LA POETOLOGA
Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
sabato 14 febbraio 2026
Sabato 14 febbraio 2026: SAN VALENTINO e i vari VOLTI DELL'AMORE di ANGELA DE LEO...
(ai miei figli e nipoti,
e a tutta la mia famiglia
con ogni cuore possibile…)
E l’Amore
vecchio quanto il mondo,
inondò la Terra di silenzi.
Lei li raccolse
per farne collane
da appendere al cuore.
Contro ogni fuga di stelle
con mani di tenerezza
perché sempre e ancora
vincessero sogno e realtà
(e tutto si fece vela
di luna e di sole, di terra
e di cielo, di mari
d’azzurro i n f i n i t o…)
LASCIAMI ALMENO IL TUO NOME
Sto perdendo il tuo volto
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo lo sguardo
Di quando ti ho conosciuto
Il sorriso la voce le battute
I sogni le risate le rose
Di quando ti ho conosciuto
Sto perdendo il golfo i monti
Il mare la sabbia il bikini rosa
Di quando ti ho conosciuto
Le bandiere di vittoria i baci
Il castello fatato il verde prato
La siepe la panchina di legno
Di quando ti ho conosciuto
Il corso la passeggiata a mare
Il chiosco dei gelati il cinema
Le arene le mani intrecciate
I baci gli abbracci dati e ricevuti
il cuore
Di quando ti ho conosciuto
Gli specchi attraversati le foto
I respiri e sapere ancora di noi
Di quando ci siamo conosciuti
I pullman e i treni le stazioni
Dei nostri addii e gli arrivederci
Mai più vissuti mai più ritrovati
(lasciami ora almeno il nome
per… ritrovarci ancora)
I PASSI INATTESI
(ai figli venuti da Roma)
Rose e tulipani e orchidee
dietro vetrate aperte da complici mani
in frammenti di sole che ignoro
e passi inattesi
e un palpitare furioso del cuore
impreparato alle voci improvvise
tra capelli vinti da sorrisi di sguardi
nella casa ritrovata e rivissuta
con rinnovata allegria.
Ci ritroviamo nell’abbraccio
che stringe l’attimo in sé conchiglia
in fragoroso rumore
più forte della lontananza
del gelo e delle ore rubate al sonno
in un anticipo di San Valentino
e cuori in dono a doppia mandata.
L’amore ci lega col filo della commozione
lunga quanto la lunga silenziosa attesa.
Acrobata io a capriolarmi
nel silenzio delle intenzioni
su improvvise nuvole rosa
tra soffitto e scrivania
e un ritrovarci appena di ritorni
con parole e lacrime di gioiosa intesa.
E SIAMO ANCORA INSIEME
Sapore di baci da conservare tra dita
intrecciate a trecce di pane di sere brevi
da assaporare piano alla mensa del passato
(per ritardare il fischio del treno
e zaini e spalle a scivolare via
dai miei occhi da lacrime attraversati
dai miei occhi frammentati di addii
e un solo arrivederci sulle code dei gatti
nel tramonto solitario
dello spento giardino…)
UN PENSIERO FIORITO D’INVERNO
Nella casa che ha frammenti di noi
conservati nelle foto sul comodino
con i giorni dei passi danzanti di giovinezza
tutto ci apparteneva come seconda pelle
nostra soglia a consegnarci al mondo esterno
alla strada agli occhi degli altri al saluto
Ogni paura dimenticata per ogni sorriso ricevuto
- centuplica ti prego le tue mani e i tuoi passi
per raggiungermi e fermare tra le dita emozioni
che ci abitarono oltre le delusioni che ci divisero -
E il richiamo che ci fece tornare dove era nido
il sogno di essere insieme fino alla fine
Vincemmo i lunghi silenzi con le nostre voci
- furono abbracci di vele lungo il cielo
a ricamare per noi insperati azzurri -
Sanno il mare le onde la riva la battigia
la conchiglia a sussurrare il tuo nome
le orme sulla sabbia rubate dal vento
Gli occhi dei bambini fiabe da raccontare
per vincere l’inverno e il suo gelo
a strappare gli aquiloni alla luna
inghirlandata di magie per mettere in fuga
i neri pensieri il dolore le malinconie…
(dono le nostre poesie che ci vengono a cercare)
PORTATEMI ALI DEL CUORE
Portatemi ali del cuore
dove il sole è ancora alto
e splende ardito e fiero
sulle miserie umane ignorandole
Portatemi ali della fantasia
dove il mare è ancora innocente
invito al coraggio e alla libertà
di essere uomini...
il respiro di un giorno d'Amore
voglio
un tempo
da cullare
e fiore ancora da sfogliare
per non dimenticare il canto
la spiga di grano
il filo d'erba
che oggi ride sul tetto rosso della mia casa...
(Il respiro di una vita d'Amore voglio...)
PER QUANTI SI AMANO
Sui rami di febbraio
- giorno dell'Amore -
(più di ogni altro giorno?)
si schiudono germogli di rose
che ridono tra ciglia
di attese rinnovate primavere
per depositare il mai perduto
incanto nelle nostre mani.
E un canto nuovo ci raggiunge
quasi tenerezza per i nuovi giorni
che d'insolito sole s'intrecciano
alle nostre braccia e ci raggiungiamo
ci accogliamo
in un abbraccio fatto di sogni
che ancora ci fanno compagnia
(e una speranza leggera
ha germogli di luce
a scaldarci il cuore)
NON MI BASTA (dialogo d’amore)
(a LINA)
Non mi basta il mare
da capovolgere sbriciolare
voglio te
Ridotta in un pugno e gigantesca.
Con te è facile parlare
conosci agitazioni e tormenti
(conosco la traccia amara del tuo volto). -
Disco di luce
stammi vicino.
Scoglio appuntito e lancinante
Vinto dalle tue ali-gabbiano
Spezzate dalle mie paure.
Dammi la mano che desidero
a battere-emettere scintille
alla stessa intensità.
- tu polo positivo
sensibilità allo spasimo
e ansie e incapacità di volare.
Tu tormento e tumulti e lacrime.
Tu ruota del mio locomotore traballante. -
- Noi Cristi di noi stessi
e la croce da portare sulle spalle.
Noi crudeli impietosi
a mettere a nudo amare verità:
assenza di libertà e voglia di volare
Ancora. Ancora.
Elettrodi in cammino su due binari
non monadi che si respingono.
- Tu croce con il sorriso
A lasciarmi una traccia
Per sempre
Lasciamene ancora.
Ti prego.
Io. Tu.
PER TUTTO QUESTO
(a Lina)
Per tutte le cose che mai ti ho detto
Per tutte le rose che mai ti ho dato
Per tutte le volte che non t’ho cercata
Per i momenti in cui non t’ho pensata
Per tutte le volte che ti ho lasciata
Per l’egoismo la noia e tutta la mia idiozia
Per la tristezza del mio malumore
Per il mio amarti poco, da bambino,
Per l’infelicità di certe parole
Per la dolcezza che non ti uso
Per tutto quanto posso darti
e non ti do
Per il mio esistere infine
Per non meritarti ancora
Ecco per tutto questo io
Ti chiedo scusa.
Primo
Buona lettura! A presto. Angela/lina
venerdì 13 febbraio 2026
Venerdì 13 febbraio 2026: E L'AMORE è anche il MAGICO CORTILE di ANNA MARIA DE LEO...
