martedì 1 settembre 2026

Martedì 1° settembre 2026: Un ricordo di CRISTANZIANO SERRICCHIO: Poeta, Scrittore, Saggista...

… Ed io, precocemente illuminato,

la tenera tua anima non voglio

mortificare con l’incomprensione,

né con la comprensione uccidere...

(Evgenij Evtusenko, Poesie d’amore,

   Newton Compton, Roma 1986,

        trad. it. E. Pascucci)

E oggi, a quattordici anni dalla sua morte, avvenuta il 1° settembre 2012, vorrei ricordare CRISTANZIANO SERRICCHIO come merita.

Ebbene ho avuto la fortuna e l’immensa gioia di averlo come Preside prima e poi come caro amico dal 1957 (anno in cui mi trasferii a Manfredonia-Foggia da Bitonto-Bari per seguire mio padre, Maresciallo Maggiore dei Carabinieri) al 1965 (anno in cui mio padre andò in pensione). Ecco il mio racconto di quegli anni.

<… In classe c’era, con altri quattro sparuti ragazzi, anche Primo che mi faceva ridere con le sue battute fulminee e al veleno, soprattutto contro alcuni insegnanti. Cominciò, pian piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose (strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato contrastato fin dal suo nascere dai miei genitori, e se non fosse stato per il nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato dal mare.  

A scuola il Preside era proprio il giovanissimo ma agguerrito di studi e determinazione, da buon montanaro, nato sui monti della Daunia, Cristanziano Serricchio, che era un capo d’Istituto abbastanza severo ma con atteggiamenti di grande comprensione verso il mondo dei giovani.

Io e Primo, insieme con un gruppetto di altri arditi come noi, rivoluzionammo la classe, cominciando anche a scrivere un giornalino scolastico, dove proprio noi due ci assegnammo il compito di redigere le pagine più importanti: la critica letteraria e di costume, la poesia dei grandi e le nostre poesie, i racconti degli autori famosi e i nostri racconti, le parodie. Ma il nostro “diario di bordo” concluse miseramente i suoi giorni, strangolato dalla mia presunzione, superficialità e ingenuità. Scrivevo parodie irriverenti sui nostri professori e quasi tutti gli “attaccati” ridevano di buon grado soprattutto quando si trattava dei miei strali contro i colleghi. E tutti mi dettero il loro consenso quando criticai una professoressa in modo feroce da farle prendere un colpo alla lettura dei versi incriminati che la riguardavano. Svenne e dovettero ricoverarla in ospedale. Successe il finimondo in tutta la scuola. Venne fuori il mio nome. Fui chiamata dal Preside che si disse costretto a “buttare a mare” il nostro giornalino perché “rischiavamo il naufragio” per mancanza di maturità e giudizio. Io, rammaricata e piena di rimorsi, mi assunsi ogni responsabilità e promisi a me stessa che mai più avrei usato le parole per ferire qualcuno. E, ancor di più sentii valida dentro di me quella promessa quando, molti anni più tardi, seppi della morte per infarto della professoressa così tanto provata dai miei incoscienti versi a lei rivolti. Ancora oggi mantengo quella lontana ma salutare regola di comunicazione verso gli altri. Mai usare la parola come spada. Può davvero uccidere! (Ma quanti se ne rendono conto, oggi, in questa nostra società violenta, volgare, respingente?).

Questo solo un esempio delle mie “dis-avventure” scolastiche, piene di dubbi e rimorsi. E ogni volta mi dicevo “mai più”. Ed ogni volta mi sforzavo di mantenere i miei buoni propositi. E spesso accadeva! Ma non sempre. Anche oggi, piuttosto che rischiare, taccio. 

Allora, eravamo in due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in qualche modo, incompatibili.

Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio il Preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci aspettavamo, ci sorrise chiedendoci:

“È una cosa seria?”.

Intuii allora la tenerezza del suo cuore. Tanto simile alla mia.

“Vi volete davvero bene voi due?”.

Un Poeta il Preside? Sì, un Poeta che aveva sposato una donna più anziana di lui, amandola più della sua stessa poesia. Scoprii tutto questo un paio di anni dopo, quando, agli Esami di Stato, seppe che avevo scritto un tema di quattro fogli di protocollo fittissimi (suscitando l’allarmata perplessità della Commissione) sui versi de “La signora Lalla” di Marino Moretti

(“Quando l’anima è stanca e troppo sola/ e il cuore non basta a farle compagnia/ si tornerebbe discoli per via,/ si tornerebbe scolaretti a scuola.// Ma sì prendiamo la cartella scura,/ il calamaio in forma di barchetta,/ i pennini, la gomma e la cannetta,/ e la storia sacra e il libro di lettura…).

Se ne fece un gran parlare dentro e fuori la scuola. Lui mi chiamò in presidenza e mi disse che, se avessi avuto bisogno di approfondire altri autori non contemplati nel programma d’esame, mi avrebbe prestato volentieri alcuni suoi libri perché li leggessi durante l’estate per scoprire la ricchezza della letteratura contemporanea che la scuola purtroppo ancora ignorava. Non li avrei neppure aperti, ne ero sicura, presa com’ero dalle magiche scoperte dell’amore e dalla mia perseverante scarsa voglia di studiare persino per gli imminenti esami orali, ma accettai ugualmente la sua proposta, curiosa di vedere la sua casa e di conoscere sua moglie ed eventuali figli. In realtà, poi quei libri li divorai perché mi dischiusero orizzonti più ampi di poesia che ignoravo. 

Andai con Primo a casa sua in una stradina (via Campanile, n.13) che dal corso portava al mare, attraverso Arco Boccolicchio, oggi famosa proprio per alcuni suoi bellissimi rammemoranti versi. Fu allora che ci presentò sua moglie e i figli (due ragazzine e un ragazzo ancora piccolino) e ci parlò di lei con parole molto tenere. Rimasi incantata. Non parlò affatto delle sue poesie. Come se volesse fermare il tempo su di lei. E rimanere in secondo piano. Lui, annullato in lei. Andammo altre volte a casa sua, invitati anche dalla signora Delia Donnamaria (raffinata e colta, anche perché figlia di un notabile del paese). La signora Delia era sempre molto accogliente e affabile. A due passi, il rumore del mare fu dolcissima o impetuosa musica di sottofondo alle nostre vivaci e sorridenti chiacchierate. Siamo stati fortunati io e Primo ad averli frequentati per un po’ di anni, ma non ci venne mai in mente di chiedere al nostro Preside dei suoi versi o di fargli leggere i nostri. Era, tra l’altro, uno studioso della cultura dauna e della identità etnica di un popolo sempre dimidiato tra l’attaccamento alla terra e alla civiltà occidentale e la libertà del mare verso l’Oriente magico, mitico e fantastico. Con Federico II e re Manfredi a sintetizzare perfettamente questi due mondi. Molti suoi saggi lo attestano. Allora, però, era solo il nostro Preside con un’apertura culturale e mentale diversa da quella degli altri dirigenti scolastici. Esplose la sua poesia, e la sua fama, nel mondo delle lettere alcuni anni dopo. E oggi è conosciuto e apprezzato Poeta, Scrittore e Saggista non solo in Italia, ma anche all’estero. Con i numerosi e meritati premi che ormai tutti conosciamo.

