giovedì 4 giugno 2026

Giovedì 4 giugno 2026: La tua assenza maggiorenne (4 giugno 2008 - 4 giugno 2026) ...

Tempo dammi il tuo segreto

Che ti fa più nuovo quanto

Più invecchi!

… e il tuo presente

Sempre lo stesso dell’istante

Del mandorlo in fiore

(Juan Ramon Jmenez)

 

Diciotto anni conta la tua assenza.

Diciotto candeline a festeggiare

la maggiore età in un altrove

che nel cuore dimora e da questo

sconfina, in cordate di parole e silenzi

a ricordarti senza mai la parola fine.

Sei le ore della tua storia raccontata

in prosa e in versi e da te disegnata

e dipinta per lasciare una traccia incisa,

ignorata e ripresa e mai dimenticata.

La tua vela a solcare tutti i mari sognati.

Sei sulle pareti delle nostre case sparse

e negli occhi che ai figli hai lasciato

in dono molto prima del tuo sguardo

ironico e trasognato a dare significato

alla distanza dal tuo stesso cuore.

Emozioni soffocate e pensieri trattenuti

tra conflitti in agguato e mai mediati

dall’urgenza di comprendere e capire,

per attraversare la tua voglia di libertà

senza confini, pronta a distruggere

le diciotto ragioni delle uguaglianze

e differenze del dare e del ricevere

nel tempo che non perdona urlo e risata,

e mai arreso alla tua genialità

distribuita in uguale misura ai figli

“Per riconoscerci persino nel dissenso”.

La maggiore età della tua assenza

segna la misura della distanza da tutto

e della presenza della Bellezza raccolta

nel filo d’erba e nelle stelle lontane,

nei voli della fantasia e di tutte le Arti

a te care, che si fanno pensiero di carta

costante dell’abbraccio perduto

e ritrovato, del dialogo agognato e muto,

e scoprire le diciotto e più ragioni

per ritrovarci, prima che gli anni

non ci diano più ragione per credere

ancora alle nostre mani unite

        in una sola mano

e nel tuo nome ancora essenza lunare

del nostro esserci e amarti come allora

più di allora e nel raccontarcelo piano…

(tra aguzzi scogli e tenerezza di mare)

E, andando a ritroso nel tempo, ecco le altre poesie che ci appartengono. Per ovvi motivi di spazio e di tempo, ne scelgo solo alcune per ridarci il tempo del nostro amarci “più di ieri e meno di domani”. Come facesti incidere su una medaglietta d’oro quale promessa di imperituro Amore.

 “Archi di cielo”

             (a Primo)

Il glicine in fiore

regala archi di cielo

al nostro giardino.

      Mi vince

un’ansia nuova.

Colmami di fresie e di giunchiglie.

Cingimi i fianchi con le braccia

di sempre

(voglio ancora ubriacarmi di stelle)

 

“incendio di vene”

Una verde follia

   sfiora l’anima del vento

solleva ore leggere

fino al cielo della luna.

Rimane nel campo

      un incendio di vene

(papaveri in fiore)

 

“dammi una nuova primavera”

Coltelli di rose

uncinano un grappolo

di giorni a primavera

- dammi una nuova luna

 per cantare i tuoi occhi -

Dammi la tua mano di more

perché dimentichi il sapore dei rovi

           tra le labbra

 

“la notte dei prodigi”

Sotto uno stormo improvviso

di stelle cadenti

un sogno nuovo più grande del mare

col bianco cappello di giovinezza

ha preso a salutare…

Paglia traforata e leggera

e nastri di violacciocche e gelsomini

    colorati di vento

ignorano i grevi solchi degli anni

Ancorati a una terra d’ombre e di palude.

Un trasmigrare luminoso di notturne farfalle

ha incatenato occhi di disincanto

in un rinnovato ardore d’attesa

e di garofani e gelsomini si è colmato

questo silenzio di stelle.

Di musica e danza fioriscono i miei piedi

tra viali d’alberi e di ginestre a perdifiato.

E fiori di rosso sangue

segnano la traccia di un andare a ritroso

lungo strade di giovinezza lontana

quando era il profumo del sogno

a colmare di petali le stanze del cielo

a segnare una rotta di stelle

che ogni notte inventavo

senza attendere altre primavere.

Per scoprirmi ballerina di parole

nella clessidra degli anemoni del passato.

Sono ormai campanule capovolte

in un presagio di futuro scontato

tradito persino da uno stormo di uccelli

(il nome s’è perso tra muri d’indifferenza).

Ma un presagio di carta gemmata

segna un nuovo accadimento

che vince ancora il tempo

e fa chiaro il buio desolato delle notti

il buio di ogni doloroso distacco

(il tempo ci costringe alla resa)

Noi siamo come due monti…

da vivi non c’incontreremo più.

Basta che a primavera

tu mi mandi un saluto con le stelle

-          Anna Achmatova scrisse

più o meno sognando…      -

(stelle senza bianche bandiere

  per non sentirci sconfitti in due)

 

“Vecchiaia”

Non hai più lacrime

per le tue lacrime

Ti commuovono solo

tutte le lacrime del mondo

mentre attendi la sera

che albe più non conta

E anche la mia sera giunge mentre sorrido alle tue parole che si attardano sul cuscino a farmi compagnia: Se un giorno ti diranno/ d’amarti tanto/ pensami e saprai/ che t’amo più di tanto./ Se un giorno ti diranno/ d’amarti un mondo,/ pensami e saprai/ che t’amo più di un mondo./ Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/ pensami e saprai/ che t’amo tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più

E, intanto, piango e raccolgo lacrime sul cuscino per dirti ancora GRAZIE!

E grazie anche e sempre a voi, che conoscete di me lacrime, sogni, risate… a presto. Angela/lina

 

  

venerdì 29 maggio 2026

Venerdì 29 maggio 2026: Tempus fugit: le quattro stagioni + una (c'è sempre una quinta stagione) ...

