domenica 11 gennaio 2026

Domenica 11 gennaio 2026: 11 gennaio 1967 e la perdita di ogni altra perdita...

                                                                                  … torna

                                                                            o conterò le ore

                                                                            come canna vuota

                                                                            abbracciando il tuo nome

                                                                            perduto e cercando

                                                                            nel vento dei tuoi capelli.

                                                                      (Lino Angiuli, “Torna”, Ovvero, 2015)

Martedì 10 gennaio 1967: ultima sera vissuta accanto al mio meraviglioso “papà” in una corsia dell’ospedale di Bitonto… Poi, di notte, il tuo ritorno a casa, confortato “fino all’ultimo respiro” dalle mani di mamma e di Filippo, tuo amato figlio adottivo, sempre presente alla nostra vita, e dalle loro preghiere.

11 gennaio 1967: perdita del cuore con la tua perdita, adorato “papà”, alle quattro del mattino. E fu sgomento. E furono lacrime senza fine… e suono di campane a festa ad inondare misteriosamente e miracolosamente il giardino senza più gelso e senza più rose. Tutto distrutto. Anche la mia anima… Anna Maria, invece, appena ventenne, si dimostrò coraggiosissima: attraversò la stanza, dove stavi morendo, per prendere l’abito che ti avrebbero fatto indossare. Io, da eterna vigliacca, non ebbi il coraggio neppure di scendere a salutarti, essendomi rifugiata al primo piano nell’appartamento di mamma e babbo. Solo dopo, quando la nonna mi mandò a chiamare per la terza volta ebbi la forza di scendere. E vidi il tuo sorriso. Dolcissimo. Ma già il cortile, inspiegabilmente (erano le 4 dell’alba) era carezza di campane a festa…  Io ero morta con te, “papà”. L’unico mio coraggio lo racchiusi in una poesia che infilai sotto la giacca, sul tuo cuore. E mi rifugiai vicino a nonna Angelina, sperduta e confusa senza il suo Sole, intorno a cui, satellite lunare, aveva ruotato per un’intera vita. E, a distanza di 59 anni, sei ancora nel cuore di tutti noi, con la tua Angelina, e ancora ci sorridi, raccontandoci una tua fiaba. Sempre la penultima…

            a Te che con parole di fiaba

            vegli ancora sui miei giorni                                                              

                                e

            a chi rende i miei giorni ricamati di speranza:

                 i miei figli e i figli dei miei figli,

            che domani ricorderanno una nonna

             in cerca di sogni di storie e di armonia

             e un vecchio meravigliosamente giovane

                       che le insegnò ad amare…

E i ricordi mi si affollano nella mente e giungono al cuore che mai mi dà tregua e tutto trasforma in parole già scritte per non dimenticare: <Eri in ospedale ormai ridotto ad un sacchetto di pelle e ossa sotto grigi laghi infossati di palude e ti trovai circondato da tutti i medici del tuo reparto. Mi spaventai, temendo un tuo peggioramento. Ma subito un dottore mi sorrise. Tu con un filo di voce stavi raccontando barzellette che riguardavano ormai il tuo “cacciulìnə”(cagnolino) che non abbaiava più. I dottori ridevano fino alle lacrime, dimenticando di trovarsi di fronte a un moribondo. Un giovane che, nel letto dirimpetto al tuo, urlava per dolori atroci alla pancia, mi chiamò e mi disse con rabbia e disperazione: “Signorì, vostro nonno tornerà a casa, non vi preoccupate. Sono io che farò una brutta fine. Come ve lo devo spiegare che lui sta bene? Non fa altro che scherzare e raccontare barzellette e i medici e gli infermieri, invece di venire da me, vanno a divertirsi con lui”. Neppure gli risposi, ben sapendo che te ne saresti andato sorridendo e raccontando storie così come eri sempre vissuto. Sì, te ne saresti andato con un sorriso. Durante la notte, mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate… Mamma chiamò Filippo e, insieme, vennero a prenderti. In ambulanza chiedesti di recitare il rosario. Mamma ti rassicurò. Era l’alba dell’11 gennaio e faceva freddo molto freddo. Babbo uscì nel cortile ad accendere il fuoco per riscaldare la tua stanza in attesa che arrivassi. La nonna era spaventata senza capire. Lizia ti tenne il capo ancora caldo mentre spiravi. Anna Maria e tutti gli altri erano già scesi a salutarti. Io rimasi nel mio letto, atterrita al pensiero della tua morte imminente. Mi disperavo.‘Non voglio vederlo’, mi dicevo. (E più tardi ne avrei risentito l’eco nel reiterato verso di Garcìa Lorca nel poema “Lamento per Ignacio Sancez Mejìas”).

Tu cominciasti a recitare il rosario - mi dissero poi - stringendo da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. La seguisti, attento, con lo sguardo e chiudesti gli occhi per sempre. Ti rimase sul volto un sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii suonare nel cortile le campane a festa, senza rendermi conto che a quell’ora nessuna campana avrebbe potuto suonare. Primo uscì dalla sua camera e mi chiese perché stessero suonando le campane. “Le senti anche tu?”, gli chiesi sbalordita.“Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono? Cosa è successo?”.“Sono le quattro e mezzo... Papà non c’è più... Papà è morto”, dissi. Per convincermi. Quell’alba si spense anche con la mia fine. Ero morta con te.                    Ma, prima che morissimo in due, noi abbiamo vissuto insieme ancora parecchi anni che andrò a raccontare. Infatti, “Per ogni fine c’è un nuovo inizio (Antoine de Saint-Exupéry). Quasi…>

<Ti ho conosciuto prima che le voci d’erba dei miei pochi anni si confondessero con le voci d’ombra della sera sulla nostra casa. Prima che il canto del gallo per la terza volta mi scoprisse statua di sale con occhi inermi di disperato stupore. Ti ho incontrato prima di ogni altro incontro. Prima di incontrare mia madre… Ho incontrato prima la tua voce

