LA POETOLOGA
Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
sabato 28 febbraio 2026
Sabato 28 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (terza e ultima parte)...
fra sostenere una mano e incatenare un'anima, (…)
e uno impara a costruire tutti i suoi cammini nell'oggi,
perché il terreno di domani è troppo insicuro per
far piani…
(“Col tempo imparerai” una poesia
attribuita a Jorge Luis Borges)
E vorrei oggi concludere, accennando brevemente ai rimanenti capitoli, da me non ancora “visitati”, del coraggioso Saggio sulla vita e la morte di Valeria Rossini. E riprendo dal VI capitolo che s’intitola “Il dolore dell’assenza” e parla soprattutto di un dolore che perdura nel tempo, anche quando fingiamo con noi stessi e con gli altri di averlo superato. In realtà, il vuoto che avvertiamo dentro ci sembra “un inganno” perché “pervade tutta la nostra esistenza”. Uno strumento pedagogico potrebbe essere quello di “allenare al dolore” per “temperare lo spirito attraverso l’azione sul corpo”. Questo è il suggerimento dell’Autrice. Ma come ci si allena al dolore attraverso il corpo? Ci viene in aiuto il termine “agonia”, che presuppone una lotta, una sfida, in cui si trovano coinvolti il corpo, la mente e l’anima in una <singolar tenzone>, che comporta alla fine anche la resistenza muscolare, come capacità di guardare in faccia il dolore e la morte senza più la tentazione di chiudere gli occhi. Del resto, esistono reazioni di chi riceve dal medico la condanna della sua morte in tempi brevi. Ebbene, il moribondo passa dal “rifiuto” alla “Rabbia”, ossia alla ribellione, dalla “negoziazione” con Dio alla “depressione” fino alla “accettazione”. (p. 127). È quanto si spera avvenga nel VII capitolo, intitolato “Il coraggio del lutto”, in cui occorre, valutare anche le reazioni di chi assiste il moribondo e rimane dopo la sua dipartita. Si tratta di avere la forza di affrontare la situazione per superare non solo il dolore, ma anche il pianto della perdita. Si fa necessario, allora, percorrere e attraversare tutte le “fasi di lavoro” che occorrono per “elaborare il lutto”. Si passa così dalla prima fase della “Idealizzazione” a quella dello “Stordimento”. Subentra, poi, lo “Struggimento” con la successiva “Disorganizzazione” per giungere alla “Disperazione”. Sono Fasi che sottendono, purtroppo, ad un depauperamento delle forze vitali (fisiche e mentali) di chi ha subito la perdita di una persona cara e non riesce ad elaborare il lutto in tempi non eccessivamente lunghi, perché in questo caso possono causare malinconia e rimpianto, sentimenti perlopiù negativi che ristagnano nell’anima, fiaccando il corpo. Soprattutto quando si tratta della morte dei bambini o di come affrontare questo tema doloroso con i bambini. Argomento che Valeria Rossini ha trattato con molta delicatezza e attenzione nel Capitolo VIII, intitolato “I bambini e il morire”, di cui abbiamo parlato insieme, in precedenza, con dovizia di particolari pedagogici, psicologici, sociologici ed etici.
Nel IX capitolo, intanto, intitolato “Il rischio di vivere”, ricompare la morte rimossa in precedenza. Ma “Per vivere bene il momento della morte bisogna aver vissuto una buona vita”, scrive la Rossini, attardandosi a ipotizzare i tanti modi con cui e possibile accettarla. Io, per esempio, scrivo e spesso scrivo, in prosa e in versi, di mio marito, Primo Leone, perso circa diciotto anni fa, oppure di tutti gli altri miei cari che non ci sono più. Scriverne mi permette, in qualche modo, di riconciliarmi con la morte. Ma sono in ottima compagnia. Scrivere è sempre catartico, infatti, e molti scrittori e poeti sono riusciti così a superare o quantomeno a contenere il dolore per la perdita della persona amata o dei propri cari. È uno dei modi comuni a chi ama scrivere. Gli esempi sono tanti: Eugenio Borgna o Eva Cantarella, o il più famoso Roland Barthes che, con i suoi versi immortali, scritti per sua moglie, l’ha immortalata nel tempo. Scrivere, dunque, è uno dei tanti modi di tenere vivo nel ricordo di tutti chi non c’è più. Perché ogni legame d’amore continua negli anni come difesa dal dolore più che come accettazione di quest’ultimo. Non a caso, essendo Valeria Rossini pedagogista e docente associata di Pedagogia presso l’Università di Bari, conclude il suo Saggio con il X capitolo che riguarda pedagogicamente “L’educare a morire”. E fa una prima fondamentale distinzione tra “educare alla morte” e “educare a morire”. La prima comporta l’accettazione, e a volte la ribellione, all’ineluttabile; la seconda ci esorta alla “consapevolezza” di affrontare l’“aspetto cruciale delle dinamiche esistenziali che si esplicano in forma educativa allorquando questa consapevolezza è promossa e sostenuta a partire dalle prime fasi della vita”, come giustamente scrive Valeria Rossini (p. 196). E, sostenuta dal pensiero di altri grandi pedagogisti, sostiene che è bene farlo attraverso la “prevenzione primaria”, che presuppone un primo intervento pedagogico, per giungere alla “riabilitazione” che è sempre fonte di “riflessione”. Sono tutte “piste” che consentono di “trasformare la paura della morte in un sentimento di accettazione”, che sottintende “l’arte di vivere” più che del morire. Ed io mi fermo qui, con questa confortante prospettiva, che ci insegna a vivere intensamente il presente perché “del diman non v’è certezza” (Lorenzo de’ Medici, XV secolo). Riflette il “Carpe diem” oraziano, un salutare invito, in entrambi i casi, a “cogliere l’attimo presente”, intensamente e con “consapevolezza”. Tutto il resto è stato detto e analizzato nei capitoli precedenti e nella Conclusione da me già trattata. Auguriamoci allora un “bel vivere!”, carissimi amici lettori, e alla prossima con argomenti un po’ più sorridenti, si spera! Buona fine di febbraio. Marzo è già una promessa di primavera… Angela/lina
domenica 22 febbraio 2026
Domenica 22 febbraio 2026: L'ETERNO INDECISO racconto semiserio di ANNA MARIA DE LEO...
… Di presentarti ai genitori
O
resterai semplicemente
Dove un attimo vale un altro
Senza
chiederti come mai
Continuerai
a farti scegliere
O
finalmente sceglierai?
(Fabrizio De Andrè).
