mercoledì 13 maggio 2026

Mercoledì 13 maggio 2026: "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo, romanzo recensito alcuni anni fa dal Prof. Gianbattista Di Noi... (ultima parte)

Riprendo subito: “Sai, la Tetta è morta a gennaio, improvvisamente, un dolore di testa, almeno così ha detto l’Elvira… quanta gente al funerale! Povera stria, manco sedici anni aveva… e la Tullia? Ha avuto uno sbocco di sangue… al sanatorio l’hanno portata, ma non c’è stato niente da fare… l’hanno portata di notte a casa, d’accordo con gli infermieri, sennò là ci rimaneva… all’obitorio… povera stria… quiddhu éte nu male che nun pirdùna…”

È questa la cadenza, il ritmo mentale col quale il pensiero viene portato avanti in una miscela di timore, sorpresa, rassegnazione e rito propiziatorio, perché tali fatti non abbiano più a ripetersi, pur sapendo che, nonostante tutti i segni apotropaici, c’è qualcosa di superiore a tutto, che tutto domina, di fronte alla quale l’uomo nulla può: il destino. E così, in questo abbandono dai tratti paganeggianti, si stempera il gioco della vita, allo stesso modo di un lancio di dadi: o si perde o si vince. Destino o casualità, alle volte è la stessa cosa: un pensiero che ci avviluppa e ci permea nel profondo. Sarebbe sciocco e inappropriato definirlo determinismo o fatalismo. Queste sono parole dotte che non appartengono alla gente umile e sofferente. Non è una forma di fede, dove si manifesta l’impegno del credere, non è un modo di concepire la vita, è la vita stessa. Bodini, il più grande poeta salentino del ‘900, lo esprime con rara intensità nella sua poesia La luna dei Borboni: “Tu non conosci il Sud, le case di calce/ da cui uscivano al sole come numeri/ dalla faccia di un dado”.

 Le trame della vita sono intrigate da questa forma di casualità, pervasa dal senso quasi assolutorio del destino, di cui, in definitiva, è sostanziata la sensibilità della povera gente che, priva di mezzi interpretativi per scandagliare la realtà e per formulare una qualche analisi su quanto accade, si affida a un elemento, ritenuto volutamente superiore alle possibilità umane e ne fa di esso l’arbitro dell’esistenza. Questo elemento libera da ogni impegno ermeneutico e semplifica, in qualche modo, la lettura di ciò che ci circonda, perché non obbliga a ricercare i motivi reconditi degli accadimenti e a disquisirne sul modo in cui essi appaiono. Di fronte all’assurdo, all’atrocità, alla disgrazia, alla incomprensibilità, al “più grande” di sé stessi, c’è un’unica risposta, accettata da tutti senza riserva, una risposta che chiude come pietra tombale tutto e non dà adito a discussioni ulteriori: “Era destino!”.

A questa regola mai scritta, mai codificata, ma più forte e più viva di qualunque monito e di qualunque legge, soggiacciono tutti i personaggi di questo meraviglioso racconto, a partire da Nonna Sabina e Nonno Angiulinu, i nonni materni di Eva, vissuti nella casa ereditata che ora è in macerie. Il loro era stato un matrimonio senza amore, in qualche modo combinato, secondo una modalità diffusa e canoni fissati fin dalla notte dei tempi, comunemente accettati tanto dai grandi, quanto dai piccoli. La bella ma povera si compensava col brutto ma possidente; alla pari, la roba con la roba; la donna abbandonata, come un oggetto svalutato, era preda di chi si faceva avanti, anche senza avvenenza e senza roba. Certo, c’erano le eccezioni anche allora, e c’era gente che si sposava per amore, ma di norma i patti non erano questi. Di contro l’uomo disposto a tanto si vedeva appioppata, consapevolmente, la nomea di cornuto, indipendentemente dalla reale condizione della moglie che, seppur santa, non era giunta al matrimonio illibata. Oggi, per la verità, ci meraviglieremmo del contrario.

Il matrimonio di Nonna Sabina e Nonno Angiulinu non entra, però, in queste casistiche, perché, pur combinato, ha una sua particolarità. Angiulinu, che chiede la mano di Sabina, è un bell’uomo e ha un patrimonio considerevole, mentre Sabina non può vantare né una dote cospicua né un’avvenenza particolare. Tuttavia Angiulinu è innamorato di Sabina, ma questa non lo è a sua volta. Per la verità non è innamorata di nessuno e Angiulinu non l’ha strappata a nessuno. Questi ha un carattere gioviale; è scherzoso, ottimista, mentre Sabina è orgogliosa, imbronciata, scontrosa, infelice. Certamente, Sabina ha una storia particolare che fa luce sul suo carattere e ha pure delle qualità: è generosa, intelligente, anche sensibile e soprattutto è un’ottima padrona di casa. Giungono tanti figli, non sempre desiderati da Sabina, poi tanti nipoti, ma in sostanza la loro non è un’unione felice e quando alla fine Angiulinu muore tragicamente con una fucilata, senza che si sia mai compresa la dinamica della tragedia, Sabina non è particolarmente toccata, non che gioisca, ma neppure che si strappi i capelli, non versa una lacrima. Di lei si dirà che il suo carattere è il suo destino o viceversa il suo destino è il suo carattere.

Diversamente tragica è la storia di Nana e Ronzino e la loro unione rientra, invece, nella casistica sopra esposta. Nana era stata ingannata e si può essere ingannati, veramente, quando si ama, quando si nutre affetto sincero verso qualcuno. L’inganno subito non aveva leso, però, la sua dignità, perché quando ci si dona con amore l’inganno deturpa solo l’ingannatore non l’ingannato. Certo, si può maledire l’ingannatore quanto si vuole, ma spesso è difficile, nonostante tutto, non amare il proprio carnefice. E Nana conserva una specie di odio-amore verso il suo ingannatore. Questo non c’entra con l’amore verso Ronzino, suo marito, il quale, a dispetto di tutte le convenzioni, se l’è presa comunque, pur sapendo che così poteva diventare una specie di reietto per quella società e per quel mondo. A lui Nana ha voluto bene in modo diverso e a lui si è donata in modo diverso, ma la vita è spesso cruda e non dà spazio ad accomodamenti e così, come in una tragedia verista, per via di una disgrazia Ronzino muore e Nana, di fronte al suo uomo morto, non riesce, neanche lei, a versare una lacrima, ma a suo modo fa di più: lascia morire una parte di sé seppellendola col suo uomo. Il resto non è egoismo, non è ingratitudine, è solo tormento, sconfitta, derivanti da una sorte ingenerosa e bieca, dalla malvagità e dalla volgarità di un mondo ottuso e manchevole che perdona atrocità di ogni tipo, ma mette al bando la donna che ha subito lo stupro o che volontariamente si è donata all’amore ingannevole di qualcuno con la trasognata speranza, racchiusa proditoriamente nella promessa di una vita migliore.

Si potrebbe continuare con la storia di altri personaggi, molto interessanti, ma l’epilogo è analogo e alla fine in via della Rivoluzione si ritrovano tante vedove in gramaglie, ben serrate nella loro divisa nera, a suggello di una vita conclusa, pur continuando a vivere, chiuse in un lutto perenne, giustificato solo da una consuetudine sociale. Eva avverte il peso di quel mondo, pur avendo fatto nella vita scelte diverse. È tormentata dal dover fare i conti con l’inquietudine della memoria. (E questo, a ben vedere, è un po’ il problema di molti, non solo di Eva). È divisa “tra un passato che non può dimenticare e un presente che non vuole affrontare”. È un presente che sotto molti aspetti non può non aver contratto debiti con quel passato e così Eva si trova, suo malgrado, a dover affrontare le profonde contraddizioni che emergono dal confronto con mondi tanto diversi tra loro, eppure tanto legati insieme, fino al punto che nessuno di essi ha un senso senza l’altro, mentre il tutto decanta in un fondo di soffusa malinconia, dove la solitudine non è solo una percezione, ma un collante inestinguibile nell’inesorabilità dell’esistenza. Eva riesce a ritrovare sé stessa. Il ripensamento, la lucida analisi del vivere e degli intrighi dell’esistenza, la compensazione naturale tra ciò che si perde e ciò che si ritrova, il rientro in sé stessi alla ricerca di una comprensione che ci è negata, la riscoperta di quei valori originari per i quali vale la pena di vivere, permettono in maniera catartica a Eva di ritrovarsi, di sostituire quelle parti deteriorate del sistema vita e di riprendere il viaggio accanto ad una memoria rimodellata che serba gelosamente i tratti del passato, ma non ipoteca più, in maniera oppressiva e lacerante, il presente. Ogni cosa, ogni pensiero, ogni affetto è restituito a un’esistenza di pace, di serenità, dove la morte si stempera nella vita e la vita segue il suo corso, senza rimpianti e senza nostalgie>.

