisico e mentale riservato ai vivi” (pp. 51-52). La scomparsa della morte è subentrata via via alla “medicalizzazione della vita”, alla ricerca quasi ossessiva del “benessere psico-fisico”, della possibilità di combattere l’invecchiamento, che è l’anticamera della fine. Occorre, invece, per quanto possibile, evitare l’accanimento terapeutico, spesso fonte di ulteriori sofferenze per il malato terminale. Ma sempre più spesso, purtroppo, “l’uomo contemporaneo muore in solitudine” e la sua morte viene “relegata nel recinto dei tabù”. Occorre superarli e questo sforzo viene favorito attualmente dai social che danno quotidianamente l’annuncio di qualche dipartita e anche le condoglianze passano attraverso gli stessi canali. Si evitano così visite e cordogli (pp. 53-59).

Di conseguenza, il IV capitolo ci dice come “Affrontare la morte” (ed è questo il titolo). Ritengo che sia un capitolo molto interessante perché, nel prepararsi ad affrontare la morte, dobbiamo tener conto delle tante contraddizioni che la riguardano. Più, infatti, siamo attaccati alla vita e più dobbiamo preoccuparci di prepararci alla morte nel miglior modo possibile, con senso di responsabilità e pacatezza, come ci suggeriscono Freud, la figlia Anna, e soprattutto Annah Arendt, senza più ricorrere alla “pietosa menzogna”, come accadeva un tempo, né avvertire la morte come una “ingiustizia”, soprattutto di fronte alla morte dei bambini, dei ragazzi e dei giovani (pp. 73 e seguenti). A questo proposito, ho un ricordo bellissimo della mia infanzia e adolescenza nella casa dei nonni materni, i quali erano soliti dire che i disegni di Dio sono all’uomo imperscrutabili perché noi guardiamo la parte inferiore del suo ricamo, fatto di nodi e fili ingarbugliati a confondere la nostra mente e il nostro cuore, mentre Dio guarda il suo ricamo dalla parte giusta, perché rivolta al Cielo e quel suo progetto è chiaro, luminoso, distinto per ogni creatura a cui ha dato vita. Dipende da cosa è chiamata a realizzare per sé e soprattutto per gli altri durante la sua esperienza terrena.

L’esergo del V capitolo (intitolato “Allontanamento e perdita”), dovuto a M. Scheler è molto intenso e significativo. Ci spinge a riflettere molto sulla perdita soprattutto delle persone amate. Ma occorre partire dal processo di formazione, che crea relazioni e legami, indipendentemente dalla durata. Anche qui fondamentali sono, pedagogicamente, le “esperienze” e gli “apprendimenti”, ma anche “i modi tramite i quali queste stesse relazioni si interrompono e terminano. Ognuno di noi, nel corso dell’esistenza, ha sperimentato quanto sia difficile separarsi anche solo da una casa, un’abitudine, perfino un’idea. Non è mai facile lasciare andare qualcosa in cui abbiamo creduto, per cui abbiamo lottato o semplicemente ha accompagnato solo un tratto della nostra strada”. Verissimo. Proust ce lo ha insegnato: basta un sapore, un odore, un oggetto, una fotografia e subentrano i ricordi, la nostalgia, il rimpianto. Niente scivola invano tra le dita delle nostre mani. Meno che mai una persona cara (p. 90). E ancora una volta i ricordi personali prendono il sopravvento e si fanno testimonianza: <… Il restauro richiedeva la ricostruzione della vecchia struttura con innovazioni per migliorarla e renderla più confortevole per la nuova famiglia.

Quella mattina ero riuscita a ricavarmi un paio di ore di libertà e avevo deciso di trascorrerle con mamma, in eterna attesa di una mia visita sempre più sporadica e breve. Mio eterno rimorso, mio inconsolato rimpianto. Girai l’angolo e… ancora una volta i residui stracci d’infanzia adolescenza giovinezza mi piovvero addosso con quel mucchio di pietre che fino al giorno prima era stato il giardino da cui spuntavano i verdi rami degli alberi da frutta. Schianto annunciato. Schianto improvviso. Schianto. Per un attimo vidi mio nonno, seduto all’angolo dove di solito posizionava la tua sedia tra la saracinesca, il cortile e il muro del giardino. Lo vidi mentre mi aspettava con la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza miracolosamente ancora intatte per raccontarmi ancora la fiaba di noi due inseparabili sempre, e ormai lontani da quella casa del gelso e delle rose: lui nel suo “altrove”; io nella mia casa dei lunghi balconi e lunghi corridoi. Ma io avevo occhi di lacrime che mi impedivano di vedere le sue labbra mormorare nuove parole di antichi richiami e negli orecchi il rumore assordante del muro crollato e degli alberi abbattuti e dei nidi dispersi e degli antichi pulcini sparpagliati e delle voci degli ultimi nipoti…>

