giovedì 23 luglio 2026

Giovedì 23 luglio 2026: UN COMPLEANNO DA FESTEGGIARE CON POESIA...

E oggi vorrei festeggiare come merita il compleanno del mio adorato nipote Nicola Piacente, il primo a rendermi nonna con tanta emozione. E sono già 31 e non mi sembra vero! Ieri notte ho pubblicato la prima poesia su FB, ma oggi vorrei pubblicare le altre che completano il trittico sul blog per condividere con voi la mia immensa gioia di esserci ancora.

Trittico di poesie per Nicola e i suoi compleanni nel tempo. 3+1=31

             (23-7-2020, 23-7-2025, 23-7-2026)

                           3+1=31

 1. "Ci sarò"

         Polverizzato il tempo

e frantumato lo spazio per te ci sarò.

Non ho più fretta. Non so più 

dove andare e dove arrivare. Mi sto.

Mi piace ascoltare, custodire il silenzio.

Starti vicino. Sentire il tuo braccio

sostenermi con la dolcezza 

di una preghiera

dalle prime luci del giorno fino a sera.

Sentire la tua cura farsi dolce premura.

Oggi più che mai, cerco il calore

del tuo sorriso, le tue mani pronte

ad abitarmi il cuore, le tue mani

di tastiera a correggere i miei errori

con la tenerezza che sempre mi usi

e mi salva da cupi pensieri, corvi neri

di nuvole improvvise che scaccio via

con la tua allegria.

Fiore che sboccia come d'incanto

per me soltanto. O così mi pare,

per poter sognare ancora i tuoi domani

standoti accanto dolcemente. Così.

Teneramente. Senza fare rumore.

Solo in attesa di una sorpresa

a farmi felice, sapendoti in buone mani,

tu sempre pronto a donarti agli altri

         con totale amore.

Per almeno altri trent'anni ci sarò.

Per altri centotrenta ci sarò. Sì, ci sarò.

(Per te con te in te

                   per sempre io vivrò)

 

 2. "Ragazzo mio adorato"

 Nato alle mie braccia di notte

e subito coperto di verde ti accolsi

         papavero acceso

infiltrato dai prati ardenti di luglio

nel mio cuore che tu colmi oggi

       con la forza sognante

della tua giovinezza di sole.

E i miei tanti giorni antichi di antica

malinconia illumini,

cancellando ogni buio tormento

delle passate stagioni e il disincanto.

Vivi i tuoi sogni, afferrali con le mani

      stracci di aquiloni in volo

a colorare con insolite dita d'artista

tutto l'azzurro che ti appartiene.

Non nuvole di dubbi a trattenere

il tuo talento e l'allegria, ma panieri

colmi di desideri da realizzare.

Vibra D'Amore e accendi tutte le stelle

nei tuoi occhi in fuga.

Ma ansia quotidiana ti trattiene

a me accanto con mani di tenerezza

a proteggermi contro ogni timore,

paura che d'improvviso mi assale

nell'unico respiro che mi salva.

E non sai che verde come prato atteso

del tuo primo palpito di vita

ti stringo con carezze taciute, e date

con l'anima accesa di Speranza.

Per te voglio giorni audaci

    con voli senza confini

oltre le mie mani a trattenerti

e anni e anni per te voglio pieni di sole.

 3. "Ti scrivo"

 Scrivo

sulle ciglia schiuse dell'alba

e mi assale lo stupore di te

già grande tra le nostre braccia a culla.

Due nonne che ti hanno atteso tanto.

La luce del giorno lontana e nel buio

noi due perse nel nostro tutto/nulla.

Ci avvolgeva un'ansia d'altri tempi

in cerca di appigli di luce sulla vetrata

a dividerci dal resto del mondo.

Poi giungesti tra le nostre braccia

e le lacrime di gioia mie e di nonna Anna

 si acquietarono in silenziosa intesa.

Oggi, rimasta sola, ti bacio

     con nell’anima la benedizione

mai dimentica dell'Amore totale che sei.

            E ad ogni nuova estate

      mi vedrai mettere le ali

e rinascere al cielo e al nuovo verde

       tra alberi frammentati di sole

al dorato tepore della mai spenta

           tenerezza antica.

