mercoledì 1 aprile 2026

Mercoledì 1° aprile 2026: CANTI PER MIA MADRE e una LETTERA... (1° aprile 2001 - 1° aprile 2025)

Tu sei la Fonte

di ogni altro Amore

        (Lina)

PER TE, MAMMA, una lettera e non solo…

Non so perché, ma ultimamente amo scrivere lettere. Le sento più intime, più calde, più vere. E sento la necessità di farlo oggi perché venticinque anni fa sei volata tra le stelle. E io non potrò mai più sorridere per uno scherzo che tanti anni addietro eravamo soliti fare per il 1° aprile. Lo so, "La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi", come mi suggerisce Carl Jung, ma è così difficile viverla senza il tuo sorriso. Ogni giorno ti dedico un pensiero d'amore e una preghiera anche se non so più pregare, non oso più pregare. Pure ogni notte guardo una stellina che improvvisamente si accende nel cielo e mi sento ancora figlia. E ti parlo di noi due. Del nostro primo incontro. Dei nostri incontri sempre più rari. Della tua perenne attesa di un mio ritorno nella tua casa ormai non più mia. Ti parlo come mai ti ho parlato. E sento la tua carezza a lenire rimpianto e tormento. E riprendo a vivere. Rinasco alla tua vita di ieri. E tu rinasci alla mia vita di oggi. Anche oggi, come ogni giorno...

<Ricordi d’infanzia: Mia madre è una regina da incontrare una volta all’anno, durante le vacanze, ma tanto basta per sentirmi fiera di lei. Lei bella, lei allegra, lei buona, lei amica, lei diva.

Metteva sul viso una cipria di sogno <Velluto di Hollywood> e la circondava un alone magico e fresco di Eau de Cologne <Jean Marie Farina di Roger & Gallet> (A. De Leo, ANCORA UN FIORE, 1982)>… Lina

EBBI CANTO TRA LE BRACCIA DI MIA MADRE

Nacquero papaveri e gelsomini

nel giardino d’ogni incanto

con i laghetti che ridevano di secchi

colmi d’acqua in cui si specchiava il cielo

fiorito di primavera e stelle mattutine.

Io ebbi canto nelle braccia di mia madre

prima che il tramonto incendiasse la sera

e l’usignolo avesse voce di violino

in gara con i grilli sul balcone.

Il nonno piantò un ramo di rose

di preghiera la nonna riempì

le ombre della sua malinconia.

Nelle loro mani la mia prima alba

in fuga verso la chiesa e campane a festa

ad accogliere il mio vagito alla fonte di ogni delizia...

(ma grandi i miei occhi negli occhi grandi

  di mia madre al canto che sorrise

              al nuovo giorno)

EBBRE RISATE

 ebbre risate colme di noi alle sere dei calici levati

in un incontro di lune

(indomita adolescenza

           Eterna

 tra i nostri pensieri

 annodati di progetti e di stelle)

d’uva e di miele di canti e di parole

e… granelli di mare…

sogni di rose senza spine

sul margine insalutato del giorno.

E mani di vino e di preghiera

e un ricordo dorato l’autunno

in un cortile di voci di rose di gelsi

di grappoli d’uva.

I tini danzavano tra piedi nudi

e occhi colmi di sole

(zuccherine le bocche dei bimbi rosse

di mosto antico come una favola…

caldo il pane sfornato alle quattro del mattino).

Tra ceste e canzoni e una festa di pampini

fresche le nostre parole

danzanti tra i muri, sospese sui rami

per conservarne il ricordo… echi d’infanzia…

E tra le voci d’autunno una voce d’estate:

voce di mia madre tra voci d’infanzia.

Le conto ad una ad una… pareggiano il conto delle stelle.

                E delle stelle hanno un muto richiamo

                un passare lento al soffio di un mistero grande

                           profondo quanto il silenzio

                (non c’è stato mai il silenzio del cuore)  

  LA DANZA DEGLI ARCOBALENI

Esplodono arcobaleni alla danza

di nuove ore d’amore che disegnano capriole

di peschi e rami turchini come i capelli della fata

mai dimenticata.

Hanno voce d’arpa i miei diciotto anni

e mille canzoni: “come te non c’è nessuno”,

“nessuno ti giuro nessuno, nemmeno il destino

ci può separare”, “ciao, ciao, bambina”,

“credo che un sogno così non ritorni mai più”.

Domenico Modugno il mio idolo

e idolo di mia madre. Lo ascoltiamo insieme

mentre lei ascolta il mio cuore

e sa del mio amore per il ragazzo occhi

innamorati e promesse da realizzare in due.

(e di arcobaleni festosi si colorava il nostro sorriso).

IN UN SOLO ISTANTE

Fu tutto in un istante

il dirsi arrivederci ed era addio

in quel presentimento

che mai m’abbandona.

E fissa momenti

in cui tutto accade ed è eternità.