Anche Recalcati, in più libri, ci parla di questa enorme difficoltà psico-fisica a lasciare andare ciò che si ama e si perde. Ancora di più le persone care, naturalmente. Non è facile neppure accettare quanto ci insegna la Chiesa cattolica al riguardo. L’uccisione del Padre non è vista come principio di affermazione personale, di affrancamento, ma come colpa contro Dio. Il peccato più grave. Enzo Biagi nel 1975 scrisse il Libro Disonora il padre, che tratta, anche, della necessità di una disubbidienza all’autorità paterna per affermare la propria identità di persona libera da ogni condizionamento, sia pure affettivo.

Altro Libro di formazione in tal senso è Se incontri il BUDDA per la strada UCCIDILO dello scrittore e psicoterapeuta statunitense Sheldon B. Kopp (1972), il quale afferma che è necessario superare i propri maestri per affermare la propria personalità e libertà di pensiero, la propria interiorità e compiutezza.

È quanto avviene dalla metà del Cinquecento in poi: “Indipendentemente da come affrontiamo il passaggio, il percorso di allontanamento, continua comunque a coincidere in qualche angolo della nostra mente, con un processo di alleggerimento e di liberazione dal male”. Per cui “quando l’uomo perde il suo corpo non perde sé stesso perché il suo corpo è determinato, imprescindibilmente, dallo spirito”. Dell’uomo, dunque, oltre il corpo, rimane l’essenza, “ciò che è” e diventa “corpo celeste”. Ma il processo di separazione comincia con la nascita e con il lasciare il corpo materno; poi, via via, subentrano, di volta in volta, tutte le altre separazioni.

“Da un punto di vista pedagogico, accompagnare la separazione da una persona cara significa allora lavorare su due dimensioni che la caratterizzano: l’abbandono e il dolore” (pp. 90-94- 101)

E ci sono dolori che non ci abbandonano mai. Ci sono capitoli ancora da sviscerare per comprendere appieno il mistero del nostro nascere e morire e quello che pedagogicamente e importante accogliere per “allenare al dolore (…) e per temprare lo spirito…”, come vedremo… grazie per l’attenzione e l’affetto. A presto. Angela/lina

 

 

 

 

sabato 14 febbraio 2026

Sabato 14 febbraio 2026: SAN VALENTINO e i vari VOLTI DELL'AMORE di ANGELA DE LEO...

L’AMORE CHE CI COMPRENDE

(ai miei figli e nipoti,
e a tutta la mia famiglia
con ogni cuore possibile…)

E l’Amore
vecchio quanto il mondo,
inondò la Terra di silenzi.
Lei li raccolse
per farne collane
da appendere al cuore.
Contro ogni fuga di stelle
con mani di tenerezza
perché sempre e ancora
vincessero sogno e realtà
(e tutto si fece vela
di luna e di sole, di terra
e di cielo, di mari
d’azzurro i n f i n i t o…)



LASCIAMI ALMENO IL TUO NOME

Sto perdendo il tuo volto
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo lo sguardo
Di quando ti ho conosciuto
Il sorriso la voce le battute
I sogni le risate le rose
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo il golfo i monti
Il mare la sabbia il bikini rosa
Di quando ti ho conosciuto
Le bandiere di vittoria i baci
Il castello fatato il verde prato
La siepe la panchina di legno
Di quando ti ho conosciuto
Il corso la passeggiata a mare
Il chiosco dei gelati il cinema
Le arene le mani intrecciate
I baci gli abbracci dati e ricevuti
il cuore
Di quando ti ho conosciuto
Gli specchi attraversati le foto
I respiri e sapere ancora di noi
Di quando ci siamo conosciuti
I pullman e i treni le stazioni
Dei nostri addii e gli arrivederci
Mai più vissuti mai più ritrovati
(lasciami ora almeno il nome
per… ritrovarci ancora)



