venerdì 13 febbraio 2026

Venerdì 13 febbraio 2026: E L'AMORE è anche il MAGICO CORTILE di ANNA MARIA DE LEO...

E oggi, vigilia di San Valentino, festa di chi si ama, mi sembra giusto parlare d’amore riportando per tutti noi un racconto quasi fiabesco, ma assolutamente vero, della mia amatissima sorella ANNA MARIA, volata tra le stelle circa tre anni fa, ma eternamente presente nel cuore. Lei, infatti, è qui e teneramente mi sorride, felice come una ragazzina che parla del suo primo assoluto innamoramento. Ed ecco il suo racconto. Ve lo affido con tutta la storia che tutti noi fratelli e sorelle abbiamo vissuto con lei nel nostro “cortile del gelso e delle rose”…

UN MAGICO CORTILE

I miei nonni abitavano in una grande casa al centro del paese; poteva definirsi quasi una casa colonica in quanto offriva tutto quello che un uomo, amante della natura, si aspetta dalla propria abitazione. C’era, per esempio, un grande cortile pieno di fiori, piante e tanti animali. Io tornavo in quella casa d’estate, una volta all’anno e vi trascorrevo giorni favolosi.

Mio nonno aveva preparato una casa per tutti gli animali di cui si prendeva cura. La stalla era appartenuta, nel tempo, prima ad un bellissimo cavallo, poi ad un mulo e, infine, ad un simpatico asinello, croce e delizia del povero vecchio che a volte non sapeva come farlo muovere, in quanto se intuiva che si andava a lavorare, si irrigidiva, come un bimbo che non vuole andare a scuola!

La stalla era comoda, dotata di tutte quelle attrezzature per tenere pulito e lucido il pelo del suo inquilino ed aveva una comoda mangiatoia, dove il nonno metteva il cibo più gradito all’asinello.

Di fronte alla stalla, sotto un grande arco in pietra, aveva sistemato una capretta con il suo compagno: anche loro trattati benissimo … Nella parte superiore dell’arco, il nonno aveva costruito una colombaia, tutta in legno, in cui tubavano coppie di tortorelle bianche destinate, come regalo, alle donne del vicinato che avevano partorito da poco e che avevano bisogno di un salutare e leggero brodino di carne per la loro montata lattea.

Una scaletta in legno permetteva di salire per osservare i loro movimenti. Su quella scala, trascorsi molti pomeriggi dei miei giorni di vacanza perché ero una curiosona e mi piaceva osservare i colombini quando si coccolavano o quando covavano con amore le loro uova. Che gioia, poi, era per me assistere allo schiudersi delle uova e alle capriole dei piccoli nati, che a malapena, si reggevano sulle loro zampette… Un anno, nascondendomi, potetti assistere alla nascita di un tenero capretto e alle coccole di sua madre. Il nonno mi prendeva in giro per l’eccessiva curiosità, ma per me era una scoperta della vita che, in un freddo alloggio di caserma, non potevo neanche immaginare.

Nella parte anteriore del magico cortile c’era il pollaio: un gallo e tante galline che donavano a noi nipoti uova freschissime e saporite. Anche il pollaio era tenuto bene e disinfettato, ad ogni primavera, con calce viva. E che festa era per tutti quando si vedevano, davanti ad alcune galline, stuoli di gialli batuffoli che tentavano di esplorare il mondo circostante.

E c’era anche una conigliera con coniglietti bianchi e grigi che mangiavano gli avanzi della verdura che veniva pulita: deliziosi musetti che trituravano lentamente il cibo, e che si spaventavano facilmente ad ogni movimento e si nascondevano sotto le fascine. Tre ochette, poi, circolavano liberamente nel cortile andando in giro all’eterna ricerca di un pantano. Simpaticissime con il loro movimento dondolante e con il loro “qua qua”! Non poteva mancare il gatto o i gattini, a seconda dei periodi e, poi, c’era il cane legato al carro, sotto una tettoia. Il cane ci avvisava abbaiando quando qualcuno si avvicinava al grande ingresso oltre il quale c’era un grande marciapiede che talvolta si trasformava in un mare di mandorle, messe al sole ad asciugare. E a me piaceva tanto creare onde in quel mare, strisciando con le scarpe, su quei gusci profumati.

Subito davanti alla stalla, per alcuni metri, si poteva godere il verde di una fascia di terreno adibita ad orto di casa. Prima dell’orto c’era un grandissimo albero di gelsi rossi, che creava una freschissima ombra e, qualche metro più dietro, un maestoso fico, al quale ci si poteva avvicinare salendo sul piccolo terrazzino della stalla. All’albero ci si poteva appendere e ci si poteva dondolare… I due alberi, che in prospettiva sembravano di più, perché ricchi di foglie, ci offrivano generosamente frutti succosi e gustosissimi. Sperimentai, allora, il piacere di mangiare un frutto, appena raccolto!

Nei punti liberi, poi, il nonno aveva sapientemente sistemato pergolati di uva bianca e nera da tavola, altra delizia per il palato. I pergolati offrivano una piacevole ombra sotto la quale era bello pranzare. C’erano anche diverse zucche, verdi alcune, a lampioncini gialli e arancioni, altre, che offrivano un piacevole colpo d’occhio!

Era proprio magico il cortile che il nonno aveva ideato e attrezzato con gusto e fatica.

Chi veniva a farci visita si complimentava per la bellezza del luogo e sostava il più a lungo possibile per goderne l’ombra, i profumi e il sapore dei frutti che generosamente il nonno offriva loro. Chi veniva a farci visita si beava anche nel sentire gli odori che provenivano dalle teglie in terracotta sistemate accanto ai carboni accesi di un camino alla monachina che completava la bellezza del cortile. Ai tegami di mia nonna, spesso si aggiungevano le pignatte in cui le vicine di casa, approfittando del grande fuoco, venivano a cuocere i loro legumi.

Ho dimenticato il concerto dei fiori e soprattutto delle rose rampicanti, che fiorivano ogni mese e dei gerani che creavano angoli ridenti e colorati. E ogni parete, bianca di calce, infine, ospitava una rampicante vivace e profumata!

MIO nonno era eccezionale come il suo cortile, che conservò la sua magnificenza fino a quando fu lui a prendersene cura. Dopo cominciò un lento e costante declino, fino ai giorni in cui rimase abbandonato e dimenticato. Senza più il suo padrone.

Oggi vivo io nella casa dei nonni e il cortile è cambiato. Ci sono solo i fiori ad allietarlo e i miei adorati nipotini. Quando, ancora oggi esco fuori in cortile, ripenso a quei tempi, agli odori, ai sapori, soprattutto ai colori, alla presenza delle tante persone a farci compagnia e dei tanti animali che popolavano quel magico universo e che un nonno meraviglioso aveva saputo animare per la nostra gioia. Grazie, nonno! Anna Maria

E a me non resta che augurare a tutti un San Valentino colmo di AMORE. A presto. Angela/lina

martedì 10 febbraio 2026

Martedì 10 febbraio 2026: Ricordando la GIORNATA DEL RICORDO... E ricordando TEA DALMAS e NICO e MANUELA MORI...

Non rimane

che un disarmo muto

il cuore lancinato

il mare e la sua risacca

          (a.d.l.)

E oggi desidero riproporre in parte quanto ho scritto due o tre anni fa. In parte, perché alcune cose sono cambiate nel frattempo e occorre, con dolore, prenderne atto. Come tutti sappiamo la Giornata del Ricordo fu istituita in Italia il 20 marzo del 2004, per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E sono letteralmente commossa nel fare testimonianza con delle “voci” a me care che hanno vissuto sulla propria pelle quelle esperienze devastanti, ma anche fortificanti, e decisamente autentiche, e perciò più credibili della stessa “verità storica”, che non è mai “vera” perché inficiata dall’essere spesso “di parte”, dal sapere a priori che le testimonianza saranno presto divorate da utenti di testate giornalistiche o di trasmissioni televisive, il più delle volte, per non dire sempre, “confezionate ad hoc”. Io, invece, parlo di Tea Dalmas, Nico Mori, che purtroppo non sono più fisicamente tra noi, e di Manuela Mori, loro amatissima figlia, che non avevano certamente intenzione di pubblicare alcunché fino a quando, parlandone in una nostra serata conviviale tra vecchi amici, non è venuta fuori l’esigenza di fare testimonianza diretta di quanto realmente accaduto in quei tragici anni, attraverso il diario scritto dalla nonna di Tea. Ne è venuta fuori “a posteriori” una pubblicazione, sollecitata dalla nostra Casa editrice SECOP e subito accolta con entusiasmo dai diretti interessati, con il titolo alquanto sibillino di PUSE.