Non so come ringraziare il prof. Gianbattista Di Noi (San Pancrazio-Brindisi) per la impagabile e impareggiabile presentazione del mio romanzo e per la sua attenta e colta analisi dei personaggi, dei luoghi, delle tradizioni, dei pregiudizi, degli intrighi e delle fatalità. Ottima la lettura della protagonista, Eva, in tutte le sue sfaccettature, i suoi tormenti, la sua crescita interiore col trascorrere dei giorni, tra ricordi e ripensamenti, fino alla conquista di un nuovo equilibrio e di una inevitabile filosofia di vita nell’accettazione di sé e di ogni altro da sé.

In realtà, questa presentazione si sarebbe dovuta tenere in un giorno d’estate di parecchi anni fa, fortemente voluta e organizzata da un carissimo amico di San Pancrazio Salentino, Mimmo Scarpello, avvocato, scrittore, creator digitale, regista e sceneggiatore, per qualche tempo prestato anche alla politica con ottimi risultati. Ebbene, quella sera d’estate, dopo una perfetta organizzazione all’aperto, una specie di paradiso terrestre (se la memoria non mi inganna), un improvviso e imprevisto temporale ridusse il luogo ameno in un fiume che si fece lago, mare, oceano, tanto da ridurci a prendere una via di fuga con la promessa di rivederci. Promessa che il “destino” non ha mantenuto. Qualche mese fa, però, ci siamo ritrovati in “zona neutra” con Mimmo e Gianbattista. Quest’ultimo mi ha fatto dono, con mia immensa gioia e gratitudine, di quanto ieri e oggi sto scrivendo sul nostro blog, non per vanto personale, ma per rendere merito ad uno studioso di grande fama e ad una persona di grande generosità e umiltà. E Mimmo Scarpello con la sua ironia feroce e ridanciana non mi risparmierà, ne sono certa, gli strali affettuosi per ridere ancora insieme. Grata sempre a tutti voi. Angela/lina  

martedì 12 maggio 2026

Martedì 12 maggio 2026: "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo, romanzo recensito anni fa dal Prof. Gianbattista Di Noi... (prima parte)

<… Leggere un libro è sempre un’avventura culturale di pregevole valore, molto personale ed estremamente coinvolgente. Sotto molti aspetti è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro io, dove i segni e i simboli non hanno un volto ben definito e attendono un impulso appropriato per liberarsi e tradursi in conoscenza. E allora la conoscenza diventa memoria svelata e il pensiero, così strutturato e partecipato a colui o a coloro che ci sono accanto, diventa storia, la nostra storia.

Ci accorgeremo di travalicare il tempo, così come lo intendiamo comunemente, nella sua dimensione geometrica e spaziale, il tempo che misuriamo, per intenderci, con gli orologi e con i calendari, per approdare al tempo come durata, un tempo dove il passato continua a vivere e a omologarsi al presente, dove nulla è perduto e dove la memoria ridona vita a ciò che ci è sembrato spegnersi per mai più apparire.

Cominciamo col presentare l’autrice, la prof.ssa Angela De Leo: In terza pagina di copertina è scritto che “il suo peggior vizio è quello di non poter fare a meno della Poesia, suo irrinunciabile canale espressivo, che poi è spesso quello di decodificazione del mondo e della vita”. Io affermo che questa è la sua virtù migliore e aggiungo che è la poesia, nella sua veste più ampia, come lettura spirituale della vita, a salvare il mondo>.

Ho dovuto aggiornare il mio curriculum perché ormai superato dagli anni e dagli eventi, pur conservando quanto detto dal mio recensore:

<Laureata in Materie Letterarie, per oltre trent’anni si è dedicata alla formazione del docente di base e anche di dirigenti scolastici, Angela De Leo, come potrete vedere leggendo il libro, ha al suo attivo numerose opere in prosa e in poesia. A questa intensa attività di scrittrice, ha affiancato interessanti interventi di critica letteraria e numerose prefazioni e postfazioni a vari libri di autori italiani e stranieri, tra cui molti autori serbi. Ha partecipato a numerosi Meeting Internazionali degli Scrittori Serbi a Belgrado. Varie volte è stata ospite dell’Autunno Poetico di Smederevo (Serbia), dove ha vinto prestigiosi premi. Nel 2023 ha ricevuto dall’Università del Texas l’importantissimo Premio Gjenima per la sua Silloge poetica tradotta in inglese STEPS, con versione italiana PASSI (SECOP edizioni). E altri saggi di critica letteraria si sono aggiunti nel 2024-2025-2026.

2024: Premio nazionale per “Donna tutto l’anno” conferito a Roma ad Angela De Leo per la Letteratura dall’on. Massimo Visconti nella Sala Girolamo Mechelli del Consiglio Regionale del Lazio (Via della Pisana, 1301 - Roma).

Della sua opera hanno parlato numerosi critici su riviste letterarie e su quotidiani, oltre che in trasmissioni televisive e radiofoniche.

La via delle vedove rivela un lavoro intimistico e a tratti autobiografico, cui si aggiunge un senso profondo di appartenenza alla terra che fa da contenitore a quel mondo che racchiude gli eventi e le tappe della narrazione. Non potrà sfuggire, a chiunque si appresti alla lettura di questo libro, l’amore e l’omaggio reso al Salento, la nostra striscia di terra, allungata e stretta tra due mari, ricca di tradizioni, di cultura, di atmosfere da sogno, con i suoi canti, i suoi balli frenetici ed estenuanti, le sue storie, dove la donna è sempre presente con ruoli dolci e affettuosi o di sofferenza e sopportazione o di ossessione e tragedia. Nel libro, le donne hanno una presenza importante e decisiva perché, come si evince dal racconto e come, d’altronde possiamo considerare anche noi, osservando la nostra struttura sociale, così come si è venuta evolvendo nel tempo, la donna ha impresso nella storia e nella cultura di questa terra un sigillo misterioso che chiude il segreto stesso della vita.

Eva è la protagonista di questo grande racconto. Una donna splendida e indipendente che nel giorno del suo settantesimo compleanno, quando tutti pensano che dovrebbe restare in casa in attesa degli auguri che immancabilmente sarebbero giunti da più parti, si avventura da sola in un lungo viaggio senza avvertire nessuno. Era ovvio che nessuno poteva compiere quel viaggio insieme a lei. Molte strade, come sempre nella vita, vanno percorse da soli. Lei parte da un centro a nord di Bari e si reca in un paese del Salento, dove ha ereditato una casa (la casa di nonna Sabina) che dev’essere abbattuta perché al suo posto dovrà essere edificata una palazzina a più piani. Questo è l’incipit di tutto, quel che segue è un viaggio nella memoria, “alla ricerca del tempo perduto”, colme direbbe Proust, per ritrovarlo in quella forma temporale caratterizzata dalla durata, dove, come si diceva prima, tutto vive, anche se estinto, tutto riappare agli occhi di Eva, così com’era una volta e anche più nitido, perché lo scorrere degli anni e i volti dell’esistenza le hanno consentito di filtrare quei ricordi, colmandoli di una vita nuova e offrendo loro una comprensione prospettica che è guadagno rispetto al vissuto. E qui la pagina si arricchisce di luce, come l’alba che avvolge Leuca, Otranto, Gallipoli, Lecce e tutto il Salento, terra dalla bellezza inebriante, dagli idiomi sognanti di raffinate culture e di popoli antichi, dai simboli magici che coniugano le credenze più recondite della vita popolare, terra scintillante di sole e odorosa di mare, dove Dio nel crearla non ha lesinato nulla. Eva l’ama profondamente e la descrive con tratti di intenso lirismo, pur nel ricordo dei guai che gli uomini le hanno procurato nella storia. Dopo tanto viaggiare, giunge a destinazione e si reca nella via dove è ubicata la casa della nonna, via della Rivoluzione, che i paesani hanno ridefinito via delle vedove. La casa ormai è un cumulo di macerie, ma la desolazione non nasce da quelle macerie bensì dalla condizione delle altre case, dall’abbandono in cui versano, dall’assenza di vita. Il mondo che lei conosceva è passato e vive soltanto nella sua mente: ecco la casa di zia Nana (dove Nana sta per Loredana, orribilmente storpiato), ecco la casa di zia Vienna, ecco la casa della Vita e de lu Ucciu che è anche quella di Ada, l’amica malaticcia e sofferente che ha condiviso, in un tempo lontano, sogni e speranze di una vita migliore. Adesso “tutto è silenzio”.

