giovedì 12 marzo 2026

Giovedì 12 marzo 2026: IN RICORDO DI GIOVANNI GASTEL POETA... (prima parte)

La vita non dà garanzie

Non creiamoci altre illusioni.

Ogni giorno è buono per morire

         (Vittorino Curci)

Giovanni Gastel è andato incontro alle stelle il pomeriggio del 13 marzo, ma io avevo perso notizie e contatta verso la fine di febbraio di cinque anni fa. Il tempo vola. Ma non il suo ricordo radicato nel mio cuore e in quanti (tantissimi) l’hanno amato, sparsi in tutto il mondo e non solo nel suo adorato lago di Como. A me manca come Persona generosa e attenta agli altri, e come Poeta.

Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.

Io sono una pianta rampicante, per esempio, è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nella sua anima di poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzerava ogni passato e ignorava ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.

Io sono una pianta rampicante: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo giovanile, Duetto profano, pubblicato nel 2018 con la nostra Casa editrice SECOP) e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’, connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrivano…

La cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese erano, comunque, gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avvertiva a suo danno (la solitudine dell’“albatros” di Baudelaire o dei “numeri primi” di Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per la genialità che gli concedeva di forare il cielo per sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricomponevano in Unità: Giovanni Gastel era tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie hanno firmato la sua genialità. La sua umanità.

Oggi Giovanni Gastel sarebbe stato sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa ancora male e che avrebbe voluto dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma.

Giovanni Gastel ne parlava come vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze. Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove aveva incontrato l’Eleganza della natura e lo “splendore delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua”, definendo una Perfezione che si realizzava in una perenne Armonia, rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla “magia del reale”. Lui era consapevole dell’“immenso” privilegio che gli era toccato in sorte, ma anche dell’“immensa” responsabilità di dover essere sempre all’altezza della situazione, sfruttando al massimo i suoi “immensi” talenti per andare oltre ogni possibilità umana.

Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri. E l’ironia, con cui aveva imparato a tenere sotto controllo la malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e tutto nostro. Ma, appunto, gli e ci sembrava. Nostra eterna illusione di esseri mortali. Ritengo, però, che in Gastel abbiano avuto l’una e l’altra perlopiù lo stesso valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì l’ironia la “splendida virtù dei malinconici”.

Con l’ironia e l’autoironia tutto diventa più lieve, sorridente, sopportabile. Persino la propria identità dimidiata. Già l’identità di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza della propria unicità, ma anche la responsabilità di sentire gli altri “diversi” da sé. L’identità, dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al compromesso di accettare, con ariostesca o anche manzoniana “bonomia”, sé stessi e gli altri in un processo di salvifica semplificazione della vita. Un banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince sia da alcune situazioni che i protagonisti vivono in Duetto profano sia da alcuni versi della raccolta di poesie, sia dalle immagini di alcune fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del tempo, e soprattutto da alcune situazioni dialogiche con i propri followers, verso i quali Giovanni Gastel era sempre prodigo di parole affettuose sorridenti e gratificanti, da vero gentiluomo qual era. Ma il tempo stringeva e la malinconia sempre più spesso prendeva il sopravvento, malgrado tutte le buone intenzioni e i buoni propositi, soprattutto onirici. E così, mentre si andava “facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non era più l’Endimione dell’ultima foto, inserita nella raccolta, in cui aveva gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo che aveva avuto migliaia di doni dal cielo ed era fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso gli avevano destinato, e delle sue foglie rampicanti che per istinto ora sapevano le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene dono. E farne dono a quanti amava e lo amavano. Ed erano e sono davvero tanti, come già detto. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?

Oggi solo serenità./ La vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo”. 

Ed ecco una delle più profonde poesie di Giovanni Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore paterno, a conferma di quanto detto sin qui:

ma se di questi

sentimenti

incisi nell’anima

potessi fare un canto

finale

quale poesia non

scritta

troverei nel profondo?

Che sia più densa del

tuo bacio figlio

che sia più amara

del tuo allontanarti per

la tua via

che sia più definitiva

del tuo osservare la

vecchiaia

scivolarmi addosso

ogni giorno

Quale voce uscirà da

questa mia solitudine

se non la poesia del

distacco?

La canterò anche per te

figlio

che mi guardi con un

sorriso paterno     (Castellaro 2018)

Ed ecco il mio commento: <È una poesia di una intensità straziane e dolcissima. Frutto probabilmente di attimi di sospensione dell’anima inebriata e ferita del poeta nel guardare il figlio, che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”, scatenando in Giovanni Gastel, uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti come lame appuntite che, vinti dalla commozione, deviano in dubbi per lasciargli la possibilità di non rimanerne sopraffatto. Non a caso, il primo verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a contrastare i tanti pensieri che lo sommergevano e a liberarsene piano piano. È come se stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che ora, finalmente, trovava un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli premeva sapere, ora che andava facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al “ma” si aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli sono qui, li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad occupare tutto il verso seguente tanto sono grandi. E, subito dopo, continuando a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le parole-chiave di questa poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia tradizionale, come l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare articoli e preposizioni in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé stesso, gli stilemi tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui un intento d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e non può essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa tutto lo spazio possibile.  Quasi a farsi colonna, statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.

Exegi monumentum” (Orazio). Non per la propria gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato, ora assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre. E ogni verso si conclude con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma a dilatare: incisi nell’anima… potessi fare un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?

