LA POETOLOGA
Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
venerdì 26 giugno 2026
Venerdì 26 giugno 2026: UN TENERO RICORDO DI DON LORENZO MILANI...
Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia fiorentina. I suoi studi umanistici come nipote del grande filologo e studioso Comparetti li compì, però, a Milano, dove i genitori si erano trasferiti con gli altri suoi fratelli, quando era ancora ragazzo. Ben presto avvertì il bisogno di ribellarsi a quella stessa borghesia, di cui faceva parte, per fare spazio ai poveri e agli analfabeti.
Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una Chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri.
Don Milani, pessimo studente, ribelle a ogni coercizione scolastica, ma grande “maestro”, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo, dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell’anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove “si guarivano i sani e si ignoravano i malati”, e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere un grave errore, “facendo giustizia fra disuguali”.
Don Milani, uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona, mite, dolce, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza per i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza contro ogni ottuso e pervicace tolitarismo.
“I CARE”, scritto all’ingresso della sua scuola nella sperduta Barbiana, lì mandato per punizione dai suoi Superiori, contro il “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo, che viveva di stenti e che non aveva imparato neppure a sognare, né tanto meno a progettare un futuro migliore.
Don Milani e la scoperta della “Parola” e della “Identità restituita dalla voce”. Quanto importanti l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale.
Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei e di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi (culture, tradizioni, espressioni artistiche e sentimentali). Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta e si dilatasse verso orizzonti di consapevolezza e socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e di cittadini, ma con riserva di “disubbidire” alle leggi ingiuste e inique.
Don Lorenzo Milani. Faro e approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici. Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico, intellettuale, etico, fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi maccanismi perversi a uncinargli l’anima. Pura e ribelle, la sua anima fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.
Le parole pronunciate da Don Lorenzo Milani prima si morire, che testimoniano il suo immenso amore per i suoi ragazzi, furono: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.
Questo il suo Inno di Libertà e a Dio, a cui aveva preferito gli oppressi e i vinti. Inno svettante nel vento a portarlo, con la Croce del suo stesso Cristo messo in Croce, in alto, sempre più su, inseguito dalle nostre lacrime, esplose in un buio acceso di stelle.
Grazie ancora, Don Lorenzo, perché mi hai insegnato ad essere una insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi alunni e studenti, con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia disseminata tra le parole…
E per oggi va bene così nella quasi certezza di aver riacceso in ciascuno di voi il ricordo imperituro di Don Lorenzo Milani, viva fiaccola a illuminare i nostri occhi in un tempo buio, come quello dei nostri giorni, e ad accendere la Luce della Speranza in un mondo migliore. Grazie. Angela/lina
venerdì 19 giugno 2026
Venerdì 19 giugno 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... (ultima parte)
E, poi, voglio farti dono, figlia mia, della poesia "Autunno romano", un ricordo di venti anni fa, ma ancora oggi valido per augurarti un nuovo compleanno che sa di quasi estate, per il cuore che non dimentica...
"Sfrecciamo nel tempo di Roma
con le labbra di sole e di fiele
nel riverbero di un finestrino
d'autobus che ci esclude al mondo.
Roma è un segno d'intesa e di paura
nei nostri occhi colmi di tramonto.
Al cono d'ombra di ore bruciate
tra denti rostrati di rabbia
affiora d'ombra il tuo nome
(corse affannate per afferrare
nell'angolo di ogni pena
il tuo dolore).
Naviga alla deriva dei tuoi
occhi-oceano
il giorno sconfinato di stanche attese
che sgomentano un cielo stanco
di piogge ignaro d'ogni altro sgomento
tra quotidiani petali di rose in dono.
C'inventiamo un sorriso di ritorni
(ha un vuoto di passi la casa
da colmare)
e progettiamo (per farci compagnia)
una tenerezza di parole
(da dire da ascoltare)
nella solitudine di un Autunno romano
che sa di sale...
Oltre la pioggia in una fuga di cielo
contro i vetri appannati
- rosse le nuvole vinte dalla sera -
ci sorprende la luna che annoda
i tuoi lunghi capelli al nuovo giorno
per farne arcobaleno.
Assente d'improvviso ogni dolore.
Ti ridono gli occhi che sanno
il tuo cuore navigante
(pirata-timoniere)
su mari di smeraldo tra rive intense
di sogni affioranti all'orizzonte.
