venerdì 29 maggio 2026

Venerdì 29 maggio 2026: Tempus fugit: le quattro stagioni + una (c'è sempre una quinta stagione) ...

… il cielo

infinito,

    ciò nondimeno

    del tutto presente

    nella fugace pozzanghera

         (Yves Bonnefoy)

Ieri ho contato le mie 84 primavere e mi sembra giusto fare una rapida sintesi di quanto pubblicato in passato perché io per prima e i miei cari di casa sparsi in zona di Bari e Roma possano ricordare, tra passato e presente e uno sguardo al futuro, che non sarà mai mio, ma che vivrò nei loro occhi e con il loro cuore…

<Stamattina mi sono alzata con le canzoni che mamma cantava nei giorni della mia infanzia e adolescenza a cui ho aggiunto, canticchiandole, quelle della mia prima giovinezza e, via via, mi sono avvicinata ai nostri giorni. Lo so non c’è tanto da cantare e da stare allegri con i tempi che corrono, ma sarà che siamo in piena estate, sarà che c’è un richiamo di mare sospeso tra terra e cielo, sarà che io d’estate sto meglio e rinasco, ma va così. Seduta alla mia scrivania, io CANTO e provo piacere a farlo, nonostante l’avanzare inesorabile degli anni. E, improvvisamente, mi colmo di ricordi e nostalgie, pensando al tempo che fugge più veloce del vento e alle stagioni della vita che, per me, sono state sempre cinque e mai quattro, per darmi una possibilità di canto in più, per beffare anche la morte che avanza con piede lesto, che a me sembra di danza come le ore di Amilcare Ponchielli nella sua “Gioconda”. E, chissà perché, mi mettono allegria persino questo nome e cognome, insoliti, saltellanti, divertenti. È bello alzarsi di buonumore. Mette allegria e la voglia di scrivere poesie, magari ricopiandole da vecchie mie sillogi che nessuno legge più. E parto dalla mia nascita per ricordare la stagione dell’infanzia, dei suoi terrori e dei suoi prodigi: … Mi spaurano rabbia e indifferenza/ la volontà di uccidere ad ogni alba/ - bagliori di coltelli affilati nel buio/ di livide notti insonni ed assassine -/ Mi trafigge il vuoto d’inutili parole/ aggrappate a silenzi che non so capire/ dove mai s’incontrano navi da crociera/ solo rapaci galeoni di feroci pirati/ al canto di certezze addormentate// Io nacqui alle otto di una sera/ che sfogliava petali di rose/ per farne farfalle profumate/ in un campo di ciliegi e melograni/ - tra papaveri da scoppiare tra le dita/ scrivevo i miei ti amo ad un amore/ volto di sole e un buco dentro il cuore -/ Io nacqui con negli occhi gli aquiloni/ a conquistare un cielo di turchesi/ barchette di carta al gioco dei bambini/ in un altrove che mi strania e mi cattura/ Ma ho versato lacrime di sale/ per ogni veliero sparito in fondo al mare/ Però nacqui e non m’importa dove come/ se non so vivere come gli altri sanno/ se non dormo sull’altrui dolore/ se dentro mi vola un gabbiano/ sotterraneo sogno di giorni delusi/ tra ragnatele di anni sempre uguali/ e scuse banali per non sapere amare/ Io nacqui sotto feroci bombe nel cielo/ ma contai sempre i passi delle stelle/ ad ogni rombo che mi franava il cuore/ Però nacqui e più non m’importa/ se una ferita lunga è questo amore/ da ricucire con cento fili di seta/ su corazze di ferro arrugginito/ (... e fingersi un sogno in differita/ per non rimpiangere/ di non essere mai nata...)

2. A chi appartengo?/ Da quale pianeta di foglie bambine/ stupite d’alberi e di millenaria sete/ da quale mistero di navi senza pennoni/ di treni senza rotaie di vele senza vento/ da quale deserto privo di sabbia e sole/ di pozza d’acqua d’oasi di sale/ o canto di mare brivido d’onde/ dune di parole/ Da quale nebulosa sperduta e lontana/ diafana negl’infiniti Universi precipitai/ senza alcuna stella a cui uncinare le ali?// Eppure mi seppi figlia di mia madre/ e foglia tenera di un albero forte/ con braccia generose quanto inermi/      suo padre     / Lui prodigio di lucciole nella notte/ a illuminare ogni sentiero nascosto/ nel cupo bosco dove fiorì l’inganno/ per chi sperduto in intricati sentieri/ desiderava solo una storia incantata/ ancora da sognare per “ridere la vita”/ Io occhi immensi ad ascoltare…/ Panieri di fiabe da mangiare…

3.  mani di rose volto senza spine/ e una risata allegra e ciarliera/ a raccontarmi ti amo e poi ti amo/con labbra di fumo e fuoco di parole/ sui miei quattordicianni appena./        1956      / Anno di fiaba bianca/ colorata di sogno e ballerina/ tenerezza di canzoni perdute/ e una luna di lana/ per pensieri da riscaldare/ con mani di gelo/ e un gioco da inventare/ per fingersi un amore/ svanito coi primi raggi di sole…// (io che guardo il cielo anche di notte/ e immense galassie di cieli mordo/ e rido di quell’amore ragazzino/   che ingordo colmò il tempo di noi…    /io che conto le stelle e penso e scrivo/ e chiacchiero con loro/ e con i ricordi uncinati al cuore)

4.  Dispero in tempo di buio terrore/ che una rosa/ di rosse carezze/ accenda i miei occhi/ di spine e favola dimenticata/ Bagnati di pioggia improvvisa/ i miei occhi persero il sogno…/ Rimpiangono cieli di giovinezza/ di debuttanti al primo ballo/ Gli anni scivolano su steli riarsi/   Scivolano   / E non c’è più un oceano di baci/ in cui affondare/ Ma poi d’improvviso/ si frantuma in zolle/ di quasi primavera/ un capriccio di marzo/ E su rami desolati/ ha fatto nido un germoglio/ di mandorlo esiliato/ dimentico del sogno rosa/ che riesplode nei campi/ al primo richiamo di rondini/ Rosa di candido pudore/ i miei ritrovati tredici anni/ Festa di seni/ non ancora di donna allora/ che i tuoi occhi annegavano nei miei/ nella casa dei gatti di parole di foglie…

5.  Pensieri d’estate al pallore/ di una rosa verginale nell’alba/ che muore / Silenzio d’inizio e fine/  il frastuono spento sul ricordo / di “un volto di sole stemperato/ in nenie di mare” / Gambero alla deriva il ricordo/ nostalgia d’altri giorni d’altre intese/ Nostalgia d’altre strade/ con glicini ai cancelli/ e un canto di quasi giovinezza/ ubriaca di vino al sapore di noi/ tra labbra accese e mani di carezze/ mai più date mai più ricevute/ Tra labbra serrate il segreto/ di un rimpianto da non dire/ per non farsi più male/ e ritornare a sognare…

6.  Se guardi il mare e incontri i miei occhi/ persi tra onde di piena giovinezza/ ascolta un canto stordito di fiori e di risacca/ con suono di voce mai perduta./ Segui il gabbiano solitario che mi vola in seno/ e il suo grido di gioia pieno/ che accompagnò sempre il mio volo/ con piume azzurre di ali perse di cielo/ smarrito e perso e ritrovato.// Quando senti il vento/ ascolta il mio incancellato sogno/ che libera l'anima in fili dorati/ di libertà sul volo distratto/ dove spavaldo ridi della mia allegria/ sei il clown dei miei giorni di onde/ assaporate attraversate vissute/ alla riva di tutti gli oceani sognati e con te inventati.// Se guardi il mare/ scoprimi seduta sulla riva a seguire velieri/ come pensieri di vento al largo trasportati/ ascolta la mia voce che sussurra il tuo nome/ e rimane muta senza fiato e un avanzare/ di lucciole sulla sabbia sfiora la sera.// Giungerà la notte in un chiarore di faro/ ai moli intirizziti e colmi di soli/ e la riva avrà profumo d'alga e rumore/ di vecchie canzoni da cantare piano/ la mano nella mano// (se guardi il mare… ricorda/      il mio cuore di bianca spuma/ la mia gioia di vivere/  grande più del mare)