Ma lascio la parola a Tea, Nico e Manuela: 

LETTERA DELL’AUTRICE

Miei cari, ho custodito gelosamente questo diario scritto per mia madre e affidatomi dalla nonna Vinka, con l’intento, un giorno, di tradurlo in italiano, perché ne restasse memoria nella nostra famiglia. Ora il proposito è diventato realtà, grazie anche al grande aiuto di Nico e Manuela: Nico ha saputo trasformare la mia traduzione “letterale” in un testo più “letterario”, vivo, conservando ed esaltando l’ironia e la curiosità intellettuale che animavano lo scritto e le parole della nonna e tracciando utili riferimenti storici. Manuela è stata impagabile per il lavoro al pc, la correzione delle bozze e l’impaginazione. Man mano che traducevo, mi tornavano alla mente i tanti pomeriggi d’estate a Spalato, a casa della nonna Vinka, dove trascorrevamo le vacanze estive. Seduta sulla sua poltrona a dondolo, sul balcone, all’ombra dei rami di un grande fico mi raccontava della nostra famiglia, degli zii Ivo e Braco e dei nostri antenati. In questo diario sono citate delle persone che ho conosciuto da piccola, per cui tutto quanto scritto dalla nonna mi è ancor più familiare. Aver tradotto questo diario è stato per me un atto d’amore verso la nonna, i miei genitori, mio fratello, i nostri figli. Per questo vorrei che i ragazzi avessero questo ricordo della “none Puse” e del meraviglioso nonno Franco, che non hanno conosciuto, il mio amato “papacci”, come lo chiamavo da piccola. Traducendo e rileggendo questa storia, più di una volta i miei occhi si sono inondati di lacrime… ma non di dolore, piuttosto di tenerezza e nostalgia. Spero che questo scritto abbia anche per voi un grande valore sentimentale, come lo ha per me. Vi voglio bene.Tea

Subentra a questo punto Nico Mori, marito di Tea, per dare importanti ragguagli esplicativi: <Puse è innanzitutto un atto d’amore di Tea Dalmas nei riguardi di sua madre Jelka, chiamata Puse, e di sua nonna Vinka Šperac Bulić, giornalista e femminista ante litteram nei primi anni del Novecento in quella terra mittleuropea tra Italia, Croazia e Dalmazia, che ha, nella storia di questa famiglia, come fulcro Spalato. (…). Si tratta, infatti, della pubblicazione del diario, che sua nonna aveva scritto dalla nascita della terzogenita, avvenuta nel febbraio del 1919, dopo parecchi anni da quella dei primi due figli, al 1953, anno in cui con una lettera accorata Vinka, dopo circa dieci anni di silenzio per aver chiuso il diario con le nozze della sua amatissima Puse, lo riprende per cercare col suo amore e la sua tenerezza materna di consolarla per la morte prematura dell’adorato marito Franco, stroncato da una grave malattia cardiaca. Tea Dalmas ha conservato gelosamente per decenni il diario ereditato da sua nonna per poterlo un giorno tradurre, come poi coraggiosamente ha fatto, e lasciarlo in dono ai suoi familiari. (…). Ma Puse è anche la straordinaria testimonianza di uno spaccato di vita che coinvolge sì due donne, madre e figlia, quindi due generazioni a confronto, ma anche un intero popolo, anzi più popoli con la loro tormentata storia che riguarda ideali di libertà e soprattutto di rivendicazione d’appartenenza ad un ceppo storico-culturale piuttosto che ad un altro; ideali e rivendicazioni, che fecero di quegli anni e di quei territori veri e propri campi di battaglie, acerbe e devastanti, a volte anche cruente o di forte tensione propagandistica e sociale, senza ottenere reali soluzioni di giustizia e di equilibrio tra le sacrosante aspirazioni indipendentistiche, talvolta anche romantiche, dettate, anche in quelle terre, dagli “eroici furori” di tutto l’Ottocento e la prima metà del Novecento (vedi l’impresa di D’Annunzio a Fiume o a Zara), e la concreta vita quotidiana della gente comune e dei suoi sacrifici per affrontare nuove e destabilizzanti situazioni familiari e domiciliari come profughi o esiliati. (…). Sono, intanto, questi gli anni dell’incontro di Puse, adolescente, con Franco Dalmas, uno studente di Spalato, che diventerà suo sposo e che sarà il padre di Tea e di suo fratello Rafo. Poi, la frequenza dell’università con i lunghi soggiorni a Zagabria, Graz, Vienna, dopo aver superato una temibile malattia, per quei tempi, il tifo. E, quindi, le prime lettere (…): gli avvenimenti storici in tempi così travagliati soprattutto per quei territori tra regni diversi che se li contendevano per giungere ben presto ai prodromi del secondo terribile conflitto mondiale. Emblematiche sono le prime due lettere che Puse scrive alla mamma da Vienna, dove sta imparando il tedesco. È ormai fidanzata con Franco Dalmas, l’italiano, che però vive già a Roma per avervi trovato lavoro. È il momento della propaganda nazista e Vienna è in festa per Hitler, che viene da tutti inneggiato come “liberatore”. Piangono e si uccidono, invece, i poveri ebrei oppure cercano riparo in Ungheria. Già i divieti nei loro riguardi s’infittiscono di ora in ora. Puse è disorientata e attende notizie dalla mamma che, attraverso i giornali, è più informata di lei che pure è testimone oculare di quanto avviene per le strade di Vienna. Evidentemente la propaganda nazista è già dominante e i giornali faticano a giungere per una informazione più corretta e obiettiva. Ritengo davvero preziose queste prime due lettere perché ci danno notevoli spunti di riflessione sulle grandi, inevitabili contraddizioni che regolano i destini degli uomini, come appunto sosteneva Simone Weil: i tedeschi gioiscono e gli ebrei piangono riguardo agli stessi eventi. O, anche, l’informazione dei giornali diventa più importante della testimonianza diretta di chi vive in prima persona gli accadimenti che fanno la storia, che non viene mai scritta nella sua verità oggettiva. (…). Ma sono giorni cupi di guerra e di paura. (…). Tempi di guerra, di fame, di autorizzazioni per ogni piccola cosa, che non era più un privilegio ma necessità di sopravvivenza. E sempre più le vicende personali s’intersecano con quelle civili e sociali, di popoli, che si esaltano o si spaventano o non capiscono, e di capi che comandano a loro piacimento, ignorando diritti, calpestando terre, violando ogni forma dell’umano nell’uomo. Conosciamo le nefandezze di quell’immane sciagura che fu la seconda guerra mondiale. Dolori, deportazioni, violenze, torture e sofferenze non furono risparmiate neppure alle popolazioni slave, attraversate più di altri popoli da tensioni, odi feroci e terribili espropri ed esecuzioni. Nel “Diario” di Vinka e nelle lettere di Puse, leggiamo le vicende drammatiche della seconda guerra mondiale, l’Asse Roma-Berlino, le leggi razziali e le loro terrificanti conseguenze. La lotta partigiana. Spalato bombardata. L’armistizio e le dimissioni di Mussolini, la fine della guerra. (…). Nel frattempo, la vita continua con nuovi posti di responsabilità e nuovi problemi nella vita quotidiana… (…). E Vinka chiude il suo “Diario” il 7 febbraio del 1945 (quando Puse è costretta a lasciare la sua casa, la sua terra, tutti i suoi averi, per veleggiare con due bambini e tanta disperazione verso Bari, dove prenderà dimora). Lo riprenderà improvvisamente e brevemente otto anni dopo per la morte dell’amatissimo Franco e per annotare la disperazione di Puse, sola con due bambini e... in terra straniera. Estranea alle sue radici, ai suoi affetti, a sé stessa. Il “Diario” si chiude con una poesia di Franco, scritta a sua moglie circa due anni prima di lasciare per sempre i suoi cari, già da tempo malato e consapevole della fine ormai prossima. E con un’ultima lettera di consolazione e d’amore di Vinka a Puse, il 2 aprile 1953. Ma la storia di Puse continua per molti anni ancora. La gòmena d’amore si è pian piano intrecciata ad altre due donne, Tea e Manuela, che non hanno mai smesso di tenere in vita il ricordo luminoso di Vinka Šperac Bulić e di sua figlia Elena, per tutti Puse. (…). È stata Manuela che, una mattina di marzo del 1991, ha scoperto il volo di sua nonna verso il cielo, nonostante fosse ancora “seduta in cucina davanti ad una tazzina di caffè, tra le dita una sigaretta mai accesa...”. Di qui anche il suo sommesso, nostalgico, sussurrato canto...>

Il mio primo incontro con la Fine.