Domani i tuoi anni giovani
avranno passi di danza in salita
lungo le tracce collinari e impervie
della tua Roma capricciosa
complice di ogni disegno più segreto
(a casa colmeremo vasi di cristallo
con i tuoi bene augurali fiori)
da: "il gelso e le rose" di
angela de leo,
SECOP edizioni, Corato-Bari)
E
così sono giunta alla fine di questo compleanno da Ombretta vissuto ieri e da
me inneggiato perché è l’unica cosa che so più o meno fare, diciamo che amo
fare. Ma c’è ancora qualcosa da aggiungere prima di concludere questa seconda
parte. E riguarda quello che Ombretta è oggi, visto che ho cominciato ieri dal
1970, anno in cui è nata. Ebbene, oggi Ombretta è una bravissima “fumettara” o “fumettista”
che dir si voglia, autrice di apprezzati cartelloni pubblicitari in Roma, ma è
anche, a scuola, organizzatrice con e per i suoi alunni di musical famosi e da
lei adattati o scritti completamente da lei. In realtà, tutti i miei quattro
figli hanno ereditato dagli antenati la dote meravigliosa della creatività in
vari ambiti e soprattutto nella scrittura con musicalità, stili e timbri
diversi che non confliggono ma si completano. Certo, ogni essere umano,
ciascuno a modo suo, è un creativo, altrimenti non potrebbe dare un senso alla
propria vita, ma ciascuno poi si realizza in uno o più ambiti, secondo le
proprie inclinazioni, i talenti ricevuti. Ma è anche, o soprattutto, narrazione
di sé e degli altri, senza magari averne consapevolezza.
Ma,
nella nostra casa, la creatività, come ho detto prima, ha radici lontane. Abbiamo
avuto in primis un nonno affabulatore che ci ha insegnato anche la gioia di
vivere e di essere insieme con umiltà e fiducia in noi stessi e negli altri. La
nostra antica casa era la casa di tutti e di ciascuno. E in tutto questo ci
ritroviamo, quasi per magia, anche tutti noi fratelli e sorelle: ciascuno è un
creativo in ambiti diversi e soprattutto nella scrittura.
Per
i miei figli, infine, occorre ricordare l’incidenza della genialità e della
cultura paterna a trecentosessanta. Primo Leone è stato un creativo per
eccellenza. Ne fanno fede i suoi quadri, i suoi scritti, i suoi format
radiofonici e televisivi, le sue sculture…
Ombretta ha di suo una autoironia che utilizza
con molta sagacia nel raccontare le sue storie vissute e riproposte in maniera
insolita, divertente, ridanciana, multimediale. Una sua filosofia di vita,
tutta da scoprire perché fa bene alla salute: ridere… Dalla sua penna è nato,
infatti, qualche anno fa il Libro L’abbondanza
del cappero (FOS Edizioni, Corato-Bari 2023), presentato al Salone del
Libro di Torino, a Roma, in Sardegna, a Bitonto e a Monopoli, in una serata
fantastica, realizzata grazie a Rosi Brescia, che lo scelse come emblema della
risata e del buonumore a trecentosessanta gradi. Non a caso, l’Autrice, sul
retro-copertina conclude: “… Un sorriso e una risata puoi anche incartarli e
regalarli a chi nella tua vita ha un posto importante… così importante da
fargli dono della parte più bella di te…”. E non è escluso che abbia un seguito,
anzi ci sta già pensando con nuove mirabolanti dis-avventure!
A
me non resta che dirvi grazie, Grata sempre a chi mi legge e ride e soffre con
me. La vostra Angela/lina
giovedì 18 giugno 2026
Giovedì 18 giugno 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... (prima parte
1970: OMBRETTA, sgusciata dal mio sacco amniotico nella frazione di pochi attimi, quasi in ascensore. Ed era una domenica speciale. Era con noi ancora una volta, e forse per l’ultima volta, zio Padre Leonardo, il fratello minore di nonno Mincuccio, il papà di mamma e anche il nostro “papà”, come avevamo imparato a chiamarlo in assenza di nostro padre, prigioniero di guerra in terra straniera. Zio Padre Leonardo, ora Priore nel convento francescano di Perugia, a tre anni dalla morte di suo fratello, volle portare tutti a pranzo fuori, mentre io finii in clinica proprio all’ora di pranzo perché Ombretta nascesse. E quasi sapesse della fretta che suo padre e sua nonna, mia madre, avevano per raggiungere gli altri con occhi sul mare, la mia piccolina ebbe fretta di salutare il mondo e di farmi compagnia con il suo pianto. Primo per tre volte rinnegò sua figlia: “non può essere mia figlia, mia moglie è stata appena portata in sala-parto…”; “Vi dico che non è mia figlia, sì i no mia moglie è arrivata all’ascensore…”; “Vi state sbagliando, di sicuro non è mia figlia…”. Poi, fu chiamato a conoscerla e a riconoscerla. “No, è troppo brutta per essere mia figlia. Preferisco lasciarla a sua madre. Io e mia suocera abbiamo un pranzo che ci aspetta e siamo in ritardo…”. Non so se ci fu il canto del gallo dopo la terza volta. Ricordo soltanto che quel pianto mi tenne compagnia non solo quel giorno, ma per altri due lunghi anni, scoraggiando il mio sonno e il mio letto. Notti in cucina per non turbare il sonno degli altri. ma intanto, da brutta e grinzosa si andava trasformando in una bellissima bambina, orgoglio di suo padre e cartone animato per tutti noi, che negli anni, troppo avrebbe riso e troppo avrebbe pianto. E se Raffaella, la nostra primogenita, era stata subito fiume di parole cristalline, Ombretta fu a lungo risate di ciliegi a primavera inoltrata. Con parole inventate, arrangiate, distorte, sgangherate. Un turbinio di sillabe ingarbugliate e sorprendenti, che ci mettevano allegria (pipitozzolo = capezzolo, carcingenica = carta igienica, il pussino è stecchino = il pulcino è morto…). Ombretta, più tardi, musa incontrastata di suo padre per i lunghi capelli di morbida seta, mentre per me ombra sul cuore… tormento di ospedali… intima preghiera di dare a me ogni dolore che potesse sfiorarla, colpevole io delle sue ossa fragili e della sua malattia autoimmune, la colite ulcerosa, ricorrente a ogni fine estate, a ogni inizio di primavera, acuita da periodi di stress dalle mille cause. Ma sempre con la forza di superare tutto con il coraggio di chi sa di avere risorse interiori, della mente e del cuore per farcela. E ora ha Riccardo, che l’aiuta con tanto amore a ritrovarsi in due tra mille problemi e mille risate. Ed è per questo che io la canto in una “Rapsodia di compleanni”:
"Sei prodigio che si rinnova"
Ti dono un prodigio
che si rinnova per ogni figlia
di madre di altri figli: l'amore
frazionato e intero
Non scalfito né sottratto.