I PASSI INATTESI

(ai figli venuti da Roma)

Rose e tulipani e orchidee
dietro vetrate aperte da complici mani
in frammenti di sole che ignoro
e passi inattesi
e un palpitare furioso del cuore
impreparato alle voci improvvise
tra capelli vinti da sorrisi di sguardi
nella casa ritrovata e rivissuta
con rinnovata allegria.
Ci ritroviamo nell’abbraccio
che stringe l’attimo in sé conchiglia
in fragoroso rumore
più forte della lontananza
del gelo e delle ore rubate al sonno
in un anticipo di San Valentino
e cuori in dono a doppia mandata.
L’amore ci lega col filo della commozione
lunga quanto la lunga silenziosa attesa.
Acrobata io a capriolarmi
nel silenzio delle intenzioni
su improvvise nuvole rosa
tra soffitto e scrivania
e un ritrovarci appena di ritorni
con parole e lacrime di gioiosa intesa.



E SIAMO ANCORA INSIEME

Sapore di baci da conservare tra dita
intrecciate a trecce di pane di sere brevi
da assaporare piano alla mensa del passato
(per ritardare il fischio del treno
e zaini e spalle a scivolare via
dai miei occhi da lacrime attraversati
dai miei occhi frammentati di addii
e un solo arrivederci sulle code dei gatti
nel tramonto solitario
dello spento giardino…)



UN PENSIERO FIORITO D’INVERNO

Nella casa che ha frammenti di noi
conservati nelle foto sul comodino
con i giorni dei passi danzanti di giovinezza
tutto ci apparteneva come seconda pelle
nostra soglia a consegnarci al mondo esterno
alla strada agli occhi degli altri al saluto
Ogni paura dimenticata per ogni sorriso ricevuto
- centuplica ti prego le tue mani e i tuoi passi
per raggiungermi e fermare tra le dita emozioni
che ci abitarono oltre le delusioni che ci divisero -
E il richiamo che ci fece tornare dove era nido
il sogno di essere insieme fino alla fine
Vincemmo i lunghi silenzi con le nostre voci
- furono abbracci di vele lungo il cielo
a ricamare per noi insperati azzurri -
Sanno il mare le onde la riva la battigia
la conchiglia a sussurrare il tuo nome
le orme sulla sabbia rubate dal vento
Gli occhi dei bambini fiabe da raccontare
per vincere l’inverno e il suo gelo
a strappare gli aquiloni alla luna
inghirlandata di magie per mettere in fuga
i neri pensieri il dolore le malinconie…
(dono le nostre poesie che ci vengono a cercare)



PORTATEMI ALI DEL CUORE

Portatemi ali del cuore
dove il sole è ancora alto
e splende ardito e fiero
sulle miserie umane ignorandole
Portatemi ali della fantasia
dove il mare è ancora innocente
invito al coraggio e alla libertà
di essere uomini...
il respiro di un giorno d'Amore
voglio
un tempo
da cullare
e fiore ancora da sfogliare
per non dimenticare il canto
la spiga di grano
il filo d'erba
che oggi ride sul tetto rosso della mia casa...
(Il respiro di una vita d'Amore voglio...)



PER QUANTI SI AMANO

Sui rami di febbraio
- giorno dell'Amore -
(più di ogni altro giorno?)
si schiudono germogli di rose
che ridono tra ciglia
di attese rinnovate primavere
per depositare il mai perduto
incanto nelle nostre mani.
E un canto nuovo ci raggiunge
quasi tenerezza per i nuovi giorni
che d'insolito sole s'intrecciano
alle nostre braccia e ci raggiungiamo
ci accogliamo
in un abbraccio fatto di sogni
che ancora ci fanno compagnia
(e una speranza leggera
ha germogli di luce
a scaldarci il cuore)



NON MI BASTA (dialogo d’amore)

(a LINA)

