martedì 13 ottobre 2026

Martedì 13 ottobre 2026: "Tutta la vita per lasciare ogni potere - Giovanni detto Francesco, il Santo più amato - di ENZO QUARTO...

“Vedo Dio in tutto ciò che canta”

         (Raoul Follereau)

È un Libro prezioso (pubblicato il 3 ottobre dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente) di appena sessanta pagine, ma ricche del canto della spiritualità francescana, che coinvolge e sconvolge tanto ci abbacina lo splendore che la loro luce emana, eppure sono pagine che il talentuoso Graphic-Designer della SECOP edizioni, Nicola Piacente, ha “spalmato” di grigio per ricordare il saio del “poverello” di Assisi. E cosa oltremodo interessante e nuova, insolita, è che Francesco l’assisiate parla in prima persona di sé, della sua famiglia, del suo mondo e modo di vivere e vedere la vita. È giovane, bello, amato, da amare. Ne fanno fede le tavole pittoriche, che corredano sapientemente il Testo, della bravissima e giovanissima Nicole Ciannamea. Le tavole rendono visibile il cammino del Santo dalla nascita fino alla morte. Il cammino, dunque. Dapprima baldanzoso e ricco di aspettative terrene, poi, pian piano, sempre più irto di dubbi e ripensamenti, dovuti soprattutto alle guerre che in quegli anni insanguinarono interi secoli e contrade italiane e straniere. Si pensi alle Crociate e alle lotte fratricide tra gli stessi cristiani, che nulla avevano più da spartire con l’idea iniziale di riconquistare il “Santo Sepolcro”, controllato dai turchi selgiuchidi e di difendere l’Impero bizantino in difficoltà. L’obiettivo, dunque, era duplice: religioso e militare. Francesco non era fatto per la guerra, ma per la Pace. Inoltre, nella IV Crociata gli interessi economici prevalsero su quelli religiosi e militari. A maggior ragione Francesco non vi avrebbe mai partecipato.

Poi… un giorno… ha inizio il suo cammino verso la conversione con il primo abbraccio a un lebbroso, la cui lacrima di commozione “divenne il sorriso della mia anima gioiosa e da allora illuminò il mio volto e tutti poterono vederlo” (p. 18). Enzo Quarto qui si fa interprete non solo della letizia del giovane Francesco, ma soprattutto dei suoi dubbi, dei ripensamenti se pregare in solitudine o in mezzo alla gente e soprattutto della paura di amare che assale un cuore giovane. “Eppure l’amore è semplice. È in uno sguardo, nella parola grazie, in un sorriso, in un dono di sé. Gratuitamente. L’amore è come uno specchio, quando lo doni si riflette”. (p.20).

È quanto percepisce Francesco nel farsi egli stesso “straccione”, ultimo tra gli ultimi, per sentirsi finalmente in sintonia con gli “insegnamenti di Cristo” e con “le pagine più belle del Vangelo” (p. 20). È da qui che ha origine nel suo cuore la necessità di pregare con un “saio addosso”. E nel suo romitaggio si trovò ad un tratto a pregare nella chiesa di San Damiano in Assisi, come se vi fosse stato chiamato. Ed è in questa chiesetta, pregando ai piedi del Crocifisso, che avvenne qualcosa di prodigioso e di inspiegabili come tutto ciò che è avvolto, per gli occhi umani, dal mistero.

“Chiusi gli occhi nella preghiera.

Un caldo raggio di sole sembrò colpirmi in viso.

Per un attimo. Ad occhi chiusi Gesù mi parve uscire dal crocifisso e rivolgersi verso di me assorto in preghiera. Non mossi un dito, non aprii gli occhi, non aprii bocca, non sentivo più suoni attorno a me.

Solo la sua voce: “Francesco, ripara la mia casa, Và!” (pp.21-22)

E qui mi piace fare qualche annotazione, che mi sembra doverosa: mi colpisce profondamente la descrizione che Enzo Quarto fa per bocca di Francesco sul rapimento mistico, una sorta di estasi che subentra alla preghiera, come è accaduto nella vita di molti Santi. Francesco non è ancora santo, ma vibra di amore per Gesù, in una sequenza di gesti al rallentatore che è simile a un continuo fermo-immagine, che ci permette di penetrare nella scena. Di farne parte emotivamente. La stessa sapiente inquadratura ha usato Nicola Piacente con le tavole di Nicole Ciannamea per farci entrare nelle scene rappresentate, dilatandone a volte lo spazio a tutta pagina e creando una illusione ottica bellissima: siamo noi ad attraversare le strade con Francesco, a mescolarci con i poveri e gli straccioni, accompagnati dai loro animali (p.31).

Ormai la via della santità è iniziata e niente più può fermare Francesco, che si spoglia di tutto e veste un semplice saio di tela grezza, stretto da un cingolo “con tre nodi simbolo della schiavitù d’amore verso Cristo, nel vivere senza nulla di proprio, con impegno alla purezza del cuore e del corpo, e con la fraternità e l’obbedienza a Dio e alla Chiesa” (p. 32). Il patto con Dio è stipulato a vita. E comincia il contagio: “Ben presto fummo in tanti. Decine e decine di laici di ogni censo, insieme a qualche sacerdote, vollero iniziare a vivere da penitenti in povertà assoluta. (…). La Porziuncola, questa piccola chiesetta che ci concessero in uso perpetuo i benedettini del monte Subasio e che restaurammo con le nostre mani, dedicata a Santa Maria degli Angeli, ci accolse in protezione, Diveniva il cuore della nostra fraternità” (p. 33). Il Vangelo, invece, il cuore della regola francescana, anche se “Seguire la via di Gesù non era cosa facile” (p. 34). Enzo Quarto si avvale delle poesie e degli scritti di Francesco per testimoniare queste difficoltà e, via via, il loro superamento, con umiltà e coraggio, avvalendosi anche di quanti e quante divennero loro amici, e soprattutto dell’amicizia di Madonna Jacopa de’ Settesoli e della giovanissima Chiara che aveva seguito Francesco da tenera età.

Ma a soli quarantaquattro anni Francesco avverte segni sempre più penosi dei suoi malanni fisici, a cominciare dagli occhi che si avviavano alla completa cecità. Fu l’incentivo, prima di non poterlo più fare, per scrivere il meraviglioso Cantico delle Creature (p. 45). Ed ecco una tavola pittorica tra le più belle che personalmente interpreto come la malinconia di Francesco che ad occhi chiusi si tocca un piede che purtroppo non può più indicare ai suoi fratelli la via della salvezza. Ma, nella piega del ginocchio, la parte inferiore del suo saio forma una specie di copricapo da penitente che, per salvarsi, deve seguire l’obbedienza alla Chiesa e al Vangelo con “umiltà e amore incondizionato” (pp. 46-47).

Ormai tutto è compiuto e Francesco si dispone a incontrare “sorella morte” con semplicità, confidando nella presenza affettuosa e premurosa dell’amica Jacopa, che accorre al suo capezzale prodigiosamente, prima che la lettera di Francesco giunga nelle sue mani. E non c’è spazio per altre interpretazioni. Si tratta appunto di un prodigio!