Intatto
AMORE AMORE
Incondizionato
E mi doni una complicità di nuvole,
piogge che vivemmo insieme
nei lontani giorni del dolore
e lacrime trattenute sui vetri
delle nostre fragili attese
per non fare rumore
e paure da non dire per dimenticare.
Ma ricorrenti ore di allegria mi doni
con mani che afferrano sogni
imbrigliati ai papaveri rossi
dei tuoi capelli in festa lungo i prati
di giugno a salutarci col canto
delle spighe di grano contro vento
onde di mare bionde delle mie ciocche
da tuo padre dipinte
per non lasciarci andare alla deriva
di tutte le attese e delle nostre imprese.
E ti sorridono mille e più colori
tra le dita e danze di fate e folletti
ninfe dei boschi e lucciole come stelle
antiche lanterne accese
per i tuoi eterni occhi
bambini.
E la meraviglia del tuo stupore
a riempire forzieri di cose umili
e preziose a farsi specchio
ai miei occhi
offuscati.
E per i tuoi tanti talenti che possiedi
a me preclusi ti fai dono e incanto:
sei musica che dentro ti danza
e canto di allodole a ogni mattino
e mille vite vivi nel
Teatro
dei tuoi recital col tuo cuore ragazzino.
Sei grazia e accesa fantasia
del gesto, la mimica, le parole.
E t'inventi un palcoscenico quotidiano
per ridere ti te con ironia.
Scintilla di follia sei.
Patto di eterna giovinezza
e tenera carezza tra le dita
il tuo meraviglioso Inno alla Vita!
2. "La figlia aquilone"
Sognato hai un sogno che conforta
e sorride al mare che ti fai ogni giorno
per regalarmelo a gara tra voi quattro
- acqua trasparente e azzurra di cielo -
in scalpitanti onde chiare all'orizzonte
perché io ritorni a vivere e a sognare.
Zucchero filato mi avete donato
con le vostre mani moltiplicate
e sempre alle mie
intrecciate.
Ma la figlia aquilone sorride e canta:
aggiunge ogni anno un filo in più
ai suoi sogni per continuare a volare
e mi avvolge al suo dito incantato
per portarmi lassù dove è più facile
scoprire da qualche parte il mare
e contare insieme i suoi sempre verdi
anni di coralli accesi tra capelli di brace.
E magicamente trasforma in realtà
il sogno sognato mistero e poesia
(la sua? la
mia?)
3. "Per il compleanno di Ombretta..."
E sei benedizione di ogni alba
a venirmi incontro
con lo scrosciare assordante
della tua risata che per me inventi
con i tuoi mille e più talenti
e che su carta con amore mi sussurri
per ridarmi tutti i miei pezzi azzurri
persi per strada lungo il mio lungo andare,
per non farmi cadere
- mistero di rose e di spine
incanto e disincanto -
nel sentiero segnato/sognato della vita
con mille voli
di anno in anno con gioia ricucita.
4. "La tua luminescenza"
Attraversato il sogno
di un nuovo anno da vivere
fai anelli di luce che il tuo stupore
di cielo levigato incontrano
quasi intreccio di stelle
a chiedere il nuovo inizio
della storia - la tua la sua -
con l'incanto del cuore
a uncinare l'infinito...
In una sola luminosa gloria
smemorata e vincente
del sogno che ti fai
a scoprire ogni giorno il sorriso
di tutti i confini stracciati
da voi due eterni innamorati
a raccontarsi l'alba e la rosa...
A sfogliare petali di spine
della quotidiana scelta
di vivere insieme nella casa dei gatti,
dei fiori e delle stelle
a un passo dai tetti
dove l'alba passeggia fino a sera,
saluta sfinita il tramonto
e si perde sul mare che ride
al nuovo giorno colmo di pepite
di Speranze
senza mai presentare il conto...
5. "Per il tuo nuovo anno"
E il tempo passa veloce
su ali di vento e fiori di nuvole
di un giugno inoltrato
di ciliegie e melograni,
di fioroni a piene mani.
