sabato 17 aprile 2021

Sabato 17 aprile 2021: e altre poesie mi vengono a trovare…

E ho ripreso a cercare tra i commenti che mi giungono su la poetologa quanto ho involontariamente non portato alla condivisione. Ed ecco, per esempio, la prosa poetica di Mariateresa Bari, tratta da Intraverso, spiragli nell’essere… Come non condividerla? Meravigliosa quanto amara: “Nella stanza degli occhi”. Di scivolare all'imbrunire nelle ore roche del sonno che spoglia dal frastuono del non detto, accade. Accade di azzannare una nuvola stanca che trasfigura in spuma di mare, scardina le porte serrate del cuore e resta. Mesta vibra l'aurora nel ruggito di onde feline. E si cerca nello specchio di cielo ingiallito di foglie. E sempre di Mariateresa: Davvero sanguinanti i versi di Mastropirro. Sanguinano il dolore e l'ingiustizia di tutti i calvari del mondo, come tu dici! E quell'orrore toglie il sonno, a chi ha non solo occhi per guardare ma anche voce per gridare lo strazio e denunciare. Questa una piccola poesia scritta da me quasi due anni fa, quando abbiamo ignorato l'esistenza di una nave di profughi nel nostro Mediterraneo, trattenendola in mare per mesi negando asilo e accoglienza. E trasformandoci in tanti Giuda. Sempre grazie Angela per le tue riflessioni, che infondono speranza. “La nave fantasma Morde il dolore incrostato sui volti. La luna inciampa eterea nelle urla e sbianca desideri ormai appassiti. Non c'è fiato, non più”. (M. Bari 31/7/2019) Quanta verità e quanto dolore misto a rabbia e impotenza in quei giorni. E quante invereconde strumentalizzazioni… In alcuni casi meglio non avere più fiato. E Giulia Basile ha commentato su "Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto attesa..."Grazie Angela, sei tu poesia col tuo sentire, che trasforma in poesia i tuoi commenti in prosa. <3.  Grazie di cuore a te e a tutti voi che alimentate il mio amore per la poesia e il mio desiderio di vera condivisione. Poi dal 31 mar 2021 recupero ancora Mariateresa: Angela quant'è dolce naufragio nel mare dei ricordi... che sanno di "cialledda" nelle sere d'estate e taralli di massa nelle vacanze pasquali. O di ninnananne in vernacolo intonate dalla mia cara nonna. Grazie sempre Angela, per il tuo immenso dono! E il dono è reciproco e profuma di ricordi antichi che scaldano il cuore. E, poi, sempre Mariateresa ha commentato su "Mercoledì 24 marzo 2021: nel Retino la parola GRATITUDINE...": Cara Angela, come non esserti grata? Ecco i versi scaturiti stanotte dalle tue riflessioni! “Nel debito di un credito”: S'annoia il sé, spossato depone la sua corona smilzo di cuore e si prepara all'esodo. L'alito assassino non più appaga. Il lampeggiare di finestre nel buio delle sue frequenze troppo acute, stride e si fa strada. Lo guardiamo trapassare lo specchio e lambire solitarie rive col suo foulard di tedio al collo. (M. Bari). Perle che mi lasciate e che io raccolgo con grande ammirazione, amore, voglia d’imparare. Il vostro nuovo modo di scrivere poesia mi cattura e mi allarma: c’è troppa amarezza, troppo sconforto, troppa solitudine. E troppa voglia di rinnovamento interiore per poter ancora sperare in un mondo migliore. Fare rete significa anche sconfiggere la solitudine. Poter sperare insieme. Dobbiamo provarci con tutte le nostre forze. È questo il mio nuovo proposito per il giorno che comincia. E, infine,  Mariateresa Bari ha commentato su "Giovedì 18 marzo 2021: alcune poesie di Giovanni Gastel...": Straziante ma necessario. Doloroso ma salvifico. Questo è per noi poveri che restiamo, parlare di chi la varcato la soglia. Parlare di Loro è parlare con Loro. Il ricordo è un luogo d'incontro! Grazie Angela per queste lacrime di commozione. Un abbraccio. Anche questa è per me una lezione di vita. E, a proposito di Giovanni Gastel, ecco cosa mi ha inviato Giulia Caminada che, come fotografa, ha lavorato nel suo Studio, in ricordo della sua grande umiltà e umanità:  Sono una bolla di memorie/ che naviga portata dal tempo./ Non mi aspetto/ di essere ricordato./ E neppure che qualcuno sappia che sono esistito./ La campana continuerà a suonare/ anche in mia assenza./ I mostri a esistere./ Siamo figli dell’uomo./ Poi cadremo in un sonno profondo./ E il prete dirà/ - Era una persona delicata -./ E correrà a casa a guardare la televisione.   Quanta dolorosa amarezza anche in lui prima di scoprire sempre più vicina e consolatoria la presenza di Dio. E sempre su Giovanni Gastel ecco un’altra testimonianza di Francoise Sallé, una persona eccezionale con cui sono diventata amica grazie al nostro comune meraviglioso amico. Risale al 13 marzo: Sono straziata dall'apprendere che Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi italiani ci ha lasciato oggi pomeriggio.

Ti voglio salutare, Giovanni, ritornando alla lettera di ringraziamento che ti ho indirizzato dopo quell'indimenticabile "shooting" del 5 dicembre 2017, nel tuo studio di Milano.

Caro Giovanni, caro perché non si può passare davanti al tuo obiettivo senza provare quel senso di amicizia che sai infondere intorno a te e che si ha - naturalmente - voglia di ricambiare con slancio affettuoso. Un senso di amicizia che, dunque, ho provato anche io sin dalla tua calda, sorridente accoglienza a braccia aperte.

