venerdì 23 ottobre 2026

Venerdì 23 ottobre 2026: qualche riflessione sugli studenti che protestano per una scuola migliore...(seconda parte)

Ci sono cose da non fare mai

Né di giorno né di notte,

né per mare né per terra:

per esempio, la guerra.

(Gianni Rodari)

Oggi, il 23 ottobre 1920, nacque Gianni Rodari, di cui tra poco parlerò, visto che sempre più ai nostri giorni, si parla, di scuola “inclusiva” che utilizza la didattica laboratoriale per andare incontro a ciascun alunno con un lavoro di gruppo in cui ciascuno dà il suo apporto in base ai mezzi culturali che possiede. Ottima anche la soluzione del “peer learning”, della didattica ambientale dentro e fuori la scuola, dei gemellaggi, delle visite scolastiche guidate, dell’apprendimento dei linguaggi multimediali fino a quello dell’intelligenza artificiale, che, a mio parere, bisognerebbe approfondire.

Ma, a ben guardare, non è stata questa la lezione di Don Lorenzo Milani nell’insegnare più lingue, nel mandare all’estero i suoi allievi a lavorare o a studiare, a seconda delle personali inclinazioni, nell’utilizzare quanto potesse tornare utile alla realizzazione dei progetti di vita di tutti e di ciascuno? Nel guidarli con fermezza paterna e tenerezza materna a rivendicare i propri diritti nella consapevolezza dei propri doveri per realizzarsi come cittadini del mondo, inseguendo il sogno di “farsi uomini liberi”?

Non a caso, molti di loro sono diventati sindacalisti, in quanto la sua idea di una scuola democratica era, come abbiamo detto, anche politica. Significativo è stato, a tale riguardo, anche il rapporto di Don Milani con Mario Lodi nei primi anni Sessanta perché la scuola “cambiasse il mondo” e fosse “di tutti e di ciascuno”. Una scuola, dunque, della valorizzazione, non della selezione; del “mutuo insegnamento-apprendimento” perché nessun allievo potesse rimanere indietro, ma a tutti fossero date le stesse possibilità di crescita e di maturazione sociale e personale.

Ma ancora più significativo è stato l’incrociarsi di due vite abbastanza simili per credo pedagogico ed esperienza scolastica. Parlo di Don Lorenzo e di Gianni Rodari, quasi coetanei come età, entrambi ribelli alle regole sociali di quegli anni della loro formazione e di tutta la loro breve esperienza esistenziale. 1923-1967 la data di nascita e di morte del Priore di Barbiana, 1920-1980 la data di nascita e di morte di Gianni Rodari. Entrambi uomini di sinistra, anche se con origini sociali molto diverse: Don Lorenzo proveniente dall’alta borghesia ricca e colta, Gianni figlio di un fornaio morto prematuramente di broncopolmonite. Don Lorenzo fece studi classici senza laurearsi mai per via della sua vocazione sacerdotale, Gianni conseguì il Diploma Magistrale che gli consentì di fare il maestro per alcuni anni, poi divenne giornalista molto apprezzato e seguito di tante testate di sinistra, da <L’Unità> a <Paese Sera>. Entrambi puniti per le loro idee di sinistra. Gianni Rodari addirittura scomunicato perché comunista. Entrambi educatori e maestri rivoluzionari. Dai loro allievi molto amati, ma da alcuni intellettuali, docenti, presidi, giornalisti, contestati e denigrati come fautori di una scuola improvvisata, priva di programmi e di regole da una parte, fondata sulla fantasia più che sulla concretezza della realtà, dall’altra. Così Cesare Segre, filologo, semiologo, critico letterario e docente universitario. Così più tardi lo scrittore Sebastiano Vassalli e molti altri fino ai nostri giorni. Questi “intellettuali” accusarono e accusano Don Milani e Gianni Rodari di essere responsabili di una “didattica facile che ha cancellato la capacità di studiare” e altri “capi d’accusa” così risibili da non essere neppure degni di essere evidenziati. Mi sembra opportuno, invece, ricordare che proprio Rodari recensì la Lettera ad una professoressa con le seguenti parole dolci-amare: un libro urtante, senza peli sulla lingua, spara a zero in tutte le direzioni, non risparmia nessuno. Di una sincerità a volte brutale, di una ingenerosità scostante. Con tutto ciò il più bel libro che sia mai stato scritto sulla scuola italiana. Da questo libro abbiamo tutti da imparare: maestri, genitori, professori, giornalisti, uomini politici (cfr: FLC CGIL SCUOLA UNIVERSITARIA E AFAM RICERCA, “Ma davvero è tutta colpa di Rodari e Don Milani?”).

A questo punto, non mi resta che riportare qui la famosissima poesia di Gianni Rodari “Una scuola grande come il mondo”: C’è una scuola grande come il mondo./ Ci insegnano maestri e professori,/avvocati, muratori,/ televisori, giornali,/ cartelli stradali,/ il sole, i temporali, le stelle./ Ci sono lezioni facili/ e lezioni difficili,/ brutte, belle e così così…/ S’impara a parlare, a giocare,/ a dormire, a svegliarsi,/ a volersi bene e perfino ad arrabbiarsi./ Ci sono esami tutti i momenti,/ ma non ci sono ripetenti:/ nessuno può fermarsi a dieci anni,/ a quindici, a venti,/ e riposare un pochino./ Di imparare non si finisce mai,/ e quel che non si sa/ è sempre più importante/ di quel che si sa già./ Questa scuola è il mondo intero quanto è grosso:/ apri gli occhi e anche tu sarai promosso! Sono quasi certa che Don Lorenzo l’avrebbe apprezzata molto.

Questo Inno di Rodari a una scuola libera che sia fatta del mondo intero è un Inno svettante nel vento a portare Don Milani, con la Croce del suo stesso Cristo messo in Croce, in alto, sempre più su, inseguito dalla nostra anima di educatori, dal buio di questo nostro mondo, intriso di guerre e di violenze inaudite, alla luce delle stelle.

Ed ecco a entrambi la mia personale gratitudine. “Grazie perché mi avete insegnato ad essere una insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi alunni e studenti, con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia disseminata tra le parole…”.

Ma mi sembra giusto fare oggi altri esempi di “maestri” che hanno lasciato una traccia indelebile nella vita degli allievi che hanno avuto il privilegio di incontrarli, a tutte le età, e di innamorarsene per tutta la vita: 

 “Imparare a leggere e scrivere per conoscere tutto il resto dell'umanità”.
Quale augurio migliore di queste parole di Alberto Manzi per il primo giorno di scuola?
 Alberto Manzi non è solo il maestro che ha insegnato a leggere e scrivere agli italiani, quando in un’Italia piena di belle speranze ma ancora poco alfabetizzata, condusse il programma “Non è mai troppo tardi”. Andato in onda dal 1960 al 1968, è sicuramente un capolavoro di pedagogia, premiato e imitato in altri settantadue paesi, espressione massima della Rai come servizio pubblico. Alberto Manzi è molto di più. È un maestro che ha la vocazione dell’insegnamento e non ha paura di iniziare dalle aule più difficili: dopo la guerra, nel 1946, accetta l’incarico, che altri prima di lui avevano rifiutato, di insegnare nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma. Non è semplice: in un enorme stanzone senza banchi, senza sedie, senza nemmeno libri, sono riuniti bambini e ragazzi tra i 9 e i 17 anni con storie terribili alle spalle. Ma Alberto Manzi non si perde d’animo e alla fine riesce a guadagnare la loro fiducia inventando e sperimentando metodi didattici innovativi. Racconta storie e le fa raccontare e recitare ai ragazzi. Insieme pubblicano “La tradotta”, il giornale del carcere, un modo per tirar fuori le emozioni di questi ragazzi che troppo presto hanno conosciuto la durezza della vita. È un maestro che dal 1955 fino al 1977 trascorre le sue estati in Sud America. All’inizio nella foresta amazzonica con un incarico dell’università di Ginevra per studiare le formiche (Alberto Manzi era anche laureato in biologia oltre che in pedagogia e filosofia). Poi si sposta in Perù e in Bolivia, dove capisce che per gli indios è fondamentale l’istruzione per reagire alle ingiustizie e ai soprusi. Ma non si limita ad insegnare a leggere e scrivere. Li aiuta a costituirsi in piccole cooperative agricole, a organizzarsi per non essere sfruttati. Quindi si attira le antipatie delle autorità che lo dichiarano persona non gradita. Ma lui continuerà ad andarci lo stesso. È un maestro che capisce le potenzialità dei mezzi di comunicazione e oltre al celebre “Non è mai troppo tardi” e altri programmi nel corso degli anni, usa anche la radio per raccontare storie, insegnare a grandi e piccoli, o meglio come disse lui: “Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere”. È un maestro scrittore e poeta, e per le sue opere avrà molti premi e riconoscimenti. È un maestro che insegna all’università, ma poi la lascia per dedicarsi alla scuola elementare “Fratelli Bandiera” di Roma, dove resterà fino alla pensione. È un maestro che scrive alle istituzioni, per protestare contro una scuola considerata inadeguata, fredda, sorda alle esigenze dei bambini. Tanto insofferente alle categorie asettiche della scuola, che nel 1981 Manzi si rifiuta di compilare le schede di valutazione: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni”. Davanti alle pressioni del Ministero della Pubblica Istruzione, l’anno successivo apporrà un timbro su ogni scheda: “fa quel che può, quel che non può non fa”. È un maestro ormai anziano e in pensione, ma che sa sempre che l’istruzione è l’unico antidoto alla violenza e all’ingiustizia, e quindi nel 1992 realizza un programma per la RAI: “Impariamo insieme” per insegnare l’italiano agli extracomunitari. È un maestro che non smette mai di credere nel potere dell’istruzione e nella forza dei bambini, ai quali diceva “Siete capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo”.