Intanto, agli esami orali per la maturità, il professore esterno d’italiano, dopo aver letto quel tema-fiume con notevole interesse ma altrettanta diffidenza sulla sua autrice, mi aspettò al varco, mettendomi di fronte a tre antologie e ingiungendomi di scegliere almeno una tra le tante poesie più significative di alcuni autori della nostra Letteratura, dalle Origini al Novecento. Mi suggerì anche di inquadrarli nel periodo storico e nella corrente letteraria in cui la loro poetica era maturata. Io non scelsi. Aprii la prima antologia a caso e lessi la poesia che vi avevo trovato, mi divertii a commentarla, a modo mio, ad inquadrarla storicamente e culturalmente, riferendomi a quanto avevo leggiucchiato e orecchiato qua e là sul suo autore ed andai avanti per un bel pezzo, continuando a girare pagine e a parlare come un fiume in piena di poesie e di poeti e scrittori, giungendo così alla seconda e alla terza antologia. Chi mi ispirò? Avevo studiato pochissimo per gli esami, con la mia solita incoscienza (anche Lizia, mia sorella maggiore e studentessa modello, venuta a sostenermi, si era detta scettica sul buon esito di quella difficile prova di maturità, date le enormi lacune che anche con lei, che mi interrogava, andavamo riscontrando nelle mie conoscenze letterarie, filosofiche e soprattutto scientifiche…), ma avevo letto gli autori che amavo per conto mio, senza un programma, senza una regola, senza seguire un percorso storico-letterario. Quella mattina, durante l’esame, avevo commentato a caso, attingendo dal mio intuito, dalle poche letture fatte a macchia di leopardo. Articoli di giornali, riviste, libri di poeti e scrittori: un po’ di biografia, qualche aneddoto simpatico attinto da spigolature varie più per curiosità e diletto che come studio sistematico e scolastico. Sentivo la presenza al mio fianco di zio Padre Leonardo, fratello di mio nonno e grande oratore, con la sua “sterminata” cultura che sicuramente, grazie alle nostre sporadiche ma intense chiacchierate, mi era venuta in soccorso. Quando il professore mi bloccò, mi accorsi dell’ora tarda e del silenzio nell’aula d’esame. Tutti i professori della Commissione si erano fermati ad ascoltare. Mi sorpresi. Mi meravigliai. Non riuscii subito a decifrare quella insolita situazione. Avevo fatto bene? Avevo detto corbellerie? Quando raggiunsi Primo, Lizia e Anna Maria, l’altra mia sorella più giovane di me, che erano in mezzo al pubblico dei familiari, vidi anche mio nonno e mio zio tra loro. Tutti mi guardarono esterrefatti senza pronunciare parola. Le avevo consumate tutte io. Furono loro a dirmi che “li avevo stesi”. La “pecora zoppa”, almeno per quella mattina, aveva raddrizzato il passo percorrendo il sentiero giusto. Quasi una via maestra.

Purtroppo, due giorni dopo, m’inabissai in quel buco nero che era per me la matematica, e mi trascinai nell’abisso scienze e storia dell’arte e a nulla valsero i calci negli stinchi della professoressa delle due prime discipline, membro interno, per tutte le cavolate che potetti sparare. Praticamente, detti i numeri invece di dimostrarli. Il buon Serricchio chiamò mio padre e gli disse che avevo creato nei professori esaminatori “un vero caso di coscienza”, confidandogli che la Commissione d’esame aveva dovuto “tappare tre grosse falle”, con addirittura un 2 in Storia dell’Arte, ma nessuno si era sentito in cuore di rimandare un’alunna che aveva scritto un tema che era un saggio di critica letteraria e aveva sostenuto in italiano un esame orale brillante, facendo simultaneamente agganci con la storia, la geografia, la filosofia, la psicologia, ecc. ecc.

Serricchio sorrise paterno al volto nero e inviperito di mio padre, dicendogli che avrei sicuramente avuto una carriera luminosa all’università e oltre e che, nel corso degli anni, lo avrei reso orgoglioso di me perché sarei sicuramente diventata una scrittrice e una poetessa, con la mia incoscienza certo, ma anche con la mia innata capacità di leggere criticamente i versi di qualsiasi autore. “È un dato di fatto inconfutabile. Un dono che le è piovuto dal cielo”. Un dono, in cui mio padre non ha mai creduto. In cui Cristanziano Serricchio ha sempre creduto fino al giorno in cui ci salutammo per l’ultima volta. Un dono, di cui non avevo e non ho alcun merito. Non una faticosa conquista, dunque, ma uno squarcio d’azzurro e un brulichio di stelle e di onde e di corolle fiorite nella mia testa. Al posto delle vecchie formiche, mosche e cicale.  Al posto dei miei ingarbugliati pensieri tra le nuvole. Persino a mia insaputa. Anche per Primo Serricchio aveva avuto sempre stima e ammirazione. Si incontravano sul filo della reciproca ironia.

Sul suo libro Fiori sulle pietre (Editrice Leone, 1957), che mi diede in regalo, scrisse: Angela, non mollare mai, non mollare anche quando tutto sembra andare a rotoli non mollare. Tutto passa e tutto resta, resta quello che sei passa quello che gli altri pensano di te e che non sarà mai quello che realmente sei. Non perdere mai la fiducia in te stessa, per non perdere la capacità di scegliere, di osare, di andare avanti… Cristanziano S.

