LA POETOLOGA
Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
lunedì 7 settembre 2026
Lunedì 7 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (terza parte)
Alberto Bevilacqua, conosciuto in crociera tanti anni fa e diventati amici per oltre un decennio, in cui mi ha sempre affascinato con i suoi racconti un po’ folli, che rievocavano gli “strioni”, tipici personaggi assurdi dell’area parmense, raccontati con la sua tipica “arlìa” (l’inventarsi la vita e il suo gioco tra ironia e mistero). Intenso, immenso, doloroso e complice il rapporto con sua madre, sua “itaca di tutte le vite”, verso di una bellezza incommensurabile soprattutto nel significato.
Ma poi, ecco un’altra voce maschile importante, quella di Rainer Maria Rilke in “Le mani della Madre”: Tu non sei più vicina a Dio/ di noi; siamo lontani tutti: ma tu hai stupende/ benedette le mani./ Nascono chiare in te dal manto,/ luminoso contorno:/ io sono rugiada, il giorno,/ ma tu, tu sei la pianta…
E qui i versi sono realistici e fortemente poetici, nella visione della presenza della madre non vissuta come una santa, ma cantata per le sue “mani benedette”, un particolare molto significativo del suo corpo quasi divinizzato (“Nascono chiare in te dal manto”) nella visione della protezione, stabile radice della sua instabile mutevolezza (“io sono la rugiada” che si scioglie sul far dell’alba fino a comprendere l’intero giorno che è, comunque, transeunte rispetto alla “pianta, alle sue radici, alle sue foglie che parlano di nuovi domani”).
Poi, ecco “MADRE” di Michele Carniel, che mi assale con versi brevi, a metà strada tra parole quotidiane e parole prese in prestito dalla vita di Cristo: “ventre di Preghiera” (la Vergine Maria?), “evangelista d’amore”, che ha sapore di viaggio per le strade del mondo a diffondere “la lieta novella”. Ma anche la stessa creazione (“negli spazi che mi hai creato”) non ha niente di terreno perché ha in sé il mistero della trascendenza nella semplicità di essere “uomo d’amore” grazie a lei, sua “MADRE”…
Ventre di preghiera/ collana di carezze/ nettare d'esistenza/ insegnante di respiri./ La mia vita t'accompagnerà/ negli spazi che mi hai creato/ per essere un semplice uomo,/ evangelista d'amore
Ma su FB molte pagine qualche anno fa hanno riportato una bella prosa poetica di un non meglio conosciuto F. B. Giacomini, ma senza fare riferimento all’autore, che a dire il vero ha parlato della “mamma” in modo insolito e originale. A lui va il merito! Quindi, occorre citarlo o quantomeno mettere il suo testo tra virgolette, come ora faccio io. Altrimenti commettiamo plagio…
“- Come si coniuga il verbo “Madre”?/ - Non è un verbo?/ - Ne siete proprio sicuri?/ - Amare, fare, dare, ascoltare,/ confortare, gioire, piangere, abbracciare,/ baciare, accarezzare, sentire, curare,/ sostenere, proteggere, insegnare, accompagnare,/ ricordare, studiare, leggere, pulire,/ cucinare, nutrire, vegliare, urlare,/ sussurrare, cantare, sorridere, correre,/ saltare, educare, comprendere, perdonare,/ subire,/ angosciarsi, sollevare, soffrire,/ tacere, parlare… / - Avete ragione “madre” non è un verbo solo,/ ma tutti i verbi di una vita”. Bella davvero!
E mi piace citare il mio carissimo amico, Gino Locaputo, con “Arrivederci mamma nell’infinito”, ora che si è ricongiunto a lei:
Mamma, nel soffio del vento c’è la tua poesia./ Nelle nuvole che passano il tuo volto./ Nei nostri sogni/ le tue ninnenanne:/ Ora tu parli con l’Immenso/ e racconti la tua Fiaba/ che noi non dimenticheremo mai./ Arrivederci, mamma, nell’Infinito. (dalla raccolta Nei tuoi occhi le parole diventano pietra, SECOP edizioni)
Né posso fare a meno di ricordare il carissimo Mattia Cattaneo, ideatore “dal multiforme ingegno” di CIRCOLARE POESIA:
in questo gomitolo/ impazzito di giorni/ stretti come in una campana/ scrivo in corsivo/ di una carezza sconsolata/ piego le ossa/ e torno a sentirti/ dal paese dei crinali scuri/ umbratile/ l'inizio di ciò che ho già perso/ fisso/ lo sguardo distratto/ chicchi d'uva secca/ sfiorano il piatto di un cielo rossastro. E, come lame, mi feriscono i suoi versi intrisi di perdita che sanguina ancora, e in silenzio e tutto per lui il mio forte abbraccio.
Ma c’è anche la poesia di Ciro Tremolaterra, “Una poesia per la mamma”, che mi commuove perché accomuna il dolente desiderio di quanti abbiamo dovuto fare i conti con la perdita più grave, che ci rende più fragili e, forse, più forti, ma mai più quelli di prima
Siediti qui/ anche se non ci sei./ Parlami/ anche se non ti sento./Al sole si sta bene./Leggi con me/ oppure alzati/ per osservare i fiori./ Come siamo stati/ tante volte/ prima di andare via, prima di lasciarci,/ siediti un momento.
E la totalizzante e rammemorante poesia di Giovanni Sepe “A mia mamma”, che conferma il valore di questo straordinario poeta sempre in bilico tra realismo quotidiano e voli visionari della sua anima inquieta, che anela amore:
Non avrei altro intorno,/ se non fosse necessario/ ripararti il cuore,/ che pareti e miserie.// Faccio il gioco del ditale/ disertando questo spazio gelido./ E mi ritrovo a inseguire la memoria/ e il ritmo del pedale/ di una vecchia Singer,/ dipanare cotone e speranza,/ ticchettando melodia.// Mentre m’incuriosiva vedere/ quale prodigio celavano/ quelle mani farfalla/ che volavano in casa/ su ogni cosa acerba,/ trovandoci miele.// Ora che i vestiti non si rammendano/ e le tue mani tremano/ come farfalle impaurite.
E del grande e mio prezioso amico texano Gjeke Marinaj “A MIA MADRE”:
La nostalgia di te
Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano con le ali spezzate/ Se non odi che tuo figlio è morto/ cercami sulla soglia della prima alba/ Ma se a un flauto io dovessi somigliare/ allora per amor mio, madre - anima mia,/ abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili/ Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni/ Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche baratro sconosciuto/ Nel mio straziante volo grido il tuo nome/ E l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.
E del carissimo amico Vincenzo Mastropirro Se mi conosci, Opera poetica vincitrice al Faraexcelsior (FaraEditore 2024, Rimini)
Ed ecco l’Introduzione dello stesso Autore: “Se mi conosci” è considerata un’espressione tipicamente autoreferenziale che rimanda all’interlocutore in termini della sfida e dell’aspettativa. Quel condizionale che non può prescindere dal rapporto intimo con l’altro, trascinando con sé ogni sfumatura relazionale per invitarlo a compiere un gesto, un’azione o, comunque sentirsi parte attiva in un determinato contesto. In questa mia interpretazione, invece, l’espressione riflette una valenza diversa, sono io che mi chiedo: se mi conosco. Se mi ri-conosco davvero. Riflessioni a cielo aperto che principalmente appartengono alla relazione madre-figlio, ma anche a tutti gli altri legami che la vita ha avuto il compito di tessere e intrecciare durante la mia esistenza. Anna (mia madre Ninetta) ma anche la mamma di Maria, di conseguenza la Mamma di ciascun cristiano credente, me compreso - in quanto figlio - benché poco credente. Forse si tratta di un figlio qualunque, forse di un figlio ribelle, forse compreso, forse disatteso, forse programmato, forse “improvvisato”.