Hai realizzato un mio antico sogno, permettendomi di passare "oltre lo specchio", cioè da redattrice di moda, a mia volta,"modella". In quell'occasione ho potuto respirare di nuovo l'atmosfera di uno studio foto, circondata dalle persone amiche, Sandra, Federica e Stefano in particolare, che si erano ritrovate impegnate in ciò che avevo denominato "progetto Gastel"; un progetto un po' folle nato dopo una chiacchierata con te, una sera tardi, a proposito di un bellissimo ritratto che tu facesti ad una famosa "soubrette". Si dice che ttu sappia cogliere il cuore e l'anima delle persone che il tuo obiettivo indaga. Vicino a te ho sperimentato quell' "eterno istante" in cui, come dici tu stesso, la fotografia restituisce l'archetipo della natura della persona e non la documentazione richiesta della sua realtà.

Perciò sono rimasta senza parole scoprendo i due ritratti che mi hai donato con tanta elegante generosità.

Come potrei quindi non esserti grata per ciò che hai visto in me e spero di "combaciare" almeno un po', almeno nel profondo del mio essere, con la bellezza che hai voluto regalarmi.

Il 2017 è stato per me un anno cardine: cominciato molto male, si è, in qualche maniera, riscattato nei mesi successivi con degli avvenimenti felici che hanno segnato per sempre la mia vita.

L'incontro con te è stato uno di questi avvenimenti.

Ti ringrazio.

Un bacio grande grande.

Arrivederci, Giò.

E vorrei concludere con una poesia che ritorna a parlarci di primavera con un commento della carissima Elina Miticocchio, trovato stamattina sul mio blog: “In questa perduta primavera”. Su quali sogni si appoggia il sole in questa perduta primavera dove manca il tempo soffice del volo e dei larghi pensieri eppure resta il fiato per sospingere 'ancora lontano ci ritroveremo'… Mi infilo in questo attimo sospeso in questo fragore di incanto perduto mi offro creatura spoglia senza rotta oppure rotta nei meccanismi del cuore eppure conosco il suono un violino tornerà a fare musica ad incantare il mio giorno (Angela così ho sentito leggendo questo post). Pirandelliano cuore di violino quello di Elina per incantarci ancora, dopo ogni sperdimento suo e nostro. Grazie infinite a tutti voi che con questi messaggi così poetici, leggeri e profondi, ricamate il nostro blog con tanti luminosi fili, diversi ma tutti impregnati di splendida POESIA. Grazie. Buon fine settimana. Speriamo con tanto sole…


martedì 13 aprile 2021

Martedì, 13 aprile 2021: un mese dal tuo volo tra le stelle…

 Uno scritto di Giovanni Gastel sulla Primavera:

la Primavera, l’anima della natura e le emozioni della rinascita. Nel passaggio dalla primavera all’estate lo spirito della natura si rivela al mondo. l’anima dell’uomo si riversa in ciò che vive intorno, così egli diventa uno con tutto ciò che cresce, con ciò che germoglia e sboccia: fiorisce insieme al fiore, germoglia con la pianta.

Personificazione delle forze della natura, le Ninfe erano parte integrante di essa e, di conseguenza, avevano con la Natura un rapporto particolare: fiumi e laghi, mari e monti, prati e sorgenti, boschi e alberi… tutti avevano la propria Ninfa protettrice.

Buon inizio di primavera a tutti.

 

13 marzo

Più tardi quella sera

la voce si fa dolce

con tenerezza

le sue mani aggiustano la coperta

giro la testa e chiudo gli occhi

ma la sua mano e nella mia

e il sonno scende dolce

mentre sento il suo sorriso vicino

Milano 2021

 

Se potessi raccontarvi una storia

una storia bella

con un finale lieto

come nei film americani

vi racconterei di un bambino

malinconico

che dalle sponde di un lago

ha visto la bellezza venirlo a cercare.

Lei gli ha detto

-         Seguimi

non ti prometto la pace

ma attimi di intensa gioia

 che valgono una vita -

Lui l’ha seguita

e lei l’ha difeso dalla durezza

del vivere.

Non ha vissuto felice e contento.

Ma ha vissuto con grande intensità

quel viaggio sublime che chiamiamo

Vita.

Milano 2021

Silenzio e Preghiera…

 

 

 

 

lunedì 12 aprile 2021

Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto attesa...

 Sono bellissimi i canti di primavera che voi amici mi avete inviato e il Retino ha catturato qua e là, lungo i sentieri fioriti di primule e tulipani, nasturzi e mimose, lavanda e ginestre. Un tripudio di colori e di profumi che invadono sensi e sentimenti…

Gianni ha scritto questa poesia:

Esposti al vento

petali di astragalo

fluttuano, rincorrendosi,

tra le braccia riarse

dei mandorli.

"Qui c'erano fiori"

dice il vento spezzando un ramo...

Ma i petali non

ascoltano

affranti guardano la

lucciola morente

 che ieri illuminò la notte

dando la sua luce al buio.

(G. Brattoli)

Gianni non vuole sentirsi dire se è bella o meno. Vuole sapere solo come la interpreto.

Ed io non ti dico che è bella anche se è bellissima, né che è brutta anche se è tristemente amara, ti dirò che mi ha detto molto di più di quanto tu possa immaginare. Già il primo verso contiene il primo strappo all'apparente bellezza della natura. Ci sono i petali dischiusi dell'astragalo in tutta la loro delicatezza che il vento, però, scuote e ferisce e, mentre si rincorrono e si rifugiano tra le braccia dei mandorli solo un attimo prima in fiore, ne spezza un ramo. Sempre più ardito e violento, ignaro del dolore che procura. Gli stessi mandorli, che sembrano accogliere quei petali che danzano e si rincorrono quasi bambini in gioco, sono in realtà riarsi e scarso rifugio di protettiva ombra possono offrire. Certo, un tempo "c'erano fiori". Oggi non più. Quanto veloce lo scorrere del tempo. Ma i petali non ascoltano il rimpianto del vento, presi come sono da un dolore più grande e presente che si materializza, ai loro occhi affranti, in una "lucciola morente" che ha offerto, come estremo sacrificio di sé, in dono alla notte, la sua luce per illuminare il buio di un cielo che non perdona. Poesia metafora della caducità del tempo che, dal primitivo splendore, tutto trasforma inesorabilmente in perdita e dolore. Ma non è vano il generoso sacrificio della lucciola se i petali oppongono alla crudeltà e alla indifferenza del vento i loro occhi affranti mentre la scorgono morente. È un risarcimento che apre finalmente il cuore, negli ultimi versi, alla speranza. Non tutto passa o accade invano...

