La serata è stata, a mio parere, intensa, coinvolgente e profondamente condivisa dal numeroso pubblico, che ha scelto coraggiosamente di essere presente nonostante il difficile tema della morte e del morire. Molto chiara, attenta, appassionata, vibrante la tua Introduzione. Molto interessante, puntuale, coinvolgente l'analisi del tuo Saggio da parte del Prof. Elia. Dal canto mio, ho fatto perlopiù citazioni letterarie, non lontane però dalla Pedagogia, sul vivere e morire: i due punti estremi del nostro nascere al mondo e dal mondo sparire. Ho ritenuto opportuno fare alcune puntualizzazioni sui versi scelti con cura perché ogni parola avesse anche una importanza estetica in un discorso pedagogico, evidenziando altre sfaccettature e inquadrature della nostra frammentata realtà personale, etica e sociale. Noi siamo noi e diversi da noi di giorno in giorno, di attimo in attimo. Come ci insegna Walt Whitman quando afferma che siamo abitati da "moltitudini". Ho saltando tutto quello che avevo programmato di dire, partendo dal sonetto di Shakespeare che suona così:"... Finché uomini respireranno/ e occhi vedranno/
queste parole vivranno/e a te daranno vita"(NOMADLAND: Sonetto 18), che a mio parere rappresenta l'importanza assoluta della scrittura poetica da sempre e per sempre, per fare spazio ad alcuni versi di Mina Matichecchia, provata da un dolore devastante solo pochi anni fa, e che è venuta con il marito per fare testimonianza del potere salvifico appunto della parola poetica. E mi sembra giusto riportare la poesia che Mina scrisse subito dopo la morte di sua figlia giovanissima, intitolata "Assenza di te" e poi alcuni versi di una poesia, scritta qualche giorno fa, intitolata "Se" per notare la sostanziale differenza tra il prima e il dopo. ed ecco "Assenza di te": Senza te,/ sono mare in burrasca./ Giro, mi rigiro/ come s'agita l'onda./ Fra gli scogli, dalla risacca/ percossi, tuona la mia angoscia/ e fluisce come la corrente./ Un vento dal canto roco/ soffia tremulo/ e acuisce lo sgomento./ L'animo tuo vivace/ dava colore ai giorni,/ che ora appaiono scialbi./ Nel petto s'infigge il dolore/ mentre accarezzo il ricordo./ La mente vola in una bolla/ che sale, sale lassù/ a volerti raggiungere,/ prima di dissolversi./ Il mio spirito scende,/ indossa pochi stracci./ Corre a riva,/ per affogare la pena/ nella spuma impazzita./ Ad ogni levata del sole/ rivedo il tuo bel volto,/ risento il tuo bel canto/ e il mio respiro.../ invano cerca il tuo.
Oggi, mi vengono in mente alcune frasi sulla morte come inno alla vita, scritte nella "Lettera di Addio" che il grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez scrisse pochi mesi prima di morire, devastato da un cancro senza più Speranza. Ed era, pensa, proprio il 17 aprile di dodici anni fa:
"Se Dio (...) mi concedesse un po' di vita (...). Dormirei meno, sognerei di più, sapendo che ogni minuto con gli occhi chiusi è una perdita di sessanta secondi di luce (...). Mio Dio, se avessi un po' più di tempo (...). Dipingerei tra le stelle, come Van Gogh (...). Laverei le rose con le mie lacrime, per assaporare il dolore delle loro spine e il bacio scarlatto dei loro petali. Mio Dio, se avessi un po' più di vita... Non lascerei passare un giorno senza dire ai miei cari che li amo. (...). Darei le ali a un bambino e gli insegnerei io stesso a volare (...)". Meraviglioso Poeta fino alla fine, ma mi sembra giusto anche ricordare alcune frasi sulla vita e sul morire della grandissima Oriana Fallaci, tratte dal suo romanzo "Niente e così sia". Oriana è più dura, più concreta, più forte, forse meno amata, pur avendo amato e odiato tantissimo: "È proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversare bene la vita, riempirla senza sprecare un passo, senza addormentarci un secondo, senza temere di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né angeli né bestie, ma uomini...". Ma potrei citare anche Franco