I tuoi occhi a cercarmi a metà gola

col nodo al dito per lasciarmi andare

e ritornare lungo la strada della mia casa

e baciare il tuo volto per levigare un pensiero

più di una ferita,

ed esorcizzare il tempo che esonda tra le dita

e si fa pena di ogni nuova sconfitta.

Il mio lasciarti andare come pegno di rose

dimenticato e la mia poesia sfilacciata di spine.

Domani sarai pioggia di parole inascoltate

e coriandoli tristi di giorni inebetiti…

Il silenzio nella casa abbandonata.

Il filo di luce che mi lanciavi

con l’anima trafitta

ad ogni passo su sentieri di rovi

che percorrevo

nel rincorrerti per non lasciarti andare.

Oggi ritorno da te con i miei passi stanchi

con scarpe rotte e tasche bucate

in cui infilai speranze stropicciate

un pianto deluso a solcarmi il viso

e la tua ansia di andare al riparo dal dolore

dove è più adeguato il tempo del sorriso.

Ti lasciai in tenere mani, ma fu il silenzio

a strozzarmi il cuore

senza una goccia di sangue

a lasciarmi viva…

Se guerriera vincente tu a cercare il Signore

o vinta io diedi le braccia

a rassegnate catene di perdente

senza più orizzonti

dove poterti incontrare.

Ma sarà il mio pegno di rose dimenticato

sotto lo zerbino della tua casa

per fare a te ritorno senza chiedere le chiavi

o il permesso di entrare

con la mia poesia sfilacciata di spine.

Sarà pioggia di parole rimandate

- coriandoli tristi di giorni inebetiti

  dal silenzio del luogo delle attese

       filo di luce che ci lanciavi

          con l’anima trafitta

ad ogni passo su sentieri di rovi

             che percorrevi

e il nostro rincorrerti

          per non lasciarti andare -

al rimpianto che mi vince

 accendi sul cortile la veranda

 non lasciarmi guardare il vuoto

 della tua luce venuta a mancare…

 (e mi scopro il volto impolverato di anni

  lunghi più dei tuoi in questi anni lunghi

  aggrappati alla tua ultima sera

    Faro Onda Conchiglia Sussurro Sei

            mia eterna Primavera                

    perché io non ti ho mai lasciata andare).

 Sei qui nel mio cuore sempre!

  

sabato 28 marzo 2026

Sabato 28 marzo 2026: LETTERA APERTA AL MIO AMICO GIOVANNI ROMANO... (seconda e ultima parte)

<Nell’ultimo capitolo, infatti, Giovanni Romano sostiene che “il suo atteggiamento fu molto oscillante, tanto da riservare una inaspettata sorpresa al momento della sua morte”. Del resto, sempre più, nell’ultimo periodo della sua vita, si fece costante in lui “l’interesse per la religione, se non altro come fenomeno sociale e artistico”. Ma non solo. Notevoli e toccanti sono alcune pagine che l’Autore ci fa scoprire sulla solitudine degli uomini “indipendentemente dalle circostanze”, come lo stesso Orwell aveva evidenziato e per “la nostalgia senza speranza per gli affetti perduti”. Certo, si ripropongono di tanto in tanto gli attacchi contro il cristianesimo, ma inaspettatamente “George Orwell chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”, scrive ancora il nostro Autore. Si può parlare di conversione in punto di morte? L’onestà intellettuale di Giovanni Romano è così adamantina da cercare tutte le ipotesi possibili. Potrebbe… Forse… Sta di fatto che “ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”, scrive.

Ma… per molti altri versi i conti non tornano ancora e Giovanni Romano non ne fa mistero.>

A questo punto, mio carissimo Giovanni, nutro la speranza di dissipare alcuni equivoci interpretativi, perché nulla lasci ulteriori dubbi alla comprensione del tuo encomiabile Saggio. Soprattutto da parte del lettore nel suo primo approccio al Libro. Intanto, vorrei precisare che nell’ultimo capitolo tu sostieni che “il suo atteggiamento fu molto oscillante, tanto da riservare una inaspettata sorpresa al momento della sua morte”. E, del resto, come hai ben scritto, sempre più, nell’ultimo periodo della sua vita, si fece costante in lui “l’interesse per la religione, se non altro come fenomeno sociale e artistico”. Sono affermazioni, di cui bisogna necessariamente tenere conto, come è giusto tener conto delle notevoli e toccanti tue pagine che ci fanno scoprire la solitudine degli uomini “indipendentemente dalle circostanze”, come lo stesso Orwell aveva evidenziato, e “la nostalgia senza speranza per gli affetti perduti”. Ciò evidenzia la grande sensibilità di Orwell non sempre messa così bene a fuoco dai tantissimi studiosi delle sue opere, da te citati con dovizia di particolari. Tu scrivi, però, anche che si ripropongono di tanto in tanto gli attacchi dello scrittore contro il cristianesimo, ma che inaspettatamente egli “chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”. Certo “di rito anglicano” e non poteva essere diversamente. Non si è mai parlato di rito cristiano. Né avresti potuto farlo. Tantomeno io. Ritengo la Fede in Qualcuno o in qualcosa un fatto talmente intimo da rimanere chiuso nello scrigno prezioso della nostra Anima. Naturalmente, ci sono innumerevoli eccezioni.