E, ancora: che sia la più densa del… tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti per… la tua via… che sia più definitiva… del tuo osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno. E sembra di sentire il suono cadenzato delle parole che andavano a costruire quel monumento d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare peso e consistenza e valore a quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo, che i pensieri avevano definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più profondo, e che aveva bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni emozione perché si facesse carne viva e non solo sentimento e commozione (il bacio, per esempio, non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse materializzato tra le parole). L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada sembra già un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre temeva e contro cui non poteva metterlo in guardia perché avrebbe fuorviato la “via” del figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - aveva scelto per essere sé stesso e riconoscersi). Gli occhi che osservavano la… “vecchiaia” (e il pudore, per quanto il poeta non riuscisse ancora ad accettare di sé, gli aveva proposto un verbo che non lasciava segni; non si fermava a incidere l’ingiuria di una ruga, ma “scivolava”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza tregua (quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla roccia del viso). Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un attimo tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per fantasmagarsi (mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e lo attanaglia. E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine, esibita, per crearsi l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a dettargli la verità “in forma” di poesia. È un attimo di smarrimento e di angoscia che si dissipa nella rinata tenerezza per quel figlio che andrà inevitabilmente lontano, accompagnato dal canto dolce del padre nella reciprocità di un amore senza confini che può risolversi, proprio perché tale, in un tenerissimo scambio di ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo figlio, padre di suo padre. L’Amore compie questi prodigi. L’AMORE ha scritto a caratteri cubitali il sussurro stupendo di questa meravigliosa poesia, che accompagnerà il duplice viaggio (del padre e del figlio) lungo le impervie strade del mondo…

E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una rivelazione che non si produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé a sé stesso e agli altri. Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”>.

Vorrei, a questo punto, tornare sui miei passi, in un movimento di scrittura, che viene definito “ad anello” per parlarvi ancora delle sue Opere che meglio parlano di Giovanni Gastel, della sua anima, del suo cuore, del suo immenso amore per la scrittura e soprattutto per la Poesia. Ritorno così non al nostro Duetto Profano, ma all’antologia Il Sentimento della Scrittura (a cura di Raffaella Leone della SECOP Edizioni, Corato-Bari, 2021), dove Giovanni scrive: “Come rumore di tempo” Ma la mia è poesia del momento in cui vivo/ Degli addii/ Del rumore del tempo/ Dei ricordi che ricordo semplici e profondi/ Come la vita stessa. Scrivere è, dunque, “il rumore del tempo che passa. E ci trasforma, pur lasciando intatta la nostra personalità di fondo. La mia è quella di un sognatore. Eri sdraiata su uno dei materassi/ della terrazza a Filicudi./ Guardavamo la notte scendere su di noi/ come un immenso falco./ Poi hai chiuso gli occhi e hai detto/ - Sopravviveremo anche a questa notte/ senza luna./ C’è un posto per noi anche nel buio sai?/ Ma perché sei così diverso?/ Quasi fatto di vetro leggero/ sempre sul punto di rompersi? - / Ho risposto/ - io vengo da un altro tempo e un altro luogo./ Tu dormi/ presto verrà il giorno nuovo/ nel tuo mondo che non è il mio./ Io scenderò al mare per parlare con l’acqua/ con le rocce/ col vento/ con le conchiglie,/ questo mi è ancora possibile/ solo in questa isola lontana./ Persa nel mare -./ Tu hai rinchiuso gli occhi sorridendo/ come se io fossi stato solo un sogno. Ecco, questo sono ancora io. Eternamente viandante e naufrago con un bisogno immenso di approdo nelle acque sicure della mia casa: Approdato come un naufrago in una terra/ sconosciuta, ho misurato il territorio e appreso/ la lingua dei nativi. Sono invecchiato raccontando del/ mio mondo lontano, ma ancora la notte nel buio/ sogno navi amiche che mi riportino a casa. (…) - Sto leggendo molto… ora con maggiore adesione… Credo sia merito… o colpa… della solitudine. Leggere diventa una necessità, un modo per vivere altre vite… (…). Di qui il grido di una mia poesia: Provo pena per la sorte/ degli uomini.// Per noi magri ed educati// signori della terra/ analfabeti e rozzi.// Ma nessuno può guardare il mondo/ senza provare commozione.// Il giorno del plotone/ sia benda sopra gli occhi/ questa sconfinata bellezza. E vorrei concludere così: non la filosofia/ o l’esempio/ o i lunghi discorsi./ Sono le quasi invisibili cose./ Il leggero tremolio delle mani/ la linea discendente delle labbra/ la curva pura del dorso/ la ciocca dei capelli che ricade sulla fronte./ Questo mi manca/ e taglia l’anima come una lama/ in questa solitudine che sale/ inarrestabile come marea…;/ Eppure ho inventato e scritto./ Ho raccontato di me e delle mie debolezze/ con feroce sincerità.// Signore dimmi/ cosa ancora/ devo cercare/ in questo deserto di anime/ per essere infine sereno;// Così mio figlio/ avrà un figlio./ Già lo vedo muoversi/ nel ventre di sua madre/ che splende come solo le madri/ sanno splendere./ Come una dea fiera cammina leggera/ sulle terrazze/ nel vento/ col suo miracolo/ nascosto nel cuore./ E io non posso che contemplare/ questo avvenimento eterno/ e insieme straordinario/ che è il crescere di una vita/ dentro un’altra vita/ figlia di una terza vita che non esisterebbe/ senza l’amore di due altri esseri./ È storia di sempre/ davanti alla quale però persiste/ un antico stupore/ estatico/ solenne.  

E per oggi chiudo per non interferire, con le mie parole superflue, con l’emozione che ci ha tenuti con il fiato sospeso e le lacrime agli occhi fino all’ultimo rigo. Riprenderò domani per parlare ancora di Giovanni e della sua Poesia. Grazie sempre. Angela/lina

 

 

domenica 8 marzo 2026

Domenica 8 marzo 2026: - GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA -...

… pensieri tra follia e silenzi

di pietre ferme su orizzonti

vicini lontani

dove l’anima si disperde

in mille identità e neppure una…

            (a.d.l.)

