Ci sono cose da non fare mai
Né di giorno né di notte,
né per
mare né per terra:
per
esempio, la guerra.
(Gianni
Rodari)
Oggi,
il 23 ottobre 1920, nacque Gianni Rodari, di cui tra poco parlerò, visto che
sempre più ai nostri giorni, si parla, di scuola “inclusiva” che utilizza la
didattica laboratoriale per andare incontro a ciascun alunno con un lavoro di
gruppo in cui ciascuno dà il suo apporto in base ai mezzi culturali che
possiede. Ottima anche la soluzione del “peer learning”, della didattica
ambientale dentro e fuori la scuola, dei gemellaggi, delle visite scolastiche
guidate, dell’apprendimento dei linguaggi multimediali fino a quello
dell’intelligenza artificiale, che, a mio parere, bisognerebbe approfondire.
Ma,
a ben guardare, non è stata questa la lezione di Don Lorenzo Milani nell’insegnare
più lingue, nel mandare all’estero i suoi allievi a lavorare o a studiare, a
seconda delle personali inclinazioni, nell’utilizzare quanto potesse tornare
utile alla realizzazione dei progetti di vita di tutti e di ciascuno? Nel
guidarli con fermezza paterna e tenerezza materna a rivendicare i propri
diritti nella consapevolezza dei propri doveri per realizzarsi come cittadini
del mondo, inseguendo il sogno di “farsi uomini liberi”?
Non
a caso, molti di loro sono diventati sindacalisti, in quanto la sua idea di una
scuola democratica era, come abbiamo detto, anche politica. Significativo è
stato, a tale riguardo, anche il rapporto di Don Milani con Mario Lodi nei
primi anni Sessanta perché la scuola “cambiasse il mondo” e fosse “di tutti e
di ciascuno”. Una scuola, dunque, della
valorizzazione, non della selezione; del “mutuo insegnamento-apprendimento”
perché nessun allievo potesse rimanere indietro, ma a tutti fossero date le
stesse possibilità di crescita e di maturazione sociale e personale.
Ma
ancora più significativo è stato l’incrociarsi di due vite abbastanza simili
per credo pedagogico ed esperienza scolastica. Parlo di Don Lorenzo e di Gianni
Rodari, quasi coetanei come età, entrambi ribelli alle regole sociali di quegli
anni della loro formazione e di tutta la loro breve esperienza esistenziale.
1923-1967 la data di nascita e di morte del Priore di Barbiana, 1920-1980 la
data di nascita e di morte di Gianni Rodari. Entrambi uomini di sinistra, anche
se con origini sociali molto diverse: Don Lorenzo proveniente dall’alta
borghesia ricca e colta, Gianni figlio di un fornaio morto prematuramente di
broncopolmonite. Don Lorenzo fece studi classici senza laurearsi mai per via
della sua vocazione sacerdotale, Gianni conseguì il Diploma Magistrale che gli
consentì di fare il maestro per alcuni anni, poi divenne giornalista molto
apprezzato e seguito di tante testate di sinistra, da <L’Unità> a
<Paese Sera>. Entrambi puniti per le loro idee di sinistra. Gianni Rodari
addirittura scomunicato perché comunista. Entrambi educatori e maestri
rivoluzionari. Dai loro allievi molto amati, ma da alcuni intellettuali,
docenti, presidi, giornalisti, contestati e denigrati come fautori di una
scuola improvvisata, priva di programmi e di regole da una parte, fondata sulla
fantasia più che sulla concretezza della realtà, dall’altra. Così Cesare Segre,
filologo, semiologo, critico letterario e docente universitario. Così più tardi
lo scrittore Sebastiano Vassalli e molti altri fino ai nostri giorni. Questi
“intellettuali” accusarono e accusano Don Milani e Gianni Rodari di essere
responsabili di una “didattica facile che ha cancellato la capacità di
studiare” e altri “capi d’accusa” così risibili da non essere neppure degni di
essere evidenziati. Mi sembra opportuno, invece, ricordare che proprio Rodari
recensì la Lettera ad una professoressa con le seguenti parole dolci-amare: un
libro urtante, senza peli sulla lingua, spara a zero in tutte le direzioni, non
risparmia nessuno. Di una sincerità a volte brutale, di una ingenerosità
scostante. Con tutto ciò il più bel libro che sia mai stato scritto sulla
scuola italiana. Da questo libro abbiamo tutti da imparare: maestri, genitori,
professori, giornalisti, uomini politici (cfr: FLC CGIL SCUOLA
UNIVERSITARIA E AFAM RICERCA, “Ma davvero è tutta colpa di Rodari e Don
Milani?”).