Mi convinsi che meglio di così non avrei potuto fare. E probabilmente era vero. Vissi, infatti, il mio momento di gloria e di celebrità. Fui invitata a turno dai miei docenti a fare quattro chiacchiere con loro sugli studi da intraprendere dopo il diploma. Non ne avevo idea. Non avevo mai messo in conto di frequentare l’Università. Non m’interessava. Non avrei mai voluto insegnare. Non avevo ambizioni di sorta. Mi piaceva scrivere e basta. Solo scrivere e magari raccontare… Ma ero costantemente pungolata da alcuni professori (non soltanto della mia classe e della mia scuola), con i quali, d’estate, avevo la dis-avventura di incontrarmi al mare. Ormai si era a fine luglio o agosto (le mie vacanze estive in riva al mare duravano tre mesi) e, sotto l’ombrellone, al “Lido Tricarico”, si parlava purtroppo di università e di indirizzi da prendere in considerazione: letterario, filosofico o psicologico, dato che avevo dimostrato del talento, dicevano, per la scrittura e per i fondamentali problemi dell’uomo e della sua psiche. Fui anche spesso invitata dal mio professore di filosofia, prof. Salcuni, a “discettare” sui vari filosofi contemporanei che non avevamo potuto studiare a scuola. Si divertiva con me ad aprire ampie conversazioni su Nietzsche perché trovava interessanti le mie disquisizioni, dettate più dalla mia irruenza e incompetenza che dalle teorie codificate nei libri di critica di quegli ultimi anni e che io ignoravo del tutto. Curioso come un gatto, si divertiva a farmi domande, aspettando con malcelato interesse le mie risposte, che accoglieva con una faccia compunta e assorta, ma trapuntata di sorpresa e dubbi e punti interrogativi. Si divertiva. E mi divertivo anch’io a guardare le facce che faceva nell’attento ascolto delle mie balordaggini. Anche lui mi sollecitava a non abbandonare gli studi. E non li abbandonai. Grazie non solo agli interventi di un Preside illuminato come Cristanziano Serricchio o dei vari professori, ma quasi esclusivamente grazie a Primo che aveva deciso di iscriversi alla Facoltà di Lingue nel nostro capoluogo ed io volevo stare con lui. Era il mio amore e mi iscrissi all’Università di Lingue e Letterature Straniere, ubicata presso il lungomare, solo per amore, dunque. Ancora una volta, commettendo il grosso errore di non fare la scelta giusta della Facoltà giusta. Si trattava di Materie Letterarie, presso l’Ateneo al centro di Bari, che solo l’anno dopo fui costretta a raggiungere dalle pressioni di un parente che mi conosceva benissimo. E ci volle un ulteriore esame di ammissione, essendo una Facoltà a numero chiuso! Mi separai, mio malgrado, da Primo, ma non dal mio amore per lui.

Dammi la tua mano…

Vedi?

Adesso tutto pesa la metà…

(Leo Delibes)

… La cosa più bella del nostro amore

è che esso cammina sull’acqua

e non affonda.

(Nizar Qabbani)

E così è stato per circa quarant’anni!

Ma indimenticabile è rimasta in me la forza poetica e umana di Cristanziano Serricchio.

E oggi ho proprio tanta voglia di parlarvene per riattualizzarne il ricordo, anche perché fino alla fine della sua lunga vita ha scritto poesie di amore, di nostalgia e di rimpianto per la sua amatissima Delia, con un fervore che l’ha consegnata all’eternità. Ancora una volta lui perdutamente perso in lei, per ritrovarsi in due… Grazie. Angela/lina                                             

 

 

sabato 22 agosto 2026

Sabato 22 agosto 2026: GELIDO E' L'INVERNO di ANNA MARIA DE LEO, letto da Angela De Leo...

Stagione

    di gelo

    di venti

    solitaria

    malinconica.

    Nei vortici

    della memoria

    vagano

    ombre

    nell’anima.

E tutto ricomincia

(Anna Maria De Leo,

retro-copertina del Libro)

Da qualche tempo mi sto dedicando a ricordare la vita di mia sorella Anna Maria, dall’infanzia fino quasi ai nostri giorni, perché figlie, generi e nipoti conoscano pienamente la sua coraggiosa storia e ne facciano tesoro negli anni a venire.

Ebbene, avendo riletto, durante questi giorni di vacanze, il suo Libro autobiografico Gelido è l’inverno, pubblicato dalla FOS edizioni nel 2018, mi è venuto il desiderio di commentarlo a modo mio. Penso che ne valga la pena per conoscerla meglio. Certo, Mariella Medea Sivo ha fatto un’ottima recensione sulla nostra Rivista cartacea <CORRELAZIONI UNIVERSALI> di qualche mese fa (gli affezionati scrittori e lettori della nostra Rivista sanno dove cercarla), ma rileggendo quelle pagine così strazianti, soprattutto ora che lei non c’è più fisicamente tra noi, subito mi è tornato in mente che è innanzitutto un “romanzo epistolare”, quindi quanto di più intimo si possa pensare, per cui non è facile entrare in questo Libro, perché è come un tabernacolo, che cela e protegge la sacralità del Corpo di Cristo in un’ostia consacrata, conservando martirio, morte e resurrezione. In queste pagine, infatti, al di là di ogni non voluta blasfemia, vivono gli stessi elementi che rendono sacro quanto Anna Maria ha scritto. E scrivere è anche “perpetuare” la vita dell’uomo amato e perduto, per tenerlo in vita e tenersi in vita (la scrittura salvifica). Ma scrivere è anche “conservare” una testimonianza d’amore e di dolore da attraversare in lungo e in largo per vincere l’invisibilità del dolore stesso agli occhi altrui e la continua morte che si avverte sempre con la perdita per sempre della persona amata. La gioia non lascia strascichi. Vive intensamente il momento. Il dolore, invece, ritorna e ritorna. Scrivere, allora, è anche “conservare” e il “conservare” include il “custodire”, “averne cura” come cosa preziosa, insostituibile. Scrivere, infine, è anche “tramandare” per lasciare una traccia indelebile anche attraverso l’arte, la pittura che Nicola amava ed esercitava con talento e passione, anche se in molti suoi quadri si avverte il suo “presentimento” di una morte giovane. Il Libro, inoltre, è corredato di tante foto come è giusto che sia in un romanzo che ha radici di vita vera, vissuta nel ricordo attimo per attimo, lacrima dopo lacrima, smarrimento dopo smarrimento, ma con una forza di volontà di rinascere, come araba fenice, dalle proprie ceneri per amore di due bimbe a testimoniare ancora la presenza dolente e palpitante del padre, morto in un incidente stradale a soli trentatré anni compiuti. 