                    8 MARZO

- GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA -

All’alba ho legato al cancello

un ramo di mimosa,

e ho aperto alla luna che sogna

profumo di primavera

a perdersi nell’infinito, rubato

al tempo estraneo ai nostri giorni

che non concedono tregue

e distrazioni a chi come me,

per natura, usa la ragionevole follia

dei poeti e dell’amore…

Io, donna sempre,

ho quel ramo di giallo fiorito

annidato nel silenzio del cuore,

dove solo un abbraccio

faceva vibrare allora campane

a festa sulla nostra risata…

(ignaro di noi l’otto marzo

   fuggiva a nascondersi

in pizzeria senza petali di luna)

 Ma la Giornata della DONNA è anche denuncia di ciascuna in tutto il mondo per rivendicare il suo diritto di ESSERE e di ESSERCI con libertà e coraggio...

 NERA NOTTE CHE AFFONDA

 Dolore Dolore Dolore

Nero intenso della notte insonne

Prima che le rostrate dita

Abbiano unghiato il mondo

Alla deriva di venti contrari

E ali di spine voragini di pianto

Nei rettangoli di Terra sventrati

Che nessun riparo

Alla disperazione offrono

E alla morte che scroscia

Sangue dall’alto dei cieli

È qui tutto il mondo concesso

Agli occhi dei bimbi di puro

Cristallo infranto avidi di stelle

Nel buio grido della mamma

- Straziato cuore di muto dolore

 Ad accogliere frammenti di lacrime

Mute per farne disperata Preghiera… -

Sarò mai più innocente, io Donna

E madre?

(Sotto l’immenso scrosciare

 Di rossi brandelli di orrore

Che fanno più profondo il Male

Come possono mandorli

 E ciliegi fiorire ancora?)

 QUANDO MI SCOPRIRAI STATUA DI SALE

  (contro il femminicidio per il diritto

                        di ogni Donna

       alla libertà di ESSERE e di ESSERCI…)

 Quando mi scoprirai statua di sale

lungo la via crucis del dolore,

quando verrai a consegnarmi quel che resta

con una nuova sospensione di giudizio,

non ti fermare, ti prego, non ti devi fermare

al primo indizio, al secondo nascondiglio,

all’unico bosco dell’indifferenza,

al terzo canto del gallo e sentirti tradito,

continua a salire il Golgota

d’ogni impossibile perdono

con occhi perduti dietre il mio spento cielo.

Lì scorgerai i sogni che scivolarono via

e tinsero di nero gli aquiloni

che un tempo avevamo costruito

per andare contro vento,

i palloncini colorati che mi facevano bambina,

Le nuvole e le fanfare, il gioco delle sagome

ballerine e cigni e volti innamorati sui profili

di luna e fiabe che mi raccontai

per crederti vero

e forare le stelle per gli strass e le collane

da riempirne forzieri

(non più panieri di gelsi rossi e una ferita).

Sarà il tuo pegno di rose dimenticato

Sarà la mia poesia sfilacciata di spine

Sarà pioggia di parole inascoltate

e coriandoli tristi di giorni inebetiti…

Ti chiederai se fu il silenzio a strozzarmi il cuore

senza una goccia di sangue a lasciarmi viva…

Se guerriero vincente tu ti coronasti signore

o vinta io diedi le braccia a livide catene

nella incoerenza di vite parallele,

senza orizzonti dove potersi incontrare,

alla scarsa credibilità d’infinite stravaganze,

che resero ingenuo ogni sorriso d’amore

per un reato che fu commesso

e reso vero dai fiori di campo trasformati

in cardi e rovi e corone di spine tra le rose.

E non una fata buona o il genio della lampada

a prestarci la luce ch’era venuta a mancare

per riscoprirci il volto impolverato d’anni.

 

Sul precipizio mi fermai a guardare il vuoto…

Fu tutto in un istante

il dirsi arrivederci ed era addio

            presentimento

in cui tutto accade ed è eternità.

I tuoi occhi lontani in fuga, il silenzio

per le strade e nel giardino,

il grido inorridito a metà gola

perché nessuno scoprisse l’inganno

che ti rese nemico ad ogni parola

ad ogni filo di luce che ti lanciavo

e farti un nodo al dito a rammentarti

il ritorno e la strada e il vento il pensiero

più di una ferita

ed esorcizzare il tempo della pena

e la sconfitta.

(E passi stanchi

con scarpe rotte e tasche di buchi

e uno scoramento di lacrime

a inondare il mondo senza libertà senza sorriso…)

 IL SOGNO

 All’alba ho sognato un cancello

intricato di plumbago e un campo

a perdersi nell’infinito

di tutte le sere

nel finito cespuglio dell’amore.

Tarlo a riportarne la memoria

“oltre ogni ragionevole dubbio”

che esplode di nostalgia annidata

nel silenzio del cuore…

           (una mano per favore)

 E MI VINCE UN NUOVO SOGNO

 Attraverso a passi lenti

il buio della notte per raggiungere

il giorno delle campane.

Solo di notte metto ancora passi

corro nella libertà di andare, audace

e fiera - impresa armata di coraggio -

a meritare applausi a scena aperta

in sintonia con il mio antico linguaggio

del corpo, il passo lieve e danzante

la voglia di andare controcorrente

            e correre e saltare

 capriolarmi sotto il mandorlo in fiore

che mi promette a breve primavera…

Mette il broncio la carrozzella

abbandonata solo per la notte, ricorda

i miei tremori dimenticati

a sconfiggere passi solo sognati

(ma io volo con le allodole del mattino

 che alla velocità della luce sfrecciano

   d’improvviso sole nel giardino…

                      … e canto)

E anche oggi mi fermo qui, augurando a tutte le Donne a Ri-nascere nella libertà con coraggio e tenerezza... Alla prossima. Angela/lina 

mercoledì 4 marzo 2026

Mercoledì 4 marzo 2026: IN RICORDO DI VITO MAUROGIOVANNI...

… Su l’immemore speranza

Scrivo il tuo nome

E in virtù di una Parola

Ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per chiamarti

Libertà.

