Ritengo di fare un dono gradito alla mia ultima nata, DANIELA, pubblicando qualche pagina di un lavoro che stiamo scrivendo insieme: “Può un’unghia dare la misura dell’amore? Canto e controcanto tra madre e figlia”
È nella separazione
che si
sente e si capisce
la
forza con cui si ama
(F. M. Dostoevskij)
PREFAZIONE
(a due voci)
Angela: <Le mie notti insonni lasciano spazio a pensieri, idee, percezioni, riflessioni, spesso anche assurde o visionarie, ma alcune volte con un fondo di realtà, una nuova insolita significanza. Come la storia dell’unghia, che mi ha intrigato per una notte intera e mi ha imposto un racconto che potrebbe essere vero. Ebbene, si può misurare da un’unghia la distanza di un amore? Dal rovello notturno direi di no. Un’unghia indica ben poca cosa, una inezia, un nulla. Cosa di pochissimo conto. Ma poi, a pensarci bene, un’unghia è sempre un qualcosa. Noi donne, per esempio, ci teniamo tantissimo alle unghie, le coloriamo, le allunghiamo, ci affidiamo a mani esperte perché lo smalto abbia un effetto duraturo. Diciamo addirittura “permanente”, ignorando che permanente significa “per sempre”. Come il diamante. “Un diamante è per sempre”, recita una nota pubblicità di gioielli. Tu che ne dici, Daniela?>
Daniela:
“Già, allora può un’unghia dare la misura
dell’amore?”, mi chiedi e ti chiedo. Io credo che la misura di tutte le cose,
dunque anche dell’amore, sia data dalla somma di tutte le piccole cose, come
canta Niccolò Fabi. Dettagli. Il poco conto (in apparenza) che racchiude in sé
un piccolo mondo, una fotografia in grandangolo, un puzzle completato. E
un’unghia è la porzione di infinito di ogni essere umano. Unghie rosicchiate,
unghie lunghe a punta laccate, unghie squadrate, unghie rovinate, annerite,
opache, mostrate con arroganza oppure goffamente nascoste, incarnite, persino
finte, ricostruite, indebolite, da tagliare come rami secchi o, più dolcemente,
da limare, smussare, per renderle belle e forse anche inoffensive. Unghie
colorate, decorate, ostentate. Ma anche unghie come artigli per attacco o
difesa. Unghie come appigli (aggrapparsi con le unghie e con i denti, per non
arrendersi). Unghie fragili, come il cuore”.
Angela: <Piccola, noto che mi batti quanto a riflessioni filosofiche e a espressioni poetiche. C’è sintonia tra noi, nonostante sia troppo vecchia io, troppo giovane tu… Certo, l’unghia porta con sé l’idea molto forte e concreta di “unghiata” profonda, come un artiglio di belva feroce che penetra nella pelle e sconfigge la gola, crocifigge lo stomaco, trafigge il cuore. Ma ci sono giustamente anche le unghie come appigli per non arrendersi. E allora decido di arrendermi io alle ragioni del cuore e a convalidarne l’importanza con un bel sì. L’unghia può essere una valida unità di misura anche per misurare la “distanza di un amore” e “l’importanza di un amore”. Ma sarà davvero così?>.
Daniela:
“Beh, può essere semplicemente un
biglietto da visita: quanti colloqui di lavoro si basano, a volte, su quel
piccolo dettaglio che racconta all’interlocutore i nostri stati d’animo? Il
candidato è troppo nervoso, insicuro e sciatto oppure è sicuro di sé, curato e
affidabile! Le unghie raccontano l’immagine che abbiamo di noi e quella che
vorremmo dare agli altri (e che quasi mai, poi, coincidono tra loro). Parlano
delle nostre fatiche quotidiane, delle nostre abitudini e del valore che diamo
al nostro tempo. E allora l’amore io lo misuro partendo prima da noi stessi, da
quello che riusciamo a darci e a concederci prima di riuscire a donare e
(r)accogliere veramente l’altro e dall’altro. Sempre più spesso si sente oggi
l’urgenza di amare prima sé stessi come ‘conditio sine qua non’,
imprescindibile alla condizione umana che altrimenti non sarebbe all’altezza di
un sentimento condiviso: se non sai prenderti cura di te stessa come puoi
prendertene degli altri? È il mantra social(e) che troppo spesso, ahimè, viene
travisato ed esasperato, fino ad essere trasformato in uno slogan
sull’individualismo ad oltranza, oltre l’umano, dilatandone talmente tanto i confini
da sconfinare nella disumanità”.