E oggi, vigilia di San Valentino, festa di chi si ama, mi sembra giusto parlare d’amore riportando per tutti noi un racconto quasi fiabesco, ma assolutamente vero, della mia amatissima sorella ANNA MARIA, volata tra le stelle circa tre anni fa, ma eternamente presente nel cuore. Lei, infatti, è qui e teneramente mi sorride, felice come una ragazzina che parla del suo primo assoluto innamoramento. Ed ecco il suo racconto. Ve lo affido con tutta la storia che tutti noi fratelli e sorelle abbiamo vissuto con lei nel nostro “cortile del gelso e delle rose”…
UN MAGICO CORTILE
I miei nonni abitavano in una grande casa al centro del paese;
poteva definirsi quasi una casa colonica in quanto offriva tutto quello che un
uomo, amante della natura, si aspetta dalla propria abitazione. C’era, per
esempio, un grande cortile pieno di fiori, piante e tanti animali. Io tornavo
in quella casa d’estate, una volta all’anno e vi trascorrevo giorni favolosi.
Mio nonno aveva preparato una casa per tutti gli animali di
cui si prendeva cura. La stalla era appartenuta, nel tempo, prima ad un
bellissimo cavallo, poi ad un mulo e, infine, ad un simpatico asinello, croce e
delizia del povero vecchio che a volte non sapeva come farlo muovere, in quanto
se intuiva che si andava a lavorare, si irrigidiva, come un bimbo che non vuole
andare a scuola!
La stalla era comoda, dotata di tutte quelle attrezzature per
tenere pulito e lucido il pelo del suo inquilino ed aveva una comoda
mangiatoia, dove il nonno metteva il cibo più gradito all’asinello.
Di fronte alla stalla, sotto un grande arco in pietra, aveva
sistemato una capretta con il suo compagno: anche loro trattati benissimo …
Nella parte superiore dell’arco, il nonno aveva costruito una colombaia, tutta
in legno, in cui tubavano coppie di tortorelle bianche destinate, come regalo,
alle donne del vicinato che avevano partorito da poco e che avevano bisogno di
un salutare e leggero brodino di carne per la loro montata lattea.
Una scaletta in legno permetteva di salire per osservare i loro
movimenti. Su quella scala, trascorsi molti pomeriggi dei miei giorni di
vacanza perché ero una curiosona e mi piaceva osservare i colombini quando si
coccolavano o quando covavano con amore le loro uova. Che gioia, poi, era per
me assistere allo schiudersi delle uova e alle capriole dei piccoli nati, che a
malapena, si reggevano sulle loro zampette… Un anno, nascondendomi, potetti
assistere alla nascita di un tenero capretto e alle coccole di sua madre. Il
nonno mi prendeva in giro per l’eccessiva curiosità, ma per me era una scoperta
della vita che, in un freddo alloggio di caserma, non potevo neanche
immaginare.
Nella parte anteriore del magico cortile c’era il pollaio: un
gallo e tante galline che donavano a noi nipoti uova freschissime e saporite. Anche
il pollaio era tenuto bene e disinfettato, ad ogni primavera, con calce viva. E
che festa era per tutti quando si vedevano, davanti ad alcune galline, stuoli
di gialli batuffoli che tentavano di esplorare il mondo circostante.
E c’era anche una conigliera con coniglietti bianchi e grigi
che mangiavano gli avanzi della verdura che veniva pulita: deliziosi musetti che
trituravano lentamente il cibo, e che si spaventavano facilmente ad ogni movimento
e si nascondevano sotto le fascine. Tre ochette, poi, circolavano liberamente
nel cortile andando in giro all’eterna ricerca di un pantano. Simpaticissime
con il loro movimento dondolante e con il loro “qua qua”! Non poteva mancare il
gatto o i gattini, a seconda dei periodi e, poi, c’era il cane legato al carro,
sotto una tettoia. Il cane ci avvisava abbaiando quando qualcuno si avvicinava
al grande ingresso oltre il quale c’era un grande marciapiede che talvolta si
trasformava in un mare di mandorle, messe al sole ad asciugare. E a me piaceva
tanto creare onde in quel mare, strisciando con le scarpe, su quei gusci profumati.
Subito davanti alla stalla, per alcuni metri, si poteva
godere il verde di una fascia di terreno adibita ad orto di casa. Prima
dell’orto c’era un grandissimo albero di gelsi rossi, che creava una
freschissima ombra e, qualche metro più dietro, un maestoso fico, al quale ci
si poteva avvicinare salendo sul piccolo terrazzino della stalla. All’albero ci
si poteva appendere e ci si poteva dondolare… I due alberi, che in prospettiva
sembravano di più, perché ricchi di foglie, ci offrivano generosamente frutti
succosi e gustosissimi. Sperimentai, allora, il piacere di mangiare un frutto,
appena raccolto!
Nei punti liberi, poi, il nonno aveva sapientemente sistemato
pergolati di uva bianca e nera da tavola, altra delizia per il palato. I
pergolati offrivano una piacevole ombra sotto la quale era bello pranzare. C’erano
anche diverse zucche, verdi alcune, a lampioncini gialli e arancioni, altre, che
offrivano un piacevole colpo d’occhio!
Era proprio magico il cortile che il nonno aveva ideato e
attrezzato con gusto e fatica.
Chi veniva a farci visita si complimentava per la bellezza
del luogo e sostava il più a lungo possibile per goderne l’ombra, i profumi e
il sapore dei frutti che generosamente il nonno offriva loro. Chi veniva a
farci visita si beava anche nel sentire gli odori che provenivano dalle teglie
in terracotta sistemate accanto ai carboni accesi di un camino alla monachina
che completava la bellezza del cortile. Ai tegami di mia nonna, spesso si
aggiungevano le pignatte in cui le vicine di casa, approfittando del grande
fuoco, venivano a cuocere i loro legumi.
Ho dimenticato il concerto dei fiori e soprattutto delle rose
rampicanti, che fiorivano ogni mese e dei gerani che creavano angoli ridenti e colorati.
E ogni parete, bianca di calce, infine, ospitava una rampicante vivace e
profumata!
MIO nonno era eccezionale come il suo cortile, che conservò
la sua magnificenza fino a quando fu lui a prendersene cura. Dopo cominciò un
lento e costante declino, fino ai giorni in cui rimase abbandonato e
dimenticato. Senza più il suo padrone.
Oggi vivo io nella casa dei nonni e il cortile è cambiato. Ci
sono solo i fiori ad allietarlo e i miei adorati nipotini. Quando, ancora oggi
esco fuori in cortile, ripenso a quei tempi, agli odori, ai sapori, soprattutto
ai colori, alla presenza delle tante persone a farci compagnia e dei tanti
animali che popolavano quel magico universo e che un nonno meraviglioso aveva
saputo animare per la nostra gioia. Grazie, nonno! Anna Maria
E a me non resta che augurare a tutti un San Valentino colmo
di AMORE. A presto. Angela/lina
martedì 10 febbraio 2026
Martedì 10 febbraio 2026: Ricordando la GIORNATA DEL RICORDO... E ricordando TEA DALMAS e NICO e MANUELA MORI...
Non rimane
che un disarmo muto
il cuore lancinato
il mare e la sua risacca
(a.d.l.)
E oggi desidero riproporre in parte
quanto ho scritto due o tre anni fa. In parte, perché alcune cose sono cambiate
nel frattempo e occorre, con dolore, prenderne atto. Come tutti sappiamo la
Giornata del Ricordo fu istituita in Italia il 20 marzo del 2004, per ricordare
le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E sono letteralmente commossa
nel fare testimonianza con delle “voci” a me care che hanno vissuto sulla
propria pelle quelle esperienze devastanti, ma anche fortificanti, e
decisamente autentiche, e perciò più credibili della stessa “verità storica”,
che non è mai “vera” perché inficiata dall’essere spesso “di parte”, dal sapere
a priori che le testimonianza saranno presto divorate da utenti di testate
giornalistiche o di trasmissioni televisive, il più delle volte, per non dire
sempre, “confezionate ad hoc”. Io, invece, parlo di Tea Dalmas, Nico Mori, che
purtroppo non sono più fisicamente tra noi, e di Manuela Mori, loro amatissima
figlia, che non avevano certamente intenzione di pubblicare alcunché fino a
quando, parlandone in una nostra serata conviviale tra vecchi amici, non è
venuta fuori l’esigenza di fare testimonianza diretta di quanto realmente
accaduto in quei tragici anni, attraverso il diario scritto dalla nonna di Tea.