7.  M’assedia di ricordi quest’ora/ notturna/ da rivivere già vissuta/ alla danza dei calendari/ Giorno d’autunno/ e rami colmi dell’ultimo sole/ in coriandoli di foglie ballerine/ Stancano di malinconia/ occhi insonni/ che temono il tempo/ più che la memoria/ gonfia del passato/ quando era festa di giovinezza/ il mio passo leggero/ Non un appiglio per tornare/ a quella nostra primavera/ di ciliegi e biancospino/ quando ardeva di baci il cielo/ oltre la soglia del silenzio/ che anticipava l’abbraccio del cuore/ E tu cingevi di spine i miei lunghi/ capelli sciolti per le carezze  delle tue mani/ E ridevi un ti amo di passaggio/ tra ciglia di saluto corsaro/ Oggi sono qui in un tramonto d’anni/ che cede ai cupi rami della sera/ E risuona il tuo nome/ in abissi di foglie senza ritorno …//… annidata nella tua anima/ rido e poi piango e rido di te di me contro di noi/ E ti so al buio cedermi i polsi/che di giorno leghi al frastuono/ di cercata indifferenza/ per negarti alla tenerezza/ che forse non t’appartiene/ (non più il tempo dell’amore?)/ E ignori che sono là/ piccola invisibile antica/ tuo quotidiano stupore … (ti dissi ti amo tra labbra mute/ innamorate/ e tu eri già oltre la soglia del tuo cuore)/ Anticipasti un addio senza parole/ e mi gettasti in rovi di biancospino/ (piansi una tristezza che non sai/ quando di perderti un presagio mi vinse/ e ti chiamo ancora)/Morirono ciliegi e biancospini/ Sono ancora vive le ombre della sera/ in un tramonto che non vuol morire

8.  Con passo di bianco silenzio/ sul cristallo dei lucernari/ allo stupore di occhi bambini/ dietro vetri di ricordi/ è tornata la neve./ Nel giardino di bianca spuma/ a conca i palmi di mio nonno/a riempirne bicchieri./ Mia nonna rideva a una fiaba soffice/come di panna montata e nuvola…/ Zuccherino vincotto versava a volo/ su lieve candore gemmato di cielo/ in calici chiari tra mani di gelo./ Ritorna un tepore di sogno lontano/ e morbidezza di lana lo scialle/ di mia nonna sulle spalle/ tra camini fiammanti d’amore/e un luccicore di bracieri accesi/ e carboni ardenti/ e i nostri occhi sognanti./ (Stretti noi ad un inverno/ caldo di favole allegro di scintille/ da contare ad una ad una/ incantati/incatenati/ alla sua voce di luna…

9.  Mi piace questa atmosfera d’attesa/ che sa di neve e di camini accesi/ dove scintillano arrivi come doni/ a colmare giorni di lontananze/ non di assenza/ o distonie ignorate/ E tu non sai perché accade/ il canto che più non t’appartiene/ oltre l’abbandono che ti trafigge/ il respiro di madre/ senza più braccia da cullare/ Ma sai che ora tornano/ rondini anomale al nido d’inverno/ che si scalda di parole/ e fremita d’abbracci/ in un volare di piume/come sogni addormentati/ all’alba di un risveglio/ E come uccelli di passo/ verranno per andare via/ Quasi stazione di posta/ il tuo insaziato cuore/ non approdo di lunghe stagioni/ cui hai rinunciato dal tempo/ del primo volo verso cieli lontani/ Pure ritornano/ Dai loro passi brevi nel giardino/ sai che è Natale// Tu ci sei come allora/ a spiare sguardi d’ansia/ che celi d’ironia dietro il cancello/ di attese e sorprese// (mi piace quest’atmosfera d’incontro/ che sa di rinnovato candore/ Infanzie esplodono/ nell’epifania di un solo giorno/ che nei miei occhi si colma d’Amore)

10. Stanotte tra braccia di tenerezza ho stretto/ l’amore ad una voce dei figli di mia figlia/ tirannia di baci cui felice mi arrendo/ inganno di tempo che rimane/ D’azzurro ho vestito/ il nuovo anno/ per un volo nuovo/ a restituirmi il tempo/ che spezza catene e ritrova/ nuvole leggere come veli d’oro / per il desiderio di restituirmi agli anni/ raccontarmi e raccontare quanti nel tempo/ ho perduto presenti ai miei giorni più di allora// (nella clessidra dei nuovi giorni/ faccio anelli di me soltanto/ per legarli al mio sorriso/ nel futuro che verrà/ e avrà per loro ancora il mio canto)

11.  Si va./ Insieme o da soli/ si va con passo lento o leggero/ Si va lungo strade a segnare nuovi domani/ in un’ansia di mistero mai svelato/ neppure con le stelle e fremiti di paura/ i numeri della cabala vincenti/ Si va ad una stessa meta evitando/ la pietra il dirupo il canto della Parca/ il fiore appena nato il pianto del salice/ la notte scura/ Si va lontano ogni giorno di più/ dal giorno incontrato quando era appena l’alba/ e s’ignorava il tramonto/ Si va lontano dalla casa la culla la madre perduta/ e uno scroscio di pianto a trattenerla e ciglia chiuse/ a non vederla andar via/ Si va e non si hanno più appigli per rimanere/ nessuno a trattenerti perché a nessuno più si appartiene/ Si va e si è soli anche quando si è in tanti e si lasciano orme/ alla deriva di tutti gli oceani mai attraversati/ non un garrire di stormi sul franare della sera/ passeri infreddoliti e sperduti e un timore d’alberi/ da contare per ritrovarne l’ombra e una voce/ Si va perché si deve andare e non serve indugio/ l’attesa di un cenno a trattenere catene senz’addii/ e senza resurrezioni per il terzo giorno dimenticato/ Si va senza voltarsi indietro perché ci attende chi/ ci ha preceduto lasciando un’ombra lunga alle spalle/ cancellato ogni ieri per non donarsi un perdono/ per non dirsi una nostalgia/ di carezze ignorate e perdute/ fino all’altra riva prima che il buio ci assalga/ E si va… / ancora si va/ Insieme o da soli/ si va con passo stanco e annebbiato/ e la solitudine ci assale con balzo felpato/ uno stridore di treni in partenza alla stazione/ che sfiora l’ipotesi e la meta/ il senso devastato del saluto in un silenzio di neve/ Si va senza lasciarci occhi di ritorno/ una speranza d’incontro d’altro tempo/una voce d’allegria per non lasciarsi male/ e un pizzico di ironia da cancellare/ Si va col rimpianto del tempo finito/ di un minuto appena per darsi un sorriso/ per dirsi di un cielo scompaginato di buio/ Ma c’è come un respiro che ci fa vivi e ci consola/ anche se si disperde nell’aria invisibile della sera/ filo d’aquilone dei nostri giorni disperati/ a tirarci su a darci un altro scampolo di sollievo/ Si va e si è soli anche quando si è in tanti/ e si lasciano orme sull’erba e sulla sabbia/ sulla riva del pianto e del dolore/ e appendiamo parole ai rami secchi per vederli fiorire/ Si va perché si deve andare e non serve fermarsi/ e darci altro tempo…/ E si va… incontro alle ombre e poi viene la notte/ con passo stentato a ghermirci il sogno…/ Pure si va… e ci vince l’ansia di scoprire se c’è un altro cielo/ per ricominciare al riparo delle ore che ci vinsero/ e riaprire il paniere di stelle da ricontare per… rinascere dèi.// E si va…/ (per ricominciare?)

12.  Ed ecco la quinta stagione a salvarmi ancora. Finché il buon Dio vorrà. È a Lui che affido i miei versi e alla sua dolcissima Madre, che ancora mi protegge con la Sua tenera mano. Non sono 12 le stelle che rifulgono sul Suo manto di Cielo?

C’è ancora un orizzonte/ e uno ancora da esplorare,/ graffio di follia/ che non fa più male./ Al gioco improvviso di parole/ faccio capriole/ che azzerano il passato/ all’alba di luci suoni e canti./ Pazzo il mio verde cappello/ che d’ombra protegge il volto/ affaticato d’anni e tormenti./ Schermo ristoro incanto offre/ agli occhi trasognati e assenti/ in un altrove di me che mi perde,/ e cattura quell’altra me che sono/ e sogna ancora e ama e vola e canta,/ dimentica di pianto e di rimpianti./ Solo un’ombra di luce mi sfiora,/ aureolata luce di mai spenta/   POESIA   /     giovani scalpitanti increduli d’amore    /   si fermano a guardare   /    (a quanti sarà dato un sogno lungo   /   uno soltanto almeno/  più della parola fine?)/ E il mio cappello sorride sulla mia L U N G A R I S A T A.  