Non a caso, nella INTRODUZIONE, Anna Maria scrive una straziante poesia come esergo: 27 ANNI (E venne il tempo/ delle ore disperate/ a curvarmi le spalle.// La solitudine del cuore/ era grido negli occhi/ … naufragio di passi/ ancora giovani.// A pugni stretti/ strappai l’anima/ e mi lasciai vivere.

Il mio commento: la “E” iniziale ci dice che “il tempo” giunse inaspettato e improvviso. Come fulmine a ciel sereno. In un “grido” muto e, quindi, ancora più disperato, che la condusse quasi al totale naufragio di sé. Ma nell’anima la consapevolezza del dolore, unita alla presenza delle due bimbe, le diedero la forza di strappare con violenza da sé l’anima stessa, per lasciarsi necessariamente andare al flusso incessante della vita, che non si fa domande e non ha risposte per esorcizzare il dolore o la morte.

Per fortuna la scrittura e più tardi la chitarra e le canzoni urlate per talento vocale e disperazione sono stati i pilastri della sua rinascita. Fino all’incontro con Gianni, così descritto nell’ultima lettera che Anna Maria scrisse al suo Nicola il 3 febbraio del 2017, giorno del suo settantesimo compleanno: … Nell’86 ho conosciuto Gianni e mi sono fidata di lui e in lui ho riposto le rinnovate speranze. Ci siamo sposati nel 1993. Ho incontrato una brava persona, un uomo buono e sensibile che mi è stato d’aiuto in questi anni ed ha apprezzato in me le stesse cose che a te piacevano tanto. Anche lui ha portato con sé il suo gravoso carico di amarezze e problemi, precedenti al nostro incontro; esperienze dolorose, hanno scosso notevolmente il suo sistema nervoso. Ho dovuto avere molta pazienza per aiutarlo a riprendersi una sorta di calma e serenità d’animo… Non è stato facile. Come non è stato facile per lui asciugare le mie lacrime. Ci siamo aiutati a vicenda con molto coraggio e spirito di sacrificio. E con tanta buona volontà. La vita, alla fine, mi ha insegnato che quanto doni con la profondità del cuore ti torna indietro raddoppiato!

Ho ricevuto, infatti, e ricevo da lui molto amore, tanta dedizione e disponibilità, soprattutto nei momenti difficili… Ancora oggi mi dimostra tanto affetto e tanta comprensione, che ricambio con altrettanta attenzione! (…).

Ho due brave figlie, che mi hanno anche dato grandi soddisfazioni. Sono anche molto affettuose e presenti, ma gli equilibri sono delicatissimi e so che sarebbe stato diverso il nostro rapporto se… se ci fossi stato ancora tu con noi! Ogni giorno è morto qualcosa in me; ogni giorno ho dovuto sotterrare desideri e speranze, ho dovuto armarmi di pazienza infinita con tutto e tutti. (…).

Allora io credo che la mia depressione oggi dipenda dal fatto che la mia vita è stata ed è ancora un susseguirsi di giorni con tanti funerali, una morte lenta, un dolore che mi annientava e che non accetto ancora, nonostante la mia “buona volontà”… (…).

Dicono che il tempo guarisca ogni dolore. Niente di più falso! Il tempo è stato lungo, straziante e niente è più stato, è, e sarà come avrebbe dovuto essere. Questa lettera vuol essere il bilancio di 43 anni di vedovanza, nonostante il mio secondo matrimonio. Gianni con me ha avuto molta pazienza, e di questo gli sono grata… ma anch’io ho cercato, in tutti i modi, di ridargli il suo giusto valore ed ho gratificato ogni suo sforzo. Gli anni sono così passati. Sono più di trent’anni che viviamo una quotidianità spesso difficile e amara, in cui entrambi abbiamo fatto di tutto per mettere insieme i cocci delle nostre precedenti esperienze. Ma non è stato e non è facile. Altre morti inaspettate e feroci hanno dilaniato le nostre esistenze. (…).

In realtà, furono anni atroci, in cui tutti noi di casa ci stringemmo a lei per aiutarla in qualche modo con la nostra presenza. Mamma e babbo con i miei fratelli e parte delle sorelle si trasferirono nella sua casa per essere vicini alle piccole che chiedevano continuamente del loro papà. In pratica, furono anni in cui le bimbe ebbero tante mamma e molti papà, a cui cercavano di ancorarsi. Anche per questo niente fu facile allora e anche mamma ebbe gravi problemi di salute senza lamentarsi mai. E ci furono altre morti feroci e inaspettate a lacerare il cuore di tutti.

Ma Anna Maria stoicamente continuò a scrivere nella sua lettera:

Oggi ci sono quattro splendidi nipotini che fanno felici me e Gianni. Certo, tu non ci sei e non provi le stesse gioie… Per i bimbi sei uno sconosciuto! Sono i cosiddetti danni collaterali e… sono davvero tanti! Anche per questo non è stato e non è facile sopravviverti, neppure ora che i bambini mi danno la forza di sorridere e di tornare ancora bambina con loro e per loro. Pure, provo una grande gioia nel vedere che il tuo DNA è così forte da lasciare tracce visibilissime nei nipoti…

Ora desidererei che figli e nipoti ci ricordassero con affetto… avessero per me e per Gianni qualche briciola di tenerezza che la vita avrebbe potuto riservare a me, a te, e anche a questo mio compagno, così provato pure lui eppure mai stanco di darmi la sua mano…

Non continuo perché le lacrime mi impediscono di leggere ancora.

Pure sento la necessità di dire qualcosa sulla scrittura di Anna Maria: chiara, semplice, limpida, ma immensamente profonda e ricca di particolari che fanno di questo Diario un prezioso Saggio psicologico, in cui “nessuna voce manca” nel suo cuore così straziato e stanco per tanta sofferenza, ma sempre coraggioso e battagliero fino a giungere, purtroppo, ad un epilogo paventato ma non scontato per tutti noi che tanto l’abbiamo amata e abbiamo sofferto con lei e per lei.

Vorrei, per esempio, sottolineare alcuni verbi usati non a caso da Anna Maria, come “sotterrare”, indice della morte sempre presente in lei; oppure “dilaniare”, cioè lacerare le sue carni senza pietà; “strappare”, indice di forza d’animo senza uguali; e che dire della espressione “mettere insieme i cocci” per ricostruire sulle macerie di entrambi?