Non mi basta il mare
da capovolgere sbriciolare
voglio te
Ridotta in un pugno e gigantesca.
Con te è facile parlare
conosci agitazioni e tormenti
(conosco la traccia amara del tuo volto). -
Disco di luce
stammi vicino.
Scoglio appuntito e lancinante
Vinto dalle tue ali-gabbiano
Spezzate dalle mie paure.
Dammi la mano che desidero
a battere-emettere scintille
alla stessa intensità.
- tu polo positivo
sensibilità allo spasimo
e ansie e incapacità di volare.
Tu tormento e tumulti e lacrime.
Tu ruota del mio locomotore traballante. -
- Noi Cristi di noi stessi
e la croce da portare sulle spalle.
Noi crudeli impietosi
a mettere a nudo amare verità:
assenza di libertà e voglia di volare
Ancora. Ancora.
Elettrodi in cammino su due binari
non monadi che si respingono.
- Tu croce con il sorriso
A lasciarmi una traccia
Per sempre
Lasciamene ancora.
Ti prego.
Io. Tu.



PER TUTTO QUESTO

(a Lina)

Per tutte le cose che mai ti ho detto
Per tutte le rose che mai ti ho dato
Per tutte le volte che non t’ho cercata
Per i momenti in cui non t’ho pensata
Per tutte le volte che ti ho lasciata
Per l’egoismo la noia e tutta la mia idiozia
Per la tristezza del mio malumore
Per il mio amarti poco, da bambino,
Per l’infelicità di certe parole
Per la dolcezza che non ti uso
Per tutto quanto posso darti
e non ti do
Per il mio esistere infine
Per non meritarti ancora
Ecco per tutto questo io
Ti chiedo scusa.
Primo


Buona lettura! A presto. Angela/lina

venerdì 13 febbraio 2026

Venerdì 13 febbraio 2026: E L'AMORE è anche il MAGICO CORTILE di ANNA MARIA DE LEO...

E oggi, vigilia di San Valentino, festa di chi si ama, mi sembra giusto parlare d’amore riportando per tutti noi un racconto quasi fiabesco, ma assolutamente vero, della mia amatissima sorella ANNA MARIA, volata tra le stelle circa tre anni fa, ma eternamente presente nel cuore. Lei, infatti, è qui e teneramente mi sorride, felice come una ragazzina che parla del suo primo assoluto innamoramento. Ed ecco il suo racconto. Ve lo affido con tutta la storia che tutti noi fratelli e sorelle abbiamo vissuto con lei nel nostro “cortile del gelso e delle rose”…

UN MAGICO CORTILE

I miei nonni abitavano in una grande casa al centro del paese; poteva definirsi quasi una casa colonica in quanto offriva tutto quello che un uomo, amante della natura, si aspetta dalla propria abitazione. C’era, per esempio, un grande cortile pieno di fiori, piante e tanti animali. Io tornavo in quella casa d’estate, una volta all’anno e vi trascorrevo giorni favolosi.

Mio nonno aveva preparato una casa per tutti gli animali di cui si prendeva cura. La stalla era appartenuta, nel tempo, prima ad un bellissimo cavallo, poi ad un mulo e, infine, ad un simpatico asinello, croce e delizia del povero vecchio che a volte non sapeva come farlo muovere, in quanto se intuiva che si andava a lavorare, si irrigidiva, come un bimbo che non vuole andare a scuola!

La stalla era comoda, dotata di tutte quelle attrezzature per tenere pulito e lucido il pelo del suo inquilino ed aveva una comoda mangiatoia, dove il nonno metteva il cibo più gradito all’asinello.

Di fronte alla stalla, sotto un grande arco in pietra, aveva sistemato una capretta con il suo compagno: anche loro trattati benissimo … Nella parte superiore dell’arco, il nonno aveva costruito una colombaia, tutta in legno, in cui tubavano coppie di tortorelle bianche destinate, come regalo, alle donne del vicinato che avevano partorito da poco e che avevano bisogno di un salutare e leggero brodino di carne per la loro montata lattea.