… il cielo

infinito,

    ciò nondimeno

    del tutto presente

    nella fugace pozzanghera

         (Yves Bonnefoy)

Ieri ho contato le mie 84 primavere e mi sembra giusto fare una rapida sintesi di quanto pubblicato in passato perché io per prima e i miei cari di casa sparsi in zona di Bari e Roma possano ricordare, tra passato e presente e uno sguardo al futuro, che non sarà mai mio, ma che vivrò nei loro occhi e con il loro cuore…

<Stamattina mi sono alzata con le canzoni che mamma cantava nei giorni della mia infanzia e adolescenza a cui ho aggiunto, canticchiandole, quelle della mia prima giovinezza e, via via, mi sono avvicinata ai nostri giorni. Lo so non c’è tanto da cantare e da stare allegri con i tempi che corrono, ma sarà che siamo in piena estate, sarà che c’è un richiamo di mare sospeso tra terra e cielo, sarà che io d’estate sto meglio e rinasco, ma va così. Seduta alla mia scrivania, io CANTO e provo piacere a farlo, nonostante l’avanzare inesorabile degli anni. E, improvvisamente, mi colmo di ricordi e nostalgie, pensando al tempo che fugge più veloce del vento e alle stagioni della vita che, per me, sono state sempre cinque e mai quattro, per darmi una possibilità di canto in più, per beffare anche la morte che avanza con piede lesto, che a me sembra di danza come le ore di Amilcare Ponchielli nella sua “Gioconda”. E, chissà perché, mi mettono allegria persino questo nome e cognome, insoliti, saltellanti, divertenti. È bello alzarsi di buonumore. Mette allegria e la voglia di scrivere poesie, magari ricopiandole da vecchie mie sillogi che nessuno legge più. E parto dalla mia nascita per ricordare la stagione dell’infanzia, dei suoi terrori e dei suoi prodigi: … Mi spaurano rabbia e indifferenza/ la volontà di uccidere ad ogni alba/ - bagliori di coltelli affilati nel buio/ di livide notti insonni ed assassine -/ Mi trafigge il vuoto d’inutili parole/ aggrappate a silenzi che non so capire/ dove mai s’incontrano navi da crociera/ solo rapaci galeoni di feroci pirati/ al canto di certezze addormentate// Io nacqui alle otto di una sera/ che sfogliava petali di rose/ per farne farfalle profumate/ in un campo di ciliegi e melograni/ - tra papaveri da scoppiare tra le dita/ scrivevo i miei ti amo ad un amore/ volto di sole e un buco dentro il cuore -/ Io nacqui con negli occhi gli aquiloni/ a conquistare un cielo di turchesi/ barchette di carta al gioco dei bambini/ in un altrove che mi strania e mi cattura/ Ma ho versato lacrime di sale/ per ogni veliero sparito in fondo al mare/ Però nacqui e non m’importa dove come/ se non so vivere come gli altri sanno/ se non dormo sull’altrui dolore/ se dentro mi vola un gabbiano/ sotterraneo sogno di giorni delusi/ tra ragnatele di anni sempre uguali/ e scuse banali per non sapere amare/ Io nacqui sotto feroci bombe nel cielo/ ma contai sempre i passi delle stelle/ ad ogni rombo che mi franava il cuore/ Però nacqui e più non m’importa/ se una ferita lunga è questo amore/ da ricucire con cento fili di seta/ su corazze di ferro arrugginito/ (... e fingersi un sogno in differita/ per non rimpiangere/ di non essere mai nata...)

2. A chi appartengo?/ Da quale pianeta di foglie bambine/ stupite d’alberi e di millenaria sete/ da quale mistero di navi senza pennoni/ di treni senza rotaie di vele senza vento/ da quale deserto privo di sabbia e sole/ di pozza d’acqua d’oasi di sale/ o canto di mare brivido d’onde/ dune di parole/ Da quale nebulosa sperduta e lontana/ diafana negl’infiniti Universi precipitai/ senza alcuna stella a cui uncinare le ali?// Eppure mi seppi figlia di mia madre/ e foglia tenera di un albero forte/ con braccia generose quanto inermi/      suo padre     / Lui prodigio di lucciole nella notte/ a illuminare ogni sentiero nascosto/ nel cupo bosco dove fiorì l’inganno/ per chi sperduto in intricati sentieri/ desiderava solo una storia incantata/ ancora da sognare per “ridere la vita”/ Io occhi immensi ad ascoltare…/ Panieri di fiabe da mangiare…

3.  mani di rose volto senza spine/ e una risata allegra e ciarliera/ a raccontarmi ti amo e poi ti amo/con labbra di fumo e fuoco di parole/ sui miei quattordicianni appena./        1956      / Anno di fiaba bianca/ colorata di sogno e ballerina/ tenerezza di canzoni perdute/ e una luna di lana/ per pensieri da riscaldare/ con mani di gelo/ e un gioco da inventare/ per fingersi un amore/ svanito coi primi raggi di sole…// (io che guardo il cielo anche di notte/ e immense galassie di cieli mordo/ e rido di quell’amore ragazzino/   che ingordo colmò il tempo di noi…    /io che conto le stelle e penso e scrivo/ e chiacchiero con loro/ e con i ricordi uncinati al cuore)

4.  Dispero in tempo di buio terrore/ che una rosa/ di rosse carezze/ accenda i miei occhi/ di spine e favola dimenticata/ Bagnati di pioggia improvvisa/ i miei occhi persero il sogno…/ Rimpiangono cieli di giovinezza/ di debuttanti al primo ballo/ Gli anni scivolano su steli riarsi/   Scivolano   / E non c’è più un oceano di baci/ in cui affondare/ Ma poi d’improvviso/ si frantuma in zolle/ di quasi primavera/ un capriccio di marzo/ E su rami desolati/ ha fatto nido un germoglio/ di mandorlo esiliato/ dimentico del sogno rosa/ che riesplode nei campi/ al primo richiamo di rondini/ Rosa di candido pudore/ i miei ritrovati tredici anni/ Festa di seni/ non ancora di donna allora/ che i tuoi occhi annegavano nei miei/ nella casa dei gatti di parole di foglie…

5.  Pensieri d’estate al pallore/ di una rosa verginale nell’alba/ che muore / Silenzio d’inizio e fine/  il frastuono spento sul ricordo / di “un volto di sole stemperato/ in nenie di mare” / Gambero alla deriva il ricordo/ nostalgia d’altri giorni d’altre intese/ Nostalgia d’altre strade/ con glicini ai cancelli/ e un canto di quasi giovinezza/ ubriaca di vino al sapore di noi/ tra labbra accese e mani di carezze/ mai più date mai più ricevute/ Tra labbra serrate il segreto/ di un rimpianto da non dire/ per non farsi più male/ e ritornare a sognare…

