venerdì 13 novembre 2020

PASSI D’AUTUNNO (seconda parte)

“Il turbante di van Eyck”

Svettante vessillo

di fiamma e di sogno

 tra pensieri di uccelli migratori

 verso cieli lontani

 l'ampio capello

 nella sontuosità di pieghe come onde

 a bruciare il mare.

 Forse ricordo forse nostalgia.
 Lame taglienti

 gli occhi che osano

 abbattere frontiere

 e fare preda d'incontro

 i sogni altrui sparsi 

 nello spazio-tempo di un richiamo

                muto

 E la mano è un pugno

 a bloccare il demone

 d'ogni possibile rimpianto.

(a Marisa Carabellese, autrice del ritratto)

 

IL SOLE TEMPESTOSO

 

Il sole tempestoso d’autunno

ha ruggito di leone

e cuore di miele

ad addolcire gli affanni

degli uomini,

tra foglie che cadono

in silenzioso pianto.

Esplode in un cielo di sangue

che non sa capire la tenerezza

l’amore.

E lapilli di odio e violenza

quasi magma

al centro della terra

distruggono alberi e case

e un sogno bambino che mai diverrà.

Volano uccelli migratori

incontro a un’alba di giorni lontani

quando è ancora atteso

il miracolo della vita…

 

 Questo cielo di novembre

È velo cilestrino                                                                                

questo cielo di novembre

ricamato a pizzo macramè

- nuvola leggera

velo di chiesa che deponevo

sui capelli arruffati d’autunno

all’ingresso della casa del Signore -.

Emozioni ritornano tra rami

di cedro scompigliati dal vento

più del vento nei riccioli scomposti

e respiro un Cielo tutto mio…

             (è domenica)

 

Passi d’autunno 2

Caduto è il vento

- che non si è fatto male -

Ripescato il mare

in un delirio d’azzurro

oltre la collina smerigliata

di sole stanco di lottare

con nuvole leggere e passi

d’autunno.

L’abete è un fremitare d’ali:

capini, code, ripicchi familiari

di voli di appena tentata libertà.

Brevi voli tra i rami:

i piccoli non sanno andare

lontano.

Simile è il mio desiderio di cielo

infilzato al primo palo della luce

(domani oserò raggiungere il secondo…).

 

Cielo grigio di novembre

Cielo grigio sui rami di novembre

tormentati dal vento

e una pioggia di solitudine mi assale

- la solitudine si deve fuggire

si deve fuggire,

sol con le compagne

si può gioire,

sol con le compagne

si può gioire…

Cerco una bimba

che sappia cantare

che sappia cantare.

Cerco una bimba

che sappia danzar… -

Mi torna in cuore

l’antico canto di noi

bambine

a vincere solitudine

e malinconia.

A far vincere ingenuità

e allegria.

E comincio a cantare       piano

mentre danzo danzo       danzo

sul verde prato

     assolato

che “nel pensier mi fingo”…

         (e sono salva…)

 

PEGASO E IL MIO SOGNO (ballata)

Cavallo alato

d’antica memoria

in volo fino alle stelle

ho incontrato

dove trovò dimora e notturno canto

il mio sogno di un mondo migliore.

Di cielo indaco e blu ha colore

questo mio fiore che si schiude

come preghiera

sul dolore degli uomini

e l’inascoltato cuore

di giovani madri in fuga

su mari di naufraghi e sirene,

dove l’approdo è solo una speranza

in questa danza

di onde alla deriva.

 

E la gente moriva moriva moriva

e la coscienza dormiva dormiva dormiva

in un mare d’indifferenza o di ostilità

senza l’antica umana pietà

ch’era fatta d’accoglienza

e di dolore per ogni assenza.

 

Al ristoro di giorni attesi,

che trascolorano di misfatti

e piangono ogni disperato naufragio

della nostra umanità,

ho dispiegato il mio canto

di rivolta e libertà

e cerco un azzurro sorriso

a rendere più terreno il Paradiso

 un volo più alto delle stelle

per accendere fari di approdo

a tanti miei fratelli disperati

che fuggono dalla guerra e dall’orrore

di anime e corpi mutilati

dove non si respira un briciolo d’amore

 dove ogni giorno gronda sangue

dove non è più facile la riva

 

E la gente moriva moriva moriva

e la coscienza dormiva dormiva dormiva

in un mare d’indifferenza o di ostilità

senza l’antica umana pietà

ch’era fatta d’accoglienza

e di dolore per ogni assenza.