Il resto è affidato alle sapienti mani del Regista Francesco Carrassi, che usa nella sua pagina straordinarie espressioni di alto lirismo poetico, e che parte dall’“ascolto” del testo di Enzo Quarto. Non dalla “lettura”, dunque, ma dall’ascolto. E qui ritorna il canto, quel ritmo interiore che tutto accende e vivifica. Ma l’ascolto ha anche un’accezione più ampia: fermarsi per prestare la propria attenzione a chi è altro da me e nello stesso tempo è me. “Per questo tutto avviene in un cerchio di sale”, sostiene il Regista, “Il sale è materia francescana: purifica e brucia, conserva e ferisce. È un confine sacro, tracciato a terra, che isola il protagonista dal mondo e al tempo stesso lo consegna al mondo. Al centro di quel cerchio. Solo, c’è Francesco. È insieme l’origine e il compimento del suo stesso cammino” (p. 55). Come non restare stupiti dalle parole attente, puntigliose, insostituibili per non cambiarne il senso e la prospettiva?

“attorno a lui, quattro presenze femminili” (e qui persino una virgola, che sembra superflua, fa la differenza, crea un’attesa). “Non sono personaggi nel senso tradizionale del termine, ma archetipi, soglie, memorie incarnate. Quattro donne che hanno segnato la sua carne prima che la sua leggenda (ancora p. 55). E tutto è senza una sbavatura. Luminoso esempio di scrittura che 

parte da “soglie”, in cui si entra e non si sa cosa la casa contiene, e da cui si esce per scoprire tutto il mondo altro da sé, che si fa esperienza, memoria dell’anima, conoscenza e mistero. Soprattutto   responsabilità nella scelta tra due rive opposte: conoscenza e mistero. E la parola di Enzo Quarto “asciutta, carnale, mai agiografica”, come Carrassi a giusta ragione sostiene, fa da sostegno a ogni scelta, sia del Regista, e sia della bravissima Coreografa, Giorgia Maddamma, che fissa con chiodi e martello le quattro figure femminili care a Francesco dalla nascita alla morte, e che hanno il peso-piuma della leggerezza e della danza: “LA MADRE”, “SANTA CHIARA”, “JACOPA”, “LA MORTE”, e tutte rappresentano un “passaggio dell’amore” sul suo corpo e sulla sua anima (pp. 57-58-59).  

Il Libro di Enzo si ferma qui, ma domani, mercoledì 14 ottobre, nella Basilica Santuario Santi Medici di Bitonto sarà presentato, in prima assoluta, alla presenza del Sindaco Francesco Paolo Ricci, che porterà i saluti istituzionali ai convenuti. Sarà presente anche l’Assessore alla Politiche Culturali Rocco Rino Mangini. Ma il benvenuto, come si conviene al padrone di casa, lo darà Don Gaetano Coviello, Parroco/Rettore del Santuario.

Dialogherà con l’Autore Mons Francesco Cacucci, Arcivescovo emerito di Bari-Bitonto, che già ha avuto sentite parole di elogio per il nostro caro Enzo Quarto e il suo Libro. Infine, le letture saranno interpretate dall’eccezionale Attore coratino Francesco Martinelli. A domani per fare testimonianza di un evento straordinario che ci vede in cammino, a ottocento anni dalla sua morte “corporale”, sulle orme di San Francesco d’Assisi…

Ma il suo e il nostro cammino non finisce qui: sabato 31 ottobre, nel favoloso Teatro Piccinni di Bari, il più antico Teatro della Città, in Corso Vittorio Emanuele II, n.84, si terrà un memorabile spettacolo, tratto dal Testo di Enzo Quarto, con la Regia del già citato Francesco Carrassi e la figura di San Francesco interpretata magistralmente dall’Attore coratino Francesco Martinelli (quanti Francesco ricorrono in questo imperdibile spettacolo, fortemente voluto dall’Autore, dall’Editore Peppino Piacente e dall’Associazione Culturale FOS). Così, al riguardo si è espresso, con grande umiltà, il carissimo Francesco Martinelli, che dirige a Corato il “Teatro delle Molliche”: “La mia città è una risorsa. Ci sono persone che dimostrano di operare con grande responsabilità e dedizione, realizzando progetti importanti apprezzati dovunque. L’abbiamo sempre pensato, infatti, abbiamo scelto, io e Mariangela, di non andare via, rimanere qui tra mille difficoltà insieme ad altri che con noi vivono le stesse nostre difficoltà”. Mariangela Graziano è la straordinaria moglie di Francesco Martinelli che da sempre condivide con lui la passione per il Teatro con un suo personale talento recitativo e non solo. Mariangela, infatti, sarà la Voce recitante di San Francesco e la curatrice dei costumi. Ma c’è anche un’altra bella testimonianza di Francesco Martinelli che mi piace riportare e riguarda il suo invito al Piccinni: “La strada della santità è l’unica che vale la pena percorrere. Nel giorno del mio onomastico il Cielo mi fa questo dono che io e mia moglie potremo utilizzare per testimoniare il nostro amore per Gesù e per richiamare alla vita santa. Lasciare ogni potere per sentire la grandezza immensa dell’essere liberi e amare. San Francesco mi aiuterà ad essere San Francesco… Sarò insieme a colleghi, professionisti, artisti, amici ai quali voglio bene. Vi aspettiamo follemente!”. Vale la pena di ricordare che Francesco Martinelli è un convertito e, come tale, è fermo nella sua Fede, coraggioso nell’affermarla e divulgarla, sostenuto costantemente da Mariangela sua compagna di vita, rigoroso senza mezzi termini, è ricco di carità cristiana che abbraccia il volto di Cristo e quello di tanti suoi fratelli.  

Ma è giusto anche ricordare che le splendide coreografie di Giorgia Maddama, interpretate dalle incantevoli danzatrici Sara Bizzoca e Ambra Berni Canani, daranno corpo alle quattro figure femminili che accompagnano il racconto: la Madre, Chiara, Jacopa e Sorella Morte.

Le musiche dal vivo saranno affidate a Spiff Onyuku… Per i non udenti, inoltre, è prevista la traduzione in LIS perché tutti siano partecipi al grande evento. Sarà davvero uno spettacolo da non perdere per sentirci in sintonia con “Giovanni detto Francesco, il santo più amato” (Enzo Quarto), che ci abbraccia tutti, ieri come oggi, con la sua Umiltà, la sua Letizia, il suo immenso Amore per il Creato, il suo Creatore con tutte le sue Creature…. Grazie per la lettura e la condivisione. A presto. Angela/lina

  

giovedì 8 ottobre 2026

Giovedì 8 ottobre 2026: La Fotografia e i Fotografi che hanno colmato e colmano di Bellezza la mia lunga vita...

Mi vedrai giungere

Sul finire della sera

Quando i lampioni

Aiutano a sognare.

      (a.d.l.)

Questi miei versi mi riportano a tutto ciò che è immaginifico, misterioso, bello a vedersi come un dipinto, un’alba o un tramonto, una notte stellata, una fotografia. Mi affascinano. Mi trasportano in un mondo dove la realtà si mescola con i sogni. Ed è già poesia.

Ma comincio dalla fine: la fotografia. Ero bambina quando l’ho scoperta.

Vivevo con i miei genitori e i miei fratellini più piccoli in un paesino sui monti della Daunia e un pomeriggio, andando con loro lungo l’unica strada che portava in paese, avevo scoperto il fotografo Nasillo, che ci aveva portato nella camera oscura dove avevo visto fiorire nell’acqua su cartoncini bianchi, lentamente, volti e case e alberi e profili di monti e sagome d’animali. E quel prodigio, che mi aveva esaltato, diventava, quando quelle foto venivano appese con le mollette a fili di zinco come fazzolettini che sventolavano da un treno lungo lungo, un addio o un arrivederci. Oppure, come me, erano colombe in cerca di libertà e di sole, ma trattenute da quelle mollette a tarparne il volo, in quella penombra semibuia rischiarata da caldi fari per agevolarne l’asciugatura.