(Paul Eluard)

Il 4 marzo 2009 il grandissimo VITO MAUROGIOVANNI, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore e soprattutto Amico dei nostri verdi anni, pensò bene di lasciare questa Terra per andare ad allietare, con le sue innumerevoli opere teatrali in vernacolo barese, il Cielo dei suoi Santi e delle immense stelle. Ma Vito rimane VIVO nei cuori delle figlie e di quanti lo hanno, stimato, apprezzato, ammirato, amato. E da circa quattro anni è in tenera compagnia con la sua Anna, adorata compagna di una vita. Nell’esergo la sintesi dell’eredità che Vito Maurogiovanni ha ricevuto dai suoi cari e dal tempo in cui è vissuto e di cui fa dono alle figlie e ai nipoti e a tutti noi: la dignità della libertà del suo pensiero che, tradotto in parole, rivendica la forza dei ricordi legati al suo mondo familiare, e a quello di giornalista, di poeta, di scrittore di Teatro, a cui si è dedicato con passione e coraggio per una vita intera. I Santi di Casa mia e tutte le sue opere teatrali sono la testimonianza ancora viva e palpitante di tutto questo. Sono passati diciassette anni da quando Vito ci ha lasciati, ma ogni sua pubblicazione conserva l’incanto, la purezza e la freschezza di quegli anni nella loro intramontabile veste, di cui li hanno ricoperti Vito, il nostro Cantore per eccellenza, accompagnandosi spesso anche con Enzo Morelli, il grande Pittore bitontino dei nostri ulivi contorti e sofferenti, ma mai umiliati, mai vinti. Enzo, per fortuna è ancora tra noi e ancora dipinge con la passione di sempre. Il tempo passa velocemente e i tempi certamente cambiano, ma l’animo umano attraversa il tempo con la sua immutabilità. Si presenta con i suoi sentimenti e risentimenti, i suoi ardimenti e le sue paure, le sue illusioni e le sue delusioni, i suoi appigli di sopravvivenza e i suoi dolori a demolirli. E tutto questo è pane che lievita di voci antiche e presenti in ogni Libro di Vito Maurogiovanni. Mi piace, oggi, ricordarlo, riportando alcuni suoi versi, spigolando qua e là alla ricerca di quanto di più profondo della sua anima di sottile ribellione alle regole possa emergere dal suo raccontarsi con estrema franchezza e un pizzico di reticenza. Mi riferisco, in primis, alla poesia intitolata “Lo sciopero”, inserita nel Testo I Santi di Casa mia:

 In Questura mi fecero fare/ una lunga anticamera./ Poi all’improvviso mi fecero entrare/ In una grande stanza/ Con vista sul Castello/ Immerso in un mare di verde./ La giornata era scura/ Un tempo nero di pioggia,/ una di quelle mattine/ che quando andavi a scuola,/ e le vie erano scure e deserte,/ pensavi come sarebbe stato bello/ rimanere nel silenzio amico/ dei mobili della casa antica./ Il Questore non mi guardò./ Rimase impalato/ Al centro della stanza./ Mi sentivo perduto/ In quel silenzio ostile/ Di fronte al disprezzo evidente/ Del Potere che mi aveva convocato./ (…)./ <Vi avviso che non m’interessano/ Le vostre questioni./ Una sola cosa vi dico:/ finitela di sabotare>./ Forse il Questore non sapeva/ che il personale non era stato pagato./ E vecchi operai e telefoniste nubili e sole/ andavano ricorrendo a prestiti/ e impegnavano per campare/ cari oggetti d’oro./ <Io non c’entro con i fatti vostri,/ ma faccio formale invito a non sabotare./ Volete scioperare? Scioperate./ La Costituzione non lo vieta./ Guagliò, ma vi avverto:/ se continuate a sabotare/ io vi vengo ad arrestare>./ Noi avevamo lasciato il posto di lavoro/ per un’antica questione di paga./ Uscii dalla stanza del Questore/ un po’ sollevato/ perché avevo pensato/ che m’avrebbero trattenuto/ per chissà quante ore/ e invece potevo tornare a casa./ Ma da quel giorno/ del dicembre quarantanove/ il mio nome è negli schedari/ della Questura centrale./ Con la nota: sabotatore.

È una poesia in cui si sente tutta la soggezione che Vito Maurogiovanni avvertiva nei riguardi del potere con tutte le iniziali maiuscole a connotarlo meglio in tutta la sua pervicacia ai danni di semplici operai e operaie in situazione di sciopero per rivendicare il loro diritto ad una paga che gli consentisse di sfamare la famiglia, e invece vengono bollati con “la nota: sabotatore”, in un tempo tutto da ricordare: dicembre Quarantanove. Sono ricordi del passato che ancora turbano la coscienza cristallina del nostro Autore, connotandolo nella sua malinconia di fondo, nella sua pensierosa tristezza, nella sua sete di giustizia e di onestà... Pure, un raggio di sole attraversa i suoi giorni, quando torna a Lecce, dove abitano le sue origini e palpita ancora il suo sangue di più ascendenze straniere (Ma non capirò mai/ il sangue che mi scorre nelle vene./ È sangue di spagnolo di francese/ d’antico svevo di vecchio greco/ d’avaro ebreo di sognante arabo?/ Non capirò mai quale sia la radice/ che è nel cuore dei miei figli/ nei desideri improvvisi/ del mio cervello amaro/ che scopre di vivere in una solitudine/ di una landa che fu di tante stirpi./ Non scoprirò mai da dove proviene/ il mio stanco sangue). Lecce è la panacea per la sua anima solitaria e stanca. Qui ritrova il sole e il suo sorriso. Qui si rinnovano i ricordi e ogni sua rinnovata Speranza: … L’organo suonava a piene note/ cantavano felici le fanciulle/ tutte profumate di sole,/ e in tanta commozione/  mi venne dal cuore/ un dolce pianto da prima comunione./ Splendeva il duomo nel suo barocco/ nei suoi capitelli nei suoi quadri antichi/ e a tratti mi baluginava nel cervello/ il tiepido ricordo di una donna trepida/ che m’aspettava felice/ nella sua casa imbiancata di sole.