Ed ecco una poesia di Mattia Cattaneo. Una poesia di insolita primavera tra la pioggia fredda di fine marzo e il sangue caldo che, lentamente, come la pioggia appunto, cade ma per accendere ancora di più l’amore che il poeta sente per la fanciulla amata e tutto è una esplosione di rosso colore, tra ciliegie che nulla sanno di sé e la “solennità dello spazio” abitato dall’autore nella consapevolezza meravigliosa dell’“incendio di un papavero” avvampato dentro il cuore, non a caso con la “C “maiuscola, centro di tutto il suo universo, universalizzabile:

pioggia fredda/ il tuo lento sangue/ cade sulla luce del Cuore/ e fibre di crepuscolo/ dissetano quel sole,/ calante,/ nel giorno.// Solennità/ del mio spazio,/ le ciliegie ignorano/ la loro origine:/ tu mi hai portato dentro/ l’incendio di un papavero.

E questi ultimi due versi sono un capolavoro di sintesi, in cui esplode POESIA.

Poi, una poesia del mio carissimo amico Filippo Mitrani “PENSIERI NOTTURNI”:

Nell’affannata corsa/ per porre il morso al tempo,/ ribelle alla precarietà del tumido virgulto/ lascio sedurmi dalla magnificenza/ d’ogni nuovo germoglio. Smarrita la certezza/ della caducità umana,/ inorridita è la coscienza/ dalla beffarda senescenza imposta./ Vana angoscia, la prostrazione e il tormento/ pronti a incupire la luminosità della mia età/ lungo il tragitto prossimo al traguardo./ E il suo sorriso, lì, che mi attende!/ Quanta beltà perduta/ da questa soccombente,/ scriteriata lotta.

(9 aprile 2021)

E, finalmente, Filippo getta l’àncora che germoglia ancora di Primavera, avendo ormai dentro di sé acquisito la consapevolezza dell’inutile tediarsi per la “prostrazione e il tormento” che suscita l’approssimarsi, per ciascun essere umano, con capelli di argentata luna ormai, dell’inevitabile “traguardo”. Meglio evitare la inutile lotta contro il tempo e accettare il “sorriso” che ci attende. Strategia vincente. Convincente.

E, infine, di Tommaso Di Lernia:

cadono parole/ come lacrime/ da spogli alberi/ pensieri mutano/ vento rincorrono/ migrano lontano/ dove il mattino nasce/ con silenziosa armonia/ e nell’anima diffonde/meraviglia divina/l’amore tuo/ a me donato/ di bellezze nutre/ i sogni miei// 10 aprile 2021/ senza titolo/ senza virgole/ senza punti/ senza il superfluo/ che all’anima non serve/ per ricamare/ la vita

Ed è un canto d’anima. Un inno all’amore che sa valorizzare l’essenziale e non chiede altro che di nutrirsi solo di sé stesso. In una eterna primavera del cuore che “ricama la vita”.  

A domani con il Retino e tanto altro ancora.

 

 

giovedì 8 aprile 2021

Giovedì 8 aprile 2021: e ancora la ineffabile POESIA di Pasqua…

Anche le poesie tentano di colorare la nostra anima all’alba di questa insolita Pasqua per non lasciarci in catene e senza luce.  Il Retino ha accolto le poesie che avete inviato sul blog, altre che ha catturato per strade solitarie e prive di allegria, e due luminose a restituirci la Pacecome lievito di pane quotidiano. Ed eccole qui che incontaminate, e con voci diverse, volano come colombe bianche lanciate nei cieli obliqui tra le nostre case. Intense e lievi come sogni che afferrano stelle per trovare una buona ragione a sconfiggere il buio.

E comincio con il mio amico Mattia, appena conosciuto ma già presente in questa pagina con una dolente e intensa poesia, che si schioda lentamente dalla croce e va a colmare il vuoto di un giorno che “non saprà raccontare” perché ancora una volta “lanciano dadi/ si giocano la tunica”. E il figlio di Dio, fattosi uomo, è costretto a registrare, risorto ma sconfitto, “la crisi del vero”…

Mattia Cattaneo:

giara crepata/ la tua lezione silenziosa/ lotta affannosa/ e pensieri giudicanti/ non devono consumare/ questo davanzale/ scarno/ di parole// è un giorno/ di quelli/ che domani/ non saprò raccontare,/ grappolo di mimosa fregato// lanciano dadi/ si giocano la tunica// ancora oggi/ si palesa/ una crisi del vero.

Ma la breve poesia di mia figlia, per augurare a tutti una Pasqua di rinascita nella possibilità di ritrovarci più uniti che mai dopo tanto distanziamento, racconta un’altra storia per continuare a sperare.

Raffaella Leone:

siamo nati insieme/come fiori su rami nodosi/ uniti/ nella Speranza di/ fiorire grappoli/ di nuovo/ nell’attesa/ del GiornoNuovo/ Della Vita/ Restituita

E mi giunge da un carissimo amico che non vedo da un paio d’anni una poesia che concilia il senso amaro della prima con l’attesa di una possibile salvezza della seconda.  

Tommaso Di Lernia:

“Il sacrificio”: Nero sole acceca/ scorre su quella croce il sangue/ a noi indifferenti mostrata./ Conficcato è il ferro nella carne/ e di spine irte è fatta la corona./ Perdona coloro che non sanno, / le ultime parole di uomo/ che salgono con divina forza al Padre./ Il tuo volto non ho visto/ ma di te ho sentito parlare,/ nei vicoli bui delle periferie/ e tra la gente che non ha,/ ma che pronuncia forte il nome tuo./ Il sacrificio tuo è il peccato mio,/ le tue sembianze sono a me simili,/ so che tornerai, ne ho bisogno,/ ora, sempre, e il sangue più non scorrerà.