(le poesie sono quasi tutte scampoli o rifacimenti di versi pubblicati nella corposa silloge “L’ora dell’ombra e della riva” (SECOP Edizioni, 2015), la cui copertina è meravigliosa opera della mia amica, raffinata pittrice, Marisa Carabellese, che vivamente ringrazio ancora).

29 maggio 2026: il mio grato grazie a quanti mi hanno resa felice con i loro tantissimi auguri!

“Si dice che nel cielo di Indra esiste una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo ogni oggetto nel mondo non è semplicemente sé stesso, ma contiene ogni altro oggetto. E, in effetti, è ogni altra cosa” (Francesco Bellino)

Mi piace pensare che, a maggior ragione, anche gli esseri umani abbiano lo stesso riflesso di luce che li accomuna e li distingue, illuminandoli in una sottile identità e in uno scambio di meravigliosa reciprocità. E che anche il popolo di FB costituisca la stessa rete. È bello crederlo. Io ho provato questa emozione ieri, giorno del mio compleanno, colmo della calda luce dei tanti auguri a sommergermi. Grata sempre, vi abbraccio uno per uno… Angela/lina  

 

lunedì 25 maggio 2026

PENSIERI LONTANI - 25/05/206

 "Pensieri lontani" di Giovanna Cancellata è un Libro particolarissimo, multifunzionale e multicorale, che affascina il lettore già dalla copertina, la cui immagine, di Rossana Ferrante, è stata riprodotta dal Graphic Designer della casa editrice SECOP, Nicola Piacente: delicata, tenue, con la scrittura in corsivo dell'Autrice (molto emblematica), che prende forma e vitalità da una penna antica eppure nuova, tra gabbiani in volo verso una tenerezza d'azzurro del cielo infinito. 

La Prefazione del giornalista e poeta Enzo Quarto impreziosisce la Silloge perché coglie perfettamente il percorso poetico e personale di Giovanna Cancellata. Percorso che viene ripreso, con dovizia di particolari, nella sua Postazione da Piera Schiavone. In pratica, è un viaggio della mente e del cuore che attraversa le tenebre di un periodo buio per farsi Luce ed è la parola poetica a compiere il prodigio. E con la parola si intrecciano disegni, musica, fotografie, voci che leggono versi che non hanno metrica, né rima eppure incantano con il loro procedere quasi colloquiale perché tutto sia condiviso, in una visione di grandi spazi in cui ciascuno diventa testimone e protagonista di una meravigliosa ri-nascita interiore. E mi vengono in mente i versi molto significativi di Yves Bonnefoy: "... il cielo/infinito,/ ciò nondimeno/ del tutto presente/ nella fugace pozzanghera...". I versi di Giovanna Cancellara sono tutti presenti nei suoi giorni tra pensieri vicini e lontani e rispecchiano il cielo, immenso, eppure tutto raccolto non in una pozzanghera, ma in un fiume che esonda e si fa mare di ricordi, erosioni di giorni difficili da vivere nel bozzolo di una farfalla, che attende tempi migliori per dispiegare le sue ali tra terra e cielo. Quando tutto si prosciuga velocemente al primo raggio di sole. È un canto sommesso quello di Giovanna Cancellara, perché attraversa il buio di ogni tormento, pure è zampillante di gioia improvvisa perché, oltre il tunnel di passate stagioni, aggrappate ai silenzi del cuore, ecco esplodere la Luce di una stella (mentre la luna sogna mondi impossibili e lontani), che esplode nella sua anima di vertiginose altezze e rende immortali i suoi versi, anche nel mistero del non detto eppure vissuto; nei volti luminosi dei figli; nella natura in fiore e sempre attesa e sempre benedetta; nelle stanze piene dei suoi sogni e progetti di vita. Con ardore, passione, amore di sé e degli altri che vivono i suoi giorni nella condivisione, che tutto frammenta e tutto accoglie nei palmi brevi e immensi delle sue mani giunte. Forse anche corale preghiera di ringraziamento, gratitudine e tenerezza per i tanti doni ricevuti che si fanno concreti, luminosi, colorati, perlescenti nelle parole, ceste colme di Poesia...

             Angela De Leo

domenica 24 maggio 2026

Domenica 24 maggio 2026: La poesia delle ciliegie di maggio ad accarezzarmi di ricordi il cuore...

La poesia è l’imminenza

di una rivelazione

che non si produce”

          (L. Borges)

È un ricordo lontano nel tempo, ma è un ricordo colmo di poesia. Il mio interlocutore preferito è sempre il mio nonno materno. A lui sono dedicati molti dei miei lavori pubblicati e da pubblicare ancora, se ne avrò ancora il tempo…

<… In primavera, con lo splendore della natura che esplodeva d'erba, di pratoline e di fiori di campo, tu andavi a casa dei nostri tanti amici e li invitavi a venire con noi in campagna all'alba del giorno dopo. Molti venivano in bicicletta, altri salivano sul traino con noi. E il cielo era un ricamo d'alberi. L’alba spegneva le stelle e vinceva lentamente il buio, rischiarando i nostri occhi spalancati di stupore su quella natura rigogliosa e ricca di frutti. Le nostre labbra chiacchierine si confidavano, in bisbigli d'intesa, confidenze di amori appena nati. Nel campo dei ciliegi sciamavamo tra i rami e tu, appena di ritorno, vestivi a festa il nostro quartiere con ceste di rossi frutti che distribuivi in tutte le case. E le case si accendevano di colore e di allegria: adulti e bambini si riempivano le mani delle accese ciliege, raggruppate dai lunghi gambi e ricoperte dalle verdi foglie

(ciliegie di maggio ciliegie d’assaggio ciliegie di giugno ciliegie a pugno…)

Già da bambina avevo imparato quel rito festoso che salutava di gioia la nostra primavera...

( bbéddə accòmə a ‘na cəràsə…) (sei bella come una ciliegia…)

Lungo le strade le ragazzine, con quelle lampade accese ai lobi delle orecchie, cantavano la spensieratezza dei loro pochi anni, dilatando lo spazio angusto tra quelle case antiche, dove il cielo era un lungo rettangolo blu definito dai terrazzi anneriti di tempo e di impervie stagioni...

 

Questo è il tempo delle ciliege,

le ciliege si vanno a cogliere,

si vanno a cogliere ad una ad una,

questo è il tempo del primo amor...

 

La cintura stretta stretta

e la gonna larga larga,

le scarpette a punta a punta:

io ballerò con te...

Io danzerò con te...

 

Questo è il tempo delle ciliege,

le ciliege si vanno a cogliere,

si vanno a cogliere col panierino,

questo è il frutto del mio giardino...

 

La cintura stretta stretta

e la gonna larga larga,

le scarpette a punta a punta:

io ballerò con te...

io danzerò con te...

 

Divenuta ragazzina anch'io, adoravo quelle ciliegie: rosse, dolcissime, morbide, profumate

(cerasèlla cerasé/quànnə è tìmbə də cəràsə/ tu mə dai tre o quattə vàsə/ cərasèlla cərasé/ quànnə è tìmbə də limónə tu m’assàssə ‘nu scəcaffónə… Nunzio Gallo e Aurelio Fierro cantavano).

Le ciliegie erano per me quasi labbra baciate di donna innamorata e amata

(“Labbra dal disìo baciate”, come avrei letto e scoperto più tardi)

E, poi, via via, fioroni e gelsi e nespole e prugne e fichidindia. Grosse ceste di uva matura e dolce da scaldare l'anima. “Spórtə” (panieri stretti e profondi di sottili sarmenti d’ulivo intrecciati), “spərtéddə” (panierini)   “scəchəcchəmarùzzuə” (recipienti piccoli piccoli, per la gioia delle mie manine), di olive verdi e brune da fare in salamoia o con la calce oppure da far scoppiare nel tegamino o sotto la cenere e da mangiare col pane fra boccali del tuo ottimo vino e, per quegli anni, insolite risate.

C’erano più frutti che fiori allora nella nostra casa a colorare e a profumare i giorni.