Passa il tempo tiranno
ogni giorno di più
dal nostro primo veloce incontro
(a mezzogiorno)
e del mio esserti accanto da sola
(tutti volati via per una strana magia)
nell'incontro col tuo cuore
e il mio felice, che ti accolse con amore
nella nostra casa...
Il tempo passa sui giorni già vissuti
e tanti altri (chi lo sa) da vivere
in una cornice di molti anni colmi di noi.
Tra nuove foglie rampicanti
e fiori roventi parole da scrivere leggére
da leggere
nel segno/bisogno di una risata
che ci appartiene e fa gioiosa
la nostra
appartenenza
- grappolo tenero delle nostre voci
ad una voce -
Il tempo passa tra incroci di strade
e paesi vicini e lontani alla Città eterna
a rendere sempre fioriti i sogni
per riconoscerci nelle storie
di ciascuno di noi
che si fa unica storia
nel nostro
ritrovarci
ancora
con la voglia di raccontarci
con le altre voci del cuore
che ci portiamo dentro
di anno in anno, ogni giorno
(pegno di infinito Amore)
A domani la
conclusione. Grazie per la lettura e la pazienza. Angela/lina
giovedì 4 giugno 2026
Giovedì 4 giugno 2026: La tua assenza maggiorenne (4 giugno 2008 - 4 giugno 2026) ...
Tempo dammi il tuo segreto
Che ti fa
più nuovo quanto
Più invecchi!
… e il tuo
presente
Sempre lo
stesso dell’istante
Del mandorlo
in fiore
(Juan
Ramon Jmenez)
Diciotto anni conta la tua assenza.
Diciotto candeline a festeggiare
la maggiore età in un altrove
che nel cuore dimora e da questo
sconfina, in cordate di parole e
silenzi
a ricordarti senza mai la parola fine.
Sei le ore della tua storia raccontata
in prosa e in versi e da te disegnata
e dipinta per lasciare una traccia
incisa,
ignorata e ripresa e mai dimenticata.
La tua vela a solcare tutti i mari
sognati.
Sei sulle pareti delle nostre case
sparse
e negli occhi che ai figli hai lasciato
in dono molto prima del tuo sguardo
ironico e trasognato a dare
significato
alla distanza dal tuo stesso cuore.
Emozioni soffocate e pensieri
trattenuti
tra conflitti in agguato e mai mediati
dall’urgenza di comprendere e capire,
per attraversare la tua voglia di
libertà
senza confini, pronta a distruggere
le diciotto ragioni delle uguaglianze
e differenze del dare e del ricevere
nel tempo che non perdona urlo e
risata,
e mai arreso alla tua genialità
distribuita in uguale misura ai figli
“Per riconoscerci persino nel dissenso”.
La maggiore età della tua assenza
segna la misura della distanza da
tutto
e della presenza della Bellezza
raccolta
nel filo d’erba e nelle stelle
lontane,
nei voli della fantasia e di tutte le
Arti
a te care, che si fanno pensiero di
carta
costante dell’abbraccio perduto
e ritrovato, del dialogo agognato e
muto,
e scoprire le diciotto e più ragioni
per ritrovarci, prima che gli anni
non ci diano più ragione per credere
ancora alle nostre mani unite
in una sola mano
e nel tuo nome ancora essenza lunare
del nostro esserci e amarti come
allora
più di allora e nel raccontarcelo
piano…
(tra aguzzi scogli e tenerezza di
mare)
E, andando a ritroso nel tempo, ecco
le altre poesie che ci appartengono. Per ovvi motivi di spazio e di tempo, ne
scelgo solo alcune per ridarci il tempo del nostro amarci “più di ieri e meno
di domani”. Come facesti incidere su una medaglietta d’oro quale promessa di
imperituro Amore.
“Archi
di cielo”
(a Primo)
Il glicine in fiore
regala archi di cielo
al nostro giardino.
Mi vince
un’ansia nuova.
Colmami di fresie e di giunchiglie.
Cingimi i fianchi con le braccia
di sempre
(voglio ancora ubriacarmi di stelle)
“incendio di vene”
Una verde follia
sfiora l’anima del vento
solleva ore leggere
fino al cielo della luna.
Rimane nel campo
un incendio di vene
(papaveri in fiore)
“dammi una nuova primavera”
Coltelli di rose
uncinano un grappolo
di giorni a primavera
- dammi una nuova luna
per cantare i tuoi occhi -
Dammi la tua mano di more
perché dimentichi il sapore dei rovi
tra le labbra
“la notte dei prodigi”
Sotto uno stormo improvviso
di stelle cadenti
un sogno nuovo più grande del mare
col bianco cappello di giovinezza
ha preso a salutare…
Paglia traforata e leggera
e nastri di violacciocche e gelsomini
colorati di vento
ignorano i grevi solchi degli anni
Ancorati a una terra d’ombre e di
palude.
Un trasmigrare luminoso di notturne
farfalle
ha incatenato occhi di disincanto
in un rinnovato ardore d’attesa
e di garofani e gelsomini si è colmato
questo silenzio di stelle.
Di musica e danza fioriscono i miei
piedi
tra viali d’alberi e di ginestre a
perdifiato.