Eva ritrova il passato nei tanti indizi che nota per strada e che con fare trasognato la riportano, senza però accenni nostalgici, indietro nel tempo, alla sua giovinezza, ai suoi vent’anni, in un pacato dolore che si stempera nella solitudine del presente, mentre avverte il peso di essere sopravvissuta. Non c’è il rimpianto di un mondo ormai perduto. È piuttosto la sensazione di qualcosa che continua a vivere in lei, in modo indefinito, difficilmente nominabile, alla qual cosa non si può rinunciare e dalla quale non ci si può staccare, perché continua a vivere in noi, è parte della nostra storia e di noi stessi e allora risale alla mente quel Sud dai costumi atavici, fermo nel tempo, dove ogni cosa era scandita dalla durezza del lavoro dei campi, da tragedie taciute e nascoste (racconti che fanno rabbrividire), dalle crude sorti della vita e dalla inesorabilità delle morti, accettate queste con una rassegnazione inspiegabile, specialmente quando a morire erano i bambini, gli eletti che alimentavano con la loro presenza le schiere angeliche. Le campane “a gloria” annunciavano il funerale di un bambino. Da noi era invece una campanella mesta che con i rintocchi misurati accompagnava l’incedere del funerale di un morticino in una piccola bara bianca.

L’abito nero, quasi una divisa, esprimeva ad un tempo la nuova condizione di chi lo indossava e la chiusura di un ciclo vitale, sigillato ormai per sempre nella sua irreversibilità. L’evento luttuoso non era limitato alla scomparsa di un caro, ma si perpetuava tanto nel tempo da mutarsi in un lutto perenne, un nuovo stato personale che bandiva ogni gioia, ogni apertura alla vita e si appagava in questa forma di espiazione di colpe mai commesse. E che dire del modo in cui si propagava la notizia di una tragedia? Nei nostri paesi spesso si sa tutto di tutti, ma non in maniera lineare e neppure con un unico e assoluto conoscitore di tutto. Ognuno, spesso, è conoscitore di una parte del tutto e quasi per un recondito protocollo d’intesa è obbligato in modo clanico a mettere in comune quello che sa, con ciò che sanno gli altri. Ogni cosa è sussurrata, quasi segua un rituale di propagazione, è proferita con tono di un labile mistero e col risalto di poche parole, che, proprio perché poche, diventano essenziali e alimentano i labirinti tortuosi del mistero e ne tessono le trame intricate. Le parole sono pronunciate con stacco enigmatico, scrutando sul volto dell’ascoltatore quanto c’è di comprensibile in quello che si è detto e, se lo smarrimento osservato è grande, allora si offre qualche altra parola gravida di sensi quasi impronunciabili, affinché ciò che si vuole comunicare assuma una sua tragicità che compendi insieme la gravità del fatto e la percezione che di essa ha l’ascoltatore, amplificando l’ancestrale modo di riferire le tragedie degli umili>.(a domani. Angela/lina) 

domenica 3 maggio 2026

Domenica 3 maggio 2026: "MAGGIO IL MESE CHE AMO" E ALTRE STORIE di ANGELA DE LEO...

Il tre maggio, come leggenda o tradizione vuole, i rospi si sposano con le rane e nelle campagne è un gran tripudio di suoni, di canti, di prati fioriti, ma per noi ragazze e ragazzi degli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso era una storia di sogni e di progetti d’amore, cominciato per me e le mie amiche e i miei amici in un cortile. Quel cortile avrebbe rinverdito di nuovi particolari anche i racconti di mio nonno, dei quali eravamo mai sazi. Avrebbe ascoltato assorto e silenzioso il rosario recitato nella penombra della sera. Avrebbe partecipato, di anno in anno, in un raccoglimento condiviso di palpiti di canti e di preghiere, a un maggio odoroso e già caldo ad avvolgere l’altarino con su la Madonna di bianco vestita, e noi tutti intorno, con le vicine di casa e altri ospiti occasionali, a vivere la magia di quell’atmosfera di particolare serenità e intensa condivisione. Salvo, poi, a prorompere in trattenute, ma consuete, risate ad ogni inizio di canto in un italiano sfilacciato tra invocazioni desuete e note rattoppate di un coro che ignorava la necessità di procedere all’unisono quasi fosse una sola voce.  E così un acuto s’impigliava tra i rami del gelso con le prime foglioline a rinverdirlo; un mezzo tono prendeva la strada dei rampicanti; e la voce più bassa, quasi un mormorio, si attardava sull’erbetta appena nata nella striscia di terra colma di fiori da poco spuntati. Era impossibile concludere in assorta preghiera. Ognuno tornava a casa con una risata liberatoria. Poi, a fine mese mariano si festeggiava con panieri di ciliegie e paste e rosolio preparati da nonna Angelina e tutti ci sentivamo più uniti, più buoni e contenti. Con nuovi e più armoniosi canti nel cuore.

Ma, oltre il cortile, c’erano i campi che spaziavano liberi in periferia. Ed era lì che ci riunivamo o a piedi o in bicicletta per il nostro “rito” propiziatorio per scoprire l’amore. In pratica, andavamo a raccogliere le spighe di grano e i papaveri disseminati qua e là. Le spighe ci servivano per farle volare sulle nostre magliette leggere, stringendo il gambo tra le mani e spingendo le spighe verso il nostro petto. Contavamo le spighe impigliate nel nostro maglioncino e ci davamo tante possibilità o, addirittura scelte, tante quanto il numero appena contato. Poi prendevamo un papavero per volta, lo chiudevamo con delicatezza e lo facevamo scoppiare sulla nostra fronte. Qui il papavero lasciava un segno rosso, da noi identificato con molta immaginazione e scarsa veridicità in una lettera dell’alfabeto, cioè l’iniziale del nome dei nostri ipotetici innamorati. E il sogno sembrava diventare realtà. Ma era solo una visione o, forse, previsione, senza una reale realizzazione. Ma tanto ci bastava: era divertente farlo e perderci in mille ipotesi di amori folli, baci e carezze, rimasti sempre o quasi sempre senza una verifica di fatto. Si tornava nel nostro “cortile del gelso e delle rose”, in via Generale Montemar, allegre e possibiliste. I nostri sogni erano salvi.

E, con i nostri sogni, i nostri anni adolescenti. E il nostro maggio, di anno in anno, ci vedeva fiorire come i mandorli, i ciliegi, i peschi in fiore. Ecco perché poi mi è capitato scrivere “maggio: il mese che amo”.

"Era de maggio, e te cadeono 'nzino

A schiocche a schiocche li ccerase rosse...

Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino

Addurava de rose a ciente passe.

Era de maggio - io, no, nun me ne scordo  -

'Na canzone contàvemo a ddoie voce:

Cchiù tiempe passa e cchiù me n'allicordo

Fresca era ll'aria e la canzone doce.

E diceva: "Core, core!

Core mio luntano vaie:

Tu me lasse e io conto l'ore

Chi sa quanno turnarraie!"

Rispunnev'io: "Turnarraggio

Quanno tornano li rose

Si stu sciore torna a maggio

Pure a maggio io stonco ccà".

E sò turnato, e mò, comm'a na vota,

Cantammo nzieme lu mutivo antico;

Passa lu tiempo e lu munno s'avota,

Ma ammore vero, no, nun vota vico.

De te, bellezza mia, m'annammuraie,

Sì..."

È un canto antico che racchiude un mondo di sentimenti profondo e sincero che più non ci appartiene... Pure, mi rappresenta. Nata a fine maggio, e con tutte le caratteristiche zodiacali dei Gemelli, segno dai forti contrasti interiori, amo la lievità dell'aria con i suoi cieli di tanti colori, la volta stellata, la luna, il sole, le nuvole leggere, e la solidità della terra con le sue radici, il verde, i fiori, le rose dei giardini, ma anche i papaveri dei campi... Soprattutto amo il mare con le sue tempeste imprevedibili e sotterranee e le languide onde che cullano sogni e sirene e un invito suadente a intraprendere il viaggio verso oceani di orizzonti inesplorati. Amo viaggiare, dimentica di ogni mio ieri, col suo fardello di piombo e di piume. E amo l'Amore, quello eterno che ti riporta a casa in un eterno ritorno del cuore al cuore. Maggio: mese dedicato a Maria e l’altarino con le candele accese, il rosario e la fede nel cortile con le voci sommesse dei nonni e i vicini di casa, uniti nella stessa preghiera, come già ricordato. Ma anche mese delle lotte di classe per rivendicare i diritti dei lavoratori e di quanti in passato non avevano avuto mai voce, in un mondo sempre più laico ma legato ai valori solidi della terra, un mondo ancora semplice ed essenziale nei suoi bisogni primari. Mese di bianco vestito per la purezza di veli trasparenti e il candore delle bimbe nel giorno della loro Prima Comunione e lo splendore degli abiti delle spose di maggio. Ma anche mese dai colori accesi, fiammate di passioni ardenti, vissute come "due dozzine di rose scarlatte" (De Benedetti) tra desiderio e avventura da non potersi raccontare se non avvolgendo di Mistero ogni possibile trasgressione. Maggio, dolcissimo e innamorato. Maggio deluso e rinato, mai scontato, col suo sorriso ragazzino e la creatività a dipingere i muri del cielo perché ci sia sempre un arcobaleno a farci dimenticare le nuvole e risolvere in danza e in canto la pioggia dei giorni grigi.