Ne è venuta fuori “a posteriori” una pubblicazione, sollecitata dalla nostra Casa
editrice SECOP e subito accolta con entusiasmo dai diretti interessati, con il
titolo alquanto sibillino di PUSE.
Ma lascio la parola a Tea, Nico e
Manuela:
LETTERA
DELL’AUTRICE
Miei
cari, ho custodito gelosamente questo diario scritto per mia madre e affidatomi
dalla nonna Vinka, con l’intento, un giorno, di tradurlo in italiano, perché ne
restasse memoria nella nostra famiglia. Ora il proposito è diventato realtà,
grazie anche al grande aiuto di Nico e Manuela: Nico ha saputo trasformare la
mia traduzione “letterale” in un testo più “letterario”, vivo, conservando ed
esaltando l’ironia e la curiosità intellettuale che animavano lo scritto e le
parole della nonna e tracciando utili riferimenti storici. Manuela è stata
impagabile per il lavoro al pc, la correzione delle bozze e l’impaginazione.
Man mano che traducevo, mi tornavano alla mente i tanti pomeriggi d’estate a
Spalato, a casa della nonna Vinka, dove trascorrevamo le vacanze estive. Seduta
sulla sua poltrona a dondolo, sul balcone, all’ombra dei rami di un grande fico
mi raccontava della nostra famiglia, degli zii Ivo e Braco e dei nostri
antenati. In questo diario sono citate delle persone che ho conosciuto da
piccola, per cui tutto quanto scritto dalla nonna mi è ancor più familiare.
Aver tradotto questo diario è stato per me un atto d’amore verso la nonna, i
miei genitori, mio fratello, i nostri figli. Per questo vorrei che i ragazzi
avessero questo ricordo della “none Puse” e del meraviglioso nonno Franco, che
non hanno conosciuto, il mio amato “papacci”, come lo chiamavo da piccola.
Traducendo e rileggendo questa storia, più di una volta i miei occhi si sono
inondati di lacrime… ma non di dolore, piuttosto di tenerezza e nostalgia. Spero
che questo scritto abbia anche per voi un grande valore sentimentale, come lo
ha per me. Vi voglio bene.Tea
Subentra a questo punto Nico Mori, marito di Tea, per
dare importanti ragguagli esplicativi: <Puse è innanzitutto un atto d’amore di Tea Dalmas nei riguardi di
sua madre Jelka, chiamata Puse, e di sua nonna Vinka Šperac Bulić, giornalista
e femminista ante litteram nei primi anni del Novecento in quella terra
mittleuropea tra Italia, Croazia e Dalmazia, che ha, nella storia di questa
famiglia, come fulcro Spalato. (…). Si tratta, infatti, della pubblicazione del diario, che sua nonna
aveva scritto dalla nascita della terzogenita, avvenuta nel febbraio del 1919,
dopo parecchi anni da quella dei primi due figli, al 1953, anno in cui con una
lettera accorata Vinka, dopo circa dieci anni di silenzio per aver chiuso il
diario con le nozze della sua amatissima Puse, lo riprende per cercare col suo
amore e la sua tenerezza materna di consolarla per la morte prematura
dell’adorato marito Franco, stroncato da una grave malattia cardiaca.
Tea Dalmas ha conservato
gelosamente per decenni il diario ereditato da sua nonna per poterlo un giorno
tradurre, come poi coraggiosamente ha fatto, e lasciarlo in dono ai suoi
familiari. (…).
Ma Puse è anche la
straordinaria testimonianza di uno spaccato di vita che coinvolge sì due donne,
madre e figlia, quindi due generazioni a confronto, ma anche un intero popolo,
anzi più popoli con la loro tormentata storia che riguarda ideali di libertà e
soprattutto di rivendicazione d’appartenenza ad un ceppo storico-culturale
piuttosto che ad un altro; ideali e rivendicazioni, che fecero di quegli anni e
di quei territori veri e propri campi di battaglie, acerbe e devastanti, a volte anche cruente o di forte tensione propagandistica
e sociale, senza ottenere reali soluzioni di giustizia e di equilibrio
tra le sacrosante aspirazioni indipendentistiche, talvolta anche romantiche,
dettate, anche in quelle terre, dagli “eroici furori” di tutto l’Ottocento e la
prima metà del Novecento (vedi l’impresa di D’Annunzio a Fiume o a Zara), e la
concreta vita quotidiana della gente comune e dei suoi sacrifici per affrontare
nuove e destabilizzanti situazioni familiari e domiciliari come profughi o
esiliati. (…).
Sono, intanto, questi gli
anni dell’incontro di Puse, adolescente, con Franco Dalmas, uno studente di
Spalato, che diventerà suo sposo e che sarà il padre di Tea e di suo fratello
Rafo. Poi, la frequenza dell’università con i lunghi soggiorni a
Zagabria, Graz, Vienna, dopo aver superato una temibile malattia, per quei
tempi, il tifo. E, quindi, le prime lettere (…): gli avvenimenti storici in
tempi così travagliati soprattutto per quei territori tra regni diversi che se
li contendevano per giungere ben presto ai prodromi del secondo terribile
conflitto mondiale. Emblematiche sono le prime due lettere che Puse scrive alla mamma
da Vienna, dove sta imparando il tedesco. È ormai fidanzata con Franco Dalmas,
l’italiano, che però vive già a Roma per avervi trovato lavoro.
È il momento della
propaganda nazista e Vienna è in festa per Hitler, che viene da tutti
inneggiato come “liberatore”. Piangono e si uccidono, invece, i poveri ebrei
oppure cercano riparo in Ungheria. Già i divieti nei loro riguardi
s’infittiscono di ora in ora. Puse è disorientata e attende notizie dalla mamma
che, attraverso i giornali, è più informata di lei che pure è testimone oculare
di quanto avviene per le strade di Vienna. Evidentemente la propaganda nazista
è già dominante e i giornali faticano a giungere per una informazione più
corretta e obiettiva. Ritengo davvero preziose queste prime due lettere perché
ci danno notevoli spunti di riflessione sulle grandi, inevitabili
contraddizioni che regolano i destini degli uomini, come appunto sosteneva
Simone Weil: i tedeschi gioiscono e gli ebrei piangono riguardo agli stessi
eventi. O, anche, l’informazione dei giornali diventa più importante della
testimonianza diretta di chi vive in prima persona gli accadimenti che fanno la
storia, che non viene mai scritta nella sua verità oggettiva. (…). Ma sono giorni cupi di guerra e di paura. (…).
Tempi di guerra, di fame, di
autorizzazioni per ogni piccola cosa, che non era più un privilegio ma
necessità di sopravvivenza. E sempre più le vicende personali s’intersecano con
quelle civili e sociali, di popoli, che si esaltano o si spaventano o non
capiscono, e di capi che comandano a loro piacimento, ignorando diritti,
calpestando terre, violando ogni forma dell’umano nell’uomo. Conosciamo le
nefandezze di quell’immane sciagura che fu la seconda guerra mondiale. Dolori,
deportazioni, violenze, torture e sofferenze non furono risparmiate neppure
alle popolazioni slave, attraversate più di altri popoli da tensioni, odi
feroci e terribili espropri ed esecuzioni. Nel “Diario” di Vinka e nelle
lettere di Puse, leggiamo le vicende drammatiche della seconda guerra mondiale,
l’Asse Roma-Berlino, le leggi razziali e le loro terrificanti conseguenze. La
lotta partigiana. Spalato bombardata. L’armistizio e le dimissioni di
Mussolini, la fine della guerra. (…).