“Uno psicoterapeuta”, scrive ad un certo punto Anna Maria, “mi ha detto che questo Diario è una sorta di autoanalisi, un filo capace di tenere a bada emozioni, un volermi disperatamente ricomporre pezzo a pezzo, un leggermi dentro alla ricerca di un passato che mi desse una motivazione per continuare a vivere”.

Ne sono convinta anch’io. Ma questo non ha lenito il suo dolore nell’arco della sua intera vita. E il dolore lancinante, quotidianamente ha lacerato persino il suo cuore, rimesso a nuovo in passato con una valvola mitralica di origine animale che sostituì la sua valvola cardiaca gravemente danneggiata da anni di sofferenza e senza risparmiarsi mai, in casa e a scuola. Poi, dovette arrendersi e andare in pensione prima del previsto. Ma continuò fino a quando le fu possibile a suonare la chitarra, a musicare i testi di molti amici poeti e a scrivere testi suoi di una poesia tenera e struggente da non potersi dire. Poi dovette smettere categoricamente. Ma ha continuato a scrivere per i suoi nipoti filastrocche e racconti che avrebbe voluto pubblicare, senza averne purtroppo il tempo...

Anche Gianni ha scritto tanto sorretto dalla sua presenza incoraggiante. Due romanzi molto letti e apprezzati che molti lettori e amici ricorderanno, e stava completando il terzo quando è subentrato un nuovo ricovero per Anna Maria. E ora è in dirittura di arrivo un insolito, ma molto intenso Poema in versi, che porta la prestigiosa Prefazione del giovanissimo ma straordinario Giornalista e musicista/compositore Mauro Massari. Ma di questo parlerò a breve.

Ora è tempo di parlare ancora di Anna Maria con tutto l’amore a lei dovuto e da lei profuso a tutti a piene mani. E parlare dei quadri di Nicola che corredano il libro. Tanti. Perché Nicola era un grande pittore, più volte premiato. Ne fa fede ciò che scrisse della sua vena artistica il Critico d’Arte Domenico Danza: Essenzialità della linea, chiarezza dell’espressione, plasticismo delle figure sono le caratteristiche della pittura di Nicola Parisi. Ma al di là di ogni considerazione puramente tecnica, nei suoi quadri c’è una fusione perfetta tra forma e contenuto, fra materia e sentimento, fra cose e personaggi. Il senso di spiritualità, di calore umano, di confidenza è immediato; la tragedia dell’uomo del meridione, come individuo inserito nella massa anonima della società, costretto da una fatalità di secoli a vivere la vita di ogni giorno, e nello stesso tempo la tragedia dell’uomo moderno, in tutta l’esasperazione della sua solitudine e incomunicabilità…

Danza parla anche di un autoritratto andato perduto, mentre il quadro LA CATTEDRALE fa parte della raccolta di dipinti presenti presso la PINACOTECA DI BITONTO in via Rogadeo.  

Uno dei dipinti di Nicola è diventato nelle mani del nostro Graphic-Designer Nicola Piacente la copertina del Romanzo epistolare di Anna Maria. Il Libro contiene anche un originale segnalibro.

E non posso fare a meno di concludere con la dedica che Anna Maria mi fece sulla prima pagina del Libro: Alla sorella del cuore/ sorella gemella:/ un solo cuore/ un solo sentire/ tanto AMORE/ tanta DISPONIBILITA’/ Con un affetto grande quanto il mondo intero. Anna Maria.

 E le lacrime non posso più trattenerle. Quanto AMORE tra noi…

Grazie a voi tutti. Angela/lina

mercoledì 5 agosto 2026

Mercoledì 5 agosto 2026: “CENA DI CLASSE” DI FRANCESCO MANDELLI E IL SUO SPECIALE CAST…

 


… La 5^ D del 2000 brindò

Alla maturità su una spiaggia di Ibiza

Promettendosi l’un con l’altro

“Non perdiamoci mica di vista”…

(PTN)

 

Sono una sorta di boomer alquanto anomala per età (ottantaquattro anni), per retroterra e interessi culturali, che mi consentono ancora di svolgere un lavoro di scrittura, a vasto raggio, che quotidianamente mi coinvolge tanto per dimenticare acciacchi fisici che si riverberano inevitabilmente su quelli psicologici. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, qualche sera fa, invogliata dai due meravigliosi nipoti, Nicola e Anna Paola, ho preso visione del recentissimo film “Cena di classe” del regista, attore e conduttore televisivo Francesco Mandelli alla guida di un cast di tutto rispetto (da Herbert Ballerina a Nicola Nocella, da Andrea Pisani a Beatrice Arnera, da Roberto Lipari ad Annandrea Vitrano, da Giovanni Esposito a Francesco Russo, da Ninni Bruschetta a Giulia Vecchio a Debora Villa). Mandelli pare sia stato ispirato dalla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari riguardante i giovani di fine millennio: “Le promesse che fai a diciott’anni/ o durano un giorno o una vita intera/ E quando dici un “Per sempre”/ Si può consumare in un sabato sera…”.