E la mia amatissima Silvana, a cui devo anni di cure fisiche e di carezze per l’anima, mi manda versi di dolce malinconia nelle ore che lentamente gocciolano come lacrime di tristezza prima che si faccia giorno di verità. Ed è carezza per il cuore il silenzio del mondo che trema d’attesa al chiarore della nuova alba.   

Silvana Mangano:

Lente/ le ore/ accarezzano il cuore,/ sibilano strani suoni,/ arcani, lontani…/ ma l’anima li riconosce/ come una pecora/ i suoi agnelli/ Che dire dei mondi lontani?/ Nel silenzio del cuore/ vi è la loro eco possente…/ Il silenzio del mondo/ è la Voce di Dio…

Infine, il retino ha catturato due meraviglose voci ad indicarci il sentiero fiorito della Fede, della Speranza, della Carità.

Don Tonino Bello:

Il Signorevi riempia la casa di profumo pasquale, del fuoco di pentecoste e del vento delle montagne delle rivelazioni.

Sii felice e sforzati di rendere felici gli altri.

Papa Francesco:

ecco il primo annuncio di Pasqua che vorrei consegnarvi: è possibile ricominciare sempre, perché c’è una vita nuova che Dio è capace di far ripartire in noi al di là di tutti i nostri fallimenti. Anche dalle macerie del nostro cuore - ognuno di noi le conosce - Dio può costruire un’opera d’arte, anche dai frammenti rovinosi della nostra umanità Dio prepara una storia nuova. Egli ci precede sempre: nella croce della sofferenza, della desolazione e della morte, così come nella gloria di una vita che risorge, di una storia che cambia, di una speranza che rinasce.

Quale messaggio più confortante per tutti, credenti e non credenti, in tanta lacerante paura che ha reso il nostro pianeta deserto di speranza e il cuore spento all’amore? E l’anima rinasce dalle macerie dei nostri antichi errori e si accende di rinnovata Luce.

A domani sera con tanto Sentimento…

  




venerdì 2 aprile 2021

Venerdì 2 aprile 2021: Venerdì Santo e la festosa Pasqua ancora nel ricordo...

E dopo la Via Crucis di SUD…ario, riprendo i ricordi della mia Settimana Santa di tanti anni fa:

Poi la festosa Pasqua. Le campane a gloria della mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l’avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini. Noi c’inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo, tu benedicevi l’abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo d’ulivo e l’acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a casa in una bottiglietta (e mai il timore di un’infezione a sfiorarci e mai una malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani, più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!). Il benedetto era (e forse è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l’agnello e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo intero e con la vita (e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/ buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma alla fine devi dir… ah, sì bè/ buona pasqua pure a me! Carosone dalla radio cantava anche per noi…).

Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali, l’immancabile “vrədéttə” (non credo sia traducibile in italiano, forse “il brodetto”, ed era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…) e altro buon vino e chiacchiere e risate.

Tu raccontavi...

Poi, giunse il tempo della Pasquetta con gli amici. E tu e nonna restavate a casa perché non era più, per voi due, tempo dei lunghi passi tra l’erba, delle inerpicate sui sassi, delle scampagnate faticose. C’era ormai la stanchezza di giorni lunghi da portare su spalle più curve e su gambe sempre più malferme. (‘na ròutə da rəpàrà u səllénə da səstəmà u manùbriə da addrezzà e u cambanìddə ca dəchiàrə allàrmə còmə a ‘na campàna ròttə e stənàtə… cə nə məttémə tùttə ‘nzìmə jìndə a la màchənə pə fànnə abbəvèscə nàn jèssə jùnə bbùnə…) (una ruota da riparare il sellino da sistemare il manubrio da raddrizzare e il campanello che dichiara allarme come una campana rotta e stonata… se ci mettono tutti insieme nella macchina del restauro di tanti vecchi non ne viene fuori neppure uno sano…).

Si spezzò l’incanto...

Uno di quegli anni, proprio durante la settimana santa, tu eri in chiesa e ad un tratto ti alzasti perché dovevamo andare via, ma ti accasciasti sul banco con un dolore acuto alla schiena e alla gamba. Furono costretti alcuni uomini nerboruti a portarti fino a casa con la sedia su cui ti avevano fatto sedere. Non si riteneva, a quei tempi, di dover chiamare l’ambulanza per situazioni del genere. Tutto si risolveva con la solidarietà di parenti, amici e conoscenti. Ma tu rimanesti a letto a lungo e la nonna ti fece delle iniezioni che il medico ti prescrisse per farti stare meglio. Era probabilmente il nervo sciatico infiammato. La nonna commentò preoccupata e scontenta: “Chə cùrə sòrtə də chìtrə ca stèvə jìndə alla chiésjə stémmə tùttə ‘ndəsàtə, pə ffórzə ca nə avèvəna scəcàttəscià rə rèumatìsmə, pórə jè mə səndèvə tùttə u pìttə chəstəpàtə e d’óssərə chjìnə də dəlórə e rə scənòcchjərə ca nàn zə chjəchèvənə. Fəgùrətə Məngùccə ca sóffrə də l’àrtrósəchə!” (Con quel gelo che stava in chiesa stavamo tutti infreddoliti per forza dovevano risentirsi i reumatismi, pure io sentivo tutto il petto costipato, le ossa piene di dolori e le ginocchia che non si piegavano. Figuriamoci Mincuccio che soffre d’artrosi!”).