Nel frattempo, la vita continua con nuovi posti di responsabilità e nuovi
problemi nella vita quotidiana… (…).
E Vinka chiude il suo “Diario” il 7 febbraio del 1945 (quando Puse è costretta
a lasciare la sua casa, la sua terra, tutti i suoi averi, per veleggiare con
due bambini e tanta disperazione verso Bari, dove prenderà dimora). Lo
riprenderà improvvisamente e brevemente otto anni dopo per la morte
dell’amatissimo Franco e per annotare la disperazione di Puse, sola con due
bambini e... in terra straniera. Estranea alle sue radici, ai suoi affetti, a
sé stessa. Il “Diario” si chiude con una poesia di Franco, scritta a sua moglie
circa due anni prima di lasciare per sempre i suoi cari, già da tempo malato e
consapevole della fine ormai prossima. E con un’ultima lettera di consolazione
e d’amore di Vinka a Puse, il 2 aprile 1953. Ma la storia di Puse continua per
molti anni ancora. La gòmena d’amore si è pian piano intrecciata ad altre due
donne, Tea e Manuela, che non hanno mai smesso di tenere in vita il ricordo
luminoso di Vinka Šperac Bulić e di sua figlia Elena, per tutti Puse. (…). È stata Manuela che, una mattina di marzo
del 1991, ha scoperto il volo di sua nonna verso il cielo, nonostante fosse
ancora “seduta in cucina davanti ad una tazzina di caffè, tra le dita una
sigaretta mai accesa...”. Di qui anche il suo sommesso, nostalgico, sussurrato
canto...>
Il
mio primo incontro con la Fine.
Le
medicine, la solitudine.
Una
vita in salita, ladra di sorrisi.
La
canzone di Natale, il pianoforte.
Il
tè alla menta, le sigarette.
Il
nostro ultimo capodanno insieme, solo tu ed io.
Il
profumo di lavanda.
Le
carte, i cruciverba, il corso d’inglese a 45 giri.
I
libri gialli e i film western.
L’italiano
a modo tuo.
Il
tuo grande, sfortunato amore.
Gli
occhiali rosa, e la tinta peldicarota al battesimo di mio fratello.
Il
mare, i cani.
Il
pesce rosso nella vasca da bagno perché stesse più largo.
Tu seduta sul wc
a sferruzzare, che ridi mentre sguazzo nella vasca col pesce, vestita di sana
pianta.
Diciassette anni dopo, è solo ieri. Non ti ho
mai sognata, o almeno mai come avrei voluto. Ti ritrovo nel volto di mia madre,
e in un rito tutto mio. Quando ogni anno torno dall’altra parte del mare, e
davanti agli occhi, all’alba, eccoti. Con immenso amore, Manuela.
E, intanto, approfitto di questa
importantissima pagina, che ci permette di comprendere la tragedia vissuta dai
popoli presi in esame nella Giornata del Ricordo, per ricordare a quanti lo
hanno conosciuto e amato il carissimo amico Nico, di cui non ho potuto scrivere
il giorno 26 febbraio per via del mio computer “muto” a causa di un guasto. Lo faccio
ora con tutto il dolore che dopo cinque anni è ancora uncinato al mio cuore,
come il primo giorno della sua assenza e come si evince da quello che scrissi
appena mi fu annunciata la sua morte: < Per te, Nico, ancora una volta, per
te, con te, che sei ricordo/presenza. Incancellabile>.
E, per il ricordo/rimpianto di Nico, posto su facebook quanto scrissi quel giorno, il 26 gennaio 2021, per lui. E grazie a tutti voi che mi leggete con tanto paziente affetto. Al prossimo incontro sul blog. Angela/lina
giovedì 5 febbraio 2026
Ciovedì 5 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (Saggio)...
Giovedì 5 febbraio 2026: MORIRE di VALERIA ROSSINI (Saggio)…
Siamo solo aliti di vento
soffi delicati appesi alle pareti
di un cielo senza confini.
(Rabindranath Tagore)
È un Saggio, quello di Valeria Rossini, non sulla morte, ma sul morire, come sottolinea l’Autrice, che sente la necessità di precisare subito, e a giusta ragione, che il sostantivo “morte” è statico, ferma l’attimo e lo pone come qualcosa di irreparabile; il verbo “morire”, invece, all’infinito presente, è dinamico: è un percorso, un cammino che abbraccia l’attimo della nascita e quello della morte a cui, però, bisogna giungere, facendosene, col passare del tempo, una ragione filosofica, psicologica, pedagogica per sconfiggere la paura che, comunque, tale attimo genera nell’animo umano. Ed è un tempo proficuo, quello che scorre durante il percorso, breve o lungo che sia, perché permette all’uomo che, a differenza degli animali, si sa “mortale” sin dal principio, di superare la paura, che è altro elemento bloccante la crescita e la consapevolezza di sé nell’uomo, nel suo “divenire” e farsi “persona”. E questo percorso, in questo Libro, si snoda in dieci capitoli, densi di citazioni che avvalorano, via via, i vari punti di vista presi in esame e sviscerati con “ipervigilanza” dall’Autrice, che non lascia nulla al caso, pur nella imprevedibilità dei risultati delle sue ricerche a vasto raggio, come necessariamente accade in ogni “avventura”. Già, perché ogni sfida culturale che si fa sfida umana e che utilizza, nel nostro caso, le parole scritte, è di per sé un’avventura di cui si ignorano fino alla fine i risultati. Occorre ricordare, per tutto questo, che il Saggio di Valeria Rossini rientra nella Sezione “Parole di filosofia dell’educazione” curata dal Prof. Antonio Bellingreri, che coordina un Comitato scientifico di tutto rispetto con docenti che operano in varie Università italiane, da Brescia a Roma, da Bari a Palermo, Messina e così via. Molti di loro, all’interno della Sezione, hanno già pubblicato Saggi riguardanti diverse tematiche fondamentali inerenti al processo educativo, e che abbracciano la “persona nel suo formarsi”, la “comunità con il relativo senso di appartenenza”, l’“incontro con gli altri, ritenuti estranei, l’“inclusione nella scuola di ogni ordine e grado” e via di seguito.
Alla
Rossini il Prof Bellingreri aveva chiesto di trattare l’argomento riguardante
la morte dal punto di vista pedagogico. Argomento a lei non estraneo perché trattato
con i suoi studenti in relazione alla “assenza negli anni dell’adolescenza del
supporto delle figure genitoriali”, ma anche perché realtà da lei dolorosamente
vissuta in prima persona. In pratica, come afferma l’Autrice nella Premessa, è
stato l’argomento a scegliere lei e non viceversa. Ma, occorre precisare che la
docente Valeria ha avuto grande coraggio e tanta maturità nell’affrontare una
tematica così difficile e impervia per tutti, ma soprattutto per lei, avendo
perso sua madre quando aveva appena quattordici anni.
Non
a caso il Saggio ha una dedica lapidaria e tenerissima: “A mia madre”.