Anna Maria, la mia amatissima sorella, purtroppo, non è più fisicamente tra noi, anche se VIVE nei nostri cuori e in quanti, tantissimi, l’hanno conosciuta e amata. Anche Teresa, la moglie speciale e di straordinario coraggio e umanità ha raggiunto da poco il suo Carmelo (nome inventato), per fare festa in Cielo con Annuccia e gli altri figli che l’hanno preceduta, lasciando sulla terra l’ultimo figlio con la generosa e coraggiosissima moglie e l’unica carissimo nipote. Da questo preambolo si evince che si tratta di una storia realmente vissuta anche se un tantino romanzata come per tutte le storie vere. Per sorridere insieme: <Carmelo era un figlioccio di mio nonno, dal quale veniva considerato e amato come un vero figlio! Affrontavano insieme le ore di lavoro in campagna, ma anche le attività extra, soprattutto quelle più faticose. Carmelo era sempre pronto a dare una mano. I due erano legati da profondo affetto e gratitudine. Carmelo era ormai un uomo e i suoi punti di riferimento erano proprio i miei nonni, che lo aiutavano in particolare a prendere delle decisioni che per lui, timido ed insicuro com’era, diventavano difficoltà insormontabili, vere montagne invalicabili! Una sera di primavera, Carmelo bussò alla porta del nonno, con dei tocchi appena percepibili. Il nonno conosceva le motivazioni di quei deboli richiami che, quando erano troppo delicati, voleva dire che il suo figlioccio aveva dei problemi. - Entra, Carmelo, qualcosa non va? - . - No, compare Mincuccio, sono passato, perché avrei bisogno di un consiglio. - Entra, entra... Fammi sentire… - . - Sette anni fa, la vicina di casa mi disse… - . - Beh, non la prendere troppo alla larga. Arriva al nocciolo del discorso. Di che si tratta? - . - Va bene! Voglio dire che ero stato invitato a fidanzarmi 7 anni fa ed ora mi pento di non aver ascoltato il consiglio della vicina! - . - Santo figlio, vuoi dirmi che ti senti solo e che vorresti fidanzarti o magari sposarti? - . - Sì. Da qualche tempo mi pesa tornare a casa e trovarla vuota. Mi pesa, dopo una giornata di lavoro, mettermi a cucinare. Poi mi hanno parlato di brave ragazze che vorrebbero sistemarsi e... allora … - . - E allora, coraggio, fidanzati e poi sposati! - . - Si, ma sto pensando che non saprei come presentarmi e cosa dire a quella persona che vogliono farmi conoscere… - . - Non è questo un problema! Parla con il cuore in mano e la cosa è fatta! - . - Ma io ho paura di un rifiuto. Per questo un altro pensiero mi dice di lasciare le cose come stanno e di non sposarmi!!! - . - E non ti sposare! Però, poi, con gli anni, ti peserà farti il bucato da solo, cucinare e quant’altro, dopo una intera giornata di lavoro! - . - Io a questo sto pensando. Allora devo sposarmi per avere una compagna e per avere dei figli. - . - GIUSTO! Allora sposati e non pensarci più! - . - È facile dirmi di non pensarci, ma mi devo mettere sulle spalle delle responsabilità, devo riflettere bene sui pro e i contro. Con il carattere che mi ritrovo, tanti pensieri mi faranno andare fuori di testa, per cui, meglio solo! - . - Allora è proprio il caso di riflettere bene… Non ti sposare! Ma, una decisione, prima o poi, la devi prendere! Sposati, figlio caro! - . - Più facile a dirsi che a farsi… Non so veramente cosa fare! - . - La famiglia, caro Carmelo, è una cosa bella... Tu sei un fervente cattolico e praticante dei sacramenti... Dio creò l’uomo e la donna per vivere insieme, per avere dei figli. Li unì con il sacramento del matrimonio, per stare insieme ed aiutarsi finché morte non li avrebbe separati. Sposati, Carmelo, adesso è il momento giusto! - . - Sì, ma... servono i soldi. Devo comprare i mobili e tutto quello che occorre! E un vestito per la festa, con delle scarpe adatte non devo acquistarli? No, no noooooo non mi sposo! - . - E va bene, non ti sposare, ma una mano non posso dartela io? Poi, per i mobili non è un problema insormontabile. Basta cercare un bravo ed onesto artigiano e mettersi d’accordo… Sposati, non indugiare! -
Mia nonna, dall’altra
stanza, aveva seguito il filo del discorso. Sentì i rintocchi del pendolo e,
vedendo che si avvicinava la mezzanotte, si affacciò nella stanza per dare una
mano al marito e inserirsi nella conversazione.
- Comare Angelina, che dite, devo sposarmi? -, Carmelo le domandò a bruciapelo, prima che lei parlasse. - Sposati, figlio mio, ma che vuoi diventare vecchio? - . - Va bene, se è per questo, ci son quelli che si sposano dopo i 50 anni. Quindi ho tempo per riflettere. Ehhhh! Mica è il caso di precipitarmi! - E il nonno, un po’ spazientito: - Non ti sposare, allora. Non ti sposare e basta! Stai, però, attento: il vino troppo vecchio, a volte, diventa aceto! - . - Sì, lo so, è per questo che voglio sposarmi! Voglio sposarmi adesso con la vostra benedizione! - . - Allora, sposati! Santo figlio, SPOSATI O METTICI UNA PIETRA SOPRA! - . - Il guaio è che io, quando penso al futuro, vedo tutto nero! Meglio da solo. Posso affrontare meglio qualsiasi difficoltà! - . - Statti da solo! Però ora vai a casa... Vediamo se la notte ti porta consiglio! -
Carmelo si decise quando scoprì che accanto ai capelli castano scuri erano cresciuti dei capelli bianchi e cominciavano a vedersi le prime rughe sul viso. Il dubbio amletico si sciolse anche perché seppe che la promessa sposa si era stancata di aspettare l’ambasciata di matrimonio e stava decidendo di farsi suora!- Quel benedetto figlio Carmelo… Mi sposo, non mi sposo… ma cosa gli passava per la mente? Chi doveva decidere io o lui? Cose da pazzi... un indeciso come lui fa venire l’esaurimento anche a chi gli vuole dare una mano… - concluse il nonno.
Carmelo si sposò ed ebbe quattro figli. Dedicò molto del suo tempo e della sua vita al Signore.
Morì che era ancora giovane. Peccato! Ora è circondato dagli angeli e sua moglie, donna decisa e volitiva, vive ancora e non sa quando e come il suo indeciso Carmelo la vorrà vicina a sé. Certamente i figli vorranno che ora il padre non decida mai, perché le vogliono un gran bene!
“ESSERE… NON ESSERE”…
Questo è il problema degli ETERNI INDECISI, come Carmelo!
giovedì 19 febbraio 2026
Giovedì 19 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (seconda parte)...
… perché il sole
possa incontrarci ancora
lungo l’arco dei suoi tramonti…
(Primo Leone)
Riprendo a parlare del Saggio di Valeria
Rossini per qualche riflessione in più sui vari capitoli non presi in esame. E
comincio dal II capitolo (intitolato “Il destino della morte”) perché spesso di
fronte alla morte si rimane senza parole, eppure è proprio attraverso queste
che riusciamo a superare la paura o il terrore e a farcene, bene o male, una
ragione. Ma occorre ricordare che ampi
studi sull’ultima fase della vita risalgono agli anni Cinquanta del secolo
scorso. “la tanatologia rappresenta un approccio interdisciplinare che mira
appunto a comprendere scientificamente la morte, con i suoi riti e i suoi
significati”. La morte, del resto, “ci terrorizza” e “ci seduce”.
Paradossalmente, essa “non è innata, ma provocata, tra pensieri e azioni che
toccano e spesso oltrepassano le soglie del ridicolo e del tragico:
bisognerebbe, invece, educare alla morte…” (pp. 35-36-37). È quanto
riscontriamo in Socrate e, ancora di più, in Seneca quando invita Lucilio ad
affrontare la morte imparando a valorizzare il tempo presente (vedi Epistulae morales ad Lucilium).
Sappiamo, intanto, che l’idea costante
della morte non ha radici romane, ma greche: “Gli Antichi Greci affrontavano la
morte senza turbamento, anzi prendendola sul serio perché avevano
interiorizzato l’idea della mortalità dell’uomo (p. 38).
Al pensiero greco-latino, però, subentrò
quello giudaico-cristiano, in cui la sofferenza veniva accettata come “caparra
per l’eternità” (p. 40). Nel Medioevo, invece, “nell’immaginario collettivo
popolare, la morte era annunciata dai segnali che la natura o il caso inviava,
da assumere quindi come veri e propri presagi di morte”: il gatto nero che
attraversava la strada, lo specchio che si rompeva, i denti spezzati, i sogni
premonitori, e così via (p. 43). Bisognava, inoltre, assistere il malato in
casa e non in ospedale. In seguito, è subentrata la pratica del funerale, e più
tardi quella dell’elogio funebre, che si è protratta fino ai nostri giorni (p.
49).