Le tue interminabili favole avevano il sapore breve della rosa appena colta, al primo imbrunire del cielo (ancora papà ancora e dai papà no no mə sìndə e sìndə l’hai raccontata tante volte raccontane un’altra dai papà racconta…) Le lunghe sere d'inverno si accendevano delle tue parole. Racconti fantastici, aneddoti, ricordi di guerra, filastrocche in dialetto illuminavano il buio delle nostre notti. (Il giornale radio, non ancora pausa breve di realtà da me ignorata). Fuori la neve vorticava silenziosa, posandosi incantata e leggera sui davanzali delle finestre, sui vasi dei balconi stretti in strette strade che dimenticavano il cielo alto su alti terrazzi quasi a toccarsi tra loro. E quel sogno bianco attraversò la tenerezza della mia infanzia quando vidi turbinare quelle farfalle luminose e candide come piume d’angeli per la prima volta in via Maggiore angolo via De Rossi, dove era di casa la mia prima casa. Ma già a sei anni andai via in un paesino sui monti del Gargano… e anche lì la neve fu prodigio da guardare con occhi grandi e cuore in tumulto… Anche in quel paesino, che si arrampicava fino al cielo, cadeva la neve. Tanta. A novembre quelle case da presepe, ed esposte a mille venti e all’incessante precipitare delle pietre lungo le scarpate, si vestivano di bianco e di silenzio. E del nostro stupore Io, mamma, Anna Maria, appollaiate dietro i vetri al tepore di maglioni indossati l’uno sull’altro e dei bracieri accesi nelle diverse stanze… la guardavamo cadere senza la tua voce il fuoco le scintille i tuoi racconti. Magia di un silenzio come di bianca preghiera, di sposa all’altare, di bianche lucciole fluttuanti a mezz’aria senza più le mie mani ad interrompere il loro lieve e incantato volo… E quelle vie sembravano inerpicarsi davvero fino al cielo, nell’imbroglio della tormenta che lo rendeva più sfumato e vicino, e con piccole sporgenze sul lastricato dove noi, se costrette ad uscire per andare in chiesa sulla cima più alta di quel nido di case, piantellavamo i piedi per avere maggior forza nell’attraversarle incolumi senza scivolare sul ghiaccio… E… meraviglia delle meraviglie! La bianca neve, da noi raccolta a piene mani e messa in grandi bicchieri fioriva di rosso per il vincotto che tu ci mandavi. Dolce delizia di acceso corallo in quell’abbagliante splendore... e non era più neve. Era nonno. Era nonna. Era carezza. Era amore. Lontananza. Breve ricordo… piccola nostalgia… Nell’aria trasognata/ intrisa di silenzi/ tra case di cristallo addormentate/ bianche farfalle di neve/ su vesti nere/ in fila lungo la scia di campane/ passere scure a punteggiare/ una fiaba di magico candore/ (la mia infanzia) (“La mia infanzia”, da il gelso e le rose, SECOP Edizioni, Corato-Bari 2004)

(Oggi non più. La neve è inquinata. E il vincotto è diventato una rarità. Né le vecchine vestite di nero affollano le chiese, che rimangono silenziose e prive di preghiere. Estranee al mondo.

Nonostante il rinnovamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nel dicembre del '61, e la rinata speranza). E, più tardi, la neve morbida e bianca, che si posava sui rami spogli del gelso rosso senza più colore né nidi e bisbigli nelle sere del loro ultimo canto, si riprese la tua fiaba e ci restituì la tua voce, mentre s’addormentava sul tetto spiovente della tettoia degli attrezzi dei campi; sul grande camino al centro del cortile; sulla gabbietta intirizzita del nostro usignolo; sul bianco più bianco del nostro incanto. Tu, io, Lizia, la nonna, ancora insieme, si restava al buio. Per guardare quella coltre soffice come di luna a regalarci il silenzio delle cose e degli uomini. I volti rischiarati dalla penombra rossastra dei carboni accesi nel braciere e gli occhi persi su quel sognante volo, su cui fiorivano le immagini evanescenti che le tue parole accendevano davanti ai nostri occhi. Immensa rosa bianca il cielo/ sfilacciato di petali/in caduta trasognata/ e un lento volteggiare nel vento/ Ulula la bufera e stride/ Bussa impetuosa alle porte/della mia casa stretta nel suo scialle/ Nessuno va ad aprire/ incatenati gli occhi ai vetri lunari/ Bianche piume come di nido/

danzano leggere sfogliando/la rosa incantata/ che su merletti d’erba frana/ stranita/ Pigolio affamato di scriccioli/ in cerca di ciliegie infreddolite/ che di rosa fioriranno a primavera/ Spolvera di bianco il giorno/ questo gioco di ciglia/ dischiuse su strade d’antiche/ stagioni/ Incontro mi viene/ sul cocchio di bianco cristallo/ e fiocco di ghiaccio nel cuore/ la Regina delle Nevi/ Rabbrividisce la vecchia bambina/ai ricordi d’un tempo fioriti/ su labbra di parole ora in disuso/ Al rosso fuoco del braciere acceso/ il cuore di gelo della perfida sovrana/ si scioglieva in un lago incantato/ che rideva di bianchi cigni/sculture bianche di zucchero filato/ Briciole di tenerezza allora/che i fiocchi di neve erano farfalle/ da cullare tra mani di geloni/ e pane e olive nere sotto la cenere/ (noi vincevamo il sonno/ al tenero mormorio della sua voce…)/  (“Rosa bianca il cielo”, poesia inedita)/ (E il giornale radio ad interrompere l’incanto e la fantasia per darci scampoli di realtà). E anche oggi nevica... Sì, nevica. I lucernari cominciano a coprirsi di fiocchipiume e il giardino si fa candido parco d’argenteo lucore... Lara mi sorride, triste, in attesa di Zivago, il suo dottore poeta, e i girasoli del loro incontro sono ancora sepolti dalla neve... Il Tema di Lara riempie le mie stanze... (dove non so/ ma un giorno ti vedrò/ e fermerò/ il tempo su di noooi/ dove non so/ sarò vicino a teeee/… forse sarà domani o nooo/ forse lontano da qui o o o nooo…Allora la neve portava le tue fiabe su cavalli alati che entravano nella nostra casa e avevano un manto bianco e occhi di brace come ciocchi ardenti a riscaldarci... La tua voce ferma, che ascoltavo trasognata, era il nostro pane quotidiano. Mai spenta l'eco delle tue parole che, nel reiterato annuncio, dilatavano il tempo e lo stupore, il sogno e la magia (‘ngèjrə e ‘ngèjrə ‘na vóltəc’era e c’era una volta…)”> (da Il gelso e le rose, I vol., SECOP edizioni, Corato-Bari, 2022). 