E
decisamente intensa, simbolica, significativa è l’immagine di copertina: una
corda intrecciata che rischia di sfilacciarsi e spezzarsi del tutto se non le fosse
impedito da un nodo che tenta di trattenere in vita un sottilissimo filo… e noi
ci chiediamo il perché. Ecco una possibile motivazione: “filo” è una parola
breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di
scarsa durata e di cui, forse, si potrebbe fare a meno, mentre è, invece, di
una incredibile utilità in molti casi. Serve, per esempio, a legare due polsi, unire
due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in
uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da
legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato per
due o anche per dieci cento mille volte. Mille volti.
Quel
sottilissimo filo, del resto, ci dà la consapevolezza della precarietà della
sua consistenza e resistenza, sollecitando l’attenzione e la cura per
salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà. Ma, per non rischiare
che si spezzi del tutto, occorre ricorrere al nodo.
E
il nodo ha tutta una simbologia antica e moderna. Si alimenta di miti e di
poesia. Penso al nodo gordiano o a quello di Salomone, ai nodi delle reti dei
pescatori, o a quelli delle vele dei marinai. Ma c’è anche il nodo al
fazzoletto per non dimenticare (e i nodi del rovescio del ricamo a indicarci la
bellezza del diritto nelle mani del Signore, ma questa è un’altra storia). Ci
sono anche i nodi che vengono al pettine per una ritrovata verità in precedenza
messa in discussione oppure celata. Ma anche il nodo alla gola, segno di
commozione e di pianto trattenuto. Può dimostrare, dunque, un legame più forte,
ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa forse anche la
misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo. E che dire dei nodi sui
tronchi degli alberi a indicare i loro anni?
Nodi
e fili, infine, possono diventare dialogo, intimità, riconoscimento, amore.
Resistenza. Persistenza. O, piuttosto, una ferita che segna un sentimento che
vive di vita propria oltre il tempo e lo spazio, anche se si nutre di tempo
(gli anni) e di spazio (la propria dimora del cuore), da cui sconfinare perché
la nostra straordinaria Autrice ha scelto come nutrire il verbo “morire”
all’infinito nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità, l’essenza
della nostra stessa esistenza, che non è misurabile perché non ha chiodi e perni
per fissarla una volta per sempre, ma si frantuma in mille segmenti diversi e
sempre nuovi perché, come sostiene il famoso poeta e scrittore statunitense
Walt Whitman in Foglie d’erba, “siamo
abitati da moltitudini”, che scivolano via. Non ha affermato la stessa Rossini,
con fermezza e un pizzico di poesia, che “il nostro destino è quello di morire
ogni giorno perché la vita ci sfugge lentamente”?
Del
resto, la nostra è una società, che accompagna pedagogicamente l’essere umano in
una “Lifelong” (cioè dalla culla alla tomba) (Premessa, p. 15). Certo non
possiamo decidere se nascere o meno, ci dice ancora Valeria Rossini, ma
possiamo gestire meglio i tanti momenti della vita e prepararci a quello della
morte, apprezzando di più il presente e le possibilità di crescita e di
maturazione che ci offre, e utilizzando anche, in senso positivo, gli strumenti
tecnologici, scientifici e medici che abbiamo a nostra disposizione. Occorre
“collocare la questione morte dentro un orizzonte pedagogico attento alla
globalità e alla sacralità dell’essere umano in linea con l’eredità culturale
che dalla Grecia antica arriva fino al pensiero europeo del Novecento (…)
influenzato dal modello giudaico-cristiano, che ha influenzato stabilmente i
paradigmi interpretativi dell’umanità” (I Capitolo, pp.17-18).
In tale “orizzonte pedagogico” possono nascere
scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe
cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con
Dio. Ma, a mio parere, un approccio autentico alla trascendenza non può
avviarsi, se non a partire da un ascolto
sincero dell’anima, capace di avvertire i sentimenti più profondi che non
mentono. E cambiare significa progettare
il futuro nel senso di far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto
e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e
verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che
la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è
quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o
nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.
Ma può accadere anche il suo contrario
quando si affronta il tema scottante della paura della morte che di solito si
evidenzia verso la morte o la perdita di qualcuno e quello dell’“angoscia”,
trattata da Jean Paul Sartre, il filosofo dell’Esistenzialismo ateo francese,
in L’essere e il nulla (il nichilismo
nietzschiano sempre in agguato!), quando afferma che l’uomo non riesce più a “progettare”
perché avverte il suo “non essere” in maniera angosciante. In questo caso direi
che bisogna ricorrere alle affermazioni di Bloch: “i vivi sono morti quando
hanno paura, e lo ignorano. Muoiono quando hanno paura e non fanno nulla per
superarla. Si angosciano per il futuro perché non sanno cosa riserverà” (I
Capitolo, p. 23).
(E.
Bloch, Il principio speranza. Sogni ad
occhi aperti, vol I, 2019).
Penso di poter affermare, dunque, che il I Capitolo sia il più
ampio e ricco di tutti gli altri perché ci permette di riflettere anche su “individuo”,
“persona”, “identità”. Importante anche, in questo contesto, la “irripetibilità
della persona”. Concetti fondamentali che hanno due direttive diverse: la prima
mette al centro l’individuo, che è tutto in sé conchiuso (e, quindi, espone al
rischio del nichilismo, già evidenziato); la seconda mette al centro la persona
e apre alla trascendenza che è intrisa di speranza. L’Autrice spiega meglio
tale concetto: “tutti nasciamo individui e diventiamo persone. La persona è un
compito, si fa” attraverso la formazione che consente il “passaggio dall’essere
in potenza all’essere in atto”. (I Capitolo, p. 19)
Mi sembra giusto, a questo
punto, dire quanto sia apprezzabile e pedagogicamente motivante quello che
Valeria Rossini scrive negli altri capitoli in maniera sempre chiara, lucida,
profonda, aiutandoci ad arricchirci di nuove voci come quelle di Acone, Antonelli,
Ambrosiani, Kierkegaard e tantissimi altri. La Bibliografia è vastissima. Vengono
affrontate, pertanto, altre sfaccettature della morte e del morire, in termini
pedagogici, mirando costantemente alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto
generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.
E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si
sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa
soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda
consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza,
sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa
rinascere infinite volte” (Erich Fromm).
Tutto
questo anticipa quanto Valeria Rossini ha scritto nell’ottavo capitolo,
riferendosi ai bambini e al loro rapporto con la morte e il morire, filtrato
attraverso le varie età. È un capitolo che mi sta particolarmente a cuore perché
è molto importante educare i piccoli non soltanto alla vita e al futuro, ma
educarli soprattutto a “proteggersi” dalla morte, che quasi sempre significa
perdita e assenza delle figure affettive di riferimento, e con l’assenza
subentra un senso, a volte devastante, del vuoto e della solitudine da colmare
(VIII Capitolo, pp. 127- 128- 129).
A
questo punto, me sembra opportuno fare riferimento anche a Lo Stralisco (Einaudi 1987, con le illustrazioni del pittore Cecco
Mariniello) di Roberto Piumini. Il grande scrittore per bambini (ma non solo)
affronta il problema della morte in maniera lieve, fiabesca, mirando alla
bellezza delle forme e delle parole per salvaguardare il senso dell’amicizia e
il sorriso del bambino in prossimità della morte, e la tenerezza che vince le
lacrime, l’angoscia e il dolore del padre.
E
vorrei concludere, riferendomi alle stesse conclusioni di Valeria Rossini, che in questo Saggio ha preso tra le mani la complessità del
mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra i vari “attori”
di alcune teorie pedagogiche molto seguite e apprezzate ai nostri giorni affinché
possano offrirci i modi e i tempi di interagire per ambire ad affratellare
l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte,
distruzione.
