mercoledì 22 aprile 2026

Lunedì 20 aprile 2026: Lettera a VALERIA ROSSINI sul nostro INCONTRO nella LIBRERIA S. PAOLO di via Nicolai...

Carissima Valeria, il nostro incontro di venerdì 17 sera, presso l'elegante Libreria San Paolo di via Nicolai, è stato meraviglioso e commovente perché a lungo atteso e per l'emozione che brillava nei nostri occhi, e in quelli del carissimo Prof. Pinuccio Elia, tuo mentore per tanti anni, dai tempi della tesi di Laurea e per tutto il dottorato di ricerca fino ai nostri giorni, passandoti, un po' di giorni fa, il testimone come Professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale. Il che significa una sorta di "continuità" di un lavoro già svolto e ben riuscito...
La serata è stata, a mio parere, intensa, coinvolgente e profondamente condivisa dal numeroso pubblico, che ha scelto coraggiosamente di essere presente nonostante il difficile tema della morte e del morire. Molto chiara, attenta, appassionata, vibrante la tua Introduzione. Molto interessante, puntuale, coinvolgente l'analisi del tuo Saggio da parte del Prof. Elia. Dal canto mio, ho fatto perlopiù citazioni letterarie, non lontane però dalla Pedagogia, sul vivere e morire: i due punti estremi del nostro nascere al mondo e dal mondo sparire. Ho ritenuto opportuno fare alcune puntualizzazioni sui versi scelti con cura perché ogni parola avesse anche una importanza estetica in un discorso pedagogico, evidenziando altre sfaccettature e inquadrature della nostra frammentata realtà personale, etica e sociale. Noi siamo noi e diversi da noi di giorno in giorno, di attimo in attimo. Come ci insegna Walt Whitman quando afferma che siamo abitati da "moltitudini". Ho saltando tutto quello che avevo programmato di dire, partendo dal sonetto di Shakespeare che suona così:"... Finché uomini respireranno/ e occhi vedranno/ 
queste parole vivranno/e a te daranno vita"(NOMADLAND: Sonetto 18), che a mio parere rappresenta l'importanza assoluta della scrittura poetica da sempre e per sempre, per fare spazio ad alcuni versi di Mina Matichecchia, provata da un dolore devastante solo pochi anni fa, e che è venuta con il marito per fare testimonianza del potere salvifico appunto della parola poetica. E mi sembra giusto riportare la poesia che Mina scrisse subito dopo la morte di sua figlia giovanissima, intitolata "Assenza di te" e poi alcuni versi di una poesia, scritta qualche giorno fa, intitolata "Se" per notare la sostanziale differenza tra il prima e il dopo. ed ecco "Assenza di te": Senza te,/ sono mare in burrasca./ Giro, mi rigiro/ come s'agita l'onda./ Fra gli scogli, dalla risacca/ percossi, tuona la mia angoscia/ e fluisce come  la corrente./ Un vento dal canto roco/ soffia tremulo/ e acuisce lo sgomento./ L'animo tuo vivace/ dava colore ai giorni,/ che ora appaiono scialbi./ Nel petto s'infigge il dolore/ mentre accarezzo il ricordo./ La mente vola in una bolla/ che sale, sale lassù/ a volerti raggiungere,/ prima di dissolversi./ Il mio spirito scende,/ indossa pochi stracci./ Corre a riva,/ per affogare la pena/ nella spuma impazzita./ Ad ogni levata del sole/ rivedo il tuo bel volto,/ risento il tuo bel canto/ e il mio respiro.../ invano cerca il tuo.
Ogni commento è superfluo. Ed ecco "Se": Se io potessi/ muterei il rumore/ dei tonfi nel mare/ con note musicali./ (...)./ Se fossi conchiglia,/ presterei l'orecchio/ al respiro faticoso/ dell'umida terra/ di sangue
macchiata./ Metterei fine/ al grido assordante/ del dolore fra i popoli,/ (...)./ Cederei le lacrime/ all'onda che batte/ e canterei la Vita.
Si tratta della sua ri-nascita, grazie alla scrittura, soprattutto poetica, che sempre è àncora di salvezza.
Non a caso, il Saggio "Morire" di Valeria Rossini mi ha portata immediatamente a pensare alle "rovine" del grande pittore tedesco Anselm Kiefer, il quale scrive: "Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio". Questa affermazione mi piace molto. Comunica un principio di eternità nella morte. Il perpetuo rigenerarsi della vita dopo ogni distruzione. soprattutto oggi, dati i tempi cupi che stiamo vivendo ad ogni latitudine e longitudine del nostro pianeta. Infonde un certo ottimismo, che si traduce in Speranza. E la Speranza è una virtù bambina: un cammino vibrante e convincente verso il futuro, coinvolgendo le nuove generazioni. Le macerie, del resto, sono declinate al plurale, come le rovine che, al singolare, hanno un altro senso, un significato negativo che rifiuto. sarebbe la morte dell'anima.