 

(vorrei offrire un nido per ogni dolore

e poter ancora sognare un mondo migliore)

 

                                               Angela De Leo


venerdì 30 ottobre 2020

Passi d’autunno

… e venne settembre (2020)
E venne il vento di settembre
e mi scoprì paura.
Mani di ruvida corda.
Passi di pietra incatenati
a scogli di mare scuro
 catramato immobile di sale.
Mi scompigliò i grilli dei capelli.
Fuggirono pensieri sui velieri
in secca e senza vele.
Venne settembre e piansi
- occhi senza lacrime -
e sciolse ogni dolore nella sera.
Accese un lampione di luna
- cielo in frantumi
stelle addormentate
sul filo del ricordo dimenticato:
ottobre di rose e di spine -
E fui racconto di gloria appena
cominciato e già spezzato
a metà di una notte rossovino
e scale precipitate
abisso di ogni inferno
mai abitato.
Lembi di sole ha settembre
in dono oltre il vento
su lacrime già piante
- prodigio che allaga il cuore
i primi passi a volo di gabbiano -
Mare mare mare mare mare
Nella mia casa sorriso di foglie
- oceano attraversato -
settembre si àncora
                    al tetto del cielo
     Luna immensa luna
impazzita di stupore negli occhi
(“Rondine” festosa di ritorno
          DEVO ESSERE
  con passi di danza… di me)
 
Stanchezza nell’anima stanca
Stanchezza nell’anima stanca
che lotta contro scogli aguzzi
dove a brandelli sanguina
il corpo lacerato che non sa
più volare né immergersi
tra i flutti che spumeggiano
di bianca trina in superficie
e conservano rossi coralli
nei fondali che beffe
si prendono di forzieri
di perle di mare e di velieri                
        senza vele
 
Dono di conchiglie ha settembre
Nuvole basse ha settembre
e un grigiore di madreperla
fermo sulle ciglia addormentate
del cielo perso di stanca malinconia.
Mi pervade assenza d’azzurro.
Mia figlia ha dono di conchiglie
E lunghe storie di sirene e nostalgie
(fragile ampollina a raccontarmi
   il suo AMORE e il mio MARE)
 
Ha bagliore di acceso tramonto
Ha bagliore di acceso tramonto
questo ottobre bambino
che si veste di meraviglia e di sogni
per ogni foglia che vola e non cade
Lievità dei giorni scrostati dal grigio
dei bui pensieri su ali di vento
del tempo che mi è nemico
e mi soffia alle spalle
per darmi passi veloci
E l’autunno da attraversare
E l’inverno di neve ad attendermi
con i camini accesi e le scintille
su cui perdere occhi e sorrisi
prima di andare via.
Ma ora è tempo di tenerezza:
le mani che raccolgono rubini
e topazi che la natura sparge
tra solchi assetati di pigolii lontani
e spenti di fiori inariditi
 Incanto di nuovi ardori fiorisce
sulla punta delle dita
per raggiungere il cielo
con un bacio sbocciato di rosso
tra labbra di miele e velluto
(s’innalza ardente fiaccola
 dell’anima bambina
muta come di preghiera…)
 