      Noi due insieme sempre

negli inevitabili marosi della vita

    protesi a cambiare il mondo

cupo e triste ai nostri giorni e violento

     mio eterno sgomento        

 con la tua immensa bontà

        contro ogni umana fragilità.

E continuerò a scriverti anche dopo

        nel silenzio che non sai

           perché non ti lascerò mai...

 E poi, ancora per te.

 "Sei"

 L' amore essenziale dei miei tanti anni.

L' amore che se viene a mancare manca

e lascia il vuoto che più non si colma.

La mano che non stringe.

Il cuore che perde suono e salto,

fiume senza argini verso la foce.

Sei lacrima taciuta e versata,

l'allegria sottolineata per darsi una voce.

Sei il pulviscolo che amo, spento

 quando la casa è in ombra

         ma che un raggio di sole

  illumina e rischiara e rende vero

per dirmi che ci sei e ci sarai,

che ci sono e ci sarò oltre l'agguato

e il vuoto, il suono della campana

la voce lontana ad abitarti il cuore

     dove nessuna voce muore.

                      E sei.

Tutto il mio cielo dimidiato e unito

     in tanti frammenti d' A M O R E

lontani e presenti in questa casa

e altrove, sì, oggi tu ci sei... E lo sai...

E sapete tutti che non vi lascerò mai!

            Nonna e Mamma lina

 Grata a tutti voi che mi fate sempre sentire la vostra presenza con tanto amore, che ricambio con vero cuore (per non fare mancare neppure la rima, oggi di nuovo usata ma non più come prima). Grazie! Angela/lina 

giovedì 16 luglio 2026

Giovedì 16 luglio 2026: I RICORDI DI TEMPI LONTANI CHE RIATTUALIZZANO IL PASSATO...

Per parlare del 16 luglio di tantissimi anni fa, dopo aver superato a fine maggio gli ottantaquattro anni, devo partire da alcuni ricordi che mi vedevano vivere in due paesi diversi che amavo di identico amore: Bitonto, in provincia di Bari (nel mio amato cortile “del gelso e delle rose) e Manfredonia in provincia di Foggia, nella culla dei monti che abbracciavano il mare (altro mio sogno senza confini: il mare).

Ebbene, mi dividevo ormai tra i due paesi a me tanto cari: tra due case che da una parte mi colmavano della amorevole presenza dei nonni materni, Mincuccio e Angelina, e di mia sorella Lizia; dall’altra, quella che mi permetteva di vivere con gioia con mamma e con gli altri miei fratelli. Da una parte, dunque, i campi, di cui via via il nonno si liberava perché non era più in grado di seguirli e, dall’altra, il mare nelle cui acque dimenticavo ogni senso di costrizione. Da una parte, lo studio (stavo scoprendo finalmente che mi piaceva studiare e conoscere nuove realtà passate e presenti con uno sguardo attento al futuro), e le lezioni private (per non pesare economicamente sui miei cari: cominciai a diciannove anni e ho smesso alle soglie del nuovo millennio); dall’altra, le chiacchierate con mamma, le confidenze e le complicità con la mia amatissima sorella Anna Maria, che rivelava sempre più uno spirito intraprendente e battagliero. Infatti, quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, eravamo complici anche di tante simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché mamma e babbo andavano dai nonni  e da Lizia a Bitonto e, in loro assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era solita fare da un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che babbo, al suo ritorno, non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine. E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Anna Maria era un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di vivere!

Quando, invece, stavamo tutti in vacanza nella casa del gelso e delle rose, io e lei, con la segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e soprattutto a mamma, per il 16 luglio, giorno del suo onomastico che amava tanto festeggiare con amici e parenti, e ai nonni, per il 2 e 4 agosto, i due giorni del loro onomastico. Ricordo, con tanta nostalgia, che i nonni erano soliti festeggiare il loro onomastico con un lungo strascico di visite, di auguri, di dolci e rosolio della durata appunto di tre giorni! Come dimenticare quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella nostra casa? Come dimenticare la festa di mamma e la sua immensa gioia in quel lunghissimo giorno di mezza estate?