Poi, ecco alcune frasi poetiche del mio grande amico Giovanni Gastel dell'alta nobiltà milanese, nonché nipote dell'immenso regista Luchino Visconti. Giovanni è stato grandissimo fotografo a livello mondiale e grande poeta, che  ci ha lasciato cinque anni fa a causa del Covid 19, ma è ancora vivo nel mio cuore e nel cuore dei tantissimi suoi ammiratori. Il timore della morte lo ha accompagnato sempre più negli anni, fino al punto di fargli scrivere: "... morire è il rumore del tempo/ nell'anima che vola via,/ dei ricordi/ i più semplici e profondi (...)./ Sono quasi le invisibili cose/ a farci compagnia/ e persino un antico stupore/ estatico/ solenne (...).// Resta con noi Amore/ unico balsamo/ che possa dare un senso/ al nostro vivere e morire".
 Dare un senso alla vita come atto d'amore per la vita stessa e per gli altri, quando si è a un passo dalla morte, conservando lo stupore per quanto si è vissuto, è la forma più alta e più generosa, a mio parere, di celebrare la propria morte e quella dei propri cari. Ma può anche capitare che dopo un lutto si possa "provare un senso di colpa quando, anche solo per un attimo, all'improvviso sperimentiamo un momento di serenità o perfino di felicità", come scrive un'altra carissima mia amica, Psicologa e Psicoterapeuta, Stefania Deangelis. "E' come se quella piccola luce che si accende dentro di noi fosse 'fuori luogo', come se stare bene significasse tradire o mancare di rispetto a chi non c'è più. Il pensiero, silenzioso ma duro, che si affaccia spesso nella mente possa essere sintetizzato così 'Se sto bene così, forse sto dimenticando... Forse non ho amato abbastanza'. Come se la sofferenza fosse l'unico modo legittimo per dimostrare quanto abbiamo amato. (...) Come se lasciar spazio alla vita volesse dire sminuire il legame che ci univa a chi abbiamo perso. Ma non è così... il dolore non è l'unica espressione dell'amore. Anche la gioia, anche un attimo di pace o un sorriso che riaffiora, anche la voglia di tornare a vivere sono espressioni dell'amore che continua. (...). In terapia, si accoglie questo conflitto con molta delicatezza. Perché non si tratta di 'eliminare' il senso di colpa, ma di comprenderlo, ascoltarlo, e pian piano trasformarlo. (...). E ritrovare momenti di luce, anche in mezzo al buio, non è un segno di poco amore, è un segno che, nonostante tutto, la vita trova ancora spazio dentro di noi",
Intanto, devo confessarti, mia carissima Valeria, che l'altra sera sono stata sommersa dall'emozione e dalla commozione, perché ho potuto riabbracciare te dopo tanto; il carissimo prof. Pinuccio Elia dopo decenni; ho rivisto tuo padre e i tuoi fratelli dopo tantissimi anni, ne ho perso il conto; ho scoperto tra il numerosissimo pubblico, venuto ad applauditi, il mio grande amico di cuore e di penna, Giuseppe Sblano, che ha lasciato tutti i suoi impegni per venire ad ascoltarmi; ho incontrato lo sguardo orgoglioso dei tuoi figli...
Capisci bene che non sono riuscita a contenere, umanamente, tante emozioni ed ero tremante come una ragazzina al primo... sbaglio, ma è con orgoglio e affetto materno che ti dedico alcune considerazioni su questa tua ultima opera pedagogica e letteraria insieme, scritta con tutto il coraggio possibile, con la tua solita determinazione a essere tenera e professionale contemporaneamente. È questo il tuo inno alla vita.
Oggi, mi vengono in mente alcune frasi sulla morte come inno alla vita, scritte nella "Lettera di Addio" che il grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez scrisse pochi mesi prima di morire, devastato da un cancro senza più Speranza. Ed era, pensa, proprio il 17 aprile di dodici anni fa:
"Se Dio (...) mi concedesse un po' di vita (...). Dormirei meno, sognerei di più, sapendo che ogni minuto con gli occhi chiusi è una perdita di sessanta secondi di luce (...). Mio Dio, se avessi un po' più di tempo (...). Dipingerei tra le stelle, come Van Gogh (...). Laverei le rose con le mie lacrime, per assaporare il dolore delle loro spine e il bacio scarlatto dei loro petali. Mio Dio, se avessi un po' più di vita... Non lascerei passare un giorno senza dire ai miei cari che li amo. (...). Darei le ali a un bambino e gli insegnerei io stesso a volare (...)". Meraviglioso Poeta fino alla fine, ma mi sembra giusto anche ricordare alcune frasi sulla vita e sul morire della grandissima Oriana Fallaci, tratte dal suo romanzo "Niente e così sia". Oriana è più dura, più concreta, più forte, forse meno amata, pur avendo amato e odiato tantissimo: "È proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversare bene la vita, riempirla