Una scaletta in legno permetteva di salire per osservare i loro movimenti. Su quella scala, trascorsi molti pomeriggi dei miei giorni di vacanza perché ero una curiosona e mi piaceva osservare i colombini quando si coccolavano o quando covavano con amore le loro uova. Che gioia, poi, era per me assistere allo schiudersi delle uova e alle capriole dei piccoli nati, che a malapena, si reggevano sulle loro zampette… Un anno, nascondendomi, potetti assistere alla nascita di un tenero capretto e alle coccole di sua madre. Il nonno mi prendeva in giro per l’eccessiva curiosità, ma per me era una scoperta della vita che, in un freddo alloggio di caserma, non potevo neanche immaginare.

Nella parte anteriore del magico cortile c’era il pollaio: un gallo e tante galline che donavano a noi nipoti uova freschissime e saporite. Anche il pollaio era tenuto bene e disinfettato, ad ogni primavera, con calce viva. E che festa era per tutti quando si vedevano, davanti ad alcune galline, stuoli di gialli batuffoli che tentavano di esplorare il mondo circostante.

E c’era anche una conigliera con coniglietti bianchi e grigi che mangiavano gli avanzi della verdura che veniva pulita: deliziosi musetti che trituravano lentamente il cibo, e che si spaventavano facilmente ad ogni movimento e si nascondevano sotto le fascine. Tre ochette, poi, circolavano liberamente nel cortile andando in giro all’eterna ricerca di un pantano. Simpaticissime con il loro movimento dondolante e con il loro “qua qua”! Non poteva mancare il gatto o i gattini, a seconda dei periodi e, poi, c’era il cane legato al carro, sotto una tettoia. Il cane ci avvisava abbaiando quando qualcuno si avvicinava al grande ingresso oltre il quale c’era un grande marciapiede che talvolta si trasformava in un mare di mandorle, messe al sole ad asciugare. E a me piaceva tanto creare onde in quel mare, strisciando con le scarpe, su quei gusci profumati.

Subito davanti alla stalla, per alcuni metri, si poteva godere il verde di una fascia di terreno adibita ad orto di casa. Prima dell’orto c’era un grandissimo albero di gelsi rossi, che creava una freschissima ombra e, qualche metro più dietro, un maestoso fico, al quale ci si poteva avvicinare salendo sul piccolo terrazzino della stalla. All’albero ci si poteva appendere e ci si poteva dondolare… I due alberi, che in prospettiva sembravano di più, perché ricchi di foglie, ci offrivano generosamente frutti succosi e gustosissimi. Sperimentai, allora, il piacere di mangiare un frutto, appena raccolto!

Nei punti liberi, poi, il nonno aveva sapientemente sistemato pergolati di uva bianca e nera da tavola, altra delizia per il palato. I pergolati offrivano una piacevole ombra sotto la quale era bello pranzare. C’erano anche diverse zucche, verdi alcune, a lampioncini gialli e arancioni, altre, che offrivano un piacevole colpo d’occhio!

Era proprio magico il cortile che il nonno aveva ideato e attrezzato con gusto e fatica.

Chi veniva a farci visita si complimentava per la bellezza del luogo e sostava il più a lungo possibile per goderne l’ombra, i profumi e il sapore dei frutti che generosamente il nonno offriva loro. Chi veniva a farci visita si beava anche nel sentire gli odori che provenivano dalle teglie in terracotta sistemate accanto ai carboni accesi di un camino alla monachina che completava la bellezza del cortile. Ai tegami di mia nonna, spesso si aggiungevano le pignatte in cui le vicine di casa, approfittando del grande fuoco, venivano a cuocere i loro legumi.

Ho dimenticato il concerto dei fiori e soprattutto delle rose rampicanti, che fiorivano ogni mese e dei gerani che creavano angoli ridenti e colorati. E ogni parete, bianca di calce, infine, ospitava una rampicante vivace e profumata!

MIO nonno era eccezionale come il suo cortile, che conservò la sua magnificenza fino a quando fu lui a prendersene cura. Dopo cominciò un lento e costante declino, fino ai giorni in cui rimase abbandonato e dimenticato. Senza più il suo padrone.

Oggi vivo io nella casa dei nonni e il cortile è cambiato. Ci sono solo i fiori ad allietarlo e i miei adorati nipotini. Quando, ancora oggi esco fuori in cortile, ripenso a quei tempi, agli odori, ai sapori, soprattutto ai colori, alla presenza delle tante persone a farci compagnia e dei tanti animali che popolavano quel magico universo e che un nonno meraviglioso aveva saputo animare per la nostra gioia. Grazie, nonno! Anna Maria

E a me non resta che augurare a tutti un San Valentino colmo di AMORE. A presto. Angela/lina

martedì 10 febbraio 2026

Martedì 10 febbraio 2026: Ricordando la GIORNATA DEL RICORDO... E ricordando TEA DALMAS e NICO e MANUELA MORI...