La sua Conclusione, inoltre, mi offre in estrema sintesi quanto
verrà dipanato della complessa matassa delle tante teorie e dei tanti risvolti
antropologici, psicologici, filosofici, sociologici, etici e culturali in
dialogo tra loro in tutti i dieci capitoli.
Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una
reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà,
tanta vera “accoglienza” dell’altro soprattutto in riferimento ad un tema, che
oserei quasi definire “eretico” oggi, tanto la morte e il morire vengono
accantonati, rimossi, dimenticati, salvo a farne purtroppo anche oggetto di
spettacolarizzazione… Ma non mi piace concludere così, negativamente. Sarebbe meglio
fare riferimento all’approccio interdisciplinare e transdisciplinare, di cui si è anche parlato, in grado di
rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il
pedagogista in un atteggiamento di apprendimento continuo con i suoi allievi,
invitandoli senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà dei nostri
giorni da cambiare. Ma sento anche la necessità di puntualizzare ancora qualcosa
riguardo alla forma di questo Saggio. Occorre precisare, infatti, che la nostra
Autrice ha uno stile tutto suo (basta leggere alcuni dei suoi Saggi e, in
particolar modo, quello su Maria Montessori: Maria Montessori. Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare. (pubblicato
nel 2020 da Edizioni San Paolo): chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma
con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono più volte ribaditi e
sottolineati, ogni teoria viene spiegata e approfondita nei minimi particolari
per fugare ogni dubbio nel lettore, che Valeria Rossini tiene nella massima
considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso
intento tutto viene documentato con innumerevoli note. Sono strategie vincenti.
Come vincente è la musica interna che è facile notare dappertutto perché seduce
e convince quasi l’Autrice abbia seguito costantemente il ritmo ancestrale del
proprio cuore, il rimpianto, la nostalgia, i sogni, il coraggio di
ricominciare...
Angela De Leo
Chiedo, come sempre, scusa ai lettori e alle lettrici del mio blog per essermi dilungata, come sempre. La sintesi purtroppo non mi appartiene, ma confido nella vostra generosità e nel vostro affetto nei miei riguardi. Grazie. alla prossima. Angela/lina
martedì 3 febbraio 2026
Martedì 3 febbraio 2026: Per il tuo compleanno tra le stelle "Una lettera per te"...
"Per te oggi una lettera"
L’ora più buia prelude alla Luce… e Tu ora
vedi
“il mondo
in un granello di sabbia
E
il cielo in un fiore di campo
E
l’eternità in un attimo”
(William Blake)
Mia
amatissima Anna Maria, dopo tante poesie, sento la necessità di scriverti una
lettera. Mi ha dato l'idea un articolo sul tarassaco che noi chiamavamo
"l'occhio di Gesù", che insieme da bambine inseguivamo nel tempo
senza tempo della memoria. Insieme - ricordi? - a gara correvamo ad accoglierlo
tra la conchiglia delle mani protese verso il nuovo giorno fortunato. Gesù ci
proteggeva col Suo sguardo d'Amore e non sapevamo del tarassaco fiore a farsi
sole, luna e stelle nel cielo. Con petali dorati a noi rideva dall'aurora fino
a sera e si faceva matassa di luna, luminosa come quella di stasera a farmi
compagnia mentre ti penso e ti scrivo e ricordo di te non solo la nostra
infanzia e adolescenza, ma anche la tua giovinezza ardita, bianco sogno di
sposa e di rugiada quando dicesti il tuo sì, sicura e innamorata persa del tuo
Nicola, commosso, fiero ad attendere la notte incantata con fili di seta per
viverti accanto e intrecciare con te rose lacrime e sorrisi. Era un giorno di
sole e con la neve nacque una bimba da cullare in due, fra sogni di felicità
durati troppo poco. Ben presto, come per il fiore del tarassaco, una bufera di
vento soffiò violentemente e ("i
semi si staccano e volano via, ciascuno portato da un pappo bianco che ricorda
una stella cadente. Questi semi dispersi nell'aria creano uno spettacolo
effimero che evoca le stelle sparse nel cielo notturno") si portò via
in un soffio il tuo amore, mentre sotto il cuore un nuovo semino cresceva e
chiedeva alle tue lacrime di nascere. Aveva diritto alla vita e alle tue
braccia ormai inerti e disperate. Ci ritrovammo tutti insieme a darti una mano
di aiuto e risorgesti con la tua chitarra e il tuo meraviglioso canto, inno
alla vita. E, dopo anni di solitudine e di coraggio, ritrovasti l’audacia (tu,
Donna libera da convenzioni e ribelle ad ogni imposizione) di amare ancora. E fu
un uomo, quanto te provato, ad aiutarti con le tue bimbe in fiore. Per anni sei
stata forte, per anni sei stata roccia e melograno e hai visto crescere Isabella
e Nicoletta e farsi donne in carriera e madri. E reggevi sulle tue spalle,
supportate da Gianni, quercia innamorata e discreta, il dolce peso di tre
famiglie, senza mai dimenticare quella d'origine: mamma, babbo e tutti noi
fratelli e sorelle. E avevi con me una sorellanza speciale, unica direi, a
sostenere le mie fragilità, a darmi sempre protezione e coraggio. Insieme
abbiamo attraversato oceani in tempesta, pur restando ciascuna nella propria
casa. E, così, ti sei ritrovata con un cuore malandato e la tua graffiante e
fiera voce spezzata, impossibilitata a cantare ancora. Operazione a cuore
aperto e forza di riprendere e continuare, nella casa del gelso e delle rose
che tenacemente e provvidamente volesti fosse tua, di Gianni, delle ragazze e
dei loro figli, i tuoi adorati nipoti.
Poi...
più tardi una nuova prova: l'ictus che ai più non perdona, ma ne uscisti
vincente, fino a quando ti piegò di nuovo in giorni disperati e di Speranza senza
ritorno. Ma io torno da te e non ti lascio andare tra nuove nuvole scure ad
oscurare il nostro cielo. Tu sei qui. Con me. Con noi. Sento che ci sei, VIVI
nei nostri cuori e deponi ogni giorno nella nostra anima una fiammella di Speranza
alimentata dal vento con il tuo AMORE che, quotidianamente e generosamente per
non smentirti mai, lanci nell'universo. E tutto si trasforma, almeno per noi
due, in preghiera. E le stelle sono luci infinite nel tuo Cielo…
BUON COMPLEANNO, ANNA MARIA! Lina (con
tutti noi che tanto ti amiamo)
lunedì 2 febbraio 2026
Lunedì 2 febbraio 2026: l'incontenibile gioia di incontrare ancora una volta GJEKE MARINAJ nella nostra casa...
Dopo oltre un paio d’anni di assenza dall’Italia, Gjeke è di nuovo qui tra noi e scrivo queste poche righe dopo l'attesa e l'incontro pieno di gioia nella nostra casa. Perché ne parlo? Perché Gjeke è un prezioso amico “di penna e di cuore”, come sono solita definirlo io. E a giusta ragione. Per chi scrive come me, raramente accade di incontrare nella vita persone che sono perfettamente aderenti alla propria scrittura nei contenuti come nelle parole. E, quando avviene, accade il prodigio della “consonanza”… si avverte lo stesso ritmo interiore, la stessa sinfonia che palpita nell’anima e si traduce in profonda empatia. Un vero e proprio gemellaggio di mente e di cuore e niente è più come prima. Non a caso ho scritto per lui dei versi che lo connotano.
“Per te, Gjeke”
Siamo lune sul cammino degli incontri:
follia e sogni, speranze e delusioni.
Silenzi e Risate. Sospensioni e Sorrisi.
Siamo noi con le nostre vite intrecciate
a te in un viaggio senza fine.