Sta di fatto che tu scrivi ancora “ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”. Ma… per molti altri versi i conti non tornano e tu non ne fai mistero, insegnandoci che l‘onestà intellettuale ed etica è da sostenere sempre e comunque, anche a rischio di apparire contraddittori nei riguardi di noi stessi e dei lettori, di cui dobbiamo sempre tener conto, con tutto il rispetto possibile, dovuto a tutti e a ciascuno! Credo di averti scritto più o meno così, tenendo conto delle tue affermazioni precedenti. Perché, dunque, “contraddittori”? Perché, a mio parere, non si può scrivere un Saggio così importante, ma anche così imprevedibile nei suoi percorsi/risvolti fino alla fine,  intitolarlo GEORGE ORWELL: la scommessa perduta e puntualizzare poi nell’ultimo capitolo che “George Orwell chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”, come appunto tu scrivi senza ingenerare qualche dubbio o riserva, non in me, che ho letto e riletto il tuo Saggio, ma nei lettori che leggono il Testo per la prima volta… Come pure può ingenerare qualche dubbio nel lettore l’affermazione “Ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”. Anche questa affermazione, a mio parere, “ora riposa in terra consacrata” potrebbe essere presa come contraddittoria a “la scommessa perduta” del titolo. Ma ciò a me va benissimo perché guai se non ci fossero le contraddizioni nella nostra vita, come sostiene ampiamente Hegel nella sua Dialettica e tanti altri Autori che tu conoscerai benissimo. Il mio punto di riferimento più pregnante, comunque, secondo la mia ottica, è la Teoria sulla Necessità della Contraddizione della filosofa e mistica francese Simone Weil, come “necessità metafisica e spirituale essenziale per avvicinarsi a Dio e alla verità”. Straordinariamente vicino al pensiero e ai comportamenti umani e umanitari di Orwell è, del resto, il suo Saggio sull’“attenzione da prestare agli altri”>.

Qualche ulteriore puntualizzazione e riflessione su tutto il Saggio, anche tutte da contestare:

1)      La copertina, opera del nostro Graphic Designer Nicola Piacente (con l’aiuto dell’Intelligenza artificiale, come egli stesso scrive) è indubbiamente molto intensa e suggestiva nella architettura, tra luci e ombre, di una cattedrale direi gotica, che incute timore più che serenità. E si intravedono pietre d’inciampo che mai mancano nella vita di ogni essere umano. L’importante è sapersi rialzare, magari con l’aiuto di qualcuno che ci sta accanto con premura e con amore. “Nessuno si salva da solo” (romanzo della scrittrice Margaret Mazzantini; Papa Francesco, riferendosi ai Vangeli).

2)      Orwell ha sempre, fin da ragazzo, avuto uno spirito ribelle che gli ha permesso di realizzarsi da solo in piena libertà. Ma non è forse anche indice di “solitudine”? Di sofferenza interiore manifestata con l’ironia, la ribellione, il disfatismo… Il suo cambiare nome non fa parte di quella ribellione contro le rigide regole del padre, per affrancarsi completamente dalla famiglia? La disperazione dell’uomo senza Dio non potrebbe essere anche espressione di quella soluzione di pseudo-salvezza, che oggi si scopre nella ingiunzione “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo” dello scrittore zen Sheldon B. Kopp? La sua breve vita ne potrebbe essere la testimonianza. Non a caso, anche, il suo aggrapparsi ad alcuni ideali sociali ed etici, da cui viene sistematicamente deluso.

3)      A soli 18 anni, infatti, diventa “Funzionario imperiale” in Birmania, dove crede di osservare ordini e disciplina, ma scopre di essere assoggettato al Totalitarismo, come “controllo politico” e “manipolazione del linguaggio” per “controllare meglio il pensiero”. Un mondo che lo sorprende dolorosamente fino a detestarlo, e da cui scappa a gambe levate.

4)      Scoppia purtroppo la II Guerra Mondiale e sente il dovere di andare in Spagna, ma viene ferito e scopre, ancora una volta, amaramente la fallacia dei suoi ideali.

5)      Si acuisce in lui il “pensiero critico e contestatore” e comincia a riscrivere la storia per rendere giustizia a chi subisce soprusi, inganni, violenze, prevaricazioni di ogni genere, elogiando, come sappiamo, per buona parte della sua vita, la “decency” dell’“uomo comune”. Fino al disincanto. Ciò gli permette, contro ogni menzogna, di usare l’atto rivoluzionario di dire la verità (ma quale?), anche a costo di smascherare compromessi politici, sociali e religiosi, e ciò gli procura critiche e nemici in ogni settore della sua esperienza esistenziale. Gli altri hanno verità esattamente opposte alle sue. Occorre fare continuamente i conti col “punto di vista” altrui.