Da anni andavi a spogliarti e a rivestirti in quella che noi chiamavamo “la càmərə də rə mənènnə” (la camera delle bambine), cioè quella che avevate pensato dovesse essere la nostra cameretta; in realtà, mai abitata da noi perché era la più interna e umida della casa. Cominciò per te e per nonna Angelina il periodo degli acciacchi dovuti all’età. Tu minimizzavi sorridendo: “Sono i dolori di quando mai”, dicevi. “Oh, ma quando mai questo dolore! Non ricordo di averlo mai avuto prima!”. E quei dolori di quando mai divennero i dolori di sempre.

(ancora dal primo volume de Le piogge e i ciliegi).

E il mio Retino ha catturato su FB una pagina di grande tenerezza e intensa commozione della mia carissima consuocera e vera poetessa Francesca Romana Petrucci. Eccola, per leggerla insieme:

LA MIA PASQUA BAMBINA

Ogg mi piace tenere un po’ sul cuore il mio paese d'origine. Non farà differenza questo periodo di silenzio, per mostrare il suo, quello ricorrente del Venerdì Santo. Quando venivano legate tutte le campane (a Montefalco ce ne sono tante e non so ci siano ancora) e le persone, sembrava, temessero persino di scambiarsi parole, in quelle viuzze selciate e ancora infreddolite dall'inverno non ancora passato. Semideserte, per non rompere l'incanto di quel silenzio, di quella attesa. L'attesa di quella gioia, che sarebbe seguita di lì a poco, nel festeggiare la Pasqua.

Tutto mi appariva gigante, dal mio sguardo di bambina. Anche quel silenzio era grande, insormontabile, sembrava. Invece, conduceva al gran fragore della Resurrezione. Il giorno di Pasqua, durante la celebrazione della messa grande, un gran crocifisso irrompeva in chiesa, di corsa. Il portone della chiesa si spalanca all'improvviso con gran rumore, come uno scoppio, quasi un terremoto. Quando la porta si apriva di colpo e vedevo questo Crocifisso irrompere, quasi giungesse dal centro della terra. Correre lungo la navata centrale, portato a braccia da alcuni uomini, che io non vedevo. Correva, sopra le teste dei fedeli, in piedi, come scivolasse sull'acqua. Per troneggiare, alla fine, al centro dell'altare E tutto ciò accompagnato dall'improvviso frastuono di tutte le campane, finalmente libere di annunciare la festa. Facevano tremare il paese intero.

Un' esplosione che prendeva tutto il nostro essere. Noi bambini, stupefatti, anche un po impauriti da tanta irruente vitalità. Dopo la messa grande, prima del pranzo, un ultimo incontro nella piazza.

Gli adulti si confrontavano nella pratica della "cioccetta".

Ciascuno con le sue uova fresche di giornata, selezionate tra le migliori della posa della mattina pronte per essere confrontate con quelle dello sfidante, battendole con maestria, le une con le altre, a scoprire chi avesse l'uovo dal guscio più duro. Cosa si vincesse, non lo so. Ma forse nulla. Magari per dimostrare chi avesse le galline più sane. Non so dirlo. La Piazza. Quella degli incontri veri, desiderati, sentiti come bisogno del cuore, come serpeggiante fratellanza, che tutto coltiva e tutto contiene.

La mia PASQUA BAMBINA.

Ciò che passa dal cuore, tutto resta. Serenità per tutti

                                                                      Francesca Petrucci

 

E mi piace riportare un poema inserito nella raccolta di poesie Je suis Janette del carissimo giornalista e amico Enzo Quarto:

Shalom - Pax - Salam

Offrimmo all’Altissimo il vitello di Abramo
calpestammo avvinti la terra di Canaan.

Perché non dovremmo essere fratelli?

Più delle parole e dei gesti
vale il seme dei nostri avi
il seme dell’Altissimo
fecondato con Abramo.

È lontana Ur dalla terra di Canaan
ma non è volere della nostra miseria.
il viaggio è necessario
verso le promesse dell’Altissimo
purificate da ogni corruzione.

Abramo ha lasciato le sue cose
ha lasciato casa
ha lasciato le sorgenti dell’Eufrate
ha lasciato l’avere per l’ignoto.

La promessa di Dio è ignota
ma è promessa dell’Altissimo
e la sua parola è il nostro ascolto
che diventa vita.

Per il nostro tempo
e per il tempo dopo di noi
siamo migranti
alla ricerca di una meta promessa.

Migranti ignari,
bisognosi, ma fiduciosi
migranti che bussano
alle porte dei fratelli
migranti che incontrano sguardi
increduli e dubbiosi,
migranti feriti
senza cibo né acqua,
cercatori e sognatori.
Migranti uccisi.

Da Carran alla terra di Canaan
l’anelito ripetuto di pace
risuona nelle ciotole vuote
e negli otri svuotate e flosce.
Da Carran alla terra di Canaan
s’annida la speranza in ogni passo
ed orma dopo orma
la carovana incontra fratelli
altri
e le donne s’apprestano al pane
e i secchi calati nei pozzi
traboccano d’acqua.
Da Carran alla terra di Canaan
il volere di Dio
è il cammino dell’attesa
per tutti
non ci sono certezze.

Il perimetro della casa è senza mattoni
il bisogno resta insoddisfatto
gli imprevisti sono in agguato
ma è il volere di Dio.

Abramo ha creduto all’Altissimo
nonostante le paure.
La paura di distaccarci dalle cose
la paura di avere meno di altri
la paura di non essere ascoltati
la paura dell’ignoto
la paura della morte.

Non c’è vita nella paura della morte
non c’è gioia senza la promessa dell’Altissimo
e nemmeno speranza senza il cammino
da Carran alla terra di Canaan

La serenità della morte
è il dolore per ciò che abbiamo lasciato
la gioia per ciò che possiamo trovare.
È il nostro cammino condiviso
la nostra pace
pregustare le promesse dell’Altissimo.

Finché ho un nemico
non avrò pace
non potrò godere la pace
vivere la pace
condividere la pace
educare alla pace,
la mia stirpe e la mia discendenza
non saranno in pace.

La pace è scritta nella parola
fratello
e nella valle di Giosafat
si ergerà forte la voce degli angeli:
Chi sono i tuoi fratelli?
Cosa hai fatto per loro?
E con loro?