senza sprecare un passo, senza addormentarci un secondo, senza temere di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né angeli né bestie, ma uomini...". Ma potrei citare anche Franco Battiato e il suo concetto della vita e della morte, intriso di spiritualità e visionarietà, o il teologo Vito Mancuso con le sue ampie disquisizioni filosofiche. E tanti altri ancora. Ogni loro parola, forte o rasserenante, realistica o incoraggiante, dà valore a quanto tu hai scritto trattando il difficilissimo argomento del morire non solo dal punto di vista pedagogico e letterario, ma anche psicologico, filosofico, etico-sociale. Con una attenzione particolare al mondo dei bambini (ottavo capitolo) e al loro approccio alla morte sia in termini di perdita del necessario sostegno affettivo e psicofisico dei genitori, della madre in primis, sia come concetto di morte che riguarda proprio la loro breve esistenza. Ogni Capitolo, del resto, è un continuum pedagogico, nel senso di "educare a morire" bene, con "consapevolezza", promossa come "formazione" già dai primi anni di vita per raggiungere coraggio, serenità e dignità, nel corso degli anni, fino all' approssimarsi della fine. Sono tutte "piste" che, in oltre duecento pagine, consentono di trasformare "la paura della morte", così bene illustrata nel suo intervento dalla tua amica prof.ssa Donatella Loiacono, psicoloterapeuta dell'età evolutiva, in un sentimento di "accettazione", che sottintende "l'arte di vivere" più che del morire. E l'arte di vivere presuppone la necessità della scelta di vivere nel presente come se fosse il primo giorno o l'ultimo, utilizzando ogni attimo per ESSERCI (vedi Heidegger) e cantare l'Amore in tutti i suoi molteplici volti, in cui si rispecchia soprattutto il volto della nostra anima che non conosce limiti o confini...
E vorrei puntualizzare anche che lo stile della tua scrittura è ritmo interiore, canto, volo alto. Nostalgia. Poesia.
Per un attimo, mi sono ritornate alla mente le tue compagne alle prese col tuo identico dolore: Cassandra, Paola... Ma, tra cuore e anima, sei stata tu che mi venisti incontro, ragazzina ferita e straziata, a portarmi in dono un fascio di tenere poesie quasi a voler cercare un rifugio, una continuità, una appiglio per continuare a Vivere, ad Amare, a Sperare...
E ritengo questa una peculiarità, non trascurabile, di tutti i tuoi Saggi scritti sino ad oggi: spesso la tua scrittura assume forma di Poesia, in quel ritmo interiore avvertito già da ragazzina, tra canto dolente, incanto per la vita, nonostante tutto, e tenerezza che i ricordi attualizzano.
Negli ultimi due capitoli di quest'ultimo tuo lavoro, però, è la docente di Pedagogia che incontra sé stessa attraverso la tematica del morire, e rivela tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio cercando pedagogicamente, cioè attraverso "l'educare a morire bene", di concludere la sua lunga disamina, confortata dai tantissimi studiosi citati, ribadendo che occorre scegliere di vivere con "consapevolezza" la inevitabilità della morte e con il desiderio di non sentirsi sconfitti dalla vita, ma di celebrarla con amore e per l'amore di quanti lasceremo con un sorriso, che è rivincita e abbraccio ai nostri cari, per lasciare tra le loro metaforiche e metafisiche braccia che le cose accadano come è giusto che debbano accadere... abbracciando il mistero del nostro venire al mondo e del nostro sparire dal mondo come un dono immenso da onorare fino all'ultimo giorno di vita, e non come condanna che ci angustia fino dalla prima consapevolezza della nostra esperienza esistenziale per l'inevitabile caducità della nostra stessa esistenza.
Poi, un dono inaspettato e meraviglioso da te conservato con amore per me: una mia lettera del lontano 1992. Lacrime e ancora un enorme abbraccio a contenere il nostro rapporto, immutato nel tempo, nel cerchio magico delle nostre braccia. Peccato per il tempo tiranno. Sono dovuta andare via per altri incontri... lasciandoti con un ultimo dono per me tra le mani.
Ma "Resistere per Esistere" è anche il mio motto di ultra ottantenne! Sia pure per un istante... 
                                      "Immortale è chi accetta l'istante (Cesare Pavese)
Con tutto il mio affetto (leggi amore). A prestissimo, quantomeno per la splendida rosa che avresti voluto regalarmi l'altra sera, e perché sul mio blog, fra qualche giorno, ci saremo ancora tutti quanti insieme con le "nostre" parole e le "nostre" autentiche emozioni, dopo aver vissuto insieme la "nostra" splendida serata. Angelina tua.