Alla prossima. grazie. Angela/lina

  

giovedì 8 gennaio 2026

Dei tuoi versi che urlano al cielo
 
di Angela De Leo

Al mio fraterno amico d'anima e poesia, Gjeke Marinaj.

I giorni, che si moltiplicano sul nodo scorsoio della paura, mi lasciano dentro un'ansia di coraggio da ritrovare e così ritrovo i tuoi versi e quel tuo grido di dolore, e la tua coraggiosa poesia     "CAVALLI"
del 19 agosto di trent'anni fa, che si fece eco senza fine su <Drita>, il Quotidiano Albanese di cronaca a carattere nazionale. 
A una prima lettura, ai più sembrò una semplice poesia in difesa degli animali e, in particolare, degli stupendi cavalli dallo sguardo fiero e dalla cavalcata elegante e maestosa, purtroppo in cattività.
In realtà, si trattò di una feroce satira politico- socio-culturale da parte tua sulle condizioni del tuo popolo. Fu un coraggioso atto di ribellione al regime comunista da parte di un audace (e forse incosciente) venticinquenne,  poeta e giornalista non ancora famoso.
A distanza di trent'anni la tua poesia, fratello mio, è ancora forte e viva e si fa ancora canto di ribellione e preghiera allo stesso tempo.
La stralcio da quella meravigliosa silloge di poesie, Schizzi d'immaginazione, edita dalla Secop edizioni e te ne dedico le mie emozioni di rimando.
                CAVALLI 
Per tutta la nostra vita siamo in viaggio,
Guardando sempre avanti,
Quel che c’è dietro di noi abbiamo paura di saperlo.
Tutti noi non abbiamo un nome,
Cavalli, ecco come ci chiamano.
 Senza piangere,
 Senza ridere,
 In silenzio,
 Ascoltiamo,
 Mangiamo quel che ci danno,
 Andiamo dove ci dicono,
 E nessuno di noi è una gran testa.
Chi era il cavallo di un re
Aveva un grado più alto;
Chi era il cavallo di una principessa
Era sellato d’oro;
Chi era il cavallo d’un contadino
Era sellato di paglia;
Chi gli disobbediva
Dormiva sempre all’addiaccio:
Ma con gli umani, sempre cavalli restiamo!

Stupendo inizio con un "Per" che indica già di per sé un avvio in movimento, riguardante il "viaggio" di tutta "la nostra vita" con la determinazione a raggiungere una meta. Ognuno dovrebbe averne una propria, prefiggersi uno scopo, una missione che dia senso a tutto il viaggio. Ma la realtà è diversa. È possibile stabilire la meta se non si ha paura del passato, che è un possibile "futuro capovolto": è dalla esperienza vissuta da noi e dai nostri antenati che occorre ripartire per continuare sul loro esempio oppure per ribellarsi alla tradizione e al silenzio e rinascere e realizzare un futuro migliore. Il timore di ricordare un passato difficile diventa ostacolo alla costruzione di un futuro diverso.
Ed ecco il disvelamento: i protagonisti di questi versi, che urlano al cielo una storia amara di soprusi, non hanno un nome: sono semplicemente cavalli. Animali eleganti, nobili e fieri nel loro andare, ma non in questo caso. I due anaforici quanto suggestivi versi che seguono, brevi come uno sperdimento, definiscono un vuoto, una deprivazione: "Senza"
Senza piangere
Senza ridere.
A questi cavalli non è concesso avere lacrime o risate. Ossimoro meraviglioso ad indicare la gioia e il dolore: i punti estremi di ogni sentimento, in cui si snoda la vita della mente e del cuore di ciascun essere umano. 
Al nulla che il "Senza" definisce segue l'inevitabile silenzio dell'asservimento. Piegata/piagata è la volontà di reagire. Il silenzio, in questo caso, non prelude al rumore del mondo o alla parola di ribellione o al canto della sfida e della vittoria. E neppure alla preghiera di gratitudine e di ringraziamento. Qui  anche il silenzio è assenza di qualcosa di vitale che indica movimento e pensiero, libertà di essere e di andare per perseguire la meta e realizzarsi. 
Qui c'è solo un chinare la testa al volere altrui, del più forte, di chi esercita il Potere con coercizione e violenza. E impedisce di pensare. È concesso solo di eseguire compiti con mezzi e ruoli diversi, ma estraniandosi da sé per assecondare il potente di turno, fosse un re o una principessa. 
Ed ecco che improvvisamente i versi scoprono i verbi all'imperfetto. Il presente cede l'azione a un passato senza tempo, al "c'era" delle fiabe, che a volte sanno essere crudeli e non assicurano il lieto fine se non dopo la fuga e l'allontanamento del protagonista con relativa sfida e combattimento contro l'antagonista, fino alla sua morte. 
Il primo (il re) consentiva al cavallo di avere un "grado più alto" nella sua schiavitù, e la  seconda (la principessa) di mostrare "una sella d'oro" e fingere una ricchezza che non possedeva. Ma c'era anche il cavallo del contadino che era "sellato di paglia" e, se disubbidiva, veniva mandato fuori a morire al freddo e al gelo.
E qui d'improvviso il tempo del verbo cambia nuovamente: il "c'era" diventa presente e attualizza la condizione di schiavitù dei cavalli. Ma, se nelle fiabe la fine del combattimento, che decretava la morte dell'antagonista e il ritorno dell'eroe a casa, permetteva a l di  concludere la fiaba con il lieto fine, questa poesia non è una fiaba e non può avere il lieto fine se l'ultimo verso si copre di amara e spietata rassegnazione: "Ma con gli umani sempre cavalli restiamo!"
E il punto esclamativo sancisce il "grido di dolore" del poeta di fronte ad una realtà che urla la disumana condizione di asservimento dei "cavalli", suoi compatrioti, al potere del Regime comunista nella sua amatissima Patria, l'Albania. 
Gli Albanesi, allora, rimasero increduli, ma in poche ore comprarono tutte le copie del giornale. 
Molti si affrettarono a scrivere quei versi su pezzettini di carta per diffonderli dappertutto, fino a farne un inno di protesta durante le numerose manifestazioni antigovernative, che di lì a poco si accesero come fuoco controvento per incendiare cuori e volontà. 
E tu, mio caro Gieke, diventasti in brevissimo tempo l'eroe dell'Autonomia e della Libertà Albanese. Ma anche il ragazzo costretto (e determinato) a fuggire di notte per evitare il rischio tangibile di essere impiccato come altri poeti dissenzienti prima di te. Non più l'eroe di una fiaba a lieto fine, ma l'esule di una storia vera in un nuovo percorso, difficile e tortuoso quanto solitario e disperato, tra straniere genti. Qualche volta, però, anche la storia offre ai suoi ardimentosi protagonisti un lieto fine. 
Tu, Gjeke Marinaj, ne sei oggi la dimostrazione più bella e vera e gloriosa. E tutto il mondo ti applaude come Poeta raffinato, Ideatore della teoria filantropica e filosofica del Protonismo che fa di te, meritatamente, l'Ambasciatore di Pace tra tutti i Popoli del nostro Pianeta.
Grazie, mio caro, per il dono di tutto questo che oggi è per me un nuovo inno al mai sopito coraggio della Parola.