Comunque un figlio che ha un rapporto direi simbiotico con la propria madre tanto che non valgono le parole per capirsi e quelle che il figlio dice anche se a lei estranee valgono oro colato. L’intesa madre-figlio è perfetta, nonostante il figlio da bambino sia stato uno scavezzacollo, ribelle alle regole, amante del gioco in libertà, come ogni bambino, ma con una musica magica nel cuore - il flauto - che solo lei sa, conosce e riconosce. E la magia del cuore si estende ad entrambi. La “madre” è il punto focale della poesia di Vincenzo Mastropirro a cui subito dopo si affianca la “morte”: è un binomio inscindibile, dato che Vincenzo ha visto morire sua madre tra le sue braccia. L’ha cullata, l’ha stretta a sé in un abbraccio senza fine.
E anche oggi mi fermo per non sciupare l’emozione che tutti questi versi ci lasciano dentro. Ma continuerò ancora per dare voce alla mia carissima Mariella. Grazie sempre a tutti. Angela/lina
domenica 6 settembre 2026
Domenica 6 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (seconda parte)
E torno a parlare di lei:
Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario
Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri
scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel
1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella
Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come
una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative
culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini
adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa
dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma
infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il
dramma del vivere quotidiano.
La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non
si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso
le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di
vita.
Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola
ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente.
Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del
2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale,
creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La
parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre
l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la
matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura:
dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile,
all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che
si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola.
Misteriosamente. A specchio.
Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni,
come già è stato ricordato dal famoso Fontanella un Poemetto intitolato POESIE
PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver
cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina
troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste
poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di
esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare
di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda
ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi
(voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza)
progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura,
moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per
l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente
inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto
vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora,
mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza
del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri
aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile,
dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza
alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari.
Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì
dell’Angelo)
Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il
dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore
da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io
parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie
(poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di
indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il
vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me.
E così scrissi: <Credo sia opportuno partire da
questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il
“vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e
vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare
con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie.
Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla
stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre
accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non
sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di
“orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io
completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome,
l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la
Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di
noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo
cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.
Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più
tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla
propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con
fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del
1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto
prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora
ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).
E anche oggi mi fermo sull’immagine di mia madre
ancora bella, giovane e piena di vita, ma continuerò ancora. Grazie. Angela/lina
venerdì 4 settembre 2026
Venerdì 4 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (prima parte)
Venerdì 4 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA
BETTARINI…
… Noi eterni santi navigatori
e poeti
lottiamo in terre lontane e vicine
con cattedrali di libri che temono l’oblio
nel deserto
dell’indifferenza
(A.
De
Leo)
E oggi permettetemi, amici miei carissimi e instancabili lettori,
di parlare di MARIELLA BETTARINI,
mia coetanea e amica da quasi cinquant’anni, che ho perso con immenso dolore proprio
qualche giorno fa.
Già da allora, oltre cinquant'anni fa, come potrete vedere in seguito dalla dettagliata
narrazione del grande scrittore, poeta, saggista e critico letterario Luigi Fontanella, era molto famosa ed
anche molto attenta alla scrittura degli altri. Molto selettiva nelle
amicizie. Ma non con me.
La conobbi a Bari durante uno dei Convegni internazionali di
“Donne e Poesia” realizzati e condotti da Anna Santoliquido, infaticabile nel promuovere incontri culturali
tra i più grandi poeti e scrittori di fine Novecento fino ai nostri giorni. Mariella mi spalancò
subito le braccia e il cuore dopo aver ascoltato il mio intervento sulla
poesia. Da allora abbiamo spesso lavorato insieme, incontrandoci più volte a
Firenze, dove risiedeva e dove incontravamo anche Gabriella Maleti, con cui condivideva la casa, l’amore per la
scrittura e per la fotografia. E per me fu dono bellissimo la pubblicazione del
suo tenero Libro Poesie
per mamma Elda con la SECOP edizioni (2019). Lei non aveva mai
pubblicato con altre Case editrici. Gabriella da tre anni non era più con noi,
nostro grande rimpianto. Anche lei nata nel 1942 a fine maggio come me. Mariella
a gennaio dello stesso anno. Quando ci incontravamo nella loro bellissima casa
a Firenze era anche un gran ridere di noi proprio per questo. Eravamo nate
tutte e tre nello stesso anno, “prolifico di poeti e scrittori” – ci dicevamo –
e ciò ci divertiva molto. Ora sono rimasta solo io e loro due mi abitano nel
cuore.
E oggi non posso fare a meno di ricordare e riprendo a
parlare di Mariella e di quando eravamo giovani e non avvertivamo entrambe
l’ingiuria dell’età nel nostro impegno letterario e socio-culturale. Il corpo
poteva anche tradirci. La mente forse, a volte. Ma il cuore no. Conservava
tutte le emozioni di quando eravamo molto giovani. Qualche amica fiorentina si
sorprendeva nel notare l’affetto che ci legava, ritenendola altera, selettiva,
supponente, respingente. Io contrapponevo con gioia la mia Mariella Bettarini,
accogliente, generosa e ricca di umiltà e di umanità.
Con lei e con Gabriella Maleti fu amore a prima vista. Abbiamo sodalizzato
subito con sincera empatia e consonanza di intenti. Con Mariella, dopo la morte
di Gabriella, dieci anni fa, abbiamo intensificato i nostri rapporti letterari,
culturali, amicali, nel rimpianto mai spento delle sue fotografie meravigliose
e della sua profondissima scrittura in prosa e in versi. Devo, in verità, alla straordinaria generosità di
Mariella se abbiamo potuto coltivare insieme e così a lungo la nostra amicizia.
Lei, famosa e apprezzata saggista e poetessa già dagli anni Sessanta, mi ha
fatto dono del suo cuore e della sua attenzione (io allora ancora sconosciuta
ai più); dei suoi libri di poesie e dei suoi saggi di critica letteraria; della
sua splendida Antologia A parole - in immagini (antologia poetica
1963-2007), Gazebo Libri, Firenze 2008; della sua Rivista <L’area
di Broca>, in cui ha dato spazio, negli anni, a molti miei interventi
tematici. Ma la sua immensa sensibilità mi è stata di conforto quando mia
sorella Anna Maria, oggi anche lei non più fisicamente tra noi, scrisse proprio
nel 2019 il suo “diario epistolare” Gelido è l’inverno, del quale ho parlato
recentemente. Ebbene, non ricordo più se le portammo a Firenze una copia oppure
gliela spedimmo. Sta di fatto che immediatamente rispose a me e ad Anna Maria
una lettera delicatissima e ricca d’amore. Una carezza d’anima, di cui Anna
Maria aveva assolutamente bisogno. Avrei voluto riportarla qui, perché Anna
Maria la volle condividere con me, ma nonostante io abbia conservato con cura
la copia, non sono riuscita a trovarla. Con mio immenso dispiacere. Ma sicuramente
la troverò e ne riparleremo. Sono questi i silenziosi gesti d’amore che
rivelano le amicizie più vere e sincere.