Non è mai troppo tardi, dunque, per ricordare Alberto Manzi, maestro speciale.

Ed è di buon augurio ricordarlo ad ogni inizio di un nuovo anno scolastico…

 Devo precisare che il testo non è mio, come è facile notare, ma preso dalle pagine FB proprio ieri, ma la tentazione di proporlo anche nel nostro blog è stata più forte di ogni altra considerazione.
E la mia esplorazione in tal senso continua.

Che dire di Umberto Galimberti e delle sue condivisibili considerazioni sulla scuola, sugli insegnanti, sui genitori, su quanti si prendono (o si dovrebbero prendere) cura delle nuove generazioni perché saranno gli “uomini giusti e solidali” del prossimo futuro. “Parole secche quelle del filosofo Umberto Galimberti, che suscitano discussioni e fanno riflettere”: L’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro [...]. Educare vuol dire condurre qualcuno all’evoluzione, dall’impulso all’emozione, dall’emozione al sentimento. Un ragazzo che ha sentimento non brucia un migrante che dorme su una panchina, non picchia un disabile. Se queste cose accadono è perché la scuola non ha educato. Per educare bisogna avere a che fare con la soggettività degli studenti, che oggi è messa fuori gioco. Se è vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto è chiaro che anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni [...]. È più facile correggere una comprensione del testo scritto che un tema. La realtà è che siamo passati da una scuola umanistica a un’educazione anglosassone, perdendo un’infinità di valori della prima. La scuola anglosassone è empirismo, pragmatismo, valutazione oggettiva [...]. Se uno non sa affascinare, comunicare, non può fare il maestro, il professore. Lo dice Platone: si impara per imitazione. Io aggiungerei anche per plagio. Preferisco un docente che plagia i ragazzi che uno che li demotiva. Direi loro che il ruolo va abolito. Se uno non funziona lo sanno tutti ma non si può far nulla, perché è di ruolo. Che cos’è questa parola? Nessuno è di ruolo nella vita. Se un docente non è all’altezza va messo fuori gioco. Perché se si licenziano operai là dove si producono oggetti non lo si fa dove si formano le persone? (U. Galimberti, da una intervista del 2019).

Sono considerazioni che io abbraccio in pieno, ma non tutti sono disposti a cavalcarle con lo stesso entusiasmo. Sarebbe necessario leggere L’ospite inquietante (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Serie bianca Feltrinelli, Milano 2007) sul nichilismo nietzschiano e i giovani, tanto paventato dall’Autore. E potrei fare molti altri esempi. Ma desidero, invece, concludere con una letterina, fresca di giornata, di una tenerissima nonna, Anna Mininno, scrittrice, poetessa, insegnante di inglese in pensione (ma quando si è insegnanti, si rimane tali per tutta la vita). È una letterina indirizzata a sua nipote Susanna, capelli rossi come sua nonna e occhi grandi che respirano il cielo:
Susanna, amore mio, hai lasciato cum laude il grembiulino delle elementari e oggi, primo giorno di Scuola Media, ti accingi a scoprire un mondo nuovo, ma pur sempre in continuità di formazione.
Comprendo l'emozione che vive nel tuo cuore; emozione che significa sensibilità e rispetto verso la Scuola, i compagni e le compagne, gli insegnanti e tutti coloro che vi operano con serietà e gioia perché sia una buona Scuola. Io, nonna tua, ti auguro anche una Scuola felice, fatta di tutto quel che aiuta a crescere nella conoscenza, nella sensibilità umana e nello spirito critico.
Per questo, amore, ti sia sempre favorevole la curiosità, il voler capire fino in fondo, la serena generosità e la capacità di intenti che nutrono il bello e il buono. Sii sempre te stessa, Susanna, perché così sei bella brava amorevole e grintosa con educazione. Sii te stessa, perché il futuro ha bisogno di te, come di tutti i giovani e le giovani di buon cuore in un mondo che ha bisogno di essere migliore. Buon Anno Scolastico a te e a tutti, con fiducia e amore.

Ed è quanto auguro anch’io alla Scuola tutta e a quanti vi operano con passione, amore, impegno, competenza e coraggio. A presto. Angela/lina



 

giovedì 22 ottobre 2026

Giovedì 22 ottobre 2026: qualche riflessione sugli studenti che stanno protestando per una scuola migliore... (prima parte)

“Saper restare significa
rispondere
all’appello di chi è caduto”
(Massimo Recalcati)

È una frase che sintetizza un rapporto tra che chiede e chi dà, restando accanto a chi è in difficolta. Non a caso “appello”, che significa di solito “chiamare per nome” e la “nominazione” dà già un corpo, un volto, una identità e ciò significa “io ti conosco e mi prendo cura di te”. Quanto importante la “cura”. Presuppone il “restare”, il fermarsi per avere il tempo per ascoltare e dare le giuste risposte ai reali bisogni di chi chiede. Quanto importante l’ascolto per scoprire, conoscere, intervenire in un dialogo che è già comunicazione, congiunzione, sentirsi all’unisono, ossia vibrare dentro ascoltando lo stesso suono, la stessa musica interiore e comprendersi, cum-prehendere, accogliere completamente, senza remore, dubbi, pre-giudizi, che definiscono a priori ancora prima di conoscere l’altro, che è altro da me, ma è lo stesso me ribaltato.

E subito mi torna alla mente “I CARE” (MI IMPORTA, cioè MI PRENDO CURA), scritto all’ingresso della scuola nella sperduta Barbiana, voluta da Don Lorenzo Milani, lì mandato per punizione dai suoi Superiori. Da buon prete, ma laico e comunista, oppose I CARE al “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo, che viveva di stenti e che non aveva imparato neppure a sognare, né tanto meno a progettare un futuro migliore. E mi sembra di rivivere oggi lo stesso clima in un mondo “capovolto”, dove il sole si specchia ormai nei nefasti acquitrini del fango, della violenza, della prevaricazione e del farsi giustizia da sé, come i periodi delle peggiori barbarie perpetrate dall’uomo contro i suoi simili. Homo Homini lupus (Hobbes). E la mediazione della PAROLA? Necessaria per comunicare e conoscersi?