Si parla, dunque, di una generazione distante anni-luce dalla mia. Una generazione che, negli anni Novanta del secolo scorso, era alle soglie del nuovo Millennio e alle prese con i favolosi diciotto anni. Circa vent’anni dopo, nella piena maturità, in seguito alla morte di un compagno di classe, il più estroso e istrionico, tutti gli ex compagni di scuola decidono di fare una rimpatriata per assistere al suo funerale e rendere omaggio all’amico che in passato era solito ritrarli con la sua videocamera per eternarli nel fulgore della loro giovinezza. In realtà, per errore, al loro arrivo, assumono una sostanza allucinogena che rende l’atmosfera rarefatta, surreale, ricca di colpi di scena che omaggia la visionarietà del regista, il quale si auto-dedica il lavoro, considerato dai più uno psicodramma dai toni cupi, ma anche tragicomici. In pratica, grazie al vecchio bidello, loro complice, riescono ad entrare nel vecchio e glorioso liceo della loro gioventù, dove assistono ai loro sogni, alle loro illusioni, alle maschere che indossavano per non essere riconosciuti nelle loro fragilità e nei loro sentimenti, spesso vissuti a metà per mancanza di coraggio, per timore di un rifiuto, per superficialità o arroganza. Non ancora adulti e non più adolescenti, avevano bisogno di perdersi per ritrovarsi. E vent’anni dopo, ogni personaggio si fa protagonista della propria storia in un mitico ritorno al passato. C’è, infatti, il ricchissimo figlio di papà (Herbert Ballerina) che snobba i compagni, ironizza sui loro sogni a buon mercato e trascorre buona parte del tempo a guardare video che riportano immagini degli stadi e delle partite giocate dai suoi idoli preferiti che vincono coppe e titoli mondiali. Ma per vincere la solitudine, a cui si auto-condanna, stringe amicizia con il più complessato della classe (Nicola Nocella), che non si accetta per quello che è, grasso, quasi calvo, e rifiutato (o si sente tale) dagli amici, per cui si maschera continuamente con parrucche e palandrane, per non cedere alla tentazione del suicidio. C’è, invece, il bello, eternamente innamorato della compagna più intraprendente della classe, ma sempre tormentato dalla precarietà dei sentimenti. C'è chi fa coppia da sempre, già dalla scuola primaria, fino ad avvertire la stanchezza di un amore che si è esaurito prima di diventare adulto. Al contrario, la più bella della classe realizza il sogno di una notte di passione e già all’alba “sente” di aspettare un bambino, che le impedirà di mettere le ali per i suoi legittimi voli verso grandi progetti di vita. Sarà una femminuccia, che diventerà nello stesso liceo, frequentato un tempo dalla madre, rappresentante di classe dei nuovi studenti e lei, la madre, finirà per considerarla “l’errore più bello della sua vita”. E tutto si veste di   realtà/fantasia che mette a fuoco la vita “nascosta” del preside e la sua incapacità, nel corso degli anni, di risolvere i problemi dei suoi professori e studenti e di districare le molteplici matasse inestricabili che si sono venute a creare tra i vecchi studenti, tornati con un soffio di magia tra i vecchi banchi per riprendersi quella giovinezza vagheggiata, ma mai realmente vissuta. Si tratta, infatti, di una generazione che ha pochi vincitori e molti vinti. Il regista osserva e tace sui vari espedienti escogitati dai protagonisti quando scoprono che è sparita la bara con dentro il loro amico. Si tratta di una specie di “caccia al tesoro”, con mappe da seguire e tutti diventano nemici di tutti. C’è una risibile realtà, legata anche al buio dei giorni bui della vita contemporanea, in cui ognuno si fa protagonista e resta indifferente all’altro. E tutto rimane in “sospensione di giudizio”, come la vita quotidiana di tutti, del resto. Ne sono testimonianza i fatti appena narrati, con un Giovanni Esposito (Nando), che inconsciamente continua a vivere legato all’illusione di amare Marisa, ridotta, nel suo immaginario maschilista, ad una pecora. Ma, le pecore, a mio parere, erano metaforicamente tutti i giovani che seguivano la corrente senza scegliere in prima persona da che parte stare. Un po’ come il “gregge di lana” raccontato da Oriana Fallaci. E metafora è anche il passaggio della bara sostenuta da tutte le mani degli ex compagni a significare la fine per sempre di un’epoca.

Solo nella seconda parte, il regista scioglie ogni riserva e, con mano geniale, dà una svolta positiva a tutte le ferite e le illusioni passate e presenti. Non a caso, c’è sempre chi esulta “Qui facciamo la storia”, ma è un grido che si ripete di anno in anno, come accadeva anche in passato ai loro genitori e ai loro nonni, mentre la Storia si faceva da sé.

Le storie passate, invece, erano narrazioni che evidenziavano processi di crescita in via di formazione e mille solitudini e contraddizioni da attraversare per tentare un approdo, una salvezza. E quest’ultima avviene quando da adulti ciascuno riprende il cammino nella riscoperta del sé, finalmente in grado di accettare sogni e illusioni come porte da spalancare su un futuro tutto da vivere, come accade ad Alex (Nicola Nocella) ormai libero da ogni pregiudizio e da ogni maschera mortificante per essere finalmente sé stesso. E accade anche a Michael (Herbert Ballerina), che sa guardarsi intorno per dare una mano a chi non ha avuto mai voce nella vita.  Tutti gli ex compagni, dunque, ora scoprono la bellezza di essere veramente insieme, incoraggiandosi vicendevolmente, nonostante una società in totale dissoluzione e sempre più in preda a ritmi di vita insostenibili nel passaggio dal mondo analogico del passato a quello digitale, entrato di prepotenza nell’era dell’accelerazione smodata e della iperconnessione, che ha trasformato il nostro modo di vivere, comunicare, percepire il tempo e gli altri, creando nuove forme di solitudine e nuovi notevoli disagi psicofisici alle generazioni del Terzo Millennio.

E, in questo caos totale, tutti scoprono che essere uniti e solidali può accendere una luce e farli correre incontro alla Speranza, come è accaduto per ogni generazione che ha scoperto in sé la forza di accettarsi per cambiare il mondo che ancora le apparteneva…

Da scrittrice e critico letterario, infine, vorrei concludere con una riflessione che ritengo possa servire anche per il film: come un libro appena pubblicato non è più dell’autore, ma del lettore che lo sceglie e lo fa suo, perché in esso si scopre e si riscopre, così accade per un film. Appena entra nelle sale non è più di chi ne ha scritto la trama o di chi lo ha diretto trasformandolo in una pellicola cinematografica, ma del pubblico, che entra nei panni dei protagonisti per costruire nuove storie che in parte gli appartengono.

E, come sempre, grazie a voi che nel nostro blog mi seguite con pazienza infinita e tanto amore, sapendomi portatrice di storie non sempre mie, per sottoporle al vostro molteplice giudizio, che crea una rete impalpabile, ma reale di nuovi punti di vista su cui discutere per allargare le nostre conoscenze e creare nuovi spunti di riflessione. Grazieeee. Angela/lina

giovedì 23 luglio 2026

Giovedì 23 luglio 2026: UN COMPLEANNO DA FESTEGGIARE CON POESIA...

E oggi vorrei festeggiare come merita il compleanno del mio adorato nipote Nicola Piacente, il primo a rendermi nonna con tanta emozione. E sono già 31 e non mi sembra vero! Ieri notte ho pubblicato la prima poesia su FB, ma oggi vorrei pubblicare le altre che completano il trittico sul blog per condividere con voi la mia immensa gioia di esserci ancora.

Trittico di poesie per Nicola e i suoi compleanni nel tempo. 3+1=31

             (23-7-2020, 23-7-2025, 23-7-2026)

                           3+1=31

 1. "Ci sarò"

         Polverizzato il tempo

e frantumato lo spazio per te ci sarò.

Non ho più fretta. Non so più 

dove andare e dove arrivare. Mi sto.