E per oggi mi fermo qui. Non è il caso di andare oltre e sciupare con le
parole il suo ricordo, ma nei prossimi giorni riprenderò a parlare di lei, come so e come merita. Grazie.
Angela/lina
martedì 1 settembre 2026
Martedì 1° settembre 2026: Un ricordo di CRISTANZIANO SERRICCHIO: Poeta, Scrittore, Saggista...
… Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere...
(Evgenij Evtusenko,
Poesie d’amore,
Newton Compton, Roma 1986,
trad. it. E. Pascucci)
E oggi, a quattordici anni dalla sua
morte, avvenuta il 1° settembre 2012, vorrei ricordare CRISTANZIANO SERRICCHIO
come merita.
Ebbene ho
avuto la fortuna e l’immensa gioia di averlo come Preside prima e poi come caro
amico dal 1957 (anno in cui mi trasferii a Manfredonia-Foggia da Bitonto-Bari per seguire
mio padre, Maresciallo Maggiore dei Carabinieri) al 1965 (anno in cui mio padre
andò in pensione). Ecco il mio racconto di quegli anni.
<… In classe c’era, con altri
quattro sparuti ragazzi, anche Primo che mi faceva ridere con le sue battute
fulminee e al veleno, soprattutto contro alcuni insegnanti. Cominciò, pian
piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose
(strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare
o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei
cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso
ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio
divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei
professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i
banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato
contrastato fin dal suo nascere dai miei genitori, e se non fosse stato per il
nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato
dal mare.
A scuola il Preside era proprio il
giovanissimo ma agguerrito di studi e determinazione, da buon montanaro, nato
sui monti della Daunia, Cristanziano Serricchio, che era un capo d’Istituto abbastanza severo ma con atteggiamenti di
grande comprensione verso il mondo dei giovani.
Io e Primo, insieme con un gruppetto di altri
arditi come noi, rivoluzionammo la classe, cominciando anche a scrivere un
giornalino scolastico, dove proprio noi due ci assegnammo il compito di
redigere le pagine più importanti: la critica letteraria e di costume, la
poesia dei grandi e le nostre poesie, i racconti degli autori famosi e i nostri
racconti, le parodie. Ma il nostro “diario di bordo” concluse miseramente i
suoi giorni, strangolato dalla mia presunzione, superficialità e ingenuità.
Scrivevo parodie irriverenti sui nostri professori e quasi tutti gli
“attaccati” ridevano di buon grado soprattutto quando si trattava dei miei
strali contro i colleghi. E tutti mi dettero il loro consenso quando criticai
una professoressa in modo feroce da farle prendere un colpo alla lettura dei
versi incriminati che la riguardavano. Svenne e dovettero ricoverarla in
ospedale. Successe il finimondo in tutta la scuola. Venne fuori il mio nome.
Fui chiamata dal Preside che si disse costretto a “buttare a mare” il nostro
giornalino perché “rischiavamo il naufragio” per mancanza di maturità e
giudizio. Io, rammaricata e piena di rimorsi, mi assunsi ogni responsabilità e
promisi a me stessa che mai più avrei usato le parole per ferire qualcuno. E,
ancor di più sentii valida dentro di me quella promessa quando, molti anni più
tardi, seppi della morte per infarto della professoressa così tanto provata dai
miei incoscienti versi a lei rivolti. Ancora oggi mantengo quella lontana ma
salutare regola di comunicazione verso gli altri. Mai usare la parola come
spada. Può davvero uccidere! (Ma quanti se ne rendono conto, oggi, in questa
nostra società violenta, volgare, respingente?).
Questo solo un esempio delle mie “dis-avventure” scolastiche, piene di dubbi e rimorsi. E ogni volta mi dicevo “mai più”. Ed ogni volta mi sforzavo di mantenere i miei buoni propositi. E spesso accadeva! Ma non sempre. Anche oggi, piuttosto che rischiare, taccio.
Allora, eravamo in
due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto
ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della
incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi
delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente
diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E
nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in
qualche modo, incompatibili.
Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio
il Preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì
tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo
fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di
essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci
aspettavamo, ci sorrise chiedendoci:
“È una cosa seria?”.
Intuii allora la tenerezza del suo cuore. Tanto
simile alla mia.
“Vi volete davvero bene voi due?”.
Un Poeta il Preside? Sì, un Poeta che aveva sposato
una donna più anziana di lui, amandola più della sua stessa poesia. Scoprii
tutto questo un paio di anni dopo, quando, agli Esami di Stato, seppe che avevo
scritto un tema di quattro fogli di protocollo fittissimi (suscitando
l’allarmata perplessità della Commissione) sui versi de “La signora Lalla” di
Marino Moretti
(“Quando
l’anima è stanca e troppo sola/ e il cuore non basta a farle compagnia/ si
tornerebbe discoli per via,/ si tornerebbe scolaretti a scuola.// Ma sì
prendiamo la cartella scura,/ il calamaio in forma di barchetta,/ i pennini, la
gomma e la cannetta,/ e la storia sacra e il libro di lettura…).
Se ne fece un gran parlare dentro e fuori la scuola. Lui mi chiamò in presidenza e mi disse che, se avessi avuto bisogno di approfondire altri autori non contemplati nel programma d’esame, mi avrebbe prestato volentieri alcuni suoi libri perché li leggessi durante l’estate per scoprire la ricchezza della letteratura contemporanea che la scuola purtroppo ancora ignorava. Non li avrei neppure aperti, ne ero sicura, presa com’ero dalle magiche scoperte dell’amore e dalla mia perseverante scarsa voglia di studiare persino per gli imminenti esami orali, ma accettai ugualmente la sua proposta, curiosa di vedere la sua casa e di conoscere sua moglie ed eventuali figli. In realtà, poi quei libri li divorai perché mi dischiusero orizzonti più ampi di poesia che ignoravo.
Andai con Primo a casa
sua in una stradina (via Campanile, n.13) che dal corso portava al mare, attraverso
Arco Boccolicchio, oggi famosa proprio per alcuni suoi bellissimi rammemoranti
versi. Fu
allora che ci presentò sua moglie e i figli (due ragazzine e un ragazzo ancora
piccolino) e ci parlò di lei con parole molto tenere. Rimasi incantata. Non
parlò affatto delle sue poesie. Come se volesse fermare il tempo su di lei. E
rimanere in secondo piano. Lui, annullato in lei. Andammo altre volte a casa
sua, invitati anche dalla signora Delia Donnamaria (raffinata e colta, anche
perché figlia di un notabile del paese). La signora Delia era sempre molto
accogliente e affabile. A due passi, il rumore del mare fu dolcissima o
impetuosa musica di sottofondo alle nostre vivaci e sorridenti chiacchierate.
Siamo stati fortunati io e Primo ad averli frequentati per un po’ di anni, ma
non ci venne mai in mente di chiedere al nostro Preside dei suoi versi o di
fargli leggere i nostri. Era, tra l’altro, uno studioso della cultura dauna e
della identità etnica di un popolo sempre dimidiato tra l’attaccamento alla
terra e alla civiltà occidentale e la libertà del mare verso l’Oriente magico,
mitico e fantastico. Con Federico II e re Manfredi a sintetizzare perfettamente
questi due mondi. Molti suoi saggi lo attestano. Allora, però, era solo il
nostro Preside con un’apertura culturale e mentale diversa da quella degli
altri dirigenti scolastici. Esplose la sua poesia, e la sua fama, nel mondo
delle lettere alcuni anni dopo. E oggi è conosciuto e apprezzato Poeta,
Scrittore e Saggista non solo in Italia, ma anche all’estero. Con i numerosi e
meritati premi che ormai tutti conosciamo.