Le medicine, la solitudine.

Una vita in salita, ladra di sorrisi.

La canzone di Natale, il pianoforte.

Il tè alla menta, le sigarette.

Il nostro ultimo capodanno insieme, solo tu ed io.

Il profumo di lavanda.

Le carte, i cruciverba, il corso d’inglese a 45 giri.

I libri gialli e i film western.

L’italiano a modo tuo.

Il tuo grande, sfortunato amore.

Gli occhiali rosa, e la tinta peldicarota al battesimo di mio fratello.

Il mare, i cani.

Il pesce rosso nella vasca da bagno perché stesse più largo.

Tu seduta sul wc a sferruzzare, che ridi mentre sguazzo nella vasca col pesce, vestita di sana pianta.

Diciassette anni dopo, è solo ieri. Non ti ho mai sognata, o almeno mai come avrei voluto. Ti ritrovo nel volto di mia madre, e in un rito tutto mio. Quando ogni anno torno dall’altra parte del mare, e davanti agli occhi, all’alba, eccoti. Con immenso amore, Manuela.             

E, intanto, approfitto di questa importantissima pagina, che ci permette di comprendere la tragedia vissuta dai popoli presi in esame nella Giornata del Ricordo, per ricordare a quanti lo hanno conosciuto e amato il carissimo amico Nico, di cui non ho potuto scrivere il giorno 26 febbraio per via del mio computer “muto” a causa di un guasto. Lo faccio ora con tutto il dolore che dopo cinque anni è ancora uncinato al mio cuore, come il primo giorno della sua assenza e come si evince da quello che scrissi appena mi fu annunciata la sua morte: < Per te, Nico, ancora una volta, per te, con te, che sei ricordo/presenza. Incancellabile>.

E, per il ricordo/rimpianto di Nico, posto su facebook quanto scrissi quel giorno, il 26 gennaio 2021, per lui. E grazie a tutti voi che mi leggete con tanto paziente affetto. Al prossimo incontro sul blog. Angela/lina 


 

giovedì 5 febbraio 2026

Ciovedì 5 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (Saggio)...

 Giovedì 5 febbraio 2026: MORIRE di VALERIA ROSSINI (Saggio)…

Siamo solo aliti di vento

soffi delicati appesi alle pareti

di un cielo senza confini.

      (Rabindranath Tagore)

 È un Saggio, quello di Valeria Rossini, non sulla morte, ma sul morire, come sottolinea l’Autrice, che sente la necessità di precisare subito, e a giusta ragione, che il sostantivo “morte” è statico, ferma l’attimo e lo pone come qualcosa di irreparabile; il verbo “morire”, invece,  all’infinito presente, è dinamico: è un percorso, un cammino che abbraccia l’attimo della nascita e quello della morte a cui, però, bisogna giungere, facendosene, col passare del tempo, una ragione filosofica, psicologica, pedagogica per sconfiggere la paura che, comunque, tale attimo genera nell’animo umano. Ed è un tempo proficuo, quello che scorre durante il percorso, breve o lungo che sia, perché permette all’uomo che, a differenza degli animali, si sa “mortale” sin dal principio, di superare la paura, che è altro elemento bloccante la crescita e la consapevolezza di sé nell’uomo, nel suo “divenire” e farsi “persona”. E questo percorso, in questo Libro, si snoda in dieci capitoli, densi di citazioni che avvalorano, via via, i vari punti di vista presi in esame e sviscerati con “ipervigilanza” dall’Autrice, che non lascia nulla al caso, pur nella imprevedibilità dei risultati delle sue ricerche a vasto raggio, come necessariamente accade in ogni “avventura”. Già, perché ogni sfida culturale che si fa sfida umana e che utilizza, nel nostro caso, le parole scritte, è di per sé un’avventura di cui si ignorano fino alla fine i risultati. Occorre ricordare, per tutto questo, che il Saggio di Valeria Rossini rientra nella Sezione “Parole di filosofia dell’educazione” curata dal Prof. Antonio Bellingreri, che coordina un Comitato scientifico di tutto rispetto con docenti che operano in varie Università italiane, da Brescia a Roma, da Bari a Palermo, Messina e così via. Molti di loro, all’interno della Sezione, hanno già pubblicato Saggi riguardanti diverse tematiche fondamentali inerenti al processo educativo, e che abbracciano la “persona nel suo formarsi”, la “comunità con il relativo senso di appartenenza”, l’“incontro con gli altri, ritenuti estranei, l’“inclusione nella scuola di ogni ordine e grado” e via di seguito.

Alla Rossini il Prof Bellingreri aveva chiesto di trattare l’argomento riguardante la morte dal punto di vista pedagogico. Argomento a lei non estraneo perché trattato con i suoi studenti in relazione alla “assenza negli anni dell’adolescenza del supporto delle figure genitoriali”, ma anche perché realtà da lei dolorosamente vissuta in prima persona. In pratica, come afferma l’Autrice nella Premessa, è stato l’argomento a scegliere lei e non viceversa. Ma, occorre precisare che la docente Valeria ha avuto grande coraggio e tanta maturità nell’affrontare una tematica così difficile e impervia per tutti, ma soprattutto per lei, avendo perso sua madre quando aveva appena quattordici anni.

Non a caso il Saggio ha una dedica lapidaria e tenerissima: “A mia madre”.

E decisamente intensa, simbolica, significativa è l’immagine di copertina: una corda intrecciata che rischia di sfilacciarsi e spezzarsi del tutto se non le fosse impedito da un nodo che tenta di trattenere in vita un sottilissimo filo… e noi ci chiediamo il perché. Ecco una possibile motivazione: “filo” è una parola breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di scarsa durata e di cui, forse, si potrebbe fare a meno, mentre è, invece, di una incredibile utilità in molti casi. Serve, per esempio, a legare due polsi, unire due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato per due o anche per dieci cento mille volte. Mille volti.

Quel sottilissimo filo, del resto, ci dà la consapevolezza della precarietà della sua consistenza e resistenza, sollecitando l’attenzione e la cura per salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà. Ma, per non rischiare che si spezzi del tutto, occorre ricorrere al nodo.

E il nodo ha tutta una simbologia antica e moderna. Si alimenta di miti e di poesia. Penso al nodo gordiano o a quello di Salomone, ai nodi delle reti dei pescatori, o a quelli delle vele dei marinai. Ma c’è anche il nodo al fazzoletto per non dimenticare (e i nodi del rovescio del ricamo a indicarci la bellezza del diritto nelle mani del Signore, ma questa è un’altra storia). Ci sono anche i nodi che vengono al pettine per una ritrovata verità in precedenza messa in discussione oppure celata. Ma anche il nodo alla gola, segno di commozione e di pianto trattenuto. Può dimostrare, dunque, un legame più forte, ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa forse anche la misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo. E che dire dei nodi sui tronchi degli alberi a indicare i loro anni?