Verrò tra le tue possenti braccia
Padre Misericordioso
a chiederti perdono dei miei peccati infami,
perché ho cercato giustizia
ma l’ho negata ai miei fratelli.
Poggerò il capo sulle tue ginocchia
e attenderò che
la tua materna mano
cancelli il mio passato.
Non mi avvicinerò a te con brama
ma con pazienza aspetterò
il tuo richiamo.
La stessa pazienza con cui hai atteso
il mio pentimento.

Non c’è giustizia
senza la tua infinita Misericordia.
Ma non c’è pace senza giustizia.


Dove è amore e sapienza,
ivi non è timore né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è né preoccupazione né dissipazione.
Dove è il timore del Signore a custodire la casa.
ivi il nemico non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è né superbia né durezza.
San Francesco d’Assisi


E solo allora tutt’intorno
sbocceranno tulipani di rubino,
margherite di smeraldo,
magnolie di brillanti,
su di un prato di zaffiri.
E lo zampillio dell’acqua sorgiva
cadenzerà il canto di usignoli.
E arpe angeliche risveglieranno
per sempre
ogni buon dormiente.

Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam



E, infine, per augurarvi una serena e Santa Pasqua ecco una mia poesia che parla dell’infinito amore di Cristo per tutti…

Maria di Màgdala

Donna di acqua e di grano maturo
specchio d’anima accesa/offesa
nel lago di Tiberiade sua dimora.
Donna di vento e di sole
e di lacrime di perla amara
a spegnere in seno i sette demoni
che il corpo nutrirono di paura
fino all’incontro agognato
con gli occhi di luce a
illuminare
di perdono la veste scura
come la notte del cuore.
Sciolse d’ambrosia
i suoi lunghi capelli
alla povertà di piedi nudi
che sapevano di rovi ardenti
sui pietrosi sentieri di preghiera.
L’accolsero braccia d’Amore
e il Figlio/Padre ebbe
un intreccio di stelle a indicarle la via
tanto amato e sofferto aveva
nei giorni del silenzio e del canto.
“Apostola degli apostoli”
la chiamarono perché al pianto
di Maria, cuore trafitto
da sette spade,
ebbe mani di tenerezza ad accogliere
il suo dolore infinito di Madre…

Angela De Leo

mercoledì 31 marzo 2021

Mercoledì 31 marzo 2021: ancora da SUD…ario di V. Mastropirro e G. Fioriello…

 E continua la mia Prefazione, che ci fa rivivere, nostalgicamente, la Settimana Santa di ieri e ci evidenzia, amaramente, quella dei nostri giorni:

Vincenzo Mastropirro ha fatto del suo dialetto un fascio di nervi e di sangue per mettere a nudo le piaghe del passato e quelle del nostro tempo, i suoi dolori e le sue passioni, i suoi ricordi e le sue emozioni, con un linguaggio ardito, ricco di metafore e, in alcuni casi, sentenzioso, ironico, duro e mai rassegnato. Notevoli le sue raccolte di poesie in dialetto (Tretippe e Martidde, 2009; Poèsìa sparse e sparpagghiote, 2013; Timbe-condra-Timbe, 2016) che hanno portato la sua e la nostra anima in giro per l’Italia, mietendo allori dappertutto, e portando con sé anche i suoi inseparabili strumenti a fiato, il flauto traverso in particolar modo, altra passione incoercibile della sua vita. Questa volta, però, ha preso a pretesto la Settimana Santa che, nei nostri paesi del Sud, si veste ancora di riti e di preghiere e chiede al cielo clemenza per i vivi e per i morti. La prima poesia è quasi una introduzione amara a tutta la raccolta perché canta tristemente di un mondo rovesciato, quello dei nostri giorni, che egli guarda dalla cima delle scale di una chiesa deserta, in cui resistono al tempo solo statue “de criste e madunne”, che si sono stancate anch’esse di attendere che qualcosa cambi in meglio. E si nascondono per la vana attesa “jnde a re nicchje aschiure”. Scuro è anche il cuore del poeta nel vedere il cuore della sua gente “sbiadire” sempre più. Pensieri disperati si agitano nella sua mente. Ed ecco il miracolo improvviso e inatteso: le statue, anch’esse addolorate per tanta indifferenza e desertificazione dei sentimenti di umana pietà, escono dai loro nascondigli e dalla stessa chiesa per sedersi accanto a lui sul sagrato e insegnargli a pregare. Tenerissima conclusione: un atto di Carità da parte di Gesù e sua Madre perché rinasca nel poeta la Fede, e la Speranza. È da questo nuovo monte degli Ulivi che parte, dunque, la Via Crucis di Vincenzo. E la prima stazione è “la pregissiàune”: un rito antico, mai spento, nonostante il buio del nostro tempo. Il ritmo lento del suo passare per le strade del paese è reso vivo e vero dalla cera che si scioglie, mentre anche la banda suona nenie funebri che commuovono fino al pianto. La gente, consapevole di essere ben misera cosa al suo cospetto, alza il volto verso il volto martoriato di Cristo e s’accorge del Suo amore mai capito nella sua immensità: “pezzecatìdde de meddica sfritte/ pe’ cunzò laghene scuotte” (pezzettini di mollica sfritta per condire la pasta scotta). E la sua Sua infinita solitudine, mentre segue, con tutti gli altri, la scia delle candele liquefatte lungo le strade da percorrere, e segna “il tempo del lamento del flicornino”. Ci pervade una tristezza senza fine per il vano sacrificio di Dio, che si è fatto carne per essere riconosciuto dagli uomini. E, in questa vana attesa, ha “sprecato” anche il suo amore per l’umanità. Il prenderne coscienza da parte nostra, è il secondo miracolo, a cui questa Via Crucis di permette di assistere. A questo proposito, mi vengono in mente alcuni meravigliosi versi di Giorgio Bàrberi Squarotti: “Forse questo è riuscito a fare ieri/ il vecchio curatore delle cose/ del mondo antico, sempre più sbrecciato/ e maculato: ha anche rivestito/ il corpo tanto candido e ferito/ l’ha posato con cura nel suo vero/ eterno, gli ha perfino per lui scelto/ la margherita rosa e bianca come/ augurio che rivolse a sé, piangendo,/ nello spreco infinito dell’amore”. (G. B. Squarotti, Le voci e la vita, SECOP edizioni, 2016).