A
questo punto, non mi resta che riportare qui la famosissima poesia di Gianni
Rodari “Una scuola grande come il mondo”: C’è una scuola grande come il
mondo./ Ci insegnano maestri e professori,/avvocati, muratori,/ televisori,
giornali,/ cartelli stradali,/ il sole, i temporali, le stelle./ Ci sono
lezioni facili/ e lezioni difficili,/ brutte, belle e così così…/ S’impara a
parlare, a giocare,/ a dormire, a svegliarsi,/ a volersi bene e perfino ad
arrabbiarsi./ Ci sono esami tutti i momenti,/ ma non ci sono ripetenti:/
nessuno può fermarsi a dieci anni,/ a quindici, a venti,/ e riposare un
pochino./ Di imparare non si finisce mai,/ e quel che non si sa/ è sempre più
importante/ di quel che si sa già./ Questa scuola è il mondo intero quanto è
grosso:/ apri gli occhi e anche tu sarai promosso! Sono quasi certa che Don
Lorenzo l’avrebbe apprezzata molto.
Questo Inno di Rodari a una scuola libera che sia fatta del mondo
intero è un Inno svettante nel vento a portare Don Milani, con la Croce del suo
stesso Cristo messo in Croce, in alto, sempre più su, inseguito dalla nostra
anima di educatori, dal buio di questo nostro mondo, intriso di guerre e di
violenze inaudite, alla luce delle stelle.
Ed ecco a entrambi la mia personale gratitudine. “Grazie perché mi
avete insegnato ad essere una insegnante che ha cercato di prendersi cura,
negli anni, dei suoi alunni e studenti, con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia
disseminata tra le parole…”.
Ma mi sembra giusto fare oggi altri esempi di “maestri” che hanno
lasciato una traccia indelebile nella vita degli allievi che hanno avuto il
privilegio di incontrarli, a tutte le età, e di innamorarsene per tutta la
vita:
“Imparare a leggere e scrivere per conoscere tutto il resto
dell'umanità”.
Quale augurio migliore di queste parole di Alberto Manzi per il primo giorno
di scuola?
Alberto Manzi non è solo il maestro che ha insegnato a leggere e scrivere
agli italiani, quando in un’Italia piena di belle speranze ma ancora poco
alfabetizzata, condusse il programma “Non è mai troppo tardi”. Andato in onda
dal 1960 al 1968, è sicuramente un capolavoro di pedagogia, premiato e imitato
in altri settantadue paesi, espressione massima della Rai come servizio
pubblico. Alberto Manzi è molto di più. È un maestro che ha la vocazione
dell’insegnamento e non ha paura di iniziare dalle aule più difficili: dopo la
guerra, nel 1946, accetta l’incarico, che altri prima di lui avevano rifiutato,
di insegnare nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma. Non è semplice:
in un enorme stanzone senza banchi, senza sedie, senza nemmeno libri, sono
riuniti bambini e ragazzi tra i 9 e i 17 anni con storie terribili alle spalle.
Ma Alberto Manzi non si perde d’animo e alla fine riesce a guadagnare la loro
fiducia inventando e sperimentando metodi didattici innovativi. Racconta storie
e le fa raccontare e recitare ai ragazzi. Insieme pubblicano “La tradotta”, il
giornale del carcere, un modo per tirar fuori le emozioni di questi ragazzi che
troppo presto hanno conosciuto la durezza della vita. È un maestro che dal 1955
fino al 1977 trascorre le sue estati in Sud America. All’inizio nella foresta
amazzonica con un incarico dell’università di Ginevra per studiare le formiche
(Alberto Manzi era anche laureato in biologia oltre che in pedagogia e
filosofia). Poi si sposta in Perù e in Bolivia, dove capisce che per gli indios
è fondamentale l’istruzione per reagire alle ingiustizie e ai soprusi. Ma non
si limita ad insegnare a leggere e scrivere. Li aiuta a costituirsi in piccole
cooperative agricole, a organizzarsi per non essere sfruttati. Quindi si attira
le antipatie delle autorità che lo dichiarano persona non gradita. Ma lui
continuerà ad andarci lo stesso. È un maestro che capisce le potenzialità dei
mezzi di comunicazione e oltre al celebre “Non è mai troppo tardi” e altri
programmi nel corso degli anni, usa anche la radio per raccontare storie,
insegnare a grandi e piccoli, o meglio come disse lui: “Non insegnavo a leggere
e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere”. È un maestro scrittore
e poeta, e per le sue opere avrà molti premi e riconoscimenti. È un maestro che
insegna all’università, ma poi la lascia per dedicarsi alla scuola elementare
“Fratelli Bandiera” di Roma, dove resterà fino alla pensione. È un maestro che
scrive alle istituzioni, per protestare contro una scuola considerata
inadeguata, fredda, sorda alle esigenze dei bambini. Tanto insofferente alle
categorie asettiche della scuola, che nel 1981 Manzi si rifiuta di compilare le
schede di valutazione: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il
ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che
ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni”. Davanti alle
pressioni del Ministero della Pubblica Istruzione, l’anno successivo apporrà un
timbro su ogni scheda: “fa quel che può, quel che non può non fa”. È un maestro
ormai anziano e in pensione, ma che sa sempre che l’istruzione è l’unico
antidoto alla violenza e all’ingiustizia, e quindi nel 1992 realizza un
programma per la RAI: “Impariamo insieme” per insegnare l’italiano agli
extracomunitari. È un maestro che non smette mai di credere nel potere
dell’istruzione e nella forza dei bambini, ai quali diceva “Siete capaci di
camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo”.