6)      Ateo convinto, sempre più convinto col passare degli anni, non distrugge il Potere che detesta in tutte le sue forme mistificatrici, ma crea in esso una crepa di notevole spessore, come è dato di rilevare nelle sue ultime opere “La fattoria degli animali” e “1984”.

7)      Ben argomenta il giornalista Alberto Scuderi in <Cultura e Identità>, quando afferma che “lui così ateo e razionale, era scettico a tal punto da scontrarsi con quanto di religioso residuava ancora nel mondo, e negare all’uomo ogni minima possibilità di trascendere la propria finitezza” (…). Non a caso, continua Scuderi, “Giovanni Romano parla di Orwell nei termini di occasione mancata: quella di un individuo conscio della centralità della religione, ma incapace di vedere nella fede un baluardo verso ogni tipo di totalitarismo…”.

8)      Sarebbe opportuno, a mio parere, sottolineare la differenza tra “individuo” e “persona”, quest’ultima “sinolo di corpo e di anima”, come sostiene Aristotele, ma l’anima per Platone è “sostanza immateriale e divina, preesistente al corpo…”; individuo, invece, è “una unità singola, un organismo indivisibile, che non si apre agli altri, tutto in sé conchiuso. Personalmente preferisco sempre riferirmi a “persona” perché è indice anche di consapevolezza di sé, dei propri sentimenti, dei propri valori, delle proprie scelte relazionali. E George Orwell era decisamente una Persona anche di eccezionale umanità.

9)      La sua letteratura distopica, infine, ha improntato tutto il Novecento fino ai nostri giorni.

10)  Ma si può dire davvero perduta la scommessa di Giovanni Romano? Con Scuderi oserei affermare “qualche dubbio viene eccome!”.  

Mio carissimo Giovanni, ti consegno la lettera su cui potremmo continuare a confrontarci tanto George Orwell ci è diventato caro e familiare. Del resto, il tuo Saggio può sempre darci la possibilità di nuove conquiste di conoscenza a sempre più vasto raggio…

E, intanto, Raffaella, ieri sera, mi ha portato i vostri affettuosi saluti, che ricambio con altrettanto affetto, raccontandomi di una serata splendida e gremita di amici e conoscenti, tutti attentissimi nella condivisione di interventi altamente qualificati, in una cornice di grande accoglienza, bellezza, cordialità. Mi sono emozionata e commossa per il primo volo del tuo imperdibile Saggio.

Abbraccio te e Maria Grazia, compreso il munifico padrone di casa. E tutti gli amici e le amiche presenti. Mi auguro con tutto il cuore di esserci una prossima volta. Angela

Miei carissimi amici e mie amate amiche, anche oggi mi fermo qui. Spero che sia stata una lettura arricchente anche per voi. Sempre grata per la vostra attenzione. Vi abbraccio. A presto. Angela/lina  

 

 

venerdì 27 marzo 2026

Venerdì 27 marzo 2026: LETTERA APERTA AL MIO AMICO GIOVANNI ROMANO... (prima parte)

Venerdì 27 marzo 2026: LETTERA APERTA AL MIO AMICO GIOVANNI ROMANO…

Il giorno che ebbi bisogno della Verità, la cercai dappertutto.

Nel cuore dell’Altro.

Nel cuore dell’Amico.

Nel cuore dell’Amore.

Nel mio cuore.

Ma era dappertutto e altrove.

Sfuggente e indefinibile. Imprendibile.

Presente e assente. Vicina e lontana. Inconoscibile.

Mi dannai a cercarla. A spiegarla.

Secondo me. Secondo te.

Ma allora non è una la Verità?

Non esiste la Verità. Sono tante le verità.

Quante?

                              (a.d.l.)