Ancora una volta è necessario fare riferimento al “prete scomodo” per conoscerlo meglio: Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia fiorentina. I suoi studi umanistici come nipote del grande filologo e studioso Comparetti li compì, però, a Milano, dove i genitori si erano trasferiti con gli altri suoi fratelli, quando era ancora ragazzo. Ben presto avvertì il bisogno di ribellarsi a quella stessa borghesia, di cui faceva parte, per fare spazio ai poveri e agli analfabeti. Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una Chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri. Don Milani, pessimo studente, ribelle a ogni coercizione scolastica, ma grande “maestro”, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo, dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell’anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove “si guarivano i sani e si ignoravano i malati”, e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere un grave errore, “facendo giustizia fra disuguali”. Don Milani, uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona, mite, dolce, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza per i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza contro ogni ottuso e pervicace tolitarismo… Non a caso, sosteneva che insegnare fosse innanzitutto un “atto politico” per salvaguardare i diritti e i doveri di tutti i cittadini, soprattutto di quelli che non avevano avuto mai voce. Rivendicava così l’importanza della “Identità restituita dalla voce”. Quanto importanti, infatti, l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale. Rivendicare, del resto, non significa pretendere, ma avere consapevolezza della propria unicità come persona in un mondo sempre più ampio e in continua trasformazione. Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei e di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi (culture, tradizioni, espressioni artistiche e sentimentali). Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta e si dilatasse verso orizzonti di consapevolezza e comprensione della personale socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e di cittadini, ma con riserva di “disubbidire” alle leggi ingiuste e inique. La politica, del resto, deve sentire la propria responsabilità pedagogica della formazione delle nuove generazioni. Don Lorenzo Milani. Faro e approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici. Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico, intellettuale, etico, fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi maccanismi perversi a uncinargli l’anima. Pura e ribelle, la sua anima fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.

Parlare di don Lorenzo Milani è sempre una gioia immensa perché, in qualità di preparatrice di tanti allievi, per oltre trent’anni, fino al 2001, per i Concorsi di immissione in ruolo nelle Scuole di ogni ordine e grado e persino per i Dirigenti scolastici, ho sempre scelto di parlare del “prete scomodo” e della sua scuola di Barbiana, dove svolse la sua opera pedagogica e didattica nei riguardi dei ragazzi provenienti dai ceti più umili, che venivano ignorati o ripetutamente bocciati nella scuola pubblica. Quest’ultima, nel 1962, aveva unificato i due rami scolastici: la Scuola Media, a cui si accedeva attraverso gli esami di ammissione, e l’Avviamento Professionale, a cui si accedeva direttamente dopo la quinta elementare. Nella scuola media unificata venne decretata la “mortalità scolastica”. Don Milani accolse i ragazzi “rifiutati” dalla scuola statale lavorando, come sappiamo, con loro ventiquattro ore su ventiquattro e tutti i giorni compresa la domenica. Era una scuola poverissima con un solo libro di testo e tanti giornali, che i ragazzi a turno leggevano per cercare le parole che non conoscevano e che imparavano a conoscere nel loro significato grazie alle discussioni tra loro, al confronto continuo di idee e di intuizioni, alle spiegazioni del loro maestro. Era questo il suo metodo pedagogico-didattico: guidare i ragazzi poveri di ogni età a scoprire il senso, il significato, il valore di ogni parola per diventare cittadini liberi. Diventavano così consapevoli anche dei propri talenti, ma pure della carenza di conoscenze a più vasto raggio. Scoprivano, inoltre, le personali inclinazioni da seguire per realizzarsi al meglio di sé, senza inutili e dannose perdite di tempo. La scuola di Barbiana, del resto, non aveva cattedra né banchi, ma venne costruita tutta dai ragazzi a seconda delle loro capacità, abilità, predisposizioni. Tagliarono alberi, lavorarono il legno, costruirono un lungo tavolo con delle sedie. Intorno al tavolo ci si sedeva per leggere i giornali, commentarli, discuterne, confrontarsi, parlarne in maniera critico-costruttiva. E qui riprendo quanto da me già scritto su di lui e la sua scuola: <Fece scrivere su un cartello all’ingresso della scuola il motto “I CARE”, ripreso poi come mantra da molte organizzazioni politiche e religiose, fino a uno degli ultimi Presidenti degli USA: Obama. “Tutto mi sta a cuore”, una frase che riassumeva bene le finalità di cura educativa di una scuola orientata a promuovere una forma di sollecitudine per le persone, la natura, le cose.

Desidero ricordare anche che “il prendersi cura”, infatti, è la forma più alta dell’amore da donare agli altri, sia che si tratti dei nostri cari, sia che si tratti dei ragazzi che ci vengono affidati per un intero corso di studi: dalla Scuola dell’Infanzia alle Scuole superiori. Il “prendersi cura”, infatti, sottintende una sorta di necessaria continuità tra la famiglia, primaria fonte di educazione, e la scuola, tra un grado e l’altro della istituzione scolastica. Tra un ciclo e l’altro. Tra un anno e l’altro. Non basta alla scuola dei nostri giorni “accogliere”, occorre prolungarne l’azione perché l’educatore abbia tempi e modi per avviare un processo di conoscenza dei suoi allievi; conoscenza, che li porterà ad acquisire quel senso di fiducia e di autostima che li accompagnerà per tutta la vita, sempre grati a quel “maestro” che si era rivelato tre volte tale (magis-ter) con loro, nell’arco di tempo dell’insegnamento-apprendimento svolto insieme. La didattica, arte/scienza dell’“insegnare” non deve essere mai disgiunta dalla “matetica”, arte/scienza dell’apprendere. “I care” trasporta come messaggio la disponibilità a non essere centrati su sé stessi e riconcentra l’attenzione e l’interesse al mondo degli altri, sollecitando un comportamento di rispetto della dignità della persona. Di ciascuna persona. Di ciascun alunno, con i suoi “punti di forza” da valorizzare e le sue “fragilità” da far superare.

A questo punto, per meglio comprendere la figura di Don Milani, occorre ricordare che, con grande disappunto dei genitori agnostici e anticlericali, non prese mai la laurea e, dopo un periodo di sincera conversione, volle farsi sacerdote per essere in contatto con la Parola di Cristo e del Vangelo, per seguirne le orme, mettendosi sempre dalla parte degli ultimi, ma ribellandosi alla stessa chiesa, da lui ritenuta tradizionalista e classista, come riteneva tradizionalista e classista la stessa scuola pubblica. Le due Istituzioni erano restie al cambiamento, come lo era la società del tempo, ancorata al passato senza la luce della inevitabile, necessaria trasformazione anche culturale che l’avrebbe traghettata verso il presente e il futuro delle nuove generazioni. Ma l’analfabetismo era dominante, di qui anche le prevenzioni e i pregiudizi. Don Lorenzo, invece, respirava aria di ribellione da tutte le “catene” negative del passato. Voleva soprattutto una chiesa e una scuola per la gente umile e diseredata, in quanto il buon Dio non faceva distinzioni tra i ricchi e i poveri, avendo dotato tutti della stessa intelligenza e capacità d’imparare. Soprattutto era per la costruzione di un pensiero libero di tutti i suoi ragazzi, nessuno escluso, perché ciascuno si potesse confrontare con tutti i possibili interlocutori. Anche coltivando uno spirito acuto all’insegna dell’ironia e dell’autoironia, armi vincenti nel misurare sé stessi e i propri sogni e progetti per trasformare il mondo. Infatti, a Barbiana, oltre al motto “I care”, i ragazzi costruirono un mosaico, che appesero alle pareti, con raffigurato un ragazzo con l’aureola, intento a leggere un libro. Si trattava di un messaggio simpaticamente autoironico, riguardante il “santo scolaro”.

