Prendiamo in mano i nostri libri
e le nostre penne.
Sono le nostre armi più potenti.
(Malala Yousafzai)
Questo Libro antologico in regalo è più di un dono perché,
pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente esattamente dieci anni fa,
conserva il valore e la freschezza di allora, forse più di allora, in quanto
apre uno squarcio di azzurro in un tempo greve e difficilissimo da vivere a livello
planetario, e promette bene per i molti giovani che, pur sentendosi in bilico
tra il passato, che non vogliono conoscere (perché troppo lontano dai loro
interessi immediati), e il futuro, a cui non vogliono pensare (essendo ricco di
incognite e di pericolosi abissi), stanno riscoprendo la voglia di leggere per
cercare, scoprire, conoscere, sapere, comprendere. E le “finestre” sono un
ottimo veicolo di conoscenza perché sono “occhi” di casa che si smarginano a
dilatarsi tra terra e cielo per comprendere “occhi” di vita: arabeschi di
storie altre e altrove.
Attraverso la finestra, dunque, noi possiamo passare dalla
introspezione più profonda (finestra luogo dell’anima) ai più ampi orizzonti
realistici: la strada e tutti i percorsi alternativi che offre. Del resto, la
parola “finestra” contiene in sé le due dimensioni dell’altezza e della
larghezza, a cui si aggiunge una terza dimensione che è quella della
profondità. Quest’ultima, però, definisce un “vuoto” che può essere colmato
internamente e esternamente: eterna dualità tra la natura materica e quella
umana. Dualità su cui si gioca tutta la nostra vita: dialettica costante tra
soggettività dell’“IO” (con l’appartenenza alla casa e ai ricordi che
ri-attualizzano il passato) e oggettività del “Mondo”, che oggi più che mai si
identifica con le nostre storie che riempiono pagine di libri. Leggere
un libro, infatti, è sempre un’avventura culturale di straordinario valore, il
più delle volte estremamente coinvolgente perché, sotto molti aspetti, è un
viaggio nelle terre più inesplorate del nostro “IO”, dove non si hanno ancora
percorsi definiti e si fa strada un impulso nuovo, diverso, soggettivo che, via
via, potrebbe tradursi in scoperta e in conoscenza. Ci si accorge, allora, che
siamo “finestre” nella loro dimensione geometrica e spaziale; siamo “il tempo
che misuriamo con gli orologi e con i calendari”, per approdare ad un tempo più
duraturo, che ci permette lo spazio-tempo per abbracciare il passato, che
continua a vivere e ad amalgamarsi con il presente, e per offrirci una più
fondata speranza per il futuro. E la Speranza è, tra l’altro, una virtù bambina
che ha bisogno della “fede” per credere in qualcosa in cui fissare perni e
chiodi fermamente, per andare avanti, dove nulla è perduto perché tutto si
veste di “carità”, ossia di “Amore”, l’unico potere in grado di cambiare il
mondo, a partire dalla nostra anima, che è senza tempo, e non occupa spazio, ma
vive nella parte più profonda e vera di noi. I libri sono, allora, contenitori
germinali di tutto questo e di molto altro ancora. Ci imbattiamo, infatti, in
Libri spalancati sulla solitudine di Pessoa, mentre Lisbona passa sotto la sua
finestra e si fa mondo, spazio, desiderio, sdoppiamento in molteplici
personalità (gli eteronimi) per perdersi e ritrovarsi. E in Libri, come quelli
di Hikmet che contengono mari di cristallo e sono finestre di parole incantate,
colme di visionaria poesia. E lo sguardo di speranza e disperazione, di
Leopardi sul “verone del paterno ostello” mentre ascolta la voce di Silvia, il
suo canto, nel detestato “borgo natio”, ma è “l’ermo colle” a offrirgli spazi
“d’infinito”, tanto che si sente “naufragare” in un mare che non è perdita di
sé, ma salvezza di sé e del sé. Perché è l’illuminazione poetica a fare luce
tra le sue numerose tenebre.
Il filosofo Bergson sostiene
che tale illuminazione è dovuta alla “intelligenza” che osserva le cose dall’esterno
e alla “intuizione” che “sente” il reale dall’interno e si identifica con esso…
Il filosofo, pertanto, giunge ad alcune verità, ma procede per sillogismi,
rapporti logici di causa-effetto, e tutto ciò richiede un percorso lungo,
bruciato dalla illuminazione che dona, invece, al poeta quelle stesse verità
nella frazione di un lampo. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi: perché sono i
poeti ad avere questa illuminazione immediata e non gli scrittori? Entrambi
scrivono libri è vero, ma per dirla con Brodskij “il poeta cammina sull’erba,
lo scrittore sulla terra”, ossia il poeta ha bisogno di “sentire” (di qui la
scrittura come “sentimento, che ha bisogno dei cinque sensi più uno “il sesto
senso”, che afferra ciò che sfugge, si nasconde, ondeggia, vibra di colori,
profumi, bellezza, mentre lo scrittore cammina sulla terra: solida, concreta,
materica. Quest’ultima, a volte, può essere semplicemente guardata, e quindi
impegna la vista, e pensata in tempi lunghi per essere narrata in un miscuglio
di realtà e fantasia. La poesia è un lampo misterioso che abbraccia l’universo.