Carissimo Giovanni, impossibilitata, per motivi di salute e per il tempo alquanto inclemente, ad essere ieri sera con tutti voi nel magnifico Palazzo Ferrara, messo gentilmente a disposizione del generoso e accogliente padrone di casa, dott. Filippo Ferrara, ti scrivo sul mio blog questa lettera, sperando tu possa leggerla quanto prima. Grazie, intanto, per l’affettuosa dedica sul tuo Saggio, che Peppino mi ha portato un po’ di giorni fa. Mi hai reso felice perché temevo che le mie Tracce non avessero colto appieno il tuo pensiero. E, in qualche modo, potrebbe essere vero. Ognuno di noi percepisce in maniera personale quanto legge e scrive, senza averne consapevolezza. Noi siamo il non detto più che l’esplicitato, come giustamente sottolinea Nicolò Govoni (“… Ogni persona è ciò che tace.”). Desidero, comunque, ricordare per quanti mi leggono il titolo del tuo lavoro: GEORGE ORWELL: la scommessa perduta (SECOP edizioni, Corato-Bari, 2025). E focalizzare alcune parole-chiave per comprendere meglio il Testo. “Scommessa”, per esempio: è un termine che ha in sé una valenza di dubbio più che di certezza, di “patto tra persone con vedute diverse nei riguardi di qualcosa dall’esito incerto. In pratica ci si può riferire anche a una impresa rischiosa da realizzare. E, in un certo senso, è ascrivibile alla tua colossale impresa nell’affrontare una figura immensamente grande come quella dello scrittore George Orwell, da te scelto, studiato, amato come un “alter ego” visto, però, in uno specchio che riflette la tua figura di saggista ribaltata, ossia mai combaciante e vera e, per questo, puntigliosamente e coraggiosamente ricercata, come tutto ciò che ci manca (non hai forse scritto, nella pagina dei Ringraziamenti che devi all’editore Peppino Piacente se hai ripreso dopo anni a continuare a scrivere questo tuo Saggio? Non hai affermato che “La responsabilità del libro e dei suoi errori è soltanto mia”?). Di qui anche le molte Tracce interpretative <lungo un percorso difficile che, pur muovendo dalla riflessione sull’opera e sul pensiero di Orwell e della sua dichiarata posizione atea, si apre ad una lettura più ampia e problematica del rapporto tra fede ed esperienza umana. Ecco, allora, che tale percorso si configura ben presto come una vera e propria sfida, soprattutto alla luce del confronto tra il pensiero di Biagio Pascal sulla “presenza di Dio” nella esperienza esistenziale di ciascun uomo e il presupposto>, richiamato da te, Giovanni, <secondo cui “bisogna scommettere in un senso o nell’altro, le probabilità sono uguali ma non la posta in gioco. Se si scommette per l’esistenza di Dio, e Dio esiste, si guadagna tutto, in caso contrario non si perde nulla. Se si scommette contro, invece, il rischio è quello dell’infelicità in questa vita e della dannazione nell’altra”>.

In realtà, come già puntualizzato, <la sfida presuppone quantomeno un interlocutore che, nel nostro caso, non è, come potrebbe sembrare Pascal, ma proprio Orwell, e si fa politica, civile ed etico-sociale prima ancora che religiosa o letteraria. È una sfida che si snoda lungo l’intero percorso dei sette capitoli, che contengono tutte le opere di Orwell, da quelle dei primi passi nel mondo letterario fino ai suoi capolavori, e si acquieta (o quasi) nella conclusione”>.

Ma, intanto, è bene ricordare con te che Orwell <“era un uomo di sinistra, ma della sinistra laica che rifiutava i dogmi del marxismo”. Importante è, comunque, sottolineare che era un uomo di straordinaria umanità anche perché desiderava con tutto sé stesso “raggiungere una società di uomini liberi e uguali dove sarebbero stati eliminati il potere del denaro e la sopraffazione del forte sul debole, del ricco sul povero”, nonostante fosse appunto “ateo”, tanto che per tutta la sua vita mise l’uomo come alternativa a Dio “in termini sempre più drastici man mano che il suo pensiero si evolveva”.

Occorre precisare anche che a tutto questo bisogna aggiungere un lato connotativo della sua personalità, rilevato da tutti i biografi, e in particolar modo dal nostro Autore: Orwell era “oppositivo, sarcastico”, ma mai vendicativo. Tra l’altro, era un uomo che amava molto leggere e aveva una biblioteca fornitissima da cui attingeva quotidianamente informazioni sugli autori del passato e contemporanei per un continuo confronto di idee, modi di pensare, comportamenti, che si possono compendiare nella idea di “decency” che ebbe a cuore per tutta la vita.

Decency come senso di rettitudine morale, generosità, uguaglianza tra gli uomini e senso di empatia e solidarietà e di amore per gli altri.>.

Meravigliosi, a tale riguardo, sono gli esempi evidenziati da te nelle tue imperdibili pagine. <Si legga quello a pagina 21 in cui lo stesso Blair parla del condannato a morte e della sua personale sofferenza nel “vedere” e “sentire” l’uomo e non il malfattore o l’assassino. Egli, dunque, amava l’umanità nell’uomo, e soprattutto nell’“uomo comune”, capace di riassumere in sé tutte le caratteristiche della decency.

E gli esempi, in tal senso, sono almeno tre, ravvisabili in tutte le sue opere, dalle prime più semplici e ingenue, che però contengono della decency altre connotazioni come “compassione, decoro e fiducia”, alle ultime che sono dei capolavori, universalmente riconosciuti, in cui la decency si identifica soprattutto con il senso di libertà e ribellione contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. Parlo di A Clergyman’s Daughter, di Animal Farm e di 1984, spesso in contrasto tra loro per le contraddizioni che albergavano nell’animo di Orwell, sempre più accanito contro il cristianesimo, anche a costo di prendere abbagli clamorosi. In linea di massima, però, ebbe un alto senso di libertà anche in termini di patriottismo senza mai pensare nazionalisticamente, ma come “ritorno alle proprie radici”, in cui avvertiva l’essenza più vera di sé stesso, fatta di “giustizia e autenticità”, tanto da pagare sempre di persona per gli errori commessi per estrema fiducia negli altri. E tutto ciò gli derivava anche dalle esperienze vissute tra gli uomini più poveri e derelitti; esperienze che minarono gravemente la sua salute, sempre molto fragile e precaria già dai primi anni di vita fino alla morte.>