Ma ora ho fatto un salto temporale dovuto alla memoria che non sempre segue il tempo nella sua cronologia storica. E non sempre riporta alla coscienza collegamenti di esperienze nel loro susseguirsi esistenziale. Irrompe così all’improvviso e accende l’occhio di bue su un volto, strimpella l’assolo di una voce, riempie una strada di ciliegie. Occorre allora ricucire il prima e il dopo perché nulla sfugga alla fiaba e alla storia. Occorre tornare indietro e ripartire dal mio primo giorno di vita e dalla casa in cui ho incontrato per la prima volta le tue mani, la tua voce. Era una casa a più piani che si arrampicava fino al cielo in un incrocio di strade antiche: via Maggiore, angolo via De rossi>.

Ma stavamo parlando di maggio e delle ciliegie del nostro campo, chiamato “Lama angelica”, un ciliegeto meraviglioso già dalla sua prima fioritura:

          Era di maggio e poi…

                                                                                                                                                                                  Al bel tempo di maggio le

serate si fanno lunghe; e l’odore

del fieno

che la strada, dal fondo, scalda

in pieno

lume di luna, le allegre cantate

dall’osterie lontane, e le risate

dei giovani in amore, ad un

sereno

spazio aprono porte e petto…

(Giorgio Caproni, stralcio della poesia

“Maggio” da Tutte le poesie, Garzanti, 1983)

<Verso i sessantacinque anni nonna Angelina cominciò ad avere dei problemi alle gambe. Faceva fatica a camminare. Si alzava a stento dalla sua poltrona e d'inverno sembrava cadere in letargo. Si svegliava con l'arrivo delle ciliege. Sì, le tue ciliege segnavano il tempo del suo risveglio. A primavera. Le portavi un panierino di foglie con dentro le prime ciliegie di maggio e lei sgranava gli occhi grandi di bambina golosa e, stupita, ti sorrideva (a sàn pasquàlə matùrənə rə cəràsə…) (a san pasquale maturano le ciliegie).  

Proprio a fine maggio di parecchi anni prima, la mia storia si era intrecciata con la tua, con la sua. La mia storia nella tua e nella sua storia. A maggio. Anch’io aprii gli occhi alla vita con le ciliegie e le rose. E furono le sole a sorridermi con rosse labbra e mille spine

(“… voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi”… mi cantò Neruda)

Nacqui in tempo di guerra e non c’era nessuno disponibile a farmi da padrino o madrina per il battesimo. Foste voi due, in una chiesa spoglia e silenziosa perché deserta, a giurare, per me, di non lasciarmi mai tentare dal demonio e di rendermi degna di far parte della Chiesa e di essere figlia di Dio, a Lui consacrata

Stèmmə scəchìttə no’… crìstə espóstə e làmba stətàtə” (stavamo solo noi… cristo esposto e lampada spenta…), commentava la nonna ogni volta che se ne parlava…).

Eravate diventati anche per me “nonno-compare” e “nonna commara”!

Non ci fu alcuna festa quel giorno. Ero nata in tempo di guerra ed ero la seconda femminuccia e babbo non era ancora tornato. Tre buoni motivi per non esultare. Scoprii, però, la mia storia solo un paio di anni dopo, quando cominciai a riconoscere la grande casa e i tuoi passi, i miei giocattoli, le tue mani per aggiustarli, Lizia e la nostra reciproca gelosia nel dividerne il possesso, il nostro lettino e la tua buonanotte, la nostra cena dopo ogni tuo ritorno. In ogni attimo della mia/nostra giornata Tu. Eri il pendolo dell'alba e le prime ombre del tramonto, il coltello per tagliare il pane e la bottiglia e l'imbuto per travasare il vino. Eri la capriola tra le tue braccia e il cavallo che ti portava via, le voci dei tuoi uomini confuse con i respiri dell’alba e il cauto risvegliarsi delle strade. Il richiamo al nuovo giorno e alla vita. Eri i tuoi campi i tuoi ciliegi. Le nostre suppliche: “ci porti con te in campagna?”. E la tua risposta: “quando matureranno le ciliegie”. Eri la nostra attesa delle ciliegie. Eri le ore trascorse tra gli alberi, le stesse ore senza di te nella nostra casa che si riempiva ugualmente di te, di foglie nuove e solchi appena arati, di gemme attese dopo il lungo inverno, dell'ansia dei primi frutti perché il tempo delle ciliegie fosse una realtà (i tuoi racconti quando tornavi e ci mettevamo a tavola per mangiare e per ascoltarti). Tu ti toglievi la coppola, ringraziavi il buon Dio per il pasto quotidiano mentre tagliavi il pane e mescevi il vino. Te ne bastava un bicchiere per sentire il vigore di quel rosso fuoco che ti penetrava nelle vene, e anche il vino aveva colore e sapore di ciliegie…> (A. De Leo, LE PIOGGE E I CILIEGI, SECOP edizioni. Vol. I, 2018).

E mi fermo qui per non sciupare l’incanto della nostra fiaba di ciliegi nel “cortile del gelso e delle rose”. Alla prossima con un abbraccio a tutti. Angela/lina (e fra qualche giorno saranno 84 i miei giorni di maggio fioriti)…

 

 

domenica 17 maggio 2026

Domenica 17 maggio 2026: "POETI ALLA FINESTRA" a cura di NICOLA PICE e molto altro ancora...

Prendiamo in mano i nostri libri

  e le nostre penne.

Sono le nostre armi più potenti.

         (Malala Yousafzai)

Questo Libro antologico in regalo è più di un dono perché, pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente esattamente dieci anni fa, conserva il valore e la freschezza di allora, forse più di allora, in quanto apre uno squarcio di azzurro in un tempo greve e difficilissimo da vivere a livello planetario, e promette bene per i molti giovani che, pur sentendosi in bilico tra il passato, che non vogliono conoscere (perché troppo lontano dai loro interessi immediati), e il futuro, a cui non vogliono pensare (essendo ricco di incognite e di pericolosi abissi), stanno riscoprendo la voglia di leggere per cercare, scoprire, conoscere, sapere, comprendere. E le “finestre” sono un ottimo veicolo di conoscenza perché sono “occhi” di casa che si smarginano a dilatarsi tra terra e cielo per comprendere “occhi” di vita: arabeschi di storie altre e altrove.

Attraverso la finestra, dunque, noi possiamo passare dalla introspezione più profonda (finestra luogo dell’anima) ai più ampi orizzonti realistici: la strada e tutti i percorsi alternativi che offre. Del resto, la parola “finestra” contiene in sé le due dimensioni dell’altezza e della larghezza, a cui si aggiunge una terza dimensione che è quella della profondità. Quest’ultima, però, definisce un “vuoto” che può essere colmato internamente e esternamente: eterna dualità tra la natura materica e quella umana. Dualità su cui si gioca tutta la nostra vita: dialettica costante tra soggettività dell’“IO” (con l’appartenenza alla casa e ai ricordi che ri-attualizzano il passato) e oggettività del “Mondo”, che oggi più che mai si identifica con le nostre storie che riempiono pagine di libri. Leggere un libro, infatti, è sempre un’avventura culturale di straordinario valore, il più delle volte estremamente coinvolgente perché, sotto molti aspetti, è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro “IO”, dove non si hanno ancora percorsi definiti e si fa strada un impulso nuovo, diverso, soggettivo che, via via, potrebbe tradursi in scoperta e in conoscenza. Ci si accorge, allora, che siamo “finestre” nella loro dimensione geometrica e spaziale; siamo “il tempo che misuriamo con gli orologi e con i calendari”, per approdare ad un tempo più duraturo, che ci permette lo spazio-tempo per abbracciare il passato, che continua a vivere e ad amalgamarsi con il presente, e per offrirci una più fondata speranza per il futuro. E la Speranza è, tra l’altro, una virtù bambina che ha bisogno della “fede” per credere in qualcosa in cui fissare perni e chiodi fermamente, per andare avanti, dove nulla è perduto perché tutto si veste di “carità”, ossia di “Amore”, l’unico potere in grado di cambiare il mondo, a partire dalla nostra anima, che è senza tempo, e non occupa spazio, ma vive nella parte più profonda e vera di noi. I libri sono, allora, contenitori germinali di tutto questo e di molto altro ancora. Ci imbattiamo, infatti, in Libri spalancati sulla solitudine di Pessoa, mentre Lisbona passa sotto la sua finestra e si fa mondo, spazio, desiderio, sdoppiamento in molteplici personalità (gli eteronimi) per perdersi e ritrovarsi. E in Libri, come quelli di Hikmet che contengono mari di cristallo e sono finestre di parole incantate, colme di visionaria poesia. E lo sguardo di speranza e disperazione, di Leopardi sul “verone del paterno ostello” mentre ascolta la voce di Silvia, il suo canto, nel detestato “borgo natio”, ma è “l’ermo colle” a offrirgli spazi “d’infinito”, tanto che si sente “naufragare” in un mare che non è perdita di sé, ma salvezza di sé e del sé. Perché è l’illuminazione poetica a fare luce tra le sue numerose tenebre.