lunedì 5 gennaio 2026

Lunedì 5 gennaio 2026: CANTO PER VOCE SOLA E LE QUATTRO STAGIONI DELLA VITA...

Saluto questo Nuovo Anno così. Per essere vincente ancora…

E parto dell’infanzia, che è venuta a cercarmi in questi primi giorni per tingere il mio mondo di attese epifaniche, colme di calze colorate di allegria…

                … Cento bambini,

               la stessa canzone,

                un sogno intero

                e un aquilone…

               (Primo Leone)

SI RIPARTE

Da tutto ciò che sono e non sono

in questi primi giorni dell’anno

che mi lasciano

uno schizzo di risata

per farne un quadro nuovo di me,

di noi, certi di sopravvivere alla luna

del lupo, gigantesca LUNA,

che sovrasta nuvole e silenzi,

e il nostro chiacchiericcio ribelle,

che pacifica l’alba priva di stelle.

Siamo qui a sognare una LUNA

sempre più alta, bianca, distante

per ricavarci un cuore di panna

e zucchero filato

come da bambina sognavo

  per i miei bimbi che dovevano ancora

                           vibrarmi nell’anima…

… così venne il giorno nuovo

         delle infinite attese

         tra un silenzio di luce

         e un silenzio di nuove albe

       (occhi solari di bambina    

                       respirano cielo)

Nell’anima gli amori di ieri e di oggi, chiusi a doppia mandata per consegnare la chiave ai miei figli e nipoti che conoscono la mia pelle, i miei occhi, le mie mani, ma ignorano il taciuto, il non detto, i sentieri più profondi dei miei silenzi, fioriti nelle quattro stagioni della vita, già vissute e ancora da vivere fra crochi multicolori, nontiscordardimé, azzurri più del cielo e del Danubio blu, vissuto per tanti anni a Belgrado; tra grappoli di cielo in caduta libera nel mio giardino a primavera e gli allegri sorrisi dei rossi papaveri, gerani e gladioli petunie e rose, girasoli nei campi a distesa  e intrico di  lantane in estate. I miei silenzi vestiti d’autunno con settembrini, eriche e ciclamini. E poi astri come stelle fiorite per caso in zolle brulle senza più fili d’erba e crisantemi per ogni lacrima versata nei camposanti senza sorriso.

Infine, i miei silenzi di neve di un inverno che trema di attese e spera nel nuovo anno con stelle alpine, calendule, camelie e il canto dolente di Alfredo e Violetta e il loro disperato amore. Chi non ricorda “La Traviata” di Giuseppe Verdi o “la signora delle camelie” di Alessandro Dumas figlio?

In silenzio la voce della mia poesia e il suo mistero profondo come la follia della luna, la profondità del mare, lo scorrere dei fiumi, lo sciogliersi della neve baciata dal sole.

… nelle mani l’alba di corallo

per legare al dito il cielo

i ricordi dei grovigli del cuore

- rose e spine di penne consumate

e lettere mai spedite

all’indirizzo giusto. -

Allo specchio i sogni inventati.

La luna oltre il cancello

alle soglie lascia ogni dolore

con fiori colorati d’ogni stagione.

E vivo quello che dopo il tramonto

         oltre la sera ancora mi resta                                                                                             

   e a chi resta nel mio cuore,

             tra passato e presente,

 mentre mi specchio negli occhi

              di quanti

   di me vedranno il futuro

   (per essere sempre insieme…)

      Quando torna il silenzio

 È un silenzio nuovo del nuovo giorno

penombra di canto e silenzio di sorrisi

lasciano parlare il cuore i bambini

coltivando un amore grande

che sa di luce anche quando la sera ci sfiora

e accarezza la vita appena nata.

Prodigio del sogno accarezzato e preghiera

sussurro del giorno che comincia

e racconta il mistero della nascita

al canto della natura

che non teme la solitudine

dei balconi senza bimbi ad imbrigliare il cielo.