“E il ‘vero eterno’ è l’infinito amore, l’infinito dolore di un Dio fallibile nella sua infinita umanità, ma infinitamente divino nella sua indiscussa metafisica spiritualità (…) profondità abissale dell’amarezza di Dio di fronte alla inaspettata e forse inarginabile proliferazione del Male nel mondo”. Così scrivevo allora nella prefazione alla raccolta poetica del grande e compianto critico letterario e poeta torinese. E potrei, senza ombra di dubbio, sottoscrivere le stesse parole per i versi di Vincenzo Mastropirro, che ci sta trasportando in un’atmosfera mistica e misteriosa, attraverso la visione di un Cristo umano e divino insieme, verso la riscoperta della Fede e della Redenzione. Anche nella terza poesia assistiamo ad un miracolo: quello dello storpio che, al comando di Dio di alzarsi e camminare, lo fece “col coraggio addosso” e a lungo camminò. Strabilianti versi che ripercorrono il dolore antico “sulle strade impolverate del Sud”, dove “le case si accendono addosso”. Verso superbo, quest’ultimo, di fiamma viva a ridare colore e calore alla nostra mediterraneità, che sa del profumo in cui ogni “suono affonda” (“e il naufragar m’è dolce in questo mare”: ci pare di sentire Leopardi e l’infinito che la sua anima si prefigura e contiene).

E le anafore e le allitterazioni creano un ritmo incalzante e martellante quasi a inchiodarsi al ricordo della Potenza e dell’Amore di Cristo. Al suo miracolo. Non così è la stazione del “dolore”. Qui non c’è miracolo che tenga. La perdita di un figlio è il dolore più straziante e inarrestabile nella sua infinita durata nel tempo: “u core sckatte addavère” (il cuore scoppia veramente). E i poveri genitori, morti con il figlio, si riconoscono per lo sguardo spento nel “niente” che è meno di un vuoto. Solo le lacrime, il sangue e le bestemmie sono vivi per sempre. È lo stesso dolore di Dio e della Vergine Addolorata per quel figlio ingannato, tradito, martoriato, ucciso? Non tutti si direbbero d’accordo. Ma il mistero della morte supera ogni umana comprensione e il dolore si rifugia nella preghiera o nella imprecazione. Per restituirsi/restituirci alla vita. Il dolore si fa spine, si fa solitudine, si fa sangue che scorre. E non c’è partecipazione, non c’è comprensione, non c’è pietà nel cuore impietrito degli uomini del nostro tempo: pollastri privi di sentimenti. Pensieri vuoti, dove non alberga alcun senso profondo della vita, dove non si scorge lo scorcio azzurro di un cielo rabberciato di pietà e di fratellanza. Solo la corona di spine, conficcata su quel capo sanguinante e umiliato, conosce il dolore umano di quell’Uomo divino, ad espiare da solo i mali dell’intera umanità. Così i giorni della Passione scorrono lenti, Cristi e Madonne si alzano, scuotendosi di dosso la polvere del tempo e mischiandosi alla folla, che ama ricordare più per tradizione che per fede e si rivolge soprattutto a “Criste-skjevettòte/ Criste-murte, proprje Idde u cchjù sofferiénde/ u cchjù sìule e u cchjù astemòte da tutte (Criste-schiodato/ Cristo-morto, proprio Lui, il più sofferente/ il più solo e il più bestemmiato da tutti)”. Lo accompagnano “le crestudde”, cioè i bambini vestiti come Lui. Ma per loro è una festa in contrasto con la sofferenza e la morte, da cui per fortuna non vengono toccati. Anche per Vincenzo era giorno di festa nei giorni della sua infanzia innocente e leggera. Ma, soprattutto, verso il Calvario lo accompagna la Madre, emblema di tutte le madri con lo strazio nella carne e un accenno di speranza negli occhi. Per un mondo migliore da restituire a tutti i piccoli che vengono al mondo e hanno diritto a vivere una vita serena. Di Pace. Questa è, invece, per tanti di noi, la Via Crucis di tutti i giorni: andare “avanti e dietro”, come fanno re statuìre (coloro che fanno a gara per portare le statue in processione) per le nostre strade, forse per cercare un impegno di lavoro o qualcos’altro da fare; salire e scendere le scale altrui (Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale: la profezia rivolta a Dante dal suo trisavolo Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso) per evitare di ridursi a poveri mendicanti, ignorati quasi sempre dai frettolosi passanti. Sono versi, questi, di Vincenzo Mastropirro, davvero di una drammaticità straziante, se pensiamo ai nostri emigranti di ieri (partene e bastimènte pe tèrre assài luntàne…) e alla triste realtà degli immigrati di oggi, in arrivo da altre terre martoriate su barconi di fortuna per andare spesso incontro non a una nuova vita, ma perlopiù alla morte in mare. Nel “nostro” mare Mediterraneo. E l’indifferenza domina sovrana. La diffidenza anche. E l’egoismo, padre di tutti i mali. Ma il padrone assoluto è il dio denaro, che si affianca continuamente al dio potere e quest’ultimo al dio-sopruso-odio-violenza. Violenza di un popolo contro l’altro, di un popolo sull’altro. Una sorta di trinità del Male, che domina il nostro tempo, come ogni altro tempo. Ma oggi ci sono “casse di risonanza” a livello mondiale, sconosciute fino a soli cinquant’anni fa.