Il filosofo Bergson sostiene che tale illuminazione è dovuta alla “intelligenza” che osserva le cose dall’esterno e alla “intuizione” che “sente” il reale dall’interno e si identifica con esso… Il filosofo, pertanto, giunge ad alcune verità, ma procede per sillogismi, rapporti logici di causa-effetto, e tutto ciò richiede un percorso lungo, bruciato dalla illuminazione che dona, invece, al poeta quelle stesse verità nella frazione di un lampo. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi: perché sono i poeti ad avere questa illuminazione immediata e non gli scrittori? Entrambi scrivono libri è vero, ma per dirla con Brodskij “il poeta cammina sull’erba, lo scrittore sulla terra”, ossia il poeta ha bisogno di “sentire” (di qui la scrittura come “sentimento, che ha bisogno dei cinque sensi più uno “il sesto senso”, che afferra ciò che sfugge, si nasconde, ondeggia, vibra di colori, profumi, bellezza, mentre lo scrittore cammina sulla terra: solida, concreta, materica. Quest’ultima, a volte, può essere semplicemente guardata, e quindi impegna la vista, e pensata in tempi lunghi per essere narrata in un miscuglio di realtà e fantasia. La poesia è un lampo misterioso che abbraccia l’universo. Ma desidero fare una provocazione: ritenete che ancora oggi la poesia abbia la possibilità di essere veicolo si salvezza in un mondo devastato da guerre, violenze di ogni genere e dalla indifferenza dei più? Vorrei ricordare che Theodor W. Adorno nel 1949 scrisse: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Oggi, dopo Gaza, si potrebbe dire la stessa cosa. Eppure la poesia ancora oggi è viva. Amara, dolente, disperata ed esasperata, ma ancora viva, come irrinunciabile bellezza, musica interiore e canto dell’anima. Per William Blake la poesia è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l’eternità in un attimo”. Se, dunque, la poesia è tutto questo e molto molto altro, come ci insegna anche Rilke nei suoi “Quaderni di Malte” (“i versi sono esperienze che si vestono di stupore. E le esperienze diventano così l’atto più alto del vivere…), allora è possibile risalire la china. I primi segnali di rinascita ci sono in questo primo quarto di secolo del nuovo Millennio. L’amore per i libri e per la lettura che sta rinascendo. E voi ne siete l’esempio lampante. E la lettura è il volano della conoscenza mediata dai libri, sempre più ampia e suggestiva. Profonda. Perché ogni pagina può essere letta, riletta, meditata, rielaborata…  

Ma non vado oltre perché ciascun lettore di questo Libro, curato sapientemente da Nicola Pice, possa fare il “proprio” viaggio tra le pagine e perdersi e ritrovarsi in ogni parola, in ogni espressione, in ogni affermazione in ogni confronto con gli altri, meglio se contrastante che combaciante, per scoprire affinità e contraddizioni, punti di forza e fragilità e comprendere il valore della imperfezione, che ci spinge a non fermarci, ad avere dubbi e mai certezze. Queste ultime sono la morte della ricerca, della scoperta, della conoscenza. Io stessa ho dato solo degli input… 

Vorrei ricordare, infine, che Fortini, commentando Brecht, afferma che “la finestra è un luogo simbolico della poesia contemporanea”. La scelta di questo Libro/Dono, dunque, è quanto mai attuale, opportuna, pertinente ai nostri giorni bui e privi di senso per dare un “senso” nuovo alla vita e per continuare a scrivere la Letteratura del Terzo Millennio che stiamo imparando ad attraversare con coraggio, immaginazione, creatività. Buon cammino, dunque, a chi legge!

Non a caso, ieri, al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo spazio presentazioni dello stand REGIONE PUGLIA (K118-L117 - PAD 2) si è tenuto un incontro strepitoso tra Corsisti ed Esperti sul Progetto “I READ TO BE READY” (IO LEGGO PER ESSERE PRONTO, ossia per andare oltre nell’amore per i libri e la lettura, attraverso Azioni di promozione della lettura diffusa e partecipata), realizzato con i professori e gli studenti di ben cinque Scuole Superiori dislocate in Puglia (Bari, Trani, Canosa, Corato, Gioia del Colle), sotto l’attenta guida di Esperti: della Comunicazione, Prof. Gianluca Simonetta, StraLAB (Università di Firenze); del Teatro, Dott. Francesco Martinelli, Attore/Regista del Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale Teatro delle Molliche a Corato; e la prestigiosa presenza del Dott. Antonio Schino, Responsabile del Cepell per la Scuola (Ufficio  scuola Centro per il libro e la lettura). Ha moderato con la sua solita attenzione e passione la Docente e Scrittrice Raffaella Leone (PR. della Casa editrice SECOP di Corato-Bari).

Mi piace fare qualche riflessione sull’incontro di ieri. Purtroppo non è stato possibile ascoltare i vari interventi, ma conoscendo molto bene gli interlocutori, ritengo che ci sia stata sintonia e armonia tra loro e questo è già molto importante per la chiarezza del messaggio che si è voluto portare ai Docenti e agli Studenti, coinvolti nel processo educativo che, per me, è soprattutto “ascolto reciproco”, per dipanare al meglio la “complessità” dei nostri giorni che ha bisogno di lento ascolto per penetrare nella “profondità” del percorso di “conoscenza”, che la scuola di ogni ordine e grado si prefigge di perseguire con tutti i discenti, a partire dalla Scuola dell’Infanzia. Si tratta di tempi lunghi che contraddicono la velocità del mondo contemporaneo, dove sembra abolito il tempo dell’attesa soprattutto attraverso il linguaggio sincopato dei social, che stanno abolendo le nostre “radici” anche in termini di formazione. Il che non significa attardarsi su vecchi schemi di conoscenza, ma incamminarsi verso la “cura” che la scuola deve offrire per assicurare continuità al processo educativo. “Curare”, infatti, richiede tempi lunghi perché, oltre all’”educare” in senso di “educere” = “tirare fuori”, come ci ha insegnato Socrate, occorre ricordare che “edo” significa anche “mangio”, ossia gli insegnanti devono preoccuparsi  di dare da mangiare ai discenti il “pane della conoscenza”, e questo non significa assolutamente sostituirsi a loro, ma sedere con loro per dialogare, ascoltare e farsi ascoltare attraverso la lettura e la scrittura di gruppo, per imparare anche il significato profondo delle parole “collaborare”, “cooperare”, condividere”. Gli insegnanti sanno quanto importante sia scoprire il significato delle parole, non usando le regole grammaticali e sintattiche, come si faceva un tempo, ma attraverso i libri che ogni discente deve imparare a scegliere per sé, perché è proprio in quei libri che germoglia la presa di coscienza di quello che si è, delle proprie inclinazioni, le proprie fragilità e i personali punti di forza per sfiorare le verità,  che non si riducono mai ad una, e perseguire la propria libertà interiore, etica, sociale, civile, umana. Usare bene le parole diventa allora un’arte, che scrittori, giornalisti e poeti applicano (o dovrebbero applicare) quotidianamente. E le parole, per dirla con Ursula K. Le Guin, “rendono l’animo del lettore più forte, luminoso e profondo”. Annah Arendt definisce, nei suoi tanti scritti, “la libertà” come “potere di intraprendere qualcosa di nuovo”. E questo potere, secondo me, nasce nella famiglia in primis e si rafforza nella scuola, per poi sconfinare nella comunità di appartenenza attraverso il reciproco ascoltarsi, e guardarsi negli occhi, che parlano più di mille parole, per conoscersi, comprendersi, imparare ad agire insieme. Impregnarsi di conoscenza e di vita. Mai sostituirsi, ma sempre sostenersi, nelle reciproche scoperte di luoghi e di identità, di distanze e vicinanze, di consonanze e contraddizioni. Emotivamente. Empaticamente. Simone Weil parla appunto della necessità della contraddizione in ogni percorso di vita di ciascuno di noi. E leggere, leggere, leggere. E scrivere, scrivere, scrivere. Leggere da soli o in compagnia, leggere in piedi ad alta voce per ascoltarsi e farsi ascoltare anche con il corpo, come si diceva in passato, è un’avventura meravigliosa perché non sappiamo cosa succederà nelle nuove pagine. Scrivere significa guardare le parole e riconoscerle come giuste o sbagliate, accorgersi della importanza delle sfumature, scoprirsi dentro e confrontarsi con il “dentro” dei compagni (e “compagno” significa “condividere il pane” (e torniamo al “pane della conoscenza” da mangiare insieme), significa condivisione, scoperta di risorse reciproche, paure, sogni e bisogni, e ancora una volta “essere insieme”. Altrettanto importante è la scoperta dell’importanza delle parole e dei testi attraverso il Teatro, il Cinema, la Televisione. Significa diventare protagonisti di storie nostre e di quelle degli altri, entrare in sintonia, aspettare il giusto tempo della battuta nel rispetto di sé e di ogni altro da sé. Fare Teatro, come fa Francesco Martinelli, significa danzare col cuore tra testi e parole su un palcoscenico immaginario, nella scoperta di un legame sempre più ampio e profondo con la letteratura, che si realizza con le mani, la mente, il cuore di chi abilmente cuce e ricama insieme parole, versi, frasi di testi letterari, che fanno la differenza. I miei maestri sono stati nel lontano passato Don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, il maestro Manzi. In maniera completamente diversa, ma con identici “lasciti” pedagogici, psicologici, letterari, umani, mi hanno insegnato ad essere un’insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi studenti con Tenerezza, Amore, Ironia, e con tanta Poesia disseminata tra le parole di ogni giorno per scoprire insieme il “benessere di “Essere” e di “Esserci”, come Martin Heiddeger ci ha insegnato e come sicuramente e magistralmente sta facendo Gianluca Simonetta nel suo Laboratorio di Comunicazione presso l’Università di Firenze e non solo. Personalmente, spero di esserci riuscita. Ma mi fermo qui perché rischio di scrivere un trattato. Grazie a quanti sul nostro blog mi leggono ancora. Angela/lina  