Nodi e fili, infine, possono diventare dialogo, intimità, riconoscimento, amore. Resistenza. Persistenza. O, piuttosto, una ferita che segna un sentimento che vive di vita propria oltre il tempo e lo spazio, anche se si nutre di tempo (gli anni) e di spazio (la propria dimora del cuore), da cui sconfinare perché la nostra straordinaria Autrice ha scelto come nutrire il verbo “morire” all’infinito nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità, l’essenza della nostra stessa esistenza, che non è misurabile perché non ha chiodi e perni per fissarla una volta per sempre, ma si frantuma in mille segmenti diversi e sempre nuovi perché, come sostiene il famoso poeta e scrittore statunitense Walt Whitman in Foglie d’erba, “siamo abitati da moltitudini”, che scivolano via. Non ha affermato la stessa Rossini, con fermezza e un pizzico di poesia, che “il nostro destino è quello di morire ogni giorno perché la vita ci sfugge lentamente”?

Del resto, la nostra è una società, che accompagna pedagogicamente l’essere umano in una “Lifelong” (cioè dalla culla alla tomba) (Premessa, p. 15). Certo non possiamo decidere se nascere o meno, ci dice ancora Valeria Rossini, ma possiamo gestire meglio i tanti momenti della vita e prepararci a quello della morte, apprezzando di più il presente e le possibilità di crescita e di maturazione che ci offre, e utilizzando anche, in senso positivo, gli strumenti tecnologici, scientifici e medici che abbiamo a nostra disposizione. Occorre “collocare la questione morte dentro un orizzonte pedagogico attento alla globalità e alla sacralità dell’essere umano in linea con l’eredità culturale che dalla Grecia antica arriva fino al pensiero europeo del Novecento (…) influenzato dal modello giudaico-cristiano, che ha influenzato stabilmente i paradigmi interpretativi dell’umanità” (I Capitolo, pp.17-18).

In tale “orizzonte pedagogico” possono nascere scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con Dio. Ma, a mio parere, un approccio autentico alla trascendenza non può avviarsi,  se non a partire da un ascolto sincero dell’anima, capace di avvertire i sentimenti più profondi che non mentono. E cambiare significa progettare il futuro nel senso di far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.

Ma può accadere anche il suo contrario quando si affronta il tema scottante della paura della morte che di solito si evidenzia verso la morte o la perdita di qualcuno e quello dell’“angoscia”, trattata da Jean Paul Sartre, il filosofo dell’Esistenzialismo ateo francese, in L’essere e il nulla (il nichilismo nietzschiano sempre in agguato!), quando afferma che l’uomo non riesce più a “progettare” perché avverte il suo “non essere” in maniera angosciante. In questo caso direi che bisogna ricorrere alle affermazioni di Bloch: “i vivi sono morti quando hanno paura, e lo ignorano. Muoiono quando hanno paura e non fanno nulla per superarla. Si angosciano per il futuro perché non sanno cosa riserverà” (I Capitolo, p. 23).

(E. Bloch, Il principio speranza. Sogni ad occhi aperti, vol I, 2019).  

Penso di poter affermare, dunque, che il I Capitolo sia il più ampio e ricco di tutti gli altri perché ci permette di riflettere anche su “individuo”, “persona”, “identità”. Importante anche, in questo contesto, la “irripetibilità della persona”. Concetti fondamentali che hanno due direttive diverse: la prima mette al centro l’individuo, che è tutto in sé conchiuso (e, quindi, espone al rischio del nichilismo, già evidenziato); la seconda mette al centro la persona e apre alla trascendenza che è intrisa di speranza. L’Autrice spiega meglio tale concetto: “tutti nasciamo individui e diventiamo persone. La persona è un compito, si fa” attraverso la formazione che consente il “passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto”. (I Capitolo, p. 19)

 Mi sembra giusto, a questo punto, dire quanto sia apprezzabile e pedagogicamente motivante quello che Valeria Rossini scrive negli altri capitoli in maniera sempre chiara, lucida, profonda, aiutandoci ad arricchirci di nuove voci come quelle di Acone, Antonelli, Ambrosiani, Kierkegaard e tantissimi altri. La Bibliografia è vastissima. Vengono affrontate, pertanto, altre sfaccettature della morte e del morire, in termini pedagogici, mirando costantemente alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”. E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere infinite volte” (Erich Fromm).

Tutto questo anticipa quanto Valeria Rossini ha scritto nell’ottavo capitolo, riferendosi ai bambini e al loro rapporto con la morte e il morire, filtrato attraverso le varie età. È un capitolo che mi sta particolarmente a cuore perché è molto importante educare i piccoli non soltanto alla vita e al futuro, ma educarli soprattutto a “proteggersi” dalla morte, che quasi sempre significa perdita e assenza delle figure affettive di riferimento, e con l’assenza subentra un senso, a volte devastante, del vuoto e della solitudine da colmare (VIII Capitolo, pp. 127- 128- 129).

A questo punto, me sembra opportuno fare riferimento anche a Lo Stralisco (Einaudi 1987, con le illustrazioni del pittore Cecco Mariniello) di Roberto Piumini. Il grande scrittore per bambini (ma non solo) affronta il problema della morte in maniera lieve, fiabesca, mirando alla bellezza delle forme e delle parole per salvaguardare il senso dell’amicizia e il sorriso del bambino in prossimità della morte, e la tenerezza che vince le lacrime, l’angoscia e il dolore del padre.  

E vorrei concludere, riferendomi alle stesse conclusioni di Valeria Rossini, che in questo Saggio ha preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra i vari “attori” di alcune teorie pedagogiche molto seguite e apprezzate ai nostri giorni affinché possano offrirci i modi e i tempi di interagire per ambire ad affratellare l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione.

La sua Conclusione, inoltre, mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle tante teorie e dei tanti risvolti antropologici, psicologici, filosofici, sociologici, etici e culturali in dialogo tra loro in tutti i dieci capitoli.

Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà, tanta vera “accoglienza” dell’altro soprattutto in riferimento ad un tema, che oserei quasi definire “eretico” oggi, tanto la morte e il morire vengono accantonati, rimossi, dimenticati, salvo a farne purtroppo anche oggetto di spettacolarizzazione… Ma non mi piace concludere così, negativamente. Sarebbe meglio fare riferimento all’approccio interdisciplinare e transdisciplinare, di cui si è anche parlato, in grado di rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il pedagogista in un atteggiamento di apprendimento continuo con i suoi allievi, invitandoli senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà dei nostri giorni da cambiare. Ma sento anche la necessità di puntualizzare ancora qualcosa riguardo alla forma di questo Saggio. Occorre precisare, infatti, che la nostra Autrice ha uno stile tutto suo (basta leggere alcuni dei suoi Saggi e, in particolar modo, quello su Maria Montessori: Maria Montessori. Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare. (pubblicato nel 2020 da Edizioni San Paolo): chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono più volte ribaditi e sottolineati, ogni teoria viene spiegata e approfondita nei minimi particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che Valeria Rossini tiene nella massima considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso intento tutto viene documentato con innumerevoli note. Sono strategie vincenti. Come vincente è la musica interna che è facile notare dappertutto perché seduce e convince quasi l’Autrice abbia seguito costantemente il ritmo ancestrale del proprio cuore, il rimpianto, la nostalgia, i sogni, il coraggio di ricominciare...

                                                                Angela De Leo

Chiedo, come sempre, scusa ai lettori e alle lettrici del mio blog per essermi dilungata, come sempre. La sintesi purtroppo non mi appartiene, ma confido nella vostra generosità e nel vostro affetto nei miei riguardi. Grazie. alla prossima. Angela/lina

martedì 3 febbraio 2026

Martedì 3 febbraio 2026: Per il tuo compleanno tra le stelle "Una lettera per te"...