L’anima ancora stanca
Questo ottobre così difficile
da vivere mi stanca.
Stanca della doppia faccia
della luna.
Stanca della doppia ansa
del fiume.
Stanca di me con l’anima
agli occhi.
A doppia mandata le tante realtà
da dover vivere
senza mai una chiave di verità.
E ottobre sta per consegnarsi
a novembre in un silenzio
d’attesa.
(fuori fragore di gente
violenta rabbiosa divisa
che sa fare solo rumore
senza stancarsi mai…)
 
nel cielo d’ottobre
è un languido rincorrersi di stelle
questo cielo frantumato di sole
che ha onde sfinite
nel languore di un ottobre
che piange di ruggine foglie gialle
e ali di colombini 
che da solitudini terrestri
cercano un volo breve
tra i rami del giardino.
Sogno un autunno visionario
che mi danzi nell’anima:
la fanciulla dal bianco cappello
ha fiori rossi intrecciati sulla tesa
e lunghi sogni imbrigliati
tra i capelli d’oro e di seta.
Buffo il cagnolino biondo
morbido tra le braccia ansiose
della padroncina nell’azzurrità
che fremita di passate primavere
e sogna quelle che verranno
se le saranno concesse.
E intanto incalza l’autunno
(io smemoro pensieri
che non vogliono pensare)
 
I corvi neri di fine ottobre
Dai corvi neri dei pensieri
mi libero con dita d’acciaio
che scavano versi nel sangue
dei ricordi e li scaraventano via.
Non ti fermare al mio sorriso
arcobaleno che si rifrange
nel mare dei sogni inascoltati
è un vizio che non m’abbandona
da quando bambina
assordavo le stelle con la risata
del mio dolore.
E cantavo oh quanto cantavo
con labbra di papaveri e ciliegi
e zucchero filato per addolcire
il fiele di ogni distacco.
L’assenza.
E spianare la ruga
della malinconia mia identità
mai perduta
neppure ora che è tempo di castagne
rovi e frutti di bosco blu come le more.
Oggi che i vuoti sono squarci
nel lacerato vestito della festa.
(Lasciami il sorriso di un rattoppo
  a fingermi un ricamo d’erba…)
 
Vedrai
Passerà questa stagione
di nuvole basse
a soffocare il cielo.
Passerà l’ombra degli uccelli
scuri sulle pietre degli inciampi
e delle desolazioni mute.
Passerà - vedrai - il vento
di levante a confondere
il canto delle foglie
con i nidi vuoti d’autunno
abbracciati al mare della sera.
Ci sarà un ritorno di lucciole
a capovolgere il cesto delle stelle
e col retino che ti diedi bambina
riuscirai a catturarne tante
per averne sempre una di riserva
a scaldarti le mani,
a vincere il buio e la strada vuota
al fiorire dell’alba.
Ci sarà e sarà festa di bandiere
e di luminarie e di prati in festa
e avrai una veste di mille sorrisi
e un solo cuore nascosto
nelle tasche di altri domani
per non fare rumore.
E sentirai la musica di mille
chitarre e un solo violino
e danzerai ballerina e acrobata
sui trapezi impazziti di sole
e troverai il sogno un tempo
azzerato più vero tra la tua casa
d’erba e il fiore rosso rubino
della tua bocca in fiore.
Intrecciati i fiumi azzurri
dei tuoi capelli d’oro e di fieno
blindati tra corone di coralli
e perle e cristalli e fili d’ambra
contro le spade di briganti
e avventurieri a trafficare
con piogge di lacrime mai versate
o forse taciute
e che mai più verserai.
E sarà chiaro di luna sui profili curvi
dei tuoi ragazzi innamorati
a trattenere l’eternità in un bacio…
 (E sarai due volte madre e felice                         
                    accadrà vedrai)