Intanto, agli esami orali per la maturità, il
professore esterno d’italiano, dopo aver letto quel tema-fiume con notevole
interesse ma altrettanta diffidenza sulla sua autrice, mi aspettò al varco,
mettendomi di fronte a tre antologie e ingiungendomi di scegliere almeno una
tra le tante poesie più significative di alcuni autori della nostra
Letteratura, dalle Origini al Novecento. Mi suggerì anche di inquadrarli nel
periodo storico e nella corrente letteraria in cui la loro poetica era
maturata. Io non scelsi. Aprii la prima antologia a caso e lessi la poesia che
vi avevo trovato, mi divertii a commentarla, a modo mio, ad inquadrarla
storicamente e culturalmente, riferendomi a quanto avevo leggiucchiato e
orecchiato qua e là sul suo autore ed andai avanti per un bel pezzo,
continuando a girare pagine e a parlare come un fiume in piena di poesie e di
poeti e scrittori, giungendo così alla seconda e alla terza antologia. Chi mi
ispirò? Avevo studiato pochissimo per gli esami, con la mia solita incoscienza
(anche Lizia, mia sorella maggiore e studentessa modello, venuta a sostenermi,
si era detta scettica sul buon esito di quella difficile prova di maturità,
date le enormi lacune che anche con lei, che mi interrogava, andavamo
riscontrando nelle mie conoscenze letterarie, filosofiche e soprattutto
scientifiche…), ma avevo letto gli autori che amavo per conto
mio, senza un programma, senza una regola, senza seguire un percorso
storico-letterario. Quella mattina, durante l’esame, avevo commentato a caso,
attingendo dal mio intuito, dalle poche letture fatte a macchia di leopardo.
Articoli di giornali, riviste, libri di poeti e scrittori: un po’ di biografia,
qualche aneddoto simpatico attinto da spigolature varie più per curiosità e
diletto che come studio sistematico e scolastico. Sentivo la presenza al mio fianco di zio Padre
Leonardo, fratello di mio nonno e grande oratore, con la sua “sterminata”
cultura che sicuramente, grazie alle nostre sporadiche ma intense
chiacchierate, mi era venuta in soccorso. Quando il professore mi bloccò, mi
accorsi dell’ora tarda e del silenzio nell’aula d’esame. Tutti i professori
della Commissione si erano fermati ad ascoltare. Mi sorpresi. Mi meravigliai.
Non riuscii subito a decifrare quella insolita situazione. Avevo fatto
bene? Avevo detto corbellerie? Quando raggiunsi Primo, Lizia e Anna Maria, l’altra
mia sorella più giovane di me, che erano in mezzo al pubblico dei familiari,
vidi anche mio nonno e mio zio tra loro. Tutti mi guardarono esterrefatti senza
pronunciare parola. Le avevo consumate tutte io. Furono loro a dirmi che “li
avevo stesi”. La “pecora zoppa”, almeno per quella mattina, aveva raddrizzato
il passo percorrendo il sentiero giusto. Quasi una via maestra.
Purtroppo, due giorni dopo, m’inabissai in quel
buco nero che era per me la matematica, e mi trascinai nell’abisso scienze e
storia dell’arte e a nulla valsero i calci negli stinchi della professoressa
delle due prime discipline, membro interno, per tutte le cavolate che potetti
sparare. Praticamente, detti i numeri invece di dimostrarli. Il buon Serricchio
chiamò mio padre e gli disse che avevo creato nei professori esaminatori “un
vero caso di coscienza”, confidandogli che la Commissione d’esame aveva dovuto
“tappare tre grosse falle”, con addirittura un 2 in Storia dell’Arte, ma
nessuno si era sentito in cuore di rimandare un’alunna che aveva scritto un
tema che era un saggio di critica letteraria e aveva sostenuto in italiano un
esame orale brillante, facendo simultaneamente agganci con la storia, la
geografia, la filosofia, la psicologia, ecc. ecc.
Serricchio sorrise paterno al volto nero e
inviperito di mio padre, dicendogli che avrei sicuramente avuto una carriera
luminosa all’università e oltre e che, nel corso degli anni, lo avrei reso
orgoglioso di me perché sarei sicuramente diventata una scrittrice e una
poetessa, con la mia
incoscienza certo, ma anche con la mia innata capacità di leggere criticamente
i versi di qualsiasi autore. “È un dato di fatto inconfutabile. Un dono che le
è piovuto dal cielo”. Un dono, in cui mio padre non ha mai creduto. In cui
Cristanziano Serricchio ha sempre creduto fino al giorno in cui ci salutammo
per l’ultima volta. Un dono, di cui non avevo e non ho alcun merito. Non una
faticosa conquista, dunque, ma uno squarcio d’azzurro e un brulichio di stelle
e di onde e di corolle fiorite nella mia testa. Al posto delle vecchie
formiche, mosche e cicale. Al posto dei
miei ingarbugliati pensieri tra le nuvole. Persino a mia insaputa. Anche per
Primo Serricchio aveva avuto sempre stima e ammirazione. Si incontravano sul filo della
reciproca ironia.
Sul suo libro Fiori sulle pietre (Editrice Leone, 1957), che mi diede in regalo,
scrisse: Angela, non mollare mai, non mollare anche quando
tutto sembra andare a rotoli non mollare. Tutto passa e tutto resta, resta
quello che sei passa quello che gli altri pensano di te e che non sarà mai
quello che realmente sei. Non perdere mai la fiducia in te stessa, per non
perdere la capacità di scegliere, di osare, di andare avanti… Cristanziano S.
Mi convinsi che meglio di così non avrei potuto
fare. E probabilmente era vero. Vissi, infatti, il mio momento di gloria e di
celebrità. Fui invitata a turno dai miei docenti a fare quattro chiacchiere con
loro sugli studi da intraprendere dopo il diploma. Non ne avevo idea. Non avevo
mai messo in conto di frequentare l’Università. Non m’interessava. Non avrei
mai voluto insegnare. Non avevo ambizioni di sorta. Mi piaceva scrivere e
basta. Solo scrivere e magari raccontare… Ma ero costantemente pungolata da
alcuni professori (non soltanto della mia classe e della mia scuola), con i
quali, d’estate, avevo la dis-avventura di incontrarmi al mare. Ormai si era a
fine luglio o agosto (le mie vacanze estive in riva al mare duravano tre mesi)
e, sotto l’ombrellone, al “Lido Tricarico”, si parlava purtroppo di università
e di indirizzi da prendere in considerazione: letterario, filosofico o
psicologico, dato che avevo dimostrato del talento, dicevano, per la scrittura
e per i fondamentali problemi dell’uomo e della sua psiche. Fui anche spesso
invitata dal mio professore di filosofia, prof. Salcuni, a “discettare” sui
vari filosofi contemporanei che non avevamo potuto studiare a scuola. Si
divertiva con me ad aprire ampie conversazioni su Nietzsche perché trovava
interessanti le mie disquisizioni, dettate più dalla mia irruenza e
incompetenza che dalle teorie codificate nei libri di critica di quegli ultimi
anni e che io ignoravo del tutto. Curioso come
un gatto, si divertiva a farmi domande, aspettando con malcelato interesse le
mie risposte, che accoglieva con una faccia compunta e assorta, ma trapuntata
di sorpresa e dubbi e punti interrogativi. Si divertiva. E mi divertivo anch’io
a guardare le facce che faceva nell’attento ascolto delle mie balordaggini. Anche lui mi
sollecitava a non abbandonare gli studi. E non li abbandonai. Grazie non solo agli
interventi di un Preside illuminato come Cristanziano Serricchio o dei vari
professori, ma quasi esclusivamente grazie a Primo che aveva deciso di
iscriversi alla Facoltà di Lingue nel nostro capoluogo ed io volevo stare con
lui. Era il mio amore e mi iscrissi all’Università di Lingue e Letterature
Straniere, ubicata presso il lungomare, solo per amore, dunque. Ancora una
volta, commettendo il grosso errore di non fare la scelta giusta della Facoltà
giusta. Si trattava di Materie Letterarie, presso l’Ateneo al centro di Bari,
che solo l’anno dopo fui costretta a raggiungere dalle pressioni di un parente
che mi conosceva benissimo. E ci volle un ulteriore esame di ammissione,
essendo una Facoltà a numero chiuso! Mi separai, mio malgrado, da Primo, ma non
dal mio amore per lui.