E sempre grata a chi mi segue sempre con tanta pazienza e tanto amore... Angela/lina

sabato 18 aprile 2026

Sabato 18 aprile 2026: Lo chiamava Rock&Roll

 Il film "Lo Chiamava Rock&Roll" è un capolavoro.

Mi ha emozionato già dalle sue prime semplici quanto sapienti inquadrature, aprendosi su un mondo fatto di apparenti punti deboli che, invece, rappresentano la vera forza di ogni singola persona.  Continuare a riprendere il cammino della nostra vita, dopo ogni inciampo, ogni caduta è una chiave di lettura.

Abbiamo bisogno di "resilienza" una parola abusata che ha sostituito quella a me più cara di "ritrovamento" di sé con la propria forza, il proprio coraggio, la propria  "imperfezione", che ci restituisce la nostra umanità non umiliata, come è facile pensare, ma determinata dalla forza di volontà, che ci sostiene passo dopo passo, attimo per attimo e ci salva.

Bravissimi gli attori che hanno dato vita a personaggi tra realtà e fantasia di grande impatto emotivo e metaforico.

Con il loro incanto e incantesimo, con il gesto, lo sguardo, la parola stessa. 

Nicola Nocella meraviglioso ci regala un personaggio "meraviglioso". Amore puro in ogni azione e reazione. 

Ivana Lotito, bravissima e bellissima, è il suo "alter ego" al femminile. Ha confermato  ancora una volta il suo talento interpretativo. 

Talento puro per i due attori che impersonano Federico e Mauro, nemici/amici, su cui è imperniata gran parte della storia. Inno all'amicizia e alla libertà di essere come si è: senza infingimenti o ipocrisie. 

Inno allo stare insieme ma anche alla solitudine dello stare insieme, senza raccontarsi.

Protagonista assoluto è, però, il mare che, danza nelle sua pienezza di essere e mormora una nenia di barche addormentate con vele a cercare il cielo. Uccide e salva, bestemmia e canta, si fa disperazione e Speranza. 

È la parola che spesso manca ai protagonisti. È commozione pura. Molte le lacrime, in questo film, e molte le risate. Meriterebbe di vincere numerosi premi, in volo per tutto il mondo. L'aereo è decollato con successo ieri dal Teatro barese "AncheCinema". Ed io, c'ero! Fatelo anche voi. Ne vale la pena, credetemi! E la presenza è anche comunicazione, oltre che condivisione per le cose belle da assaporare insieme. 

È Amore.

È àncora di salvezza. È...

                 Angela




martedì 14 aprile 2026

Martedì 14 aprile 2026: "CENERE NEL CIELO DEI SILENZI" di GIANNI BRATTOLI... con Prefazione di MAURO MASSARI...

PREFAZIONE DI MAURO MASSARI

Ho letto Cenere nel cielo dei silenzi di Gianni Brattoli pensando, all’inizio, di trovarmi davanti a una raccolta di poesie. È l’aspettativa che si ha quasi sempre quando si apre un libro composto da testi brevi, separati, disseminati come isole sulla pagina. Dopo poche pagine mi sono accorto che non era esattamente così. Il libro comincia con un poemetto che si intitola Cenere, e già in quelle prime righe accade qualcosa di insolito: un angelo del Signore, nel centro dell’universo, chiude le ali e prova un sentimento che gli angeli non dovrebbero provare. Si sente inutile. Impotente. E soprattutto prova un desiderio inatteso: vorrebbe morire. È un rovesciamento radicale. Gli uomini hanno sempre invidiato gli angeli per la loro immortalità. Qui accade il contrario. È l’angelo che guarda gli uomini e li invidia, perché la loro esistenza, pur fragile e breve, possiede qualcosa che a lui è negato: la fine. Da questo punto in avanti il poemetto diventa una sorta di racconto cosmico. Appaiono visioni, creature ferite, orizzonti infernali. L’angelo assiste al dolore della terra e alla deriva degli uomini. La ribellione cresce fino a diventare cataclisma: la terra si apre, le montagne oscillano, il mare si ritrae dalla riva. E alla fine resta soltanto la cenere. È una quasi mitologia. La roccia diventa sabbia, la sabbia diventa cenere, e la cenere ricopre il mondo come un sudario. In quell’istante il libro stabilisce il suo paesaggio: un universo in cui la promessa del sacro sembra essersi consumata, lasciando dietro di sé un silenzio rotondo. Le poesie che seguono sembrano nascere dentro quel silenzio. La “valle dei silenzi”, l’agorà dove pensieri e parole diventano foglie bruciate, i viaggi, le memorie, le immagini di guerra e di solitudine: tutto si muove in un paesaggio attraversato dal vento e dalla cenere. È come se il poeta osservasse il mondo dopo una lunga combustione morale e storica. In alcuni momenti la voce di Brattoli diventa visionaria, quasi biblica. In altri si restringe fino a un frammento: una notte, un ricordo, un gesto d’amore, il profumo dei capelli tra l’erba. Sono testi brevi ma stratificati, perché aprono improvvisamente uno spazio più umano dentro la severità del libro. Come se sotto la cenere continuasse a esistere una brace. Questo movimento - tra distruzione e residuo di vita - attraversa tutta l’opera. Da una parte c’è la percezione di un mondo che ha perduto il suo centro morale. Dall’altra c’è la parola poetica che continua ostinatamente a cercare un senso, anche quando sembra non esserci più. È un gesto paradossale. Scrivere versi mentre si guarda la realtà con un simile disincanto significa assumersi un rischio: quello di restare soli con la propria visione. Gianni Brattoli attraversa il rischio fino in fondo, petto in fuori e coltello in bocca, costruendo una poesia spavalda quanto buia. Rimane il tentativo di registrare ciò che resta quando molte delle illusioni collettive si sono spente. Cenere, vento, silenzio: sono immagini che ritornano più volte, quasi a indicare un paesaggio interiore in cui il poeta è intrappolato. Un territorio fatto di memoria, di ferite, di interrogativi lanciati verso il cielo. Un posto in cui un uomo, come l’angelo del poemetto iniziale, continua a interrogare l’infinito anche quando l’infinito non risponde.