Fui bambina anch’io di riccioli e di baci

all’ombra di un’altra bimba e gli occhi tristi di mia madre

perduti dietro sirene e notturni rifugi di guerra

e rombo degli aerei a rendere viva l’assenza di mio padre

prigioniero e lontano per quattro anni e un solo amore.

Ero allegria di bianchi spruzzi nel silenzio del mare,

ero mare vela gabbiano tutto e niente nella fragilità

dei miei fragili anni in fiore…

(e sono canto di maggio vibrante di luce e di mistero)

I miei cieli d’infanzia

Si frantuma in zolle di quasi primavera

l’esile filo d’erba della bambina con le trecce

che fece nido in un germoglio di mandorlo

rosa come il vestito di foglie e di grano

nella casa dei gatti e delle tortorelle.

Gabbia d’usignoli e mani di nonno e pianto

di bambina al primo volo sull’albero rosso

che di rosso tinse piedini e lacrime.

Scarpe di seta con ricami di farfalle

e roselline di prato a innamorare cortile

e primi sogni d’allodola all’alba.

E fanfare in festa con gelato a cono tra le dita.

La cassa armonica suonava con la banda e i violini

e luminarie ad accendere occhi di mille colori

Verdi, Puccini Donizetti, voci del cuore

che ignoravo nei primi giorni dell’anno

e i fuochi d’artificio a illuminare

il cielo di mezzanotte e la carrozza di cristallo.

Principessa senza principe e un cavallo alato

-          Pegaso di bianco vestito e profumo di mare

prima che di alghe s’impregnasse il cuore -

e mi fermo qui per non rompere l’incanto di questi primi giorni del Nuovo Anno e dell’attesa della Befana e dei camini accesi e delle calze da riempire con tutti i nostri sogni da realizzare in nuovi progetti per continuare ancora a sognare… Grazie!!! Angela/lina

  

sabato 20 dicembre 2025

Sabato 20 dicembre 2025: Anche il Natale è un eterno ritorno (seconda e ultima parte)...

 E riprendo oggi con i ricorsi del Santo Natale di tanti anni fa...

<Zio Michele era stato anche un impenitente donnaiolo e la nonna era convinta che, anche per quei suoi gravi peccati di gioventù, oltre a perdere un occhio per la sifilide, avrebbe perso anche l'anima e che, perciò, mai e poi mai avrebbe potuto evitare il fuoco eterno, neppure con le sue preghiere o con quelle della loro mamma, sempre in pena per quel figlio scavezzacollo e mangiapreti, e ormai alla presenza misericordiosa di Dio e della Vergine. Per questo nonna lo guardava con occhi di preoccupato tenero rimprovero, sperando in una sua improvvisa conversione. E attese, invano, fino alla morte dell’amato fratello, che al suo funerale pretese che la banda suonasse “bandiera rossa” fra lo scorno di quanti vi parteciparono. E con tanti limoni da offrire ai presenti…

(al limooonə!!!)

(Nonna Rita, negli anni passati, per salvare quel giovane figlio in preda a “un male che non si poteva dire” in un ospedale del Nord, nonostante fosse analfabeta e non avesse mai messo piede fuori dalla porta di casa, aveva preso il treno da sola per riportarlo in famiglia e poterlo far curare “dalle sue parti”, dove le sarebbe stato più facile essere quotidianamente presente al suo capezzale. Dovette combattere la sua personale battaglia contro il parere di tutti i medici e con tante croci lasciate su pezzi di carta che non sapeva leggere, ma lo riportò con sé e gli stette accanto fino alla sua totale guarigione.

“Una donna coraggiosa e forte”, si diceva di lei. Non a caso, “si chiama Rita e porta il nome della santa dei casi impossibili”, si diceva di lei. E lei aveva dimostrato che niente è impossibile ad una madre e ad una donna forte e coraggiosa!).

Zia Maria, invece, a differenza di sua suocera, aveva la forza della leggerezza e del sorriso sempre pronto e coinvolgente. Era una persona deliziosa: solare, allegra, generosa, chiacchierina. Con malizia e lievità. Nonostante il marito fedifrago e comunista, e il figlio, Vincenzo, che seguiva le orme del padre nell’adesione totale al Partito di Giuseppe Stalin e di Palmiro Togliatti

(addà vənì baffónə…) (deve venire baffone…)

Piccola, rotondetta, sempre ordinata e ben vestita, zia Maria aveva grandi occhi vivaci, simili a quelli della “boòpide Giunone”, e una risata lunga e contagiosa che raramente metteva la parola fine prima di accesi scintillii d’ilarità. Evidenziava sempre il lato umoristico delle parole o delle situazioni con rapida ironia, trascinando tutti i presenti a ridere con lei. E tu sai benissimo quanto fosse contagioso “u strìgnə” (lo strigno, la gioiosa irrefrenabile risata) di quella benedetta donna che rideva di cuore soprattutto con mamma e con nonna Angelina.

Mòuə so’ rə cìnghə menótə də strìgnə” (ora sono i cinque minuti di folli risate), dicevi tu.

Più disincantate di lei, le sue due figliole: Rosaria, sorridente e luminosa con i suoi riccioli biondi e guance di pesca; Rita, silenziosa e notturna come i suoi neri capelli.

Nella loro casa incontravamo spesso una sorella di zia Maria di nome Lauretta (zia Lauretta per tutti) più bruttarella ma tanto allegra e spiritosa anche lei. Amava raccontare di sé e dei suoi tanti mariti, l'ultimo dei quali era ancora vivo e vegeto. Bello e aitante e innamoratissimo della sua Lauretta. Insieme formavano una coppia prodigiosa. Di magica luce nei cieli bui e tempestosi di quegli anni. (…) 

Zia Maria e zia Lauretta avevano il dono della risata. Frutto di una infanzia difficile con dentro il cuore la pena di una mamma volata troppo presto in Cielo, e della necessità di stringere tra le loro piccole braccia quel comune grande dolore, che si stemperava nella complicità di un sorriso impertinente, suscitato dalla caduta di un vecchietto per strada, da un ombrello strappato dal vento dispettoso alle mani di una donna disperatamente aggrappata al suo manico, o dagli imprevedibili casi umoristici della vita, che loro due sapevano cogliere al volo e sapientemente rimestare. E tu lo sai, papà, perché eri spesso testimone delle loro risate a più non posso per ogni piccola vicenda che esulava dalla norma.