6.  Se guardi il mare e incontri i miei occhi/ persi tra onde di piena giovinezza/ ascolta un canto stordito di fiori e di risacca/ con suono di voce mai perduta./ Segui il gabbiano solitario che mi vola in seno/ e il suo grido di gioia pieno/ che accompagnò sempre il mio volo/ con piume azzurre di ali perse di cielo/ smarrito e perso e ritrovato.// Quando senti il vento/ ascolta il mio incancellato sogno/ che libera l'anima in fili dorati/ di libertà sul volo distratto/ dove spavaldo ridi della mia allegria/ sei il clown dei miei giorni di onde/ assaporate attraversate vissute/ alla riva di tutti gli oceani sognati e con te inventati.// Se guardi il mare/ scoprimi seduta sulla riva a seguire velieri/ come pensieri di vento al largo trasportati/ ascolta la mia voce che sussurra il tuo nome/ e rimane muta senza fiato e un avanzare/ di lucciole sulla sabbia sfiora la sera.// Giungerà la notte in un chiarore di faro/ ai moli intirizziti e colmi di soli/ e la riva avrà profumo d'alga e rumore/ di vecchie canzoni da cantare piano/ la mano nella mano// (se guardi il mare… ricorda/      il mio cuore di bianca spuma/ la mia gioia di vivere/  grande più del mare)

7.  M’assedia di ricordi quest’ora/ notturna/ da rivivere già vissuta/ alla danza dei calendari/ Giorno d’autunno/ e rami colmi dell’ultimo sole/ in coriandoli di foglie ballerine/ Stancano di malinconia/ occhi insonni/ che temono il tempo/ più che la memoria/ gonfia del passato/ quando era festa di giovinezza/ il mio passo leggero/ Non un appiglio per tornare/ a quella nostra primavera/ di ciliegi e biancospino/ quando ardeva di baci il cielo/ oltre la soglia del silenzio/ che anticipava l’abbraccio del cuore/ E tu cingevi di spine i miei lunghi/ capelli sciolti per le carezze  delle tue mani/ E ridevi un ti amo di passaggio/ tra ciglia di saluto corsaro/ Oggi sono qui in un tramonto d’anni/ che cede ai cupi rami della sera/ E risuona il tuo nome/ in abissi di foglie senza ritorno …//… annidata nella tua anima/ rido e poi piango e rido di te di me contro di noi/ E ti so al buio cedermi i polsi/che di giorno leghi al frastuono/ di cercata indifferenza/ per negarti alla tenerezza/ che forse non t’appartiene/ (non più il tempo dell’amore?)/ E ignori che sono là/ piccola invisibile antica/ tuo quotidiano stupore … (ti dissi ti amo tra labbra mute/ innamorate/ e tu eri già oltre la soglia del tuo cuore)/ Anticipasti un addio senza parole/ e mi gettasti in rovi di biancospino/ (piansi una tristezza che non sai/ quando di perderti un presagio mi vinse/ e ti chiamo ancora)/Morirono ciliegi e biancospini/ Sono ancora vive le ombre della sera/ in un tramonto che non vuol morire

8.  Con passo di bianco silenzio/ sul cristallo dei lucernari/ allo stupore di occhi bambini/ dietro vetri di ricordi/ è tornata la neve./ Nel giardino di bianca spuma/ a conca i palmi di mio nonno/a riempirne bicchieri./ Mia nonna rideva a una fiaba soffice/come di panna montata e nuvola…/ Zuccherino vincotto versava a volo/ su lieve candore gemmato di cielo/ in calici chiari tra mani di gelo./ Ritorna un tepore di sogno lontano/ e morbidezza di lana lo scialle/ di mia nonna sulle spalle/ tra camini fiammanti d’amore/e un luccicore di bracieri accesi/ e carboni ardenti/ e i nostri occhi sognanti./ (Stretti noi ad un inverno/ caldo di favole allegro di scintille/ da contare ad una ad una/ incantati/incatenati/ alla sua voce di luna…

9.  Mi piace questa atmosfera d’attesa/ che sa di neve e di camini accesi/ dove scintillano arrivi come doni/ a colmare giorni di lontananze/ non di assenza/ o distonie ignorate/ E tu non sai perché accade/ il canto che più non t’appartiene/ oltre l’abbandono che ti trafigge/ il respiro di madre/ senza più braccia da cullare/ Ma sai che ora tornano/ rondini anomale al nido d’inverno/ che si scalda di parole/ e fremita d’abbracci/ in un volare di piume/come sogni addormentati/ all’alba di un risveglio/ E come uccelli di passo/ verranno per andare via/ Quasi stazione di posta/ il tuo insaziato cuore/ non approdo di lunghe stagioni/ cui hai rinunciato dal tempo/ del primo volo verso cieli lontani/ Pure ritornano/ Dai loro passi brevi nel giardino/ sai che è Natale// Tu ci sei come allora/ a spiare sguardi d’ansia/ che celi d’ironia dietro il cancello/ di attese e sorprese// (mi piace quest’atmosfera d’incontro/ che sa di rinnovato candore/ Infanzie esplodono/ nell’epifania di un solo giorno/ che nei miei occhi si colma d’Amore)

10. Stanotte tra braccia di tenerezza ho stretto/ l’amore ad una voce dei figli di mia figlia/ tirannia di baci cui felice mi arrendo/ inganno di tempo che rimane/ D’azzurro ho vestito/ il nuovo anno/ per un volo nuovo/ a restituirmi il tempo/ che spezza catene e ritrova/ nuvole leggere come veli d’oro / per il desiderio di restituirmi agli anni/ raccontarmi e raccontare quanti nel tempo/ ho perduto presenti ai miei giorni più di allora// (nella clessidra dei nuovi giorni/ faccio anelli di me soltanto/ per legarli al mio sorriso/ nel futuro che verrà/ e avrà per loro ancora il mio canto)