Mi piace ascoltare, custodire il silenzio.

Starti vicino. Sentire il tuo braccio

sostenermi con la dolcezza 

di una preghiera

dalle prime luci del giorno fino a sera.

Sentire la tua cura farsi dolce premura.

Oggi più che mai, cerco il calore

del tuo sorriso, le tue mani pronte

ad abitarmi il cuore, le tue mani

di tastiera a correggere i miei errori

con la tenerezza che sempre mi usi

e mi salva da cupi pensieri, corvi neri

di nuvole improvvise che scaccio via

con la tua allegria.

Fiore che sboccia come d'incanto

per me soltanto. O così mi pare,

per poter sognare ancora i tuoi domani

standoti accanto dolcemente. Così.

Teneramente. Senza fare rumore.

Solo in attesa di una sorpresa

a farmi felice, sapendoti in buone mani,

tu sempre pronto a donarti agli altri

         con totale amore.

Per almeno altri trent'anni ci sarò.

Per altri centotrenta ci sarò. Sì, ci sarò.

(Per te con te in te

                   per sempre io vivrò)

 

 2. "Ragazzo mio adorato"

 Nato alle mie braccia di notte

e subito coperto di verde ti accolsi

         papavero acceso

infiltrato dai prati ardenti di luglio

nel mio cuore che tu colmi oggi

       con la forza sognante

della tua giovinezza di sole.

E i miei tanti giorni antichi di antica

malinconia illumini,

cancellando ogni buio tormento

delle passate stagioni e il disincanto.

Vivi i tuoi sogni, afferrali con le mani

      stracci di aquiloni in volo

a colorare con insolite dita d'artista

tutto l'azzurro che ti appartiene.

Non nuvole di dubbi a trattenere

il tuo talento e l'allegria, ma panieri

colmi di desideri da realizzare.

Vibra D'Amore e accendi tutte le stelle

nei tuoi occhi in fuga.

Ma ansia quotidiana ti trattiene

a me accanto con mani di tenerezza

a proteggermi contro ogni timore,

paura che d'improvviso mi assale

nell'unico respiro che mi salva.

E non sai che verde come prato atteso

del tuo primo palpito di vita

ti stringo con carezze taciute, e date

con l'anima accesa di Speranza.

Per te voglio giorni audaci

    con voli senza confini

oltre le mie mani a trattenerti

e anni e anni per te voglio pieni di sole.

 3. "Ti scrivo"

 Scrivo

sulle ciglia schiuse dell'alba

e mi assale lo stupore di te

già grande tra le nostre braccia a culla.

Due nonne che ti hanno atteso tanto.

La luce del giorno lontana e nel buio

noi due perse nel nostro tutto/nulla.

Ci avvolgeva un'ansia d'altri tempi

in cerca di appigli di luce sulla vetrata

a dividerci dal resto del mondo.

Poi giungesti tra le nostre braccia

e le lacrime di gioia mie e di nonna Anna

 si acquietarono in silenziosa intesa.

Oggi, rimasta sola, ti bacio

     con nell’anima la benedizione

mai dimentica dell'Amore totale che sei.

            E ad ogni nuova estate

      mi vedrai mettere le ali

e rinascere al cielo e al nuovo verde

       tra alberi frammentati di sole

al dorato tepore della mai spenta

           tenerezza antica.

      Noi due insieme sempre

negli inevitabili marosi della vita

    protesi a cambiare il mondo

cupo e triste ai nostri giorni e violento

     mio eterno sgomento        

 con la tua immensa bontà

        contro ogni umana fragilità.

E continuerò a scriverti anche dopo

        nel silenzio che non sai

           perché non ti lascerò mai...

 E poi, ancora per te.

 "Sei"

 L' amore essenziale dei miei tanti anni.

L' amore che se viene a mancare manca

e lascia il vuoto che più non si colma.

La mano che non stringe.

Il cuore che perde suono e salto,

fiume senza argini verso la foce.

Sei lacrima taciuta e versata,

l'allegria sottolineata per darsi una voce.

Sei il pulviscolo che amo, spento

 quando la casa è in ombra

         ma che un raggio di sole

  illumina e rischiara e rende vero

per dirmi che ci sei e ci sarai,

che ci sono e ci sarò oltre l'agguato

e il vuoto, il suono della campana

la voce lontana ad abitarti il cuore

     dove nessuna voce muore.

                      E sei.

Tutto il mio cielo dimidiato e unito

     in tanti frammenti d' A M O R E

lontani e presenti in questa casa

e altrove, sì, oggi tu ci sei... E lo sai...

E sapete tutti che non vi lascerò mai!

            Nonna e Mamma lina

 Grata a tutti voi che mi fate sempre sentire la vostra presenza con tanto amore, che ricambio con vero cuore (per non fare mancare neppure la rima, oggi di nuovo usata ma non più come prima). Grazie! Angela/lina 

giovedì 16 luglio 2026

Giovedì 16 luglio 2026: I RICORDI DI TEMPI LONTANI CHE RIATTUALIZZANO IL PASSATO...

Per parlare del 16 luglio di tantissimi anni fa, dopo aver superato a fine maggio gli ottantaquattro anni, devo partire da alcuni ricordi che mi vedevano vivere in due paesi diversi che amavo di identico amore: Bitonto, in provincia di Bari (nel mio amato cortile “del gelso e delle rose) e Manfredonia in provincia di Foggia, nella culla dei monti che abbracciavano il mare (altro mio sogno senza confini: il mare).

Ebbene, mi dividevo ormai tra i due paesi a me tanto cari: tra due case che da una parte mi colmavano della amorevole presenza dei nonni materni, Mincuccio e Angelina, e di mia sorella Lizia; dall’altra, quella che mi permetteva di vivere con gioia con mamma e con gli altri miei fratelli. Da una parte, dunque, i campi, di cui via via il nonno si liberava perché non era più in grado di seguirli e, dall’altra, il mare nelle cui acque dimenticavo ogni senso di costrizione. Da una parte, lo studio (stavo scoprendo finalmente che mi piaceva studiare e conoscere nuove realtà passate e presenti con uno sguardo attento al futuro), e le lezioni private (per non pesare economicamente sui miei cari: cominciai a diciannove anni e ho smesso alle soglie del nuovo millennio); dall’altra, le chiacchierate con mamma, le confidenze e le complicità con la mia amatissima sorella Anna Maria, che rivelava sempre più uno spirito intraprendente e battagliero. Infatti, quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, eravamo complici anche di tante simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché mamma e babbo andavano dai nonni  e da Lizia a Bitonto e, in loro assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era solita fare da un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che babbo, al suo ritorno, non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine. E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Anna Maria era un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di vivere!