E potrei chiudere qui, se non avvertissi dentro l’urgenza di rendere omaggio a modo mio a Vito ed Enzo che hanno fatto dei loro Libri e opere capolavori di solitudine e di incanto.

 Per Vito    

Nei giorni di ogni tempo/ Risuona nell’anima la tua anima/ Di voci a migliaia./ Tante quante le tue opere inventate/ Con la magia della tua penna/ Del tuo cuore./ Nidifica in me la nostalgia del tempo/ Che non torna/ E ritorna nella eco di passate stagioni/ Quando di verde stupore si coprivano/ I giorni delle antiche primavere/ Baciate dal sole./ Oggi stupore dei miei vecchi anni/ In faticose quotidiane avventure/ Di parole che sanno ancora di magia./ Maga io senza scarpe e a piedi nudi/ Nel parco di ogni rimembranza/ Sugli incroci del tempo con valigie/ Di rimpianti vinti da mai spenta Poesia./ Nel tempo senza tempo che ci vinse/ Erano complicità d’incontri le “cose” affini/ Di due anime sospese al filo/ Della nostalgia, malinconica nota/ Che vibrava nei nostri occhi/ Di stanca malinconia/ Che trasaliva d’improvvisa risata/ Ad una voce/ Prima di ogni improvviso silenzio/ (il mio il tuo?)/ So di anni addossati agli anni./ So di dolori addossati a un unico dolore/ Quello che fa più male e che ancora/ Ha sussurri di mai perduto amore./ Rimase il silenzio a confinare/ L’antica amicizia nell’album dei ricordi./ Tristezza e Gioia riprendono oggi/ A percorrere nuovi sentieri fioriti con noi/ Noi che ci ritroviamo accanto a noi/ Per raccontarci come un tempo./ Sicuri delle nostre parole/ Mai più ascoltate eppure presenti/ E quanto mai necessarie a cantare/ Il senso sicuro del nostro ritrovarci/ Come allora/ Per questi quarant’anni a festeggiarti/ In pieno sole…

E per entrambi i miei grandi amici: Vito ed Enzo:

Allora ci vinceva una gioventù/ già ricca di anni e di amici/ ed era un canto di luna/ il mio stupore alla bellezza/ della scena in un teatro di ulivi./ Alla libertà di sognare le stelle/ nelle vicinanze del cuore/ e una sola risata./ E fu un andar via come per caso/ così senza un preavviso senza un sorriso/ forse scritto di notte al fischio del treno/ di sola andata,/ da noi che siamo rimasti/ non condiviso/ (tutto si ripropone oggi/ Tutto come fosse sempre/ come fosse la prima volta…)

Ma non posso concludere senza la particolare tenerissima, divertente, carezzevole testimonianza della figlia Celeste ottenuta, grazie alla comune amicizia con il grande giornalista di Rai Tre Enzo Quarto, che mi ha messo in contatto con lei. Celeste Maurogiovanni è stata molto gentile e accogliente. Ed ecco quanto ha scritto, parlando anche de I Santi di Casa mia e di tutte le opere di suo padre, dei suoi modi di essere e di vivere: <Parlare di mio padre, Vito Maurogiovanni, e dei suoi scritti, è sempre una grande emozione per me, anche perché non riesco a non collocarli in uno spazio e in un tempo condivisi con lui: in una grande famiglia popolata soprattutto da donne, in una casa piena di libri e di ricordi più o meno importanti, sempre testimoni e amati, di ‘storie raccontate’, di personaggi conosciuti e storie antiche di cui parlava con la speranza che noi figlie potessimo a nostra volta ricordare e conservare questo grande patrimonio. Discorrevamo per interi lunghi pomeriggi nel soggiorno della casa di via Cancello Rotto (il cosiddetto Salone era interdetto a tutti noi da mia madre) ed era sempre disposto ad ascoltarci e a raccontarsi anche nelle sue debolezze, a lamentarsi con sottile divertimento per i richiami di nostra madre (ma le era sempre grato) ad abbandonare i sogni e a vivere il reale, talvolta faticoso. Quanta piacevole e tenera nostalgia per l’amorevolezza con cui ci guardava, mentre studiavamo, e ci procurava libri per approfondire e leggere sempre di tutto. E per le conversazioni in macchina nella 600 Fiat azzurra, sopravvissuta a tutt’oggi, quando, infervorato da discussioni, con noi figlie e Anna sua moglie, si distraeva dalla guida e recitava poesie, citava autori a lui molto cari, e, nonostante tutto, quasi per magia o grazia ricevuta, arrivavamo sempre alla meta illese e sbalordite di quanto avevamo vissuto con un allegro guidatore che gesticolava, mimava attori, ricordava il passato e immaginava il futuro con scarsa attenzione al presente traffico circostante, attratto dai bei paesaggi pugliesi che guardava con interesse, distogliendo l’attenzione dal resto (anche dalla carreggiata) preso da pensieri, parole, progetti e desiderio di comunicare. Era un abile e piacevole affabulatore, e - nonostante il naturale pessimismo che amava definire manzoniano e cristiano (era uomo di fede profonda, francescana, come afferma Tommaso Fiore) - sempre capace di rialzarsi dalle cadute, pronto ad incoraggiarsi nei momenti duri, a persuaderci che - nonostante tutto - si dovesse credere sempre nell’umanità e guardarla con occhi puri, nutrendo speranza nel futuro. Erano anni complessi, quelli della nostra adolescenza e giovinezza: delle contestazioni, delle rivolte giovanili, del crollo di ideologie e di interi sistemi politici. E io lo sentivo preoccupato e dimidiato tra il desiderio di dirci ‘scendete anche voi nelle piazze’ e legittime paure di padre. Naturalmente abbiamo autonomamente conosciuto e vissuto il mondo, perché, entrambi, mamma e papà, frenavano i loro timori e favorivano la nostra formazione alla vita. Capace di perdonare e soffrire con dignità, coltivava la naturale dote dell’ironia, e ci spronava ad essere come lui: autocritiche, osservatrici impietose del male e delle ingiustizie da combattere senza riserve, ma anche a custodire gelosamente e a esercitare il sentimento della compassione e della pietà. Nutriva una forte passione per la scrittura e in tale orizzonte, costellata da moltissimi scritti di vario genere, rientra la sua prima raccolta di poesie, Composizione 34, edita dal Leggìo, Circolo culturale fondato in via Cognetti dalle professoresse Candida e Ave Maria Stella, animatrici culturali che vissero e amarono questa città come la propria, approdate a Bari durante la Seconda Guerra Mondiale e sue docenti di Lettere, con le quali aveva conservato un forte legame, e che lo incoraggiavano nelle sue scelte. Questa Silloge, ristampata con il titolo I Santi di Casa mia, è il ritratto di un uomo che, senza timori o falsi pudori, affida al lettore come prima aveva fatto con le sue figlie, il lungo racconto di una vita. Le poesie, infatti, sono la storia di ‘un povero cristiano’ che intende poesia lirica come narrazione di vicende vissute, grandi e piccole, di tormenti personali espressi con un linguaggio asciutto e antilirico, prelirico, disciolti in mille immagini di film che lo rasserenavano (quelli di Charlie Chaplin, il suo autore e regista preferito di cui ammirava la fine ironia e lo sguardo poetico e tenero sulla realtà), di sogni, di ricordi che si snodano in un trentennio, tra Bari e Matera, città in cui fu trasferito come Direttore di una grossa Società (v. ‘Cantata per Cristina’ ne I santi di casa mia), periodo in cui visse un forzato esilio a Matera. Dalle esperienze umane e culturali, di gioie, di struggenti malinconie consumate in città tra loro antropologicamente storicamente e culturalmente diverse, Bari e Matera, nasce questo testo nel cui titolo sono già evocati concetti e sentimenti che ispirano il suo canto, i santi - intesi in senso cristiano e laico, i quali, i Mani, tutori di antiche memorie, e la casa, luogo di affetti, di vincoli stretti, di sorrisi e sofferenze, di memorie in cui ritornano, anche solo come pensiero per ritrovare la forza e la spinta per andare oltre, per rinvenire il passato e il vero senso dell’esistenza da raccontare e lasciare come eredità di affetti e di pensiero, alle figlie, ai nipoti, agli ‘uomini di buona volontà”. Celeste Maurogiovanni