Ma desidero fare una provocazione: ritenete che ancora oggi la poesia abbia la
possibilità di essere veicolo si salvezza in un mondo devastato da guerre,
violenze di ogni genere e dalla indifferenza dei più? Vorrei ricordare che
Theodor W. Adorno nel 1949 scrisse: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un
atto di barbarie”. Oggi, dopo Gaza, si potrebbe dire la stessa cosa. Eppure la
poesia ancora oggi è viva. Amara, dolente, disperata ed esasperata, ma ancora
viva, come irrinunciabile bellezza, musica interiore e canto dell’anima. Per
William Blake la poesia è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo
in un fiore di campo/ e l’eternità in un attimo”. Se, dunque, la poesia è tutto
questo e molto molto altro, come ci insegna anche Rilke nei suoi “Quaderni di
Malte” (“i versi sono esperienze che si vestono di stupore. E le esperienze
diventano così l’atto più alto del vivere…), allora è possibile risalire la
china. I primi segnali di rinascita ci sono in questo primo quarto di secolo
del nuovo Millennio. L’amore per i libri e per la lettura che sta rinascendo. E
voi ne siete l’esempio lampante. E la lettura è il volano della conoscenza
mediata dai libri, sempre più ampia e suggestiva. Profonda. Perché ogni pagina
può essere letta, riletta, meditata, rielaborata…
Ma non vado oltre perché
ciascun lettore di questo Libro, curato sapientemente da Nicola Pice, possa
fare il “proprio” viaggio tra le pagine e perdersi e ritrovarsi in ogni parola,
in ogni espressione, in ogni affermazione in ogni confronto con gli altri,
meglio se contrastante che combaciante, per scoprire affinità e contraddizioni,
punti di forza e fragilità e comprendere il valore della imperfezione, che ci
spinge a non fermarci, ad avere dubbi e mai certezze. Queste ultime sono la
morte della ricerca, della scoperta, della conoscenza. Io stessa ho dato solo
degli input…
Vorrei ricordare, infine, che
Fortini, commentando Brecht, afferma che “la finestra è un luogo simbolico
della poesia contemporanea”. La scelta di questo Libro/Dono, dunque, è quanto
mai attuale, opportuna, pertinente ai nostri giorni bui e privi di senso per
dare un “senso” nuovo alla vita e per continuare a scrivere la Letteratura del
Terzo Millennio che stiamo imparando ad attraversare con coraggio,
immaginazione, creatività. Buon cammino, dunque, a chi legge!
Non a caso, ieri, al Salone
Internazionale del Libro di Torino, presso lo spazio presentazioni dello stand
REGIONE PUGLIA (K118-L117 - PAD 2) si è tenuto un incontro strepitoso tra
Corsisti ed Esperti sul Progetto “I READ TO BE READY” (IO LEGGO PER ESSERE PRONTO,
ossia per andare oltre nell’amore per i libri e la lettura, attraverso Azioni
di promozione della lettura diffusa e partecipata), realizzato con i professori
e gli studenti di ben cinque Scuole Superiori dislocate in Puglia (Bari, Trani,
Canosa, Corato, Gioia del Colle), sotto l’attenta guida di Esperti: della Comunicazione,
Prof. Gianluca Simonetta, StraLAB (Università di Firenze); del Teatro, Dott.
Francesco Martinelli, Attore/Regista del Centro di Orientamento ed Educazione
Teatrale Teatro delle Molliche a Corato; e la prestigiosa presenza del Dott. Antonio
Schino, Responsabile del Cepell per la Scuola (Ufficio scuola Centro per il libro e la lettura). Ha
moderato con la sua solita attenzione e passione la Docente e Scrittrice
Raffaella Leone (PR. della Casa editrice SECOP di Corato-Bari).