Non rimane

che un disarmo muto

il cuore lancinato

il mare e la sua risacca

          (a.d.l.)

E oggi desidero riproporre in parte quanto ho scritto due o tre anni fa. In parte, perché alcune cose sono cambiate nel frattempo e occorre, con dolore, prenderne atto. Come tutti sappiamo la Giornata del Ricordo fu istituita in Italia il 20 marzo del 2004, per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E sono letteralmente commossa nel fare testimonianza con delle “voci” a me care che hanno vissuto sulla propria pelle quelle esperienze devastanti, ma anche fortificanti, e decisamente autentiche, e perciò più credibili della stessa “verità storica”, che non è mai “vera” perché inficiata dall’essere spesso “di parte”, dal sapere a priori che le testimonianza saranno presto divorate da utenti di testate giornalistiche o di trasmissioni televisive, il più delle volte, per non dire sempre, “confezionate ad hoc”. Io, invece, parlo di Tea Dalmas, Nico Mori, che purtroppo non sono più fisicamente tra noi, e di Manuela Mori, loro amatissima figlia, che non avevano certamente intenzione di pubblicare alcunché fino a quando, parlandone in una nostra serata conviviale tra vecchi amici, non è venuta fuori l’esigenza di fare testimonianza diretta di quanto realmente accaduto in quei tragici anni, attraverso il diario scritto dalla nonna di Tea. Ne è venuta fuori “a posteriori” una pubblicazione, sollecitata dalla nostra Casa editrice SECOP e subito accolta con entusiasmo dai diretti interessati, con il titolo alquanto sibillino di PUSE.

Ma lascio la parola a Tea, Nico e Manuela: 

LETTERA DELL’AUTRICE

Miei cari, ho custodito gelosamente questo diario scritto per mia madre e affidatomi dalla nonna Vinka, con l’intento, un giorno, di tradurlo in italiano, perché ne restasse memoria nella nostra famiglia. Ora il proposito è diventato realtà, grazie anche al grande aiuto di Nico e Manuela: Nico ha saputo trasformare la mia traduzione “letterale” in un testo più “letterario”, vivo, conservando ed esaltando l’ironia e la curiosità intellettuale che animavano lo scritto e le parole della nonna e tracciando utili riferimenti storici. Manuela è stata impagabile per il lavoro al pc, la correzione delle bozze e l’impaginazione. Man mano che traducevo, mi tornavano alla mente i tanti pomeriggi d’estate a Spalato, a casa della nonna Vinka, dove trascorrevamo le vacanze estive. Seduta sulla sua poltrona a dondolo, sul balcone, all’ombra dei rami di un grande fico mi raccontava della nostra famiglia, degli zii Ivo e Braco e dei nostri antenati. In questo diario sono citate delle persone che ho conosciuto da piccola, per cui tutto quanto scritto dalla nonna mi è ancor più familiare. Aver tradotto questo diario è stato per me un atto d’amore verso la nonna, i miei genitori, mio fratello, i nostri figli. Per questo vorrei che i ragazzi avessero questo ricordo della “none Puse” e del meraviglioso nonno Franco, che non hanno conosciuto, il mio amato “papacci”, come lo chiamavo da piccola. Traducendo e rileggendo questa storia, più di una volta i miei occhi si sono inondati di lacrime… ma non di dolore, piuttosto di tenerezza e nostalgia. Spero che questo scritto abbia anche per voi un grande valore sentimentale, come lo ha per me. Vi voglio bene.Tea