"Era di maggio", un canto che mi somiglia e mi definisce. Per la mia anima eternamente bambina e innamorata perdutamente di Poesia...

(Oggi non corro più incontro a maggio, ho gambe inerti su una carrozzella. Pure, ieri, i miei di casa mi hanno portata fuori a guardare il mare e ho incontrato la “luna dei fiori”, fiorita nel cielo, enorme bianca splendente, a illuminare i campi e i prati ai bordi della strada, pullulanti di margheritine bianche e gialle da sfogliare e papaveri rossi come labbra accese da baciare, e i fiori azzurri di lavanda e i nontiscordardimè a riempirmi occhi e cuore. Non più spighe di grano e campi a distesa appena fuori città. Il paese si è esteso a dismisura, cancellando in parte il nostro passato, che ritorna spesso nei pensieri e si uncina all’anima che non dimentica neppure il filo d’erba cresciuto tra il cemento. E io mi sono sentita di nuovo ragazzina incontro ai miei sogni di ieri e di oggi, all’amore dato e ricevuto, nell’arco dei miei tanti anni, e all’amore per la vita e per quanti amo oggi, riamata.

(Anche maggio mi ha riconosciuta e, complice, mi ha sorriso, pur sapendomi ormai, da oltre vent’anni lontana dal mio cortile, ma sempre abbarbicata ai rami del gelso e delle rose come in passato, che non è mai passato. Abita in me e io in lui).

Alla prossima. Angela/lina sempre grata. 

mercoledì 29 aprile 2026

Mercoledì 29 aprile 2026: SHALOM - PAX - SALAM: la CANTATA al Teatro PICCINNI a Bari (ultima puntata)...

Riprendendo quanto scritto la volta scorsa, anche “possibilità” è una parola in cammino in quanto indica una potenzialità, persino un’ipotesi, una eventualità, che è l’astrazione del più concreto "evento", il quale è di per sé sinonimo di qualcosa di fenomenale, una celebrazione. Infatti, nel Libro, le orme ad un tratto cambiano direzione, vanno dall’alto verso il basso e viceversa. Un cambiamento è in atto, ossia una svolta, una possibilità e, dunque, anche una speranza. E la Speranza è una virtù bambina: un cammino vibrante e convincente verso il futuro, coinvolgendo le nuove generazioni. Enzo Quarto, infatti, scrive: … Da Carran alla terra di Canaan/ s’annida la speranza in ogni passo/ ed orma dopo orma/ la carovana incontra fratelli/ altri/ e le donne s’apprestano al pane/ e i secchi calati nei pozzi/ traboccano acqua.

Ritornano le parole di “pane” e “acqua”: la prima serve per sfamare; la seconda per dissetare. Insieme compiono un nuovo prodigio che affratella ancora di più gli uni agli altri, a quelli appena incontrati. Certo, c’è ancora tanto cammino da fare e gli “imprevisti” possono essere ancora tanti, “ma è il volere di Dio”. E gli imprevisti segnano il percorso di bianche croci in contrasto con l’azzurro mare e le sue rive, dopo ogni naufragio. Leon Marino scrive: Fummo migranti sotto la luna/ in cerca di briciole di pane/ e di un abbraccio misericordioso/ dentro questo mare nostrum/ estraneo all’amore ma di/ grande devozione alla morte.

E, a questo proposito, ancora una volta mi sembra giusto riprendere quanto ho scritto in passato  sulle parole di Enzo Quarto in riferimento a un tempo, il nostro, completamente estraneo a quello dei nostri nonni, i quali si affannarono a cercare “briciole di pane” in un mondo che stava imparando in fretta a farne a meno per cercare “pepite d’oro” e, quindi, il potere del denaro, alla base di ogni altro potere, ogni altra nefandezza: <Si tratta, a questo punto, di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli ultimi sessanta/settant’anni, dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro nei campi, dell’attesa del raccolto, e del dovere, per inaugurare un mondo nuovo non decisamente migliore, di quello precedente come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali, sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con razionalità e creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante in tutti i settori e sui molteplici piani della nostra esperienza esistenziale: dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali, civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue nuove declinazioni (Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della indigenza, dilagante nei nostri Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano guerre atroci di cui non abbiamo neppure contezza e che segnano anche la “spirale perversa” dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e identica ferocia>.

E tutto questo, moltiplicato all’ennesima potenza, si è riproposto l’altra sera nella Cantata “per quattro Voci e Orchestra”, a cui abbiamo assistito, con grande commozione, ben consapevoli della inevitabile domanda: Cosa potrebbe salvarci ormai in questo "villaggio globale" (McLuhan), sperduto in un "Pianeta di naufraghi" (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO. O forse il SILENZIO, che è preludio e vuoto prima della parola o, meglio, il "momento aurorale dell'ascolto" (Massimo Baldini). Ma la "parola ascoltata" ci riporta al riconoscimento di noi, del nostro ESSERE, che si realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La nostra dimensione sociale, infatti, si nutre dell'incontro e del confronto con gli altri. Diventa, dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del PROGETTO stesso, che anni fa Enzo Quarto propose come possibilità di salvezza del genere umano:

“1 - L’uomo senza spiritualità nega sé stesso

  2 - L’ascolto è il fondamento della parola

  3 - L’essere è la radice del fare”

Ed è su questi tre punti cardine che avrebbe dovuto incentrarsi tutto il PROGETTO, che il nostro caro amico Enzo così definì e introdusse e che, secondo me, bisognerebbe riprendere e cercare di realizzare. Sarebbe un dono per tutti noi che ancora ci crediamo:

“FORMARE PER INFORMARE: LE VIE DI UN NUOVO UMANESIMO”

"Viviamo un tempo di grande cambiamento antropologico, con l’affermarsi della cultura digitale". Ed è una cultura, quella "digitale", distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la concreta conseguenza della cultura di pochi contro l'ignoranza di molti per via di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione in "tempo reale" e "senza il filtro" di una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al cambiamento. Oggi, del resto, è "tempo di transizione in cui le certezze si frantumano travolte da cambiamenti più veloci del 'respiro umano'", terreno fertile per il Male che sovrasta il Bene, negando verità e giustizia sociale. Tutto è merce di scambio, persino l'uomo e finanche i bambini (si pensi alla devastante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli affidi e ultimamente a pratiche aberranti, in cui di umano non resta più neppure una lacrima. La follia imperversa sovrana e ci sgomenta). Il dio-denaro è l'unico valore riconosciuto in questo tempo "capovolto". Si tratta di un tempo in cui non è più possibile riconoscersi, travolti come siamo dall'individualismo egocentrico ed egotico, dall'indifferenza e dal rifiuto dell'altro, visto sempre come nemico e mai come possibilità di crescita comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere... L’altro è fonte di paura, rifiuto, allontanamento.

Enzo Quarto nel Libro scrive ancora: Finché ho un nemico/non avrò pace/ non potrò godere la pace/ vivere la pace/ condividere la pace/ educare alla pace/ la mia stirpe e la mia discendenza/non saranno in pace.// La pace è scritta nella parola/ fratello/ e nella valle di Giosafat/ si ergerà forte la voce degli angeli:/ Chi sono i tuoi fratelli?/ Cosa hai fatto per loro?/ E con loro?

Cosa, dunque, non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di proporne uno nuovo. A mio parere, perciò, abbiamo smesso soprattutto di educare. Occorre con urgenza, allora, riproporre un nuovo modello educativo, attraverso il "dono di sé", come suggerisce e si auspica Enzo Quarto (“Cosa hai fatto con loro?/ E per loro?”), attraverso "l'incontro e il dialogo" e "nel rispetto reciproco" per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi, della comunità di appartenenza, dell'umanità tutta. E ogni incontro presuppone una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé: "Nelle varie tappe della Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto scritto e letto, al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto digitale, emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno". Sono perfettamente d'accordo con questa Premessa del nostro amico Enzo sulla necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E senza i due meravigliosi sentimenti dell'Attesa e della Speranza che hanno nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L'Attesa ci offre il tempo che   oggi manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il "sabato del villaggio" e il "dì di festa" di leopardiana memoria). La Speranza, invece, come già detto, ma è bene ribadirlo, non è statica, è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del fare, dell'operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di verità alla nostra esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque, l'idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla base della giustizia tra gli uomini. Progettare il futuro significa, allora, non ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci sia stato tramandato dai nostri "vecchi" e farlo rivivere, in questi nuovi scenari con nuove modalità e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla maieutica socratica del "tirare fuori" la vera natura dell'educando, ma focalizzi la necessità anche del "prendersi cura", nel tempo, della sua "personalità" perché diventi "persona", perché nulla si disperda dei suoi potenziali talenti. E, del resto, "edo" in latino fa riferimento anche al “cibo” e a “vivere”. E il prendersi cura sottintende proprio il preoccuparsi di dare da mangiare per permettere di vivere. E torniamo alla necessità del "pane quotidiano", cibo del corpo, della mente, dell'anima. Ecco, sarebbe questo il nuovo Umanesimo prima del Rinascimento. Il volano di tutto ciò sarebbe, allora, l'ascolto: "Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (...) per far rinascere il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia nell’uomo".