Delle due fantastiche donne ho già scritto un simpatico, sapido e commosso racconto. 1)

(Penso che la scrittura sia un dono divino: fissa nel tempo lacrime e sorrisi.

È simile a una foto. Questa, però, eterna volti e corpi, l'involucro di noi.

La scrittura perpetua l'anima. Doppia immortalità. Dono meraviglioso sempre. Come non dire grazie al buon Dio per la sua totale gratuità? Ma noi uomini spesso manchiamo di gratitudine verso il nostro Creatore per i tanti doni, quasi sempre ignorati o ritenuti scontati perché ce li portiamo addosso dalla nascita, quindi ci appartengono di diritto. Oppure, pensiamo presuntuosamente che siano dovuti ai nostri meriti personali tanto che non ci scomodiamo mai a dire un grazie né a Lui né a quanti i nostri talenti apprezzano e li rendono visibili con bontà e generositàMa anche questo è un altro discorso su cui si potrebbe scrivere un trattato. Titolo? La difficile riconoscenza…)

Anche la nonna, cognata beneamata di zia Maria sapeva ridere, come ho più volte ricordato, ma mi piace ribadirlo perché do molta importanza all’efficacia salutare di una generosa risata. E così pure mamma, dopo il ritorno del marito dalla guerra, o quando era lei a fare ritorno nella nostra casa per riabbracciare genitori e figlie. Spesso la nostra casa si riempiva delle loro contagiose risate, stelle comete di scoppi improvvisi con le loro lunghissime code luminescenti a illuminare i nostri Natali.

(E anche io e Anna Maria abbiamo ereditato questa capacità: ancora oggi abbiamo brevi risate di complicità, squarci di sole nella monotonia di giorni grigi o arrabbiati. Pure Ombretta ha risate lunghe più dei suoi lunghi capelli, e un amore per la vita che vince ogni difficoltà ogni dolore, spesso presenti alla sua giovinezza. Oggi, però, le risate sono sempre più rare. Nonostante si vivano tempi migliori rispetto al passato: non ci sono più coprifuochi e bombe a pioverci sulla testa, almeno qui da noi; non più pulci e pidocchi e scarafaggi. Per strada mi capita sempre più spesso di incontrare volti ridotti a smorfia di stanchezza, disgusto, disperazione. Indifferenza. La nostra è ormai “l’epoca delle passioni tristi”, come opportunamente hanno scritto lo psichiatra francese Gérard Schmit e il filosofo argentino Miguel Benasayag. Non ti allarmare, papà, sono due grandi studiosi del nostro tempo. Anche nella nostra casa è sempre più difficile ridere, ma ci capita ancora, e ancora le lunghe risate, condite di sana autoironia, mi riportano alle situazioni divertenti e condivise di allora).

Allora, a casa di zia Maria e zio di Michele, la Notte Santa era una festa colma di confusione:

                    fede miscredenza pettegolezzo preghiere canti abbuffate (…)

battibecchi chiacchiere cantilenanti preghiere ambiziosi proclami (Gesù nasce per metterci tutti d’accordo in santità e armonia…) canti poesie risate dolci liquori gioia di vivere…

Gesù Bambino impiegava molto tempo a nascere. Veniva portato tra le mani-conchiglia del bimbo più piccolo, in testa ad una processione lunghissima che si snodava per tutte le stanze della grande casa che aveva un pianterreno, un primo e un secondo piano. Dopo aver salito, sceso, attraversato scale e stanze e camere e ogni più piccolo anfratto della casa e persino i balconi e il terrazzo, si ritornava giù per deporre il Bambino nella grotta tra Maria e Giuseppe, il bue e l'asinello. La lunga processione si illuminava di candeline bianche o rosse (spente subito dopo con un brutto odore di cera bruciata e piccoli fili di fumo grigiastro che si sperdevano ben presto tra le nostre mani giunte e non di rado il bambino più grandicello bruciava i lunghi capelli della bimbetta davanti a lui con grida e soccorsi immediati e scompiglio nella lunga fila e l’acre odore di fumo e di capelli bruciacchiati si spandeva per la casa…) e si accendeva delle note divine di “Tu scendi dalle stelle” (l’immancabile canto tradizionale che includeva voci adulte e bambine e mille inevitabili stonature e approssimate parole…).

Tu scendi dalle stelle, o Re del cieeelo

e vieni in una grott’al freddo e al geeelo

e vieni in una grott’al freddo e al geeelo…

A te che sei del mondo il Creeatoore

mancàno panni e fuocoomio Signooore

mancàno panni e fuocoomio Signooore…

Dopo la nascita di Gesù, noi bambini recitavamo le poesie. Le donne di casa si affrettavano a preparare la tavola con ogni ben di Dio: “pèttuə” (pettole), piciuatìddə (dadini di massa sbollentati), baccalà in umido con olive e uva passa, capitone fritto e arrostito (a te e a mamma piaceva molto il capitone, che a noi bambini e ragazzi faceva ribrezzo perché ci sembrava un serpente e basta, e provavamo disgusto nel vedervelo mangiare con tanto gusto…); e, poi, frittelle, cartellate, calzoncelli (o cuscinetti di Gesù Bambino), mostaccioli, taralli di ogni genere, fichisecchi, mandorle tostate, arance e mandarini, noci e nocelline. Vini e rosolÎ.

Era capitato anche a Lizia di portare Gesù Bambino e poi anche a me, ed era capitato a tutti noi bambini di recitare per la prima volta la poesia che zia Maria voleva insegnarci a tutti i costi perché la riteneva bella e facile per i più piccoli che non andavano ancora all'asilo. Eccola, caro papà, te la ricordi pure tu?