"Per te oggi una lettera"

L’ora più buia prelude alla Luce… e Tu ora vedi

“il mondo in un granello di sabbia

E il cielo in un fiore di campo

E l’eternità in un attimo”

(William Blake)

Mia amatissima Anna Maria, dopo tante poesie, sento la necessità di scriverti una lettera. Mi ha dato l'idea un articolo sul tarassaco che noi chiamavamo "l'occhio di Gesù", che insieme da bambine inseguivamo nel tempo senza tempo della memoria. Insieme - ricordi? - a gara correvamo ad accoglierlo tra la conchiglia delle mani protese verso il nuovo giorno fortunato. Gesù ci proteggeva col Suo sguardo d'Amore e non sapevamo del tarassaco fiore a farsi sole, luna e stelle nel cielo. Con petali dorati a noi rideva dall'aurora fino a sera e si faceva matassa di luna, luminosa come quella di stasera a farmi compagnia mentre ti penso e ti scrivo e ricordo di te non solo la nostra infanzia e adolescenza, ma anche la tua giovinezza ardita, bianco sogno di sposa e di rugiada quando dicesti il tuo sì, sicura e innamorata persa del tuo Nicola, commosso, fiero ad attendere la notte incantata con fili di seta per viverti accanto e intrecciare con te rose lacrime e sorrisi. Era un giorno di sole e con la neve nacque una bimba da cullare in due, fra sogni di felicità durati troppo poco. Ben presto, come per il fiore del tarassaco, una bufera di vento soffiò violentemente e ("i semi si staccano e volano via, ciascuno portato da un pappo bianco che ricorda una stella cadente. Questi semi dispersi nell'aria creano uno spettacolo effimero che evoca le stelle sparse nel cielo notturno") si portò via in un soffio il tuo amore, mentre sotto il cuore un nuovo semino cresceva e chiedeva alle tue lacrime di nascere. Aveva diritto alla vita e alle tue braccia ormai inerti e disperate. Ci ritrovammo tutti insieme a darti una mano di aiuto e risorgesti con la tua chitarra e il tuo meraviglioso canto, inno alla vita. E, dopo anni di solitudine e di coraggio, ritrovasti l’audacia (tu, Donna libera da convenzioni e ribelle ad ogni imposizione) di amare ancora. E fu un uomo, quanto te provato, ad aiutarti con le tue bimbe in fiore. Per anni sei stata forte, per anni sei stata roccia e melograno e hai visto crescere Isabella e Nicoletta e farsi donne in carriera e madri. E reggevi sulle tue spalle, supportate da Gianni, quercia innamorata e discreta, il dolce peso di tre famiglie, senza mai dimenticare quella d'origine: mamma, babbo e tutti noi fratelli e sorelle. E avevi con me una sorellanza speciale, unica direi, a sostenere le mie fragilità, a darmi sempre protezione e coraggio. Insieme abbiamo attraversato oceani in tempesta, pur restando ciascuna nella propria casa. E, così, ti sei ritrovata con un cuore malandato e la tua graffiante e fiera voce spezzata, impossibilitata a cantare ancora. Operazione a cuore aperto e forza di riprendere e continuare, nella casa del gelso e delle rose che tenacemente e provvidamente volesti fosse tua, di Gianni, delle ragazze e dei loro figli, i tuoi adorati nipoti.

Poi... più tardi una nuova prova: l'ictus che ai più non perdona, ma ne uscisti vincente, fino a quando ti piegò di nuovo in giorni disperati e di Speranza senza ritorno. Ma io torno da te e non ti lascio andare tra nuove nuvole scure ad oscurare il nostro cielo. Tu sei qui. Con me. Con noi. Sento che ci sei, VIVI nei nostri cuori e deponi ogni giorno nella nostra anima una fiammella di Speranza alimentata dal vento con il tuo AMORE che, quotidianamente e generosamente per non smentirti mai, lanci nell'universo. E tutto si trasforma, almeno per noi due, in preghiera. E le stelle sono luci infinite nel tuo Cielo…

                    BUON COMPLEANNO, ANNA MARIA! Lina (con tutti noi che tanto ti amiamo)

lunedì 2 febbraio 2026

Lunedì 2 febbraio 2026: l'incontenibile gioia di incontrare ancora una volta GJEKE MARINAJ nella nostra casa...

nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline ai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.
(Josif Brodskij, “Disfano i giorni il cencio da Te fatto”…)

Dopo oltre un paio d’anni di assenza dall’Italia, Gjeke è di nuovo qui tra noi e scrivo queste poche righe dopo l'attesa e l'incontro pieno di gioia nella nostra casa. Perché ne parlo? Perché Gjeke è un prezioso amico “di penna e di cuore”, come sono solita definirlo io. E a giusta ragione. Per chi scrive come me, raramente accade di incontrare nella vita persone che sono perfettamente aderenti alla propria scrittura nei contenuti come nelle parole. E, quando avviene, accade il prodigio della “consonanza”… si avverte lo stesso ritmo interiore, la stessa sinfonia che palpita nell’anima e si traduce in profonda empatia. Un vero e proprio gemellaggio di mente e di cuore e niente è più come prima. Non a caso ho scritto per lui dei versi che lo connotano.

“Per te, Gjeke”

Siamo lune sul cammino degli incontri:
follia e sogni, speranze e delusioni.
Silenzi e Risate. Sospensioni e Sorrisi.
Siamo noi con le nostre vite intrecciate
a te in un viaggio senza fine.
Noi viandanti in attesa di stringerci
la mano e il cuore. L’anima.
Applausi ricevi oggi e mille AUGURI
da conservare nelle tasche
di nuovi domani.
A te che ami tele e pennelli per cieli
dipinti di malinconia.
A te, che incateni occhi e parole d’amore
agli occhi di Dusita che con amore
ti ama in silenzio e ti ascolta.
A te, schivo e attento a non ferire gli altri
che del tuo mondo interiore ignorano la musica.
A te che ami la risata e gli amici più di te stesso
e vesti di gioia lo stare insieme. E insieme fiorire.
E voce e canto sei e sincero incanto con i tuoi versi
a farci vibrare.
Tu, l’amico che ama viaggiare
e raccontare di genti e Paesi.
Tu, e il tuo mondo lontano.
Quasi un prenderci per mano
senza fare rumore
d’ala per uncinarci al cuore.
Gli amici veri rimangono oltre il tempo e lo spazio
e sono radici e alberi e foglie e frutti e dono e allegria.
Durante il nostro cammino ci tendono le mani
nella buona e nella cattiva sorte intrecciate.
Tu, con amore, riempi forzieri e ricordi…
(presente più che mai ai nostri giorni
con i tuoi sogni tra dita di parole gemmate)

For you, Gjeke


We are moons along the winding path of meetings:
madness and dreams, hopes and disappointments,
silences and laughter, pauses and smiles.
We are ourselves, our lives entwined with yours
in a journey without end.
We are wanderers waiting to clasp
your hand, your heart, your soul.
Today you receive applause and a thousand best wishes
to keep in the pockets of new tomorrows.
To you who love canvases and brushes
for skies painted with melancholy.
To you who chain eyes and words of love
to Dusita’s eyes; she who loves you in silence
and listens to you with love.
To you, shy and careful never to hurt others
who ignore the music of your inner world.
To you who love laughter and friends more than yourself
and dress every gathering in joy.
And together we bloom.
You are voice and song and true enchantment with your verses
that make us tremble.
You, the friend who loves to travel and tell of peoples and lands.
You and your faraway world.
It is almost like taking our hand without making a sound,
with a wingbeat, to hook us to your heart.
True friends remain beyond time
and space, they are roots and trees and leaves and fruit
and gift and joy.
Along our path they reach out their hands
in good times and bad, fingers intertwined.
You, with love, fill treasure chests and memories…
(more present than ever in our days
with your dreams between fingers of gemmed words)


A lui abbino sempre un altro meraviglioso amico, che condivide pensieri e poesie da oltre quarant’anni, attraversando insieme le nostre alterne vicende. Si tratta del grande poeta e scrittore cileno, ormai noto come Gjeke, a livello mondiale, Germàn Rojas. Anche a lui, che verrà in Italia e nella nostra casa ad aprile di quest’anno, ho dedicato molti versi. E versi ho edicato ad entrambi. Eccone alcuni: “Ci sono uomini” (per Gjeke e Germàn)

Ci sono uomini con passi d'erba,
di albe e tramonti in preghiera
tra mani di miele e sogno.
Due cuori ebbero alla nascita in dono
a illuminare di carezze il giorno. Come voi due.
E incontrai, nel passato, dentro i miei occhi di bambina
al primo incanto, mio nonno.
Mi regalò pane e rose e intrecciò parole di fiaba
ai miei capelli in fiore. Con tanto amore.
Con ali di vento a sollevarmi al cielo degli aquiloni
e dei sorrisi, sotto le piogge e il canto delle allodole.
Usignoli tra i rami del gelso rosso e pensieri
in libertà vigilata di sogni sparsi nel cortile.
E mi colmò di Poesia.
Me la consegnò nei pugnetti chiusi
- non perderla mai - mi disse -
ti aiuterà a vivere. E a sognare -
(con lui, con voi, continuo a scrivere, ad amare)



There are men (for Gjeke and Germàn)


There are men who walk as if on grass,
who greet sunrise and sunset in prayer,
hands sticky with honey and dreams.
Two hearts were given at birth
to light the day with caresses: like yours.
Once, through a child’s eyes,
I met my grandfather at the first moment of wonder.
He gave me bread and roses,
wove fairy tales into my flowering hair with love.
With wings of wind he lifted me
to skies of kites and smiles,
through rain and lark song,
nightingales among red mulberries,
thoughts flying free in the courtyard.
He filled me with poetry,
placed it in my small fists:
“Never lose it,” he said:
“it will help you live and dream.”
(With him, with you, I still write, still love.)