Subentra a questo punto Nico Mori, marito di Tea, per dare importanti ragguagli esplicativi: <Puse è innanzitutto un atto d’amore di Tea Dalmas nei riguardi di sua madre Jelka, chiamata Puse, e di sua nonna Vinka Šperac Bulić, giornalista e femminista ante litteram nei primi anni del Novecento in quella terra mittleuropea tra Italia, Croazia e Dalmazia, che ha, nella storia di questa famiglia, come fulcro Spalato. (…). Si tratta, infatti, della pubblicazione del diario, che sua nonna aveva scritto dalla nascita della terzogenita, avvenuta nel febbraio del 1919, dopo parecchi anni da quella dei primi due figli, al 1953, anno in cui con una lettera accorata Vinka, dopo circa dieci anni di silenzio per aver chiuso il diario con le nozze della sua amatissima Puse, lo riprende per cercare col suo amore e la sua tenerezza materna di consolarla per la morte prematura dell’adorato marito Franco, stroncato da una grave malattia cardiaca. Tea Dalmas ha conservato gelosamente per decenni il diario ereditato da sua nonna per poterlo un giorno tradurre, come poi coraggiosamente ha fatto, e lasciarlo in dono ai suoi familiari. (…). Ma Puse è anche la straordinaria testimonianza di uno spaccato di vita che coinvolge sì due donne, madre e figlia, quindi due generazioni a confronto, ma anche un intero popolo, anzi più popoli con la loro tormentata storia che riguarda ideali di libertà e soprattutto di rivendicazione d’appartenenza ad un ceppo storico-culturale piuttosto che ad un altro; ideali e rivendicazioni, che fecero di quegli anni e di quei territori veri e propri campi di battaglie, acerbe e devastanti, a volte anche cruente o di forte tensione propagandistica e sociale, senza ottenere reali soluzioni di giustizia e di equilibrio tra le sacrosante aspirazioni indipendentistiche, talvolta anche romantiche, dettate, anche in quelle terre, dagli “eroici furori” di tutto l’Ottocento e la prima metà del Novecento (vedi l’impresa di D’Annunzio a Fiume o a Zara), e la concreta vita quotidiana della gente comune e dei suoi sacrifici per affrontare nuove e destabilizzanti situazioni familiari e domiciliari come profughi o esiliati. (…). Sono, intanto, questi gli anni dell’incontro di Puse, adolescente, con Franco Dalmas, uno studente di Spalato, che diventerà suo sposo e che sarà il padre di Tea e di suo fratello Rafo. Poi, la frequenza dell’università con i lunghi soggiorni a Zagabria, Graz, Vienna, dopo aver superato una temibile malattia, per quei tempi, il tifo. E, quindi, le prime lettere (…): gli avvenimenti storici in tempi così travagliati soprattutto per quei territori tra regni diversi che se li contendevano per giungere ben presto ai prodromi del secondo terribile conflitto mondiale. Emblematiche sono le prime due lettere che Puse scrive alla mamma da Vienna, dove sta imparando il tedesco. È ormai fidanzata con Franco Dalmas, l’italiano, che però vive già a Roma per avervi trovato lavoro. È il momento della propaganda nazista e Vienna è in festa per Hitler, che viene da tutti inneggiato come “liberatore”. Piangono e si uccidono, invece, i poveri ebrei oppure cercano riparo in Ungheria. Già i divieti nei loro riguardi s’infittiscono di ora in ora. Puse è disorientata e attende notizie dalla mamma che, attraverso i giornali, è più informata di lei che pure è testimone oculare di quanto avviene per le strade di Vienna. Evidentemente la propaganda nazista è già dominante e i giornali faticano a giungere per una informazione più corretta e obiettiva. Ritengo davvero preziose queste prime due lettere perché ci danno notevoli spunti di riflessione sulle grandi, inevitabili contraddizioni che regolano i destini degli uomini, come appunto sosteneva Simone Weil: i tedeschi gioiscono e gli ebrei piangono riguardo agli stessi eventi. O, anche, l’informazione dei giornali diventa più importante della testimonianza diretta di chi vive in prima persona gli accadimenti che fanno la storia, che non viene mai scritta nella sua verità oggettiva. (…). Ma sono giorni cupi di guerra e di paura. (…). Tempi di guerra, di fame, di autorizzazioni per ogni piccola cosa, che non era più un privilegio ma necessità di sopravvivenza. E sempre più le vicende personali s’intersecano con quelle civili e sociali, di popoli, che si esaltano o si spaventano o non capiscono, e di capi che comandano a loro piacimento, ignorando diritti, calpestando terre, violando ogni forma dell’umano nell’uomo. Conosciamo le nefandezze di quell’immane sciagura che fu la seconda guerra mondiale. Dolori, deportazioni, violenze, torture e sofferenze non furono risparmiate neppure alle popolazioni slave, attraversate più di altri popoli da tensioni, odi feroci e terribili espropri ed esecuzioni. Nel “Diario” di Vinka e nelle lettere di Puse, leggiamo le vicende drammatiche della seconda guerra mondiale, l’Asse Roma-Berlino, le leggi razziali e le loro terrificanti conseguenze. La lotta partigiana. Spalato bombardata. L’armistizio e le dimissioni di Mussolini, la fine della guerra. (…). Nel frattempo, la vita continua con nuovi posti di responsabilità e nuovi problemi nella vita quotidiana… (…). E Vinka chiude il suo “Diario” il 7 febbraio del 1945 (quando Puse è costretta a lasciare la sua casa, la sua terra, tutti i suoi averi, per veleggiare con due bambini e tanta disperazione verso Bari, dove prenderà dimora). Lo riprenderà improvvisamente e brevemente otto anni dopo per la morte dell’amatissimo Franco e per annotare la disperazione di Puse, sola con due bambini e... in terra straniera. Estranea alle sue radici, ai suoi affetti, a sé stessa. Il “Diario” si chiude con una poesia di Franco, scritta a sua moglie circa due anni prima di lasciare per sempre i suoi cari, già da tempo malato e consapevole della fine ormai prossima. E con un’ultima lettera di consolazione e d’amore di Vinka a Puse, il 2 aprile 1953. Ma la storia di Puse continua per molti anni ancora. La gòmena d’amore si è pian piano intrecciata ad altre due donne, Tea e Manuela, che non hanno mai smesso di tenere in vita il ricordo luminoso di Vinka Šperac Bulić e di sua figlia Elena, per tutti Puse. (…). È stata Manuela che, una mattina di marzo del 1991, ha scoperto il volo di sua nonna verso il cielo, nonostante fosse ancora “seduta in cucina davanti ad una tazzina di caffè, tra le dita una sigaretta mai accesa...”. Di qui anche il suo sommesso, nostalgico, sussurrato canto...>