La prova della loro bravura nell’usare appropriatamente la parola scritta fu, però, Lettera ad una professoressa (pubblicata da LEF una piccola casa editrice fiorentina), frutto interamente del loro impegno nel denunciare tutte le pecche della scuola pubblica di quegli anni, una scuola che non teneva conto delle diverse condizioni sociali, culturali familiari e umane di ogni allievo. La gente di quel tempo, però, non era preparata al cambiamento nella scuola come nella vita e per questo la Lettera, che aveva avuto varie fasi di stesura per renderne agevole la comprensione dei contenuti a tutti, persino agli analfabeti (quasi tutti a quell’epoca) venne in un primo momento accolta freddamente dall’opinione pubblica. Solo dopo la morte di Don Lorenzo ha avuto la risonanza pedagogica e sociale che meritava. (Ma non sempre e non ancora). E qui mi sembra doveroso riportare almeno una pagina della Lettera per comprendere l’importanza pedagogica fondamentale di un “maestro” tre volte tale per la cura che ebbe con tutti i “Gianni” che la scuola pubblica di quegli anni (e non solo) confinava all’ultimo banco in attesa di sbarazzarsene quanto prima. "Io vi pagherei a cottimo...":

… Se ognuno di voi (insegnanti) sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l'ingegno per farli funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. Allora l'occhio vi correrebbe sempre su Gianni (l'allievo più svantaggiato). Cerchereste nel suo sguardo distratto l'intelligenza che Dio ci ha messa certo uguale agli altri. Lottereste per il bambino che ha più bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie. Vi svegliereste la notte con il pensiero fisso su lui a cercar un modo nuovo di fare scuola, tagliato su misura sua. Andreste a cercarlo a casa sua se non torna. Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola… (Don Lorenzo Milani da Lettera ad una professoressa, pag. 82)

A soli 44 anni don Milani, affetto da una grave malattia, si spense (26 giugno 1967), lasciando una eredità spirituale, oltre che pedagogica, di valore inestimabile. Le sue ultime parole scritte furono rivolte ai suoi ragazzi: Ho voluto più bene a voi che a Dio,/ ma ho la speranza che Lui non stia attento/ a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al Suo conto. Eccezionale testimonianza educativa, umana, religiosa, spirituale che rimarrà sempre nel nostro cuore, nella nostra mente, nelle nostre parole>. A distanza di cento anni la straordinaria attualità della sua scuola è evidente.

A domani per la seconda parte. Grazie a chi continua a leggermi con tanto affetto. Angela/lina

martedì 13 ottobre 2026

Martedì 13 ottobre 2026: "Tutta la vita per lasciare ogni potere - Giovanni detto Francesco, il Santo più amato - di ENZO QUARTO...

“Vedo Dio in tutto ciò che canta”

         (Raoul Follereau)

È un Libro prezioso (pubblicato il 3 ottobre dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente) di appena sessanta pagine, ma ricche del canto della spiritualità francescana, che coinvolge e sconvolge tanto ci abbacina lo splendore che la loro luce emana, eppure sono pagine che il talentuoso Graphic-Designer della SECOP edizioni, Nicola Piacente, ha “spalmato” di grigio per ricordare il saio del “poverello” di Assisi. E cosa oltremodo interessante e nuova, insolita, è che Francesco l’assisiate parla in prima persona di sé, della sua famiglia, del suo mondo e modo di vivere e vedere la vita. È giovane, bello, amato, da amare. Ne fanno fede le tavole pittoriche, che corredano sapientemente il Testo, della bravissima e giovanissima Nicole Ciannamea. Le tavole rendono visibile il cammino del Santo dalla nascita fino alla morte. Il cammino, dunque. Dapprima baldanzoso e ricco di aspettative terrene, poi, pian piano, sempre più irto di dubbi e ripensamenti, dovuti soprattutto alle guerre che in quegli anni insanguinarono interi secoli e contrade italiane e straniere. Si pensi alle Crociate e alle lotte fratricide tra gli stessi cristiani, che nulla avevano più da spartire con l’idea iniziale di riconquistare il “Santo Sepolcro”, controllato dai turchi selgiuchidi e di difendere l’Impero bizantino in difficoltà. L’obiettivo, dunque, era duplice: religioso e militare. Francesco non era fatto per la guerra, ma per la Pace. Inoltre, nella IV Crociata gli interessi economici prevalsero su quelli religiosi e militari. A maggior ragione Francesco non vi avrebbe mai partecipato.

Poi… un giorno… ha inizio il suo cammino verso la conversione con il primo abbraccio a un lebbroso, la cui lacrima di commozione “divenne il sorriso della mia anima gioiosa e da allora illuminò il mio volto e tutti poterono vederlo” (p. 18). Enzo Quarto qui si fa interprete non solo della letizia del giovane Francesco, ma soprattutto dei suoi dubbi, dei ripensamenti se pregare in solitudine o in mezzo alla gente e soprattutto della paura di amare che assale un cuore giovane. “Eppure l’amore è semplice. È in uno sguardo, nella parola grazie, in un sorriso, in un dono di sé. Gratuitamente. L’amore è come uno specchio, quando lo doni si riflette”. (p.20).

È quanto percepisce Francesco nel farsi egli stesso “straccione”, ultimo tra gli ultimi, per sentirsi finalmente in sintonia con gli “insegnamenti di Cristo” e con “le pagine più belle del Vangelo” (p. 20). È da qui che ha origine nel suo cuore la necessità di pregare con un “saio addosso”. E nel suo romitaggio si trovò ad un tratto a pregare nella chiesa di San Damiano in Assisi, come se vi fosse stato chiamato. Ed è in questa chiesetta, pregando ai piedi del Crocifisso, che avvenne qualcosa di prodigioso e di inspiegabili come tutto ciò che è avvolto, per gli occhi umani, dal mistero.

“Chiusi gli occhi nella preghiera.

Un caldo raggio di sole sembrò colpirmi in viso.

Per un attimo. Ad occhi chiusi Gesù mi parve uscire dal crocifisso e rivolgersi verso di me assorto in preghiera. Non mossi un dito, non aprii gli occhi, non aprii bocca, non sentivo più suoni attorno a me.

Solo la sua voce: “Francesco, ripara la mia casa, Và!” (pp.21-22)

E qui mi piace fare qualche annotazione, che mi sembra doverosa: mi colpisce profondamente la descrizione che Enzo Quarto fa per bocca di Francesco sul rapimento mistico, una sorta di estasi che subentra alla preghiera, come è accaduto nella vita di molti Santi. Francesco non è ancora santo, ma vibra di amore per Gesù, in una sequenza di gesti al rallentatore che è simile a un continuo fermo-immagine, che ci permette di penetrare nella scena. Di farne parte emotivamente. La stessa sapiente inquadratura ha usato Nicola Piacente con le tavole di Nicole Ciannamea per farci entrare nelle scene rappresentate, dilatandone a volte lo spazio a tutta pagina e creando una illusione ottica bellissima: siamo noi ad attraversare le strade con Francesco, a mescolarci con i poveri e gli straccioni, accompagnati dai loro animali (p.31).

Ormai la via della santità è iniziata e niente più può fermare Francesco, che si spoglia di tutto e veste un semplice saio di tela grezza, stretto da un cingolo “con tre nodi simbolo della schiavitù d’amore verso Cristo, nel vivere senza nulla di proprio, con impegno alla purezza del cuore e del corpo, e con la fraternità e l’obbedienza a Dio e alla Chiesa” (p. 32). Il patto con Dio è stipulato a vita. E comincia il contagio: “Ben presto fummo in tanti. Decine e decine di laici di ogni censo, insieme a qualche sacerdote, vollero iniziare a vivere da penitenti in povertà assoluta. (…). La Porziuncola, questa piccola chiesetta che ci concessero in uso perpetuo i benedettini del monte Subasio e che restaurammo con le nostre mani, dedicata a Santa Maria degli Angeli, ci accolse in protezione, Diveniva il cuore della nostra fraternità” (p. 33). Il Vangelo, invece, il cuore della regola francescana, anche se “Seguire la via di Gesù non era cosa facile” (p. 34). Enzo Quarto si avvale delle poesie e degli scritti di Francesco per testimoniare queste difficoltà e, via via, il loro superamento, con umiltà e coraggio, avvalendosi anche di quanti e quante divennero loro amici, e soprattutto dell’amicizia di Madonna Jacopa de’ Settesoli e della giovanissima Chiara che aveva seguito Francesco da tenera età.

Ma a soli quarantaquattro anni Francesco avverte segni sempre più penosi dei suoi malanni fisici, a cominciare dagli occhi che si avviavano alla completa cecità. Fu l’incentivo, prima di non poterlo più fare, per scrivere il meraviglioso Cantico delle Creature (p. 45). Ed ecco una tavola pittorica tra le più belle che personalmente interpreto come la malinconia di Francesco che ad occhi chiusi si tocca un piede che purtroppo non può più indicare ai suoi fratelli la via della salvezza. Ma, nella piega del ginocchio, la parte inferiore del suo saio forma una specie di copricapo da penitente che, per salvarsi, deve seguire l’obbedienza alla Chiesa e al Vangelo con “umiltà e amore incondizionato” (pp. 46-47).