11.  Si va./ Insieme o da soli/ si va con passo lento o leggero/ Si va lungo strade a segnare nuovi domani/ in un’ansia di mistero mai svelato/ neppure con le stelle e fremiti di paura/ i numeri della cabala vincenti/ Si va ad una stessa meta evitando/ la pietra il dirupo il canto della Parca/ il fiore appena nato il pianto del salice/ la notte scura/ Si va lontano ogni giorno di più/ dal giorno incontrato quando era appena l’alba/ e s’ignorava il tramonto/ Si va lontano dalla casa la culla la madre perduta/ e uno scroscio di pianto a trattenerla e ciglia chiuse/ a non vederla andar via/ Si va e non si hanno più appigli per rimanere/ nessuno a trattenerti perché a nessuno più si appartiene/ Si va e si è soli anche quando si è in tanti e si lasciano orme/ alla deriva di tutti gli oceani mai attraversati/ non un garrire di stormi sul franare della sera/ passeri infreddoliti e sperduti e un timore d’alberi/ da contare per ritrovarne l’ombra e una voce/ Si va perché si deve andare e non serve indugio/ l’attesa di un cenno a trattenere catene senz’addii/ e senza resurrezioni per il terzo giorno dimenticato/ Si va senza voltarsi indietro perché ci attende chi/ ci ha preceduto lasciando un’ombra lunga alle spalle/ cancellato ogni ieri per non donarsi un perdono/ per non dirsi una nostalgia/ di carezze ignorate e perdute/ fino all’altra riva prima che il buio ci assalga/ E si va… / ancora si va/ Insieme o da soli/ si va con passo stanco e annebbiato/ e la solitudine ci assale con balzo felpato/ uno stridore di treni in partenza alla stazione/ che sfiora l’ipotesi e la meta/ il senso devastato del saluto in un silenzio di neve/ Si va senza lasciarci occhi di ritorno/ una speranza d’incontro d’altro tempo/una voce d’allegria per non lasciarsi male/ e un pizzico di ironia da cancellare/ Si va col rimpianto del tempo finito/ di un minuto appena per darsi un sorriso/ per dirsi di un cielo scompaginato di buio/ Ma c’è come un respiro che ci fa vivi e ci consola/ anche se si disperde nell’aria invisibile della sera/ filo d’aquilone dei nostri giorni disperati/ a tirarci su a darci un altro scampolo di sollievo/ Si va e si è soli anche quando si è in tanti/ e si lasciano orme sull’erba e sulla sabbia/ sulla riva del pianto e del dolore/ e appendiamo parole ai rami secchi per vederli fiorire/ Si va perché si deve andare e non serve fermarsi/ e darci altro tempo…/ E si va… incontro alle ombre e poi viene la notte/ con passo stentato a ghermirci il sogno…/ Pure si va… e ci vince l’ansia di scoprire se c’è un altro cielo/ per ricominciare al riparo delle ore che ci vinsero/ e riaprire il paniere di stelle da ricontare per… rinascere dèi.// E si va…/ (per ricominciare?)

12.  Ed ecco la quinta stagione a salvarmi ancora. Finché il buon Dio vorrà. È a Lui che affido i miei versi e alla sua dolcissima Madre, che ancora mi protegge con la Sua tenera mano. Non sono 12 le stelle che rifulgono sul Suo manto di Cielo?

C’è ancora un orizzonte/ e uno ancora da esplorare,/ graffio di follia/ che non fa più male./ Al gioco improvviso di parole/ faccio capriole/ che azzerano il passato/ all’alba di luci suoni e canti./ Pazzo il mio verde cappello/ che d’ombra protegge il volto/ affaticato d’anni e tormenti./ Schermo ristoro incanto offre/ agli occhi trasognati e assenti/ in un altrove di me che mi perde,/ e cattura quell’altra me che sono/ e sogna ancora e ama e vola e canta,/ dimentica di pianto e di rimpianti./ Solo un’ombra di luce mi sfiora,/ aureolata luce di mai spenta/   POESIA   /     giovani scalpitanti increduli d’amore    /   si fermano a guardare   /    (a quanti sarà dato un sogno lungo   /   uno soltanto almeno/  più della parola fine?)/ E il mio cappello sorride sulla mia L U N G A R I S A T A.  

(le poesie sono quasi tutte scampoli o rifacimenti di versi pubblicati nella corposa silloge “L’ora dell’ombra e della riva” (SECOP Edizioni, 2015), la cui copertina è meravigliosa opera della mia amica, raffinata pittrice, Marisa Carabellese, che vivamente ringrazio ancora).

29 maggio 2026: il mio grato grazie a quanti mi hanno resa felice con i loro tantissimi auguri!

“Si dice che nel cielo di Indra esiste una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo ogni oggetto nel mondo non è semplicemente sé stesso, ma contiene ogni altro oggetto. E, in effetti, è ogni altra cosa” (Francesco Bellino)

Mi piace pensare che, a maggior ragione, anche gli esseri umani abbiano lo stesso riflesso di luce che li accomuna e li distingue, illuminandoli in una sottile identità e in uno scambio di meravigliosa reciprocità. E che anche il popolo di FB costituisca la stessa rete. È bello crederlo. Io ho provato questa emozione ieri, giorno del mio compleanno, colmo della calda luce dei tanti auguri a sommergermi. Grata sempre, vi abbraccio uno per uno… Angela/lina  

 

lunedì 25 maggio 2026

PENSIERI LONTANI - 25/05/206

 "Pensieri lontani" di Giovanna Cancellata è un Libro particolarissimo, multifunzionale e multicorale, che affascina il lettore già dalla copertina, la cui immagine, di Rossana Ferrante, è stata riprodotta dal Graphic Designer della casa editrice SECOP, Nicola Piacente: delicata, tenue, con la scrittura in corsivo dell'Autrice (molto emblematica), che prende forma e vitalità da una penna antica eppure nuova, tra gabbiani in volo verso una tenerezza d'azzurro del cielo infinito. 