Pensai che Nasillo fosse un vero e proprio mago in carne ed ossa, tanto da far affiorare dal nulla quelle meravigliose immagini, prima riprese, con un semplice scatto, dalla macchina fotografica.

Questa era una grande scatola nera a fisarmonica, poggiata su un trepiedi pure nero in una saletta semibuia. Dietro la scatola c’era un panno nero, dove spariva la testa del fotografo, e una peretta che lui stringeva con la mano ogni volta che un lampo attraversava l’enorme occhio aperto sulle cose e le persone, che sembrava venissero mangiate come se quell’occhio, che si apriva e si chiudeva, diventasse una enorme bocca vorace. Improvvisamente quelle cose o persone, mangiate da quell’occhio-bocca, ricomparivano sui fazzoletti bianchi messi nell’acqua e stesi ad asciugare davanti alla lampada accesa. Un prodigio, che mi piaceva osservare ogni volta che ci capitava di passare dal suo studio fotografico.

Il fotografo Nasillo era un prestigiatore-illusionista da ammirare incondizionatamente.          

Fu allora forse che cominciai a non avere più paura del buio? Forse sì. O, quantomeno, cominciai a scoprire che era nel buio che avvenivano tanti prodigi, si compiva il mistero delle cose, si dischiudevano i sogni, germogliavano i bambini…

(IL SOGNO, LA REALTA’, E LA MIA RINNOVATA MERAVIGLIA).

Scoprii anche, facendo ricerche su Google e Wikipedia, che il primo fotografo conosciuto a livello internazionale fu Joseph Nicéphorr Niéoce con la sua fotografia la “Veduta della finestra a Le Gras” del 1826. Dopo di lui: Louis Daguerre, William Henry Fox Talbot, John Herschel e Hippolyte Bayard. Nomi famosi che, però, per me sono perfetti sconosciuti, mentre la mia lunga vita è costellata, da Nasillo in poi, di grandi e illustri fotografi, ma anche di tanti altri fotografi bravissimi più vicini al mio cuore.  

E parto proprio da questi ultimi, cioè da mio marito, Primo Leone, e da mio cognato, Nicola Parisi nei due brevi anni della sua abitazione nello stesso condominio a Bitonto. Entrambi pittori prima che fotografi ed entrambi innamorati della fotografia tanto da ricavarsi nel nostro sgabuzzino una camera oscura e vaschette dove immergere le pellicole scattate prima di entrarvi. Ne vennero fuori dei capolavori. Purtroppo l’incanto durò lo spazio di due anni appena per via della morte prematura di mio cognato che aveva solo trentatré anni. Ma i suoi quadri e le foto rimangono a imperituro ricordo della sua Arte. E che dire delle fotografie di mio fratello Pino de Leo, che attualmente tutti, di domenica in domenica, ammirano e commentano? Anche lui è nato prima come pittore di memorabili affreschi, sovvenzionati dalla Accademia delle Belle Arti, nella chiesa di San Francesco da Paola, molto probabilmente nel suo eremo silano oppure proprio a Paola, suo paese d’origine. Ma devo chiedere conferma a mio fratello, il quale a Bitonto, in Piazza Cattedrale, si confrontò con l’immenso Fotografo Giovanni Gastel della nobile famiglia dei Visconti. Ebbene il gigante Giovanni Gastel ebbe per lui parole di elogio. E di questo sono fiera. Peccato che anche Giovanni, mio prezioso e generoso amico sia rimasto poco tempo tra i vivi, divorato dal Covid 19 senza pietà. Di lui ci restano, nel sempre del per sempre, le sue meravigliose opere e le sue tenere e amare poesie, intrise di solitudine e di rimpianto. Ma il rimpianto più grande è di quanti/quante lo hanno seguito nei suoi capolavori, di quanti/quante si sono formati/formate, seguendo le sue lezioni, di quanti/quante hanno attraversato con lui il mondo intero, facendo tesoro di ogni suo scatto, di ogni sua parola. Un suo amico carissimo è stato Pio Tarantini, con cui ha condiviso il lavoro e il piacere di essere insieme. Anche Pio Meledandri ha cercato di fare tesoro dei suoi scatti memorabili. Altro allievo di Giovanni Gastel è stato il coratino Michele Mancano, che ha fatto tesoro dei suoi insegnamenti e oggi è un fotografo straordinario ed ha uno studio fotografico molto importante nel nostro paese, nonostante la sua giovane età.

E mentre la pittura attraversa millenni giungendo fino a noi intatta nella esaltazione dell’immagine e delle ombre già presenti nelle caverne degli uomini primitivi, fino a colmarsi di luce e di splendore nelle diverse fasi della sua storia (e le immagini sono davvero magiche perché chi le produce è mago di sé stesso: in me mago agere come alcuni sostengono e altri contestano?), la fotografia racchiude l’attimo in un istante e rende l’immagine eterna. Anche se per alcuni è una eternità provvisoria perché rimane bloccata a quell’istante e non evolve come la pittura. È un’affermazione su cui riflettere molto per contestarla o adottarla. Sta di fatto, comunque, che l’immagine è sempre fonte di meraviglia e di mistero perché implica la creatività che solo l’uomo possiede fra tutti gli esseri viventi. E nell’uomo vivono contemporaneamente tanti luoghi a fare grande la sua creatività: i luoghi della mente, del cuore e dell’anima. E c’è chi ha affermato, come l’antropologo francese Marc Augé, che sempre più ci appartengono anche i non-luoghi, cioè quei luoghi anonimi che si attraversano di tanto in tanto nella vita, nei quali ci sentiamo perduti e senza punti di riferimento amicali e valoriali, rischiando persino di perdere la propria identità. Personalmente sono affascinata dai luoghi, come si può desumere dal mio saggio sulla scrittura poetica del grande Vittorino Curci: I luoghi del cuore - una sola musicapoesia o il suo contrario -

Non a caso, parecchi anni fa ho scritto per il fotografo Marcello Carrozzo le mie “emozioni di rimando” al suo libro, pubblicato dalla SECOP edizioni 2008, UN NON LUOGO TANTI LUOGHI DENTRO L’UOMO. Sì, in noi coabitano tanti luoghi, che sono soprattutto le umbratili vie interne in un cammino che ha inizio con la nascita dell’umanità per concludersi con la sua perdita di ogni umanità, oggi più che mai presente alla nostra vita, in questi tempi bui e senza il respiro di una qualche certezza.

Di qui il luogo della Vita e della Memoria, quello della Bellezza e del Rimpianto per ciò che non è stato e il Rimorso per ciò che è stato senza poter porre rimedio agli errori. Il Dolore e l’Allegria. La Follia e la Saggezza. La Ricerca e la Conoscenza. La Fede e la Speranza… e tanto altro ancora.

Intanto, ecco un altro fotografo che io ammiro molto, Giuseppe Tricarico, che traduce quell’attimo apparentemente statico dell’immagine fotografica in movimento e tutto sembra avere un inizio che non ha mai una fine né temporale, né spaziale. Tutti i suoi reportage sono davvero unici e speciali, alcuni si vestono di silenzio, altri fanno il rumore assordante dei sentimenti e dei tumulti del cuore. Tantissimi i luoghi dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, in un volo continuo tra ombra e luce, tra mente e anima. Tra ciò che è, non è, potrebbe essere. La corsa e il fermarsi per vedere quella degli altri. Il tempo e lo spazio chiusi nel palmo della mano e aperti a mille venti, mille voli, volti, sguardi, conosciuti, sconosciuti, da conoscere. Per lui “la fotografia è talmente veloce nello scatto da anticipare il pensiero”. Come non stupirsi di fronte a queste sue riflessioni filosofiche e psicologiche insieme? Giuseppe sa cogliere l’attimo e davvero lo rende eterno nella “prima luce del mattino”, che ci affascina e ci entusiasma come una promessa, di cui si attende il compimento. È quanto avviene in FOTOSOFIA, SECOP edizioni 2021.