Ormai tutto è compiuto e Francesco si dispone a incontrare “sorella morte” con semplicità, confidando nella presenza affettuosa e premurosa dell’amica Jacopa, che accorre al suo capezzale prodigiosamente, prima che la lettera di Francesco giunga nelle sue mani. E non c’è spazio per altre interpretazioni. Si tratta appunto di un prodigio!

Il resto è affidato alle sapienti mani del Regista Francesco Carrassi, che usa nella sua pagina straordinarie espressioni di alto lirismo poetico, e che parte dall’“ascolto” del testo di Enzo Quarto. Non dalla “lettura”, dunque, ma dall’ascolto. E qui ritorna il canto, quel ritmo interiore che tutto accende e vivifica. Ma l’ascolto ha anche un’accezione più ampia: fermarsi per prestare la propria attenzione a chi è altro da me e nello stesso tempo è me. “Per questo tutto avviene in un cerchio di sale”, sostiene il Regista, “Il sale è materia francescana: purifica e brucia, conserva e ferisce. È un confine sacro, tracciato a terra, che isola il protagonista dal mondo e al tempo stesso lo consegna al mondo. Al centro di quel cerchio. Solo, c’è Francesco. È insieme l’origine e il compimento del suo stesso cammino” (p. 55). Come non restare stupiti dalle parole attente, puntigliose, insostituibili per non cambiarne il senso e la prospettiva?

“attorno a lui, quattro presenze femminili” (e qui persino una virgola, che sembra superflua, fa la differenza, crea un’attesa). “Non sono personaggi nel senso tradizionale del termine, ma archetipi, soglie, memorie incarnate. Quattro donne che hanno segnato la sua carne prima che la sua leggenda (ancora p. 55). E tutto è senza una sbavatura. Luminoso esempio di scrittura che 

parte da “soglie”, in cui si entra e non si sa cosa la casa contiene, e da cui si esce per scoprire tutto il mondo altro da sé, che si fa esperienza, memoria dell’anima, conoscenza e mistero. Soprattutto   responsabilità nella scelta tra due rive opposte: conoscenza e mistero. E la parola di Enzo Quarto “asciutta, carnale, mai agiografica”, come Carrassi a giusta ragione sostiene, fa da sostegno a ogni scelta, sia del Regista, e sia della bravissima Coreografa, Giorgia Maddamma, che fissa con chiodi e martello le quattro figure femminili care a Francesco dalla nascita alla morte, e che hanno il peso-piuma della leggerezza e della danza: “LA MADRE”, “SANTA CHIARA”, “JACOPA”, “LA MORTE”, e tutte rappresentano un “passaggio dell’amore” sul suo corpo e sulla sua anima (pp. 57-58-59).  

Il Libro di Enzo si ferma qui, ma domani, mercoledì 14 ottobre, nella Basilica Santuario Santi Medici di Bitonto sarà presentato, in prima assoluta, alla presenza del Sindaco Francesco Paolo Ricci, che porterà i saluti istituzionali ai convenuti. Sarà presente anche l’Assessore alla Politiche Culturali Rocco Rino Mangini. Ma il benvenuto, come si conviene al padrone di casa, lo darà Don Gaetano Coviello, Parroco/Rettore del Santuario.

Dialogherà con l’Autore Mons Francesco Cacucci, Arcivescovo emerito di Bari-Bitonto, che già ha avuto sentite parole di elogio per il nostro caro Enzo Quarto e il suo Libro. Infine, le letture saranno interpretate dall’eccezionale Attore coratino Francesco Martinelli. A domani per fare testimonianza di un evento straordinario che ci vede in cammino, a ottocento anni dalla sua morte “corporale”, sulle orme di San Francesco d’Assisi…

Ma il suo e il nostro cammino non finisce qui: sabato 31 ottobre, nel favoloso Teatro Piccinni di Bari, il più antico Teatro della Città, in Corso Vittorio Emanuele II, n.84, si terrà un memorabile spettacolo, tratto dal Testo di Enzo Quarto, con la Regia del già citato Francesco Carrassi e la figura di San Francesco interpretata magistralmente dall’Attore coratino Francesco Martinelli (quanti Francesco ricorrono in questo imperdibile spettacolo, fortemente voluto dall’Autore, dall’Editore Peppino Piacente e dall’Associazione Culturale FOS). Così, al riguardo si è espresso, con grande umiltà, il carissimo Francesco Martinelli, che dirige a Corato il “Teatro delle Molliche”: “La mia città è una risorsa. Ci sono persone che dimostrano di operare con grande responsabilità e dedizione, realizzando progetti importanti apprezzati dovunque. L’abbiamo sempre pensato, infatti, abbiamo scelto, io e Mariangela, di non andare via, rimanere qui tra mille difficoltà insieme ad altri che con noi vivono le stesse nostre difficoltà”. Mariangela Graziano è la straordinaria moglie di Francesco Martinelli che da sempre condivide con lui la passione per il Teatro con un suo personale talento recitativo e non solo. Mariangela, infatti, sarà la Voce recitante di San Francesco e la curatrice dei costumi. Ma c’è anche un’altra bella testimonianza di Francesco Martinelli che mi piace riportare e riguarda il suo invito al Piccinni: “La strada della santità è l’unica che vale la pena percorrere. Nel giorno del mio onomastico il Cielo mi fa questo dono che io e mia moglie potremo utilizzare per testimoniare il nostro amore per Gesù e per richiamare alla vita santa. Lasciare ogni potere per sentire la grandezza immensa dell’essere liberi e amare. San Francesco mi aiuterà ad essere San Francesco… Sarò insieme a colleghi, professionisti, artisti, amici ai quali voglio bene. Vi aspettiamo follemente!”. Vale la pena di ricordare che Francesco Martinelli è un convertito e, come tale, è fermo nella sua Fede, coraggioso nell’affermarla e divulgarla, sostenuto costantemente da Mariangela sua compagna di vita, rigoroso senza mezzi termini, è ricco di carità cristiana che abbraccia il volto di Cristo e quello di tanti suoi fratelli.  

Ma è giusto anche ricordare che le splendide coreografie di Giorgia Maddama, interpretate dalle incantevoli danzatrici Sara Bizzoca e Ambra Berni Canani, daranno corpo alle quattro figure femminili che accompagnano il racconto: la Madre, Chiara, Jacopa e Sorella Morte.

Le musiche dal vivo saranno affidate a Spiff Onyuku… Per i non udenti, inoltre, è prevista la traduzione in LIS perché tutti siano partecipi al grande evento. Sarà davvero uno spettacolo da non perdere per sentirci in sintonia con “Giovanni detto Francesco, il santo più amato” (Enzo Quarto), che ci abbraccia tutti, ieri come oggi, con la sua Umiltà, la sua Letizia, il suo immenso Amore per il Creato, il suo Creatore con tutte le sue Creature…. Grazie per la lettura e la condivisione. A presto. Angela/lina

  

giovedì 8 ottobre 2026

Giovedì 8 ottobre 2026: La Fotografia e i Fotografi che hanno colmato e colmano di Bellezza la mia lunga vita...

Mi vedrai giungere

Sul finire della sera

Quando i lampioni

Aiutano a sognare.

      (a.d.l.)

Questi miei versi mi riportano a tutto ciò che è immaginifico, misterioso, bello a vedersi come un dipinto, un’alba o un tramonto, una notte stellata, una fotografia. Mi affascinano. Mi trasportano in un mondo dove la realtà si mescola con i sogni. Ed è già poesia.

Ma comincio dalla fine: la fotografia. Ero bambina quando l’ho scoperta.

Vivevo con i miei genitori e i miei fratellini più piccoli in un paesino sui monti della Daunia e un pomeriggio, andando con loro lungo l’unica strada che portava in paese, avevo scoperto il fotografo Nasillo, che ci aveva portato nella camera oscura dove avevo visto fiorire nell’acqua su cartoncini bianchi, lentamente, volti e case e alberi e profili di monti e sagome d’animali. E quel prodigio, che mi aveva esaltato, diventava, quando quelle foto venivano appese con le mollette a fili di zinco come fazzolettini che sventolavano da un treno lungo lungo, un addio o un arrivederci. Oppure, come me, erano colombe in cerca di libertà e di sole, ma trattenute da quelle mollette a tarparne il volo, in quella penombra semibuia rischiarata da caldi fari per agevolarne l’asciugatura.