Non è mai troppo tardi, dunque, per ricordare Alberto Manzi,
maestro speciale.
Ed è di buon augurio ricordarlo ad ogni inizio di un nuovo anno
scolastico…
Devo precisare che il testo non è mio, come è facile notare, ma
preso dalle pagine FB proprio ieri, ma la tentazione di proporlo anche nel
nostro blog è stata più forte di ogni altra considerazione.
E la mia esplorazione in tal senso continua.
Che dire di Umberto Galimberti e delle sue condivisibili
considerazioni sulla scuola, sugli insegnanti, sui genitori, su quanti si
prendono (o si dovrebbero prendere) cura delle nuove generazioni perché saranno
gli “uomini giusti e solidali” del prossimo futuro. “Parole secche quelle del
filosofo Umberto Galimberti, che suscitano discussioni e fanno riflettere”: L’insegnante
deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la
fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone.
Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che
valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro [...].
Educare vuol dire condurre qualcuno all’evoluzione, dall’impulso all’emozione,
dall’emozione al sentimento. Un ragazzo che ha sentimento non brucia un
migrante che dorme su una panchina, non picchia un disabile. Se queste cose
accadono è perché la scuola non ha educato. Per educare bisogna avere a che
fare con la soggettività degli studenti, che oggi è messa fuori gioco. Se è
vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è
spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto è
chiaro che anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano
più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni [...]. È più facile
correggere una comprensione del testo scritto che un tema. La realtà è che
siamo passati da una scuola umanistica a un’educazione anglosassone, perdendo
un’infinità di valori della prima. La scuola anglosassone è empirismo,
pragmatismo, valutazione oggettiva [...]. Se uno non sa affascinare,
comunicare, non può fare il maestro, il professore. Lo dice Platone: si impara
per imitazione. Io aggiungerei anche per plagio. Preferisco un docente che
plagia i ragazzi che uno che li demotiva. Direi loro che il ruolo va
abolito. Se uno non funziona lo sanno tutti ma non si può far nulla,
perché è di ruolo. Che cos’è questa parola? Nessuno è di ruolo nella vita.
Se un docente non è all’altezza va messo fuori gioco. Perché se si licenziano
operai là dove si producono oggetti non lo si fa dove si formano le
persone? (U. Galimberti, da una intervista del 2019).
Sono considerazioni che io abbraccio in pieno, ma non tutti sono
disposti a cavalcarle con lo stesso entusiasmo. Sarebbe necessario
leggere L’ospite inquietante (U. Galimberti, L’ospite
inquietante, Serie bianca Feltrinelli, Milano 2007) sul nichilismo
nietzschiano e i giovani, tanto paventato dall’Autore. E potrei fare molti
altri esempi. Ma desidero, invece, concludere con una letterina, fresca di
giornata, di una tenerissima nonna, Anna Mininno, scrittrice, poetessa,
insegnante di inglese in pensione (ma quando si è insegnanti, si rimane tali
per tutta la vita). È una letterina indirizzata a sua nipote Susanna, capelli
rossi come sua nonna e occhi grandi che respirano il cielo:
Susanna, amore mio, hai lasciato cum laude il grembiulino delle elementari e
oggi, primo giorno di Scuola Media, ti accingi a scoprire un mondo nuovo, ma
pur sempre in continuità di formazione.
Comprendo l'emozione che vive nel tuo cuore; emozione che significa sensibilità
e rispetto verso la Scuola, i compagni e le compagne, gli insegnanti e tutti
coloro che vi operano con serietà e gioia perché sia una buona Scuola. Io,
nonna tua, ti auguro anche una Scuola felice, fatta di tutto quel che aiuta a
crescere nella conoscenza, nella sensibilità umana e nello spirito critico.
Per questo, amore, ti sia sempre favorevole la curiosità, il voler capire fino
in fondo, la serena generosità e la capacità di intenti che nutrono il bello e
il buono. Sii sempre te stessa, Susanna, perché così sei bella brava amorevole
e grintosa con educazione. Sii te stessa, perché il futuro ha bisogno di te,
come di tutti i giovani e le giovani di buon cuore in un mondo che ha bisogno
di essere migliore. Buon Anno Scolastico a te e a tutti, con fiducia e amore.
Ed è quanto auguro anch’io alla Scuola tutta e a quanti vi operano
con passione, amore, impegno, competenza e coraggio. A presto. Angela/lina