Battiato e il suo concetto della vita e della morte, intriso di spiritualità e visionarietà, o il teologo Vito Mancuso con le sue ampie disquisizioni filosofiche. E tanti altri ancora. Ogni loro parola, forte o rasserenante, realistica o incoraggiante, dà valore a quanto tu hai scritto trattando il difficilissimo argomento del morire non solo dal punto di vista pedagogico e letterario, ma anche psicologico, filosofico, etico-sociale. Con una attenzione particolare al mondo dei bambini (ottavo capitolo) e al loro approccio alla morte sia in termini di perdita del necessario sostegno affettivo e psicofisico dei genitori, della madre in primis, sia come concetto di morte che riguarda proprio la loro breve esistenza. Ogni Capitolo, del resto, è un continuum pedagogico, nel senso di "educare a morire" bene, con "consapevolezza", promossa come "formazione" già dai primi anni di vita per raggiungere coraggio, serenità e dignità, nel corso degli anni, fino all' approssimarsi della fine. Sono tutte "piste" che, in oltre duecento pagine, consentono di trasformare "la paura della morte", così bene illustrata nel suo intervento dalla tua amica prof.ssa Donatella Loiacono, psicoloterapeuta dell'età evolutiva, in un sentimento di "accettazione", che sottintende "l'arte di vivere" più che del morire. E l'arte di vivere presuppone la necessità della scelta di vivere nel presente come se fosse il primo giorno o l'ultimo, utilizzando ogni attimo per ESSERCI (vedi Heidegger) e cantare l'Amore in tutti i suoi molteplici volti, in cui si rispecchia soprattutto il volto della nostra anima che non conosce limiti o confini...
E vorrei puntualizzare anche che lo stile della tua scrittura è ritmo interiore, canto, volo alto. Nostalgia. Poesia.
Per un attimo, mi sono ritornate alla mente le tue compagne alle prese col tuo identico dolore: Cassandra, Paola... Ma, tra cuore e anima, sei stata tu che mi venisti incontro, ragazzina ferita e straziata, a portarmi in dono un fascio di tenere poesie quasi a voler cercare un rifugio, una continuità, una appiglio per continuare a Vivere, ad Amare, a Sperare...
E ritengo questa una peculiarità, non trascurabile, di tutti i tuoi Saggi scritti sino ad oggi: spesso la tua scrittura assume forma di Poesia, in quel ritmo interiore avvertito già da ragazzina, tra canto dolente, incanto per la vita, nonostante tutto, e tenerezza che i ricordi attualizzano.
Negli ultimi due capitoli di quest'ultimo tuo lavoro, però, è la docente di Pedagogia che incontra sé stessa attraverso la tematica del morire, e rivela tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio cercando pedagogicamente, cioè attraverso "l'educare a morire bene", di concludere la sua lunga disamina, confortata dai tantissimi studiosi citati, ribadendo che occorre scegliere di vivere con "consapevolezza" la inevitabilità della morte e con il desiderio di non sentirsi sconfitti dalla vita, ma di celebrarla con amore e per l'amore di quanti lasceremo con un sorriso, che è rivincita e abbraccio ai nostri cari, per lasciare tra le loro metaforiche e metafisiche braccia che le cose accadano come è giusto che debbano accadere... abbracciando il mistero del nostro venire al mondo e del nostro sparire dal mondo come un dono immenso da onorare fino all'ultimo giorno di vita, e non come condanna che ci angustia fino dalla prima consapevolezza della nostra esperienza esistenziale per l'inevitabile caducità della nostra stessa esistenza.
Poi, un dono inaspettato e meraviglioso da te conservato con amore per me: una mia lettera del lontano 1992. Lacrime e ancora un enorme abbraccio a contenere il nostro rapporto, immutato nel tempo, nel cerchio magico delle nostre braccia. Peccato per il tempo tiranno. Sono dovuta andare via per altri incontri... lasciandoti con un ultimo dono per me tra le mani.
Ma "Resistere per Esistere" è anche il mio motto di ultra ottantenne! Sia pure per un istante...