In quelle circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli adulti di casa, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a casa e da me, che l’aspettavo fuori, una insperata sommetta, che ci permetteva di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità. Mal sopportava, invece, il mio romanticismo, la mia aria sognante, la mia esasperante lentezza nei lavori domestici. Facevo tutto all’ombra dei miei pensieri che vagavano ora luminosi ora cupi in un altrove che mi estraniava dal “qui e ora”. Anche soltanto con la mente, scrivevo. Anche soltanto con il cuore, scrivevo. E cantavo ancora, molto spesso.

(l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia…, mio nonno mi canzonava affettuosamente complice)

E ogni mia azione seguiva il ritmo del canto, che non era mai allegro e veloce, ma sempre languido e lento

(fenesta ca lucivi e mo nun luci… staje luntànə da ‘stu core… no, rien de rien/ no je ne regrette rien…)

e la realtà mi sfuggiva. Mamma mi sollecitava a scegliere canzoni più allegre per svolgere le faccende domestiche con maggiore celerità: se ne sarebbero avvantaggiati l’orecchio, l’umore e la casa. Ma io non potevo rinunciare a sognare e a mettere fuori tutta la tristezza di una condizione di continua libertà vigilata, di mal sopportata sudditanza, di un amore folle e non sempre corrisposto in ugual misura. Le canzoni che parlavano di amori infelici erano il mio repertorio preferito. La mente vagava lontano e la possibilità di sbagliare era sempre molto concreta e vicina, nel mio canto languido e sognante. Era nella mia indole perdermi nella musica e nelle parole e niente e nessuno avrebbero potuto darmi mai un ritmo diverso. Un diverso appiglio. Neppure mamma. Neanche lei.

(Persino già avanti con gli anni e già nonna, nei rarissimi ormai miei abbandoni al canto, ho fatto ridere figli e nipoti quando, un giorno, riproponendo il canto allegro e ironico di un presentatore della TV, mi sono messa a canticchiarlo con la mia solita passione sofferente di disteso infinito languore. E con una lentezza esasperata. Esasperante. L’esibizione canora faceva più o meno così: “esilarante esilarante” (con voce baldanzosa e saltellante). La mia versione fu: “e s i l a r a n t e      e  s  i  l  a  r  a  n  t  e         e   s   i   l   a   r   a   n   t   e”, interrotta dalla irriverente stratosferica risata dei miei cari ascoltatori, che mi sollecitarono tutti ad una voce: “più ritmo, mamma, più brio, essù!!!”. E i due nipoti a sbellicarsi dal gran ridere: “più swing, nonna, un po’ di allegria, dai… così ci fai addormentare!!!” E tutti proprio tutti fecero un coro sarabandale di “esilaranteesilarante”, in un “priscio” (un’esaltazione del cuore) che sembrava non dovesse avere mai fine. Ridemmo tutti fino alle lacrime.  E la risata micidiale, anche se affettuosa, si ripropone ancora quando abbiamo un po’ voglia di scherzare sui miei limiti e sulle mie virtù). Ma questa è un’altra storia che racconterò nei prossimi giorni. Forse.

Oggi, invece, desidero concludere con un una quasi poesia, che mi riporta a lei. A mia madre:

"In attesa di toccare il mare"

(A mamma per il suo onomastico)

 

Con le mie mani voglio toccare il mare.

Voglio toccarlo e la lunga attesa

è chiodo che penetra nei pensieri

e mi spinge a preparare

un guscio di noce per la barchetta

che mi porterà a nuotare

come il tempo lontano indimenticato.

Attendevo il sole per tuffarmi

a respirare tutto azzurro negli occhi

e i ricordi che bussano per entrare.

A fine giugno "s'apriva il mare"

con tavole e chiodi inchiodato

per l'inverno che doveva arrivare.

A spegnere in me la sua nostalgia

(non aveva senso cercarlo sparito)

E il mare si faceva attesa dell'estate,

quando mamma mi sosteneva,

m'incoraggiava a prendere le onde

tra le braccia per poi lasciarle andare.

Fino a quando a pelo d'acqua

m'inazzurrai e puntino lontano

           scrissi il mio nome.