Dammi
la tua mano…
Vedi?
Adesso
tutto pesa la metà…
(Leo Delibes)
…
La cosa più bella del nostro amore
è
che esso cammina sull’acqua
e
non affonda.
(Nizar Qabbani)
E così è stato per circa quarant’anni!
Ma indimenticabile è rimasta in me la forza poetica
e umana di Cristanziano Serricchio.
E oggi ho proprio tanta voglia di parlarvene per
riattualizzarne il ricordo, anche perché fino alla fine della sua lunga vita ha
scritto poesie di amore, di nostalgia e di rimpianto per la sua amatissima
Delia, con un fervore che l’ha consegnata all’eternità. Ancora una volta lui
perdutamente perso in lei, per ritrovarsi in due… Grazie. Angela/lina
sabato 22 agosto 2026
Sabato 22 agosto 2026: GELIDO E' L'INVERNO di ANNA MARIA DE LEO, letto da Angela De Leo...
… Stagione
di gelo
di venti
solitaria
malinconica.
Nei vortici
della memoria
vagano
ombre
nell’anima.
E
tutto ricomincia
(Anna Maria De Leo,
retro-copertina del Libro)
Da qualche tempo mi sto dedicando a ricordare la vita di mia
sorella Anna Maria, dall’infanzia fino quasi ai nostri giorni, perché figlie,
generi e nipoti conoscano pienamente la sua coraggiosa storia e ne facciano
tesoro negli anni a venire.
Ebbene, avendo riletto, durante questi giorni di vacanze, il suo Libro autobiografico Gelido è l’inverno, pubblicato dalla FOS edizioni nel 2018, mi è venuto il desiderio di commentarlo a modo mio. Penso che ne valga la pena per conoscerla meglio. Certo, Mariella Medea Sivo ha fatto un’ottima recensione sulla nostra Rivista cartacea <CORRELAZIONI UNIVERSALI> di qualche mese fa (gli affezionati scrittori e lettori della nostra Rivista sanno dove cercarla), ma rileggendo quelle pagine così strazianti, soprattutto ora che lei non c’è più fisicamente tra noi, subito mi è tornato in mente che è innanzitutto un “romanzo epistolare”, quindi quanto di più intimo si possa pensare, per cui non è facile entrare in questo Libro, perché è come un tabernacolo, che cela e protegge la sacralità del Corpo di Cristo in un’ostia consacrata, conservando martirio, morte e resurrezione. In queste pagine, infatti, al di là di ogni non voluta blasfemia, vivono gli stessi elementi che rendono sacro quanto Anna Maria ha scritto. E scrivere è anche “perpetuare” la vita dell’uomo amato e perduto, per tenerlo in vita e tenersi in vita (la scrittura salvifica). Ma scrivere è anche “conservare” una testimonianza d’amore e di dolore da attraversare in lungo e in largo per vincere l’invisibilità del dolore stesso agli occhi altrui e la continua morte che si avverte sempre con la perdita per sempre della persona amata. La gioia non lascia strascichi. Vive intensamente il momento. Il dolore, invece, ritorna e ritorna. Scrivere, allora, è anche “conservare” e il “conservare” include il “custodire”, “averne cura” come cosa preziosa, insostituibile. Scrivere, infine, è anche “tramandare” per lasciare una traccia indelebile anche attraverso l’arte, la pittura che Nicola amava ed esercitava con talento e passione, anche se in molti suoi quadri si avverte il suo “presentimento” di una morte giovane. Il Libro, inoltre, è corredato di tante foto come è giusto che sia in un romanzo che ha radici di vita vera, vissuta nel ricordo attimo per attimo, lacrima dopo lacrima, smarrimento dopo smarrimento, ma con una forza di volontà di rinascere, come araba fenice, dalle proprie ceneri per amore di due bimbe a testimoniare ancora la presenza dolente e palpitante del padre, morto in un incidente stradale a soli trentatré anni compiuti.
Non a
caso, nella INTRODUZIONE, Anna Maria scrive una straziante poesia come esergo:
27 ANNI (E venne il tempo/ delle ore
disperate/ a curvarmi le spalle.// La solitudine del cuore/ era grido negli
occhi/ … naufragio di passi/ ancora giovani.// A pugni stretti/ strappai
l’anima/ e mi lasciai vivere.
Il mio commento: la “E” iniziale ci dice che “il tempo”
giunse inaspettato e improvviso. Come fulmine a ciel sereno. In un “grido” muto
e, quindi, ancora più disperato, che la condusse quasi al totale naufragio di sé.
Ma nell’anima la consapevolezza del dolore, unita alla presenza delle due
bimbe, le diedero la forza di strappare con violenza da sé l’anima stessa, per
lasciarsi necessariamente andare al flusso incessante della vita, che non si fa
domande e non ha risposte per esorcizzare il dolore o la morte.
Per fortuna la scrittura e più tardi la chitarra e le canzoni
urlate per talento vocale e disperazione sono stati i pilastri della sua rinascita.
Fino all’incontro con Gianni, così descritto nell’ultima lettera che Anna Maria
scrisse al suo Nicola il 3 febbraio del 2017, giorno del suo settantesimo compleanno:
… Nell’86 ho conosciuto Gianni e mi sono
fidata di lui e in lui ho riposto le rinnovate speranze. Ci siamo sposati nel
1993. Ho incontrato una brava persona, un uomo buono e sensibile che mi è stato
d’aiuto in questi anni ed ha apprezzato in me le stesse cose che a te piacevano
tanto. Anche lui ha portato con sé il suo gravoso carico di amarezze e
problemi, precedenti al nostro incontro; esperienze dolorose, hanno scosso
notevolmente il suo sistema nervoso. Ho dovuto avere molta pazienza per aiutarlo
a riprendersi una sorta di calma e serenità d’animo… Non è stato facile. Come non
è stato facile per lui asciugare le mie lacrime. Ci siamo aiutati a vicenda con
molto coraggio e spirito di sacrificio. E con tanta buona volontà. La vita, alla
fine, mi ha insegnato che quanto doni con la profondità del cuore ti torna
indietro raddoppiato!
Ho ricevuto, infatti, e
ricevo da lui molto amore, tanta dedizione e disponibilità, soprattutto nei
momenti difficili… Ancora oggi mi dimostra tanto affetto e tanta comprensione,
che ricambio con altrettanta attenzione! (…).