Altro fotografo che amo è Piero Meli, che è scrittore e poeta a tutto tondo. Suo pseudonimo è “Il tizio dell’alba” perché ama fotografare il tempo e lo spazio quando tutto tace e il giorno è appena un’idea già passata e una promessa ancora da vivere, con nel cuore mille progetti tutti da realizzare con un modo tutto suo di declinare l’amore in mille modi, che si risolvono in uno solo, quello per la sua donna, sua ispirazione e suo completamento. In Piero c’è sempre una duplice realtà da scoprire, conoscere, comprendere, a partire dal suo pseudonimo “il tizio” che indica una identità sconosciuta, ma immediatamente sconfessata da “dell’alba” che già la definisce e la riempie di luce e di aspettative. Ogni sua parola, infatti, si traduce in poesia. Sarebbe bellissimo analizzarla in tutta la sua portata poetica, frastagliata nei suoi innumerevoli significati che sono altrettanti luoghi che egli vive quotidianamente. Infaticabilmente. Sembra avere il dono dell’ubiquità. Anche lui ha pubblicato con la SECOP edizioni qualche anno fa AMOREAMARO, in cui vengono percorsi tutti i luoghi possibili di un sentimento così vasto e misterioso come l’amore.

Ma infiniti luoghi io scopro in tante fotografie di tantissime amiche e allieve di Giovanni Gastel, che occorre nuovamente citare perché nessuno è stato grande e generoso come lui nel fare spazio alle donne nei tanti “luoghi” del suo e del loro cuore...

E mi piace ricordare Giulia Caminada, Francoise Sallé, ma soprattutto Caterina De Fusco che lo ha seguito per tutto il mondo, spianandogli la strada con la sua presenza attenta e costante. Presenza costante e disinteressata anche nel suo Studio Fotografico di Milano, senza appropriarsi minimamente dei suoi numerosi “segreti fotografici” e della sua “memoria immaginifica” per scopi personali, ma sempre nell’affettuoso rispetto di un grande, sincero e generoso amico. A lei va il mio abbraccio affettuoso nel comune ricordo di un fotografo straordinario e straordinario poeta…

Grata sempre a voi tutti, che mi seguite con affetto sul nostro blog e in tutti i miei “luoghi del cuore” che vi contengono. Angela/lina   

domenica 4 ottobre 2026

4 ottobre 2026: A DRAGAN MRAOVIC, amico di sempre, nel giorno del suo mancato compleanno...

Oggi Dragan Mraovic, mio carissimo amico serbo, per oltre quarant’anni, avrebbe compiuto 79 anni, se ho fatto bene i conti: 4 ottobre 1947-20 marzo 2022

Dragan, dopo lo sbigottimento, il nodo alla gola, il pianto e il rimpianto, anch’io, in questo giorno così difficile da vivere, voglio dedicarti un pensiero che ti riporti con velieri, “corde, àncore, bussole”, da noi in Italia. Almeno per un saluto, un abbraccio.

Ho cercato tra i tanti file delle tue traduzioni, a cui avrei dovuto fare l’adattamento alla lingua italiana, come di solito mi accadeva, e mi è venuta prodigiosamente incontro una poesia di 1 DRAGOSLAv ГраочанкићGRAOČANKIĆ, tradotta da te ma senza il mio adattamento. Rimasta in attesa, dunque, come tutto il resto. Eppure questo ritrovamento oggi, tra i mille file che imbrogliano e imbrigliano il mio desktop, ha senso e significato. È segno. È emozione e commozione. È poesia. È il tuo amore per l’Italia e per la nostra Puglia. Come sarà facile scoprire. Ed io ci credo ai segni. Niente accade per caso. Eccola così come l’hai tradotta:

 

1DRAGOSLAV Граочанкић GRAOČANKIĆ

 ДО ИТАЛИЈЕVERSO L’ITALIA

                                    a ПоштованомA Properzio con ossequi

Quale ветарvento, meglio degli altri,

porta verso l’Italiaдо?!

                    Јесмо Siamo così tanto

                     sfaccendati e sognatori,

                     perché in noi la voglia è grande

                     da far perfino дquesta domanda?!

 

ГдеDove sono намnatanti, vele,

ужад , котве , компаси ,corde, àncore, bussole?

бисмоRaggiungeremmo la одредишdestinazione

magari стиглиcol vento migliore?!

 

                    АкоSe aspettiamo che tutto accada da sé,

                    se насtutto ciò fiaccamente ci attrae,тоquesto ci cci млака

                    ci manca comunque qualcosa -

                    можда и миnoi сами . stessi forse.

 

Нашеle вештинеNon siamo abili lupi di mare,

али , штаma che ce ne importa!

КопноConosciamo la terrafermaје quanto l’alto mare

па  e ci sentiamo a nostro agio come a casa nostra.

 

                   МождаForse impareremo tutto lungo il nostro cammino

                    sulla nostra nave non ancora in vista,

                    eternamente giovane,

                    la maieutica,

                    che нас ci чека aspetta pronta, ора

                    e non confezionabile,

 

  саcon чудеснимleискуствима , esperienze meravigliose,

  својихdei suoi numerosi путовањаdei numerosi suoi ultimi viaggi

  иe изновних dei suoi sempre nuovi vari,

  којиessa che con il tu si rivolge  са

  Кином , Јапаном , Сомалијом –alla Cina, al Giappone, alla Somalia -

                  и        e сигурно per noi si strugge almeno

              quanto noi stessi per l'Italia каоper l'Italiaci struggiamo.

Mogadiscio, XII / 2017.  Драгослав

Traduzione dal serbo a cura di Dragan Mraovic)

Ed ora, Dragan, dopo essere tornato simbolicamente tra noi, ti so nuovamente in volo verso le rive venerate del tuo Danubio. Fai buon viaggio, amico di una vita! Porta con te il mio abbraccio a Mira, ai tuoi figli, ai tantissimi amici Serbi che mi porto nel cuore. Lina

Buona domenica a tutti con la PACE nel cuore come San FRANCESCO d'Assisi da ottocento anni ci va predicando con Letizia e Amore. Grata a tutti sempre. Angela/lina 

 

 

 

 

  

giovedì 1 ottobre 2026

Giovedì 1° ottobre 2026: SAN FRANCESCO D'ASSISI e il Saggio di GIOVAMBATTISTA DI NOI...

È un San Francesco giovane che guardo in copertina, ma porta già i segni del martirio di Cristo da lui tanto amato. Segni inconfondibili della sua totale unione al Crocifisso. Messaggio chiaro che ha attraversato i secoli per giungere intatto fino a noi, nella sua veridicità storica (i suoi scritti autografi e le fonti incrociate della sua biografia) e nella sua veridicità umana (il battesimo con il nome di Giovanni, il cambio del nome in Francesco, la prima giovinezza e le i suoi desideri di gloria, le sue ambizioni e tentazioni, cui cedeva volentieri, le sue fragilità e le sue malattie, dopo il sogno di una voce solenne che gli ordina di seguirlo). Uomo tra gli uomini: fragile e tormentato, ma titanico nella sua Fede. Notevole, poi, è la dedica che Di Noi pone in prima pagina: “A/ Andrea Di Noi e Giulio Isola,/ sorgenti d’amore/ in un cuore/ colmo di gioia per loro”, segno di profondo amore, di immensa gioia che gli affetti familiari donano, e di continuità nel tempo (l’esatto contrario di quanto avviene nella famiglia di Francesco d’Assisi?). E subito dopo il titolo: FRANCESCO D’ASSISI - Una luce inattesa nelle Tenebre del XIII secolo - ecco una pagina tratta dai Fioretti, cap.X .