E i chiodi lunghi e arruginiti della Croce di Cristo somigliano a quei bambini emarginati solo per il colore della pelle o per la povertà tra le mani e negli occhi, che spesso volutamente ignoriamo. Le ultime poesie sono “stazioni” dolorose di “visioni” terribili su quanto male possa fare il rifiuto, la separazione, il divieto. Lo stesso mare diventa l’inconsapevole nemico della salvezza, in un destino di onde a sommergere e negare il futuro a tanti bimbi che non hanno colpa né di essere venuti al modo né della crudeltà degli uomini o della stessa natura. Perché anche la natura sa essere crudele.

Versi drammatici, sia in dialetto che in italiano, che ci riportano alla mente immagini di corpicini lasciati alla pietà della sabbia e al pianto “cementato” delle madri senza più lacrime. Versi che avvolgono, stringono al petto, versano lacrime. A che servono le genuflessioni di chi va in chiesa a battersi il petto senza pregare?

È il grido di Vincenzo di fronte a tanto strazio, a tanta inveterata ingiustizia che sembra ormai normalità. Il poeta non può tacere l’orrore di tutti i Calvari del mondo. Lo urla con il linguaggio dei suoi padri. Quello che non tradisce mai. E Vincenzo Mastropirro, per salvarsi e per salvarci, lo ripropone come Canto antico di rinnovata Speranza. Il ricordo dolcissimo dell’antica Via Crucis si ripropone così, in questi versi di tenera pietà ma anche di lacrime e sangue per aiutarci a rivivere quel mistero di morte e di resurrezione vecchio di millenni, e riscoperto ogni anno nella commozione del cuore, come esigenza di rinnovato perdono (…) Ma il poeta non sollecita lacrime, commozione, preghiere, incanto, come da tradizione, per la festosa Pasqua. Si ferma al Calvario perché, per il momento almeno, non vede spiragli di salvezza. E gli uomini-belve continuano ancora oggi a mangiare l’agnello “sulla carne di Cristo”… E non possiamo dargli torto se l’amarezza si fa denuncia e accusa. Ma un miracolo Cristo continua a farlo: si immola ancora perché la Via Crucis sia uno spiraglio di luce per quanti credono nella Resurrezione, almeno come anelito dell’anima alla vera Vita. E noi, compreso l’Autore, siamo fra quelli.

                                                 Angela De Leo

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje

tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne

ca s’onne stangote de danne adìénzie

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine

ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione

s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa

guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne

che si sono stancati di darci retta

e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina

ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano

si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

 Alzati, cammina e stai zitto!

 Questo disse Cristo allo storpio

che si alzò senza piangere e senza paura

che s’alzò col coraggio addosso per camminare

che camminò il più a lungo possibile

sulle strade impolverate del Sud

dove il mondo cambia colore

dove le case si accendono addosso

dove il suono affonda nel profumo.

 U delàure

Se more de crépacòre

ce u delàure te sckatte ‘mbitte.

Ce u delàure se chiome figghje

figghjemèje figliomio

u core sckatte addavère.

Acchessèje onne murte

attone e mamme ca tìénene ùocchjere

‘nzeppote de larme, sanghe e astàime.

Se recanùoscene da cume te tremìéndene.

Tremìéndene ‘ndìérre e àvetene re nudde

tremìéndene u vegnàune e aspìéttene pacendìuse

aspìéttene ca crìésce linde-linde pe’ po’devendò àrue

sènza sapaje ca suotte stuonne radèisce seccote

sènza sapaje ca chire vegnìune nascene murte pe’ sìémbe.

 Il dolore

Si muore di crepacuore

se il dolore ti scoppia nel petto.

Se il dolore si chiama figlio

figghjemèje figliomio

il cuore scoppia davvero.

Cosi sono morti

padri e madri che hanno occhi

inzuppati di lacrime, sangue e bestemmie.

Si riconoscono da come ti guardano.

Guardano a terra e abitano il niente

guardano il virgulto e aspettano pazienti

aspettano che cresca lentamente per poi diventare albero

senza sapere che sotto ci sono radici secche

senza sapere che quei virgulti nascono morti per sempre.

 

. Re spèine

… ‘nge vole coragge a tremìénde re spèine.

La corone de spèine ca stè ‘ngope a Criste

u coragge u tène. Cure ca nan tenèime niue.

Sèime quatte pullastre sènza facce

abbandenòte a re chiacchjere vacande.

Pullastre sènza lìéngue e sènza penzìre

ca ‘ngandene sotte u sanghe ca scuorre

inde u sguarde de ce patisce delìure.

Assalìute chèra corone u sope

ca affùonne saupe a nu ùomene assiule.

Selariule, nasce ‘mmìézze a preghire e velène

alla-niute, alla-scalzòte, cu le chjuve arrezzenèite

e u fiòte spezzòte da re resote de la gìénde.

 Le spine

… ci vuole coraggio a guardare le spine.

La corona di spine che è in testa a Cristo

il coraggio ce l’ha. Quello che non abbiamo noi.

Siamo quattro pollastri senza faccia

abbandonati alle chiacchiere vuote.

Pollastri senza lingua e senza pensieri

che s’incantano sotto il sangue che scorre

nello sguardo di chi patisce dolori.

Solo quella corona lo sa

che affonda su un uomo solo.

Solitario, nasce tra preghiere e fiele

nudo, scalzo, con i chiodi arrugginiti

e l’alito spezzato dalle risate della gente.

Ma è solo qualche esempio del valore incommensurabile di un libro che ci prende il cuore e ci strazia l’anima, la quale avverte dentro tutto di sé tutto il subbuglio del bisogno di ritornare a credere nella possibilità, mai del tutto ignorata, dispersa, cancellata, della nostra resurrezione con la Resurrezione di Cristo, immolatosi sulla Croce per la nostra salvezza. Peccato che io non sia riuscita ad inserire le suggestive e preziose opere di grafica che avvolgono con immagini commoventi questi versi che sono chiodi, spade e coltelli a trafiggerci... Buona Pasqua di Resurrezione e di Pace a tutti.