Ma, col passare degli anni, si sgretola in Orwell anche l’esaltazione per “l’uomo comune”, e anche questo viene notato nei minimi particolari da te, in quanto non ti è mai sfuggita neppure una virgola della vita del protagonista del tuo Saggio, nel bene e nel male, per quanto detto in precedenza, lasciandoci Tracce indelebili di accortezza e acutezza mentale. Ed ecco che ritorna quanto da me affermato prima: noi siamo la controfigura dei protagonisti delle nostre storie. Persino Gustave Flaubert, il celebre scrittore del Realismo francese, pare che abbia esclamato: “Madame Bovary c’est moi!”. E in questa frase c’è l’identificarsi dell’autore col suo protagonista,   ma anche il prendere le distanze per evidenziare la sua obiettività. Tua è, perciò, e mi riporto alle mie Tracce, <l’aggiunta davvero encomiabile di tanti riferimenti a tutti gli altri poeti e scrittori italiani e stranieri che avevano condiviso o respinto le idee contraddittorie ma autentiche di Blair. Anche quando si è trattato di criticarlo per il suo pressappochismo legato a studi fatti in tutta fretta e senza la possibilità di avere una chiara percezione del valore di alcuni autori rispetto ad altri. Ma innegabile è, nello stesso tempo, anche per il nostro Autore, la lettura decisamente competente e affascinante che Orwell fece dei versi sulla vita, sulla morte e sul dolore del poema Felix Randal di Gerald Manley Hopkins mentre stroncò senza pietà quelli dei Quattro Quartetti di Thomas Stearns Eliot, nonostante il poema fosse stato ritenuto da altri critici, ben accreditati, “un viaggio tra poesia e fede”. Purtroppo, Orwell avvertì sempre un notevole disagio per quei versi che lo disturbavano parecchio fino alle sue “ironiche conclusioni”, come sostiene Giovanni Romano. A mio parere, Orwell si lasciò condizionare molto dai suoi soliti pre-giudizi sulla religione e la pseudoscienza, ritenendo entrambe delle mistificazioni a uso e consumo dei sempliciotti, attratti magari da occultismo e arti magiche (di cui poi pare che proprio lui facesse ampio uso, come alcune testimonianze attendibili confermano). Ma, sempre secondo me, ogni inappropriata deduzione sarebbe stata una de-sacralizzazione del dolore, della morte e del conforto della fede e, in ultima analisi, della vita stessa.

Giovanni Romano ha il merito grande di aver focalizzato tutto questo in ciascuna opera di Blair e di averlo smascherato e denunciato anche con forza, come con forza ha sottolineato i grandi meriti di Orwell nell’autenticità del suo immergersi nei suoi personaggi e nei loro sentimenti più profondi in una sorta di spiritualizzazione del senso della vita e della stessa umanità. A tal punto che, alla fine, anche l’uomo comune non ebbe più lo stesso valore ai suoi occhi.

Gli ultimi tre capitoli del Saggio, infatti, vertono “sull’imbarbarimento generale per corruzione ed egoismo dell’intero genere umano e a nulla valgono esempi di grandi personalità come Tolstoj, Swift, Gandhi perché, pur riconoscendone le alte doti morali e/o politico-sociali, Blair divenne sempre più critico verso il primo, di cui non poté fare a meno di rilevare l’arroganza nei riguardi dei subalterni e, quindi, le contraddizioni della sua personalità.

Contro Swift, poi, la sua satira si fece più feroce e feroce fu persino il suo “ribellismo” alla ipotetica santità di Gandhi, diventando via via sempre più disfattista nei riguardi della religione, con la sua satira ironica di cui sono impregnati anche i suoi capolavori Animal Farm e 1984, e con mille inesattezze e false testimonianze, pur di non darla vinta ai cristiani credenti e forti nella loro fede, per un senso sempre più proclamato di libertà da tutte le scorie del passato e da ogni totalitarismo, fonte di ogni danno ovunque venisse praticato. Ma è proprio nel parlare di Gandhi che Orwell scrive sorprendentemente per la prima volta Dio con l’iniziale maiuscola…>

Carissimo Giovanni, spero di esserti ritrovato in queste mie parole, ma potrebbe accadere il contrario. Ne potremmo discutere. Sono le dissonanze che ci aiutano ad alimentare dubbi più che certezze. Le consonanze sono importanti per sentirci appoggiati e sostenuti, ma non ci permettono di vedere i nostri molteplici volti e i molteplici orizzonti della realtà, che ha ancora tanto da farci scoprire. Riprenderò domani con la seconda parte di questa lettera. Ti abbraccio. Angela