Ho due brave figlie, che mi hanno anche dato grandi soddisfazioni. Sono anche molto affettuose e presenti, ma gli equilibri sono delicatissimi e so che sarebbe stato diverso il nostro rapporto se… se ci fossi stato ancora tu con noi! Ogni giorno è morto qualcosa in me; ogni giorno ho dovuto sotterrare desideri e speranze, ho dovuto armarmi di pazienza infinita con tutto e tutti. (…).
Allora io credo che la
mia depressione oggi dipenda dal fatto che la mia vita è stata ed è ancora un
susseguirsi di giorni con tanti funerali, una morte lenta, un dolore che mi
annientava e che non accetto ancora, nonostante la mia “buona volontà”… (…).
Dicono che il tempo
guarisca ogni dolore. Niente di più falso! Il tempo è stato lungo, straziante e
niente è più stato, è, e sarà come avrebbe dovuto essere. Questa lettera vuol
essere il bilancio di 43 anni di vedovanza, nonostante il mio secondo
matrimonio. Gianni con me ha avuto molta pazienza, e di questo gli sono grata…
ma anch’io ho cercato, in tutti i modi, di ridargli il suo giusto valore ed ho
gratificato ogni suo sforzo. Gli anni sono così passati. Sono più di trent’anni
che viviamo una quotidianità spesso difficile e amara, in cui entrambi abbiamo
fatto di tutto per mettere insieme i cocci delle nostre precedenti esperienze. Ma
non è stato e non è facile. Altre morti inaspettate e feroci hanno dilaniato le
nostre esistenze. (…).
In realtà, furono anni atroci, in cui tutti noi di casa ci
stringemmo a lei per aiutarla in qualche modo con la nostra presenza. Mamma e
babbo con i miei fratelli e parte delle sorelle si trasferirono nella sua casa
per essere vicini alle piccole che chiedevano continuamente del loro papà. In pratica,
furono anni in cui le bimbe ebbero tante mamma e molti papà, a cui cercavano di
ancorarsi. Anche per questo niente fu facile allora e anche mamma ebbe gravi
problemi di salute senza lamentarsi mai. E ci furono altre morti feroci e
inaspettate a lacerare il cuore di tutti.
Ma Anna Maria stoicamente continuò a scrivere nella sua
lettera:
Oggi ci sono quattro
splendidi nipotini che fanno felici me e Gianni. Certo, tu non ci sei e non
provi le stesse gioie… Per i bimbi sei uno sconosciuto! Sono i cosiddetti danni
collaterali e… sono davvero tanti! Anche per questo non è stato e non è facile
sopravviverti, neppure ora che i bambini mi danno la forza di sorridere e di
tornare ancora bambina con loro e per loro. Pure, provo una grande gioia nel
vedere che il tuo DNA è così forte da lasciare tracce visibilissime nei nipoti…
Ora desidererei che
figli e nipoti ci ricordassero con affetto… avessero per me e per Gianni
qualche briciola di tenerezza che la vita avrebbe potuto riservare a me, a te,
e anche a questo mio compagno, così provato pure lui eppure mai stanco di darmi
la sua mano…
Non continuo perché le lacrime mi impediscono di leggere
ancora.
Pure sento la necessità di dire qualcosa sulla scrittura di
Anna Maria: chiara, semplice, limpida, ma immensamente profonda e ricca di
particolari che fanno di questo Diario un prezioso Saggio psicologico, in cui “nessuna
voce manca” nel suo cuore così straziato e stanco per tanta sofferenza, ma
sempre coraggioso e battagliero fino a giungere, purtroppo, ad un epilogo
paventato ma non scontato per tutti noi che tanto l’abbiamo amata e abbiamo
sofferto con lei e per lei.
Vorrei, per esempio, sottolineare alcuni verbi usati non a
caso da Anna Maria, come “sotterrare”, indice della morte sempre presente in
lei; oppure “dilaniare”, cioè lacerare le sue carni senza pietà; “strappare”,
indice di forza d’animo senza uguali; e che dire della espressione “mettere
insieme i cocci” per ricostruire sulle macerie di entrambi?
“Uno psicoterapeuta”, scrive ad un certo punto Anna Maria, “mi
ha detto che questo Diario è una sorta di autoanalisi, un filo capace di tenere
a bada emozioni, un volermi disperatamente ricomporre pezzo a pezzo, un
leggermi dentro alla ricerca di un passato che mi desse una motivazione per
continuare a vivere”.
Ne sono convinta anch’io. Ma questo non ha lenito il suo
dolore nell’arco della sua intera vita. E il dolore lancinante, quotidianamente
ha lacerato persino il suo cuore, rimesso a nuovo in passato con una valvola
mitralica di origine animale che sostituì la sua valvola cardiaca gravemente
danneggiata da anni di sofferenza e senza risparmiarsi mai, in casa e a scuola.
Poi, dovette arrendersi e andare in pensione prima del previsto. Ma continuò
fino a quando le fu possibile a suonare la chitarra, a musicare i testi di
molti amici poeti e a scrivere testi suoi di una poesia tenera e struggente da
non potersi dire. Poi dovette smettere categoricamente. Ma ha continuato a
scrivere per i suoi nipoti filastrocche e racconti che avrebbe voluto
pubblicare, senza averne purtroppo il tempo...
Anche Gianni ha scritto tanto sorretto dalla sua presenza
incoraggiante. Due romanzi molto letti e apprezzati che molti lettori e amici ricorderanno,
e stava completando il terzo quando è subentrato un nuovo ricovero per Anna
Maria. E ora è in dirittura di arrivo un insolito, ma molto intenso Poema in
versi, che porta la prestigiosa Prefazione del giovanissimo ma straordinario Giornalista
e musicista/compositore Mauro Massari. Ma di questo parlerò a breve.
Ora è tempo di parlare ancora di Anna Maria con tutto l’amore
a lei dovuto e da lei profuso a tutti a piene mani. E parlare dei quadri di
Nicola che corredano il libro. Tanti. Perché Nicola era un grande pittore, più
volte premiato. Ne fa fede ciò che scrisse della sua vena artistica il Critico
d’Arte Domenico Danza: Essenzialità della
linea, chiarezza dell’espressione, plasticismo delle figure sono le
caratteristiche della pittura di Nicola Parisi. Ma al di là di ogni
considerazione puramente tecnica, nei suoi quadri c’è una fusione perfetta tra
forma e contenuto, fra materia e sentimento, fra cose e personaggi. Il senso di
spiritualità, di calore umano, di confidenza è immediato; la tragedia dell’uomo
del meridione, come individuo inserito nella massa anonima della società,
costretto da una fatalità di secoli a vivere la vita di ogni giorno, e nello
stesso tempo la tragedia dell’uomo moderno, in tutta l’esasperazione della sua
solitudine e incomunicabilità…
Danza parla anche di un autoritratto andato perduto, mentre
il quadro LA CATTEDRALE fa parte della raccolta di dipinti presenti presso la
PINACOTECA DI BITONTO in via Rogadeo.
Uno dei dipinti di Nicola è diventato nelle mani del nostro
Graphic-Designer Nicola Piacente la copertina del Romanzo epistolare di Anna
Maria. Il Libro contiene anche un originale segnalibro.
E non posso fare a meno di concludere con la dedica che Anna
Maria mi fece sulla prima pagina del Libro: Alla
sorella del cuore/ sorella gemella:/ un solo cuore/ un solo sentire/ tanto
AMORE/ tanta DISPONIBILITA’/ Con un affetto grande quanto il mondo intero.