Il III capitolo, intitolato “La scomparsa
della morte”, affronta, infatti, un aspetto di grande attualità. Valeria
Rossini scrive: “Nella nostra società dell’iperattività e dell’efficientismo,
la morte costituisce un problema che, in quanto irrisolvibile, deve essere
rimosso (…). Il cimitero rappresenta un vero e proprio ghetto che isola i morti
dallo spazio fisico e mentale riservato ai vivi” (pp. 51-52). La scomparsa
della morte è subentrata via via alla “medicalizzazione della vita”, alla
ricerca quasi ossessiva del “benessere psico-fisico”, della possibilità di
combattere l’invecchiamento, che è l’anticamera della fine. Occorre, invece,
per quanto possibile, evitare l’accanimento terapeutico, spesso fonte di
ulteriori sofferenze per il malato terminale. Ma sempre più spesso, purtroppo,
“l’uomo contemporaneo muore in solitudine” e la sua morte viene “relegata nel
recinto dei tabù”. Occorre superarli e questo sforzo viene favorito attualmente
dai social che danno quotidianamente l’annuncio di qualche dipartita e anche le
condoglianze passano attraverso gli stessi canali. Si evitano così visite e
cordogli (pp. 53-59).
Di conseguenza, il IV capitolo ci dice
come “Affrontare la morte” (ed è questo il titolo). Ritengo che sia un capitolo
molto interessante perché, nel prepararsi ad affrontare la morte, dobbiamo
tener conto delle tante contraddizioni che la riguardano. Più, infatti, siamo
attaccati alla vita e più dobbiamo preoccuparci di prepararci alla morte nel
miglior modo possibile, con senso di responsabilità e pacatezza, come ci
suggeriscono Freud, la figlia Anna, e soprattutto Annah Arendt, senza più
ricorrere alla “pietosa menzogna”, come accadeva un tempo, né avvertire la
morte come una “ingiustizia”, soprattutto di fronte alla morte dei bambini, dei
ragazzi e dei giovani (pp. 73 e seguenti). A questo proposito, ho un ricordo
bellissimo della mia infanzia e adolescenza nella casa dei nonni materni, i
quali erano soliti dire che i disegni di Dio sono all’uomo imperscrutabili
perché noi guardiamo la parte inferiore del suo ricamo, fatto di nodi e fili
ingarbugliati a confondere la nostra mente e il nostro cuore, mentre Dio guarda
il suo ricamo dalla parte giusta, perché rivolta al Cielo e quel suo progetto è
chiaro, luminoso, distinto per ogni creatura a cui ha dato vita. Dipende da
cosa è chiamata a realizzare per sé e soprattutto per gli altri durante la sua
esperienza terrena.
L’esergo del V capitolo (intitolato “Allontanamento
e perdita”), dovuto a M. Scheler è molto intenso e significativo. Ci spinge a
riflettere molto sulla perdita soprattutto delle persone amate. Ma occorre
partire dal processo di formazione, che crea relazioni e legami,
indipendentemente dalla durata. Anche qui fondamentali sono, pedagogicamente,
le “esperienze” e gli “apprendimenti”, ma anche “i modi tramite i quali queste
stesse relazioni si interrompono e terminano. Ognuno di noi, nel corso dell’esistenza,
ha sperimentato quanto sia difficile separarsi anche solo da una casa, un’abitudine,
perfino un’idea. Non è mai facile lasciare
andare qualcosa in cui abbiamo creduto, per cui abbiamo lottato o
semplicemente ha accompagnato solo un tratto della nostra strada”. Verissimo. Proust
ce lo ha insegnato: basta un sapore, un odore, un oggetto, una fotografia e
subentrano i ricordi, la nostalgia, il rimpianto. Niente scivola invano tra le
dita delle nostre mani. Meno che mai una persona cara (p. 90). E ancora una
volta i ricordi personali prendono il sopravvento e si fanno testimonianza:
<… Il restauro richiedeva la
ricostruzione della vecchia struttura con innovazioni per migliorarla e
renderla più confortevole per la nuova famiglia.
Quella mattina ero riuscita a ricavarmi un paio di ore di libertà
e avevo deciso di trascorrerle con mamma, in eterna attesa di una mia visita
sempre più sporadica e breve. Mio eterno rimorso, mio inconsolato rimpianto.
Girai l’angolo e… ancora una volta i residui stracci d’infanzia adolescenza
giovinezza mi piovvero addosso con quel mucchio di pietre che fino al giorno
prima era stato il giardino da cui spuntavano i verdi rami degli alberi da
frutta. Schianto annunciato.
Schianto improvviso. Schianto. Per un attimo vidi mio
nonno, seduto all’angolo dove di solito posizionava la tua sedia tra la
saracinesca, il cortile e il muro del giardino. Lo vidi mentre mi aspettava con
la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza miracolosamente ancora
intatte per raccontarmi ancora la fiaba di noi due inseparabili sempre, e ormai
lontani da quella casa del gelso e delle rose: lui nel suo “altrove”; io nella
mia casa dei lunghi balconi e lunghi corridoi. Ma io avevo occhi di lacrime che
mi impedivano di vedere le sue labbra mormorare nuove parole di antichi
richiami e negli orecchi il rumore assordante del muro crollato e degli alberi
abbattuti e dei nidi dispersi e degli antichi pulcini sparpagliati e delle voci
degli ultimi nipoti…>
Anche Recalcati, in più libri, ci parla di
questa enorme difficoltà psico-fisica a lasciare andare ciò che si ama e si
perde. Ancora di più le persone care, naturalmente. Non è facile neppure
accettare quanto ci insegna la Chiesa cattolica al riguardo. L’uccisione del
Padre non è vista come principio di affermazione personale, di affrancamento,
ma come colpa contro Dio. Il peccato più grave. Enzo Biagi nel 1975 scrisse il
Libro Disonora il padre, che tratta,
anche, della necessità di una disubbidienza all’autorità paterna per affermare
la propria identità di persona libera da ogni condizionamento, sia pure
affettivo.
Altro Libro di formazione in tal senso è
Se incontri il BUDDA per la strada UCCIDILO dello scrittore e psicoterapeuta statunitense
Sheldon B. Kopp (1972), il quale afferma che è necessario superare i propri
maestri per affermare la propria personalità e libertà di pensiero, la propria
interiorità e compiutezza.
È quanto avviene dalla metà del
Cinquecento in poi: “Indipendentemente da come affrontiamo il passaggio, il
percorso di allontanamento, continua comunque a coincidere in qualche angolo
della nostra mente, con un processo di alleggerimento e di liberazione dal male”.
Per cui “quando l’uomo perde il suo corpo non perde sé stesso perché il suo
corpo è determinato, imprescindibilmente, dallo spirito”. Dell’uomo, dunque,
oltre il corpo, rimane l’essenza, “ciò che è” e diventa “corpo celeste”. Ma il
processo di separazione comincia con la nascita e con il lasciare il corpo
materno; poi, via via, subentrano, di volta in volta, tutte le altre
separazioni.
“Da un punto di vista pedagogico,
accompagnare la separazione da una persona cara significa allora lavorare su
due dimensioni che la caratterizzano: l’abbandono e il dolore” (pp. 90-94- 101)
E ci sono dolori che non ci abbandonano
mai. Ci sono capitoli ancora da sviscerare per comprendere appieno il mistero
del nostro nascere e morire e quello che pedagogicamente e importante
accogliere per “allenare al dolore (…) e per temprare lo spirito…”, come
vedremo… grazie per l’attenzione e l’affetto. A presto. Angela/lina
sabato 14 febbraio 2026
Sabato 14 febbraio 2026: SAN VALENTINO e i vari VOLTI DELL'AMORE di ANGELA DE LEO...
(ai miei figli e nipoti,
e a tutta la mia famiglia
con ogni cuore possibile…)
E l’Amore
vecchio quanto il mondo,
inondò la Terra di silenzi.
Lei li raccolse
per farne collane
da appendere al cuore.