Progettare il futuro significa, in conclusione, far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o nell'uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima. Purché si tenda alla "centralità della persona"... "con un nuovo e imprescindibile patto generazionale, unica via per 'governare' il cambiamento antropologico in atto". E mirare alla realizzazione di un "mondo nuovo", in cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella "sapientia cordis" che li renda consapevoli e responsabili, protagonisti del proprio tempo con intelligenza e sentimento, valorizzando l'immenso dono della creatività che " ci fa rinascere infinite volte" (Erich Fromm).

E vorrei riproporre, per non dimenticare, quanto da me scritto qualche tempo fa sul nostro blog, facendo riferimento al Saggio di Don Antonio Lattanzio, pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITA’:           

<E tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio in funzione degli incontri che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in relazione a una maggiore comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza di perseguire, giorno dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio alla Pace. Alla base, come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data dalla “cultura”. A pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per Papa Giovanni Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di evangelizzazione della Chiesa (…)”. Di conseguenza, testimoniare la fede significa affermare l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita come il primo luogo di testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300 qualcosa di molto importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo concludere che la teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma sempre con la consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una comprensione fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede sulla persona e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la dimensione interiore ed essenziale di questo atto, che permette alla persona credente e al gruppo dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà e di prendere coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la persona e il gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si reinterpretano e rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità sociale”.

Tutto ciò viene avvalorato da quanto mi scrive il mio fraterno amico Giuseppe Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta in economia, parla di “debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla Pace, per via della “giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta come dono scaturente dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”.

Anche in questa bellissima affermazione la parola fondamentale è, per me, “dinamica”, che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di suggestioni settarie quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi della globalità è inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel retro-copertina del Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole fondamentale è tornare a parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione” in atto, e di quanto dovrebbe accadere “nei processi futuri”.

Ancore di salvezza, in questo mondo devastato da guerre, dolore e lutto? Forse…

In quanto la conoscenza è luce, chiarezza, “diafana e onnipotente certezza” (Leon Marino).

Enzo continua con una poesia “semplice” di San Francesco d’Assisi a testimoniare questa verità, voluta dall’Altissimo, e conclude con la sua splendida poesia che canta la meta finalmente alle porte: E solo allora tutt’intorno/ sbocceranno tulipani di rubino,/ margherite di smeraldo,/ magnolie di brillanti,/ su di un prato di zaffiri./ E lo zampillio dell’acqua sorgiva/ cadenzerà il canto di usignoli./ E arpe angeliche risveglieranno/ per sempre/ ogni buon dormiente.

SHALOM – PAX – SALAM…

E il Teatro è stato un tripudio di suoni, di voci, di cori, di pura emozione… Applausi a scena aperta per tutti. Come tutti meritavano. Dopo tanta preparazione, tanto impegno, tanta fatica. Peppino Piacente, Nicola Piacente e Raffaella Leone, lo staff della SECOP Edizioni e dell’Associazione Culturale FOS, compresi. In un momento di scroscianti applausi per tutti i protagonisti fermi in un inchino sul proscenio del Palcoscenico teatrale, meritevoli di tanti applausi per aver reso la serata indimenticabile e forse irripetibile…   

Grazie anche da parte mia a tutti voi che avete la bontà di leggermi. Angela/lina

 

  

domenica 26 aprile 2026

Domenica 26 aprile 2026: SHALOM - PAX - SALAM: la CANTATA al Teatro PICCINNI a Bari... (prima parte)

… Non c’è via per la pace,

      la pace è la via.

     (Mahatma Gandhi)

Due sere fa abbiamo assistito, incantati e commossi alla CANTATA SHALOM - PAX - SALAM di Enzo Quarto, Canto di Pace e di Amore universale, musicata dallo straordinario e geniale Maestro Compositore Giovanni Tamborrino e messa in scena dalla OFP (Orchestra Filarmonica Pugliese), diretta dal bravissimo Maestro Vincenzo Perrone. Sorpresa, emozione, commozione per la profondità del messaggio etico-religioso, politico-civile-sociale, veicolato dalle parole e dalle musiche, riguardanti soprattutto il nostro desiderio/bisogno di Pace, ma non solo… Il tutto è stato realizzato nel bellissimo Teatro Piccinni, tempio sacro della bellezza e del bel canto. Le musiche del notissimo compositore Tamborrino (Laterza-Taranto), tra i più originali innovatori della musica contemporanea, con radici nel futuro e solo qualche reminiscenza del passato, hanno creato un’atmosfera surreale molto suggestiva, intensa, unica, sfaldata su piani compositivi diversi, che hanno, via via, fatto riferimento al cammino sempre tempestoso e non privo di insidie del migranti, tra bombe di guerra, vari inciampi lungo la strada, e brevi momenti di tranquillità e di riposo, con squilli di trombe e suoni di tamburi, sdoppiati e ricomposti su piani diversi tra musiche, canti, strumenti insoliti, sillabazioni prese in prestito dalle parole di Enzo Quarto, presenti nel Libro della Cantata, pubblicato recentemente dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente e dall’Associazione FOS.

Immediatamente, le parole di Enzo Quarto mi hanno riportato alla memoria il ricordo, ancora vivo nel cuore, del suo Progetto intitolato “NON DI SOLO PANE” - PER UN NUOVO UMANESIMO NEL PENSIERO, NELL’ARTE, NELL’ECONOMIA, NELLE SCIENZE, NELLA VITA COMUNE. - . Progetto risalente ad alcuni anni fa, quando il nostro Enzo esplicitò la motivazione del progetto stesso, di cui tanto subii il fascino: <Titolo suggestivo che mi riporta immediatamente alla bellissima preghiera del “Padre Nostro”, consegnataci da Gesù per invocare la protezione di Suo Padre sull’intera umanità. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane, cibo primario per gli adulti, come ogni cosa buona che ci proviene dalla Madre Terra, ha bisogno di tempo: tempo della semina e tempo del raccolto. Le messi, biondeggianti al sole con i loro chicchi di grano, sono grani di un rosario che, per i credenti, si fanno preghiera di ringraziamento (…) perché il pane non debba mai mancare alla mensa del ricco come sul desco del povero. E qui il discorso diventa molto più ampio e profondo perché abbraccia tematiche legate al lavoro, all’economia, alle disuguaglianze sociali. E tutto diventa tempo di semina (il progetto, che nasce dal sogno e che non è utopia se si tende con determinazione, coraggio, perseveranza a realizzarlo) e tempo di raccolto (il mondo migliore, che si andrà a costruire per e con le nuove generazioni). Ma nel “Padre Nostro” non ci si riferisce tanto all’alimento del corpo quanto al nutrimento dell’anima>.

E qui, con un salto di alcuni anni, eccoci approdare alla Cantata per la Pace di venerdì scorso. Cantata, in cui i versi di Enzo Quarto, ora amari, ora teneri, ora nostalgici ma sempre ecumenici, si sono avventurati sul terreno contaminato dalla musica, a comprendere, per tutte le fedi monoteiste, la Comunione del corpo e dello spirito di tutti i popoli del nostro pianeta, afflitto da mille guerre, spesso ignorate; mille sofferenze, spesso soffocate nel silenzio; mille violenze esercitate dal potere del Male contro quello del Bene, molte volte non compreso per mancanza di fede nel Padre Nostro, che non è soltanto nei Cieli, ma anche in Terra e in ogni luogo in cui trovano dimora, rifugio e speranza “gli uomini di buona volontà”.

In considerazione di tutto questo, vorrei riportare alcune emozioni vissute, prendendo tra le mani il Libro (presentato in quattro lingue: italiano, inglese, arabo, ebraico) che mi ha affascinato già dalla copertina molto suggestiva con la scritta in oro antico che si illumina, a tratti, di nuovo splendore, tra due rive di orme in percorsi di andata e ritorno (straordinaria intuizione artistica di Nicola Piacente sulle opere grafiche del pittore Leon Marino, a cui si devono pure delle frasi molto intense e significative come quelle che ha scritto sotto la sua splendida opera grafica, intitolata “Cuore”: eppure abbiamo lo stesso cuore/ la stessa identica forma che fa/ tum, tum, tum/ cresciuto nella carne/ giocando con le pietre/ all’ombra dello stesso ulivo/ laddove nostra madre nel sangue/ ci generò fratelli, comuni a tutte le religioni.

Le stesse orme sono il segno del passaggio dell’uomo, viandante o pellegrino, verso… E “verso…” sottintende innanzitutto una impronta che indica un movimento che si compie in un percorso verso un qualcosa, una meta, un santuario, una vocazione, quasi si venga chiamati a lasciare una traccia, un modello o esempio da seguire. E ciò è di per sé affascinante perché si carica di promessa verso qualcosa di atteso, desiderato. E la dedica ce lo conferma: “a tutta l’umanità uccisa/ e martoriata dalle guerre”. In pratica, è la Pace la terra promessa per una umanità sofferente e “martoriata”.