E fiori di rosso sangue
segnano la traccia di un andare a
ritroso
lungo strade di giovinezza lontana
quando era il profumo del sogno
a colmare di petali le stanze del
cielo
a segnare una rotta di stelle
che ogni notte inventavo
senza attendere altre primavere.
Per scoprirmi ballerina di parole
nella clessidra degli anemoni del
passato.
Sono ormai campanule capovolte
in un presagio di futuro scontato
tradito persino da uno stormo di uccelli
(il nome s’è perso tra muri d’indifferenza).
Ma un presagio di carta gemmata
segna un nuovo accadimento
che vince ancora il tempo
e fa chiaro il buio desolato delle
notti
il buio di ogni doloroso distacco
(il tempo ci costringe alla resa)
Noi siamo come due monti…
da vivi non c’incontreremo più.
Basta che a primavera
tu mi mandi un saluto con le stelle
-
Anna
Achmatova scrisse
più
o meno sognando… -
(stelle senza bianche bandiere
per non
sentirci sconfitti in due)
“Vecchiaia”
Non hai più lacrime
per le tue lacrime
Ti commuovono solo
tutte le lacrime del mondo
mentre attendi la sera
che albe più non conta
E anche la mia sera giunge mentre sorrido alle
tue parole che si attardano sul cuscino a farmi compagnia: Se un giorno ti diranno/ d’amarti tanto/ pensami e saprai/ che t’amo
più di tanto./ Se un giorno ti diranno/ d’amarti un mondo,/ pensami e saprai/
che t’amo più di un mondo./ Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/
pensami e saprai/ che t’amo tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più
E, intanto, piango e raccolgo lacrime sul
cuscino per dirti ancora GRAZIE!
E grazie anche e sempre a voi, che conoscete
di me lacrime, sogni, risate… a presto. Angela/lina
venerdì 29 maggio 2026
Venerdì 29 maggio 2026: Tempus fugit: le quattro stagioni + una (c'è sempre una quinta stagione) ...
… il cielo
infinito,
ciò nondimeno
del
tutto presente
nella
fugace pozzanghera
(Yves Bonnefoy)
Ieri ho contato le mie 84 primavere e mi sembra giusto fare una
rapida sintesi di quanto pubblicato in passato perché io per prima e i miei cari
di casa sparsi in zona di Bari e Roma possano ricordare, tra passato e presente
e uno sguardo al futuro, che non sarà mai mio, ma che vivrò nei loro occhi e
con il loro cuore…
<Stamattina mi sono alzata con le
canzoni che mamma cantava nei giorni della mia infanzia e adolescenza a cui ho
aggiunto, canticchiandole, quelle della mia prima giovinezza e, via via, mi
sono avvicinata ai nostri giorni. Lo so non c’è tanto da cantare e da stare
allegri con i tempi che corrono, ma sarà che siamo in piena estate, sarà che
c’è un richiamo di mare sospeso tra terra e cielo, sarà che io d’estate sto
meglio e rinasco, ma va così. Seduta alla mia scrivania, io CANTO e provo
piacere a farlo, nonostante l’avanzare inesorabile degli anni. E,
improvvisamente, mi colmo di ricordi e nostalgie, pensando al tempo che fugge
più veloce del vento e alle stagioni della vita che, per me, sono state sempre
cinque e mai quattro, per darmi una possibilità di canto in più, per beffare
anche la morte che avanza con piede lesto, che a me sembra di danza come le ore
di Amilcare Ponchielli nella sua “Gioconda”. E, chissà perché, mi mettono
allegria persino questo nome e cognome, insoliti, saltellanti, divertenti. È
bello alzarsi di buonumore. Mette allegria e la voglia di scrivere poesie,
magari ricopiandole da vecchie mie sillogi che nessuno legge più. E parto dalla
mia nascita per ricordare la stagione dell’infanzia, dei suoi terrori e dei
suoi prodigi: … Mi spaurano rabbia e
indifferenza/ la volontà di uccidere ad ogni alba/ - bagliori di coltelli
affilati nel buio/ di livide notti insonni ed assassine -/ Mi trafigge il vuoto
d’inutili parole/ aggrappate a silenzi che non so capire/ dove mai s’incontrano
navi da crociera/ solo rapaci galeoni di feroci pirati/ al canto di certezze
addormentate// Io nacqui alle otto di una sera/ che sfogliava petali di rose/ per
farne farfalle profumate/ in un campo di ciliegi e melograni/ - tra papaveri da
scoppiare tra le dita/ scrivevo i miei ti amo ad un amore/ volto di sole e un
buco dentro il cuore -/ Io nacqui con negli occhi gli aquiloni/ a conquistare
un cielo di turchesi/ barchette di carta al gioco dei bambini/ in un altrove
che mi strania e mi cattura/ Ma ho versato lacrime di sale/ per ogni veliero
sparito in fondo al mare/ Però nacqui e non m’importa dove come/ se non so
vivere come gli altri sanno/ se non dormo sull’altrui dolore/ se dentro mi vola
un gabbiano/ sotterraneo sogno di giorni delusi/ tra ragnatele di anni sempre
uguali/ e scuse banali per non sapere amare/ Io nacqui sotto feroci bombe nel
cielo/ ma contai sempre i passi delle stelle/ ad ogni rombo che mi franava il
cuore/ Però nacqui e più non m’importa/ se una ferita lunga è questo amore/ da ricucire
con cento fili di seta/ su corazze di ferro arrugginito/ (... e fingersi un
sogno in differita/ per non rimpiangere/ di non essere mai nata...)