Angela: <Giusto, ma stiamo perdendo il filo del nostro discorso con le tue elucubrazioni su fili di pensiero psicologico-filosofico-socio-culturale, che si intrecciano portandoci lontano, a una distanza dove niente più è misurabile col palmo delle nostre mani o i “cento passi” che possiamo attraversare per andare incontro ad un amore. Io, per esempio, non ricordo più la forma delle sue unghie, un tempo presenti quotidianamente al mio sguardo perché mi piaceva guardare le sue mani d’artista mentre disegnava, dipingeva, costruiva mobili, s’affaccendava sul monitor dei suoi computer, sparsi nel suo studio con funzioni diverse, ma anche in tutta la casa sotto il suo diretto e incontrastato monopolio. E tu lo sai molto bene. Le sue mani mi riportavano alle sue unghie, che amavo. Mi raccontavano di lui più delle parole e dei silenzi. Ora che molte stagioni hanno attraversato il nostro cielo non le ricordo più e mi danno la dimensione reale della distanza temporale, fisica e psicologica, della sua assenza. E ora mi chiedo: ma come ho fatto a dimenticare le sue unghie? E me lo chiedo sbalordita e piena di perché per trovare un appiglio, una motivazione, una giustificazione, persino una significazione. Come si fa a dimenticare un’unghia? L’unghia sì, l’unghiata no. E non riesco a prendere in considerazione neppure il “graffio”, che pure l’unghia può procurare. Il graffio è più leggero, più a fior di pelle. Ricama in superficie una delusione, un’attesa disattesa, un desiderio rimandato, una promessa non mantenuta. Non è mai la testimonianza di una ferita, per cui non si rilevano neppure le cicatrici, come avviene per l’unghiata che ferisce e si cicatrizza ma rimane anche nelle “aderenze” sotterranee che bisogna, con pazienza e perseveranza, levigare perché non dilatino dentro la sofferenza, non prolunghino all’infinito il dolore. Ciò che è più doloroso e devastante cancella il dolore più piccolo o quantomeno ne attutisce il colpo, la sofferenza. E non servono neppure i perché per motivare, giustificare, capire. C’è una sorta di scotomizzazione. Ecco perché non ricordo più le sue unghie. Si sono sciolte nella percezione dolente e massacrante dell’unghiata, facendosi misura continua della riattualizzazione della ferita oltre la misura dello stesso distacco temporale e l’assenza di una presenza. Di una speranza forse, oltre l’attesa che non ha più motivo di costruire appigli, terrapieni mentali, nicchie per il cuore che ha bisogno di un rifugio per rifuggire da ciò che non può più essere. La speranza va “oltre”. Si dilata oltre la siepe di leopardiana memoria per “fingersi” un orizzonte più ampio dove spaziare con lo sguardo, superando col pensiero creativo gli steccati delle abitudini e della quotidianità. Che non ci permettono di accettare il cambiamento dentro e fuori di noi. L’evoluzione di una storia. La nostra storia, che racchiude in sé infinite storie. Ma occorre saperle sentire e raccontare. Per ascoltarle e farle ascoltare. Scusa la mia verbosità. Quando attacco a parlare non la smetto più. E ti affliggo con i miei ricordi. Ma almeno in parte sei d’accordo?>.
Daniela:
“L’unghia che diventa graffio, persino
unghiata. Come un animale che estrae prontamente gli artigli quando si sente
minacciato. Non pensi che per lui costituivi una minaccia più che una
comprensione e protezione? Con le tue
unghie sempre più lunghe allora, edulcorate dai colori brillanti, ma pur sempre
affilate, a mettere distanze incolmabili tra te e lui, tra te e il mondo
esterno. Se esiste l’amore, oggi, non ne sono più certa. Esiste l’essere umano
come goccia di olio in un oceano. E io, le mie unghie, le porto sempre corte.
Colorate come l’umore, a volte rosso brillante a volte nero opaco. Glitter
quando mi sento frizzante. Ma accorcio puntualmente le distanze perché tutto
sia tangibile, concreto, carezzevole. Perché ho ancora un incolmabile bisogno
di toccarlo, il mondo…”.
Angela: <Certo. Certo. Anche tu stai raccontando delle storie. La mia e la tua storia attraverso le nostre unghie. E dire che pensavamo che fossero ben poca cosa! Un’unghia può raccontare mille storie e molte di più. Può farsi dimenticanza e ricordo. Può farsi distanza e nostalgia. Misura di un amore e del dolore che, scientemente o incoscientemente, ha procurato. La sua ampiezza, lunghezza, profondità. Perché nessun amore è privo di sofferenza. Anche il più felice. Per via delle inevitabili differenze di personalità, sensibilità, cultura familiare e sociale di provenienza, esperienze pregresse di accettazione o rifiuto, di superamento o ristagno in una condizione di frustrazione e di incomprensione. Di perdita dell’autostima. Di volontà di acconciare nuove ali per riprendere il volo, come naturalmente ci è dato di desiderare e di tentare di realizzare… del coraggio e della determinazione ad osare. Con le nostre unghie stiamo parlando già di amore/non amore. Di crederci e non crederci. E di andare oltre o di tornare indietro. E ora attendo i tuoi pensieri se non vuoi parlare di ricordi, di unghie e di unghiate, di chiacchiere e di incontri che chiacchiere non sono! Di viaggi che ci attendono… Ora mi fermo e accendo il cuore per ascoltarti… Ritengo che ci possa aiutare la narrazione! Dipende da noi focalizzare l’unghiata o il graffio>.
Spero che i lettori abbiano gradito queste pagine che servono, a mio parere, a riflettere molto sulla importanza anche delle minime cose nella nostra vita. È un piccolo assaggio del libro che io e Daniela stiamo scrivendo. E domani, grazie al mio prezioso amico Mauro Massari, giovanissimo ma già appassionato giornalista, scrittore, musicista e compositore a livello internazionale, sulla Rivista <L’Edicola del Sud>, nella pagina culturale, ci sarà il primo racconto di Daniela. Leggetelo. Ne vale la pena. Poi, se vi va, pubblico sul nostro blog, a puntate, anche il secondo racconto… A risentirci. Grazie. Angela/lina