Contro ogni fuga di stelle
con mani di tenerezza
perché sempre e ancora
vincessero sogno e realtà
(e tutto si fece vela
di luna e di sole, di terra
e di cielo, di mari
d’azzurro i n f i n i t o…)
LASCIAMI ALMENO IL TUO NOME
Sto perdendo il tuo volto
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo lo sguardo
Di quando ti ho conosciuto
Il sorriso la voce le battute
I sogni le risate le rose
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo il golfo i monti
Il mare la sabbia il bikini rosa
Di quando ti ho conosciuto
Le bandiere di vittoria i baci
Il castello fatato il verde prato
La siepe la panchina di legno
Di quando ti ho conosciuto
Il corso la passeggiata a mare
Il chiosco dei gelati il cinema
Le arene le mani intrecciate
I baci gli abbracci dati e ricevuti
il cuore
Di quando ti ho conosciuto
Gli specchi attraversati le foto
I respiri e sapere ancora di noi
Di quando ci siamo conosciuti
I pullman e i treni le stazioni
Dei nostri addii e gli arrivederci
Mai più vissuti mai più ritrovati
(lasciami ora almeno il nome
per… ritrovarci ancora)
I PASSI INATTESI
(ai figli venuti da Roma)
Rose e tulipani e orchidee
dietro vetrate aperte da complici mani
in frammenti di sole che ignoro
e passi inattesi
e un palpitare furioso del cuore
impreparato alle voci improvvise
tra capelli vinti da sorrisi di sguardi
nella casa ritrovata e rivissuta
con rinnovata allegria.
Ci ritroviamo nell’abbraccio
che stringe l’attimo in sé conchiglia
in fragoroso rumore
più forte della lontananza
del gelo e delle ore rubate al sonno
in un anticipo di San Valentino
e cuori in dono a doppia mandata.
L’amore ci lega col filo della commozione
lunga quanto la lunga silenziosa attesa.
Acrobata io a capriolarmi
nel silenzio delle intenzioni
su improvvise nuvole rosa
tra soffitto e scrivania
e un ritrovarci appena di ritorni
con parole e lacrime di gioiosa intesa.
E SIAMO ANCORA INSIEME
Sapore di baci da conservare tra dita
intrecciate a trecce di pane di sere brevi
da assaporare piano alla mensa del passato
(per ritardare il fischio del treno
e zaini e spalle a scivolare via
dai miei occhi da lacrime attraversati
dai miei occhi frammentati di addii
e un solo arrivederci sulle code dei gatti
nel tramonto solitario
dello spento giardino…)
UN PENSIERO FIORITO D’INVERNO
Nella casa che ha frammenti di noi
conservati nelle foto sul comodino
con i giorni dei passi danzanti di giovinezza
tutto ci apparteneva come seconda pelle
nostra soglia a consegnarci al mondo esterno
alla strada agli occhi degli altri al saluto
Ogni paura dimenticata per ogni sorriso ricevuto
- centuplica ti prego le tue mani e i tuoi passi
per raggiungermi e fermare tra le dita emozioni
che ci abitarono oltre le delusioni che ci divisero -
E il richiamo che ci fece tornare dove era nido
il sogno di essere insieme fino alla fine
Vincemmo i lunghi silenzi con le nostre voci
- furono abbracci di vele lungo il cielo
a ricamare per noi insperati azzurri -
Sanno il mare le onde la riva la battigia
la conchiglia a sussurrare il tuo nome
le orme sulla sabbia rubate dal vento
Gli occhi dei bambini fiabe da raccontare
per vincere l’inverno e il suo gelo
a strappare gli aquiloni alla luna
inghirlandata di magie per mettere in fuga
i neri pensieri il dolore le malinconie…
(dono le nostre poesie che ci vengono a cercare)
PORTATEMI ALI DEL CUORE
Portatemi ali del cuore
dove il sole è ancora alto
e splende ardito e fiero
sulle miserie umane ignorandole
Portatemi ali della fantasia
dove il mare è ancora innocente
invito al coraggio e alla libertà
di essere uomini...
il respiro di un giorno d'Amore
voglio
un tempo
da cullare
e fiore ancora da sfogliare
per non dimenticare il canto
la spiga di grano
il filo d'erba
che oggi ride sul tetto rosso della mia casa...
(Il respiro di una vita d'Amore voglio...)
PER QUANTI SI AMANO
Sui rami di febbraio
- giorno dell'Amore -
(più di ogni altro giorno?)
si schiudono germogli di rose
che ridono tra ciglia
di attese rinnovate primavere
per depositare il mai perduto
incanto nelle nostre mani.
E un canto nuovo ci raggiunge
quasi tenerezza per i nuovi giorni
che d'insolito sole s'intrecciano
alle nostre braccia e ci raggiungiamo
ci accogliamo
in un abbraccio fatto di sogni
che ancora ci fanno compagnia
(e una speranza leggera
ha germogli di luce
a scaldarci il cuore)
NON MI BASTA (dialogo d’amore)
(a LINA)
Non mi basta il mare
da capovolgere sbriciolare
voglio te
Ridotta in un pugno e gigantesca.
Con te è facile parlare
conosci agitazioni e tormenti
(conosco la traccia amara del tuo volto). -
Disco di luce
stammi vicino.
Scoglio appuntito e lancinante
Vinto dalle tue ali-gabbiano
Spezzate dalle mie paure.
Dammi la mano che desidero
a battere-emettere scintille
alla stessa intensità.
- tu polo positivo
sensibilità allo spasimo
e ansie e incapacità di volare.
Tu tormento e tumulti e lacrime.
Tu ruota del mio locomotore traballante. -
- Noi Cristi di noi stessi
e la croce da portare sulle spalle.
Noi crudeli impietosi
a mettere a nudo amare verità:
assenza di libertà e voglia di volare
Ancora. Ancora.
Elettrodi in cammino su due binari
non monadi che si respingono.
- Tu croce con il sorriso
A lasciarmi una traccia
Per sempre
Lasciamene ancora.
Ti prego.
Io. Tu.
PER TUTTO QUESTO
(a Lina)
Per tutte le cose che mai ti ho detto
Per tutte le rose che mai ti ho dato
Per tutte le volte che non t’ho cercata
Per i momenti in cui non t’ho pensata
Per tutte le volte che ti ho lasciata
Per l’egoismo la noia e tutta la mia idiozia
Per la tristezza del mio malumore
Per il mio amarti poco, da bambino,
Per l’infelicità di certe parole
Per la dolcezza che non ti uso
Per tutto quanto posso darti
e non ti do
Per il mio esistere infine
Per non meritarti ancora
Ecco per tutto questo io
Ti chiedo scusa.
Primo
Buona lettura! A presto. Angela/lina
venerdì 13 febbraio 2026
Venerdì 13 febbraio 2026: E L'AMORE è anche il MAGICO CORTILE di ANNA MARIA DE LEO...
E oggi, vigilia di San Valentino, festa di chi si ama, mi sembra giusto parlare d’amore riportando per tutti noi un racconto quasi fiabesco, ma assolutamente vero, della mia amatissima sorella ANNA MARIA, volata tra le stelle circa tre anni fa, ma eternamente presente nel cuore. Lei, infatti, è qui e teneramente mi sorride, felice come una ragazzina che parla del suo primo assoluto innamoramento. Ed ecco il suo racconto. Ve lo affido con tutta la storia che tutti noi fratelli e sorelle abbiamo vissuto con lei nel nostro “cortile del gelso e delle rose”…
UN MAGICO CORTILE
I miei nonni abitavano in una grande casa al centro del paese;
poteva definirsi quasi una casa colonica in quanto offriva tutto quello che un
uomo, amante della natura, si aspetta dalla propria abitazione. C’era, per
esempio, un grande cortile pieno di fiori, piante e tanti animali. Io tornavo
in quella casa d’estate, una volta all’anno e vi trascorrevo giorni favolosi.
Mio nonno aveva preparato una casa per tutti gli animali di
cui si prendeva cura. La stalla era appartenuta, nel tempo, prima ad un
bellissimo cavallo, poi ad un mulo e, infine, ad un simpatico asinello, croce e
delizia del povero vecchio che a volte non sapeva come farlo muovere, in quanto
se intuiva che si andava a lavorare, si irrigidiva, come un bimbo che non vuole
andare a scuola!