                                                                     

 

mercoledì 13 maggio 2026

Mercoledì 13 maggio 2026: "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo, romanzo recensito alcuni anni fa dal Prof. Gianbattista Di Noi... (ultima parte)

Riprendo subito: “Sai, la Tetta è morta a gennaio, improvvisamente, un dolore di testa, almeno così ha detto l’Elvira… quanta gente al funerale! Povera stria, manco sedici anni aveva… e la Tullia? Ha avuto uno sbocco di sangue… al sanatorio l’hanno portata, ma non c’è stato niente da fare… l’hanno portata di notte a casa, d’accordo con gli infermieri, sennò là ci rimaneva… all’obitorio… povera stria… quiddhu éte nu male che nun pirdùna…”

È questa la cadenza, il ritmo mentale col quale il pensiero viene portato avanti in una miscela di timore, sorpresa, rassegnazione e rito propiziatorio, perché tali fatti non abbiano più a ripetersi, pur sapendo che, nonostante tutti i segni apotropaici, c’è qualcosa di superiore a tutto, che tutto domina, di fronte alla quale l’uomo nulla può: il destino. E così, in questo abbandono dai tratti paganeggianti, si stempera il gioco della vita, allo stesso modo di un lancio di dadi: o si perde o si vince. Destino o casualità, alle volte è la stessa cosa: un pensiero che ci avviluppa e ci permea nel profondo. Sarebbe sciocco e inappropriato definirlo determinismo o fatalismo. Queste sono parole dotte che non appartengono alla gente umile e sofferente. Non è una forma di fede, dove si manifesta l’impegno del credere, non è un modo di concepire la vita, è la vita stessa. Bodini, il più grande poeta salentino del ‘900, lo esprime con rara intensità nella sua poesia La luna dei Borboni: “Tu non conosci il Sud, le case di calce/ da cui uscivano al sole come numeri/ dalla faccia di un dado”.

 Le trame della vita sono intrigate da questa forma di casualità, pervasa dal senso quasi assolutorio del destino, di cui, in definitiva, è sostanziata la sensibilità della povera gente che, priva di mezzi interpretativi per scandagliare la realtà e per formulare una qualche analisi su quanto accade, si affida a un elemento, ritenuto volutamente superiore alle possibilità umane e ne fa di esso l’arbitro dell’esistenza. Questo elemento libera da ogni impegno ermeneutico e semplifica, in qualche modo, la lettura di ciò che ci circonda, perché non obbliga a ricercare i motivi reconditi degli accadimenti e a disquisirne sul modo in cui essi appaiono. Di fronte all’assurdo, all’atrocità, alla disgrazia, alla incomprensibilità, al “più grande” di sé stessi, c’è un’unica risposta, accettata da tutti senza riserva, una risposta che chiude come pietra tombale tutto e non dà adito a discussioni ulteriori: “Era destino!”.

A questa regola mai scritta, mai codificata, ma più forte e più viva di qualunque monito e di qualunque legge, soggiacciono tutti i personaggi di questo meraviglioso racconto, a partire da Nonna Sabina e Nonno Angiulinu, i nonni materni di Eva, vissuti nella casa ereditata che ora è in macerie. Il loro era stato un matrimonio senza amore, in qualche modo combinato, secondo una modalità diffusa e canoni fissati fin dalla notte dei tempi, comunemente accettati tanto dai grandi, quanto dai piccoli. La bella ma povera si compensava col brutto ma possidente; alla pari, la roba con la roba; la donna abbandonata, come un oggetto svalutato, era preda di chi si faceva avanti, anche senza avvenenza e senza roba. Certo, c’erano le eccezioni anche allora, e c’era gente che si sposava per amore, ma di norma i patti non erano questi. Di contro l’uomo disposto a tanto si vedeva appioppata, consapevolmente, la nomea di cornuto, indipendentemente dalla reale condizione della moglie che, seppur santa, non era giunta al matrimonio illibata. Oggi, per la verità, ci meraviglieremmo del contrario.

Il matrimonio di Nonna Sabina e Nonno Angiulinu non entra, però, in queste casistiche, perché, pur combinato, ha una sua particolarità. Angiulinu, che chiede la mano di Sabina, è un bell’uomo e ha un patrimonio considerevole, mentre Sabina non può vantare né una dote cospicua né un’avvenenza particolare. Tuttavia Angiulinu è innamorato di Sabina, ma questa non lo è a sua volta. Per la verità non è innamorata di nessuno e Angiulinu non l’ha strappata a nessuno. Questi ha un carattere gioviale; è scherzoso, ottimista, mentre Sabina è orgogliosa, imbronciata, scontrosa, infelice. Certamente, Sabina ha una storia particolare che fa luce sul suo carattere e ha pure delle qualità: è generosa, intelligente, anche sensibile e soprattutto è un’ottima padrona di casa. Giungono tanti figli, non sempre desiderati da Sabina, poi tanti nipoti, ma in sostanza la loro non è un’unione felice e quando alla fine Angiulinu muore tragicamente con una fucilata, senza che si sia mai compresa la dinamica della tragedia, Sabina non è particolarmente toccata, non che gioisca, ma neppure che si strappi i capelli, non versa una lacrima. Di lei si dirà che il suo carattere è il suo destino o viceversa il suo destino è il suo carattere.

Diversamente tragica è la storia di Nana e Ronzino e la loro unione rientra, invece, nella casistica sopra esposta. Nana era stata ingannata e si può essere ingannati, veramente, quando si ama, quando si nutre affetto sincero verso qualcuno. L’inganno subito non aveva leso, però, la sua dignità, perché quando ci si dona con amore l’inganno deturpa solo l’ingannatore non l’ingannato. Certo, si può maledire l’ingannatore quanto si vuole, ma spesso è difficile, nonostante tutto, non amare il proprio carnefice. E Nana conserva una specie di odio-amore verso il suo ingannatore. Questo non c’entra con l’amore verso Ronzino, suo marito, il quale, a dispetto di tutte le convenzioni, se l’è presa comunque, pur sapendo che così poteva diventare una specie di reietto per quella società e per quel mondo. A lui Nana ha voluto bene in modo diverso e a lui si è donata in modo diverso, ma la vita è spesso cruda e non dà spazio ad accomodamenti e così, come in una tragedia verista, per via di una disgrazia Ronzino muore e Nana, di fronte al suo uomo morto, non riesce, neanche lei, a versare una lacrima, ma a suo modo fa di più: lascia morire una parte di sé seppellendola col suo uomo. Il resto non è egoismo, non è ingratitudine, è solo tormento, sconfitta, derivanti da una sorte ingenerosa e bieca, dalla malvagità e dalla volgarità di un mondo ottuso e manchevole che perdona atrocità di ogni tipo, ma mette al bando la donna che ha subito lo stupro o che volontariamente si è donata all’amore ingannevole di qualcuno con la trasognata speranza, racchiusa proditoriamente nella promessa di una vita migliore.