A domani, dunque, carissime amiche e carissimi amici, per la seconda e ultima parte. Grata sempre per la vostra attenzione e il vostro affetto, vi abbraccio caramente. Angela/lina

 

mercoledì 25 marzo 2026

Mercoledì 25 marzo 2026: PRIMAVERA SI VESTE DI GEMME E DI POESIA... (ultima parte)

… Quando in anticipo sul tuo stupore

Verranno a chiederti del nostro amore

 Un amore così lungo

Tu non darglielo in fretta (…)

 (Fabrizio De Andrè)

Ieri è stata la Giornata Internazionale della LETTURA, avrei voluto scrivere qualcosa a tal riguardo, visto che la mia Casa editrice SECOP e l’Associazione culturale FOS, di cui sono presidente, hanno fatto della Lettura il loro vessillo di “educazione a leggere in silenzio, ad alta voce, in solitudine o insieme tra la gente”, ma purtroppo gli acciacchi della mia tarda età si sono fatti sentire a tal punto da costringermi a stare a letto. E così niente computer, niente appuntamento con voi, miei cari amici e amate amiche. Oggi, per fortuna va un po’ meglio e così riprendo a scrivere, ma i ricordi mi prendono la mano e il cuore e ho voglia di raccontarvi la poesia delle mie primavere a ritroso nel tempo, quando io e mia sorella Lizia vivevamo con i nostri amatissimi nonni materni nella casa “del gelso e delle rose”. Ed eccovi il racconto (tratto dal I vol. del mio romanzo Le piogge e i ciliegi, pubblicato dalla SECOP edizioni alcuni anni fa):  <… Quando i ricordi ti prendevano per mano, continuavi per ore a parlare della tua giovinezza e dei tuoi passi, prima di approdare nella casa in cui anch’io avrei imparato a conoscerti. A differenza dei tuoi cinque fratelli, tu, il quintogenito, eri il più fantasioso e irrequieto, con uno spirito avventuroso che ti aveva portato ad evitare il convento, come era toccato ad altri due dei tuoi fratelli, e ad attraversare l'oceano per sbarcare in America, a Nuova York, poco più che ventenne. Raccontavi che in America eri andato a scuola solo per diciannove giorni e avevi imparato diciannove lettere dell'alfabeto; poi, niente più. Senza mai dirci il perché di quell’abbandono. Ma ti rammaricavi di non conoscere gli ultimi segni grafici, in italiano e in inglese, per poter leggere e scrivere con minor fatica. Ti piaceva imparare. Eravamo adolescenti quando un giorno chiedesti a noi di completare l'opera di tanti anni prima, per poter leggere i romanzi che ti appassionavano tanto, ma incontravi difficoltà per quelle poche lettere che ti mancavano e per tutte le altre che a malapena ricordavi. Ti seccava non saper scrivere. Ti esercitavi a scrivere la tua firma con una N che si aggrovigliava in un ricciolino fantasioso sulla seconda gambetta, svolazzo della tua fantasia. Volevi imparare. Fu così che Lizia, più paziente di me, ti insegnò quelle lettere che ti mancavano, e ti fece recuperare quelle che avevi dimenticato, facilitando la tua lettura con le immagini di alcuni giornali. Ti rese felice…

Prendesti allora l'abitudine di comprare il settimanale illustrato <Grand Hotel>, su cui leggevi alcuni romanzi famosi: da Jane Eyre di Charlotte Brontë a Il conte di Montecristo di Alessandro Dumas. E così, nei giorni di pioggia, quando ti era impossibile andare in campagna con i tuoi contadini, te ne stavi in casa a leggere. E, mentre la pioggia ti parlava e attraversava pensieri e storie, non più da te raccontate, come facevi con noi sempre ansiose di ascoltarti, ma ricevute in dono da quelle lettere dell’alfabeto che avevi finalmente imparato, pian piano cominciasti a diradare le tue giornate nei campi anche per qualche problema di salute, di cui non facevi mai parola. Ti sedevi nel cortile, durante i giorni di primavera-estate-autunno, o davanti al braciere nelle fredde sere d'inverno, per leggere alla nonna quelle storie romantiche e appassionate, che lei ascoltava in silenzio come rapita; poi le mostravi, commentandole, le immagini che lei attendeva con ansia di vedere e una comune commozione vi sorprendeva con le lacrime agli occhi per le vicissitudini quasi sempre dolorose dei vari protagonisti. Io e Lizia vi guardavamo sorprese, incantate. E anche noi ci univamo al vostro turbato silenzio. Ma solo per poco. Ci prendeva ben presto una sorta di ilarità contagiosa per quella tua lettura stentata e caparbia, con la ripetizione delle parole più difficili conquistate a fatica, e per la tenera condivisione, mista a tanta ingenua e vibrante partecipazione da parte della nonna che, quando sfaccendava, quasi sempre brontolava per la stanchezza e i dolori alle gambe mentre, quando tu leggevi, era tutta compresa nel ruolo di coprotagonista, in silenziosa attesa, indignandosi o intenerendosi per le vicende dei personaggi, spesso del tutto inventati dall'autore, ma da te e da lei vissuti come se fossero lì presenti, vivi e veri. Che bello guardarvi! Eravate l'incarnazione dell'amore e della poesia. Della quotidianità vissuta con un pizzico di magia. Nessuno, guardandovi, avrebbe mai potuto leggere i lunghi anni di dolore nei calendari della vostra anima: la Grande Guerra, la tua prigionia in Germania, dove ti eri dissetato con la melma degli acquitrini e sfamato con le bucce di patate e ti eri salvato mangiando zucchero da scoppiare nella fabbrica dove ti avevano fortunatamente costretto poi a lavorare, e le due bimbe morte durante la tua assenza tra le braccia di una donna troppo giovane e spaventata per non portarne i segni per tutto il resto della vita; e la perdita, vissuta in due, di tutti quelli venuti al mondo dopo la nascita di mamma, l’unica dei tanti figli perduti nell’arco di pochi anni. Mamma era nata al vostro immarcescibile amore il 3 dicembre del 1919. E solo un miracolo la salvò da una epidemia che stava falcidiando i bambini. Io e Lizia non eravamo ancora neppure uno svolazzo della tua incredibile fantasia. Eppure nel giorno di San Valentino del 1941 Lizia nacque al vostro amore e l’anno dopo, 1942, a fine maggio nacqui io ed era primavera inoltrata…in una guerra appena cominciata>.   