In ogni opera scritta o teatrale e anche nelle parole di Celeste Maurogiovanni emergono la grandezza dell’artista e il suo talento, ma soprattutto la sua generosa “umanità”, il suo immenso amore per la “casa”, la “famiglia”, le sempre “celebrate” figlie, gli adorati nipoti. È questa l’eredità più bella che Vito Maurogiovanni, sempre dimidiato tra “struggenti malinconie”, picchi di imperdibili memorie, risate, come fresche cascate di acqua pura, e mordaci quanto argute autoironie ci lascia in imperitura eredità…

Ma quanto ho scritto è solo una rapidissima sintesi di un mio saggio molto più ampio e articolato che, dopo oltre due anni rimasto nel cassetto in attesa di tempi migliori per la mia salute, che per fortuna sembra al momento rifiorire (saranno i mandorli in fiore come promessa di primavera in arrivo…), vedrà tra poco la luce di una pubblicazione con la mia Casa editrice SECOP (Corato-Bari) dell’editore Peppino Piacente o con la Casa editrice FOS della NP Studio di Nicola Piacente. Per ora è solo un affettuoso omaggio a una Persona meravigliosa per semplicità, poliedricità, generosità e umiltà… Grazie sempre. E a presto! Angela/lina              

sabato 28 febbraio 2026

Sabato 28 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (terza e ultima parte)...

Con il tempo si impara la sottile differenza
fra sostenere una mano e incatenare un'anima, (…)
e uno impara a costruire tutti i suoi cammini nell'oggi,
perché il terreno di domani è troppo insicuro per
far piani…

(“Col tempo imparerai” una poesia
attribuita a Jorge Luis Borges)