Don Antonio Lattanzio nella sua Premessa afferma che la pace è “frutto dell’Amore, mai scontato e mai acquisito, sempre donato nella reciprocità di un mutuo riconoscimento, e accoglienza intrepida dell’Alterità che si fa prossimo lungo la strada (Lc 24,15). Dire: “Pace!” diventa, di conseguenza, sinonimo universale di: “Io ti amo! Tu sei prezioso per me!”, Amore riconoscente”. Che meraviglia”

Enzo Quarto, dal canto suo, sottolinea con convinzione e passione: … Dio e pace sono un binomio imprescindibile che si complica di fronte alle differenze culturali, che si sono formate e arricchite nei secoli a prescindere dalla fede in Dio. Anzi hanno adattato Dio alla quotidianità delle diversità tra i Popoli. Esasperandole. Rendendole conflittuali. Di qui le guerre senza fine. Spesso anche in nome di Dio, purtroppo. Ma, per fortuna, “laddove le parole non arrivano, arriva la musica” (Heinrich Heine) che, essendo un linguaggio universale, raggiunge tutti noi più di mille parole e ci affratella. Non a caso Enzo Quarto scrive: per il nostro tempo/ e per il tempo dopo di noi/ siamo migranti/alla ricerca di una meta promessa.// Migranti ignari,/ bisognosi, ma fiduciosi/ migranti che bussano/ alle porte dei fratelli/ migranti che incontrano sguardi/ increduli e dubbiosi,/ migranti feriti/ senza cibo né acqua,/ cercatori e sognatori./ Migranti uccisi.

Migrare ha diverse sfumature ma un unico significato: si va in gruppo per sostenersi nell’andare in cerca di un luogo migliore in cui stare bene, sia fisicamente, psicologicamente, materialmente, in una rete di solidarietà per farsi coraggio, per sostenersi, per comunicare, magari con il solo sguardo, se la lingua diversa che si incontra lungo la strada non ci soccorre. E lo sguardo diventa conforto, aiuto, reciprocità, comprensione, condivisione. Ma anche “sguardi increduli e dubbiosi” perché la meta potrebbe già essere segnata da un evento negativo. “Migranti uccisi”. Ma quelli che sopravvivono sono i “cercatori e sognatori”, quelli che non si arrendono e che qualche volta raggiungono la meta e salvano il mondo. Sono i “costruttori di pace”, sono i “costruttori di ponti” per giungere dove era impensabile arrivare. Perché se la pace è una utopia (“utopia”: termine coniato da Tommaso Moro), “non sempre è ciò che non si può realizzare”, qualche volta per “gli uomini di fede, di speranza e carità, in termini di amore”, potrebbe essere ciò che “non è stato ancora realizzato”, come sostiene il sociologo e filosofo tedesco, di origine ebraica, Karl Mannheim. E a me il suo pensiero piace molto perché fa una significativa e profonda distinzione tra utopia e ideologia. Quest’ultima “si ferma al tempo presente con teorie mistificatorie che sottintendono un arrendersi in una ‘cerchia di sostenitori’ senza prospettive future”; l’utopia, invece, “è capace di prospettare per tutti possibili mondi migliori”.

E per oggi mi fermo qui, ma continuerò a parlare della Cantata al Piccinni di due sere fa, e del Libro, come mi sembra giusto per comprendere l’importanza fondamentale della splendida serata, vissuta insieme venerdì scorso. Grazie. Angela/lina 

giovedì 23 aprile 2026

Giovedì 23 aprile 2026: Giornata Mondiale del Libro – “L’ALBERO FRANTUMATO” di GERMAN ROJAS…



Lo scrittore latino-americano del Guatemala Miguel Angel Asturias ha scritto: “Noi uomini abbiamo un occhio di carne e un occhio di vetro. Il primo per guardare e il secondo per sognare”. Mi piace immensamente l’occhio di vetro per continuare a guardare il mondo che ci circonda, e il secondo occhio per sognare, soprattutto con il Libro L’ALBERO FRAMMENTATO del grande Poeta e Scrittore cileno Germàn Rojas. Fresco di stampa (è stato pubblicato in Italia, in versione bilingue, italiano e spagnolo, dall’Editore Peppino Piacente della SECOP edizioni) è un Libro denso di emozioni perché racchiude in tutte le sue pagine la storia dell’“incontro dell’autore con sé stesso, nella misura in cui il ritorno tanto vagheggiato in una patria libera e accogliente è attualmente una realtà consolidata e appagante. Il nuovo Poema, infatti, rappresenta il suo redo e la sua forza, come uomo e come poeta, in una fusione totale delle due identità. Il suo riconoscersi poeta d’amore e uomo di pace. La sua morte e la sua resurrezione infinite volte: ogni volta che l’artiglio della distanza e della nostalgia gli ha squarciato il cuore e ogni volta che un volto amico, una voce cara perduta e ritrovata, una mano tesa lo hanno aiutato a rinascere. Di qui la giusta definizione del titolo del nuovo Poema: L’ALBERO FRAMMENTATO (Retro-copertina con la firma di Angela De Leo).

E, a questo proposito, ecco alcuni miei versi che dedico subito a Germàn, mio prezioso amico di una vita: “All’alba un sogno tra visione e realtà/ a colmarmi di bianco e incredulità/ nella brina luminosa del mattino/ e silenzio protetto/ dallo scialle antico della casa. Mi abbraccia il tuo sorriso colmo di Luce/ che si fa incontro, calore, tenerezza./ Tremo di gratitudine e di sorpresa/ alla tua carezza che sa di cieli lontani,/ eppure vicini/ come i nostri occhi complici d’amore e di amicizia,/ mai dimenticata.// (domani andrai via/ e io accenderò per te/ lampade votive/ di Coraggio e di Speranza/ per Ri-Nascere insieme/ in un mondo di Pace).