venerdì 23 ottobre 2020

Il mio Gianni Rodari

 Ho avuto la fortuna di incontrare Gianni Rodari in una giornata di fine febbraio in una scuola elementare del mio paese, verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso. Giornata  all'insegna della fantasia e della creatività. Lui, il grande autore di tanti libri per bambini, smilzo, dinamico, sorridente, era in mezzo a noi simile ad un folletto che inventava storie lì per lì, facendo fiorire nell'Aula Magna dell'Edificio scolastico mille parole magiche da abbinare tra loro con assurdi intrecci per divertire grandi e piccini, creando un'atmosfera surreale tra sogno e realtà. Noi lo seguivamo incantati dalle sue mille arguzie e incatenati al gioco del pozzo senza fondo da cui tirare su le parole da combinare per inventare, costruire, volare. Giorno infinito senza fine. Ma ogni cosa umana ha un inizio e una conclusione e anche quella meravigliosa giornata di gioiosa immersione in Gianni Rodari ebbe fine con nostro grande rammarico. Ci aveva deliziato con la sua "Grammatica della fantasia", ma ci aveva fatto riflettere raccontandoci di sé, della sua "fallimentare" esperienza di giovane maestro  al primo incarico e della complice allegria che aveva imparato a condividere con i suoi alunni nell'inventare storie e fantasiose correzioni da parte di tutti proprio alle sue storie, per non mortificare nessuno e per aiutare ciascuno e sé stesso ad imparare, conoscere, capire, divertendosi insieme. Bellissimo esempio di vero "maestro" (magister: magis ter: tre volte di più!) In una moltiplicazione di conoscenza, talento creativo, comunicazione empatica, e guidare  così i piccoli a crescere e ad imparare per scoprire il mondo in un continuo scambio interattivo tra maestro e ogni singolo bambino. Lui, bambino tra i bambini. Ci aveva anche parlato di sua figlia Paola la prima ascoltatrice/lettrice delle sue favole e filastrocche, la prima col pollice verso o in su per indice di gradimento delle sue opere da pubblicare o gettare nel cestino dei rifiuti. Prima di andare via, firmò le numerose copie dei suoi libri con una dedica ad personam e  un omino a salutarci con un fiore che gli vibrava nella mano all'unisono con i nostri cuori. Io scelsi "Favole al telefono" per via di una lunga "amicizia" tra me e questo suo libro. Come preparatrice di Concorsi per il reclutamento degli Insegnanti nelle varie Scuole di ogni ordine e grado, dalla fine degli anni Sessanta al 2000, avevo scoperto Rodari presso gli Editori Riuniti quando era ancora un illustre sconosciuto ai più. E me ne ero innamorata a tal punto da far portare agli esami orali, proprio Rodari  che di lì a poco avrebbe vinto addirittura il Premio H.C. Andersen, il massimo riconoscimento per gli Autori di Letteratura per l'Infanzia. Una sorta di Nobel a consacrarli tra i "grandi". L'opera analizzata era appunto "Favole al telefono".

Gianni Rodari e "Favole al telefono" mi hanno tenuto festosa e dolcissima compagnia per oltre un quarto di secolo. Immenso il rimpianto per averlo perduto così presto! Rimane però la sua rivoluzione copernicana nell'universo della scrittura per e dell'Infanzia. C'è, infatti, un prima e un dopo Rodari: niente più lacrimevoli storie di bimbi abbandonati, orfani e giramondi e compunte poesie scritte dai poeti per loro e da imparare a memoria, ma storie da inventare insieme giocando con le parole tra realismo e surrealismo. E filastrocche da scrivere e riscrivere im mille modi diversi tra volo pindarici della fantasia accesa di mille e più colori e la verità di una società di umili e oppressi da amare, rispettare, aiutare; di guerre da cancellare e di Pace da ricucire ad ogni costo, facendo un "girotondo intorno al mondo" con tutti i bambini che hanno la pelle di un solo colore: quello della gioia di vivere e di amare. Di imparare con leggerezza e allegria. Anche cantando a perdifiato. Il grande cantautore Sergio Endrigo musicò molte filastrocche luminose e profonde di Gianni Rodari.

E Gianni Rodari, con leggerezza e allegria, vive e ama dentro di noi e con noi in un monito che sfiderà "di mille secoli il silenzio":

"È difficile fare le cose difficili: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi" (Gianni Rodari, "Parole per giocare").

E mai come oggi questo monito deve accompagnare i piccoli nelle "cose difficili" da realizzare con la leggerezza della mente e la profondità del cuore. Gioia, Amore e Creatività devono abitare sempre nella loro vita per proiettarsi ancora e ancora in un futuro ricco di ritrovata Umanità e di rinnovata Speranza...

martedì 6 ottobre 2020

5 ottobre 2020: Corrado De Benedittis, sindaco di Corato

Arriva un momento in cui silenzio è tradimento” e “È sempre il momento giusto per fare quello che è giusto“: queste le due frasi che più si identificano nel pensiero del Re Nero, Martin Luther King, assassinato a Memphis da James Earl Ray il 4 aprile del 1968. Una morte violenta per l’apostolo della non violenza, un tentativo inutile di chi pensava di poter far tacere la lotta per i diritti dell’uguaglianza tra bianchi e neri.