“A Germàn Rojas”


Della Bastiglia il fuoco ti arde nelle vene
in segno di prigionia e libertà
sotto un cielo che lacrima di rinviati addii.
Sapore d’estate in un oceano
di rinnovati velieri e alte bandiere di vittoria
agli orizzonti inattesi, divisi, riconquistati.
In un avanzare di respiri
lungo sogni d’erba mai dimenticati.
Resistiamo insieme agli anni,
mai spenti noi dagli inciampi e le frananti
cadute, col filo testardo della scrittura,
- coraggiosa seta d’oro la sua tessitura -
che ci canta dentro e sorride della mano
tremante non più certa forte e sicura,
protesa alla carezza di un verso lucente
per accendere il nostro cielo d’improvviso
splendore che colore ha di arcobaleno.
Afferriamo gomitoli di sole
da dipanare piano
in questo lento tramonto
che avanza silenzioso e arcano
per ridarci il chiarore delle stelle
(finché sapranno i nostri occhi
naufragare nei sogni
incantarsi di Luce
lungo la lunga via
della nostra mai spenta Poesia…)


To Germán Rojas

Bastille fire runs fierce in your veins,
captivity and freedom beneath a sky
that sheds the tears of farewells delayed.
Summer tastes of seas where tall ships rise again,
victory’s banners lifted over horizons
unexpected, divided, won anew.
Breath by breath we move ahead
along grass-dreams never fully lost.
Together we resist the years,
unfallen even through stumbles
and collapsing ground, held fast
by the stubborn thread of writing,
its weave a brave silk of gold
that sings within us, smiling at the hand
now trembling, no longer steady or sure,
yet reaching for the touch of a shining verse
to set our sky alight in sudden
splendor shaped in rainbow hues.
We gather skeins of sunlight,
unwinding them slowly
into this quiet, ancient sunset
advancing in silence
to return us to the brightness of the stars
(as long as our eyes can
drift into dreams,
be astonished by Light,
walk the long road
of our never-quenched Poetry…)


(La traduzione in inglese è della bravissima e amatissima amica Eva Dolcemascolo)

E ora vi lascio, miei carissimi lettori/lettrici e amate amiche/e amici, Gjeke è stato con noi ieri. Ed è stata una giornata speciale con un amico speciale. E io sono stata pronta ad afferrare al volo i suoi occhi, il suo sorriso, il suo cuore generoso quant’altri mai, la sua Poesia. Abbiamo fatto insieme anche una bellissima videochiamata a Germàn. È stato un momento di intensa commozione. E chissà… ad aprile potremmo incontrarci tutti insieme nella nostra casa per alcuni progetti che potremmo tradurre in realtà… Alla prossima. Angela/lina

giovedì 29 gennaio 2026

Giovedì 29 gennaio 2026: "NON DI SOLO PANE" di ENZO QUARTO (cinque anni dopo)...

Perché niente è scontato,

e ogni cosa è un dono. Dagli valore.               

(Oscar Travino - “Sette secondi”)

Sento che sia doveroso riproporre dopo cinque anni il “Progetto per un nuovo Umanesimo e Rinascimento della nostra umanità alla deriva” di Enzo Quarto intitolato “NON DI SOLO PANE” in riferimento ancora al Saggio di don Antonio Lattanzio e ai successivi incontri promossi da don Giuliano Savina per “L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO” nella Basilica di San Nicola e nella Cattedrale di Bari. Devo dire subito che già il titolo mi piacque molto e oggi ancora di più. Cinque anni fa, infatti, scrissi: <Titolo molto suggestivo che mi riporta immediatamente alla bellissima preghiera del Padre Nostro, consegnataci da Gesù per invocare la protezione di Suo Padre sull’intera umanità. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane. Non può e non deve mancare alla mensa del ricco come sul desco del povero. E qui il discorso diventa molto più ampio perché abbraccia tematiche legate al lavoro, all’economia, alle disuguaglianze sociali (…). E tutto diventa tempo di semina (il progetto, che nasce dal sogno e che non è utopia se si tende con determinazione e perseveranza a realizzarlo) e tempo di raccolto (il mondo migliore, che si andrà a costruire per e attraverso le nuove generazioni). Ma nel Padre Nostro non ci si riferisce solo all’alimento del corpo quanto al cibo dell’anima. Ed ecco farsi chiara la motivazione del PROGETTO PER UN NUOVO UMANESIMO NEL PENSIERO, NELL’ARTE, NELL’ECONOMIA, NELLE SCIENZE, NELLA VITA COMUNE.

Si tratta di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli ultimi sessanta/settant’anni dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro dei campi, dell’attesa del raccolto, e del dovere inciso a caratteri cubitali sulla propria pelle, per inaugurare il mondo dei diritti e delle rivendicazioni. Un mondo nuovo non decisamente migliore, per alcuni versi, di quello precedente come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali, sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con la razionalità e la creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante in tutti i settori e nei molteplici piani della nostra esperienza esistenziale: dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali, civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti, appunto; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue declinazioni (Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della indigenza, dilagante nei Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano guerre feroci di cui non abbiamo contezza e che segnano anche la “miseria” spirituale dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e identica ferocia.

Cosa potrebbe salvarci ormai in questo “villaggio globale” (McLuhan), sperduto in un “Pianeta di naufraghi” (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO. O forse il SILENZIO, che è vuoto e preludio prima della parola o, meglio, il “momento aurorale dell’ascolto” (Massimo Baldini). Ma la “parola ascoltata” ci riporta   al riconoscimento di noi, del nostro ESSERE, che si realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La nostra dimensione sociale, infatti, si nutre dell’incontro e del confronto con gli altri. Diventa, dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del PROGETTO stesso: “1 - L’uomo senza spiritualità nega sé stesso; 2 - L’ascolto è il fondamento della parola; 3 - L’essere è la radice del fare”. Ed è su questi tre punti cardine che dovrebbe incentrarsi tutto il PROGETTO, che il nostro caro amico Enzo così definisce e introduce: “FORMARE PER INFORMARE: LE VIE DI UN NUOVO UMANESIMO”.

Viviamo un tempo di cambiamento antropologico, con l’affermarsi della “cultura digitale”. Ed è una cultura, quella “digitale”, distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la concreta conseguenza della cultura di pochi contro l’ignoranza di molti per via di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione in tempo reale e senza una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al cambiamento. Oggi, del resto, è “tempo di transizione in cui le certezze si frantumano travolte da cambiamenti più veloci del ‘respiro umano’”, terreno fertile per il MALE che sovrasta il BENE, negando verità e giustizia sociale. Tutto è merce di scambio, persino l’uomo stesso e finanche i bambini (si pensi all’aberrante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli affidi). Il dio-denaro è l’unico valore riconosciuto in questo tempo capovolto. Si tratta di un tempo in cui più non ci riconosciamo, travolti come siamo dall’individualismo egocentrico ed egotico, dall’indifferenza all’altro e dal rifiuto dell’altro, visto come nemico e mai come una possibilità di crescita comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere…

Cosa non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di proporne uno nuovo. Smettendo così anche di educare. Occorre con urgenza, allora, proporre un nuovo modello educativo attraverso il “dono di sé”, come suggerisce Enzo Quarto, attraverso “l’incontro e il dialogo” e “nel rispetto reciproco” per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi, della comunità di appartenenza, dell’umanità tutta. E ogni incontro presuppone una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé. “Nelle varie tappe della Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto scritto e letto al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto digitale emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno”. Sono perfettamente d’accordo con questa premessa del nostro amico Enzo sulla necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E senza i due meravigliosi sentimenti dell’Attesa e della Speranza che hanno nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L’Attesa ci offre il tempo che oggi manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il “sabato del villaggio” e il “dì di festa” di leopardiana memoria). La Speranza, invece, non è statica, è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del fare, dell’operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di realtà alla nostra esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque, l’idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla base della giustizia tra gli uomini.  