I Parte

CENERE

- Gemendo, l’angelo del Signore,

richiuse le ali e si fermò al centro

dell’universo.

- Si sentì inutile e impotente,

e un desiderio di morte iniziò

a penetrargli nell’anima.

Chiuse gli occhi e strinse

le tempie con le sue grandi

mani (mani di angelo).

- Una voce tuonò in tutto

il creato; ancora una volta

decretando la sua natura immortale:

“Gli angeli non muoiono,

non nascono, esistono da sempre

e esisteranno per sempre”.

- Il povero angelo, sconfortato e solo,

si abbandonò lasciandosi spingere

dalle correnti; e nell’anima,

una fiamma di dolore si accese.

- Invidiò gli uomini!

Ma gli uomini, non capivano

quanto importante e splendida

fosse la loro breve esistenza;

la sua, una dannata eterna condanna.

- I suoi pensieri,

“bui come l’intero infinito”, mai espressi

e obbligati a confrontarsi

con tutto il nulla possibile.

- “E attraverso il nulla possibile”,

arrivò a lui “una nenia leggera e dolce”,

“dolcissima” nel suo inatteso avvento.

- Vibrarono di piacere le sue membra,

e grappoli di infiniti battiti pulsarono

nel cuore.

- Tra sogno e utopia,

“La perla delle perle mi chiama”

urlò felice e, violando tutte le leggi

dell’universo, andò incontro

a quella splendida, luminosa, azzurra,

ultima perfezione dell’infinito.

- Ad accogliere l’angelo del Signore,

una legione di uccelli;

             “felici animali

                senz’anima”.

Intreccio di canti e gorgheggi

e petali di fiori al suo passaggio.

- Volarono insieme su sentieri d’erba,

dove spuntano fiori

“che non feriscono i viandanti”.

- L’angelo, inebriato di profumi

e colori, accarezzava fili d’erba;

ronzava sui petali,

come ape in cerca di polline.

- “Canti antichi” si intrecciarono ai

“flauti del vento”.

L’anima celeste colmava l’aria e

i suoi sogni.

“La luna si fermò sulla sua fronte “.

- “Fronte di luna “, fulmineo, allargò

le ali, fermò i canti e zittì tutte le creature.

Tra i canti, i suoi sensi avvertirono

il dolore di un pianto.

- Di là dal fossato veniva il

pianto.

Una nuda creatura

seduta su una balza,

“col capo riverso sulle ginocchia”,

versava “lacrime” e grondava,

la sua pelle, “sangue”.

- L’angelo del Signore

gli fu accanto; “volle alleviare

quel dolore, che già sentiva suo”.

- La creatura, con lo sguardo a terra

e il braccio tremante, indicò un

“infernale, scuro orizzonte”,

che avanzava distruggendo pianure

arrossate dall’ultimo raggio del sole.

- Fronte di luna, guardò lontano,

e non vide alcuna bocca piangente;

avvertì solo la morte trafiggerlo

per ogni dove.

- Alzando il capo al cielo urlò:

“PERCHE’ PADRE?”

La risposta fu un’eco senza fine,

come grandi “voci dolenti”

che toccarono le braccia della

luna lontana.

- L’angelo volò!

Le furie non avrebbero potuto

stargli accanto.

- Fermò il volo!

Un vento di fumo e suoni osceni

lo accolsero.