E vorrei oggi concludere, accennando brevemente ai rimanenti capitoli, da me non ancora “visitati”, del coraggioso Saggio sulla vita e la morte di Valeria Rossini. E riprendo dal VI capitolo che s’intitola “Il dolore dell’assenza” e parla soprattutto di un dolore che perdura nel tempo, anche quando fingiamo con noi stessi e con gli altri di averlo superato. In realtà, il vuoto che avvertiamo dentro ci sembra “un inganno” perché “pervade tutta la nostra esistenza”. Uno strumento pedagogico potrebbe essere quello di “allenare al dolore” per “temperare lo spirito attraverso l’azione sul corpo”. Questo è il suggerimento dell’Autrice. Ma come ci si allena al dolore attraverso il corpo? Ci viene in aiuto il termine “agonia”, che presuppone una lotta, una sfida, in cui si trovano coinvolti il corpo, la mente e l’anima in una <singolar tenzone>, che comporta alla fine anche la resistenza muscolare, come capacità di guardare in faccia il dolore e la morte senza più la tentazione di chiudere gli occhi. Del resto, esistono reazioni di chi riceve dal medico la condanna della sua morte in tempi brevi. Ebbene, il moribondo passa dal “rifiuto” alla “Rabbia”, ossia alla ribellione, dalla “negoziazione” con Dio alla “depressione” fino alla “accettazione”. (p. 127). È quanto si spera avvenga nel VII capitolo, intitolato “Il coraggio del lutto”, in cui occorre, valutare anche le reazioni di chi assiste il moribondo e rimane dopo la sua dipartita. Si tratta di avere la forza di affrontare la situazione per superare non solo il dolore, ma anche il pianto della perdita. Si fa necessario, allora, percorrere e attraversare tutte le “fasi di lavoro” che occorrono per “elaborare il lutto”. Si passa così dalla prima fase della “Idealizzazione” a quella dello “Stordimento”. Subentra, poi, lo “Struggimento” con la successiva “Disorganizzazione” per giungere alla “Disperazione”. Sono Fasi che sottendono, purtroppo, ad un depauperamento delle forze vitali (fisiche e mentali) di chi ha subito la perdita di una persona cara e non riesce ad elaborare il lutto in tempi non eccessivamente lunghi, perché in questo caso possono causare malinconia e rimpianto, sentimenti perlopiù negativi che ristagnano nell’anima, fiaccando il corpo. Soprattutto quando si tratta della morte dei bambini o di come affrontare questo tema doloroso con i bambini. Argomento che Valeria Rossini ha trattato con molta delicatezza e attenzione nel Capitolo VIII, intitolato “I bambini e il morire”, di cui abbiamo parlato insieme, in precedenza, con dovizia di particolari pedagogici, psicologici, sociologici ed etici.
Nel IX capitolo, intanto, intitolato “Il rischio di vivere”, ricompare la morte rimossa in precedenza. Ma “Per vivere bene il momento della morte bisogna aver vissuto una buona vita”, scrive la Rossini, attardandosi a ipotizzare i tanti modi con cui e possibile accettarla. Io, per esempio, scrivo e spesso scrivo, in prosa e in versi, di mio marito, Primo Leone, perso circa diciotto anni fa, oppure di tutti gli altri miei cari che non ci sono più. Scriverne mi permette, in qualche modo, di riconciliarmi con la morte. Ma sono in ottima compagnia. Scrivere è sempre catartico, infatti, e molti scrittori e poeti sono riusciti così a superare o quantomeno a contenere il dolore per la perdita della persona amata o dei propri cari. È uno dei modi comuni a chi ama scrivere. Gli esempi sono tanti: Eugenio Borgna o Eva Cantarella, o il più famoso Roland Barthes che, con i suoi versi immortali, scritti per sua moglie, l’ha immortalata nel tempo. Scrivere, dunque, è uno dei tanti modi di tenere vivo nel ricordo di tutti chi non c’è più. Perché ogni legame d’amore continua negli anni come difesa dal dolore più che come accettazione di quest’ultimo. Non a caso, essendo Valeria Rossini pedagogista e docente associata di Pedagogia presso l’Università di Bari, conclude il suo Saggio con il X capitolo che riguarda pedagogicamente “L’educare a morire”. E fa una prima fondamentale distinzione tra “educare alla morte” e “educare a morire”. La prima comporta l’accettazione, e a volte la ribellione, all’ineluttabile; la seconda ci esorta alla “consapevolezza” di affrontare l’“aspetto cruciale delle dinamiche esistenziali che si esplicano in forma educativa allorquando questa consapevolezza è promossa e sostenuta a partire dalle prime fasi della vita”, come giustamente scrive Valeria Rossini (p. 196). E, sostenuta dal pensiero di altri grandi pedagogisti, sostiene che è bene farlo attraverso la “prevenzione primaria”, che presuppone un primo intervento pedagogico, per giungere alla “riabilitazione” che è sempre fonte di “riflessione”. Sono tutte “piste” che consentono di “trasformare la paura della morte in un sentimento di accettazione”, che sottintende “l’arte di vivere” più che del morire. Ed io mi fermo qui, con questa confortante prospettiva, che ci insegna a vivere intensamente il presente perché “del diman non v’è certezza” (Lorenzo de’ Medici, XV secolo). Riflette il “Carpe diem” oraziano, un salutare invito, in entrambi i casi, a “cogliere l’attimo presente”, intensamente e con “consapevolezza”. Tutto il resto è stato detto e analizzato nei capitoli precedenti e nella Conclusione da me già trattata. Auguriamoci allora un “bel vivere!”, carissimi amici lettori, e alla prossima con argomenti un po’ più sorridenti, si spera! Buona fine di febbraio. Marzo è già una promessa di primavera… Angela/lina

domenica 22 febbraio 2026

Domenica 22 febbraio 2026: L'ETERNO INDECISO racconto semiserio di ANNA MARIA DE LEO...

… Di presentarti ai genitori

    O resterai semplicemente 

    Dove un attimo vale un altro

    Senza chiederti come mai

    Continuerai a farti scegliere

    O finalmente sceglierai?

      (Fabrizio De Andrè).