Un tempo lontano nel tempo sono andata più volte sulla “nave dei Libri” a Barcellona per vivere lungo la Rambla il dono di un Libro in cambio di una Rosa, con letture di poesie nostre e degli altri poeti e ci vestivamo di gioia per ogni incontro e di allegria per la leggenda leggendaria di San Giorgio e il Drago; oggi in dono, virtualmente, porto questo Libro non più a Barcellona, ma nel mio cuore, “dove nessuna croce manca” (Ungaretti), perché ogni dolore condiviso e germe di solidarietà e di incontri con gli altri che sono pur sempre nostri fratelli sotto un unico cielo che ci vede nascere e morire. Del resto Germàn, Germano, significa, nella nostra lingua di derivazione latina, “Fratello”. Nato dagli stessi genitori o  doppiamente amico. E tu, già nella prima pagina dedichi il tuo Poema ai tuoi “moschettieri più cari, Marisol e i tuoi figli, Sebastiàn e Maria Jose” e subito dopo ai tuoi tantissimi amici: “cileni, francesi, norvegesi e italiani, che hanno reso più lievi i miei anni di esilio”. E ogni dedica significa una presenza, un ricordo grato. Ecco, questo Libro è segno tangibile di Amicizia e di Gratitudine, che va ben oltre la Riconoscenza. Quest’ultima si ferma all’elenco dei doni ricevuti dagli altri da ricambiare prima o poi; la prima significa, invece, penetrare nel profondo della propria anima per scoprire l’anima dell’altro/a e rimanergli fedele per sempre. Primo compagno a cui tu rimani fedele per gratitudine è il Poeta Neruda, che hai avuto la fortuna di conoscere personalmente, frequentando la sua casa come discepolo e come amico. Ma c’è di più: i libri di Pablo Neruda ti hanno fatto compagnia durante gli anni del tuo esilio nei tanti Paesi europei, in cui hai soggiornato tuo malgrado, ma sentendo, per nostra fortuna, l’Italia come tua seconda Patria (vedi p. 13). Nella tua Silloge poetica, inoltre, incontriamo la Solidarietà, la Tenerezza, il rammarico per i tuoi figli, costretti a vivere i disagi dei loro genitori in esilio forzato. Il tuo enorme dolore per la loro sofferenza materiale e psicologica. Ma hai consapevolezza che ci sono dolori più grandi, da cui è quasi impossibile ri-nascere: quello dei genitori, e soprattutto delle madri, costretti a seppellire i propri figli, mentre dovrebbe sempre accadere il contrario.
Intanto, vorrei precisare la forte portata emotiva della tua poesia "La finestra prigioniera", che vediamo in copertina. Sei tu prigioniero dietro le sbarre di quella tua finestra, dove ogni giorno veniva a posarsi un passerotto andino, dagli occhi umani per farti compagnia, chiacchierando con te, con comprensione e dolcezza, della libertà a te negata e da te tanto agognata. Altra grande emozione ci regali con le tue "campane", mai ascoltate prima, quando la vita ti sorrideva ed eri distratto da tante altre passioni del cuore e della mente, mentre appena libero hai imparato ad ascoltarle di buon mattino quando ti risvegliano al sole e alla vita. ma potrei continuare all'infinito...  
Ti confesso, allora, che in questa settimana trascorsa con noi, abbiamo ogni giorno presentato il tuo Libro, dove è stato possibile farlo, ed è stato un tour de force di straordinaria bellezza perché fatto col cuore e corrisposto col cuore dai tanti amici venuti per incontrarti, per ascoltarti, per applaudirti. Noi ce la stiamo mettendo tutta per far conoscere il tuo Libro anche ai lettori di questi nostri paesi attraversati. E i lettori si innamoreranno di questa tua nuova Silloge poetica, come è capitato a noi: a Raffaella Leone che ha coordinato gli incontri; a Luisa Varesano, che ne ha curato la traduzione in lingua italiana dallo spagnolo; a me, che ne ho curato le Tracce conclusive; a Luigi Basile, che ha dipinto, seguendo il Testo, un quadro meraviglioso, che il nostro Graphic Designer editoriale, Nicola Piacente, ha riportato come suggestiva copertina.
E mi piace chiudere con alcuni stralci delle mie parole conclusive: “… la poesia di Germàn Rojas è da sempre stata, e oggi più che mai, un’emozione. Volo di lacrime e tenerezza. Esplosione d’amore e fede certa nei suoi cari, da Marisol ai suoi figli. Guscio immenso a contenere la forza fragile di un uomo, il suo coraggio di poeta che canta il nero del carcere e dell’esilio e il verde e il giallo solare delle terre andine del suo amatissimo Cile. Orizzonte di terra promessa. Sogno dimenticato e ritrovato. Realtà attesa. (…). E, anche qui, scopriamo una sezione (L’incanto della tua Teoria - Per il poeta italiano Nico Mori, come schiuma di mare, una sera d’estate a Roma -) in cui i versi sono dedicati da Germàn Rojas a Nico, volato tra le stelle oltre quattro anni fa e a cui ricorda, con immutato affetto, in maniera nitida e precisa, tutta la sua storia eroica, dal mezzogiorno dell’11 settembre del 1973, giorno del golpe di Pinochet contro Salvador Allende, legittimo presidente socialista del Cile, alla sua deportazione nel centro di tortura di Antofagasta, dove subì ogni sorta di disumana violenza, da cui venne fuori solo per essere mandato in esilio. Si rifugiò dapprima in Norvegia, poi in Francia e infine in Italia, a Roma, ‘ trovando lavoro presso la FAO’, con accanto la ‘splendida Marisol e i loro due bambini’. In un anno di torture e di esilio Germàn scrisse i versi di Maria-Maria, che prenderanno il volto di una silloge d’amore che ancora oggi commuove e incanta. Il resto è storia: Bari, il ‘Premio Bodini’, il nostro incontro. Il suo agognato ritorno in Cile. (…). Di Germàn Rojas, della sua poesia, del suo canto e del suo incanto, rimarrà tutto questo e molto altro ancora: ‘Venite con me/ io vi darò tutto/ vi darò tutto quello che ho:/ solo un pezzo del mio cieli,/ che attraversa da Nord a Sud/ il mio Cile e i miei sogni’”.

Grazie, Germàn, per tutto questo. E… arrivederci ancora.

E grata sempre a tutti voi… Angela/lina

mercoledì 22 aprile 2026

Lunedì 20 aprile 2026: Lettera a VALERIA ROSSINI sul nostro INCONTRO nella LIBRERIA S. PAOLO di via Nicolai...