La Prefazione del giornalista e poeta Enzo Quarto impreziosisce la Silloge perché coglie perfettamente il percorso poetico e personale di Giovanna Cancellata. Percorso che viene ripreso, con dovizia di particolari, nella sua Postazione da Piera Schiavone. In pratica, è un viaggio della mente e del cuore che attraversa le tenebre di un periodo buio per farsi Luce ed è la parola poetica a compiere il prodigio. E con la parola si intrecciano disegni, musica, fotografie, voci che leggono versi che non hanno metrica, né rima eppure incantano con il loro procedere quasi colloquiale perché tutto sia condiviso, in una visione di grandi spazi in cui ciascuno diventa testimone e protagonista di una meravigliosa ri-nascita interiore. E mi vengono in mente i versi molto significativi di Yves Bonnefoy: "... il cielo/infinito,/ ciò nondimeno/ del tutto presente/ nella fugace pozzanghera...". I versi di Giovanna Cancellara sono tutti presenti nei suoi giorni tra pensieri vicini e lontani e rispecchiano il cielo, immenso, eppure tutto raccolto non in una pozzanghera, ma in un fiume che esonda e si fa mare di ricordi, erosioni di giorni difficili da vivere nel bozzolo di una farfalla, che attende tempi migliori per dispiegare le sue ali tra terra e cielo. Quando tutto si prosciuga velocemente al primo raggio di sole. È un canto sommesso quello di Giovanna Cancellara, perché attraversa il buio di ogni tormento, pure è zampillante di gioia improvvisa perché, oltre il tunnel di passate stagioni, aggrappate ai silenzi del cuore, ecco esplodere la Luce di una stella (mentre la luna sogna mondi impossibili e lontani), che esplode nella sua anima di vertiginose altezze e rende immortali i suoi versi, anche nel mistero del non detto eppure vissuto; nei volti luminosi dei figli; nella natura in fiore e sempre attesa e sempre benedetta; nelle stanze piene dei suoi sogni e progetti di vita. Con ardore, passione, amore di sé e degli altri che vivono i suoi giorni nella condivisione, che tutto frammenta e tutto accoglie nei palmi brevi e immensi delle sue mani giunte. Forse anche corale preghiera di ringraziamento, gratitudine e tenerezza per i tanti doni ricevuti che si fanno concreti, luminosi, colorati, perlescenti nelle parole, ceste colme di Poesia...

             Angela De Leo

domenica 24 maggio 2026

Domenica 24 maggio 2026: La poesia delle ciliegie di maggio ad accarezzarmi di ricordi il cuore...

La poesia è l’imminenza

di una rivelazione

che non si produce”

          (L. Borges)

È un ricordo lontano nel tempo, ma è un ricordo colmo di poesia. Il mio interlocutore preferito è sempre il mio nonno materno. A lui sono dedicati molti dei miei lavori pubblicati e da pubblicare ancora, se ne avrò ancora il tempo…

<… In primavera, con lo splendore della natura che esplodeva d'erba, di pratoline e di fiori di campo, tu andavi a casa dei nostri tanti amici e li invitavi a venire con noi in campagna all'alba del giorno dopo. Molti venivano in bicicletta, altri salivano sul traino con noi. E il cielo era un ricamo d'alberi. L’alba spegneva le stelle e vinceva lentamente il buio, rischiarando i nostri occhi spalancati di stupore su quella natura rigogliosa e ricca di frutti. Le nostre labbra chiacchierine si confidavano, in bisbigli d'intesa, confidenze di amori appena nati. Nel campo dei ciliegi sciamavamo tra i rami e tu, appena di ritorno, vestivi a festa il nostro quartiere con ceste di rossi frutti che distribuivi in tutte le case. E le case si accendevano di colore e di allegria: adulti e bambini si riempivano le mani delle accese ciliege, raggruppate dai lunghi gambi e ricoperte dalle verdi foglie

(ciliegie di maggio ciliegie d’assaggio ciliegie di giugno ciliegie a pugno…)

Già da bambina avevo imparato quel rito festoso che salutava di gioia la nostra primavera...

( bbéddə accòmə a ‘na cəràsə…) (sei bella come una ciliegia…)

Lungo le strade le ragazzine, con quelle lampade accese ai lobi delle orecchie, cantavano la spensieratezza dei loro pochi anni, dilatando lo spazio angusto tra quelle case antiche, dove il cielo era un lungo rettangolo blu definito dai terrazzi anneriti di tempo e di impervie stagioni...

 

Questo è il tempo delle ciliege,

le ciliege si vanno a cogliere,

si vanno a cogliere ad una ad una,

questo è il tempo del primo amor...

 

La cintura stretta stretta

e la gonna larga larga,

le scarpette a punta a punta:

io ballerò con te...

Io danzerò con te...

 

Questo è il tempo delle ciliege,

le ciliege si vanno a cogliere,

si vanno a cogliere col panierino,

questo è il frutto del mio giardino...

 

La cintura stretta stretta

e la gonna larga larga,

le scarpette a punta a punta:

io ballerò con te...

io danzerò con te...

 

Divenuta ragazzina anch'io, adoravo quelle ciliegie: rosse, dolcissime, morbide, profumate

(cerasèlla cerasé/quànnə è tìmbə də cəràsə/ tu mə dai tre o quattə vàsə/ cərasèlla cərasé/ quànnə è tìmbə də limónə tu m’assàssə ‘nu scəcaffónə… Nunzio Gallo e Aurelio Fierro cantavano).

Le ciliegie erano per me quasi labbra baciate di donna innamorata e amata

(“Labbra dal disìo baciate”, come avrei letto e scoperto più tardi)

E, poi, via via, fioroni e gelsi e nespole e prugne e fichidindia. Grosse ceste di uva matura e dolce da scaldare l'anima. “Spórtə” (panieri stretti e profondi di sottili sarmenti d’ulivo intrecciati), “spərtéddə” (panierini)   “scəchəcchəmarùzzuə” (recipienti piccoli piccoli, per la gioia delle mie manine), di olive verdi e brune da fare in salamoia o con la calce oppure da far scoppiare nel tegamino o sotto la cenere e da mangiare col pane fra boccali del tuo ottimo vino e, per quegli anni, insolite risate.

C’erano più frutti che fiori allora nella nostra casa a colorare e a profumare i giorni.

Ma ora ho fatto un salto temporale dovuto alla memoria che non sempre segue il tempo nella sua cronologia storica. E non sempre riporta alla coscienza collegamenti di esperienze nel loro susseguirsi esistenziale. Irrompe così all’improvviso e accende l’occhio di bue su un volto, strimpella l’assolo di una voce, riempie una strada di ciliegie. Occorre allora ricucire il prima e il dopo perché nulla sfugga alla fiaba e alla storia. Occorre tornare indietro e ripartire dal mio primo giorno di vita e dalla casa in cui ho incontrato per la prima volta le tue mani, la tua voce. Era una casa a più piani che si arrampicava fino al cielo in un incrocio di strade antiche: via Maggiore, angolo via De rossi>.

