La vita non dà garanzie
Non creiamoci altre illusioni.
Ogni giorno è buono per morire
(Vittorino Curci)
Giovanni Gastel è andato incontro alle
stelle il pomeriggio del 13 marzo, ma io avevo perso notizie e contatta verso
la fine di febbraio di cinque anni fa. Il tempo vola. Ma non il suo ricordo
radicato nel mio cuore e in quanti (tantissimi) l’hanno amato, sparsi in tutto
il mondo e non solo nel suo adorato lago di Como. A me manca come Persona
generosa e attenta agli altri, e come Poeta.
Bisognerebbe leggere ogni verso per
comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di
Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.
Io
sono una pianta rampicante,
per esempio, è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i
margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù
senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo,
fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie
lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nella sua anima di poeta,
in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzerava ogni
passato e ignorava ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una
vita.
Io
sono una pianta rampicante:
titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il
titolo del romanzo giovanile, Duetto profano, pubblicato nel 2018 con la nostra
Casa editrice SECOP) e come gli stessi campi semantici di numerose sue
fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’, connotativo della stessa
personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua
Arte e il suo Genio si nutrivano…
La cultura familiare, radice profonda
e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese erano, comunque, gabbie
dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che
avvertiva a suo danno (la solitudine dell’“albatros” di Baudelaire o dei
“numeri primi” di Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per la genialità
che gli concedeva di forare il cielo per sentirsi incontaminato e compiutamente
sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricomponevano in Unità:
Giovanni Gastel era tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue
opere visive e quelle letterarie hanno firmato la sua genialità. La sua
umanità.
Oggi
Giovanni Gastel sarebbe stato sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo
mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà
che fa ancora male e che avrebbe voluto dimenticare per non avvertire le ferite
e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile
conferma.
Giovanni
Gastel ne parlava come vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze.
Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove aveva incontrato
l’Eleganza della natura e lo “splendore
delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua”, definendo una
Perfezione che si realizzava in una perenne Armonia, rimasta per sempre negli
occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla “magia del reale”. Lui era consapevole
dell’“immenso” privilegio che gli era toccato in sorte, ma anche dell’“immensa”
responsabilità di dover essere sempre all’altezza della situazione, sfruttando
al massimo i suoi “immensi” talenti per andare oltre ogni possibilità umana.
Esaltazione
e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più
grande: l’Amore, come dono di sé agli altri. E l’ironia, con cui aveva imparato a tenere sotto controllo la
malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano
con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare
di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a
vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e
tutto nostro. Ma, appunto, gli e ci sembrava. Nostra eterna illusione di esseri
mortali. Ritengo, però, che in Gastel abbiano avuto l’una e l’altra perlopiù lo
stesso valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì
l’ironia la “splendida virtù dei malinconici”.
Con l’ironia e l’autoironia tutto
diventa più lieve, sorridente, sopportabile. Persino la propria identità
dimidiata. Già l’identità di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza
della propria unicità, ma anche la responsabilità di sentire gli altri
“diversi” da sé. L’identità, dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al
compromesso di accettare, con ariostesca o anche manzoniana “bonomia”, sé
stessi e gli altri in un processo di salvifica semplificazione della vita. Un
banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince sia da alcune situazioni che i
protagonisti vivono in Duetto profano
sia da alcuni versi della raccolta di poesie, sia dalle immagini di alcune
fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del tempo, e soprattutto da
alcune situazioni dialogiche con i propri followers,
verso i quali Giovanni Gastel era sempre prodigo di parole affettuose
sorridenti e gratificanti, da vero gentiluomo qual era. Ma il tempo stringeva e
la malinconia sempre più spesso prendeva il sopravvento, malgrado tutte le
buone intenzioni e i buoni propositi, soprattutto onirici. E così, mentre si
andava “facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non era più l’Endimione
dell’ultima foto, inserita nella raccolta, in cui aveva gli occhi chiusi per
non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi
simboli e i suoi eroi), ma un uomo che aveva avuto migliaia di doni dal cielo
ed era fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso
gli avevano destinato, e delle sue foglie rampicanti che per istinto ora
sapevano le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure”
(Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene
dono. E farne dono a quanti amava e lo amavano. Ed erano e sono davvero tanti,
come già detto. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?