Carissima Valeria, il nostro incontro di venerdì 17 sera, presso l'elegante Libreria San Paolo di via Nicolai, è stato meraviglioso e commovente perché a lungo atteso e per l'emozione che brillava nei nostri occhi, e in quelli del carissimo Prof. Pinuccio Elia, tuo mentore per tanti anni, dai tempi della tesi di Laurea e per tutto il dottorato di ricerca fino ai nostri giorni, passandoti, un po' di giorni fa, il testimone come Professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale. Il che significa una sorta di "continuità" di un lavoro già svolto e ben riuscito...
La serata è stata, a mio parere, intensa, coinvolgente e profondamente condivisa dal numeroso pubblico, che ha scelto coraggiosamente di essere presente nonostante il difficile tema della morte e del morire. Molto chiara, attenta, appassionata, vibrante la tua Introduzione. Molto interessante, puntuale, coinvolgente l'analisi del tuo Saggio da parte del Prof. Elia. Dal canto mio, ho fatto perlopiù citazioni letterarie, non lontane però dalla Pedagogia, sul vivere e morire: i due punti estremi del nostro nascere al mondo e dal mondo sparire. Ho ritenuto opportuno fare alcune puntualizzazioni sui versi scelti con cura perché ogni parola avesse anche una importanza estetica in un discorso pedagogico, evidenziando altre sfaccettature e inquadrature della nostra frammentata realtà personale, etica e sociale. Noi siamo noi e diversi da noi di giorno in giorno, di attimo in attimo. Come ci insegna Walt Whitman quando afferma che siamo abitati da "moltitudini". Ho saltando tutto quello che avevo programmato di dire, partendo dal sonetto di Shakespeare che suona così:"... Finché uomini respireranno/ e occhi vedranno/ 
queste parole vivranno/e a te daranno vita"(NOMADLAND: Sonetto 18), che a mio parere rappresenta l'importanza assoluta della scrittura poetica da sempre e per sempre, per fare spazio ad alcuni versi di Mina Matichecchia, provata da un dolore devastante solo pochi anni fa, e che è venuta con il marito per fare testimonianza del potere salvifico appunto della parola poetica. E mi sembra giusto riportare la poesia che Mina scrisse subito dopo la morte di sua figlia giovanissima, intitolata "Assenza di te" e poi alcuni versi di una poesia, scritta qualche giorno fa, intitolata "Se" per notare la sostanziale differenza tra il prima e il dopo. ed ecco "Assenza di te": Senza te,/ sono mare in burrasca./ Giro, mi rigiro/ come s'agita l'onda./ Fra gli scogli, dalla risacca/ percossi, tuona la mia angoscia/ e fluisce come  la corrente./ Un vento dal canto roco/ soffia tremulo/ e acuisce lo sgomento./ L'animo tuo vivace/ dava colore ai giorni,/ che ora appaiono scialbi./ Nel petto s'infigge il dolore/ mentre accarezzo il ricordo./ La mente vola in una bolla/ che sale, sale lassù/ a volerti raggiungere,/ prima di dissolversi./ Il mio spirito scende,/ indossa pochi stracci./ Corre a riva,/ per affogare la pena/ nella spuma impazzita./ Ad ogni levata del sole/ rivedo il tuo bel volto,/ risento il tuo bel canto/ e il mio respiro.../ invano cerca il tuo.
Ogni commento è superfluo. Ed ecco "Se": Se io potessi/ muterei il rumore/ dei tonfi nel mare/ con note musicali./ (...)./ Se fossi conchiglia,/ presterei l'orecchio/ al respiro faticoso/ dell'umida terra/ di sangue
macchiata./ Metterei fine/ al grido assordante/ del dolore fra i popoli,/ (...)./ Cederei le lacrime/ all'onda che batte/ e canterei la Vita.
Si tratta della sua ri-nascita, grazie alla scrittura, soprattutto poetica, che sempre è àncora di salvezza.
Non a caso, il Saggio "Morire" di Valeria Rossini mi ha portata immediatamente a pensare alle "rovine" del grande pittore tedesco Anselm Kiefer, il quale scrive: "Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio". Questa affermazione mi piace molto. Comunica un principio di eternità nella morte. Il perpetuo rigenerarsi della vita dopo ogni distruzione. soprattutto oggi, dati i tempi cupi che stiamo vivendo ad ogni latitudine e longitudine del nostro pianeta. Infonde un certo ottimismo, che si traduce in Speranza. E la Speranza è una virtù bambina: un cammino vibrante e convincente verso il futuro, coinvolgendo le nuove generazioni. Le macerie, del resto, sono declinate al plurale, come le rovine che, al singolare, hanno un altro senso, un significato negativo che rifiuto. sarebbe la morte dell'anima.
Poi, ecco alcune frasi poetiche del mio grande amico Giovanni Gastel dell'alta nobiltà milanese, nonché nipote dell'immenso regista Luchino Visconti. Giovanni è stato grandissimo fotografo a livello mondiale e grande poeta, che  ci ha lasciato cinque anni fa a causa del Covid 19, ma è ancora vivo nel mio cuore e nel cuore dei tantissimi suoi ammiratori. Il timore della morte lo ha accompagnato sempre più negli anni, fino al punto di fargli scrivere: "... morire è il rumore del tempo/ nell'anima che vola via,/ dei ricordi/ i più semplici e profondi (...)./ Sono quasi le invisibili cose/ a farci compagnia/ e persino un antico stupore/ estatico/ solenne (...).// Resta con noi Amore/ unico balsamo/ che possa dare un senso/ al nostro vivere e morire".
 Dare un senso alla vita come atto d'amore per la vita stessa e per gli altri, quando si è a un passo dalla morte, conservando lo stupore per quanto si è vissuto, è la forma più alta e più generosa, a mio parere, di celebrare la propria morte e quella dei propri cari. Ma può anche capitare che dopo un lutto si possa "provare un senso di colpa quando, anche solo per un attimo, all'improvviso sperimentiamo un momento di serenità o perfino di felicità", come scrive un'altra carissima mia amica, Psicologa e Psicoterapeuta, Stefania Deangelis. "E' come se quella piccola luce che si accende dentro di noi fosse 'fuori luogo', come se stare bene significasse tradire o mancare di rispetto a chi non c'è più. Il pensiero, silenzioso ma duro, che si affaccia spesso nella mente possa essere sintetizzato così 'Se sto bene così, forse sto dimenticando... Forse non ho amato abbastanza'. Come se la sofferenza fosse l'unico modo legittimo per dimostrare quanto abbiamo amato. (...) Come se lasciar spazio alla vita volesse dire sminuire il legame che ci univa a chi abbiamo perso. Ma non è così... il dolore non è l'unica espressione dell'amore. Anche la gioia, anche un attimo di pace o un sorriso che riaffiora, anche la voglia di tornare a vivere sono espressioni dell'amore che continua. (...). In terapia, si accoglie questo conflitto con molta delicatezza. Perché non si tratta di 'eliminare' il senso di colpa, ma di comprenderlo, ascoltarlo, e pian piano trasformarlo. (...). E ritrovare momenti di luce, anche in mezzo al buio, non è un segno di poco amore, è un segno che, nonostante tutto, la vita trova ancora spazio dentro di noi",
Intanto, devo confessarti, mia carissima Valeria, che l'altra sera sono stata sommersa dall'emozione e dalla commozione, perché ho potuto riabbracciare te dopo tanto; il carissimo prof. Pinuccio Elia dopo decenni; ho rivisto tuo padre e i tuoi fratelli dopo tantissimi anni, ne ho perso il conto; ho scoperto tra il numerosissimo pubblico, venuto ad applauditi, il mio grande amico di cuore e di penna, Giuseppe Sblano, che ha lasciato tutti i suoi impegni per venire ad ascoltarmi; ho incontrato lo sguardo orgoglioso dei tuoi figli...
Capisci bene che non sono riuscita a contenere, umanamente, tante emozioni ed ero tremante come una ragazzina al primo... sbaglio, ma è con orgoglio e affetto materno che ti dedico alcune considerazioni su questa tua ultima opera pedagogica e letteraria insieme, scritta con tutto il coraggio possibile, con la tua solita determinazione a essere tenera e professionale contemporaneamente. È questo il tuo inno alla vita.
Oggi, mi vengono in mente alcune frasi sulla morte come inno alla vita, scritte nella "Lettera di Addio" che il grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez scrisse pochi mesi prima di morire, devastato da un cancro senza più Speranza. Ed era, pensa, proprio il 17 aprile di dodici anni fa:
"Se Dio (...) mi concedesse un po' di vita (...). Dormirei meno, sognerei di più, sapendo che ogni minuto con gli occhi chiusi è una perdita di sessanta secondi di luce (...). Mio Dio, se avessi un po' più di tempo (...). Dipingerei tra le stelle, come Van Gogh (...). Laverei le rose con le mie lacrime, per assaporare il dolore delle loro spine e il bacio scarlatto dei loro petali. Mio Dio, se avessi un po' più di vita... Non lascerei passare un giorno senza dire ai miei cari che li amo. (...). Darei le ali a un bambino e gli insegnerei io stesso a volare (...)". Meraviglioso Poeta fino alla fine, ma mi sembra giusto anche ricordare alcune frasi sulla vita e sul morire della grandissima Oriana Fallaci, tratte dal suo romanzo "Niente e così sia". Oriana è più dura, più concreta, più forte, forse meno amata, pur avendo amato e odiato tantissimo: "È proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversare bene la vita, riempirla senza sprecare un passo, senza addormentarci un secondo, senza temere di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né angeli né bestie, ma uomini...". Ma potrei citare anche Franco Battiato e il suo concetto della vita e della morte, intriso di spiritualità e visionarietà, o il teologo Vito Mancuso con le sue ampie disquisizioni filosofiche. E tanti altri ancora. Ogni loro parola, forte o rasserenante, realistica o incoraggiante, dà valore a quanto tu hai scritto trattando il difficilissimo argomento del morire non solo dal punto di vista pedagogico e letterario, ma anche psicologico, filosofico, etico-sociale. Con una attenzione particolare al mondo dei bambini (ottavo capitolo) e al loro approccio alla morte sia in termini di perdita del necessario sostegno affettivo e psicofisico dei genitori, della madre in primis, sia come concetto di morte che riguarda proprio la loro breve esistenza. Ogni Capitolo, del resto, è un continuum pedagogico, nel senso di "educare a morire" bene, con "consapevolezza", promossa come "formazione" già dai primi anni di vita per raggiungere coraggio, serenità e dignità, nel corso degli anni, fino all' approssimarsi della fine. Sono tutte "piste" che, in oltre duecento pagine, consentono di trasformare "la paura della morte", così bene illustrata nel suo intervento dalla tua amica prof.ssa Donatella Loiacono, psicoloterapeuta dell'età evolutiva, in un sentimento di "accettazione", che sottintende "l'arte di vivere" più che del morire. E l'arte di vivere presuppone la necessità della scelta di vivere nel presente come se fosse il primo giorno o l'ultimo, utilizzando ogni attimo per ESSERCI (vedi Heidegger) e cantare l'Amore in tutti i suoi molteplici volti, in cui si rispecchia soprattutto il volto della nostra anima che non conosce limiti o confini...
E vorrei puntualizzare anche che lo stile della tua scrittura è ritmo interiore, canto, volo alto. Nostalgia. Poesia.
Per un attimo, mi sono ritornate alla mente le tue compagne alle prese col tuo identico dolore: Cassandra, Paola... Ma, tra cuore e anima, sei stata tu che mi venisti incontro, ragazzina ferita e straziata, a portarmi in dono un fascio di tenere poesie quasi a voler cercare un rifugio, una continuità, una appiglio per continuare a Vivere, ad Amare, a Sperare...
E ritengo questa una peculiarità, non trascurabile, di tutti i tuoi Saggi scritti sino ad oggi: spesso la tua scrittura assume forma di Poesia, in quel ritmo interiore avvertito già da ragazzina, tra canto dolente, incanto per la vita, nonostante tutto, e tenerezza che i ricordi attualizzano.
Negli ultimi due capitoli di quest'ultimo tuo lavoro, però, è la docente di Pedagogia che incontra sé stessa attraverso la tematica del morire, e rivela tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio cercando pedagogicamente, cioè attraverso "l'educare a morire bene", di concludere la sua lunga disamina, confortata dai tantissimi studiosi citati, ribadendo che occorre scegliere di vivere con "consapevolezza" la inevitabilità della morte e con il desiderio di non sentirsi sconfitti dalla vita, ma di celebrarla con amore e per l'amore di quanti lasceremo con un sorriso, che è rivincita e abbraccio ai nostri cari, per lasciare tra le loro metaforiche e metafisiche braccia che le cose accadano come è giusto che debbano accadere... abbracciando il mistero del nostro venire al mondo e del nostro sparire dal mondo come un dono immenso da onorare fino all'ultimo giorno di vita, e non come condanna che ci angustia fino dalla prima consapevolezza della nostra esperienza esistenziale per l'inevitabile caducità della nostra stessa esistenza.
Poi, un dono inaspettato e meraviglioso da te conservato con amore per me: una mia lettera del lontano 1992. Lacrime e ancora un enorme abbraccio a contenere il nostro rapporto, immutato nel tempo, nel cerchio magico delle nostre braccia. Peccato per il tempo tiranno. Sono dovuta andare via per altri incontri... lasciandoti con un ultimo dono per me tra le mani.
Ma "Resistere per Esistere" è anche il mio motto di ultra ottantenne! Sia pure per un istante... 
                                      "Immortale è chi accetta l'istante (Cesare Pavese)
Con tutto il mio affetto (leggi amore). A prestissimo, quantomeno per la splendida rosa che avresti voluto regalarmi l'altra sera, e perché sul mio blog, fra qualche giorno, ci saremo ancora tutti quanti insieme con le "nostre" parole e le "nostre" autentiche emozioni, dopo aver vissuto insieme la "nostra" splendida serata. Angelina tua.

E sempre grata a chi mi segue sempre con tanta pazienza e tanto amore... Angela/lina