Pensai che Nasillo fosse un vero e proprio mago in carne ed ossa, tanto da far affiorare dal nulla quelle meravigliose immagini, prima riprese, con un semplice scatto, dalla macchina fotografica.

Questa era una grande scatola nera a fisarmonica, poggiata su un trepiedi pure nero in una saletta semibuia. Dietro la scatola c’era un panno nero, dove spariva la testa del fotografo, e una peretta che lui stringeva con la mano ogni volta che un lampo attraversava l’enorme occhio aperto sulle cose e le persone, che sembrava venissero mangiate come se quell’occhio, che si apriva e si chiudeva, diventasse una enorme bocca vorace. Improvvisamente quelle cose o persone, mangiate da quell’occhio-bocca, ricomparivano sui fazzoletti bianchi messi nell’acqua e stesi ad asciugare davanti alla lampada accesa. Un prodigio, che mi piaceva osservare ogni volta che ci capitava di passare dal suo studio fotografico.

Il fotografo Nasillo era un prestigiatore-illusionista da ammirare incondizionatamente.          

Fu allora forse che cominciai a non avere più paura del buio? Forse sì. O, quantomeno, cominciai a scoprire che era nel buio che avvenivano tanti prodigi, si compiva il mistero delle cose, si dischiudevano i sogni, germogliavano i bambini…

(IL SOGNO, LA REALTA’, E LA MIA RINNOVATA MERAVIGLIA).

Scoprii anche, facendo ricerche su Google e Wikipedia, che il primo fotografo conosciuto a livello internazionale fu Joseph Nicéphorr Niéoce con la sua fotografia la “Veduta della finestra a Le Gras” del 1826. Dopo di lui: Louis Daguerre, William Henry Fox Talbot, John Herschel e Hippolyte Bayard. Nomi famosi che, però, per me sono perfetti sconosciuti, mentre la mia lunga vita è costellata, da Nasillo in poi, di grandi e illustri fotografi, ma anche di tanti altri fotografi bravissimi più vicini al mio cuore.  

E parto proprio da questi ultimi, cioè da mio marito, Primo Leone, e da mio cognato, Nicola Parisi nei due brevi anni della sua abitazione nello stesso condominio a Bitonto. Entrambi pittori prima che fotografi ed entrambi innamorati della fotografia tanto da ricavarsi nel nostro sgabuzzino una camera oscura e vaschette dove immergere le pellicole scattate prima di entrarvi. Ne vennero fuori dei capolavori. Purtroppo l’incanto durò lo spazio di due anni appena per via della morte prematura di mio cognato che aveva solo trentatré anni. Ma i suoi quadri e le foto rimangono a imperituro ricordo della sua Arte. E che dire delle fotografie di mio fratello Pino de Leo, che attualmente tutti, di domenica in domenica, ammirano e commentano? Anche lui è nato prima come pittore di memorabili affreschi, sovvenzionati dalla Accademia delle Belle Arti, nella chiesa di San Francesco da Paola, molto probabilmente nel suo eremo silano oppure proprio a Paola, suo paese d’origine. Ma devo chiedere conferma a mio fratello, il quale a Bitonto, in Piazza Cattedrale, si confrontò con l’immenso Fotografo Giovanni Gastel della nobile famiglia dei Visconti. Ebbene il gigante Giovanni Gastel ebbe per lui parole di elogio. E di questo sono fiera. Peccato che anche Giovanni, mio prezioso e generoso amico sia rimasto poco tempo tra i vivi, divorato dal Covid 19 senza pietà. Di lui ci restano, nel sempre del per sempre, le sue meravigliose opere e le sue tenere e amare poesie, intrise di solitudine e di rimpianto. Ma il rimpianto più grande è di quanti/quante lo hanno seguito nei suoi capolavori, di quanti/quante si sono formati/formate, seguendo le sue lezioni, di quanti/quante hanno attraversato con lui il mondo intero, facendo tesoro di ogni suo scatto, di ogni sua parola. Un suo amico carissimo è stato Pio Tarantini, con cui ha condiviso il lavoro e il piacere di essere insieme. Anche Pio Meledandri ha cercato di fare tesoro dei suoi scatti memorabili. Altro allievo di Giovanni Gastel è stato il coratino Michele Mancano, che ha fatto tesoro dei suoi insegnamenti e oggi è un fotografo straordinario ed ha uno studio fotografico molto importante nel nostro paese, nonostante la sua giovane età.

E mentre la pittura attraversa millenni giungendo fino a noi intatta nella esaltazione dell’immagine e delle ombre già presenti nelle caverne degli uomini primitivi, fino a colmarsi di luce e di splendore nelle diverse fasi della sua storia (e le immagini sono davvero magiche perché chi le produce è mago di sé stesso: in me mago agere come alcuni sostengono e altri contestano?), la fotografia racchiude l’attimo in un istante e rende l’immagine eterna. Anche se per alcuni è una eternità provvisoria perché rimane bloccata a quell’istante e non evolve come la pittura. È un’affermazione su cui riflettere molto per contestarla o adottarla. Sta di fatto, comunque, che l’immagine è sempre fonte di meraviglia e di mistero perché implica la creatività che solo l’uomo possiede fra tutti gli esseri viventi. E nell’uomo vivono contemporaneamente tanti luoghi a fare grande la sua creatività: i luoghi della mente, del cuore e dell’anima. E c’è chi ha affermato, come l’antropologo francese Marc Augé, che sempre più ci appartengono anche i non-luoghi, cioè quei luoghi anonimi che si attraversano di tanto in tanto nella vita, nei quali ci sentiamo perduti e senza punti di riferimento amicali e valoriali, rischiando persino di perdere la propria identità. Personalmente sono affascinata dai luoghi, come si può desumere dal mio saggio sulla scrittura poetica del grande Vittorino Curci: I luoghi del cuore - una sola musicapoesia o il suo contrario -

Non a caso, parecchi anni fa ho scritto per il fotografo Marcello Carrozzo le mie “emozioni di rimando” al suo libro, pubblicato dalla SECOP edizioni 2008, UN NON LUOGO TANTI LUOGHI DENTRO L’UOMO. Sì, in noi coabitano tanti luoghi, che sono soprattutto le umbratili vie interne in un cammino che ha inizio con la nascita dell’umanità per concludersi con la sua perdita di ogni umanità, oggi più che mai presente alla nostra vita, in questi tempi bui e senza il respiro di una qualche certezza.

Di qui il luogo della Vita e della Memoria, quello della Bellezza e del Rimpianto per ciò che non è stato e il Rimorso per ciò che è stato senza poter porre rimedio agli errori. Il Dolore e l’Allegria. La Follia e la Saggezza. La Ricerca e la Conoscenza. La Fede e la Speranza… e tanto altro ancora.

Intanto, ecco un altro fotografo che io ammiro molto, Giuseppe Tricarico, che traduce quell’attimo apparentemente statico dell’immagine fotografica in movimento e tutto sembra avere un inizio che non ha mai una fine né temporale, né spaziale. Tutti i suoi reportage sono davvero unici e speciali, alcuni si vestono di silenzio, altri fanno il rumore assordante dei sentimenti e dei tumulti del cuore. Tantissimi i luoghi dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, in un volo continuo tra ombra e luce, tra mente e anima. Tra ciò che è, non è, potrebbe essere. La corsa e il fermarsi per vedere quella degli altri. Il tempo e lo spazio chiusi nel palmo della mano e aperti a mille venti, mille voli, volti, sguardi, conosciuti, sconosciuti, da conoscere. Per lui “la fotografia è talmente veloce nello scatto da anticipare il pensiero”. Come non stupirsi di fronte a queste sue riflessioni filosofiche e psicologiche insieme? Giuseppe sa cogliere l’attimo e davvero lo rende eterno nella “prima luce del mattino”, che ci affascina e ci entusiasma come una promessa, di cui si attende il compimento. È quanto avviene in FOTOSOFIA, SECOP edizioni 2021.