Noi viandanti in attesa di stringerci
la mano e il cuore. L’anima.
Applausi ricevi oggi e mille AUGURI
da conservare nelle tasche
di nuovi domani.
A te che ami tele e pennelli per cieli
dipinti di malinconia.
A te, che incateni occhi e parole d’amore
agli occhi di Dusita che con amore
ti ama in silenzio e ti ascolta.
A te, schivo e attento a non ferire gli altri
che del tuo mondo interiore ignorano la musica.
A te che ami la risata e gli amici più di te stesso
e vesti di gioia lo stare insieme. E insieme fiorire.
E voce e canto sei e sincero incanto con i tuoi versi
a farci vibrare.
Tu, l’amico che ama viaggiare
e raccontare di genti e Paesi.
Tu, e il tuo mondo lontano.
Quasi un prenderci per mano
senza fare rumore
d’ala per uncinarci al cuore.
Gli amici veri rimangono oltre il tempo e lo spazio
e sono radici e alberi e foglie e frutti e dono e allegria.
Durante il nostro cammino ci tendono le mani
nella buona e nella cattiva sorte intrecciate.
Tu, con amore, riempi forzieri e ricordi…
(presente più che mai ai nostri giorni
con i tuoi sogni tra dita di parole gemmate)
For you, Gjeke
We are moons along the winding path of meetings:
madness and dreams, hopes and disappointments,
silences and laughter, pauses and smiles.
We are ourselves, our lives entwined with yours
in a journey without end.
We are wanderers waiting to clasp
your hand, your heart, your soul.
Today you receive applause and a thousand best wishes
to keep in the pockets of new tomorrows.
To you who love canvases and brushes
for skies painted with melancholy.
To you who chain eyes and words of love
to Dusita’s eyes; she who loves you in silence
and listens to you with love.
To you, shy and careful never to hurt others
who ignore the music of your inner world.
To you who love laughter and friends more than yourself
and dress every gathering in joy.
And together we bloom.
You are voice and song and true enchantment with your verses
that make us tremble.
You, the friend who loves to travel and tell of peoples and lands.
You and your faraway world.
It is almost like taking our hand without making a sound,
with a wingbeat, to hook us to your heart.
True friends remain beyond time
and space, they are roots and trees and leaves and fruit
and gift and joy.
Along our path they reach out their hands
in good times and bad, fingers intertwined.
You, with love, fill treasure chests and memories…
(more present than ever in our days
with your dreams between fingers of gemmed words)
A lui abbino sempre un altro meraviglioso amico, che condivide pensieri e poesie da oltre quarant’anni, attraversando insieme le nostre alterne vicende. Si tratta del grande poeta e scrittore cileno, ormai noto come Gjeke, a livello mondiale, Germàn Rojas. Anche a lui, che verrà in Italia e nella nostra casa ad aprile di quest’anno, ho dedicato molti versi. E versi ho edicato ad entrambi. Eccone alcuni: “Ci sono uomini” (per Gjeke e Germàn)
Ci sono uomini con passi d'erba,
di albe e tramonti in preghiera
tra mani di miele e sogno.
Due cuori ebbero alla nascita in dono
a illuminare di carezze il giorno. Come voi due.
E incontrai, nel passato, dentro i miei occhi di bambina
al primo incanto, mio nonno.
Mi regalò pane e rose e intrecciò parole di fiaba
ai miei capelli in fiore. Con tanto amore.
Con ali di vento a sollevarmi al cielo degli aquiloni
e dei sorrisi, sotto le piogge e il canto delle allodole.
Usignoli tra i rami del gelso rosso e pensieri
in libertà vigilata di sogni sparsi nel cortile.
E mi colmò di Poesia.
Me la consegnò nei pugnetti chiusi
- non perderla mai - mi disse -
ti aiuterà a vivere. E a sognare -
(con lui, con voi, continuo a scrivere, ad amare)
There are men (for Gjeke and Germàn)
There are men who walk as if on grass,
who greet sunrise and sunset in prayer,
hands sticky with honey and dreams.
Two hearts were given at birth
to light the day with caresses: like yours.
Once, through a child’s eyes,
I met my grandfather at the first moment of wonder.
He gave me bread and roses,
wove fairy tales into my flowering hair with love.
With wings of wind he lifted me
to skies of kites and smiles,
through rain and lark song,
nightingales among red mulberries,
thoughts flying free in the courtyard.
He filled me with poetry,
placed it in my small fists:
“Never lose it,” he said:
“it will help you live and dream.”
(With him, with you, I still write, still love.)
“A Germàn Rojas”
Della Bastiglia il fuoco ti arde nelle vene
in segno di prigionia e libertà
sotto un cielo che lacrima di rinviati addii.
Sapore d’estate in un oceano
di rinnovati velieri e alte bandiere di vittoria
agli orizzonti inattesi, divisi, riconquistati.
In un avanzare di respiri
lungo sogni d’erba mai dimenticati.
Resistiamo insieme agli anni,
mai spenti noi dagli inciampi e le frananti
cadute, col filo testardo della scrittura,
- coraggiosa seta d’oro la sua tessitura -
che ci canta dentro e sorride della mano
tremante non più certa forte e sicura,
protesa alla carezza di un verso lucente
per accendere il nostro cielo d’improvviso
splendore che colore ha di arcobaleno.
Afferriamo gomitoli di sole
da dipanare piano
in questo lento tramonto
che avanza silenzioso e arcano
per ridarci il chiarore delle stelle
(finché sapranno i nostri occhi
naufragare nei sogni
incantarsi di Luce
lungo la lunga via
della nostra mai spenta Poesia…)
To Germán Rojas
Bastille fire runs fierce in your veins,
captivity and freedom beneath a sky
that sheds the tears of farewells delayed.
Summer tastes of seas where tall ships rise again,
victory’s banners lifted over horizons
unexpected, divided, won anew.
Breath by breath we move ahead
along grass-dreams never fully lost.
Together we resist the years,
unfallen even through stumbles
and collapsing ground, held fast
by the stubborn thread of writing,
its weave a brave silk of gold
that sings within us, smiling at the hand
now trembling, no longer steady or sure,
yet reaching for the touch of a shining verse
to set our sky alight in sudden
splendor shaped in rainbow hues.
We gather skeins of sunlight,
unwinding them slowly
into this quiet, ancient sunset
advancing in silence
to return us to the brightness of the stars
(as long as our eyes can
drift into dreams,
be astonished by Light,
walk the long road
of our never-quenched Poetry…)
(La traduzione in inglese è della bravissima e amatissima amica Eva Dolcemascolo)
E ora vi lascio, miei carissimi lettori/lettrici e amate amiche/e amici, Gjeke è stato con noi ieri. Ed è stata una giornata speciale con un amico speciale. E io sono stata pronta ad afferrare al volo i suoi occhi, il suo sorriso, il suo cuore generoso quant’altri mai, la sua Poesia. Abbiamo fatto insieme anche una bellissima videochiamata a Germàn. È stato un momento di intensa commozione. E chissà… ad aprile potremmo incontrarci tutti insieme nella nostra casa per alcuni progetti che potremmo tradurre in realtà… Alla prossima. Angela/lina
giovedì 29 gennaio 2026
Giovedì 29 gennaio 2026: "NON DI SOLO PANE" di ENZO QUARTO (cinque anni dopo)...
Perché niente è scontato,
e ogni cosa è un dono. Dagli valore.