Oggi
solo serenità./ La vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo”.
Ed ecco una delle più profonde poesie di Giovanni
Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore paterno, a conferma di
quanto detto sin qui:
ma se di
questi
sentimenti
incisi
nell’anima
potessi
fare un canto
finale
quale
poesia non
scritta
troverei
nel profondo?
Che sia più
densa del
tuo bacio
figlio
che sia più
amara
del tuo
allontanarti per
la tua via
che sia più
definitiva
del tuo
osservare la
vecchiaia
scivolarmi
addosso
ogni giorno
Quale voce
uscirà da
questa mia
solitudine
se non la
poesia del
distacco?
La canterò
anche per te
figlio
che mi
guardi con un
sorriso
paterno (Castellaro 2018)
Ed
ecco il mio commento: <È una poesia di una intensità straziane e dolcissima.
Frutto probabilmente di attimi di sospensione dell’anima inebriata e ferita del
poeta nel guardare il figlio, che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”,
scatenando in Giovanni Gastel, uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti
come lame appuntite che, vinti dalla commozione, deviano in dubbi per
lasciargli la possibilità di non rimanerne sopraffatto. Non a caso, il primo
verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a contrastare i
tanti pensieri che lo sommergevano e a liberarsene piano piano. È come se
stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che ora,
finalmente, trovava un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli
premeva sapere, ora che andava facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al
“ma” si aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli
sono qui, li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad
occupare tutto il verso seguente tanto sono grandi. E, subito dopo, continuando
a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le parole-chiave di questa
poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia tradizionale, come
l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare articoli e preposizioni
in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé stesso, gli stilemi
tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui un intento
d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e non può
essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa tutto lo
spazio possibile. Quasi a farsi colonna,
statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.
“Exegi monumentum” (Orazio). Non per la
propria gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato,
ora assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre. E ogni verso si
conclude con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma
a dilatare: incisi nell’anima… potessi
fare un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?
E, ancora: che sia la più densa del…
tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti per… la tua via…
che sia più definitiva… del tuo
osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno. E sembra di
sentire il suono cadenzato delle parole che andavano a costruire quel monumento
d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare peso e consistenza e valore a
quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo, che i pensieri avevano
definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più profondo, e che aveva
bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni emozione perché si
facesse carne viva e non solo sentimento e commozione (il bacio, per esempio,
non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse materializzato tra le
parole). L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada sembra già un
viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre temeva e contro
cui non poteva metterlo in guardia perché avrebbe fuorviato la “via” del
figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - aveva scelto per essere sé
stesso e riconoscersi). Gli occhi che osservavano la… “vecchiaia” (e il pudore,
per quanto il poeta non riuscisse ancora ad accettare di sé, gli aveva proposto
un verbo che non lasciava segni; non si fermava a incidere l’ingiuria di una
ruga, ma “scivolava”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza
tregua (quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla
roccia del viso). Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un attimo
tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per fantasmagarsi
(mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e lo attanaglia.
E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine, esibita, per crearsi
l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a dettargli la verità
“in forma” di poesia. È un attimo di
smarrimento e di angoscia che si dissipa nella rinata tenerezza per quel figlio
che andrà inevitabilmente lontano, accompagnato dal canto dolce del padre nella
reciprocità di un amore senza confini che può risolversi, proprio perché tale,
in un tenerissimo scambio di ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo
figlio, padre di suo padre. L’Amore compie questi prodigi. L’AMORE ha scritto a
caratteri cubitali il sussurro stupendo di questa meravigliosa poesia, che
accompagnerà il duplice viaggio (del padre e del figlio) lungo le impervie
strade del mondo…
E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una rivelazione che non si
produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé a sé stesso e agli
altri. Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”>.