Ma stavamo parlando di maggio e delle ciliegie del nostro campo, chiamato “Lama angelica”, un ciliegeto meraviglioso già dalla sua prima fioritura:

          Era di maggio e poi…

                                                                                                                                                                                  Al bel tempo di maggio le

serate si fanno lunghe; e l’odore

del fieno

che la strada, dal fondo, scalda

in pieno

lume di luna, le allegre cantate

dall’osterie lontane, e le risate

dei giovani in amore, ad un

sereno

spazio aprono porte e petto…

(Giorgio Caproni, stralcio della poesia

“Maggio” da Tutte le poesie, Garzanti, 1983)

<Verso i sessantacinque anni nonna Angelina cominciò ad avere dei problemi alle gambe. Faceva fatica a camminare. Si alzava a stento dalla sua poltrona e d'inverno sembrava cadere in letargo. Si svegliava con l'arrivo delle ciliege. Sì, le tue ciliege segnavano il tempo del suo risveglio. A primavera. Le portavi un panierino di foglie con dentro le prime ciliegie di maggio e lei sgranava gli occhi grandi di bambina golosa e, stupita, ti sorrideva (a sàn pasquàlə matùrənə rə cəràsə…) (a san pasquale maturano le ciliegie).  

Proprio a fine maggio di parecchi anni prima, la mia storia si era intrecciata con la tua, con la sua. La mia storia nella tua e nella sua storia. A maggio. Anch’io aprii gli occhi alla vita con le ciliegie e le rose. E furono le sole a sorridermi con rosse labbra e mille spine

(“… voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi”… mi cantò Neruda)

Nacqui in tempo di guerra e non c’era nessuno disponibile a farmi da padrino o madrina per il battesimo. Foste voi due, in una chiesa spoglia e silenziosa perché deserta, a giurare, per me, di non lasciarmi mai tentare dal demonio e di rendermi degna di far parte della Chiesa e di essere figlia di Dio, a Lui consacrata

Stèmmə scəchìttə no’… crìstə espóstə e làmba stətàtə” (stavamo solo noi… cristo esposto e lampada spenta…), commentava la nonna ogni volta che se ne parlava…).

Eravate diventati anche per me “nonno-compare” e “nonna commara”!

Non ci fu alcuna festa quel giorno. Ero nata in tempo di guerra ed ero la seconda femminuccia e babbo non era ancora tornato. Tre buoni motivi per non esultare. Scoprii, però, la mia storia solo un paio di anni dopo, quando cominciai a riconoscere la grande casa e i tuoi passi, i miei giocattoli, le tue mani per aggiustarli, Lizia e la nostra reciproca gelosia nel dividerne il possesso, il nostro lettino e la tua buonanotte, la nostra cena dopo ogni tuo ritorno. In ogni attimo della mia/nostra giornata Tu. Eri il pendolo dell'alba e le prime ombre del tramonto, il coltello per tagliare il pane e la bottiglia e l'imbuto per travasare il vino. Eri la capriola tra le tue braccia e il cavallo che ti portava via, le voci dei tuoi uomini confuse con i respiri dell’alba e il cauto risvegliarsi delle strade. Il richiamo al nuovo giorno e alla vita. Eri i tuoi campi i tuoi ciliegi. Le nostre suppliche: “ci porti con te in campagna?”. E la tua risposta: “quando matureranno le ciliegie”. Eri la nostra attesa delle ciliegie. Eri le ore trascorse tra gli alberi, le stesse ore senza di te nella nostra casa che si riempiva ugualmente di te, di foglie nuove e solchi appena arati, di gemme attese dopo il lungo inverno, dell'ansia dei primi frutti perché il tempo delle ciliegie fosse una realtà (i tuoi racconti quando tornavi e ci mettevamo a tavola per mangiare e per ascoltarti). Tu ti toglievi la coppola, ringraziavi il buon Dio per il pasto quotidiano mentre tagliavi il pane e mescevi il vino. Te ne bastava un bicchiere per sentire il vigore di quel rosso fuoco che ti penetrava nelle vene, e anche il vino aveva colore e sapore di ciliegie…> (A. De Leo, LE PIOGGE E I CILIEGI, SECOP edizioni. Vol. I, 2018).

E mi fermo qui per non sciupare l’incanto della nostra fiaba di ciliegi nel “cortile del gelso e delle rose”. Alla prossima con un abbraccio a tutti. Angela/lina (e fra qualche giorno saranno 84 i miei giorni di maggio fioriti)…

 

 

domenica 17 maggio 2026

Domenica 17 maggio 2026: "POETI ALLA FINESTRA" a cura di NICOLA PICE e molto altro ancora...

Prendiamo in mano i nostri libri

  e le nostre penne.

Sono le nostre armi più potenti.

         (Malala Yousafzai)

Questo Libro antologico in regalo è più di un dono perché, pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente esattamente dieci anni fa, conserva il valore e la freschezza di allora, forse più di allora, in quanto apre uno squarcio di azzurro in un tempo greve e difficilissimo da vivere a livello planetario, e promette bene per i molti giovani che, pur sentendosi in bilico tra il passato, che non vogliono conoscere (perché troppo lontano dai loro interessi immediati), e il futuro, a cui non vogliono pensare (essendo ricco di incognite e di pericolosi abissi), stanno riscoprendo la voglia di leggere per cercare, scoprire, conoscere, sapere, comprendere. E le “finestre” sono un ottimo veicolo di conoscenza perché sono “occhi” di casa che si smarginano a dilatarsi tra terra e cielo per comprendere “occhi” di vita: arabeschi di storie altre e altrove.