La stalla era comoda, dotata di tutte quelle attrezzature per
tenere pulito e lucido il pelo del suo inquilino ed aveva una comoda
mangiatoia, dove il nonno metteva il cibo più gradito all’asinello.
Di fronte alla stalla, sotto un grande arco in pietra, aveva
sistemato una capretta con il suo compagno: anche loro trattati benissimo …
Nella parte superiore dell’arco, il nonno aveva costruito una colombaia, tutta
in legno, in cui tubavano coppie di tortorelle bianche destinate, come regalo,
alle donne del vicinato che avevano partorito da poco e che avevano bisogno di
un salutare e leggero brodino di carne per la loro montata lattea.
Una scaletta in legno permetteva di salire per osservare i loro
movimenti. Su quella scala, trascorsi molti pomeriggi dei miei giorni di
vacanza perché ero una curiosona e mi piaceva osservare i colombini quando si
coccolavano o quando covavano con amore le loro uova. Che gioia, poi, era per
me assistere allo schiudersi delle uova e alle capriole dei piccoli nati, che a
malapena, si reggevano sulle loro zampette… Un anno, nascondendomi, potetti
assistere alla nascita di un tenero capretto e alle coccole di sua madre. Il
nonno mi prendeva in giro per l’eccessiva curiosità, ma per me era una scoperta
della vita che, in un freddo alloggio di caserma, non potevo neanche
immaginare.
Nella parte anteriore del magico cortile c’era il pollaio: un
gallo e tante galline che donavano a noi nipoti uova freschissime e saporite. Anche
il pollaio era tenuto bene e disinfettato, ad ogni primavera, con calce viva. E
che festa era per tutti quando si vedevano, davanti ad alcune galline, stuoli
di gialli batuffoli che tentavano di esplorare il mondo circostante.
E c’era anche una conigliera con coniglietti bianchi e grigi
che mangiavano gli avanzi della verdura che veniva pulita: deliziosi musetti che
trituravano lentamente il cibo, e che si spaventavano facilmente ad ogni movimento
e si nascondevano sotto le fascine. Tre ochette, poi, circolavano liberamente
nel cortile andando in giro all’eterna ricerca di un pantano. Simpaticissime
con il loro movimento dondolante e con il loro “qua qua”! Non poteva mancare il
gatto o i gattini, a seconda dei periodi e, poi, c’era il cane legato al carro,
sotto una tettoia. Il cane ci avvisava abbaiando quando qualcuno si avvicinava
al grande ingresso oltre il quale c’era un grande marciapiede che talvolta si
trasformava in un mare di mandorle, messe al sole ad asciugare. E a me piaceva
tanto creare onde in quel mare, strisciando con le scarpe, su quei gusci profumati.
Subito davanti alla stalla, per alcuni metri, si poteva
godere il verde di una fascia di terreno adibita ad orto di casa. Prima
dell’orto c’era un grandissimo albero di gelsi rossi, che creava una
freschissima ombra e, qualche metro più dietro, un maestoso fico, al quale ci
si poteva avvicinare salendo sul piccolo terrazzino della stalla. All’albero ci
si poteva appendere e ci si poteva dondolare… I due alberi, che in prospettiva
sembravano di più, perché ricchi di foglie, ci offrivano generosamente frutti
succosi e gustosissimi. Sperimentai, allora, il piacere di mangiare un frutto,
appena raccolto!
Nei punti liberi, poi, il nonno aveva sapientemente sistemato
pergolati di uva bianca e nera da tavola, altra delizia per il palato. I
pergolati offrivano una piacevole ombra sotto la quale era bello pranzare. C’erano
anche diverse zucche, verdi alcune, a lampioncini gialli e arancioni, altre, che
offrivano un piacevole colpo d’occhio!
Era proprio magico il cortile che il nonno aveva ideato e
attrezzato con gusto e fatica.
Chi veniva a farci visita si complimentava per la bellezza
del luogo e sostava il più a lungo possibile per goderne l’ombra, i profumi e
il sapore dei frutti che generosamente il nonno offriva loro. Chi veniva a
farci visita si beava anche nel sentire gli odori che provenivano dalle teglie
in terracotta sistemate accanto ai carboni accesi di un camino alla monachina
che completava la bellezza del cortile. Ai tegami di mia nonna, spesso si
aggiungevano le pignatte in cui le vicine di casa, approfittando del grande
fuoco, venivano a cuocere i loro legumi.
Ho dimenticato il concerto dei fiori e soprattutto delle rose
rampicanti, che fiorivano ogni mese e dei gerani che creavano angoli ridenti e colorati.
E ogni parete, bianca di calce, infine, ospitava una rampicante vivace e
profumata!
MIO nonno era eccezionale come il suo cortile, che conservò
la sua magnificenza fino a quando fu lui a prendersene cura. Dopo cominciò un
lento e costante declino, fino ai giorni in cui rimase abbandonato e
dimenticato. Senza più il suo padrone.
Oggi vivo io nella casa dei nonni e il cortile è cambiato. Ci
sono solo i fiori ad allietarlo e i miei adorati nipotini. Quando, ancora oggi
esco fuori in cortile, ripenso a quei tempi, agli odori, ai sapori, soprattutto
ai colori, alla presenza delle tante persone a farci compagnia e dei tanti
animali che popolavano quel magico universo e che un nonno meraviglioso aveva
saputo animare per la nostra gioia. Grazie, nonno! Anna Maria
E a me non resta che augurare a tutti un San Valentino colmo
di AMORE. A presto. Angela/lina
martedì 10 febbraio 2026
Martedì 10 febbraio 2026: Ricordando la GIORNATA DEL RICORDO... E ricordando TEA DALMAS e NICO e MANUELA MORI...
Non rimane
che un disarmo muto
il cuore lancinato
il mare e la sua risacca
(a.d.l.)
E oggi desidero riproporre in parte
quanto ho scritto due o tre anni fa. In parte, perché alcune cose sono cambiate
nel frattempo e occorre, con dolore, prenderne atto. Come tutti sappiamo la
Giornata del Ricordo fu istituita in Italia il 20 marzo del 2004, per ricordare
le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E sono letteralmente commossa
nel fare testimonianza con delle “voci” a me care che hanno vissuto sulla
propria pelle quelle esperienze devastanti, ma anche fortificanti, e
decisamente autentiche, e perciò più credibili della stessa “verità storica”,
che non è mai “vera” perché inficiata dall’essere spesso “di parte”, dal sapere
a priori che le testimonianza saranno presto divorate da utenti di testate
giornalistiche o di trasmissioni televisive, il più delle volte, per non dire
sempre, “confezionate ad hoc”. Io, invece, parlo di Tea Dalmas, Nico Mori, che
purtroppo non sono più fisicamente tra noi, e di Manuela Mori, loro amatissima
figlia, che non avevano certamente intenzione di pubblicare alcunché fino a
quando, parlandone in una nostra serata conviviale tra vecchi amici, non è
venuta fuori l’esigenza di fare testimonianza diretta di quanto realmente
accaduto in quei tragici anni, attraverso il diario scritto dalla nonna di Tea.
Ne è venuta fuori “a posteriori” una pubblicazione, sollecitata dalla nostra Casa
editrice SECOP e subito accolta con entusiasmo dai diretti interessati, con il
titolo alquanto sibillino di PUSE.
Ma lascio la parola a Tea, Nico e
Manuela:
LETTERA
DELL’AUTRICE
Miei
cari, ho custodito gelosamente questo diario scritto per mia madre e affidatomi
dalla nonna Vinka, con l’intento, un giorno, di tradurlo in italiano, perché ne
restasse memoria nella nostra famiglia. Ora il proposito è diventato realtà,
grazie anche al grande aiuto di Nico e Manuela: Nico ha saputo trasformare la
mia traduzione “letterale” in un testo più “letterario”, vivo, conservando ed
esaltando l’ironia e la curiosità intellettuale che animavano lo scritto e le
parole della nonna e tracciando utili riferimenti storici. Manuela è stata
impagabile per il lavoro al pc, la correzione delle bozze e l’impaginazione.