2. A
chi appartengo?/ Da quale pianeta di foglie bambine/ stupite d’alberi e di
millenaria sete/ da quale mistero di navi senza pennoni/ di treni senza rotaie
di vele senza vento/ da quale deserto privo di sabbia e sole/ di pozza d’acqua
d’oasi di sale/ o canto di mare brivido d’onde/ dune di parole/ Da quale
nebulosa sperduta e lontana/ diafana negl’infiniti Universi precipitai/ senza
alcuna stella a cui uncinare le ali?// Eppure mi seppi figlia di mia madre/ e
foglia tenera di un albero forte/ con braccia generose quanto inermi/ suo padre / Lui prodigio di lucciole nella notte/ a
illuminare ogni sentiero nascosto/ nel cupo bosco dove fiorì l’inganno/ per chi
sperduto in intricati sentieri/ desiderava solo una storia incantata/ ancora da
sognare per “ridere la vita”/ Io occhi immensi ad ascoltare…/ Panieri di fiabe
da mangiare…
3. mani di
rose volto senza spine/ e una risata allegra e ciarliera/ a raccontarmi ti amo
e poi ti amo/con labbra di fumo e fuoco di parole/ sui miei quattordicianni
appena./ 1956 / Anno di fiaba bianca/ colorata di sogno
e ballerina/ tenerezza di canzoni perdute/ e una luna di lana/ per pensieri da
riscaldare/ con mani di gelo/ e un gioco da inventare/ per fingersi un amore/ svanito
coi primi raggi di sole…// (io che guardo il cielo anche di notte/ e immense
galassie di cieli mordo/ e rido di quell’amore ragazzino/ che ingordo colmò il tempo di noi… /io che conto le stelle e penso e scrivo/ e
chiacchiero con loro/ e con i ricordi uncinati al cuore)
4.
Dispero in tempo di buio terrore/ che
una rosa/ di rosse carezze/ accenda i miei occhi/ di spine e favola dimenticata/
Bagnati di pioggia improvvisa/ i miei occhi persero il sogno…/ Rimpiangono
cieli di giovinezza/ di debuttanti al primo ballo/ Gli anni scivolano su steli
riarsi/ Scivolano / E non c’è più un oceano di baci/ in cui
affondare/ Ma poi d’improvviso/ si frantuma in zolle/ di quasi primavera/ un
capriccio di marzo/ E su rami desolati/ ha fatto nido un germoglio/ di mandorlo
esiliato/ dimentico del sogno rosa/ che riesplode nei campi/ al primo richiamo
di rondini/ Rosa di candido pudore/ i miei ritrovati tredici anni/ Festa di
seni/ non ancora di donna allora/ che i tuoi occhi annegavano nei miei/ nella
casa dei gatti di parole di foglie…
5. Pensieri d’estate al pallore/ di una rosa
verginale nell’alba/ che muore / Silenzio d’inizio e fine/ il frastuono spento sul ricordo / di “un volto
di sole stemperato/ in nenie di mare” / Gambero alla deriva il ricordo/
nostalgia d’altri giorni d’altre intese/ Nostalgia d’altre strade/ con glicini
ai cancelli/ e un canto di quasi giovinezza/ ubriaca di vino al sapore di noi/
tra labbra accese e mani di carezze/ mai più date mai più ricevute/ Tra labbra
serrate il segreto/ di un rimpianto da non dire/ per non farsi più male/ e
ritornare a sognare…
6.
Se guardi il mare e incontri i
miei occhi/ persi tra onde di piena giovinezza/ ascolta un canto stordito di fiori
e di risacca/ con suono di voce mai perduta./ Segui il gabbiano solitario che
mi vola in seno/ e il suo grido di gioia pieno/ che accompagnò sempre il mio
volo/ con piume azzurre di ali perse di cielo/ smarrito e perso e ritrovato.// Quando
senti il vento/ ascolta il mio incancellato sogno/ che libera l'anima in fili
dorati/ di libertà sul volo distratto/ dove spavaldo ridi della mia allegria/ sei
il clown dei miei giorni di onde/ assaporate attraversate vissute/ alla riva di
tutti gli oceani sognati e con te inventati.// Se guardi il mare/ scoprimi
seduta sulla riva a seguire velieri/ come pensieri di vento al largo
trasportati/ ascolta la mia voce che sussurra il tuo nome/ e rimane muta senza
fiato e un avanzare/ di lucciole sulla sabbia sfiora la sera.// Giungerà la
notte in un chiarore di faro/ ai moli intirizziti e colmi di soli/ e la riva
avrà profumo d'alga e rumore/ di vecchie canzoni da cantare piano/ la mano
nella mano// (se guardi il mare… ricorda/
il mio cuore di bianca spuma/ la mia gioia di vivere/ grande più del mare)
7.