E fui padrona di grotte e conchiglie

perle e coralli e velieri che dormono

in fondo al mare con bende di pirati

e gioielli inventati per farne anelli

per le tue catene a trattenermi a riva.

(Mamma mia in me sempre viva...)

 

Ora sul bagnasciuga ti vengo a cercare

per danzare insieme e specchiarci

nelle stelle accese che accendono

sorrisi in attesa che si sveli il mistero

profondo che fa profondo il mare.

Ascoltiamo i suoi pensieri immensi

(che fanno piccoli i miei pensieri)

fatti di ardimenti e paure, tormenti

e sentimenti, illusioni e previsioni

nella conchiglia delle nostre mani

che attendono altri domani senza limiti

o confini, per le nostre chiacchierate

già vissute e con allegria ritrovate.

Non c'è rimpianto dove rinasce il cuore.

Sono mare con il mio amore che canta

(e la mia anima profonda affonda

ancora tra le nostre migliaia di stelle

a scoprire il loro sognato sussurro

in tutto questo cielomare

che ci avvolge di immenso azzurro...)

                        Lina

Giovedì 16 luglio di un anno qualsiasi.

Già. Oggi “e sempre del persempre” noi. E, con me e con te, sempre e per sempre la nostra amatissima Anna Maria, che ora sta ridendo con te in riva al nostro mare…

E anche per oggi è tutto. Grazie perché anche voi ci siete sempre, nonostante questo caldo insopportabile. Buon mare a tutti! Angela/lina 

mercoledì 8 luglio 2026

Mercoledì 8 luglio 2026: AL BITLIBRI DI BITRITTO (BARI) OSPITI SEMPRE NUOVI, DIVERSI E SPECIALI...

Qui di seguito è Cristina Maremonti, la responsabile principale di tutta la manifestazione che ogni anno ha la durata di due giorni all’inizio di luglio, che scrive le seguenti brevi parole:

Pubblico questo bellissimo pensiero di una persona tanto sensibile, a me molto cara, Angela De Leo

"A BITLibri sempre ospiti speciali

FABIO MARIA SALVATORE"

Mia carissima Cristina, ho letto qualche giorno fa questa notizia, che mi ha colpito molto, soprattutto per le parole poetiche di Fabio Maria Salvatore, che tu hai riportato e che mi hanno fatto molto riflettere sulle varie tematiche affrontate in tempi così difficili per tutti noi, e crudeli per quanti non hanno trovato e non trovano accoglienza, comprensione e una mano amica e solidale a sorreggerli, lungo il personale percorso esistenziale. Fabio è davvero una persona eccezionale. Egli afferma senza esitazione:

"In un tempo in cui tutti cercano di prendere,

io sento dentro di me una chiamata diversa.

Donare".

È il primo ossimorico impegno: prendere/donare.

La prima parola indica il "possesso" e, quindi, il "potere" che da esso deriva; la seconda è "donare", che dilata il suo significato a comprendere innanzitutto "sé stesso", dono immenso che si dilata a contenere il "tempo", il "denaro", la "presenza fisica", che sottintende la "cura". Il prendersi cura dell'altro da sé richiede, infatti, tempo, presenza, energie fisiche, psicologiche, spirituali, spese in più, pazienza, tenerezza, empatia.

Di qui, il "Donare ascolto

in un mondo che parla troppo

e ascolta sempre meno".

E, per "ascoltare", occorre fare silenzio dentro e fuori di noi. Solo così possiamo realizzare il vero ascolto, che è fatto anche di attesa, di tempo, di pazienza, di perspicacia, di ricerca e scoperta dell'altro, dei suoi bisogni reali e dei suoi sogni da inseguire per poterli trasformare in progetti di vita...

Qui Fabio si ferma per confessare che il suo amore per gli altri nasce dall'aver fatto esperienza in prima persona di tutto quanto avrebbe voluto e che nessuno gli ha mai dato. A partire dall'ascolto, appunto. Tutti gli altri "vuoti" ne sono la logica conseguenza:

"So cosa significa

attraversare stanze piene di persone

e sentirsi comunque solo".