Attraverso la finestra, dunque, noi possiamo passare dalla introspezione più profonda (finestra luogo dell’anima) ai più ampi orizzonti realistici: la strada e tutti i percorsi alternativi che offre. Del resto, la parola “finestra” contiene in sé le due dimensioni dell’altezza e della larghezza, a cui si aggiunge una terza dimensione che è quella della profondità. Quest’ultima, però, definisce un “vuoto” che può essere colmato internamente e esternamente: eterna dualità tra la natura materica e quella umana. Dualità su cui si gioca tutta la nostra vita: dialettica costante tra soggettività dell’“IO” (con l’appartenenza alla casa e ai ricordi che ri-attualizzano il passato) e oggettività del “Mondo”, che oggi più che mai si identifica con le nostre storie che riempiono pagine di libri. Leggere un libro, infatti, è sempre un’avventura culturale di straordinario valore, il più delle volte estremamente coinvolgente perché, sotto molti aspetti, è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro “IO”, dove non si hanno ancora percorsi definiti e si fa strada un impulso nuovo, diverso, soggettivo che, via via, potrebbe tradursi in scoperta e in conoscenza. Ci si accorge, allora, che siamo “finestre” nella loro dimensione geometrica e spaziale; siamo “il tempo che misuriamo con gli orologi e con i calendari”, per approdare ad un tempo più duraturo, che ci permette lo spazio-tempo per abbracciare il passato, che continua a vivere e ad amalgamarsi con il presente, e per offrirci una più fondata speranza per il futuro. E la Speranza è, tra l’altro, una virtù bambina che ha bisogno della “fede” per credere in qualcosa in cui fissare perni e chiodi fermamente, per andare avanti, dove nulla è perduto perché tutto si veste di “carità”, ossia di “Amore”, l’unico potere in grado di cambiare il mondo, a partire dalla nostra anima, che è senza tempo, e non occupa spazio, ma vive nella parte più profonda e vera di noi. I libri sono, allora, contenitori germinali di tutto questo e di molto altro ancora. Ci imbattiamo, infatti, in Libri spalancati sulla solitudine di Pessoa, mentre Lisbona passa sotto la sua finestra e si fa mondo, spazio, desiderio, sdoppiamento in molteplici personalità (gli eteronimi) per perdersi e ritrovarsi. E in Libri, come quelli di Hikmet che contengono mari di cristallo e sono finestre di parole incantate, colme di visionaria poesia. E lo sguardo di speranza e disperazione, di Leopardi sul “verone del paterno ostello” mentre ascolta la voce di Silvia, il suo canto, nel detestato “borgo natio”, ma è “l’ermo colle” a offrirgli spazi “d’infinito”, tanto che si sente “naufragare” in un mare che non è perdita di sé, ma salvezza di sé e del sé. Perché è l’illuminazione poetica a fare luce tra le sue numerose tenebre.

Il filosofo Bergson sostiene che tale illuminazione è dovuta alla “intelligenza” che osserva le cose dall’esterno e alla “intuizione” che “sente” il reale dall’interno e si identifica con esso… Il filosofo, pertanto, giunge ad alcune verità, ma procede per sillogismi, rapporti logici di causa-effetto, e tutto ciò richiede un percorso lungo, bruciato dalla illuminazione che dona, invece, al poeta quelle stesse verità nella frazione di un lampo. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi: perché sono i poeti ad avere questa illuminazione immediata e non gli scrittori? Entrambi scrivono libri è vero, ma per dirla con Brodskij “il poeta cammina sull’erba, lo scrittore sulla terra”, ossia il poeta ha bisogno di “sentire” (di qui la scrittura come “sentimento, che ha bisogno dei cinque sensi più uno “il sesto senso”, che afferra ciò che sfugge, si nasconde, ondeggia, vibra di colori, profumi, bellezza, mentre lo scrittore cammina sulla terra: solida, concreta, materica. Quest’ultima, a volte, può essere semplicemente guardata, e quindi impegna la vista, e pensata in tempi lunghi per essere narrata in un miscuglio di realtà e fantasia. La poesia è un lampo misterioso che abbraccia l’universo. Ma desidero fare una provocazione: ritenete che ancora oggi la poesia abbia la possibilità di essere veicolo si salvezza in un mondo devastato da guerre, violenze di ogni genere e dalla indifferenza dei più? Vorrei ricordare che Theodor W. Adorno nel 1949 scrisse: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Oggi, dopo Gaza, si potrebbe dire la stessa cosa. Eppure la poesia ancora oggi è viva. Amara, dolente, disperata ed esasperata, ma ancora viva, come irrinunciabile bellezza, musica interiore e canto dell’anima. Per William Blake la poesia è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l’eternità in un attimo”. Se, dunque, la poesia è tutto questo e molto molto altro, come ci insegna anche Rilke nei suoi “Quaderni di Malte” (“i versi sono esperienze che si vestono di stupore. E le esperienze diventano così l’atto più alto del vivere…), allora è possibile risalire la china. I primi segnali di rinascita ci sono in questo primo quarto di secolo del nuovo Millennio. L’amore per i libri e per la lettura che sta rinascendo. E voi ne siete l’esempio lampante. E la lettura è il volano della conoscenza mediata dai libri, sempre più ampia e suggestiva. Profonda. Perché ogni pagina può essere letta, riletta, meditata, rielaborata…  

Ma non vado oltre perché ciascun lettore di questo Libro, curato sapientemente da Nicola Pice, possa fare il “proprio” viaggio tra le pagine e perdersi e ritrovarsi in ogni parola, in ogni espressione, in ogni affermazione in ogni confronto con gli altri, meglio se contrastante che combaciante, per scoprire affinità e contraddizioni, punti di forza e fragilità e comprendere il valore della imperfezione, che ci spinge a non fermarci, ad avere dubbi e mai certezze. Queste ultime sono la morte della ricerca, della scoperta, della conoscenza. Io stessa ho dato solo degli input… 

Vorrei ricordare, infine, che Fortini, commentando Brecht, afferma che “la finestra è un luogo simbolico della poesia contemporanea”. La scelta di questo Libro/Dono, dunque, è quanto mai attuale, opportuna, pertinente ai nostri giorni bui e privi di senso per dare un “senso” nuovo alla vita e per continuare a scrivere la Letteratura del Terzo Millennio che stiamo imparando ad attraversare con coraggio, immaginazione, creatività. Buon cammino, dunque, a chi legge!