M’assedia di ricordi quest’ora/ notturna/
da rivivere già vissuta/ alla danza dei calendari/ Giorno d’autunno/ e rami
colmi dell’ultimo sole/ in coriandoli di foglie ballerine/ Stancano di
malinconia/ occhi insonni/ che temono il tempo/ più che la memoria/ gonfia del
passato/ quando era festa di giovinezza/ il mio passo leggero/ Non un appiglio
per tornare/ a quella nostra primavera/ di ciliegi e biancospino/ quando ardeva
di baci il cielo/ oltre la soglia del silenzio/ che anticipava l’abbraccio del
cuore/ E tu cingevi di spine i miei lunghi/ capelli sciolti per le carezze delle tue mani/ E ridevi un ti amo di
passaggio/ tra ciglia di saluto corsaro/ Oggi sono qui in un tramonto d’anni/ che
cede ai cupi rami della sera/ E risuona il tuo nome/ in abissi di foglie senza
ritorno …//… annidata nella tua anima/ rido e poi piango e rido di te di me
contro di noi/ E ti so al buio cedermi i polsi/che di giorno leghi al
frastuono/ di cercata indifferenza/ per negarti alla tenerezza/ che forse non
t’appartiene/ (non più il tempo dell’amore?)/ E ignori che sono là/ piccola
invisibile antica/ tuo quotidiano stupore … (ti dissi ti amo tra labbra mute/ innamorate/
e tu eri già oltre la soglia del tuo cuore)/ Anticipasti un addio senza parole/
e mi gettasti in rovi di biancospino/ (piansi una tristezza che non sai/ quando
di perderti un presagio mi vinse/ e ti chiamo ancora)/Morirono ciliegi e
biancospini/ Sono ancora vive le ombre della sera/ in un tramonto che non vuol
morire
8.
Con passo di bianco silenzio/ sul
cristallo dei lucernari/ allo stupore di occhi bambini/ dietro vetri di ricordi/
è tornata la neve./ Nel giardino di bianca spuma/ a conca i palmi di mio nonno/a
riempirne bicchieri./ Mia nonna rideva a una fiaba soffice/come di panna
montata e nuvola…/ Zuccherino vincotto versava a volo/ su lieve candore gemmato
di cielo/ in calici chiari tra mani di gelo./ Ritorna un tepore di sogno
lontano/ e morbidezza di lana lo scialle/ di mia nonna sulle spalle/ tra camini
fiammanti d’amore/e un luccicore di bracieri accesi/ e carboni ardenti/ e i
nostri occhi sognanti./ (Stretti noi ad un inverno/ caldo di favole allegro di
scintille/ da contare ad una ad una/ incantati/incatenati/ alla sua voce di luna…
9.
Mi piace questa atmosfera d’attesa/
che sa di neve e di camini accesi/ dove scintillano arrivi come doni/ a colmare
giorni di lontananze/ non di assenza/ o distonie ignorate/ E tu non sai perché
accade/ il canto che più non t’appartiene/ oltre l’abbandono che ti trafigge/ il
respiro di madre/ senza più braccia da cullare/ Ma sai che ora tornano/ rondini
anomale al nido d’inverno/ che si scalda di parole/ e fremita d’abbracci/ in un
volare di piume/come sogni addormentati/ all’alba di un risveglio/ E come
uccelli di passo/ verranno per andare via/ Quasi stazione di posta/ il tuo
insaziato cuore/ non approdo di lunghe stagioni/ cui hai rinunciato dal tempo/
del primo volo verso cieli lontani/ Pure ritornano/ Dai loro passi brevi nel
giardino/ sai che è Natale// Tu ci sei come allora/ a spiare sguardi d’ansia/ che
celi d’ironia dietro il cancello/ di attese e sorprese// (mi piace quest’atmosfera
d’incontro/ che sa di rinnovato candore/ Infanzie esplodono/ nell’epifania di
un solo giorno/ che nei miei occhi si colma d’Amore)
10. Stanotte tra braccia di tenerezza ho stretto/ l’amore ad una voce dei
figli di mia figlia/ tirannia di baci cui felice mi arrendo/ inganno di tempo
che rimane/ D’azzurro ho vestito/ il nuovo anno/ per un volo nuovo/ a
restituirmi il tempo/ che spezza catene e ritrova/ nuvole leggere come veli
d’oro / per il desiderio di restituirmi agli anni/ raccontarmi e raccontare
quanti nel tempo/ ho perduto presenti ai miei giorni più di allora// (nella
clessidra dei nuovi giorni/ faccio anelli di me soltanto/ per legarli al mio
sorriso/ nel futuro che verrà/ e avrà per loro ancora il mio canto)
11.