Anna Maria.
E le lacrime non posso
più trattenerle. Quanto AMORE tra noi…
Grazie a voi tutti. Angela/lina
mercoledì 5 agosto 2026
Mercoledì 5 agosto 2026: “CENA DI CLASSE” DI FRANCESCO MANDELLI E IL SUO SPECIALE CAST…
… La 5^ D del 2000
brindò
Alla maturità su
una spiaggia di Ibiza
Promettendosi l’un
con l’altro
“Non perdiamoci
mica di vista”…
(PTN)
Sono una sorta di boomer alquanto anomala per età (ottantaquattro
anni), per retroterra e interessi culturali, che mi consentono ancora di
svolgere un lavoro di scrittura, a vasto raggio, che quotidianamente mi
coinvolge tanto per dimenticare acciacchi fisici che si riverberano inevitabilmente
su quelli psicologici. Ma questa è un’altra storia.
Ebbene, qualche sera fa, invogliata dai due meravigliosi
nipoti, Nicola e Anna Paola, ho preso visione del recentissimo film “Cena di
classe” del regista, attore e conduttore televisivo Francesco Mandelli alla
guida di un cast di tutto rispetto (da Herbert Ballerina a Nicola Nocella, da
Andrea Pisani a Beatrice Arnera, da Roberto Lipari ad Annandrea Vitrano, da
Giovanni Esposito a Francesco Russo, da Ninni Bruschetta a Giulia Vecchio a
Debora Villa). Mandelli pare sia stato ispirato dalla canzone dei Pinguini
Tattici Nucleari riguardante i giovani di fine millennio: “Le promesse che fai
a diciott’anni/ o durano un giorno o una vita intera/ E quando dici un “Per sempre”/
Si può consumare in un sabato sera…”.
Si parla, dunque, di una generazione distante anni-luce dalla
mia. Una generazione che, negli anni Novanta del secolo scorso, era alle soglie
del nuovo Millennio e alle prese con i favolosi diciotto anni. Circa vent’anni
dopo, nella piena maturità, in seguito alla morte di un compagno di classe, il
più estroso e istrionico, tutti gli ex compagni di scuola decidono di fare una
rimpatriata per assistere al suo funerale e rendere omaggio all’amico che in
passato era solito ritrarli con la sua videocamera per eternarli nel fulgore
della loro giovinezza. In realtà, per errore, al loro arrivo, assumono una
sostanza allucinogena che rende l’atmosfera rarefatta, surreale, ricca di colpi
di scena che omaggia la visionarietà del regista, il quale si auto-dedica il lavoro,
considerato dai più uno psicodramma dai toni cupi, ma anche tragicomici. In
pratica, grazie al vecchio bidello, loro complice, riescono ad entrare nel
vecchio e glorioso liceo della loro gioventù, dove assistono ai loro sogni,
alle loro illusioni, alle maschere che indossavano per non essere riconosciuti
nelle loro fragilità e nei loro sentimenti, spesso vissuti a metà per mancanza
di coraggio, per timore di un rifiuto, per superficialità o arroganza. Non
ancora adulti e non più adolescenti, avevano bisogno di perdersi per
ritrovarsi. E vent’anni dopo, ogni personaggio si fa protagonista della propria
storia in un mitico ritorno al passato. C’è, infatti, il ricchissimo figlio di
papà (Herbert Ballerina) che snobba i compagni, ironizza sui loro sogni a buon
mercato e trascorre buona parte del tempo a guardare video che riportano
immagini degli stadi e delle partite giocate dai suoi idoli preferiti che
vincono coppe e titoli mondiali. Ma per vincere la solitudine, a cui si
auto-condanna, stringe amicizia con il più complessato della classe (Nicola
Nocella), che non si accetta per quello che è, grasso, quasi calvo, e rifiutato
(o si sente tale) dagli amici, per cui si maschera continuamente con parrucche
e palandrane, per non cedere alla tentazione del suicidio. C’è, invece, il
bello, eternamente innamorato della compagna più intraprendente della classe,
ma sempre tormentato dalla precarietà dei sentimenti. C'è chi fa coppia da sempre,
già dalla scuola primaria, fino ad avvertire la stanchezza di un amore che si è
esaurito prima di diventare adulto. Al contrario, la più bella della classe realizza
il sogno di una notte di passione e già all’alba “sente” di aspettare un
bambino, che le impedirà di mettere le ali per i suoi legittimi voli verso
grandi progetti di vita. Sarà una femminuccia, che diventerà nello stesso
liceo, frequentato un tempo dalla madre, rappresentante di classe dei nuovi
studenti e lei, la madre, finirà per considerarla “l’errore più bello della sua
vita”. E tutto si veste di realtà/fantasia che mette a fuoco la vita
“nascosta” del preside e la sua incapacità, nel corso degli anni, di risolvere
i problemi dei suoi professori e studenti e di districare le molteplici matasse
inestricabili che si sono venute a creare tra i vecchi studenti, tornati con un
soffio di magia tra i vecchi banchi per riprendersi quella giovinezza
vagheggiata, ma mai realmente vissuta. Si tratta, infatti, di una generazione
che ha pochi vincitori e molti vinti. Il regista osserva e tace sui vari
espedienti escogitati dai protagonisti quando scoprono che è sparita la bara
con dentro il loro amico. Si tratta di una specie di “caccia al tesoro”, con
mappe da seguire e tutti diventano nemici di tutti. C’è una risibile realtà,
legata anche al buio dei giorni bui della vita contemporanea, in cui ognuno si
fa protagonista e resta indifferente all’altro. E tutto rimane in “sospensione di
giudizio”, come la vita quotidiana di tutti, del resto. Ne sono testimonianza i
fatti appena narrati, con un Giovanni Esposito (Nando), che inconsciamente continua
a vivere legato all’illusione di amare Marisa, ridotta, nel suo immaginario
maschilista, ad una pecora. Ma, le pecore, a mio parere, erano metaforicamente tutti
i giovani che seguivano la corrente senza scegliere in prima persona da che
parte stare. Un po’ come il “gregge di lana” raccontato da Oriana Fallaci. E metafora
è anche il passaggio della bara sostenuta da tutte le mani degli ex compagni a
significare la fine per sempre di un’epoca.
Solo nella seconda parte, il regista scioglie ogni
riserva e, con mano geniale, dà una svolta positiva a tutte le ferite e le
illusioni passate e presenti. Non a caso, c’è sempre chi esulta “Qui facciamo
la storia”, ma è un grido che si ripete di anno in anno, come accadeva anche in
passato ai loro genitori e ai loro nonni, mentre la Storia si faceva da sé.
Le storie passate, invece, erano narrazioni che
evidenziavano processi di crescita in via di formazione e mille solitudini e
contraddizioni da attraversare per tentare un approdo, una salvezza. E
quest’ultima avviene quando da adulti ciascuno riprende il cammino nella riscoperta
del sé, finalmente in grado di accettare sogni e illusioni come porte da
spalancare su un futuro tutto da vivere, come accade ad Alex (Nicola Nocella)
ormai libero da ogni pregiudizio e da ogni maschera mortificante per essere
finalmente sé stesso. E accade anche a Michael (Herbert Ballerina), che sa
guardarsi intorno per dare una mano a chi non ha avuto mai voce nella vita. Tutti gli ex compagni, dunque, ora scoprono la
bellezza di essere veramente insieme, incoraggiandosi vicendevolmente, nonostante
una società in totale dissoluzione e sempre più in preda a ritmi di vita
insostenibili nel passaggio dal mondo analogico del passato a quello digitale, entrato
di prepotenza nell’era dell’accelerazione smodata e della iperconnessione, che
ha trasformato il nostro modo di vivere, comunicare, percepire il tempo e gli
altri, creando nuove forme di solitudine e nuovi notevoli disagi psicofisici
alle generazioni del Terzo Millennio.