Mi piace fare qualche
riflessione sull’incontro di ieri. Purtroppo non è stato possibile ascoltare i
vari interventi, ma conoscendo molto bene gli interlocutori, ritengo che ci sia
stata sintonia e armonia tra loro e questo è già molto importante per la
chiarezza del messaggio che si è voluto portare ai Docenti e agli Studenti,
coinvolti nel processo educativo che, per me, è soprattutto “ascolto reciproco”,
per dipanare al meglio la “complessità” dei nostri giorni che ha bisogno di
lento ascolto per penetrare nella “profondità” del percorso di “conoscenza”,
che la scuola di ogni ordine e grado si prefigge di perseguire con tutti i
discenti, a partire dalla Scuola dell’Infanzia. Si tratta di tempi lunghi che
contraddicono la velocità del mondo contemporaneo, dove sembra abolito il tempo
dell’attesa soprattutto attraverso il linguaggio sincopato dei social, che
stanno abolendo le nostre “radici” anche in termini di formazione. Il che non
significa attardarsi su vecchi schemi di conoscenza, ma incamminarsi verso la “cura”
che la scuola deve offrire per assicurare continuità al processo educativo. “Curare”,
infatti, richiede tempi lunghi perché, oltre all’”educare” in senso di “educere”
= “tirare fuori”, come ci ha insegnato Socrate, occorre ricordare che “edo”
significa anche “mangio”, ossia gli insegnanti devono preoccuparsi di dare da mangiare ai discenti il “pane
della conoscenza”, e questo non significa assolutamente sostituirsi a loro, ma
sedere con loro per dialogare, ascoltare e farsi ascoltare attraverso la lettura
e la scrittura di gruppo, per imparare anche il significato profondo delle
parole “collaborare”, “cooperare”, condividere”. Gli insegnanti sanno quanto
importante sia scoprire il significato delle parole, non usando le regole
grammaticali e sintattiche, come si faceva un tempo, ma attraverso i libri che
ogni discente deve imparare a scegliere per sé, perché è proprio in quei libri
che germoglia la presa di coscienza di quello che si è, delle proprie
inclinazioni, le proprie fragilità e i personali punti di forza per sfiorare le
verità, che non si riducono mai ad una,
e perseguire la propria libertà interiore, etica, sociale, civile, umana. Usare
bene le parole diventa allora un’arte, che scrittori, giornalisti e poeti
applicano (o dovrebbero applicare) quotidianamente. E le parole, per dirla con
Ursula K. Le Guin, “rendono l’animo del lettore più forte, luminoso e profondo”.
Annah Arendt definisce, nei suoi tanti scritti, “la libertà” come “potere di
intraprendere qualcosa di nuovo”. E questo potere, secondo me, nasce nella famiglia
in primis e si rafforza nella scuola, per poi sconfinare nella comunità di appartenenza
attraverso il reciproco ascoltarsi, e guardarsi negli occhi, che parlano più di
mille parole, per conoscersi, comprendersi, imparare ad agire insieme. Impregnarsi
di conoscenza e di vita. Mai sostituirsi, ma sempre sostenersi, nelle
reciproche scoperte di luoghi e di identità, di distanze e vicinanze, di
consonanze e contraddizioni. Emotivamente. Empaticamente. Simone Weil parla
appunto della necessità della contraddizione in ogni percorso di vita di
ciascuno di noi. E leggere, leggere, leggere. E scrivere, scrivere, scrivere. Leggere
da soli o in compagnia, leggere in piedi ad alta voce per ascoltarsi e farsi
ascoltare anche con il corpo, come si diceva in passato, è un’avventura
meravigliosa perché non sappiamo cosa succederà nelle nuove pagine. Scrivere significa
guardare le parole e riconoscerle come giuste o sbagliate, accorgersi della
importanza delle sfumature, scoprirsi dentro e confrontarsi con il “dentro” dei
compagni (e “compagno” significa “condividere il pane” (e torniamo al “pane
della conoscenza” da mangiare insieme), significa condivisione, scoperta di
risorse reciproche, paure, sogni e bisogni, e ancora una volta “essere insieme”.
Altrettanto importante è la scoperta dell’importanza delle parole e dei testi
attraverso il Teatro, il Cinema, la Televisione. Significa diventare protagonisti
di storie nostre e di quelle degli altri, entrare in sintonia, aspettare il
giusto tempo della battuta nel rispetto di sé e di ogni altro da sé. Fare Teatro,
come fa Francesco Martinelli, significa danzare col cuore tra testi e parole su
un palcoscenico immaginario, nella scoperta di un legame sempre più ampio e
profondo con la letteratura, che si realizza con le mani, la mente, il cuore di
chi abilmente cuce e ricama insieme parole, versi, frasi di testi letterari,
che fanno la differenza. I miei maestri sono stati nel lontano passato Don
Lorenzo Milani, Gianni Rodari, il maestro Manzi. In maniera completamente
diversa, ma con identici “lasciti” pedagogici, psicologici, letterari, umani,
mi hanno insegnato ad essere un’insegnante che ha cercato di prendersi cura,
negli anni, dei suoi studenti con Tenerezza, Amore, Ironia, e con tanta Poesia
disseminata tra le parole di ogni giorno per scoprire insieme il “benessere di “Essere”
e di “Esserci”, come Martin Heiddeger ci ha insegnato e come sicuramente e
magistralmente sta facendo Gianluca Simonetta nel suo Laboratorio di
Comunicazione presso l’Università di Firenze e non solo. Personalmente, spero di
esserci riuscita. Ma mi fermo qui perché rischio di scrivere un trattato. Grazie
a quanti sul nostro blog mi leggono ancora. Angela/lina