Progettare per il futuro significa, allora, non ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci è stato tramandato dai nostri “vecchi” e farlo rivivere in questi nuovi scenari con nuove modalità e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla maieutica socratica del “tirar fuori” la vera natura dell’educando, ma focalizzi la necessità anche del “prendersi cura”, nel tempo, della sua “personalità” perché diventi “persona”, perché nulla si disperda dei suoi potenziali talenti. E, del resto, “edo” in latino fa riferimento anche al cibo. E il prendersi cura sottintende anche il preoccuparsi di dare da mangiare. Ritorniamo alla necessità del “pane quotidiano”, cibo del corpo, della mente, dell’anima. Ecco sarebbe questo, a mio parere, “l’Umanesimo” prima del “Rinascimento”. Il volano di tutto ciò sarebbe, allora, proprio l’ascolto.

“Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (…) per far rinascere il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia nell’uomo”. Progettare il futuro significa, in conclusione, far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.

-          Purché si tenda alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.

-          E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere infinite volte” (Erich Fromm)>

E tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio in funzione degli incontri che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in relazione a una maggiore comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza di perseguire, giorno dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio alla Pace. Alla base, come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data dalla “cultura”. A pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per Papa Giovanni Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di evangelizzazione della Chiesa (…). Di conseguenza, testimoniare la fede significa affermare l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita come il primo luogo di testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300 qualcosa di molto importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo concludere che la teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma sempre con la consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una comprensione fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede sulla persona e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la dimensione interiore ed essenziale di questo atto, che permette alla persona credente e al gruppo dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà e di prendere coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la persona e il gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si reinterpretano e rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità sociale.

Tutto questo viene avvalorato da quanto mi scrive il mio fraterno amico Giuseppe Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta in economia, parla di “debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla Pace, per via della “giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta come dono scaturente dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”. Anche in questa bellissima prospettiva la parola fondamentale è, per me, “dinamica”, che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di suggestioni settarie quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi della globalità è inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel retro-copertina del Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole fondamentale è il ritorno a parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione” in atto, e di quanto dovrebbe accadere “nei processi futuri”.

Ancore di salvezza, in questo mondo devastato da guerre, dolore e lutto? Forse…

Grazie. Angela/lina

  

mercoledì 21 gennaio 2026

Mercoledì 21 gennaio 2026: ancora qualche riflessione sul Saggio di don Antonio Lattanzio…

Grazie per la delicatezza
con cui sfogli il mio cuore

(Caterina Chiapparino)