Tutti vanno alla capanna

per vedere una gran cosa

anche io son curiosa

di veder che cosa c'è?

Guarda, guarda quel Bambino

come dorme, poverino!

Sembra far la ninnananna

tra le braccia della mamma.

Se io avessi un biscottino,

lo darei a quel Bambino.

Biscottino non ne ho

e il mio cuore gli darò!

Credo che la poesiola abbia attraversato secoli su bocche sdentate di nonne e nipotini e su quelle più morbide delle mamme, prima di giungere sulle labbra di farfalla colorata della mia amatissima prozia e tra le sue mani in volo per mimarla a dovere. L'ho, poi, insegnata ai miei figli e ai miei nipoti non perché fosse particolarmente bella e facile, come sosteneva zia Maria, ma perché mi riportava a quei Natali, a quell'atmosfera magica e incantata, a quei profumi, a quegli odori, a quelle preghiere, a quei canti, a quelle braccia d'amore. A quei tafferugli. A quelle risate.

Capitava sempre qualche imprevisto, che coglieva di sorpresa la compagnia, creando parapiglia e disagio, risolti immediatamente da qualche battuta ironica o autoironica di zia Maria e tutto finiva in una grande corale fragorosa bolla iridescente di sapone, che aveva forma di labbra dischiuse al buonumore. Labbra d’infanzia di latte e di panna. Labbra di bianche perle di giovinezza. Labbra concave di spietata vecchiaia. Sì, quella tenera poesiola mi riporta a te, a nonna, a mamma, agli zii e a tutti i parenti e amici di allora. A quei tempi di rumorosa semplicità e di caotica armonia. Ad un mondo, almeno per noi bimbi, sereno. Un mondo, che oggi esiste solo nella memoria del cuore. E, in realtà, quei volti, quelle voci, quei profumi e quelle atmosfere di sorridente bonomia oggi li rivivo solo nell’anima ed è lì che riscopro pensieri, storie, emozioni di allora. E quel rito del Natale si è protratto negli anni quasi intatto.

Nel tempo, sono comparsi gli alberi di natale (di finto abete), stracolmi di pacchi e pacchettini da aprire dopo la mezzanotte. I panettoni e i pandoro hanno sostituito quasi tutti i dolci fatti in casa. Sono comparse le chitarre ad accompagnare il canto di Natale nella Notte Santa, che via via si è andata arricchendo delle musiche d’oltreoceano, ascoltate attraverso il giradischi, il registratore, il televisore. Alle voci antiche sono subentrate nuove voci e tutto ancora nelle nostre famiglie si ripete con alterne vicende e in case diverse dalle antiche case…

Roma saluto triste di notturno silenzio

spazio di stazione solitaria fioche luci

battito del cuore ansia divisa (…)

           Domani sarà Natale

Altre voci altri occhi altre illusioni

     Presenze    Mute    Chiassose

   Insieme attraversiamo il giorno

     (il giorno atteso dell’Attesa)

Ci traghetta un desiderio d’amore

al ritorno scontato e mai uguale

di un Natale d’alberi di plastica

vestiti di luci spogli di speranze

a concludere l’anno dai mille richiami

e un solo riscatto ipotesi di pace

sotto l’antica cometa che ci vuole

buoni e pacificati col mondo

         per una Notte sola.

        (Solo per una notte?)

 

Calda atmosfera di rosse candele accese

nella casa lontana ci accoglie mio figlio

cappuccio rosso e bianco di finta neve (…)

                  Mezzanotte

Scendono a farci compagnia ombre

di mai sopito amore eterno rimpianto.

In amari calici lo champagne saluta

anche questo Natale e scivola in gola

a spegnere l’arsura di un’angoscia

che sfiora di baci il nostro ritrovarci

                     SOLI

senza preghiere e senza canti

senza miracoli e senza prodigi

       senza stelle né incanti

Non più come un tempo magica

              questa Notte

Ma una tenerezza che scalda il cuore

infila l’uscio sotto la pioggia e il vento 

vola verso Sud e allaccia nodi a nodi

 in un ritrovato alone di mistero              

(che non si spezzi questa gòmena d’amore        

         chiedo al miracolo del Natale)>

(“Natale romano”, stralci da L’ora dell’ombra e della riva, op. cit.)  

Buon Natale e Sereno Anno Nuovo a tutti con tanto Amore! Angela/lina

giovedì 18 dicembre 2025

Giovedì 18 dicembre 2025: Il Libro Fantasy di PIETRO LODOVICHI "Gli OCCHI del PREDATORE - Il Circense -"...

Miei carissimi, interrompo momentaneamente i ricordi del mio Santo Natale di oltre settant’anni fa perché ieri ho vissuto una serata straordinaria, tra realtà e magia, nella Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, ubicata in Bari vecchia (altra magia da sottolineare) per la presentazione dell’opera prima del giovanissimo  scrittore Pietro Lodovichi, presentato dalla signora  Giovanna Castrovilli in collaborazione con Antonella Maria Loconsole in veste di intervistatrice e del Prof. Pasquale Ruggeri come intervistatore, e con l’intervento di Raffaella Leone P.R. della SECOP edizioni, che ha pubblicato il romanzo Gli OCCHI del PREDATORE - Il Circense -. Con una copertina misteriosa e potentemente connotativa (opera dell'altrettanto giovane Nicola Piacente, che della Collana "Imaginatio Mundi" è anche il Direttore editoriale) di un genere letterario che sempre più sta catturando e affascinando i giovani perché rivela mondi misteriosi, visibili e invisibili, potenti nelle loro sorprendenti sfaccettature, legate a creature fantastiche che hanno superpoteri per una lotta epica tra il Bene e il Male, con eroi che affrontano prove iniziatiche, avventure a vastissimo raggio, conflitti interiori, legati soprattutto alla brama di Potere, alla sete d'Amore, alla passione per tutto ciò che racchiude il meraviglioso/tenebroso senso della vita e della morte, della sconfitta e della vittoria, del viaggio lungo un'esperienza avventurosa e lontana, con colpi di scena (Lodovichi è straordinario nel creare la suspence ad ogni fine capitolo) che lasciano senza fiato i lettori e con il d'uscita ai loro intrecci spesso violenti, misteriosi, senza compromessi e mezzi termini, secondo la migliore tradizione, abbastanza recente, del Fantasy moderno.