Una nera umanità, avanzava curva,

ebbra di veleni e di morte,

spegnendo ogni brama di

vita.

- Fronte di luna, sgomento

e senza speranza,

guardò in alto e maledisse

il cielo e tutto quello che

in esso era imprigionato.

- Tornò alla creatura piangente,

e solo in quel momento, si accorse

che quella creatura era un povero

arcangelo che aveva strappato le ali

- Fronte di luna fu preso dall’ira;

bestemmio tanto ancora.

Batté le mani su una roccia,

“sgorgò il suo sangue”

la terra tremò e si aprirono

crateri di fuoco, in ogni angolo

di quella perla morente.

- Le cime dei monti oscillarono

come giunchi di pantano

spinti dalla bora.

Il mare si allontanò dalla riva.

- I grandi alberi (sequoia)

caddero come steli di grano

strappati dalla falce.

- Una campana, rovinando

su una pianura di cristalli spezzati

vibrò il suo ultimo rintocco

e si spense.

- L’angelo del Signore,

abbracciò l’arcangelo

e i due si trasformarono in roccia.

- La roccia si trasformò

in sabbia;

la sabbia si trasformò

in cenere;

la cenere avvolse tutta

la terra come un sudario;

il sudario prese lo stesso colore

dell’inutile infinito.

Si tratta della prima parte, preceduta dalla favolosa Prefazione del Giornalista Mauro Massari, di una Silloge poetica di mio cognato Gianni Brattoli, marito di Anna Maria De Leo, la mia amatissima sorella, che è volata tra le stelle circa due anni fa. Oggi è il compleanno di Gianni e ho pensato di donargli questa anticipazione di un Libro che a breve sarà pubblicato dalla SECOP edizioni. Spero di fargli cosa gradita. E a tutti voi, Buona Lettura! Angela/lina

 

mercoledì 8 aprile 2026

Mercoledì 8 aprile 2026: mia intervista a MARIA RITA PARSI: PSICOLOGA E PSICOTERAPISTA (anno 1995)...

Nell’anno 1995, avemmo la fortuna, io e mio marito Primo Leone, in qualità di poeti e scrittori, di partecipare alla “Crociera della Cultura” sulla Nave Costa Crociere nelle acque del Mediterraneo, organizzata da una Testata giornalistica molto importante allora (<Donna Moderna>), in compagnia di Alberto Bevilacqua, Maria Rita Parsi, Ivan Graziani, Nino Frassica, i cantanti Sandro e Marcello, lo stilista e visagista Diego Dalla Palma (in compagnia di sua madre) e così via. Fu una esperienza meravigliosa che ci permise di fare amicizia disinteressata e sincera con tutti gli ospiti a bordo. Ebbene, in quei giorni feci due interviste importanti: una a Maria Rita Parsi, la grande Psicologa e Psicoterapeuta, scomparsa di recente, e l’altra allo scrittore Alberto Bevilacqua, con cui abbiamo conservato una bella amicizia fino alla sua morte.

Ripropongo oggi l’intervista che feci a Maria Rita per renderle omaggio:

D. 1: Maria Rita Parsi: la Donna, la Psicologa e Psicoterapeuta, la Giornalista e la Scrittrice. C’è dicotomia tra i suoi vari volti e ruoli? Ce ne vuole parlare per aiutarci a conoscerla meglio?

R. Non c’è dicotomia. Mi considero una persona che per esprimere sé stessa utilizza il canale della scrittura come terapia creativa. Per me, la terapia e la scrittura sono un mezzo per conoscermi e affrontare i problemi più complessi della mia vita.

D. 2: Come riesce a conciliare tutti questi ruoli e presumibilmente altri ancora?

R. Non sono ruoli inconciliabili, sono le sponde, i contenitori all’interno dei quali faccio fluire la mia vita.

D. 3: Cosa le offre di più la collaborazione ad una Rivista come <Donna Moderna>?

R. Il contatto con le donne. Finiti i tempi, in cui le mediazioni erano a livello di collettivi o di partito, la collaborazione al giornale rimane un punto di riferimento per il contatto più vivo con le donne.

D. 4: Le emozioni che offre una professione come la sua, ma anche le preoccupazioni, cioè i problemi, le delusioni e così via.

R. Responsabilità enormi perché si lavora con la parte più intima della persona. Le gratificazioni? Veder rinascere psicologicamente la persona. È come mettere al mondo un bambino. Le delusioni fanno parte del mestiere. Le persone possono anche non voler più continuare un percorso. Non esiste il narcisismo del successo personale. Il successo non è del terapista.

D. 5: In genere, come terapeuta, in chi riscontra più problemi: nell’uomo o nella donna? E quali sono i problemi predominanti nell’uno o nell’altra?