Si potrebbe continuare con la storia di altri personaggi, molto interessanti, ma l’epilogo è analogo e alla fine in via della Rivoluzione si ritrovano tante vedove in gramaglie, ben serrate nella loro divisa nera, a suggello di una vita conclusa, pur continuando a vivere, chiuse in un lutto perenne, giustificato solo da una consuetudine sociale. Eva avverte il peso di quel mondo, pur avendo fatto nella vita scelte diverse. È tormentata dal dover fare i conti con l’inquietudine della memoria. (E questo, a ben vedere, è un po’ il problema di molti, non solo di Eva). È divisa “tra un passato che non può dimenticare e un presente che non vuole affrontare”. È un presente che sotto molti aspetti non può non aver contratto debiti con quel passato e così Eva si trova, suo malgrado, a dover affrontare le profonde contraddizioni che emergono dal confronto con mondi tanto diversi tra loro, eppure tanto legati insieme, fino al punto che nessuno di essi ha un senso senza l’altro, mentre il tutto decanta in un fondo di soffusa malinconia, dove la solitudine non è solo una percezione, ma un collante inestinguibile nell’inesorabilità dell’esistenza. Eva riesce a ritrovare sé stessa. Il ripensamento, la lucida analisi del vivere e degli intrighi dell’esistenza, la compensazione naturale tra ciò che si perde e ciò che si ritrova, il rientro in sé stessi alla ricerca di una comprensione che ci è negata, la riscoperta di quei valori originari per i quali vale la pena di vivere, permettono in maniera catartica a Eva di ritrovarsi, di sostituire quelle parti deteriorate del sistema vita e di riprendere il viaggio accanto ad una memoria rimodellata che serba gelosamente i tratti del passato, ma non ipoteca più, in maniera oppressiva e lacerante, il presente. Ogni cosa, ogni pensiero, ogni affetto è restituito a un’esistenza di pace, di serenità, dove la morte si stempera nella vita e la vita segue il suo corso, senza rimpianti e senza nostalgie>.

Non so come ringraziare il prof. Gianbattista Di Noi (San Pancrazio-Brindisi) per la impagabile e impareggiabile presentazione del mio romanzo e per la sua attenta e colta analisi dei personaggi, dei luoghi, delle tradizioni, dei pregiudizi, degli intrighi e delle fatalità. Ottima la lettura della protagonista, Eva, in tutte le sue sfaccettature, i suoi tormenti, la sua crescita interiore col trascorrere dei giorni, tra ricordi e ripensamenti, fino alla conquista di un nuovo equilibrio e di una inevitabile filosofia di vita nell’accettazione di sé e di ogni altro da sé.

In realtà, questa presentazione si sarebbe dovuta tenere in un giorno d’estate di parecchi anni fa, fortemente voluta e organizzata da un carissimo amico di San Pancrazio Salentino, Mimmo Scarpello, avvocato, scrittore, creator digitale, regista e sceneggiatore, per qualche tempo prestato anche alla politica con ottimi risultati. Ebbene, quella sera d’estate, dopo una perfetta organizzazione all’aperto, una specie di paradiso terrestre (se la memoria non mi inganna), un improvviso e imprevisto temporale ridusse il luogo ameno in un fiume che si fece lago, mare, oceano, tanto da ridurci a prendere una via di fuga con la promessa di rivederci. Promessa che il “destino” non ha mantenuto. Qualche mese fa, però, ci siamo ritrovati in “zona neutra” con Mimmo e Gianbattista. Quest’ultimo mi ha fatto dono, con mia immensa gioia e gratitudine, di quanto ieri e oggi sto scrivendo sul nostro blog, non per vanto personale, ma per rendere merito ad uno studioso di grande fama e ad una persona di grande generosità e umiltà. E Mimmo Scarpello con la sua ironia feroce e ridanciana non mi risparmierà, ne sono certa, gli strali affettuosi per ridere ancora insieme. Grata sempre a tutti voi. Angela/lina  

martedì 12 maggio 2026

Martedì 12 maggio 2026: "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo, romanzo recensito anni fa dal Prof. Gianbattista Di Noi... (prima parte)

<… Leggere un libro è sempre un’avventura culturale di pregevole valore, molto personale ed estremamente coinvolgente. Sotto molti aspetti è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro io, dove i segni e i simboli non hanno un volto ben definito e attendono un impulso appropriato per liberarsi e tradursi in conoscenza. E allora la conoscenza diventa memoria svelata e il pensiero, così strutturato e partecipato a colui o a coloro che ci sono accanto, diventa storia, la nostra storia.

Ci accorgeremo di travalicare il tempo, così come lo intendiamo comunemente, nella sua dimensione geometrica e spaziale, il tempo che misuriamo, per intenderci, con gli orologi e con i calendari, per approdare al tempo come durata, un tempo dove il passato continua a vivere e a omologarsi al presente, dove nulla è perduto e dove la memoria ridona vita a ciò che ci è sembrato spegnersi per mai più apparire.

Cominciamo col presentare l’autrice, la prof.ssa Angela De Leo: In terza pagina di copertina è scritto che “il suo peggior vizio è quello di non poter fare a meno della Poesia, suo irrinunciabile canale espressivo, che poi è spesso quello di decodificazione del mondo e della vita”. Io affermo che questa è la sua virtù migliore e aggiungo che è la poesia, nella sua veste più ampia, come lettura spirituale della vita, a salvare il mondo>.

Ho dovuto aggiornare il mio curriculum perché ormai superato dagli anni e dagli eventi, pur conservando quanto detto dal mio recensore:

<Laureata in Materie Letterarie, per oltre trent’anni si è dedicata alla formazione del docente di base e anche di dirigenti scolastici, Angela De Leo, come potrete vedere leggendo il libro, ha al suo attivo numerose opere in prosa e in poesia. A questa intensa attività di scrittrice, ha affiancato interessanti interventi di critica letteraria e numerose prefazioni e postfazioni a vari libri di autori italiani e stranieri, tra cui molti autori serbi. Ha partecipato a numerosi Meeting Internazionali degli Scrittori Serbi a Belgrado. Varie volte è stata ospite dell’Autunno Poetico di Smederevo (Serbia), dove ha vinto prestigiosi premi. Nel 2023 ha ricevuto dall’Università del Texas l’importantissimo Premio Gjenima per la sua Silloge poetica tradotta in inglese STEPS, con versione italiana PASSI (SECOP edizioni). E altri saggi di critica letteraria si sono aggiunti nel 2024-2025-2026.

2024: Premio nazionale per “Donna tutto l’anno” conferito a Roma ad Angela De Leo per la Letteratura dall’on. Massimo Visconti nella Sala Girolamo Mechelli del Consiglio Regionale del Lazio (Via della Pisana, 1301 - Roma).

Della sua opera hanno parlato numerosi critici su riviste letterarie e su quotidiani, oltre che in trasmissioni televisive e radiofoniche.

La via delle vedove rivela un lavoro intimistico e a tratti autobiografico, cui si aggiunge un senso profondo di appartenenza alla terra che fa da contenitore a quel mondo che racchiude gli eventi e le tappe della narrazione. Non potrà sfuggire, a chiunque si appresti alla lettura di questo libro, l’amore e l’omaggio reso al Salento, la nostra striscia di terra, allungata e stretta tra due mari, ricca di tradizioni, di cultura, di atmosfere da sogno, con i suoi canti, i suoi balli frenetici ed estenuanti, le sue storie, dove la donna è sempre presente con ruoli dolci e affettuosi o di sofferenza e sopportazione o di ossessione e tragedia. Nel libro, le donne hanno una presenza importante e decisiva perché, come si evince dal racconto e come, d’altronde possiamo considerare anche noi, osservando la nostra struttura sociale, così come si è venuta evolvendo nel tempo, la donna ha impresso nella storia e nella cultura di questa terra un sigillo misterioso che chiude il segreto stesso della vita.