E, in questo caos totale, tutti scoprono che essere uniti
e solidali può accendere una luce e farli correre incontro alla Speranza, come
è accaduto per ogni generazione che ha scoperto in sé la forza di accettarsi per
cambiare il mondo che ancora le apparteneva…
Da scrittrice e critico letterario, infine, vorrei concludere
con una riflessione che ritengo possa servire anche per il film: come un libro
appena pubblicato non è più dell’autore, ma del lettore che lo sceglie e lo fa
suo, perché in esso si scopre e si riscopre, così accade per un film. Appena entra
nelle sale non è più di chi ne ha scritto la trama o di chi lo ha diretto
trasformandolo in una pellicola cinematografica, ma del pubblico, che entra nei
panni dei protagonisti per costruire nuove storie che in parte gli appartengono.
E, come sempre, grazie a voi che nel nostro blog mi
seguite con pazienza infinita e tanto amore, sapendomi portatrice di storie non
sempre mie, per sottoporle al vostro molteplice giudizio, che crea una rete impalpabile,
ma reale di nuovi punti di vista su cui discutere per allargare le nostre
conoscenze e creare nuovi spunti di riflessione. Grazieeee. Angela/lina
giovedì 23 luglio 2026
Giovedì 23 luglio 2026: UN COMPLEANNO DA FESTEGGIARE CON POESIA...
E oggi vorrei festeggiare come merita il compleanno del mio adorato nipote Nicola Piacente, il primo a rendermi nonna con tanta emozione. E sono già 31 e non mi sembra vero! Ieri notte ho pubblicato la prima poesia su FB, ma oggi vorrei pubblicare le altre che completano il trittico sul blog per condividere con voi la mia immensa gioia di esserci ancora.
Trittico
di poesie per Nicola e i suoi compleanni nel tempo. 3+1=31
(23-7-2020, 23-7-2025, 23-7-2026)
3+1=31
1. "Ci sarò"
Polverizzato il tempo
e
frantumato lo spazio per te ci sarò.
Non
ho più fretta. Non so più
dove
andare e dove arrivare. Mi sto.
Mi
piace ascoltare, custodire il silenzio.
Starti
vicino. Sentire il tuo braccio
sostenermi
con la dolcezza
di
una preghiera
dalle
prime luci del giorno fino a sera.
Sentire
la tua cura farsi dolce premura.
Oggi
più che mai, cerco il calore
del
tuo sorriso, le tue mani pronte
ad
abitarmi il cuore, le tue mani
di
tastiera a correggere i miei errori
con
la tenerezza che sempre mi usi
e
mi salva da cupi pensieri, corvi neri
di
nuvole improvvise che scaccio via
con
la tua allegria.
Fiore
che sboccia come d'incanto
per
me soltanto. O così mi pare,
per
poter sognare ancora i tuoi domani
standoti
accanto dolcemente. Così.
Teneramente.
Senza fare rumore.
Solo
in attesa di una sorpresa
a
farmi felice, sapendoti in buone mani,
tu
sempre pronto a donarti agli altri
con totale amore.
Per
almeno altri trent'anni ci sarò.
Per
altri centotrenta ci sarò. Sì, ci sarò.
(Per
te con te in te
per sempre io vivrò)
2. "Ragazzo mio adorato"
Nato alle mie braccia di notte
e
subito coperto di verde ti accolsi
papavero acceso
infiltrato
dai prati ardenti di luglio
nel
mio cuore che tu colmi oggi
con la forza sognante
della
tua giovinezza di sole.
E
i miei tanti giorni antichi di antica
malinconia
illumini,
cancellando
ogni buio tormento
delle
passate stagioni e il disincanto.
Vivi
i tuoi sogni, afferrali con le mani
stracci di aquiloni in volo
a
colorare con insolite dita d'artista
tutto
l'azzurro che ti appartiene.
Non
nuvole di dubbi a trattenere
il
tuo talento e l'allegria, ma panieri
colmi
di desideri da realizzare.
Vibra
D'Amore e accendi tutte le stelle
nei
tuoi occhi in fuga.
Ma
ansia quotidiana ti trattiene
a
me accanto con mani di tenerezza
a
proteggermi contro ogni timore,
paura
che d'improvviso mi assale
nell'unico
respiro che mi salva.
E
non sai che verde come prato atteso
del
tuo primo palpito di vita
ti
stringo con carezze taciute, e date
con
l'anima accesa di Speranza.
Per
te voglio giorni audaci
con voli senza confini
oltre
le mie mani a trattenerti
e
anni e anni per te voglio pieni di sole.
3. "Ti scrivo"
Scrivo
sulle
ciglia schiuse dell'alba
e
mi assale lo stupore di te
già
grande tra le nostre braccia a culla.
Due
nonne che ti hanno atteso tanto.
La
luce del giorno lontana e nel buio
noi
due perse nel nostro tutto/nulla.
Ci
avvolgeva un'ansia d'altri tempi
in
cerca di appigli di luce sulla vetrata
a
dividerci dal resto del mondo.
Poi
giungesti tra le nostre braccia
e
le lacrime di gioia mie e di nonna Anna
si acquietarono in silenziosa intesa.
Oggi,
rimasta sola, ti bacio
con nell’anima la benedizione
mai
dimentica dell'Amore totale che sei.
E ad ogni nuova estate
mi vedrai mettere le ali
e
rinascere al cielo e al nuovo verde
tra alberi frammentati di sole
al
dorato tepore della mai spenta
tenerezza antica.
Noi due insieme sempre
negli
inevitabili marosi della vita
protesi a cambiare il mondo
cupo
e triste ai nostri giorni e violento
mio eterno sgomento
con la tua immensa bontà
contro ogni umana fragilità.
E
continuerò a scriverti anche dopo
nel silenzio che non sai
perché non ti lascerò mai...
E poi, ancora per te.
"Sei"
L' amore essenziale dei miei tanti anni.
L'
amore che se viene a mancare manca
e
lascia il vuoto che più non si colma.
La
mano che non stringe.
Il
cuore che perde suono e salto,
fiume
senza argini verso la foce.
Sei
lacrima taciuta e versata,
l'allegria
sottolineata per darsi una voce.
Sei
il pulviscolo che amo, spento
quando la casa è in ombra
ma che un raggio di sole
illumina e rischiara e rende vero
per
dirmi che ci sei e ci sarai,
che
ci sono e ci sarò oltre l'agguato
e
il vuoto, il suono della campana
la
voce lontana ad abitarti il cuore
dove nessuna voce muore.
E sei.
Tutto
il mio cielo dimidiato e unito
in tanti frammenti d' A M O R E
lontani
e presenti in questa casa
e
altrove, sì, oggi tu ci sei... E lo sai...
E
sapete tutti che non vi lascerò mai!
Nonna e Mamma lina
Grata a tutti voi che mi fate sempre sentire la vostra presenza con tanto amore, che ricambio con vero cuore (per non fare mancare neppure la rima, oggi di nuovo usata ma non più come prima). Grazie! Angela/lina