Altro fotografo che amo è Piero Meli, che è scrittore e poeta a tutto tondo. Suo pseudonimo è “Il tizio dell’alba” perché ama fotografare il tempo e lo spazio quando tutto tace e il giorno è appena un’idea già passata e una promessa ancora da vivere, con nel cuore mille progetti tutti da realizzare con un modo tutto suo di declinare l’amore in mille modi, che si risolvono in uno solo, quello per la sua donna, sua ispirazione e suo completamento. In Piero c’è sempre una duplice realtà da scoprire, conoscere, comprendere, a partire dal suo pseudonimo “il tizio” che indica una identità sconosciuta, ma immediatamente sconfessata da “dell’alba” che già la definisce e la riempie di luce e di aspettative. Ogni sua parola, infatti, si traduce in poesia. Sarebbe bellissimo analizzarla in tutta la sua portata poetica, frastagliata nei suoi innumerevoli significati che sono altrettanti luoghi che egli vive quotidianamente. Infaticabilmente. Sembra avere il dono dell’ubiquità. Anche lui ha pubblicato con la SECOP edizioni qualche anno fa AMOREAMARO, in cui vengono percorsi tutti i luoghi possibili di un sentimento così vasto e misterioso come l’amore.

Ma infiniti luoghi io scopro in tante fotografie di tantissime amiche e allieve di Giovanni Gastel, che occorre nuovamente citare perché nessuno è stato grande e generoso come lui nel fare spazio alle donne nei tanti “luoghi” del suo e del loro cuore...

E mi piace ricordare Giulia Caminada, Francoise Sallé, ma soprattutto Caterina De Fusco che lo ha seguito per tutto il mondo, spianandogli la strada con la sua presenza attenta e costante. Presenza costante e disinteressata anche nel suo Studio Fotografico di Milano, senza appropriarsi minimamente dei suoi numerosi “segreti fotografici” e della sua “memoria immaginifica” per scopi personali, ma sempre nell’affettuoso rispetto di un grande, sincero e generoso amico. A lei va il mio abbraccio affettuoso nel comune ricordo di un fotografo straordinario e straordinario poeta…

Grata sempre a voi tutti, che mi seguite con affetto sul nostro blog e in tutti i miei “luoghi del cuore” che vi contengono. Angela/lina   

domenica 4 ottobre 2026

4 ottobre 2026: A DRAGAN MRAOVIC, amico di sempre, nel giorno del suo mancato compleanno...

Oggi Dragan Mraovic, mio carissimo amico serbo, per oltre quarant’anni, avrebbe compiuto 79 anni, se ho fatto bene i conti: 4 ottobre 1947-20 marzo 2022

Dragan, dopo lo sbigottimento, il nodo alla gola, il pianto e il rimpianto, anch’io, in questo giorno così difficile da vivere, voglio dedicarti un pensiero che ti riporti con velieri, “corde, àncore, bussole”, da noi in Italia. Almeno per un saluto, un abbraccio.

Ho cercato tra i tanti file delle tue traduzioni, a cui avrei dovuto fare l’adattamento alla lingua italiana, come di solito mi accadeva, e mi è venuta prodigiosamente incontro una poesia di 1 DRAGOSLAv ГраочанкићGRAOČANKIĆ, tradotta da te ma senza il mio adattamento. Rimasta in attesa, dunque, come tutto il resto. Eppure questo ritrovamento oggi, tra i mille file che imbrogliano e imbrigliano il mio desktop, ha senso e significato. È segno. È emozione e commozione. È poesia. È il tuo amore per l’Italia e per la nostra Puglia. Come sarà facile scoprire. Ed io ci credo ai segni. Niente accade per caso. Eccola così come l’hai tradotta:

 

1DRAGOSLAV Граочанкић GRAOČANKIĆ

 ДО ИТАЛИЈЕVERSO L’ITALIA

                                    a ПоштованомA Properzio con ossequi

Quale ветарvento, meglio degli altri,

porta verso l’Italiaдо?!

                    Јесмо Siamo così tanto

                     sfaccendati e sognatori,

                     perché in noi la voglia è grande

                     da far perfino дquesta domanda?!

 

ГдеDove sono намnatanti, vele,

ужад , котве , компаси ,corde, àncore, bussole?

бисмоRaggiungeremmo la одредишdestinazione

magari стиглиcol vento migliore?!

 

                    АкоSe aspettiamo che tutto accada da sé,

                    se насtutto ciò fiaccamente ci attrae,тоquesto ci cci млака

                    ci manca comunque qualcosa -

                    можда и миnoi сами . stessi forse.

 

Нашеle вештинеNon siamo abili lupi di mare,

али , штаma che ce ne importa!

КопноConosciamo la terrafermaје quanto l’alto mare

па  e ci sentiamo a nostro agio come a casa nostra.

 

                   МождаForse impareremo tutto lungo il nostro cammino

                    sulla nostra nave non ancora in vista,

                    eternamente giovane,

                    la maieutica,

                    che нас ci чека aspetta pronta, ора

                    e non confezionabile,

 

  саcon чудеснимleискуствима , esperienze meravigliose,

  својихdei suoi numerosi путовањаdei numerosi suoi ultimi viaggi

  иe изновних dei suoi sempre nuovi vari,

  којиessa che con il tu si rivolge  са

  Кином , Јапаном , Сомалијом –alla Cina, al Giappone, alla Somalia -

                  и        e сигурно per noi si strugge almeno

              quanto noi stessi per l'Italia каоper l'Italiaci struggiamo.

Mogadiscio, XII / 2017.  Драгослав

Traduzione dal serbo a cura di Dragan Mraovic)

Ed ora, Dragan, dopo essere tornato simbolicamente tra noi, ti so nuovamente in volo verso le rive venerate del tuo Danubio. Fai buon viaggio, amico di una vita! Porta con te il mio abbraccio a Mira, ai tuoi figli, ai tantissimi amici Serbi che mi porto nel cuore. Lina

Buona domenica a tutti con la PACE nel cuore come San FRANCESCO d'Assisi da ottocento anni ci va predicando con Letizia e Amore. Grata a tutti sempre. Angela/lina 

 

 

 

 

  

giovedì 1 ottobre 2026

Giovedì 1° ottobre 2026: SAN FRANCESCO D'ASSISI e il Saggio di GIOVAMBATTISTA DI NOI...

È un San Francesco giovane che guardo in copertina, ma porta già i segni del martirio di Cristo da lui tanto amato. Segni inconfondibili della sua totale unione al Crocifisso. Messaggio chiaro che ha attraversato i secoli per giungere intatto fino a noi, nella sua veridicità storica (i suoi scritti autografi e le fonti incrociate della sua biografia) e nella sua veridicità umana (il battesimo con il nome di Giovanni, il cambio del nome in Francesco, la prima giovinezza e le i suoi desideri di gloria, le sue ambizioni e tentazioni, cui cedeva volentieri, le sue fragilità e le sue malattie, dopo il sogno di una voce solenne che gli ordina di seguirlo). Uomo tra gli uomini: fragile e tormentato, ma titanico nella sua Fede. Notevole, poi, è la dedica che Di Noi pone in prima pagina: “A/ Andrea Di Noi e Giulio Isola,/ sorgenti d’amore/ in un cuore/ colmo di gioia per loro”, segno di profondo amore, di immensa gioia che gli affetti familiari donano, e di continuità nel tempo (l’esatto contrario di quanto avviene nella famiglia di Francesco d’Assisi?). E subito dopo il titolo: FRANCESCO D’ASSISI - Una luce inattesa nelle Tenebre del XIII secolo - ecco una pagina tratta dai Fioretti, cap.X .

Ma, nel risvolto di copertina ecco quanto il Prof. Giovanni Romano sintetizza della sua dotta, attenta, puntuale Prefazione: “Con uno stile sempre chiaro e preciso, l’Autore ci restituisce in pieno la complessità avvincente degli eventi di cui San Francesco fu protagonista, inquadrandoli perfettamente nel suo tempo. La forza tellurica del messaggio di Francesco era rendere Cristo presente, attuale, vivo, incarnato. Non un discorso ma una persona, una presenza che si poteva toccare, una esperienza che chiunque poteva fare. Il suo capolavoro fu l’aver comunicato con una semplicità senza uguali l’Amore da cui si sentiva amato, risvegliando la fede, la speranza e la carità in un’epoca che sembrava averle perdute”.