Ma, nel risvolto di copertina ecco quanto il Prof. Giovanni Romano sintetizza della sua dotta, attenta, puntuale Prefazione: “Con uno stile sempre chiaro e preciso, l’Autore ci restituisce in pieno la complessità avvincente degli eventi di cui San Francesco fu protagonista, inquadrandoli perfettamente nel suo tempo. La forza tellurica del messaggio di Francesco era rendere Cristo presente, attuale, vivo, incarnato. Non un discorso ma una persona, una presenza che si poteva toccare, una esperienza che chiunque poteva fare. Il suo capolavoro fu l’aver comunicato con una semplicità senza uguali l’Amore da cui si sentiva amato, risvegliando la fede, la speranza e la carità in un’epoca che sembrava averle perdute”.

Ed è quanto l’Autore, il Prof. Giovambattista Di Noi, ci riporta con dovizia di particolari, dovuta alla sua naturale inclinazione alla ricerca per giungere alla conoscenza lungo un percorso di studi vari e compositi durati decenni, e la sua venerazione particolare per un santo, il cui “messaggio non è rivolto solo ai credenti ma a tutti indistintamente, poiché la sua è una visione dell’esistente che interessa ogni uomo come uomo, come soggetto capace di agire nella più completa libertà di saper distinguere un atto d’amore e di abnegazione da un atto ispirato dall’odio e dal profitto. ‘Il Signore ti dia pace’, questo è l’augurio che offre a chiunque, perché nella pace del cuore è possibile aprirsi agli altri, essere capaci di amore e datori di doni’…” (p. 16).

E questa venerazione permea di sé ogni pagina di questo Saggio voluminoso, che ama ripercorrere ogni dettaglio della vita del Santo, a partire dal secolo buio del Duecento, in cui era nato, nella congerie di una “società in affanno”, dovuta a una “realtà inquieta, disseminata da contrasti sociali di varia natura, segnata da una diffusa insicurezza del vivere, ma al contempo dall’anelito di una vita migliore e più autentica, dal desiderio di travalicare schemi consunti che legano ad un mondo stantio e ormai superato”. (p. 19)

“L’avventura umana di Francesco d’Assisi origina proprio in questo mondo, stranito dalla concomitanza di fenomeni sociali e culturali che nella loro complessa articolazione determinano pesantemente il quotidiano e talvolta scavano profondi fossati tra un uomo e l’altro. (…). Dopo Francesco d’Assisi il mondo non fu più lo stesso.”(p. 21)

Nel breve o lungo tempo della nostra vita, del resto, tutto cambia in maniera plateale o in sordina nel mondo che ci circonda. Ma avviene un cambiamento più silenzioso e profondo dentro di noi: nel nostro sguardo, nel nostro cuore, nella nostra anima.  Un cambiamento che non sempre avvertiamo quando avviene, ma che silenziosamente si fa strada lungo il percorso fiorito di rose e di spine della nostra esistenza terrena. Fino alla piena consapevolezza della nostra trasformazione. Accade sempre e da sempre. Niente è immutabile e immobile a questo mondo.

Accadde anche ottocento anni fa nel breve ma intenso percorso esistenziale di Giovanni, così chiamato da sua madre Donna Pica, ben presto commutato in Francesco da suo padre, il ricco mercante Pietro di Bernardone, che al momento della sua nascita era in Francia. Il rientro del padre ad Assisi decretò il primo notevole cambiamento: il nome, perché fosse chiaro a tutti che quel figlio sarebbe diventato un cavaliere ricco di denaro, di onori e di gloria. E in un primo momento i fatti sembrarono dargli ragione, fino a quando il giovane gaudente non sognò una voce che gli ordinava si lasciare i beni terreni e di seguirlo. Il resto è storia. Una storia che ancora oggi ci affascina e ci conforta. Credenti e non credenti. I primi hanno un motivo in più per avere fede e per sperare in una umanità migliore. I secondi hanno un motivo in meno di perdurare nel loro scetticismo che non illumina di certo la loro vita. Dio è Luce che squarcia le tenebre. È consolazione perché è Amore. Sembra una banalità, ma credo che non lo sia. Il buio a qualsiasi età fa paura perché nasconde la realtà delle cose. Come accade in una casa buia. E ciò mette ansia, timore, paura appunto. Sembra che ci sia solo vuoto dentro, ma basta un raggio di sole per illuminare una realtà piena di pulviscolo atmosferico, che riempie di luce la stanza. Noi siamo quel pulviscolo, un nulla assoluto, che diventa visibile e luminoso con un friccico di sole. È blasfemo paragonare tutto ciò San Francesco o, meglio, a Dio? Non credo. Infatti, continuando nella metafora, ma non troppo, ecco che con un po’ di semplice luce la casa vuota si riempie di Vita. Non siamo più soli. Siamo in tanti. E ci sentiamo più sicuri. Non abbiamo più paura. Ci sentiamo salvi. E scopriamo in noi una forza inaudita. Il coraggio di procedere. La gioia della condivisione, che annulla persino le distanze di tempo e di luogo. Soprattutto le distanze del cuore.

È quanto è accaduto ottocento anni fa con la fiaccola ardente di Luce e di Calore del Santo di Assisi. Una Luce che ha attraversato secoli per giungere fino a noi e renderci più sicuri, più forti nella nostra fede. Più solidali con tutti, ma soprattutto con chi non ha nulla, con chi è sofferente, è malato. Come ha fatto Francesco nella sua breve illuminante vita.

Con chi ha bisogno di amorevoli cure: Francesco in punto di morte fu assistito con amore e tenerezza dalla sua amica Iacopa dei Sette sogli, a cui aveva mandato una lettera perché gli fosse vicino in punto di morte (pp. 459-460-461).

La cura! Il prendersi cura significa attenzione, costanza, premura in un tempo dilatato. E in questo tempo dilatato Iacopa rimase con lui. Ma nel tempo dilatato si dipana anche tutta la nostra Storia di ieri, di oggi, di domani nel tempo e nello spazio perché nasce da un sorgente che si fa fiume e che scorre entro argini sicuri, fino a sfociare nel mare e infine negli oceani che accolgono ogni goccia senza più alcuna distinzione. È quanto fa Francesco, entrando in ogni casa, dove porta Luce, Letizia e Pace, senza distinzione alcuna.

E ogni casa è Casa che si fa Parola. Nido di protezione e Nodo di incomprensioni ma anche di comunicazione, che via via si fa incontro d’amore e dialogo pacificato.

Non a caso San Francesco, entrando in ogni casa salutava dicendo “Sia pace a te”, come ci ricorda Giovambattista Di Noi. E tutti i frati francescani si salutavano e si salutano: “Pace e Bene, Fratelli” per rinascere ogni giorno in letizia, dialogo, amore, fratellanza. Per rinascere insieme in Cristo, fonte della vera Pace, di ogni letizia e della verdeggiante Speranza di ritrovare, soprattutto ai nostri giorni così difficili e controversi, l’auspicata Umanità nell’uomo.