(Oscar
Travino - “Sette secondi”)
Sento che sia doveroso riproporre dopo cinque anni il
“Progetto per un nuovo Umanesimo e Rinascimento della nostra umanità alla
deriva” di Enzo Quarto intitolato “NON DI SOLO PANE” in riferimento ancora al
Saggio di don Antonio Lattanzio e ai successivi incontri promossi da don
Giuliano Savina per “L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO” nella Basilica
di San Nicola e nella Cattedrale di Bari. Devo dire subito che già il titolo mi
piacque molto e oggi ancora di più. Cinque anni fa, infatti, scrissi:
<Titolo molto suggestivo che mi riporta immediatamente alla bellissima
preghiera del Padre Nostro, consegnataci da Gesù per invocare la protezione di
Suo Padre sull’intera umanità. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane.
Non può e non deve mancare alla mensa del ricco come sul desco del povero. E
qui il discorso diventa molto più ampio perché abbraccia tematiche legate al
lavoro, all’economia, alle disuguaglianze sociali (…). E tutto diventa tempo di
semina (il progetto, che nasce dal sogno e che non è utopia se si tende con
determinazione e perseveranza a realizzarlo) e tempo di raccolto (il mondo
migliore, che si andrà a costruire per e attraverso le nuove generazioni). Ma
nel Padre Nostro non ci si riferisce solo all’alimento del corpo quanto al cibo
dell’anima. Ed ecco farsi chiara la motivazione del PROGETTO PER UN NUOVO
UMANESIMO NEL PENSIERO, NELL’ARTE, NELL’ECONOMIA, NELLE SCIENZE, NELLA VITA
COMUNE.
Si
tratta di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli
ultimi sessanta/settant’anni dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che
spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge
della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro dei campi,
dell’attesa del raccolto, e del dovere inciso a caratteri cubitali sulla
propria pelle, per inaugurare il mondo dei diritti e delle rivendicazioni. Un
mondo nuovo non decisamente migliore, per alcuni versi, di quello precedente
come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali,
sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con la
razionalità e la creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante
in tutti i settori e nei molteplici piani della nostra esperienza esistenziale:
dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali,
civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti,
appunto; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo
nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue declinazioni
(Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia
planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo
tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata
nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della
indigenza, dilagante nei Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano
guerre feroci di cui non abbiamo contezza e che segnano anche la “miseria”
spirituale dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e
identica ferocia.
Cosa
potrebbe salvarci ormai in questo “villaggio globale” (McLuhan), sperduto in un
“Pianeta di naufraghi” (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO.
O forse il SILENZIO, che è vuoto e preludio prima della parola o, meglio, il
“momento aurorale dell’ascolto” (Massimo Baldini). Ma la “parola ascoltata” ci
riporta al riconoscimento di noi, del
nostro ESSERE, che si realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La
nostra dimensione sociale, infatti, si nutre dell’incontro e del confronto con
gli altri. Diventa, dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del
PROGETTO stesso: “1 - L’uomo senza spiritualità nega sé stesso; 2 - L’ascolto è
il fondamento della parola; 3 - L’essere è la radice del fare”. Ed è su questi
tre punti cardine che dovrebbe incentrarsi tutto il PROGETTO, che il nostro
caro amico Enzo così definisce e introduce: “FORMARE PER INFORMARE: LE VIE DI
UN NUOVO UMANESIMO”.
Viviamo un tempo di cambiamento antropologico, con
l’affermarsi della “cultura digitale”. Ed è una cultura, quella “digitale”,
distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la
concreta conseguenza della cultura di pochi contro l’ignoranza di molti per via
di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione
in tempo reale e senza una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il
problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al
cambiamento. Oggi, del resto, è “tempo di transizione in cui le certezze si
frantumano travolte da cambiamenti più veloci del ‘respiro umano’”, terreno
fertile per il MALE che sovrasta il BENE, negando verità e giustizia sociale.
Tutto è merce di scambio, persino l’uomo stesso e finanche i bambini (si pensi
all’aberrante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli
affidi). Il dio-denaro è l’unico valore riconosciuto in questo tempo capovolto.
Si tratta di un tempo in cui più non ci riconosciamo, travolti come siamo
dall’individualismo egocentrico ed egotico, dall’indifferenza all’altro e dal
rifiuto dell’altro, visto come nemico e mai come una possibilità di crescita
comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere…
Cosa non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso
di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo
sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di
proporne uno nuovo. Smettendo così anche di educare. Occorre con urgenza,
allora, proporre un nuovo modello educativo attraverso il “dono di sé”, come
suggerisce Enzo Quarto, attraverso “l’incontro e il dialogo” e “nel rispetto
reciproco” per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi,
della comunità di appartenenza, dell’umanità tutta. E ogni incontro presuppone
una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé. “Nelle varie tappe della
Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto
scritto e letto al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto
digitale emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il
racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno”. Sono
perfettamente d’accordo con questa premessa del nostro amico Enzo sulla
necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta
di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E
senza i due meravigliosi sentimenti dell’Attesa e della Speranza che hanno
nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L’Attesa ci offre il tempo che oggi
manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il “sabato del villaggio”
e il “dì di festa” di leopardiana memoria). La Speranza, invece, non è statica,
è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del
fare, dell’operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la
ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di realtà alla nostra
esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque,
l’idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla
base della giustizia tra gli uomini.
Progettare per il futuro significa, allora, non
ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e
condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci è stato tramandato
dai nostri “vecchi” e farlo rivivere in questi nuovi scenari con nuove modalità
e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e
sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla
maieutica socratica del “tirar fuori” la vera natura dell’educando, ma
focalizzi la necessità anche del “prendersi cura”, nel tempo, della sua
“personalità” perché diventi “persona”, perché nulla si disperda dei suoi
potenziali talenti. E, del resto, “edo” in latino fa riferimento anche al cibo.
E il prendersi cura sottintende anche il preoccuparsi di dare da mangiare. Ritorniamo
alla necessità del “pane quotidiano”, cibo del corpo, della mente, dell’anima.
Ecco sarebbe questo, a mio parere, “l’Umanesimo” prima del “Rinascimento”. Il
volano di tutto ciò sarebbe, allora, proprio l’ascolto.
“Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e
sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi
dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (…) per far rinascere
il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia
nell’uomo”. Progettare il futuro significa, in conclusione, far rinascere una
cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività,
scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere
gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che
esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere
fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore,
della sua anima.
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Purché
si tenda alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto
generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.
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E
mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano
amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto
amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e
responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e
passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere
infinite volte” (Erich Fromm)>
E tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio
in funzione degli incontri che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in
relazione a una maggiore comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza
di perseguire, giorno dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio
alla Pace. Alla base, come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data
dalla “cultura”. A pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per
Papa Giovanni Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di
evangelizzazione della Chiesa (…). Di conseguenza, testimoniare la fede
significa affermare l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita
come il primo luogo di testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300
qualcosa di molto importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo
concludere che la teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma sempre con la
consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una comprensione
fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede sulla persona
e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la dimensione interiore
ed essenziale di questo atto, che permette alla persona credente e al gruppo
dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà e di prendere
coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la persona e il
gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si reinterpretano e
rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità sociale.
Tutto questo viene avvalorato da quanto mi scrive il
mio fraterno amico Giuseppe Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta
in economia, parla di “debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla
Pace, per via della “giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta
come dono scaturente dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”.
Anche in questa bellissima prospettiva la parola fondamentale è, per me, “dinamica”,
che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso
il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto
spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur
sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta all’Umanità:
amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di suggestioni settarie
quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi della globalità è
inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel retro-copertina del
Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole fondamentale è il ritorno a
parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione” in atto, e di quanto
dovrebbe accadere “nei processi futuri”.
Ancore di salvezza, in questo mondo devastato da
guerre, dolore e lutto? Forse…
Grazie. Angela/lina