R. Situazioni in crisi nella stessa misura: la donna in crisi di crescita. Nell’uomo crisi di potere.

D. 6: Nella coppia che non funziona, il divorzio è una soluzione o la soluzione?

R. La cosa che non funziona è il divorzio. È un’atroce toppa. È complicatissimo. Occorre una prevenzione.

D. 7: Chi è più sincero nel “confessarsi” e in quali situazioni: nel rapporto diretto, in quello mediato dalla Rivista, per telefono o altro?

R. Attraverso le lettere. Non è questione di sesso, il problema è il transfert. È l’attenzione dell’attenzione, come accade guardando la televisione.

D. 8: Riesce sempre a suggerire soluzioni adeguate ai vari casi o ha dovuto registrare qualche fallimento?

R. Tu fai tutto quello che puoi. Alcune spontaneità non devono essere controllate. Errori di misura, non di teoria. Successo della deontologia professionale.

  D. 9: Maria Rita Parsi, psicologa di sé stessa: come si legge?

R. Mi leggo in continuazione. Noi cambiamo in continuazione. Io sono in continua crescita. Come allieva della vita. Che deve dire grazie a tanti maestri senza mai inseguire il successo. Il vero successo è avere equilibrio con sé stessi.

Grazie infinite, dottoressa Parsi, per la sua lezione di vita. Non la dimenticheremo. Angela

Domani riporterò l’intervista allo scrittore Alberto Bevilacqua, per l’affetto che per anni abbiamo condiviso. Buona lettura. Grazie. Angela/lina 

martedì 7 aprile 2026

Martedì 7 aprile 2026: RESTA SOLO UN SUSSURRO O TANTO AMORE ANCORA?...

Ieri abbiamo vissuto il lunedì di pasquetta, ancora per poche ore, anche con i miei figli romani che, prima di mezzogiorno, sono andati via e nel tardo pomeriggio erano già a Roma nelle loro case con i loro mici. Ed io non posso fare a meno di dedicare alcune poesia, che ho scritto qualche anno fa perché, a volte, le storie si ripetono, nonostante il passare degli anni…

I PASSI INATTESI
           (ai figli venuti da Roma)
Rose e tulipani e orchidee
dietro vetrate aperte da complici mani
in frammenti di sole che ignoro
e passi inattesi
e un palpitare furioso del cuore
impreparato alle voci improvvise
tra capelli vinti da sorrisi di sguardi
nella casa ritrovata e rivissuta
con rinnovata allegria.
Ci ritroviamo nell’abbraccio
che stringe l’attimo in sé conchiglia
in fragoroso rumore
più forte della lontananza
del gelo e delle ore rubate al sonno
in un anticipo di San Valentino
e cuori in dono a doppia mandata.
L’amore ci lega col filo della commozione
lunga quanto la lunga silenziosa attesa.
Acrobata io a capriolarmi
nel silenzio delle intenzioni
su improvvise nuvole rosa
tra soffitto e scrivania
e un ritrovarci appena di ritorni
con parole e lacrime di gioiosa intesa
 - E SIAMO ANCORA INSIEME -
Sapore di baci da conservare tra dita
intrecciate a trecce di pane di sere brevi
da assaporare piano alla mensa del passato
(per ritardare il fischio del treno
e zaini e spalle a scivolare via
dai miei occhi da lacrime attraversati
dai miei occhi frammentati di addii
e un solo arrivederci sulle code dei gatti
nel tramonto solitario dello spento giardino…)
                                         

A ROMA UN VENERDI’ SANTO (2014)

poco più di uno scampolo

l'alba che ride ai finestrini

in un controvento di sole

e il sonno negli occhi

e stente parole di un buio

che rode pensieri di stanco

timore che tutto s'avveri

il passo distorto e il bisturi

crudele in lembi provati

di sangue e scarne voragini

     e un solo tormento

          uscirne viva

come la scorsa volta

appena un soffio di tempo

la scorsa volta

appena un pugno d'anni

e un dolore da cucire tra le labbra

per non lasciarlo andare

alla deriva di tutti i battelli

che giacciono in fondo al mare

(in fondo al mar ci stan camin che fumano...)

In fondo al mare un sogno affondò

                   disperato

senza conoscere le vie azzurre

e risalire tra alghe e sirene

per camminare ancora sulla riva

con orme di sabbia dimenticate

per non costringerle a morire

(ti voglio cullare cullare legandoti

ad un filo di mare di mare

o a un granello di sabbia?

Fa lo stesso. È senza rumore!

Senza rumore il filo di mare.

Il filo di sabbia. Senza rumore.

Il granello di pensiero legato

ad ogni mio ieri che si fa domani)

Serve ridere - pensiero positivo -

al mare mio incantesimo e sospiro?

A questi alberi viola come il venerdì

della mia anima in pena?

Alle pratoline gialle e tenerelle

al brivido di un vento maestrale

a sconvolgere corolle e primavere

spegnendo l'ardore dei papaveri

e il canto dolce del cielo d'aprile.