Mi piace ricordare, a questo proposito, che il primo libro di tale genere viene ritenuto "Le fate nell'ombra" di George MC Donald (1858), libro che ha influenzato autori come J. R. R.Tolkien e C. S. Lewis. Il signore degli anelli di Tolkien ha, infatti, inaugurato il fantasy epico, a cui si ispira inevitabilmente anche il nostro Lodovichi. Ma occorre indubbiamente ricordare anche George R.R. Martin con il suo Cronache del Ghiaccio e del Fuoco oppure Brandon Sanderson con le sue opere per adulti, e, tra le donne, la scrittrice J. K. Rowling col suo fortunatissimo Harry Potter, ma anche Sarah J. Maas, Erin Doom, Susanna Clark e l’italiana Licia Troisi.

Intanto, tornando a Gli OCCHI del PREDATORE, occorre dire che già il titolo è fortemente suggestivo, a partire dagli "OCCHI" appunto che fanno leva prepotentemente sullo sguardo, già di per sé molto importante in una comunicazione normale e quotidiana figuriamoci in quelle che sanno di mitologico, irreale e magico (che bello comunicare con lo sguardo che ci restituisce i volti e i segni di una intesa speciale o di una offesa da cui difendersi non con la spada, ma con un sorriso. E poi nei volti percepire le voci, i sogni, i desideri, le realizzazioni o le delusioni, nuovi mondi, nuove storie. Due occhi specchio di chi ci guarda con la sua anima allo scoperto mentre restituiamo l’essenza più profonda di noi). Ma agli occhi segue "del PREDATORE" che acuisce il senso del "vedere profondo e attento" di chi è avvezzo a guardarsi intorno voracemente per impadronirsi della preda, di qualcosa cioè fortemente desiderata.

E il mistero si infittisce quando viene definito il protagonista principale, "il Circense", di questo primo Libro di una ipotizzabile trilogia, che va già prendendo forma nella fervida mente dell'autore tanto che è già pronto il secondo volume (GLI OCCHI DEL PREDATORE - Il  Monastero - ). Tanto fervida, tra l'altro, nel darci il primo assaggio immediatamente con una scrittura-esergo particolarissima che sembra venire da lontano, dalla notte dei tempi, in cui il Primo Imperatore di Sudtrek si presenta, parlando del suo Potere e delle innumerevoli difficoltà nel gestirlo per cambiare le sorti del mondo. Segue una mappa (opera della giovanissima illustratrice Dalila Acella), che ci affascina per la notevole fantasia e creatività dell'Autrice nel definire un mondo immaginario quasi fosse reale perché, a mio parere, ci ha messo anche talento, passione e cuore.

Tre giovani, dunque, Pietro, Nicola, Dalila, che hanno tutte le carte in regola per andare lontano. Non a caso Pietro Lodovichi lavora a Dubai, avendo messo le ali già da alcuni anni. In quest’ultimo anno in tre si sono impegnati con tutte le forze della loro vibrante anima per realizzare un Libro che parli ai giovani (e meno giovani) con un linguaggio nuovo, risalendo a lontani miti appresi probabilmente dal mondo greco-latino perché superassero tempo e spazio e giungessero fino a noi con nuovi eroi e nuovi dèi che ci affascinano come i poemi omerici e latini ci affascinarono quando imparammo a leggerli, a identificarci nelle loro gesta avventurose ed eroiche, ad amarli.

Nei ringraziamenti, infine, c'è tutta la carica di umiltà, maturità e di umanità del nostro Autore che valorizza ogni persona che abbia contribuito, in qualche modo, a sostenerlo in questa non facile impresa. Anche io desidero ringraziare la signora Giovanna Castrovilli, Antonella Maria Loconsole, Pasquale Ruggeri, Raffaella Leone e, non per ultimo, Pietro per aver contribuito notevolmente a   farci comprendere la bellezza del Libro, oggi preso in esame, dal punto di vista strutturale, contenutistico, formale, e a farci scoprire i tanti segmenti della personalità di Pietro Lodovichi e delle sue mille avventure vissute con la mente, col cuore, con l’anima, per restituirsi soprattutto a sé stesso nel suo intero e per poter, poi, comprendere meglio tutti gli altri da sé, a qualsiasi latitudine e longitudine di questo nostro pianeta appartengano. Per migliorarsi. Per migliorarci. Tra sogno e realtà.

E desidero completare questo mio commento critico con le straordinarie e sentite e generose parole di Pietro: "... Un libro non basterebbe per ringraziare tutte le persone a cui sono grato. Nei miei viaggi, nei miei amori, nelle mie amicizie e nella mia famiglia ho trovato inconsapevolmente frammenti di questa storia. Ognuno ha lasciato un'impronta, una scintilla, che si è trasformata in parola scritta.

Ed è proprio questo, forse, il segreto: ogni libro nasce dalle mie esperienze, ma non appartiene solo a me. In ogni pagina, chi legge può ritrovarsi, riconoscere un frammento della propria vita, ridere e piangere delle stesse emozioni che hanno attraversato me.

Perché alla fine, le storie ci uniscono...".

Che dire? Buona lettura a quanti avranno tra le mani un Libro imperdibile e indimenticabile in ogni sua pagina...

Il viaggio continua in un continuo andare lontano e un ritornare a casa per riprendere il volo…

A me non resta che invitarvi a seguirne le traiettorie, visibili e invisibili, per non perdere di vista la terra-non terra, il mare-non mare, il cielo-non cielo e tutta la magia possibile di questo nuovo genere letterario che si avvia spedito per le strade del terzo millennio. Grazie. A presto. La vostra Angela/lina