Ecco, allora, affiorare anche il tema della solitudine. Una solitudine voluta o subita. La prima ci dà modo di pensare, riflettere, leggere un libro, sottolineare le parti per noi più salienti, quelle che ci riflettono come specchi per farci scoprire tutto quanto siamo realmente e quanto di noi viene ribaltato per non dare di noi la percezione reale di quello che siamo. Louis Borges e la sua Teoria degli Specchi, da lui stesso modificata nella Teoria del Prisma, che offre molte più sfaccettature della nostra personalità (Walt Whitman e il suo essere abitato dal "molteplice", il più delle volte in molteplici contraddizioni che meglio ci definiscono). E qui non posso fare a meno di ricordare la nostra amatissima Letizia Cobaltini e il suo Libro uno e molteplice "DIRE FARE BACIARE - mondi canti parole - pubblicato dalla SECOP edizioni (Corato-Bari) nel 2023.

Non a caso, scrissi del suo Libro magico: "... cammino meraviglioso e inquietante delle parole, delle immagini, dei segni, dei colori, delle metafore. Sono 'passaggi/paesaggi tra natura, anima e incanti, che penetrano nel cuore e ne fanno musica, sinfonia, ritmo pulsante o lento alla ricerca della leggerezza che si innuvola nell'ardito azzurro/indaco/cobalto del cielo. E mai nome e cognome furono più appropriati e connotativi di questo respiro d'azzurro che, a ventaglio/arcobaleno, diventa patrimonio di "qualcosa" a comprendere "tentativi e trappole", "attenzione e intermittenza", prodigio di "foglie d'oro". Fino a raggiungere la "Bellezza", figlia della luna, affascinata essa stessa dalla luce lunare che sfiora "contrade", "galleggia" sullo specchio incantato di un mare che attende il richiamo del suo "Faro" per farsi onda e conchiglia. Approdo e origine di ogni nuovo viaggio al richiamo di vele e sirene...". (p. 93)

Tutto questo mi riporta inevitabilmente all'affermazione di Fabio Maria Salvatore sulla sua "missione": salvare! E mai nome e cognome furono più appropriati. Fabio, infatti, viene tradotto dal latino anche come "coltivatore", "uomo dei campi", aduso alla paziente fatica in attesa di un buon raccolto. Maria è il nome della Vergine, e per noi cristiani, fonte di ogni salvezza. Salvatore è la conferma di tale salvezza. Anche o soprattutto attraverso lo "sguardo", la cui Teoria (da Platone a Galimberti, passando per Sartre e Lacan con Recalcati) è davvero affascinante. Perché significa "vedere" l'altro e ciò comporta la possibilità di aiutarlo e, dunque, salvarlo. Perché in quello sguardo c'è tutto l'Amore possibile, in dare e rivevere. E la nostra Cristina Maremonti, anche lei con un cognome connotativo, puntualizzando tutto questo, ha fatto a tutti noi, che la seguiamo con tanto affetto, il dono del suo stesso cuore, che è uno scrigno prezioso di Amore per gli altri... come noi tutti sappiamo bene! Grazie, Cristina! Grazie, Letizia! Grazie, Fabio!

Ma non finisce qui. Desidero continuare in questo racconto, fatto di tante riflessioni, anche il racconto di altri Autori delle bellissime serate. Per esempio, molto importante è parlare della costante presenza di Piero Meli, quest’anno accompagnato dalla sua amatissima Cinzia Cognetti, Autrice di un libro che sta già appassionando numerosi lettori in Italia e all’estero. Ma ecco in sintesi alcune sue parole: <Le comunità si riconoscono da una cosa semplice: tornano. Tornano per ascoltare, per ritrovarsi, per condividere. E ogni estate BITLIBRI dimostra che la cultura può anche essere un luogo in cui ci si sente a casa. Ieri sera è accaduta di nuovo la magia. Una piazza piena di persone, amici che si ritrovano, autori che si fermano a parlare tra loro, i sorrisi dietro le quinte, le fotografie rubate, gli abbracci, le dediche, le conversazioni che continuano molto dopo l’abbraccio finale. In un tempo in cui tutto corre, ritrovarsi per ascoltare una storia è già un piccolo gesto rivoluzionario.

Grazie a Cristina Maremonti e a tutta la squadra di BITLIBRI per aver costruito, anno dopo anno, una vera casa della cultura…>.