Man mano che traducevo, mi tornavano alla mente i tanti pomeriggi d’estate a
Spalato, a casa della nonna Vinka, dove trascorrevamo le vacanze estive. Seduta
sulla sua poltrona a dondolo, sul balcone, all’ombra dei rami di un grande fico
mi raccontava della nostra famiglia, degli zii Ivo e Braco e dei nostri
antenati. In questo diario sono citate delle persone che ho conosciuto da
piccola, per cui tutto quanto scritto dalla nonna mi è ancor più familiare.
Aver tradotto questo diario è stato per me un atto d’amore verso la nonna, i
miei genitori, mio fratello, i nostri figli. Per questo vorrei che i ragazzi
avessero questo ricordo della “none Puse” e del meraviglioso nonno Franco, che
non hanno conosciuto, il mio amato “papacci”, come lo chiamavo da piccola.
Traducendo e rileggendo questa storia, più di una volta i miei occhi si sono
inondati di lacrime… ma non di dolore, piuttosto di tenerezza e nostalgia. Spero
che questo scritto abbia anche per voi un grande valore sentimentale, come lo
ha per me. Vi voglio bene.Tea
Subentra a questo punto Nico Mori, marito di Tea, per
dare importanti ragguagli esplicativi: <Puse è innanzitutto un atto d’amore di Tea Dalmas nei riguardi di
sua madre Jelka, chiamata Puse, e di sua nonna Vinka Šperac Bulić, giornalista
e femminista ante litteram nei primi anni del Novecento in quella terra
mittleuropea tra Italia, Croazia e Dalmazia, che ha, nella storia di questa
famiglia, come fulcro Spalato. (…). Si tratta, infatti, della pubblicazione del diario, che sua nonna
aveva scritto dalla nascita della terzogenita, avvenuta nel febbraio del 1919,
dopo parecchi anni da quella dei primi due figli, al 1953, anno in cui con una
lettera accorata Vinka, dopo circa dieci anni di silenzio per aver chiuso il
diario con le nozze della sua amatissima Puse, lo riprende per cercare col suo
amore e la sua tenerezza materna di consolarla per la morte prematura
dell’adorato marito Franco, stroncato da una grave malattia cardiaca.
Tea Dalmas ha conservato
gelosamente per decenni il diario ereditato da sua nonna per poterlo un giorno
tradurre, come poi coraggiosamente ha fatto, e lasciarlo in dono ai suoi
familiari. (…).
Ma Puse è anche la
straordinaria testimonianza di uno spaccato di vita che coinvolge sì due donne,
madre e figlia, quindi due generazioni a confronto, ma anche un intero popolo,
anzi più popoli con la loro tormentata storia che riguarda ideali di libertà e
soprattutto di rivendicazione d’appartenenza ad un ceppo storico-culturale
piuttosto che ad un altro; ideali e rivendicazioni, che fecero di quegli anni e
di quei territori veri e propri campi di battaglie, acerbe e devastanti, a volte anche cruente o di forte tensione propagandistica
e sociale, senza ottenere reali soluzioni di giustizia e di equilibrio
tra le sacrosante aspirazioni indipendentistiche, talvolta anche romantiche,
dettate, anche in quelle terre, dagli “eroici furori” di tutto l’Ottocento e la
prima metà del Novecento (vedi l’impresa di D’Annunzio a Fiume o a Zara), e la
concreta vita quotidiana della gente comune e dei suoi sacrifici per affrontare
nuove e destabilizzanti situazioni familiari e domiciliari come profughi o
esiliati. (…).
Sono, intanto, questi gli
anni dell’incontro di Puse, adolescente, con Franco Dalmas, uno studente di
Spalato, che diventerà suo sposo e che sarà il padre di Tea e di suo fratello
Rafo. Poi, la frequenza dell’università con i lunghi soggiorni a
Zagabria, Graz, Vienna, dopo aver superato una temibile malattia, per quei
tempi, il tifo. E, quindi, le prime lettere (…): gli avvenimenti storici in
tempi così travagliati soprattutto per quei territori tra regni diversi che se
li contendevano per giungere ben presto ai prodromi del secondo terribile
conflitto mondiale. Emblematiche sono le prime due lettere che Puse scrive alla mamma
da Vienna, dove sta imparando il tedesco. È ormai fidanzata con Franco Dalmas,
l’italiano, che però vive già a Roma per avervi trovato lavoro.
È il momento della
propaganda nazista e Vienna è in festa per Hitler, che viene da tutti
inneggiato come “liberatore”. Piangono e si uccidono, invece, i poveri ebrei
oppure cercano riparo in Ungheria. Già i divieti nei loro riguardi
s’infittiscono di ora in ora. Puse è disorientata e attende notizie dalla mamma
che, attraverso i giornali, è più informata di lei che pure è testimone oculare
di quanto avviene per le strade di Vienna. Evidentemente la propaganda nazista
è già dominante e i giornali faticano a giungere per una informazione più
corretta e obiettiva. Ritengo davvero preziose queste prime due lettere perché
ci danno notevoli spunti di riflessione sulle grandi, inevitabili
contraddizioni che regolano i destini degli uomini, come appunto sosteneva
Simone Weil: i tedeschi gioiscono e gli ebrei piangono riguardo agli stessi
eventi. O, anche, l’informazione dei giornali diventa più importante della
testimonianza diretta di chi vive in prima persona gli accadimenti che fanno la
storia, che non viene mai scritta nella sua verità oggettiva. (…). Ma sono giorni cupi di guerra e di paura. (…).
Tempi di guerra, di fame, di
autorizzazioni per ogni piccola cosa, che non era più un privilegio ma
necessità di sopravvivenza. E sempre più le vicende personali s’intersecano con
quelle civili e sociali, di popoli, che si esaltano o si spaventano o non
capiscono, e di capi che comandano a loro piacimento, ignorando diritti,
calpestando terre, violando ogni forma dell’umano nell’uomo. Conosciamo le
nefandezze di quell’immane sciagura che fu la seconda guerra mondiale. Dolori,
deportazioni, violenze, torture e sofferenze non furono risparmiate neppure
alle popolazioni slave, attraversate più di altri popoli da tensioni, odi
feroci e terribili espropri ed esecuzioni. Nel “Diario” di Vinka e nelle
lettere di Puse, leggiamo le vicende drammatiche della seconda guerra mondiale,
l’Asse Roma-Berlino, le leggi razziali e le loro terrificanti conseguenze. La
lotta partigiana. Spalato bombardata. L’armistizio e le dimissioni di
Mussolini, la fine della guerra. (…).
Nel frattempo, la vita continua con nuovi posti di responsabilità e nuovi
problemi nella vita quotidiana… (…).
E Vinka chiude il suo “Diario” il 7 febbraio del 1945 (quando Puse è costretta
a lasciare la sua casa, la sua terra, tutti i suoi averi, per veleggiare con
due bambini e tanta disperazione verso Bari, dove prenderà dimora). Lo
riprenderà improvvisamente e brevemente otto anni dopo per la morte
dell’amatissimo Franco e per annotare la disperazione di Puse, sola con due
bambini e... in terra straniera. Estranea alle sue radici, ai suoi affetti, a
sé stessa. Il “Diario” si chiude con una poesia di Franco, scritta a sua moglie
circa due anni prima di lasciare per sempre i suoi cari, già da tempo malato e
consapevole della fine ormai prossima. E con un’ultima lettera di consolazione
e d’amore di Vinka a Puse, il 2 aprile 1953. Ma la storia di Puse continua per
molti anni ancora. La gòmena d’amore si è pian piano intrecciata ad altre due
donne, Tea e Manuela, che non hanno mai smesso di tenere in vita il ricordo
luminoso di Vinka Šperac Bulić e di sua figlia Elena, per tutti Puse. (…). È stata Manuela che, una mattina di marzo
del 1991, ha scoperto il volo di sua nonna verso il cielo, nonostante fosse
ancora “seduta in cucina davanti ad una tazzina di caffè, tra le dita una
sigaretta mai accesa...”. Di qui anche il suo sommesso, nostalgico, sussurrato
canto...>
Il
mio primo incontro con la Fine.