Quando, invece, stavamo tutti in vacanza nella casa del gelso e delle rose, io e lei, con la segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e soprattutto a mamma, per il 16 luglio, giorno del suo onomastico che amava tanto festeggiare con amici e parenti, e ai nonni, per il 2 e 4 agosto, i due giorni del loro onomastico. Ricordo, con tanta nostalgia, che i nonni erano soliti festeggiare il loro onomastico con un lungo strascico di visite, di auguri, di dolci e rosolio della durata appunto di tre giorni! Come dimenticare quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella nostra casa? Come dimenticare la festa di mamma e la sua immensa gioia in quel lunghissimo giorno di mezza estate?

In quelle circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli adulti di casa, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a casa e da me, che l’aspettavo fuori, una insperata sommetta, che ci permetteva di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità. Mal sopportava, invece, il mio romanticismo, la mia aria sognante, la mia esasperante lentezza nei lavori domestici. Facevo tutto all’ombra dei miei pensieri che vagavano ora luminosi ora cupi in un altrove che mi estraniava dal “qui e ora”. Anche soltanto con la mente, scrivevo. Anche soltanto con il cuore, scrivevo. E cantavo ancora, molto spesso.

(l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia…, mio nonno mi canzonava affettuosamente complice)

E ogni mia azione seguiva il ritmo del canto, che non era mai allegro e veloce, ma sempre languido e lento

(fenesta ca lucivi e mo nun luci… staje luntànə da ‘stu core… no, rien de rien/ no je ne regrette rien…)

e la realtà mi sfuggiva. Mamma mi sollecitava a scegliere canzoni più allegre per svolgere le faccende domestiche con maggiore celerità: se ne sarebbero avvantaggiati l’orecchio, l’umore e la casa. Ma io non potevo rinunciare a sognare e a mettere fuori tutta la tristezza di una condizione di continua libertà vigilata, di mal sopportata sudditanza, di un amore folle e non sempre corrisposto in ugual misura. Le canzoni che parlavano di amori infelici erano il mio repertorio preferito. La mente vagava lontano e la possibilità di sbagliare era sempre molto concreta e vicina, nel mio canto languido e sognante. Era nella mia indole perdermi nella musica e nelle parole e niente e nessuno avrebbero potuto darmi mai un ritmo diverso. Un diverso appiglio. Neppure mamma. Neanche lei.

(Persino già avanti con gli anni e già nonna, nei rarissimi ormai miei abbandoni al canto, ho fatto ridere figli e nipoti quando, un giorno, riproponendo il canto allegro e ironico di un presentatore della TV, mi sono messa a canticchiarlo con la mia solita passione sofferente di disteso infinito languore. E con una lentezza esasperata. Esasperante. L’esibizione canora faceva più o meno così: “esilarante esilarante” (con voce baldanzosa e saltellante). La mia versione fu: “e s i l a r a n t e      e  s  i  l  a  r  a  n  t  e         e   s   i   l   a   r   a   n   t   e”, interrotta dalla irriverente stratosferica risata dei miei cari ascoltatori, che mi sollecitarono tutti ad una voce: “più ritmo, mamma, più brio, essù!!!”. E i due nipoti a sbellicarsi dal gran ridere: “più swing, nonna, un po’ di allegria, dai… così ci fai addormentare!!!” E tutti proprio tutti fecero un coro sarabandale di “esilaranteesilarante”, in un “priscio” (un’esaltazione del cuore) che sembrava non dovesse avere mai fine. Ridemmo tutti fino alle lacrime.  E la risata micidiale, anche se affettuosa, si ripropone ancora quando abbiamo un po’ voglia di scherzare sui miei limiti e sulle mie virtù). Ma questa è un’altra storia che racconterò nei prossimi giorni. Forse.

Oggi, invece, desidero concludere con un una quasi poesia, che mi riporta a lei. A mia madre:

"In attesa di toccare il mare"

(A mamma per il suo onomastico)

 

Con le mie mani voglio toccare il mare.

Voglio toccarlo e la lunga attesa

è chiodo che penetra nei pensieri

e mi spinge a preparare

un guscio di noce per la barchetta

che mi porterà a nuotare

come il tempo lontano indimenticato.

Attendevo il sole per tuffarmi

a respirare tutto azzurro negli occhi

e i ricordi che bussano per entrare.

A fine giugno "s'apriva il mare"

con tavole e chiodi inchiodato

per l'inverno che doveva arrivare.

A spegnere in me la sua nostalgia

(non aveva senso cercarlo sparito)

E il mare si faceva attesa dell'estate,

quando mamma mi sosteneva,

m'incoraggiava a prendere le onde

tra le braccia per poi lasciarle andare.

Fino a quando a pelo d'acqua

m'inazzurrai e puntino lontano

           scrissi il mio nome.

E fui padrona di grotte e conchiglie

perle e coralli e velieri che dormono

in fondo al mare con bende di pirati

e gioielli inventati per farne anelli

per le tue catene a trattenermi a riva.

(Mamma mia in me sempre viva...)

 

Ora sul bagnasciuga ti vengo a cercare

per danzare insieme e specchiarci

nelle stelle accese che accendono

sorrisi in attesa che si sveli il mistero

profondo che fa profondo il mare.

Ascoltiamo i suoi pensieri immensi

(che fanno piccoli i miei pensieri)

fatti di ardimenti e paure, tormenti

e sentimenti, illusioni e previsioni

nella conchiglia delle nostre mani

che attendono altri domani senza limiti

o confini, per le nostre chiacchierate

già vissute e con allegria ritrovate.

Non c'è rimpianto dove rinasce il cuore.

Sono mare con il mio amore che canta

(e la mia anima profonda affonda

ancora tra le nostre migliaia di stelle

a scoprire il loro sognato sussurro

in tutto questo cielomare

che ci avvolge di immenso azzurro...)

                        Lina

Giovedì 16 luglio di un anno qualsiasi.

Già. Oggi “e sempre del persempre” noi. E, con me e con te, sempre e per sempre la nostra amatissima Anna Maria, che ora sta ridendo con te in riva al nostro mare…

E anche per oggi è tutto. Grazie perché anche voi ci siete sempre, nonostante questo caldo insopportabile. Buon mare a tutti! Angela/lina