Si va./ Insieme o da soli/ si va
con passo lento o leggero/ Si va lungo strade a segnare nuovi domani/ in
un’ansia di mistero mai svelato/ neppure con le stelle e fremiti di paura/ i
numeri della cabala vincenti/ Si va ad una stessa meta evitando/ la pietra il
dirupo il canto della Parca/ il fiore appena nato il pianto del salice/ la
notte scura/ Si va lontano ogni giorno di più/ dal giorno incontrato quando era
appena l’alba/ e s’ignorava il tramonto/ Si va lontano dalla casa la culla la
madre perduta/ e uno scroscio di pianto a trattenerla e ciglia chiuse/ a non
vederla andar via/ Si va e non si hanno più appigli per rimanere/ nessuno a trattenerti
perché a nessuno più si appartiene/ Si va e si è soli anche quando si è in
tanti e si lasciano orme/ alla deriva di tutti gli oceani mai attraversati/ non
un garrire di stormi sul franare della sera/ passeri infreddoliti e sperduti e
un timore d’alberi/ da contare per ritrovarne l’ombra e una voce/ Si va perché
si deve andare e non serve indugio/ l’attesa di un cenno a trattenere catene
senz’addii/ e senza resurrezioni per il terzo giorno dimenticato/ Si va senza
voltarsi indietro perché ci attende chi/ ci ha preceduto lasciando un’ombra
lunga alle spalle/ cancellato ogni ieri per non donarsi un perdono/ per non
dirsi una nostalgia/ di carezze ignorate e perdute/ fino all’altra riva prima
che il buio ci assalga/ E si va… / ancora si va/ Insieme o da soli/ si va con
passo stanco e annebbiato/ e la solitudine ci assale con balzo felpato/ uno
stridore di treni in partenza alla stazione/ che sfiora l’ipotesi e la meta/ il
senso devastato del saluto in un silenzio di neve/ Si va senza lasciarci occhi
di ritorno/ una speranza d’incontro d’altro tempo/una voce d’allegria per non
lasciarsi male/ e un pizzico di ironia da cancellare/ Si va col rimpianto del
tempo finito/ di un minuto appena per darsi un sorriso/ per dirsi di un cielo
scompaginato di buio/ Ma c’è come un respiro che ci fa vivi e ci consola/ anche
se si disperde nell’aria invisibile della sera/ filo d’aquilone dei nostri
giorni disperati/ a tirarci su a darci un altro scampolo di sollievo/ Si va e
si è soli anche quando si è in tanti/ e si lasciano orme sull’erba e sulla
sabbia/ sulla riva del pianto e del dolore/ e appendiamo parole ai rami secchi
per vederli fiorire/ Si va perché si deve andare e non serve fermarsi/ e darci
altro tempo…/ E si va… incontro alle ombre e poi viene la notte/ con passo
stentato a ghermirci il sogno…/ Pure si va… e ci vince l’ansia di scoprire se
c’è un altro cielo/ per ricominciare al riparo delle ore che ci vinsero/ e
riaprire il paniere di stelle da ricontare per… rinascere dèi.// E si va…/ (per
ricominciare?)
12. Ed ecco la quinta stagione a salvarmi ancora.
Finché il buon Dio vorrà. È a Lui che affido i miei versi e alla sua dolcissima
Madre, che ancora mi protegge con la Sua tenera mano. Non sono 12 le stelle che
rifulgono sul Suo manto di Cielo?
C’è
ancora un orizzonte/ e uno ancora da esplorare,/ graffio di follia/ che non fa
più male./ Al gioco improvviso di parole/ faccio capriole/ che azzerano il
passato/ all’alba di luci suoni e canti./ Pazzo il mio verde cappello/ che
d’ombra protegge il volto/ affaticato d’anni e tormenti./ Schermo ristoro
incanto offre/ agli occhi trasognati e assenti/ in un altrove di me che mi
perde,/ e cattura quell’altra me che sono/ e sogna ancora e ama e vola e canta,/
dimentica di pianto e di rimpianti./ Solo un’ombra di luce mi sfiora,/
aureolata luce di mai spenta/ POESIA / giovani
scalpitanti increduli d’amore / si fermano a guardare /
(a quanti sarà dato un sogno lungo
/ uno soltanto almeno/ più della parola fine?)/ E il mio cappello
sorride sulla mia L U N G A R I S A T A.
(le
poesie sono quasi tutte scampoli o rifacimenti di versi pubblicati nella
corposa silloge “L’ora dell’ombra e della riva” (SECOP Edizioni, 2015), la cui
copertina è meravigliosa opera della mia amica, raffinata pittrice, Marisa
Carabellese, che vivamente ringrazio ancora).
29 maggio 2026: il mio grato grazie a
quanti mi hanno resa felice con i loro tantissimi auguri!
“Si dice che nel cielo di Indra esiste
una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte
le altre riflesse in essa. Nello stesso modo ogni oggetto nel mondo non è
semplicemente sé stesso, ma contiene ogni altro oggetto. E, in effetti, è ogni
altra cosa” (Francesco Bellino)
Mi piace pensare che, a maggior
ragione, anche gli esseri umani abbiano lo stesso riflesso di luce che li
accomuna e li distingue, illuminandoli in una sottile identità e in uno scambio
di meravigliosa reciprocità. E che anche il popolo di FB costituisca la stessa
rete. È bello crederlo. Io ho provato questa emozione ieri, giorno del mio
compleanno, colmo della calda luce dei tanti auguri a sommergermi. Grata sempre,
vi abbraccio uno per uno… Angela/lina