Francesco, del resto, riassume in sé l’uomo di ieri, di oggi, di sempre. Grazie a lui, oltre le risapute rivalità tra il Papato e l’Impero, che occuparono a lungo i secoli bui del Medioevo, la storia della stessa Chiesa “mutò per sempre. Un santo grande, sì! Ma prima ancora di un grande uomo”. E in queste parole si evince non solo la venerazione di un Santo da parte dell’Autore, ma anche la sua ammirazione per l’uomo. E non solo. Andando avanti nelle pagine, di troviamo di fronte ad un altro scoglio di quei tempi così difficili da vivere, scoglio entro cui si incagliavano i tortuosi “labirinti dell’eresia”, in cui trovano posto “i catari” e “i valdesi”, contro i quali la Chiesa lottò strenuamente.

A questo punto, mi sembra giusto concludere queste mie riflessioni, sottolineando il puntuale, preciso, attento elenco di tutte le note a fine di ogni capitolo. Non è assolutamente un fatto scontato e di questo bisogna dare atto e merito al nostro Autore. Altro rilievo importante da fare riguarda lo stile della sua scrittura di Giovambattista Di Noi. Si tratta di una scrittura di notevole spessore stilistico, dove niente è affidato al caso: l’Autore adotta spesso parole dotte, richiami filosofici e reminiscenze greco-latine, ma allo stesso tempo esse risultano molto chiare perché il messaggio francescano possa arrivare a tutti. Ecco qualche esempio: “scavano profondi fossati” (p. 21), “relativizzazione delle conoscenze” (p. 75), “vita claustrale” (p. 201), “la febbre quartana è una di quelle febbri malariche, provocata dal Plasmodium malariae (p. 3884) e così via.

Vorrei, infine, focalizzare ancora una volta quanto ha ribadito più volte Giovambattista Di Noi: Si tratta di un Santo che trova spazio in tutti i cuori, credenti e non credenti. Ecco perché la sua storia ha attraversato ottocento secoli e rimane punto fermo nel tempo. Ieri come oggi, come sempre.

Non mi resta che augurare, ancora una volta, buona lettura a tutti. E a tutti i credenti con rinnovata Fede. Grazie. Angela/lina

 

  

  

venerdì 18 settembre 2026

Venerdì 18 settembre 2026: Per i primi cinquant'anni di mia figlia DANIELA...

Ritengo di fare un dono gradito alla mia ultima nata, DANIELA, pubblicando qualche pagina di un lavoro che stiamo scrivendo insieme: “Può un’unghia dare la misura dell’amore? Canto e controcanto tra madre e figlia”

 

 È nella separazione

 che si sente e si capisce

 la forza con cui si ama

   (F. M. Dostoevskij)

 

PREFAZIONE (a due voci)

Angela: <Le mie notti insonni lasciano spazio a pensieri, idee, percezioni, riflessioni, spesso anche assurde o visionarie, ma alcune volte con un fondo di realtà, una nuova insolita significanza. Come la storia dell’unghia, che mi ha intrigato per una notte intera e mi ha imposto un racconto che potrebbe essere vero. Ebbene, si può misurare da un’unghia la distanza di un amore? Dal rovello notturno direi di no. Un’unghia indica ben poca cosa, una inezia, un nulla. Cosa di pochissimo conto. Ma poi, a pensarci bene, un’unghia è sempre un qualcosa. Noi donne, per esempio, ci teniamo tantissimo alle unghie, le coloriamo, le allunghiamo, ci affidiamo a mani esperte perché lo smalto abbia un effetto duraturo. Diciamo addirittura “permanente”, ignorando che permanente significa “per sempre”. Come il diamante. “Un diamante è per sempre”, recita una nota pubblicità di gioielli. Tu che ne dici, Daniela?>

Daniela: “Già, allora può un’unghia dare la misura dell’amore?”, mi chiedi e ti chiedo. Io credo che la misura di tutte le cose, dunque anche dell’amore, sia data dalla somma di tutte le piccole cose, come canta Niccolò Fabi. Dettagli. Il poco conto (in apparenza) che racchiude in sé un piccolo mondo, una fotografia in grandangolo, un puzzle completato. E un’unghia è la porzione di infinito di ogni essere umano. Unghie rosicchiate, unghie lunghe a punta laccate, unghie squadrate, unghie rovinate, annerite, opache, mostrate con arroganza oppure goffamente nascoste, incarnite, persino finte, ricostruite, indebolite, da tagliare come rami secchi o, più dolcemente, da limare, smussare, per renderle belle e forse anche inoffensive. Unghie colorate, decorate, ostentate. Ma anche unghie come artigli per attacco o difesa. Unghie come appigli (aggrapparsi con le unghie e con i denti, per non arrendersi). Unghie fragili, come il cuore”.

Angela: <Piccola, noto che mi batti quanto a riflessioni filosofiche e a espressioni poetiche. C’è sintonia tra noi, nonostante sia troppo vecchia io, troppo giovane tu… Certo, l’unghia porta con sé l’idea molto forte e concreta di “unghiata” profonda, come un artiglio di belva feroce che penetra nella pelle e sconfigge la gola, crocifigge lo stomaco, trafigge il cuore. Ma ci sono giustamente anche le unghie come appigli per non arrendersi. E allora decido di arrendermi io alle ragioni del cuore e a convalidarne l’importanza con un bel sì. L’unghia può essere una valida unità di misura anche per misurare la “distanza di un amore” e “l’importanza di un amore”. Ma sarà davvero così?>.

Daniela: “Beh, può essere semplicemente un biglietto da visita: quanti colloqui di lavoro si basano, a volte, su quel piccolo dettaglio che racconta all’interlocutore i nostri stati d’animo? Il candidato è troppo nervoso, insicuro e sciatto oppure è sicuro di sé, curato e affidabile! Le unghie raccontano l’immagine che abbiamo di noi e quella che vorremmo dare agli altri (e che quasi mai, poi, coincidono tra loro). Parlano delle nostre fatiche quotidiane, delle nostre abitudini e del valore che diamo al nostro tempo. E allora l’amore io lo misuro partendo prima da noi stessi, da quello che riusciamo a darci e a concederci prima di riuscire a donare e (r)accogliere veramente l’altro e dall’altro. Sempre più spesso si sente oggi l’urgenza di amare prima sé stessi come ‘conditio sine qua non’, imprescindibile alla condizione umana che altrimenti non sarebbe all’altezza di un sentimento condiviso: se non sai prenderti cura di te stessa come puoi prendertene degli altri? È il mantra social(e) che troppo spesso, ahimè, viene travisato ed esasperato, fino ad essere trasformato in uno slogan sull’individualismo ad oltranza, oltre l’umano, dilatandone talmente tanto i confini da sconfinare nella disumanità”.