I suoi ringraziamenti sono tanti e combaciano in larga misura anche con i miei, anche se quest’anno purtroppo non mi è stato possibile essere presente per altri impegni presi in precedenza, ma da lontano e col cuore ho seguito alcuni interventi molto interessanti.

Come non citare la mia carissima Federica Nolasco e Serena Manieri, che hanno condotto con grande professionalità e competenza le dirette. Come non citare il bravissimo e onnipresente fotografo Marco de Giosa per i suoi innumerevoli book fotografici dentro e fuori la scena. Come non raccontare della mia carissima Letizia Cobaltini, che ho citato in precedenza. Come non ricordare con nostalgia la Bellezza del Castello Baronale di Bitritto, che quest’anno ospita anche una Mostra fotografica collettiva da suggestivo titolo “AMARA TERRA MIA”, che tanto mi ricorda una splendida canzone del nostro indimenticabile e indimenticato Domenico Modugno.

Concludo con grande piacere e nostalgia, riportando ancora una volta quanto scritto dal nostro bravissimo Piero Meli:<L’obiettivo fotografico smette di inseguire solo geometrie di luci per catturare la verità e l’energia del mondo reale. Attraverso gli scatti degli artisti coinvolti, la mostra diventa un affascinante viaggio visivo nell’anima profonda del Sud - da quello italiano alle latitudini d’Europa e del Mondo. “Amara terra mia” non è un grido di rassegnazione, ma una fiera dichiarazione d’amore e di appartenenza. “Se la terra è amara, la solidarietà è energia vitale con cui scegliamo, insieme, di renderla di nuovo fertile”…>.

E naturalmente Piero è tra i fotografi espositori. E lo fa sempre con Poesia.

A tutti voi che avete la pazienza di leggermi anche con questo sole cocente, la mia gratitudine, il mio cuore. Angela/lina

venerdì 3 luglio 2026

Venerdì 3 luglio 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... RAFFAELLA (ultima parte) ...

E, intanto, ti dedico ancora qualche verso che ti faccia riscoprire “centro concentrico” del mio amore:

 “Centro concentrico d’amore”

 eri fiore rosa appena nato

oltre la falce di luna della sera

       attimo di meraviglia

i tuoi occhi grandi nei miei.

Funambola io di sogni mai perduti

afferrai al volo mille ipotesi di stelle

per fartene dono più di mille auspici.

Sui vetri rigati di stupore, anche oggi

traccio col dito il tuo volto tenero

- petalo di luna tra le mie dita

      il tuo volto chiaro Inno alla Vita -.

La gioia avrà ancora passi leggeri

e come erba smeraldina avrai

spazio d’amore e tempo di sogni

nel nostro giardino fiorito

(tenera danza di onde tra brezza

di mare e il suo canto sarai…)

 “Inizio luglio un nuovo inizio”

Sui rami frondosi di inizio luglio

ridono ciglia di ritrovata estate

per depositare il mai perduto

incanto nelle tue mani.

E un canto nuovo

per il tuo nuovo Anno ti avvolga.

Tenerezza di dita in involucri

d’amore e di sfacciato sole

s’intreccia alle tue braccia

che il mio abbraccio attendono

fatto di sogni che ancora ci fanno

compagnia…     

(e una speranza leggera

     ha germogli di luce

         a scaldarci il cuore)

 “TI VOGLIO BENE”

 “Sono tre parole

Ti voglio bene

Sono queste sole

Che vuole il cuore…”

(Vittorio De Sica)

Afferrale forte le tre parole

E nel cerchio che ti circonda

Dei tanti ad amarti sono le sole

Che puoi teneramente pronunciare

Per insegnare ad amare

Senza riserve e senza silenzi.

Le parole non dette

Le parole taciute e mute

Sono pagine incolori attraversate

Senza ardore né sguardi innamorati

A immortalarti.

Mutano della vita il corso nell’attesa

E tutto sospeso rimane a un filo

Silenzioso da srotolare per abbracciare

Il mondo intero, il suo mistero,

la sua perdizione senza una canzone

da afferrare al volo come aquilone

libero nel sole, che tenerezza

filtra tra le dita con carezze

da riscoprire come fiore di puro amore.