I ricordi lasciano il tempo e lo spazio a qualche altra poesia d’amore e di primavera in questo giorno in cui il sole sorride, ma un venticello dispettoso, tipico di questo mese pazzerello ne fa barchetta di carta e ala di rondine in volo…

FIORE D’ACQUA E DI LUCE

S’apre come fiore d’acqua e di luce

la luna che imbriglia occhi incantati

a scoprire il magico canto

della prima giovinezza

a trattenere giorni in sospensione

tra cielo e terra. Con graffi di corallo

e acqua di rugiada il sogno tra le mani,

mistero dell’amore

a lasciare orme sul cuore

e un rosso sorriso di seta e gerani

affacciati ai balconi della vita

perché non se ne perda il profumo

(ma ero io nella primavera

                            dei miei anni in fiore)

LA DANZA DEGLI ARCOBALENI

Esplodono arcobaleni alla danza

di nuove ore d’amore che disegnano capriole

di peschi e rami turchini come i capelli della fata

mai dimenticata.

Hanno voce d’arpa i miei diciotto anni

e mille canzoni: “come te non c’è nessuno”,

“nessuno ti giuro nessuno, nemmeno il destino

ci può separare”, “ciao, ciao, bambina”,

“credo che un sogno così non ritorni mai più”.

Domenico Modugno il mio idolo

e idolo di mia madre. Lo ascoltiamo insieme

mentre lei ascolta il mio cuore

e sa del mio amore per il ragazzo occhi

innamorati e promesse da realizzare in due.

(e di arcobaleni festosi si colorava il nostro sorriso).

LA FANCIULLA AZZURRA

Quando il ragazzo-poeta

inondò le sue vesti di grappoli di cielo

la fanciulla afferrò l’azzurro

tra le sue mani

in un immenso cerchio cielo-mare

per ritrovare il suo cuore bambino

perso in un cortile di gelsi e di rose

dove i gatti facevano le fusa

parlando con lei del suo amore lontano.

UNA NUOVA PRIMAVERA

Grappoli di rose uncinano

ai rami delle dita

una nuova primavera

tra labbra di rosso vestite

per tacere un segreto che parla d’amore.

- dammi una nuova luna

  per cantare i tuoi occhi -

        (dammi la tua mano di more

             senza i rovi della siepe

                  tra incaute fughe d’amore)

IL GELSO E LE ROSE

Vissuti in un cortile

che conteneva il mondo

all’ombra del gelso rosso

che ascoltava in silenzio

i nostri sogni, segreti, misteri.

Misteriosi incanti di fiabe e fate

a cullare la nostra gioia di vivere,

a condividere sogni e rimpianti

e un rettangolo di cielo

a parlarci del mare

ad un passo da casa…

Sarà un filo d’erba il tempo

per legare al polso l’arcobaleno.

I ricordi - rose e spine -

sono canto che rinasce

nei grovigli del cuore

con fiori colorati di ogni primavera.

Nello specchio dell’anima

quello che di noi rimane

(il sogno che non muore)

NOI SIAMO INIZIO E FINE

Siamo alfa e omega del nostro canto

Siamo l’incanto che mai ci abbandona

Siamo la chiave e il chiavistello

Il molo e la vela

La luce e l’ombra d’ogni incanto

Pioggia e arcobaleno che porta il sereno.

(il filo dell’aquilone nelle mani

   incantate che abbiamo e che avremo)

E mi fermo qui. Con i ricordi, i sogni, le voci, la primavera tra le priorità di questo giorno. Domani si vedrà. Grazie sempre. Angela/lina