Angela: <Giusto, ma stiamo perdendo il filo del nostro discorso con le tue elucubrazioni su fili di pensiero psicologico-filosofico-socio-culturale, che si intrecciano portandoci lontano, a una distanza dove niente più è misurabile col palmo delle nostre mani o i “cento passi” che possiamo attraversare per andare incontro ad un amore. Io, per esempio, non ricordo più la forma delle sue unghie, un tempo presenti quotidianamente al mio sguardo perché mi piaceva guardare le sue mani d’artista mentre disegnava, dipingeva, costruiva mobili, s’affaccendava sul monitor dei suoi computer, sparsi nel suo studio con funzioni diverse, ma anche in tutta la casa sotto il suo diretto e incontrastato monopolio. E tu lo sai molto bene. Le sue mani mi riportavano alle sue unghie, che amavo. Mi raccontavano di lui più delle parole e dei silenzi. Ora che molte stagioni hanno attraversato il nostro cielo non le ricordo più e mi danno la dimensione reale della distanza temporale, fisica e psicologica, della sua assenza. E ora mi chiedo: ma come ho fatto a dimenticare le sue unghie? E me lo chiedo sbalordita e piena di perché per trovare un appiglio, una motivazione, una giustificazione, persino una significazione. Come si fa a dimenticare un’unghia? L’unghia sì, l’unghiata no. E non riesco a prendere in considerazione neppure il “graffio”, che pure l’unghia può procurare. Il graffio è più leggero, più a fior di pelle. Ricama in superficie una delusione, un’attesa disattesa, un desiderio rimandato, una promessa non mantenuta. Non è mai la testimonianza di una ferita, per cui non si rilevano neppure le cicatrici, come avviene per l’unghiata che ferisce e si cicatrizza ma rimane anche nelle “aderenze” sotterranee che bisogna, con pazienza e perseveranza, levigare perché non dilatino dentro la sofferenza, non prolunghino all’infinito il dolore. Ciò che è più doloroso e devastante cancella il dolore più piccolo o quantomeno ne attutisce il colpo, la sofferenza. E non servono neppure i perché per motivare, giustificare, capire. C’è una sorta di scotomizzazione. Ecco perché non ricordo più le sue unghie. Si sono sciolte nella percezione dolente e massacrante dell’unghiata, facendosi misura continua della riattualizzazione della ferita oltre la misura dello stesso distacco temporale e l’assenza di una presenza. Di una speranza forse, oltre l’attesa che non ha più motivo di costruire appigli, terrapieni mentali, nicchie per il cuore che ha bisogno di un rifugio per rifuggire da ciò che non può più essere. La speranza va “oltre”. Si dilata oltre la siepe di leopardiana memoria per “fingersi” un orizzonte più ampio dove spaziare con lo sguardo, superando col pensiero creativo gli steccati delle abitudini e della quotidianità. Che non ci permettono di accettare il cambiamento dentro e fuori di noi. L’evoluzione di una storia. La nostra storia, che racchiude in sé infinite storie. Ma occorre saperle sentire e raccontare. Per ascoltarle e farle ascoltare. Scusa la mia verbosità. Quando attacco a parlare non la smetto più. E ti affliggo con i miei ricordi. Ma almeno in parte sei d’accordo?>.

Daniela: “L’unghia che diventa graffio, persino unghiata. Come un animale che estrae prontamente gli artigli quando si sente minacciato. Non pensi che per lui costituivi una minaccia più che una comprensione e protezione?  Con le tue unghie sempre più lunghe allora, edulcorate dai colori brillanti, ma pur sempre affilate, a mettere distanze incolmabili tra te e lui, tra te e il mondo esterno. Se esiste l’amore, oggi, non ne sono più certa. Esiste l’essere umano come goccia di olio in un oceano. E io, le mie unghie, le porto sempre corte. Colorate come l’umore, a volte rosso brillante a volte nero opaco. Glitter quando mi sento frizzante. Ma accorcio puntualmente le distanze perché tutto sia tangibile, concreto, carezzevole. Perché ho ancora un incolmabile bisogno di toccarlo, il mondo…”.

Angela: <Certo. Certo. Anche tu stai raccontando delle storie. La mia e la tua storia attraverso le nostre unghie. E dire che pensavamo che fossero ben poca cosa! Un’unghia può raccontare mille storie e molte di più. Può farsi dimenticanza e ricordo. Può farsi distanza e nostalgia. Misura di un amore e del dolore che, scientemente o incoscientemente, ha procurato. La sua ampiezza, lunghezza, profondità. Perché nessun amore è privo di sofferenza. Anche il più felice. Per via delle inevitabili differenze di personalità, sensibilità, cultura familiare e sociale di provenienza, esperienze pregresse di accettazione o rifiuto, di superamento o ristagno in una condizione di frustrazione e di incomprensione. Di perdita dell’autostima. Di volontà di acconciare nuove ali per riprendere il volo, come naturalmente ci è dato di desiderare e di tentare di realizzare… del coraggio e della determinazione ad osare. Con le nostre unghie stiamo parlando già di amore/non amore. Di crederci e non crederci. E di andare oltre o di tornare indietro. E ora attendo i tuoi pensieri se non vuoi parlare di ricordi, di unghie e di unghiate, di chiacchiere e di incontri che chiacchiere non sono! Di viaggi che ci attendono… Ora mi fermo e accendo il cuore per ascoltarti… Ritengo che ci possa aiutare la narrazione! Dipende da noi focalizzare l’unghiata o il graffio>.

Spero che i lettori abbiano gradito queste pagine che servono, a mio parere, a riflettere molto sulla importanza anche delle minime cose nella nostra vita. È un piccolo assaggio del libro che io e Daniela stiamo scrivendo. E domani, grazie al mio prezioso amico Mauro Massari, giovanissimo ma già appassionato giornalista, scrittore, musicista e compositore a livello internazionale, sulla Rivista <L’Edicola del Sud>, nella pagina culturale, ci sarà il primo racconto di Daniela. Leggetelo. Ne vale la pena. Poi, se vi va, pubblico sul nostro blog, a puntate, anche il secondo racconto… A risentirci. Grazie. Angela/lina

 

lunedì 7 settembre 2026

Lunedì 7 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (terza parte)

A mio parere, sono anche molto importanti le voci maschili nel ricordare la propria madre. Danno vita a ricordi straziati e strazianti della perdita della sua perdita. Ed ecco una voce maschile che mi sta a cuore, quella di Alberto Bevilacqua, il grande scrittore e poeta che noi tutti conosciamo, nei brevissimi versi dedicati alla sua amatissima madre (TU CHE MI ASCOLTI - Poesie alla madre), che ha avuto un po’ il destino della madre di Mariella Bettarini: Ci siamo sbagliati a disperare di noi,/ siamo perfetti/ nel duetto per voce sola,/ mia itaca di tutte le vite/ deviate dall’equivoco.

Alberto Bevilacqua, conosciuto in crociera tanti anni fa e diventati amici per oltre un decennio, in cui mi ha sempre affascinato con i suoi racconti un po’ folli, che rievocavano gli “strioni”, tipici personaggi assurdi dell’area parmense, raccontati con la sua tipica “arlìa” (l’inventarsi la vita e il suo gioco tra ironia e mistero). Intenso, immenso, doloroso e complice il rapporto con sua madre, sua “itaca di tutte le vite”, verso di una bellezza incommensurabile soprattutto nel significato.

Ma poi, ecco un’altra voce maschile importante, quella di Rainer Maria Rilke in “Le mani della Madre”: Tu non sei più vicina a Dio/ di noi; siamo lontani tutti: ma tu hai stupende/ benedette le mani./ Nascono chiare in te dal manto,/ luminoso contorno:/ io sono rugiada, il giorno,/ ma tu, tu sei la pianta…

E qui i versi sono realistici e fortemente poetici, nella visione della presenza della madre non vissuta come una santa, ma cantata per le sue “mani benedette”, un particolare molto significativo del suo corpo quasi divinizzato (“Nascono chiare in te dal manto”) nella visione della protezione, stabile radice della sua instabile mutevolezza (“io sono la rugiada” che si scioglie sul far dell’alba fino a comprendere l’intero giorno che è, comunque, transeunte rispetto alla “pianta, alle sue radici, alle sue foglie che parlano di nuovi domani”).