“I have a dream”: il suo inno al sogno e alla speranza.

Ho sognato un’onda di mare azzurra come il cielo riversarsi per le strade con rivoli luminosi a farsi fiumi e torrenti e cascate in congiunzione astrale e terrestre e unità di voli di bandiere e battimani. Ho sognato.

Poi, con il timore e l’ansia che ogni risveglio porta con sé, ho aperto gli occhi. E magicamente il sogno si è trasformato in realtà. Tra ali di folla osannante ecco l’uomo: commosso e forte, vulnerabile e coraggioso, sorpreso e determinato ad essere il sindaco di tutti e di ciascuno, senza distinzione di “razza, sesso, colore, religione”. Il sindaco del centro e delle periferie. Dei colti e degli analfabeti (anche di ritorno). Dei giovani, anziani, bambini. Dei cittadini e delle cittadine, come degli immigrati e delle immigrate. Di Corato, sua città d’appartenenza e del cuore.

Corrado De Benedittis (nomen omen).

L’uomo giusto al posto giusto. L’uomo della “rivoluzione gentile” e della “non violenza”, del rispetto e della solidarietà. L’uomo dei valori di ieri da rispettare e dei valori di oggi da salvaguardare. C’è un tempo per ogni cosa. Un tempo per aspettare e il tempo di agire. Qui e ora. E Corrado è uomo di pensiero e azione come un suo illustre predecessore. Molto dipende da lui. Tanto anche da tutti noi. Oltre l’esultanza, il sogno da tradurre in realtà. Come è già accaduto. Come accadrà ancora. Buon lavoro, Corrado!

“I have a dream”, ripetiamo allora tutti con forza il grido accorato e colmo di speranza   di Martin Luther King Jr. nel suo discorso del 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili. Gridiamolo anche noi con forza per sostenere Corrado nelle sue e nostre rivendicazioni perché sia una rinascita per Corato e per tutti.

Ho un sogno che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso del suo credo:

"Riteniamo queste verità di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali”. 
Ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme a un tavolo di fratellanza.
Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato desertico, 
con il caldo soffocante dell’ingiustizia e dell’oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui essi saranno non giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.

Ho un sogno oggi.
Ho un sogno che un giorno lo stato dell'Alabama, il cui governatore attualmente ha labbra gocciolanti parole come interposizione e annullamento, sarà trasformato in una comunità in cui i ragazzini neri e le bambine nere saranno in grado di unire le mani con i bambini bianchi e le bambine bianche e camminare insieme come fratelli e sorelle.
Ho un sogno oggi.
Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani ei luoghi tortuosi  che la volontà può raddrizzare, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutti gli uomini potranno vederla insieme.

 


venerdì 25 settembre 2020

Recensione a: Maria Montessori di Valeria Rossini

Come fiume, che prende vita da una sorgente zampillante e piena di luce e che scorre luminoso e agile lungo argini ben definiti di un percorso che attraversa vallate spazio-temporali di ben centocinquant’anni per versarsi nel mare turbolento e ricco di tempeste sotterranee e a pelo d’acqua dei nostri giorni, così si snoda il saggio di Valeria Rossini, Maria Montessori - Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare - appena pubblicato dalla San Paolo edizioni. Un nuovo libro “di formazione” (sono da ricordare della stessa Autrice altri due saggi molto interessanti e originali: Educazione e potere. Significati, rapporti, riscontri - Guerini 2015; Convivere a scuola. Atmosfere pedagogiche - FrancoAngeli 2018); libro, che racchiude, nel sottotitolo, la motivazione della scelta di un argomento difficile e complesso. Valeria Rossini, infatti, rimane folgorata e ammirata dalla grandezza scientifico-etico-sociale della scienziata e pedagogista anconetana, che ha dedicato tutta la sua vita a rendere “viva” e “libera” l’infanzia.  Lo scopo, invece, è quello di voler continuare sulla sua scia, con le dovute rinnovate interpretazioni, per far tesoro della sua lezione e per realizzare ancora l’utopia di una società più giusta e solidale, attraverso un bambino “padre dell’uomo”, costruttore cioè della sua stessa persona con una personalità libera, responsabile, aperta alla curiosità intellettuale ed etico-sociale. Un adulto sicuro di sé e proiettato verso gli altri. Rivolto a realizzare un “nuovo umanesimo” nella società interplanetaria del prossimo futuro.