Vorrei, a questo punto, tornare sui
miei passi, in un movimento di scrittura, che viene definito “ad anello” per
parlarvi ancora delle sue Opere che meglio parlano di Giovanni Gastel, della
sua anima, del suo cuore, del suo immenso amore per la scrittura e soprattutto
per la Poesia. Ritorno così non al nostro Duetto
Profano, ma all’antologia Il
Sentimento della Scrittura (a cura di Raffaella Leone della SECOP Edizioni,
Corato-Bari, 2021), dove Giovanni scrive: “Come rumore di tempo” Ma la mia è poesia del momento in cui vivo/
Degli addii/ Del rumore del tempo/ Dei ricordi che ricordo semplici e profondi/
Come la vita stessa. Scrivere è, dunque, “il rumore del tempo che passa. E
ci trasforma, pur lasciando intatta la nostra personalità di fondo. La mia è
quella di un sognatore. Eri sdraiata su
uno dei materassi/ della terrazza a Filicudi./ Guardavamo la notte scendere su
di noi/ come un immenso falco./ Poi hai chiuso gli occhi e hai detto/ -
Sopravviveremo anche a questa notte/ senza luna./ C’è un posto per noi anche
nel buio sai?/ Ma perché sei così diverso?/ Quasi fatto di vetro leggero/
sempre sul punto di rompersi? - / Ho risposto/ - io vengo da un altro tempo e
un altro luogo./ Tu dormi/ presto verrà il giorno nuovo/ nel tuo mondo che non
è il mio./ Io scenderò al mare per parlare con l’acqua/ con le rocce/ col
vento/ con le conchiglie,/ questo mi è ancora possibile/ solo in questa isola
lontana./ Persa nel mare -./ Tu hai rinchiuso gli occhi sorridendo/ come se io
fossi stato solo un sogno. Ecco,
questo sono ancora io. Eternamente viandante e naufrago con un bisogno immenso
di approdo nelle acque sicure della mia casa: Approdato come un naufrago in una terra/ sconosciuta, ho misurato il
territorio e appreso/ la lingua dei nativi. Sono invecchiato raccontando del/
mio mondo lontano, ma ancora la notte nel buio/ sogno navi amiche che mi
riportino a casa. (…) - Sto leggendo molto… ora con maggiore adesione…
Credo sia merito… o colpa… della solitudine. Leggere diventa una necessità, un
modo per vivere altre vite… (…). Di qui il grido di una mia poesia: Provo pena per la sorte/ degli uomini.// Per
noi magri ed educati// signori della terra/ analfabeti e rozzi.// Ma nessuno
può guardare il mondo/ senza provare commozione.// Il giorno del plotone/ sia
benda sopra gli occhi/ questa sconfinata bellezza. E vorrei concludere
così: non la filosofia/ o l’esempio/ o i
lunghi discorsi./ Sono le quasi invisibili cose./ Il leggero tremolio delle
mani/ la linea discendente delle labbra/ la curva pura del dorso/ la ciocca dei
capelli che ricade sulla fronte./ Questo mi manca/ e taglia l’anima come una
lama/ in questa solitudine che sale/ inarrestabile come marea…;/ Eppure ho
inventato e scritto./ Ho raccontato di me e delle mie debolezze/ con feroce
sincerità.// Signore dimmi/ cosa ancora/ devo cercare/ in questo deserto di
anime/ per essere infine sereno;// Così mio figlio/ avrà un figlio./ Già lo
vedo muoversi/ nel ventre di sua madre/ che splende come solo le madri/ sanno
splendere./ Come una dea fiera cammina leggera/ sulle terrazze/ nel vento/ col
suo miracolo/ nascosto nel cuore./ E io non posso che contemplare/ questo
avvenimento eterno/ e insieme straordinario/ che è il crescere di una vita/
dentro un’altra vita/ figlia di una terza vita che non esisterebbe/ senza
l’amore di due altri esseri./ È storia di sempre/ davanti alla quale però
persiste/ un antico stupore/ estatico/ solenne.
E per oggi chiudo per non interferire, con le mie parole superflue, con l’emozione che ci ha tenuti con il fiato sospeso e le lacrime agli occhi
fino all’ultimo rigo. Riprenderò domani per parlare ancora di Giovanni e della
sua Poesia. Grazie sempre. Angela/lina