Non a caso, ieri, al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo spazio presentazioni dello stand REGIONE PUGLIA (K118-L117 - PAD 2) si è tenuto un incontro strepitoso tra Corsisti ed Esperti sul Progetto “I READ TO BE READY” (IO LEGGO PER ESSERE PRONTO, ossia per andare oltre nell’amore per i libri e la lettura, attraverso Azioni di promozione della lettura diffusa e partecipata), realizzato con i professori e gli studenti di ben cinque Scuole Superiori dislocate in Puglia (Bari, Trani, Canosa, Corato, Gioia del Colle), sotto l’attenta guida di Esperti: della Comunicazione, Prof. Gianluca Simonetta, StraLAB (Università di Firenze); del Teatro, Dott. Francesco Martinelli, Attore/Regista del Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale Teatro delle Molliche a Corato; e la prestigiosa presenza del Dott. Antonio Schino, Responsabile del Cepell per la Scuola (Ufficio  scuola Centro per il libro e la lettura). Ha moderato con la sua solita attenzione e passione la Docente e Scrittrice Raffaella Leone (PR. della Casa editrice SECOP di Corato-Bari).

Mi piace fare qualche riflessione sull’incontro di ieri. Purtroppo non è stato possibile ascoltare i vari interventi, ma conoscendo molto bene gli interlocutori, ritengo che ci sia stata sintonia e armonia tra loro e questo è già molto importante per la chiarezza del messaggio che si è voluto portare ai Docenti e agli Studenti, coinvolti nel processo educativo che, per me, è soprattutto “ascolto reciproco”, per dipanare al meglio la “complessità” dei nostri giorni che ha bisogno di lento ascolto per penetrare nella “profondità” del percorso di “conoscenza”, che la scuola di ogni ordine e grado si prefigge di perseguire con tutti i discenti, a partire dalla Scuola dell’Infanzia. Si tratta di tempi lunghi che contraddicono la velocità del mondo contemporaneo, dove sembra abolito il tempo dell’attesa soprattutto attraverso il linguaggio sincopato dei social, che stanno abolendo le nostre “radici” anche in termini di formazione. Il che non significa attardarsi su vecchi schemi di conoscenza, ma incamminarsi verso la “cura” che la scuola deve offrire per assicurare continuità al processo educativo. “Curare”, infatti, richiede tempi lunghi perché, oltre all’”educare” in senso di “educere” = “tirare fuori”, come ci ha insegnato Socrate, occorre ricordare che “edo” significa anche “mangio”, ossia gli insegnanti devono preoccuparsi  di dare da mangiare ai discenti il “pane della conoscenza”, e questo non significa assolutamente sostituirsi a loro, ma sedere con loro per dialogare, ascoltare e farsi ascoltare attraverso la lettura e la scrittura di gruppo, per imparare anche il significato profondo delle parole “collaborare”, “cooperare”, condividere”. Gli insegnanti sanno quanto importante sia scoprire il significato delle parole, non usando le regole grammaticali e sintattiche, come si faceva un tempo, ma attraverso i libri che ogni discente deve imparare a scegliere per sé, perché è proprio in quei libri che germoglia la presa di coscienza di quello che si è, delle proprie inclinazioni, le proprie fragilità e i personali punti di forza per sfiorare le verità,  che non si riducono mai ad una, e perseguire la propria libertà interiore, etica, sociale, civile, umana. Usare bene le parole diventa allora un’arte, che scrittori, giornalisti e poeti applicano (o dovrebbero applicare) quotidianamente. E le parole, per dirla con Ursula K. Le Guin, “rendono l’animo del lettore più forte, luminoso e profondo”. Annah Arendt definisce, nei suoi tanti scritti, “la libertà” come “potere di intraprendere qualcosa di nuovo”. E questo potere, secondo me, nasce nella famiglia in primis e si rafforza nella scuola, per poi sconfinare nella comunità di appartenenza attraverso il reciproco ascoltarsi, e guardarsi negli occhi, che parlano più di mille parole, per conoscersi, comprendersi, imparare ad agire insieme. Impregnarsi di conoscenza e di vita. Mai sostituirsi, ma sempre sostenersi, nelle reciproche scoperte di luoghi e di identità, di distanze e vicinanze, di consonanze e contraddizioni. Emotivamente. Empaticamente. Simone Weil parla appunto della necessità della contraddizione in ogni percorso di vita di ciascuno di noi. E leggere, leggere, leggere. E scrivere, scrivere, scrivere. Leggere da soli o in compagnia, leggere in piedi ad alta voce per ascoltarsi e farsi ascoltare anche con il corpo, come si diceva in passato, è un’avventura meravigliosa perché non sappiamo cosa succederà nelle nuove pagine. Scrivere significa guardare le parole e riconoscerle come giuste o sbagliate, accorgersi della importanza delle sfumature, scoprirsi dentro e confrontarsi con il “dentro” dei compagni (e “compagno” significa “condividere il pane” (e torniamo al “pane della conoscenza” da mangiare insieme), significa condivisione, scoperta di risorse reciproche, paure, sogni e bisogni, e ancora una volta “essere insieme”. Altrettanto importante è la scoperta dell’importanza delle parole e dei testi attraverso il Teatro, il Cinema, la Televisione. Significa diventare protagonisti di storie nostre e di quelle degli altri, entrare in sintonia, aspettare il giusto tempo della battuta nel rispetto di sé e di ogni altro da sé. Fare Teatro, come fa Francesco Martinelli, significa danzare col cuore tra testi e parole su un palcoscenico immaginario, nella scoperta di un legame sempre più ampio e profondo con la letteratura, che si realizza con le mani, la mente, il cuore di chi abilmente cuce e ricama insieme parole, versi, frasi di testi letterari, che fanno la differenza. I miei maestri sono stati nel lontano passato Don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, il maestro Manzi. In maniera completamente diversa, ma con identici “lasciti” pedagogici, psicologici, letterari, umani, mi hanno insegnato ad essere un’insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi studenti con Tenerezza, Amore, Ironia, e con tanta Poesia disseminata tra le parole di ogni giorno per scoprire insieme il “benessere di “Essere” e di “Esserci”, come Martin Heiddeger ci ha insegnato e come sicuramente e magistralmente sta facendo Gianluca Simonetta nel suo Laboratorio di Comunicazione presso l’Università di Firenze e non solo. Personalmente, spero di esserci riuscita. Ma mi fermo qui perché rischio di scrivere un trattato. Grazie a quanti sul nostro blog mi leggono ancora. Angela/lina