E se “non puoi dirigere il vento

-          Seneca sentenziò -

    puoi orientare le vele”

(e finalmente cantiamo il viaggio

 di sole tre parole: “Ti Voglio Bene”

  E sorridiamo di noi, dispiegando

     il cuore e abbracciando

    con coraggio la vita)

 “SESSANTOTTO”

Anno rivoluzionario ribelle senza paura.

Anno di amori liberi e senza catene.

Anno in cui ti generai all’amore

         Con infinito Amore

in un mondo di violenze e alla deriva.

Tu tra le mie braccia porto sicuro e vele

per navigare in alto mare e pieno sole

ai primi di luglio a ondeggiare

tra flutti tempestosi e argentine risate

per capovolgere la sorte.

Tu a districarti tra mille parole bambine

Traboccanti sogni ancora tutti da vivere

Pronta a dispiegare le ali giganti

per catturare quanti si perdevano

       nei tuoi occhi grandi

- stelle di un cielo notturno e misterioso

      come i tuoi capelli, i tuoi pensieri –

    più grandi di te, a fare grande

                il tuo cuore  

    immenso più dell’oceano.

Mamma

(per te, Raffaella, per il tuo nuovo estivo compleanno)

Buona lettura in pieno sole o all’ombra di un ombrellone. Angela/lina

 

  

giovedì 2 luglio 2026

Giovedì 2 luglio 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE...RAFFAELLA (prima parte) ...

che tu possa esaudire

tutti i tuoi desideri tranne uno

perché nella vita

bisogna sempre desiderare qualcosa.

(anonimo)

 2 luglio: Raffaella conta un’altra sua estiva primavera. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fisicamente (e non solo) fino a questi miei giorni di ultra ottantenne.

Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantotto anni fa. Come quella dei nostri giorni, del resto. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu, verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del bimbo o della bimba che stava per nascere.

Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla “nostra” casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero. Invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Non sono questi i dolori del parto, devono ancora arrivare quelli più forti”) e di Lizia, e le mie rinnovate risate perché nessuno mi credeva, alle ore 20 “incontrai” Raffaella: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. La signora Chiella, dopo averle tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.

“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla subito. Io la amavo già. Si precipitarono i nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori.

Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. E lei mi corrispondeva con i suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, i suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. oggi sicuramente dimenticate. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. “Bimba di parole e di baci”. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perché facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma immediato amore, esploso nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per parecchi decenni. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.

Con lei, oggi, condivido la quotidianità della nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.

Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.

E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.

È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo.

Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto le preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.

 

“Ti regalo oggi il mio sorriso”

 

luce di colorata felicità

da sempre attesa negli occhi

a farsi specchio della tua ansia

perché in gioia si tramutasse

il riflesso di mille e mille stelle,

per me raccolte su terrapieni,

inventati nel vuoto della mia sera,

per accenderla di risate.

Clamore assordante fu

il battito del tuo cuore

vicino al mio in un palpitare

di giorni di stanca malinconia.

Ma, complici io e mia madre

di un segreto dolcissimo

sotto un cielo che sapeva

di noi,

riprendemmo a ridere,

dimentiche del tempo

e le stagioni del silenzio.

Rinacque l'incanto

delle tue parole, ali di allodole,

a ricamare i miei mattini

che ombre attraversarono

tra nuvole scure di pensieri

distanti e prigionieri.

Sogni mai afferrati

dalle tue mani

protese a farmene dono.

E oggi, vedi, solo per te sorrido

a rendere visibile l’Amore

che ti devo. E che ti porto.

Con il sole che bacia i tetti

della tua mai spenta speranza

a sapere della mia gioia

di vivere.

(Nel giardino arso di sole, papaveri

di fragili corolle ridono,

a restituirci rinnovate intese d'allegria)

 

Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate... solo una puntualizzazione: Diamo agli altri quello che possiamo e penso sia il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E, se è, non necessita di alcuna misurazione. Viviamo come siamo e come sappiamo vivere. E amiamo alla stessa maniera…

A domani per alcune poesie che sento l’urgenza da dedicarti ancora. Grazie a quanti/quante con questo caldo avranno la bontà di leggere. Angela/lina