Ma...

oltre domani oltre il buio oltre...

la resurrezione? (forse)

  UNA PASQUA DI LUNA PIENA (2014)

Sarà una Pasqua di luna

a inondare di luce

ombre e ansie

in questo giorno di resurrezione

Nei campi un mistero di peschi fioriti

e una rosa purpurea

tra dita in preghiera

E glicini appena dischiusi

un tepore d’ali alla danza lieve

di una primavera bambina

scaldano l’anima ferita

Voglio l’ulivo di pace in ogni casa

e un canto d’amore

che pervada il cielo

e rassereni il pianto

di una umanità alla deriva

e senza stelle

Tornerà un sorriso di viole

a restituirci Amore

Sarà all’alba

Ci sarà ancora un’alba

Occhi spalancati e un cuore grande

per vederla colorare di perla

                nuovi sogni in filigrana

In realtà, questa volta sono venuti con la macchina per vivere insieme la Pasqua e sono andati via con la gioia di essere riusciti ad incontrare anche tutti gli zii e i cugini ed è stato un bellissimo ritrovarsi.  Persino con i nostri tantissimi gatti nel giardino. E il giorno di Pasqua ho ricordato il nostro cane Dylan perché sarebbe stato il suo compleanno:

E la notte si fa silenzio (per Dylan)

Mai più mi accadrà

di sentire il tuo respiro

in attesa del mio ritorno

dietro il cancello di casa.

Tua libertà senza confini

il cancello che si apriva

al tuo correre leggero

lungo la tortuosa strada

che a me ti riportava.

E temevo ansia di pericoli

per te che ignaro ignoravi

 ogni mio richiamo.

E le tue residue energie

misuravo da quel correre

festoso e impertinente

incurante degli anni

e di improvvisi agguati.

Alla tua gioia di vivere

mi allunavo ogni volta

in un’allegria di capriole

a dirmi il tuo stare bene

e il tuo volermi bene.

Nuvola bianca occhi teneri

morbido Dylan Dylan

sbilenco e bizzarro

tutto sbagliato tutto

come dovevi essere.

Affamato d’amore

eri tu a darmi amore

Eri tutte le bestiole

da me amate e perdute

e piante e mai più ritrovate

Eri la mia infanzia tenera

il mio cortile di rose

e Lola e Nerina e Fiorello

e Piccina e gatto Ciccio

         Neve  Luna

Il mio mondo la mia nostalgia

il mio candore di canti e lacrime

per ogni disperso richiamo.

Eri il cucciolo appena nato

occhi chiusi cuore tremante

alla vista d’un guinzaglio.

Zampine storte sguardo strabico

mi fecero di te innamorare

e giurare tenerezza e dolce cura

quasi fossi il bimbo ultimo nato

            al mio amore.

Delicato faccino bianco

pennellato di sabbia sulla

rosa conchiglia delle orecchie

attenta l’una ripiegata l’altra.

Eri cartolina illustrata e fumetto

Eri il tuo corrermi incontro

con salti di gioia per saluto.

Eri la tua tristezza

per una solitudine da giardino

che non avrei voluto regalarti

e ti accompagnò fino alla fine.

Ti giunga ora la carezza

che allora non ti ho dato

mentre ti portavano via.

Mi guardasti con pena d’addio

Forse sapesti del mio pianto

e di un dolore tuo quanto il mio…

Sei passato così come il tempo

l’infanzia la nostalgia il dolore

la giovinezza il sogno la speranza.

Senza accorgertene spero

attento a non ferirmi con le tue ferite.

(resta una voglia di pianto

 e un altro vuoto

da non potersi più colmare

perché il giorno muore

           e la notte si fa silenzio)

ARABA FENICE IO

Rottamata dal tempo che infrange

difese, tiro a lucido i ferri arrugginiti

delle mie ali in disuso per riprendere

il volo sul vuoto delle attese

senza più difese né rimpianti.

Furono decenni di lacerate illusioni

a incatenarmi a scogli d’acuminate

ferite e piedi stracciati nei tentativi

disperati di lasciare la riva e il sogno

di conquista di conoscenza ad ogni costo,

carica di giovinezza ardita

più dei monti della luna

che oggi ha crateri spenti e ceri ai santi

per non disperdere il canto e l’incanto.

I volti amati e lacerati in lacrime

versate nei silenzi attraversati

senza rumore di foglie e di campane.

Oggi mi assorda la libertà di andare

su una carrozzella fiorita a portarmi

lontano con mani tenere e forti

dove la stella in alto è un punto luminoso

che mi corre incontro a cercarmi

tra i rami di rinnovato ardore per la Vita

 E fasci di Poesia tra braccia innamorate…

A prestissimo, grazie! Angela/lina