Ed è quanto l’Autore, il Prof. Giovambattista Di Noi, ci riporta con dovizia di particolari, dovuta alla sua naturale inclinazione alla ricerca per giungere alla conoscenza lungo un percorso di studi vari e compositi durati decenni, e la sua venerazione particolare per un santo, il cui “messaggio non è rivolto solo ai credenti ma a tutti indistintamente, poiché la sua è una visione dell’esistente che interessa ogni uomo come uomo, come soggetto capace di agire nella più completa libertà di saper distinguere un atto d’amore e di abnegazione da un atto ispirato dall’odio e dal profitto. ‘Il Signore ti dia pace’, questo è l’augurio che offre a chiunque, perché nella pace del cuore è possibile aprirsi agli altri, essere capaci di amore e datori di doni’…” (p. 16).

E questa venerazione permea di sé ogni pagina di questo Saggio voluminoso, che ama ripercorrere ogni dettaglio della vita del Santo, a partire dal secolo buio del Duecento, in cui era nato, nella congerie di una “società in affanno”, dovuta a una “realtà inquieta, disseminata da contrasti sociali di varia natura, segnata da una diffusa insicurezza del vivere, ma al contempo dall’anelito di una vita migliore e più autentica, dal desiderio di travalicare schemi consunti che legano ad un mondo stantio e ormai superato”. (p. 19)

“L’avventura umana di Francesco d’Assisi origina proprio in questo mondo, stranito dalla concomitanza di fenomeni sociali e culturali che nella loro complessa articolazione determinano pesantemente il quotidiano e talvolta scavano profondi fossati tra un uomo e l’altro. (…). Dopo Francesco d’Assisi il mondo non fu più lo stesso.”(p. 21)

Nel breve o lungo tempo della nostra vita, del resto, tutto cambia in maniera plateale o in sordina nel mondo che ci circonda. Ma avviene un cambiamento più silenzioso e profondo dentro di noi: nel nostro sguardo, nel nostro cuore, nella nostra anima.  Un cambiamento che non sempre avvertiamo quando avviene, ma che silenziosamente si fa strada lungo il percorso fiorito di rose e di spine della nostra esistenza terrena. Fino alla piena consapevolezza della nostra trasformazione. Accade sempre e da sempre. Niente è immutabile e immobile a questo mondo.

Accadde anche ottocento anni fa nel breve ma intenso percorso esistenziale di Giovanni, così chiamato da sua madre Donna Pica, ben presto commutato in Francesco da suo padre, il ricco mercante Pietro di Bernardone, che al momento della sua nascita era in Francia. Il rientro del padre ad Assisi decretò il primo notevole cambiamento: il nome, perché fosse chiaro a tutti che quel figlio sarebbe diventato un cavaliere ricco di denaro, di onori e di gloria. E in un primo momento i fatti sembrarono dargli ragione, fino a quando il giovane gaudente non sognò una voce che gli ordinava si lasciare i beni terreni e di seguirlo. Il resto è storia. Una storia che ancora oggi ci affascina e ci conforta. Credenti e non credenti. I primi hanno un motivo in più per avere fede e per sperare in una umanità migliore. I secondi hanno un motivo in meno di perdurare nel loro scetticismo che non illumina di certo la loro vita. Dio è Luce che squarcia le tenebre. È consolazione perché è Amore. Sembra una banalità, ma credo che non lo sia. Il buio a qualsiasi età fa paura perché nasconde la realtà delle cose. Come accade in una casa buia. E ciò mette ansia, timore, paura appunto. Sembra che ci sia solo vuoto dentro, ma basta un raggio di sole per illuminare una realtà piena di pulviscolo atmosferico, che riempie di luce la stanza. Noi siamo quel pulviscolo, un nulla assoluto, che diventa visibile e luminoso con un friccico di sole. È blasfemo paragonare tutto ciò San Francesco o, meglio, a Dio? Non credo. Infatti, continuando nella metafora, ma non troppo, ecco che con un po’ di semplice luce la casa vuota si riempie di Vita. Non siamo più soli. Siamo in tanti. E ci sentiamo più sicuri. Non abbiamo più paura. Ci sentiamo salvi. E scopriamo in noi una forza inaudita. Il coraggio di procedere. La gioia della condivisione, che annulla persino le distanze di tempo e di luogo. Soprattutto le distanze del cuore.

È quanto è accaduto ottocento anni fa con la fiaccola ardente di Luce e di Calore del Santo di Assisi. Una Luce che ha attraversato secoli per giungere fino a noi e renderci più sicuri, più forti nella nostra fede. Più solidali con tutti, ma soprattutto con chi non ha nulla, con chi è sofferente, è malato. Come ha fatto Francesco nella sua breve illuminante vita.

Con chi ha bisogno di amorevoli cure: Francesco in punto di morte fu assistito con amore e tenerezza dalla sua amica Iacopa dei Sette sogli, a cui aveva mandato una lettera perché gli fosse vicino in punto di morte (pp. 459-460-461).

La cura! Il prendersi cura significa attenzione, costanza, premura in un tempo dilatato. E in questo tempo dilatato Iacopa rimase con lui. Ma nel tempo dilatato si dipana anche tutta la nostra Storia di ieri, di oggi, di domani nel tempo e nello spazio perché nasce da un sorgente che si fa fiume e che scorre entro argini sicuri, fino a sfociare nel mare e infine negli oceani che accolgono ogni goccia senza più alcuna distinzione. È quanto fa Francesco, entrando in ogni casa, dove porta Luce, Letizia e Pace, senza distinzione alcuna.

E ogni casa è Casa che si fa Parola. Nido di protezione e Nodo di incomprensioni ma anche di comunicazione, che via via si fa incontro d’amore e dialogo pacificato.

Non a caso San Francesco, entrando in ogni casa salutava dicendo “Sia pace a te”, come ci ricorda Giovambattista Di Noi. E tutti i frati francescani si salutavano e si salutano: “Pace e Bene, Fratelli” per rinascere ogni giorno in letizia, dialogo, amore, fratellanza. Per rinascere insieme in Cristo, fonte della vera Pace, di ogni letizia e della verdeggiante Speranza di ritrovare, soprattutto ai nostri giorni così difficili e controversi, l’auspicata Umanità nell’uomo.

Francesco, del resto, riassume in sé l’uomo di ieri, di oggi, di sempre. Grazie a lui, oltre le risapute rivalità tra il Papato e l’Impero, che occuparono a lungo i secoli bui del Medioevo, la storia della stessa Chiesa “mutò per sempre. Un santo grande, sì! Ma prima ancora di un grande uomo”. E in queste parole si evince non solo la venerazione di un Santo da parte dell’Autore, ma anche la sua ammirazione per l’uomo. E non solo. Andando avanti nelle pagine, di troviamo di fronte ad un altro scoglio di quei tempi così difficili da vivere, scoglio entro cui si incagliavano i tortuosi “labirinti dell’eresia”, in cui trovano posto “i catari” e “i valdesi”, contro i quali la Chiesa lottò strenuamente.

A questo punto, mi sembra giusto concludere queste mie riflessioni, sottolineando il puntuale, preciso, attento elenco di tutte le note a fine di ogni capitolo. Non è assolutamente un fatto scontato e di questo bisogna dare atto e merito al nostro Autore. Altro rilievo importante da fare riguarda lo stile della sua scrittura di Giovambattista Di Noi. Si tratta di una scrittura di notevole spessore stilistico, dove niente è affidato al caso: l’Autore adotta spesso parole dotte, richiami filosofici e reminiscenze greco-latine, ma allo stesso tempo esse risultano molto chiare perché il messaggio francescano possa arrivare a tutti. Ecco qualche esempio: “scavano profondi fossati” (p. 21), “relativizzazione delle conoscenze” (p. 75), “vita claustrale” (p. 201), “la febbre quartana è una di quelle febbri malariche, provocata dal Plasmodium malariae (p. 3884) e così via.

Vorrei, infine, focalizzare ancora una volta quanto ha ribadito più volte Giovambattista Di Noi: Si tratta di un Santo che trova spazio in tutti i cuori, credenti e non credenti. Ecco perché la sua storia ha attraversato ottocento secoli e rimane punto fermo nel tempo. Ieri come oggi, come sempre.

Non mi resta che augurare, ancora una volta, buona lettura a tutti. E a tutti i credenti con rinnovata Fede. Grazie. Angela/lina