Poi, ecco “MADRE” di Michele Carniel, che mi assale con versi brevi, a metà strada tra parole quotidiane e parole prese in prestito dalla vita di Cristo: “ventre di Preghiera” (la Vergine Maria?), “evangelista d’amore”, che ha sapore di viaggio per le strade del mondo a diffondere “la lieta novella”. Ma anche la stessa creazione (“negli spazi che mi hai creato”) non ha niente di terreno perché ha in sé il mistero della trascendenza nella semplicità di essere “uomo d’amore” grazie a lei, sua “MADRE”…

Ventre di preghiera/ collana di carezze/ nettare d'esistenza/ insegnante di respiri./ La mia vita t'accompagnerà/ negli spazi che mi hai creato/ per essere un semplice uomo,/ evangelista d'amore

Ma su FB molte pagine qualche anno fa hanno riportato una bella prosa poetica di un non meglio conosciuto F. B. Giacomini, ma senza fare riferimento all’autore, che a dire il vero ha parlato della “mamma” in modo insolito e originale. A lui va il merito! Quindi, occorre citarlo o quantomeno mettere il suo testo tra virgolette, come ora faccio io. Altrimenti commettiamo plagio…

“- Come si coniuga il verbo “Madre”?/ - Non è un verbo?/ - Ne siete proprio sicuri?/ - Amare, fare, dare, ascoltare,/ confortare, gioire, piangere, abbracciare,/ baciare, accarezzare, sentire, curare,/ sostenere, proteggere, insegnare, accompagnare,/ ricordare, studiare, leggere, pulire,/ cucinare, nutrire, vegliare, urlare,/ sussurrare, cantare, sorridere, correre,/ saltare, educare, comprendere, perdonare,/ subire,/ angosciarsi, sollevare, soffrire,/ tacere, parlare… / - Avete ragione “madre” non è un verbo solo,/ ma tutti i verbi di una vita”. Bella davvero!

E mi piace citare il mio carissimo amico, Gino Locaputo, con “Arrivederci mamma nell’infinito”, ora che si è ricongiunto a lei:

Mamma, nel soffio del vento c’è la tua poesia./ Nelle nuvole che passano il tuo volto./ Nei nostri sogni/ le tue ninnenanne:/ Ora tu parli con l’Immenso/ e racconti la tua Fiaba/ che noi non dimenticheremo mai./ Arrivederci, mamma, nell’Infinito. (dalla raccolta Nei tuoi occhi le parole diventano pietra, SECOP edizioni)

Né posso fare a meno di ricordare il carissimo Mattia Cattaneo, ideatore “dal multiforme ingegno” di CIRCOLARE POESIA:

in questo gomitolo/ impazzito di giorni/ stretti come in una campana/ scrivo in corsivo/ di una carezza sconsolata/ piego le ossa/ e torno a sentirti/ dal paese dei crinali scuri/ umbratile/ l'inizio di ciò che ho già perso/ fisso/ lo sguardo distratto/ chicchi d'uva secca/ sfiorano il piatto di un cielo rossastro. E, come lame, mi feriscono i suoi versi intrisi di perdita che sanguina ancora, e in silenzio e tutto per lui il mio forte abbraccio.

Ma c’è anche la poesia di Ciro Tremolaterra, “Una poesia per la mamma”, che mi commuove perché accomuna il dolente desiderio di quanti abbiamo dovuto fare i conti con la perdita più grave, che ci rende più fragili e, forse, più forti, ma mai più quelli di prima

Siediti qui/ anche se non ci sei./ Parlami/ anche se non ti sento./Al sole si sta bene./Leggi con me/ oppure alzati/ per osservare i fiori./ Come siamo stati/ tante volte/ prima di andare via, prima di lasciarci,/ siediti un momento.

E la totalizzante e rammemorante poesia di Giovanni Sepe “A mia mamma”, che conferma il valore di questo straordinario poeta sempre in bilico tra realismo quotidiano e voli visionari della sua anima inquieta, che anela amore:

Non avrei altro intorno,/ se non fosse necessario/ ripararti il cuore,/ che pareti e miserie.// Faccio il gioco del ditale/ disertando questo spazio gelido./ E mi ritrovo a inseguire la memoria/ e il ritmo del pedale/ di una vecchia Singer,/ dipanare cotone e speranza,/ ticchettando melodia.// Mentre m’incuriosiva vedere/ quale prodigio celavano/ quelle mani farfalla/ che volavano in casa/ su ogni cosa acerba,/ trovandoci miele.// Ora che i vestiti non si rammendano/ e le tue mani tremano/ come farfalle impaurite.

E del grande e mio prezioso amico texano Gjeke Marinaj “A MIA MADRE”:

La nostalgia di te

Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano con le ali spezzate/ Se non odi che tuo figlio è morto/ cercami sulla soglia della prima alba/ Ma se a un flauto io dovessi somigliare/ allora per amor mio, madre - anima mia,/ abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili/ Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni/ Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche baratro sconosciuto/ Nel mio straziante volo grido il tuo nome/ E l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.


E del carissimo amico Vincenzo Mastropirro Se mi conosci, Opera poetica vincitrice al Faraexcelsior (FaraEditore 2024, Rimini)

Ed ecco l’Introduzione dello stesso Autore: “Se mi conosci” è considerata un’espressione tipicamente autoreferenziale che rimanda all’interlocutore in termini della sfida e dell’aspettativa. Quel condizionale che non può prescindere dal rapporto intimo con l’altro, trascinando con sé ogni sfumatura relazionale per invitarlo a compiere un gesto, un’azione o, comunque sentirsi parte attiva in un determinato contesto. In questa mia interpretazione, invece, l’espressione riflette una valenza diversa, sono io che mi chiedo: se mi conosco. Se mi ri-conosco davvero. Riflessioni a cielo aperto che principalmente appartengono alla relazione madre-figlio, ma anche a tutti gli altri legami che la vita ha avuto il compito di tessere e intrecciare durante la mia esistenza. Anna (mia madre Ninetta) ma anche la mamma di Maria, di conseguenza la Mamma di ciascun cristiano credente, me compreso - in quanto figlio - benché poco credente. Forse si tratta di un figlio qualunque, forse di un figlio ribelle, forse compreso, forse disatteso, forse programmato, forse “improvvisato”.

Comunque un figlio che ha un rapporto direi simbiotico con la propria madre tanto che non valgono le parole per capirsi e quelle che il figlio dice anche se a lei estranee valgono oro colato. L’intesa madre-figlio è perfetta, nonostante il figlio da bambino sia stato uno scavezzacollo, ribelle alle regole, amante del gioco in libertà, come ogni bambino, ma con una musica magica nel cuore - il flauto - che solo lei sa, conosce e riconosce. E la magia del cuore si estende ad entrambi. La “madre” è il punto focale della poesia di Vincenzo Mastropirro a cui subito dopo si affianca la “morte”: è un binomio inscindibile, dato che Vincenzo ha visto morire sua madre tra le sue braccia. L’ha cullata, l’ha stretta a sé in un abbraccio senza fine.

E anche oggi mi fermo per non sciupare l’emozione che tutti questi versi ci lasciano dentro. Ma continuerò ancora per dare voce alla mia carissima Mariella. Grazie sempre a tutti. Angela/lina

domenica 6 settembre 2026

Domenica 6 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (seconda parte)

E torno a parlare di lei:

Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel 1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il dramma del vivere quotidiano.

La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di vita. 

Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente. Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.

Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni, come già è stato ricordato dal famoso Fontanella un Poemetto intitolato POESIE PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi (voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza) progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura, moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora, mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile, dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari. Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì dell’Angelo)

Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me.

E così scrissi: <Credo sia opportuno partire da questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il “vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie. Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di “orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome, l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.

Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del 1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).

E anche oggi mi fermo sull’immagine di mia madre ancora bella, giovane e piena di vita, ma continuerò ancora. Grazie. Angela/lina