Le
medicine, la solitudine.
Una
vita in salita, ladra di sorrisi.
La
canzone di Natale, il pianoforte.
Il
tè alla menta, le sigarette.
Il
nostro ultimo capodanno insieme, solo tu ed io.
Il
profumo di lavanda.
Le
carte, i cruciverba, il corso d’inglese a 45 giri.
I
libri gialli e i film western.
L’italiano
a modo tuo.
Il
tuo grande, sfortunato amore.
Gli
occhiali rosa, e la tinta peldicarota al battesimo di mio fratello.
Il
mare, i cani.
Il
pesce rosso nella vasca da bagno perché stesse più largo.
Tu seduta sul wc
a sferruzzare, che ridi mentre sguazzo nella vasca col pesce, vestita di sana
pianta.
Diciassette anni dopo, è solo ieri. Non ti ho
mai sognata, o almeno mai come avrei voluto. Ti ritrovo nel volto di mia madre,
e in un rito tutto mio. Quando ogni anno torno dall’altra parte del mare, e
davanti agli occhi, all’alba, eccoti. Con immenso amore, Manuela.
E, intanto, approfitto di questa
importantissima pagina, che ci permette di comprendere la tragedia vissuta dai
popoli presi in esame nella Giornata del Ricordo, per ricordare a quanti lo
hanno conosciuto e amato il carissimo amico Nico, di cui non ho potuto scrivere
il giorno 26 febbraio per via del mio computer “muto” a causa di un guasto. Lo faccio
ora con tutto il dolore che dopo cinque anni è ancora uncinato al mio cuore,
come il primo giorno della sua assenza e come si evince da quello che scrissi
appena mi fu annunciata la sua morte: < Per te, Nico, ancora una volta, per
te, con te, che sei ricordo/presenza. Incancellabile>.
E, per il ricordo/rimpianto di Nico, posto su facebook quanto scrissi quel giorno, il 26 gennaio 2021, per lui. E grazie a tutti voi che mi leggete con tanto paziente affetto. Al prossimo incontro sul blog. Angela/lina
giovedì 5 febbraio 2026
Ciovedì 5 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (Saggio)...
Giovedì 5 febbraio 2026: MORIRE di VALERIA ROSSINI (Saggio)…
Siamo solo aliti di vento
soffi delicati appesi alle pareti
di un cielo senza confini.
(Rabindranath Tagore)
È un Saggio, quello di Valeria Rossini, non sulla morte, ma sul morire, come sottolinea l’Autrice, che sente la necessità di precisare subito, e a giusta ragione, che il sostantivo “morte” è statico, ferma l’attimo e lo pone come qualcosa di irreparabile; il verbo “morire”, invece, all’infinito presente, è dinamico: è un percorso, un cammino che abbraccia l’attimo della nascita e quello della morte a cui, però, bisogna giungere, facendosene, col passare del tempo, una ragione filosofica, psicologica, pedagogica per sconfiggere la paura che, comunque, tale attimo genera nell’animo umano. Ed è un tempo proficuo, quello che scorre durante il percorso, breve o lungo che sia, perché permette all’uomo che, a differenza degli animali, si sa “mortale” sin dal principio, di superare la paura, che è altro elemento bloccante la crescita e la consapevolezza di sé nell’uomo, nel suo “divenire” e farsi “persona”. E questo percorso, in questo Libro, si snoda in dieci capitoli, densi di citazioni che avvalorano, via via, i vari punti di vista presi in esame e sviscerati con “ipervigilanza” dall’Autrice, che non lascia nulla al caso, pur nella imprevedibilità dei risultati delle sue ricerche a vasto raggio, come necessariamente accade in ogni “avventura”. Già, perché ogni sfida culturale che si fa sfida umana e che utilizza, nel nostro caso, le parole scritte, è di per sé un’avventura di cui si ignorano fino alla fine i risultati. Occorre ricordare, per tutto questo, che il Saggio di Valeria Rossini rientra nella Sezione “Parole di filosofia dell’educazione” curata dal Prof. Antonio Bellingreri, che coordina un Comitato scientifico di tutto rispetto con docenti che operano in varie Università italiane, da Brescia a Roma, da Bari a Palermo, Messina e così via. Molti di loro, all’interno della Sezione, hanno già pubblicato Saggi riguardanti diverse tematiche fondamentali inerenti al processo educativo, e che abbracciano la “persona nel suo formarsi”, la “comunità con il relativo senso di appartenenza”, l’“incontro con gli altri, ritenuti estranei, l’“inclusione nella scuola di ogni ordine e grado” e via di seguito.
Alla
Rossini il Prof Bellingreri aveva chiesto di trattare l’argomento riguardante
la morte dal punto di vista pedagogico. Argomento a lei non estraneo perché trattato
con i suoi studenti in relazione alla “assenza negli anni dell’adolescenza del
supporto delle figure genitoriali”, ma anche perché realtà da lei dolorosamente
vissuta in prima persona. In pratica, come afferma l’Autrice nella Premessa, è
stato l’argomento a scegliere lei e non viceversa. Ma, occorre precisare che la
docente Valeria ha avuto grande coraggio e tanta maturità nell’affrontare una
tematica così difficile e impervia per tutti, ma soprattutto per lei, avendo
perso sua madre quando aveva appena quattordici anni.
Non
a caso il Saggio ha una dedica lapidaria e tenerissima: “A mia madre”.
E
decisamente intensa, simbolica, significativa è l’immagine di copertina: una
corda intrecciata che rischia di sfilacciarsi e spezzarsi del tutto se non le fosse
impedito da un nodo che tenta di trattenere in vita un sottilissimo filo… e noi
ci chiediamo il perché. Ecco una possibile motivazione: “filo” è una parola
breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di
scarsa durata e di cui, forse, si potrebbe fare a meno, mentre è, invece, di
una incredibile utilità in molti casi. Serve, per esempio, a legare due polsi, unire
due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in
uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da
legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato per
due o anche per dieci cento mille volte. Mille volti.
Quel
sottilissimo filo, del resto, ci dà la consapevolezza della precarietà della
sua consistenza e resistenza, sollecitando l’attenzione e la cura per
salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà. Ma, per non rischiare
che si spezzi del tutto, occorre ricorrere al nodo.
E
il nodo ha tutta una simbologia antica e moderna. Si alimenta di miti e di
poesia. Penso al nodo gordiano o a quello di Salomone, ai nodi delle reti dei
pescatori, o a quelli delle vele dei marinai. Ma c’è anche il nodo al
fazzoletto per non dimenticare (e i nodi del rovescio del ricamo a indicarci la
bellezza del diritto nelle mani del Signore, ma questa è un’altra storia). Ci
sono anche i nodi che vengono al pettine per una ritrovata verità in precedenza
messa in discussione oppure celata. Ma anche il nodo alla gola, segno di
commozione e di pianto trattenuto. Può dimostrare, dunque, un legame più forte,
ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa forse anche la
misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo. E che dire dei nodi sui
tronchi degli alberi a indicare i loro anni?
Nodi
e fili, infine, possono diventare dialogo, intimità, riconoscimento, amore.