Desidero subito fare una precisazione: devo puntualizzare un elemento molto importante del sottotitolo del Saggio di don Antonio Lattanzio: entre-deux, che non vuol dire assolutamente “in Dio”, come io ho scritto a pagina 5, ma come scrive l’Autore “in uno spazio (‘intraducibile in lingua italiana’ p. 11) di interrelazione creativa (…) a favore di una visione complessa che valorizza le interrelazioni, significative per la costruzione e lo sviluppo dell’identità personale e sociale del credente” (vedi primo risvolto interno di copertina). Il mio “in Dio”, che presuppone in “entre-Deus”, ha voluto significare che nel profondo di queste interrelazioni, al centro di tutto, c’è Dio! Non a caso, don Antonio afferma a p. 91 che tutto avviene “reinserendo l’atto catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si realizza pienamente in Cristo”.
Fondamentali sono anche a mio parere… “la costruzione e lo sviluppo dell’identità personale e sociale del credente”. Ma cosa è l’identità personale e sociale? Qui il discorso si fa molto più profondo sull’analisi della stessa parola “identità”, che presuppone certamente la stretta corrispondenza della persona a sé stessa e, nello stesso tempo, paradossalmente e inevitabilmente una necessaria divergenza per non essere omologata, anche se unica nella sua duplice riconoscibilità: personale e sociale. Personale, nel senso di essere sé stesso e “altro da sé” per una ineludibile distinzione; sociale, nel senso ben più ampio di essere sé stesso, altro da sé e altro dallo stesso altro da sé”. Ma… “Chi è l’altro?”, si chiedeva Michel Quoist, un altro apostolo dell’amore, in una poesia che non ho sotto mano ma che ricordo ancora: “L’altro è colui che incontri per strada e che… ignori”. Più o meno così, ma il senso è questo. L’altro, infatti, il più delle volte non ha per noi né volto né identità. È nessuno. E, oggi più che mai, nella società della fretta, dell’individualismo e dell’indifferenza all’altro da sé, non c’è tempo né voglia di guardarlo per scoprirlo, conoscerlo, sapere di lui. La sua storia. La sua vita. Le sue radici. I suoi approdi. La sua gioia. Il suo pianto. I suoi sogni. I suoi progetti di vita. Quanta ricchezza ci perdiamo, ignorando l’altro! Siamo sempre più mondi compresenti e distanti. Indifferenti l’uno all’altro, se l’altro, come me, ignora il mio sguardo. L’indifferenza annulla presenze e uomini. Annulla sguardi e storie. Azzera tutto. Non conserva memoria. Non si tinge di nostalgia. Non ha passi verso il futuro. Non ride con gli occhi dei bambini.
L’esatto contrario del modo di essere e di vivere suggerito da Don Antonio e dal suo maestro, come egli stesso più volte sostiene, Jacques Audinet. Tutto diventa reale e importante, coinvolgente in Cristo e nella Sua presenza viva e vera tra noi. E non esiste l’altro come sconosciuto, ignorato, allontanato. Ogni altro è nostro fratello, sia esso amico o nemico, vicino di casa o di un altro continente perché è parte integrante di noi in Cristo nel dono di Sé nell’Eucarestia. E qui mi sembra giusto inserire una poesia di un mio carissimo amico poeta sardo, che mi ha colpito particolarmente perché affronta il problema dell’altro in termini di amicizia, di amore e di fratellanza. Si intitola “L’ANIMA ASSORTA”. Eccola: A quale Itaca tornare/ una smemoratezza coglie/ nel turbinio delle stagioni/ non basta intuire/ la vicinanza della sorgente/ la voce antica di un’amicizia/ o di una fratellanza/ il tragitto immaginario/ sempre rimandato/ ora l’oblio è questo muro/ che cresce e confonde/ la memoria e il passo/ “non dimenticare - se puoi -/ il senso di un abbraccio/ la mano nella mano”/ si sommano le notti/ in cui ho vagabondato/ cercando di fissare un approdo/ il vento scuote il mare/ sospende il fiato nelle vie di fuga/ la fede in una possibile salvezza/ nel susseguirsi d’anni/ riconoscere il volto dell’amore/ la sua gioia insieme al suo dolore/ ancora una fioritura di tenerezza/ a raggiungere l’anima assorta. (MAURO CONTINI).
Ma quanta dolcezza nei versi conclusivi: “la fede in una possibile salvezza/ nel susseguirsi d’anni/ riconoscere il volto dell’amore/ la sua gioia insieme al suo dolore/ ancora una fioritura di tenerezza/ a raggiungere l’anima assorta”. È qui, dunque, che si afferma, nel percorso verso il Cristo d’amore e di salvezza, quanto ci propongono don Antonio, Audinet e i tantissimi autori citati nel Saggio. E tutto questo mi riporta, tra l’altro, a un mio scritto di un paio d’anni fa, desunto da articoli letti in concomitanza di alcuni preziosi scritti di Papa Francesco, e intitolato “… Come squarcio d’infinito… Dio”. Si tratta di un mio articolo che mi piace condividere con tutti voi, miei affezionati lettori, perché ben si integra con quanto nel Saggio viene evidenziato e con quanto è stato ribadito con fermezza durante la sua presentazione giovedì 15 gennaio, presso l’Aula Magna dell’Università di Bari. Di cui intendo parlare fra poco più ampiamente.
Ecco, intanto, il mio articolo: <<“Ein Sof” è espressione ebraica che significa “Senza Fine”, riferendosi a Dio, l’Inconoscibile, nel suo Mistero e nella sua Resurrezione. Da una parte Egli nasce, come Lo abbiamo festeggiato il 25 dicembre, e, dall’altra parte, Egli muore e risorge, come ci è dato di festeggiarLo a Pasqua. In questi due misteri della Fede cristiana, nel “tra”, noi siamo chiamati a scegliere la strada giusta (il nostro “cammino verso Itaca”), per accostarci, come vuole Papa Bergoglio, ad una “Chiesa umile”, che “non rivendica posizioni di privilegio o di potere, che inviata per la grazia di Dio ad annunciare il Vangelo vuole farlo cooperando all’azione libera dello Spirito con ‘gratitudine e gioia’ senza presunzione alcuna. Una Chiesa che, come nell’opera di Magritte, è uno squarcio aperto che <invita ad andare oltre, a volgere lo sguardo in avanti e in alto, a non chiuderci in noi stessi (…) e a tutti offre un’apertura sull’infinito>: sulla infinita misericordia di Dio che sa trasformare le nostre vite in una danza” (Editoriale pubblicato su <<Avvenire>> del 1° ottobre 2024, a conclusione del viaggio del Papa nel cuore dell’Europa, a Lussemburgo).
Dio, dunque, è uno “squarcio infinito” di francescana bellezza, quasi uno “squarcio” di sublime verità nella nostra anima che avverte, in questo tempo di dolore, violenza o indifferenza, l’immensa potenza del Creatore nella vitale perfezione del Creato e nella contraddizione della imperfezione di ogni essere umano, che attende il Suo perdono per ri-sorgere a nuova vita (rinnovata Speranza) negli occhi dei bambini da far nascere come nuova linfa: sorgenti perenni a vivificare l’erba dei prati del nostro cuore inaridito e stanco di guerre e misfatti, sotto la sferza di mille venti, mille tempeste. Il nostro cuore, infatti, agogna al Silenzio di ogni conflitto per favorire l’incontro dell’anima con l’anima negli infiniti mondi che smarginano nell’immenso, fino a elevarsi all’immensità di Dio, che accarezza ogni ferita e leviga ogni dolore con la Sua Presenza silenziosa e amorevole, spesso ignorata o non riconosciuta, ma reale e vivificante, come Papa Francesco ancora ci suggerisce con umiltà e gioia di vivere e di sperare (cfr. Francesco, SPERA - L’autobiografia -, Mondadori, Milano, pp. 384, euro 22,00)>>.
Ricordo, a questo proposito, anche la tenerissima poesia del grande Giorgio Bàrberi Squarotti (critico letterario, poeta e studioso di grande spicco nella vita letteraria di tutto il Novecento: innumerevoli i suoi Libri di Storia della Letteratura Italiana e le relative Antologie). Ebbene, da credente, egli scrive pochi versi, intitolati “L’amore” in cui parla di Dio che è sempre vicino a ciascuno di noi con lievità e fermezza, inondandoci della Sua Protezione, del Suo Amore e della Sua Luce per sempre: È certamente uno di loro (lui?)/ per discrezione camuffato: appoggia/ alla fine la mano sulla nostra/ spalla, la scuote un poco, la sospinge/ verso l’amore che la pietà vince/ e il tempo, da quell’attimo di luce/ vivo per sempre. Da notare come tutto in Dio si fa movimento, cammino verso la salvezza che è soprattutto cammino di Fede, Speranza e Carità, come l’Autore scrive in una bellissima lettera alla sottoscritta, che ha avuto la fortuna di conoscerlo e di essergli amica fino all’ultimo giorno della sua vita. (cfr. G. Bàrberi Squarotti, LE VOCI E LA VITA, SECOP edizioni, 2016).
E ora mi sembra opportuno parlare della prima presentazione del Saggio di don Antonio Lattanzio per l’eco grandissima e la portata extraregionale che ha immediatamente avuto e continua ad avere in questi giorni. Giovedì 15 gennaio, infatti, come ho accennato prima, è stato presentato dalla SECOP edizioni, coadiuvata dall’Università degli Studi ALDO MORO, dalla ICP (Universitas Catholica Pasisiensis), dalla Arcidiocesi di Bari-Bitonto, dalla Associazione Culturale FOS di Corato, dalla Libreria SAN PAOLO, il Saggio di don Lattanzio nella “Aula Magna” dell’Università degli Studi di Bari, meraviglioso Tempio della Cultura e dell’Arte, alla presenza di tanti Prelati di spicco, dall’Arcivescovo S. E. Mons. Giuseppe Satriano a don Giuliano Savina, al dott. Saifeddine Maaroufi, Imam di Lecce. Numerosi e molto intensi gli interventi, attentamente e sapientemente coordinati dalla Prof.ssa Maria Benedetta Saponaro, dopo aver dato la parola per i saluti istituzionali alle Prof.sse Anna Stella Carrino e Elisabetta Todisco. Inaspettato, ma efficace il collegamento esterno col Rav Cesare Moscati, Rabbino Capo di Napoli.
L’Incontro pomeridiano, inoltre, è stato preceduto, come è giusto che fosse, e concluso dalla Corale della Associazione culturale corale ecumenica <<Anna Sinigaglia>>, la cui Presidente è Maria Rosaria Tedone, mentre la Direttrice artistica e del Coro, impeccabile e coinvolgente, è stata riservata alla grande M. Mariella Gernone. Eccezionale Ospite del pomeridiano Incontro è stato il grandissimo violinista, noto a livello mondiale, Prof. Marco Misciagna, che ha emozionato il numeroso e attento pubblico con una performance degna della sua fama.
Ha concluso la nostra PR. SECOP, Raffaella Leone, in rappresentanza dell’Editore dott. Peppino Piacente, coadiuvato dal figlio Nicola Piacente, Graphic Designer della Casa editrice, per il book fotografico, a immortalare interventi e intervenuti. Molto significativo l’abbraccio corale di Raffaella attraverso le pagine aperte di un libro, per sottolineare l’importanza della lettura nel percorso della conoscenza a tutti i livelli e in ogni settore dell’agire umano, soprattutto per riappropriarci anche attraverso i libri della nostra umanità. E qui mi piace riportare non solo quanto scritto dall’Editore nel fare riferimento all’Evento del 15 gennaio, in un’Aula gremita di gente in attenta e silenziosa partecipazione, “Un incontro che ha aperto riflessioni, costruito ponti e acceso il dialogo”, ma anche quanto ha scritto Dario Patruno, grande amico laico di don Antonio e dell’Editore Peppino Piacente: “Evento straordinario dove tutti ci siamo sentiti attori di una Teologia che deve ritrovare autentico slancio e diventare pratica teologica, ricerca del Divino grazie alla riscoperta delle scienze umane. L'Aula Magna piena di gente ha dimostrato quanto c’è fame e sete di scoprire un Dio vicino…”. E credo che queste parole facciano meravigliosa testimonianza di quanto detto sin qui. Ma bellissima testimonianza sono anche le parole del nostro Giornalista Enzo Quarto: “... È un libro che resterà negli annali, un riferimento basilare per la cultura futura. Un libro che dissoda il terreno rendendolo pronto alla semina. Grazie Secop”. Ma non finisce qui. Altra bellissima testimonianza mi giunge dal carissimo amico Giuseppe Sbano, presente con noi il 15 gennaio. Giuseppe scrive: … “Costruire circoli ermeneutici facilita la costruzione di linguaggi nuovi. Il contenuto di questi linguaggi scaturisce dal secondo big-bang della divinazione avvenuto 2000 anni fa. La traccia è tutta scritta nei primi capitoli della Lettera agli Efesini…”. Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito al riguardo.
Ma intanto l’Incontro sta già dando altri ottimi frutti grazie anche e soprattutto alla presenza di don Giuliano Savina tra noi, ma di questo e di molto altro parleremo ancora perché il Saggio di don Antonio Lattanzio ha tracce profonde da... approfondire ancora!

Grata sempre. Alla prossima. Angela/lina