Alfa e omega, dunque, sorgente e foce di quel fiume, a volte anche carsico, oscuro, pietroso, che è stata la vita e l’opera di Maria Montessori, dalla sua nascita fino ai nostri giorni. Tra la sorgente e la foce (a delta) un racconto chiaro, scorrevole, con guizzi interpretativi personali, che toccano la punta dell’iceberg per lasciare intravedere il vasto e indistricabile mondo sotterraneo che essa comporta, tra la   cultura di un tempo che sembra molto lontano, quello in cui si è formata, è vissuta ed ha operato l’Educatrice anconetana, e la cultura del nostro tempo. Con altre esigenze e altre contraddizioni da quelle tipiche degli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Simone Weil afferma che noi siamo abitati da inevitabili e perciò salutari contraddizioni perché solo dagli innumerevoli contrasti viene fuori una possibile verità su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. È quanto Valeria Rossini riesce a fare, con molta maestria e straordinaria competenza, raccontandoci la vita complessa e, per alcuni versi, oscura e insondabile di Maria Montessori, e l’opera vivificante delle sue scuole, le “Case dei bambini”, sparse in tutto il mondo, con tutti i chiaroscuri e le incrostazioni che, nell’arco di un secolo, ne hanno offuscato luminosità ed efficacia.

Ma le conclusioni, a cui perviene l’Autrice, smontando pregiudizi e costruendo, tessera dopo tessera, con un apprezzabile fil rouge tra un capitolo e l’altro, l’intero mosaico del “metodo” montessoriano nella sua unicità e nella sua validità anche ai nostri giorni, sono confortanti perché recuperano la vivida intelligenza, non disgiunta da un ironico senso dell’umorismo e da una profonda umanità della grande pedagogista che, pur temendo per la sorte delle sue scuole, spesso snaturate dalla rigida applicazione delle regole del suo metodo, costruito in corso d’opera e, quindi, sempre “in fieri” nelle sue intenzioni e aspirazioni, riesce a rendere “universale e imperituro” il suo messaggio: la “necessità di sostenere il bambino nel percorso di autorealizzazione e di socializzazione, educandolo all’amore per il lavoro e alla collaborazione con gli altri”. Educandolo soprattutto con amore.

E il fiume della sua opera continua a farsi mare e infine oceano. Un po’ come ci insegna la poesia “Il fiume e l’oceano” di Kahil Gibran:

Dicono che prima di entrare in mare/ il fiume trema di paura./ A guardare indietro/ tutto il cammino che ha percorso,/ i vertici, le montagne,/ il lungo e tortuoso cammino/ che ha aperto attraverso giungle e villaggi./ E vede di fronte a sé un oceano/ così grande/ che a entrare in lui può solo sparire per sempre./ Nessuno può tornare indietro./ Tornare indietro è impossibile nell’esistenza./ Il fiume deve accettare la sua natura/ e entrare nell’oceano./ Solo entrando nell’oceano la paura sparirà,/ perché solo allora il fiume saprà/ che non si tratta di scomparire nell’oceano/ ma di diventare oceano.

                                                   Angela De Leo 

martedì 15 settembre 2020

Don Milani ritrovato

Sabato sera, allo SpazioleArti del Teatrermitage, presso il giardino del Museo Archeologico del Pulo di Molfetta, anch’io ho ritrovato Don Lorenzo Milani, grazie alla straordinaria Rassegna: “Futuro Anteriore” - Frammenti di una MAGNIFICA STAGIONE RITROVATA, organizzata dall'infaticabile Vito D'ingeo che, dopo tantissimo tempo, ho rivisto con grande piacere.