Resistenza. Persistenza. O, piuttosto, una ferita che segna un sentimento che
vive di vita propria oltre il tempo e lo spazio, anche se si nutre di tempo
(gli anni) e di spazio (la propria dimora del cuore), da cui sconfinare perché
la nostra straordinaria Autrice ha scelto come nutrire il verbo “morire”
all’infinito nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità, l’essenza
della nostra stessa esistenza, che non è misurabile perché non ha chiodi e perni
per fissarla una volta per sempre, ma si frantuma in mille segmenti diversi e
sempre nuovi perché, come sostiene il famoso poeta e scrittore statunitense
Walt Whitman in Foglie d’erba, “siamo
abitati da moltitudini”, che scivolano via. Non ha affermato la stessa Rossini,
con fermezza e un pizzico di poesia, che “il nostro destino è quello di morire
ogni giorno perché la vita ci sfugge lentamente”?
Del
resto, la nostra è una società, che accompagna pedagogicamente l’essere umano in
una “Lifelong” (cioè dalla culla alla tomba) (Premessa, p. 15). Certo non
possiamo decidere se nascere o meno, ci dice ancora Valeria Rossini, ma
possiamo gestire meglio i tanti momenti della vita e prepararci a quello della
morte, apprezzando di più il presente e le possibilità di crescita e di
maturazione che ci offre, e utilizzando anche, in senso positivo, gli strumenti
tecnologici, scientifici e medici che abbiamo a nostra disposizione. Occorre
“collocare la questione morte dentro un orizzonte pedagogico attento alla
globalità e alla sacralità dell’essere umano in linea con l’eredità culturale
che dalla Grecia antica arriva fino al pensiero europeo del Novecento (…)
influenzato dal modello giudaico-cristiano, che ha influenzato stabilmente i
paradigmi interpretativi dell’umanità” (I Capitolo, pp.17-18).
In tale “orizzonte pedagogico” possono nascere
scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe
cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con
Dio. Ma, a mio parere, un approccio autentico alla trascendenza non può
avviarsi, se non a partire da un ascolto
sincero dell’anima, capace di avvertire i sentimenti più profondi che non
mentono. E cambiare significa progettare
il futuro nel senso di far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto
e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e
verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che
la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è
quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o
nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.
Ma può accadere anche il suo contrario
quando si affronta il tema scottante della paura della morte che di solito si
evidenzia verso la morte o la perdita di qualcuno e quello dell’“angoscia”,
trattata da Jean Paul Sartre, il filosofo dell’Esistenzialismo ateo francese,
in L’essere e il nulla (il nichilismo
nietzschiano sempre in agguato!), quando afferma che l’uomo non riesce più a “progettare”
perché avverte il suo “non essere” in maniera angosciante. In questo caso direi
che bisogna ricorrere alle affermazioni di Bloch: “i vivi sono morti quando
hanno paura, e lo ignorano. Muoiono quando hanno paura e non fanno nulla per
superarla. Si angosciano per il futuro perché non sanno cosa riserverà” (I
Capitolo, p. 23).
(E.
Bloch, Il principio speranza. Sogni ad
occhi aperti, vol I, 2019).
Penso di poter affermare, dunque, che il I Capitolo sia il più
ampio e ricco di tutti gli altri perché ci permette di riflettere anche su “individuo”,
“persona”, “identità”. Importante anche, in questo contesto, la “irripetibilità
della persona”. Concetti fondamentali che hanno due direttive diverse: la prima
mette al centro l’individuo, che è tutto in sé conchiuso (e, quindi, espone al
rischio del nichilismo, già evidenziato); la seconda mette al centro la persona
e apre alla trascendenza che è intrisa di speranza. L’Autrice spiega meglio
tale concetto: “tutti nasciamo individui e diventiamo persone. La persona è un
compito, si fa” attraverso la formazione che consente il “passaggio dall’essere
in potenza all’essere in atto”. (I Capitolo, p. 19)
Mi sembra giusto, a questo
punto, dire quanto sia apprezzabile e pedagogicamente motivante quello che
Valeria Rossini scrive negli altri capitoli in maniera sempre chiara, lucida,
profonda, aiutandoci ad arricchirci di nuove voci come quelle di Acone, Antonelli,
Ambrosiani, Kierkegaard e tantissimi altri. La Bibliografia è vastissima. Vengono
affrontate, pertanto, altre sfaccettature della morte e del morire, in termini
pedagogici, mirando costantemente alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto
generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.
E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si
sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa
soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda
consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza,
sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa
rinascere infinite volte” (Erich Fromm).
Tutto
questo anticipa quanto Valeria Rossini ha scritto nell’ottavo capitolo,
riferendosi ai bambini e al loro rapporto con la morte e il morire, filtrato
attraverso le varie età. È un capitolo che mi sta particolarmente a cuore perché
è molto importante educare i piccoli non soltanto alla vita e al futuro, ma
educarli soprattutto a “proteggersi” dalla morte, che quasi sempre significa
perdita e assenza delle figure affettive di riferimento, e con l’assenza
subentra un senso, a volte devastante, del vuoto e della solitudine da colmare
(VIII Capitolo, pp. 127- 128- 129).
A
questo punto, me sembra opportuno fare riferimento anche a Lo Stralisco (Einaudi 1987, con le illustrazioni del pittore Cecco
Mariniello) di Roberto Piumini. Il grande scrittore per bambini (ma non solo)
affronta il problema della morte in maniera lieve, fiabesca, mirando alla
bellezza delle forme e delle parole per salvaguardare il senso dell’amicizia e
il sorriso del bambino in prossimità della morte, e la tenerezza che vince le
lacrime, l’angoscia e il dolore del padre.
E
vorrei concludere, riferendomi alle stesse conclusioni di Valeria Rossini, che in questo Saggio ha preso tra le mani la complessità del
mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra i vari “attori”
di alcune teorie pedagogiche molto seguite e apprezzate ai nostri giorni affinché
possano offrirci i modi e i tempi di interagire per ambire ad affratellare
l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte,
distruzione.
La sua Conclusione, inoltre, mi offre in estrema sintesi quanto
verrà dipanato della complessa matassa delle tante teorie e dei tanti risvolti
antropologici, psicologici, filosofici, sociologici, etici e culturali in
dialogo tra loro in tutti i dieci capitoli.
Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una
reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà,
tanta vera “accoglienza” dell’altro soprattutto in riferimento ad un tema, che
oserei quasi definire “eretico” oggi, tanto la morte e il morire vengono
accantonati, rimossi, dimenticati, salvo a farne purtroppo anche oggetto di
spettacolarizzazione… Ma non mi piace concludere così, negativamente. Sarebbe meglio
fare riferimento all’approccio interdisciplinare e transdisciplinare, di cui si è anche parlato, in grado di
rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il
pedagogista in un atteggiamento di apprendimento continuo con i suoi allievi,
invitandoli senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà dei nostri
giorni da cambiare. Ma sento anche la necessità di puntualizzare ancora qualcosa
riguardo alla forma di questo Saggio. Occorre precisare, infatti, che la nostra
Autrice ha uno stile tutto suo (basta leggere alcuni dei suoi Saggi e, in
particolar modo, quello su Maria Montessori: Maria Montessori. Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare. (pubblicato
nel 2020 da Edizioni San Paolo): chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma
con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono più volte ribaditi e
sottolineati, ogni teoria viene spiegata e approfondita nei minimi particolari
per fugare ogni dubbio nel lettore, che Valeria Rossini tiene nella massima
considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso
intento tutto viene documentato con innumerevoli note. Sono strategie vincenti.
Come vincente è la musica interna che è facile notare dappertutto perché seduce
e convince quasi l’Autrice abbia seguito costantemente il ritmo ancestrale del
proprio cuore, il rimpianto, la nostalgia, i sogni, il coraggio di
ricominciare...
Angela De Leo
Chiedo, come sempre, scusa ai lettori e alle lettrici del mio blog per essermi dilungata, come sempre. La sintesi purtroppo non mi appartiene, ma confido nella vostra generosità e nel vostro affetto nei miei riguardi. Grazie. alla prossima. Angela/lina