Anna Maria, la mia amatissima sorella, purtroppo, non è più fisicamente tra noi, anche se VIVE nei nostri cuori e in quanti, tantissimi, l’hanno conosciuta e amata. Anche Teresa, la moglie speciale e di straordinario coraggio e umanità ha raggiunto da poco il suo Carmelo (nome inventato), per fare festa in Cielo con Annuccia e gli altri figli che l’hanno preceduta, lasciando sulla terra l’ultimo figlio con la generosa e coraggiosissima moglie e l’unica carissimo nipote. Da questo preambolo si evince che si tratta di una storia realmente vissuta anche se un tantino romanzata come per tutte le storie vere. Per sorridere insieme: <Carmelo era un figlioccio di mio nonno, dal quale veniva considerato e amato come un vero figlio! Affrontavano insieme le ore di lavoro in campagna, ma anche le attività extra, soprattutto quelle più faticose. Carmelo era sempre pronto a dare una mano. I due erano legati da profondo affetto e gratitudine. Carmelo era ormai un uomo e i suoi punti di riferimento erano proprio i miei nonni, che lo aiutavano in particolare a prendere delle decisioni che per lui, timido ed insicuro com’era, diventavano difficoltà insormontabili, vere montagne invalicabili! Una sera di primavera, Carmelo bussò alla porta del nonno, con dei tocchi appena percepibili. Il nonno conosceva le motivazioni di quei deboli richiami che, quando erano troppo delicati, voleva dire che il suo figlioccio aveva dei problemi. - Entra, Carmelo, qualcosa non va? - . - No, compare Mincuccio, sono passato, perché avrei bisogno di un consiglio. - Entra, entra... Fammi sentire… - . - Sette anni fa, la vicina di casa mi disse… - . - Beh, non la prendere troppo alla larga. Arriva al nocciolo del discorso. Di che si tratta? - . - Va bene! Voglio dire che ero stato invitato a fidanzarmi 7 anni fa ed ora mi pento di non aver ascoltato il consiglio della vicina! - . - Santo figlio, vuoi dirmi che ti senti solo e che vorresti fidanzarti o magari sposarti? - . - Sì. Da qualche tempo mi pesa tornare a casa e trovarla vuota. Mi pesa, dopo una giornata di lavoro, mettermi a cucinare. Poi mi hanno parlato di brave ragazze che vorrebbero sistemarsi e... allora … - . - E allora, coraggio, fidanzati e poi sposati! - . - Si, ma sto pensando che non saprei come presentarmi e cosa dire a quella persona che vogliono farmi conoscere… - . - Non è questo un problema! Parla con il cuore in mano e la cosa è fatta! - . - Ma io ho paura di un rifiuto. Per questo un altro pensiero mi dice di lasciare le cose come stanno e di non sposarmi!!! - . - E non ti sposare! Però, poi, con gli anni, ti peserà farti il bucato da solo, cucinare e quant’altro, dopo una intera giornata di lavoro! - . - Io a questo sto pensando. Allora devo sposarmi per avere una compagna e per avere dei figli. - . - GIUSTO! Allora sposati e non pensarci più! - . - È facile dirmi di non pensarci, ma mi devo mettere sulle spalle delle responsabilità, devo riflettere bene sui pro e i contro. Con il carattere che mi ritrovo, tanti pensieri mi faranno andare fuori di testa, per cui, meglio solo! - . - Allora è proprio il caso di riflettere bene… Non ti sposare! Ma, una decisione, prima o poi, la devi prendere! Sposati, figlio caro! - . - Più facile a dirsi che a farsi… Non so veramente cosa fare! - . - La famiglia, caro Carmelo, è una cosa bella... Tu sei un fervente cattolico e praticante dei sacramenti... Dio creò l’uomo e la donna per vivere insieme, per avere dei figli. Li unì con il sacramento del matrimonio, per stare insieme ed aiutarsi finché morte non li avrebbe separati. Sposati, Carmelo, adesso è il momento giusto! - . - Sì, ma... servono i soldi. Devo comprare i mobili e tutto quello che occorre! E un vestito per la festa, con delle scarpe adatte non devo acquistarli? No, no noooooo non mi sposo! - . - E va bene, non ti sposare, ma una mano non posso dartela io?  Poi, per i mobili non è un problema insormontabile. Basta cercare un bravo ed onesto artigiano e mettersi d’accordo… Sposati, non indugiare! -

Mia nonna, dall’altra stanza, aveva seguito il filo del discorso. Sentì i rintocchi del pendolo e, vedendo che si avvicinava la mezzanotte, si affacciò nella stanza per dare una mano al marito e inserirsi nella conversazione.

- Comare Angelina, che dite, devo sposarmi? -, Carmelo le domandò a bruciapelo, prima che lei parlasse. - Sposati, figlio mio, ma che vuoi diventare vecchio? - . - Va bene, se è per questo, ci son quelli che si sposano dopo i 50 anni. Quindi ho tempo per riflettere. Ehhhh! Mica è il caso di precipitarmi! - E il nonno, un po’ spazientito: - Non ti sposare, allora. Non ti sposare e basta! Stai, però, attento: il vino troppo vecchio, a volte, diventa aceto! - . - Sì, lo so, è per questo che voglio sposarmi! Voglio sposarmi adesso con la vostra benedizione! - . - Allora, sposati! Santo figlio, SPOSATI O METTICI UNA PIETRA SOPRA! - . - Il guaio è che io, quando penso al futuro, vedo tutto nero! Meglio da solo. Posso affrontare meglio qualsiasi difficoltà! - . - Statti da solo! Però ora vai a casa... Vediamo se la notte ti porta consiglio! -

Carmelo si decise quando scoprì che accanto ai capelli castano scuri erano cresciuti dei capelli bianchi e cominciavano a vedersi le prime rughe sul viso. Il dubbio amletico si sciolse anche perché seppe che la promessa sposa si era stancata di aspettare l’ambasciata di matrimonio e stava decidendo di farsi suora!- Quel benedetto figlio Carmelo… Mi sposo, non mi sposo…  ma cosa gli passava per la mente? Chi doveva decidere io o lui? Cose da pazzi... un indeciso come lui fa venire l’esaurimento anche a chi gli vuole dare una mano… - concluse il nonno.

Carmelo si sposò ed ebbe quattro figli. Dedicò molto del suo tempo e della sua vita al Signore.

Morì che era ancora giovane. Peccato! Ora è circondato dagli angeli e sua moglie, donna decisa e volitiva, vive ancora e non sa quando e come il suo indeciso Carmelo la vorrà vicina a sé. Certamente i figli vorranno che ora il padre non decida mai, perché le vogliono un gran bene!

“ESSERE… NON ESSERE”… Questo è il problema degli ETERNI INDECISI, come Carmelo!

                                                         Anna Maria De Leo

 A me non resta che augurarvi buona domenica della Pentolaccia, con l'ultimo coriandolo a illuminare il giorno. Alla prossima. Grazie, come sempre. Angela/lina