"Futuro anteriore", appunto, per ripartire dal passato in tutti i sensi e immergersi già nel futuro.

E così, commossa e felice, ho ritrovato il mio amatissimo  “prete scomodo”, e la sua “Scuola di Barbiana”, dopo circa vent’anni dagli ultimi miei incontri con la sua pedagogia al servizio degli ultimi.

In un giardino molto suggestivo, ricco di verde, di pietre e di storia antica, su un palco semplice semplice con un’unica sedia semplice semplice, è esploso il monologo di Luigi che ha raccontato il suo Don Milani, dalle origini fino al suo volo nel Cielo degli Eletti, di quelli cioè che si sforzano in tutti i modi possibili, badando che il cammello si assottigli a tal punto da poter realizzare, con determinazione e coraggio, l’impossibile impresa di farlo entrare nella “cruna di un ago”. Sì, il cammello. Anzi, i “Cammelli a Barbiana”.

La narrazione di un passo evangelico? Racconto e storia di un mito, una leggenda di un tempo ormai passato, ma forse non del tutto? Una fiaba? Un “C’era una volta” con tutto il bene e il male che crudelmente divide il mondo delle fiabe perché il lieto fine possa danzare col cuore dei bambini? Niente di tutto questo o forse tutto di tutto questo. Tutte le contraddizioni del mondo e di noi suoi abitanti, come ci ha insegnato Simone Weil, “in comodato d’uso:

Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia e la sua lotta di classe contro i ricchi e i laureati per fare spazio ai poveri e agli analfabeti.

Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri.

Don Milani pessimo studente, ribelle ad ogni coercizione scolastica, ma grande maestro, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i più bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell'anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove "si guarivano i sani e si ignoravano i malati" e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere una grave ingiustizia "facendo giustizia fra disuguali".

Uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona mite, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza verso i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza, contro ogni ottuso e pervicace totalitarismo.

“I CARE”, scritto all’ingresso della sua scuola nella sperduta Barbiana, contro il “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo che viveva di stenti e che non aveva mai imparato a sognare né tanto meno a progettare un futuro migliore.

Don Milani e la scoperta della “parola”; e l’identità restituita dalla “voce”. Quanto importanti l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale.

Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi. Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta si dilatasse verso orizzonti più ampi di consapevolezza e socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e cittadini, ma con riserva di "disubbidire" alle leggi ingiuste e inique.

Don Lorenzo Milani. Faro e Approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici.

Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico ed etico fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi meccanismi perversi e uncinanti l’anima.

Pura e Ribelle, la sua anima, fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.

Questo il suo inno alla libertà e a Dio, a cui aveva preferito gli oppressi e i vinti, svettante nel vento a portarlo, con la croce del suo stesso Cristo messo in croce, in alto sempre più su dove l'altra sera lo ha inseguito  il fiume delle nostre lacrime, esplose in un buio acceso di stelle.

Bravissimo l’attore Luigi D’Elia in una straordinaria narrazione, di cui in parte è anche autore; narrazione, che ha coinvolto e sconvolto, in silenzioso ascolto, il numeroso pubblico.

Questo genere di teatro, solo apparentemente povero, ha in realtà un legame ancora più intenso e vibrante con la letteratura, perché non nasce mai da un copione già scritto per la drammaturgia, ma si crea e si realizza con le mani, la mente, il cuore di chi abilmente cuce e ricama insieme le parole, i versi e le frasi di testi letterari, così ben definiti "lasciti" dei maestri ( in questo caso, tratti proprio dai libri di Don Milani) dagli ottimi organizzatori e dalle estenuanti ricerche sul campo compiute dagli autori.

Sì questo è un Teatro diverso perché non prevede posture, ma predilige la forma dialogica con il pubblico, interpellato ad ascoltare una storia proprio come se si trovasse di nuovo dinanzi ad un cantastorie d'altri tempi...

Grazie per l'emozione, di cui non si è spenta ancora l'eco.

E grazie ancora a Don Lorenzo Milani che mi ha insegnato ad essere un'insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi studenti con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia disseminata tra le Parole.

       Angela De Leo