Il mio primo incontro con la Fine.

Le medicine, la solitudine.

Una vita in salita, ladra di sorrisi.

La canzone di Natale, il pianoforte.

Il tè alla menta, le sigarette.

Il nostro ultimo capodanno insieme, solo tu ed io.

Il profumo di lavanda.

Le carte, i cruciverba, il corso d’inglese a 45 giri.

I libri gialli e i film western.

L’italiano a modo tuo.

Il tuo grande, sfortunato amore.

Gli occhiali rosa, e la tinta peldicarota al battesimo di mio fratello.

Il mare, i cani.

Il pesce rosso nella vasca da bagno perché stesse più largo.

Tu seduta sul wc a sferruzzare, che ridi mentre sguazzo nella vasca col pesce, vestita di sana pianta.

Diciassette anni dopo, è solo ieri. Non ti ho mai sognata, o almeno mai come avrei voluto. Ti ritrovo nel volto di mia madre, e in un rito tutto mio. Quando ogni anno torno dall’altra parte del mare, e davanti agli occhi, all’alba, eccoti. Con immenso amore, Manuela.             

E, intanto, approfitto di questa importantissima pagina, che ci permette di comprendere la tragedia vissuta dai popoli presi in esame nella Giornata del Ricordo, per ricordare a quanti lo hanno conosciuto e amato il carissimo amico Nico, di cui non ho potuto scrivere il giorno 26 febbraio per via del mio computer “muto” a causa di un guasto. Lo faccio ora con tutto il dolore che dopo cinque anni è ancora uncinato al mio cuore, come il primo giorno della sua assenza e come si evince da quello che scrissi appena mi fu annunciata la sua morte: < Per te, Nico, ancora una volta, per te, con te, che sei ricordo/presenza. Incancellabile>.

E, per il ricordo/rimpianto di Nico, posto su facebook quanto scrissi quel giorno, il 26 gennaio 2021, per lui. E grazie a tutti voi che mi leggete con tanto paziente affetto. Al prossimo incontro sul blog. Angela/lina