Eva è la protagonista di questo grande racconto. Una donna splendida e indipendente che nel giorno del suo settantesimo compleanno, quando tutti pensano che dovrebbe restare in casa in attesa degli auguri che immancabilmente sarebbero giunti da più parti, si avventura da sola in un lungo viaggio senza avvertire nessuno. Era ovvio che nessuno poteva compiere quel viaggio insieme a lei. Molte strade, come sempre nella vita, vanno percorse da soli. Lei parte da un centro a nord di Bari e si reca in un paese del Salento, dove ha ereditato una casa (la casa di nonna Sabina) che dev’essere abbattuta perché al suo posto dovrà essere edificata una palazzina a più piani. Questo è l’incipit di tutto, quel che segue è un viaggio nella memoria, “alla ricerca del tempo perduto”, colme direbbe Proust, per ritrovarlo in quella forma temporale caratterizzata dalla durata, dove, come si diceva prima, tutto vive, anche se estinto, tutto riappare agli occhi di Eva, così com’era una volta e anche più nitido, perché lo scorrere degli anni e i volti dell’esistenza le hanno consentito di filtrare quei ricordi, colmandoli di una vita nuova e offrendo loro una comprensione prospettica che è guadagno rispetto al vissuto. E qui la pagina si arricchisce di luce, come l’alba che avvolge Leuca, Otranto, Gallipoli, Lecce e tutto il Salento, terra dalla bellezza inebriante, dagli idiomi sognanti di raffinate culture e di popoli antichi, dai simboli magici che coniugano le credenze più recondite della vita popolare, terra scintillante di sole e odorosa di mare, dove Dio nel crearla non ha lesinato nulla. Eva l’ama profondamente e la descrive con tratti di intenso lirismo, pur nel ricordo dei guai che gli uomini le hanno procurato nella storia. Dopo tanto viaggiare, giunge a destinazione e si reca nella via dove è ubicata la casa della nonna, via della Rivoluzione, che i paesani hanno ridefinito via delle vedove. La casa ormai è un cumulo di macerie, ma la desolazione non nasce da quelle macerie bensì dalla condizione delle altre case, dall’abbandono in cui versano, dall’assenza di vita. Il mondo che lei conosceva è passato e vive soltanto nella sua mente: ecco la casa di zia Nana (dove Nana sta per Loredana, orribilmente storpiato), ecco la casa di zia Vienna, ecco la casa della Vita e de lu Ucciu che è anche quella di Ada, l’amica malaticcia e sofferente che ha condiviso, in un tempo lontano, sogni e speranze di una vita migliore. Adesso “tutto è silenzio”.

Eva ritrova il passato nei tanti indizi che nota per strada e che con fare trasognato la riportano, senza però accenni nostalgici, indietro nel tempo, alla sua giovinezza, ai suoi vent’anni, in un pacato dolore che si stempera nella solitudine del presente, mentre avverte il peso di essere sopravvissuta. Non c’è il rimpianto di un mondo ormai perduto. È piuttosto la sensazione di qualcosa che continua a vivere in lei, in modo indefinito, difficilmente nominabile, alla qual cosa non si può rinunciare e dalla quale non ci si può staccare, perché continua a vivere in noi, è parte della nostra storia e di noi stessi e allora risale alla mente quel Sud dai costumi atavici, fermo nel tempo, dove ogni cosa era scandita dalla durezza del lavoro dei campi, da tragedie taciute e nascoste (racconti che fanno rabbrividire), dalle crude sorti della vita e dalla inesorabilità delle morti, accettate queste con una rassegnazione inspiegabile, specialmente quando a morire erano i bambini, gli eletti che alimentavano con la loro presenza le schiere angeliche. Le campane “a gloria” annunciavano il funerale di un bambino. Da noi era invece una campanella mesta che con i rintocchi misurati accompagnava l’incedere del funerale di un morticino in una piccola bara bianca.

L’abito nero, quasi una divisa, esprimeva ad un tempo la nuova condizione di chi lo indossava e la chiusura di un ciclo vitale, sigillato ormai per sempre nella sua irreversibilità. L’evento luttuoso non era limitato alla scomparsa di un caro, ma si perpetuava tanto nel tempo da mutarsi in un lutto perenne, un nuovo stato personale che bandiva ogni gioia, ogni apertura alla vita e si appagava in questa forma di espiazione di colpe mai commesse. E che dire del modo in cui si propagava la notizia di una tragedia? Nei nostri paesi spesso si sa tutto di tutti, ma non in maniera lineare e neppure con un unico e assoluto conoscitore di tutto. Ognuno, spesso, è conoscitore di una parte del tutto e quasi per un recondito protocollo d’intesa è obbligato in modo clanico a mettere in comune quello che sa, con ciò che sanno gli altri. Ogni cosa è sussurrata, quasi segua un rituale di propagazione, è proferita con tono di un labile mistero e col risalto di poche parole, che, proprio perché poche, diventano essenziali e alimentano i labirinti tortuosi del mistero e ne tessono le trame intricate. Le parole sono pronunciate con stacco enigmatico, scrutando sul volto dell’ascoltatore quanto c’è di comprensibile in quello che si è detto e, se lo smarrimento osservato è grande, allora si offre qualche altra parola gravida di sensi quasi impronunciabili, affinché ciò che si vuole comunicare assuma una sua tragicità che compendi insieme la gravità del fatto e la percezione che di essa ha l’ascoltatore, amplificando l’ancestrale modo di riferire le tragedie degli umili>.(a domani. Angela/lina) 

domenica 3 maggio 2026

Domenica 3 maggio 2026: "MAGGIO IL MESE CHE AMO" E ALTRE STORIE di ANGELA DE LEO...

Il tre maggio, come leggenda o tradizione vuole, i rospi si sposano con le rane e nelle campagne è un gran tripudio di suoni, di canti, di prati fioriti, ma per noi ragazze e ragazzi degli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso era una storia di sogni e di progetti d’amore, cominciato per me e le mie amiche e i miei amici in un cortile. Quel cortile avrebbe rinverdito di nuovi particolari anche i racconti di mio nonno, dei quali eravamo mai sazi. Avrebbe ascoltato assorto e silenzioso il rosario recitato nella penombra della sera. Avrebbe partecipato, di anno in anno, in un raccoglimento condiviso di palpiti di canti e di preghiere, a un maggio odoroso e già caldo ad avvolgere l’altarino con su la Madonna di bianco vestita, e noi tutti intorno, con le vicine di casa e altri ospiti occasionali, a vivere la magia di quell’atmosfera di particolare serenità e intensa condivisione. Salvo, poi, a prorompere in trattenute, ma consuete, risate ad ogni inizio di canto in un italiano sfilacciato tra invocazioni desuete e note rattoppate di un coro che ignorava la necessità di procedere all’unisono quasi fosse una sola voce.  E così un acuto s’impigliava tra i rami del gelso con le prime foglioline a rinverdirlo; un mezzo tono prendeva la strada dei rampicanti; e la voce più bassa, quasi un mormorio, si attardava sull’erbetta appena nata nella striscia di terra colma di fiori da poco spuntati. Era impossibile concludere in assorta preghiera. Ognuno tornava a casa con una risata liberatoria. Poi, a fine mese mariano si festeggiava con panieri di ciliegie e paste e rosolio preparati da nonna Angelina e tutti ci sentivamo più uniti, più buoni e contenti. Con nuovi e più armoniosi canti nel cuore.

Ma, oltre il cortile, c’erano i campi che spaziavano liberi in periferia. Ed era lì che ci riunivamo o a piedi o in bicicletta per il nostro “rito” propiziatorio per scoprire l’amore. In pratica, andavamo a raccogliere le spighe di grano e i papaveri disseminati qua e là. Le spighe ci servivano per farle volare sulle nostre magliette leggere, stringendo il gambo tra le mani e spingendo le spighe verso il nostro petto. Contavamo le spighe impigliate nel nostro maglioncino e ci davamo tante possibilità o, addirittura scelte, tante quanto il numero appena contato. Poi prendevamo un papavero per volta, lo chiudevamo con delicatezza e lo facevamo scoppiare sulla nostra fronte. Qui il papavero lasciava un segno rosso, da noi identificato con molta immaginazione e scarsa veridicità in una lettera dell’alfabeto, cioè l’iniziale del nome dei nostri ipotetici innamorati. E il sogno sembrava diventare realtà. Ma era solo una visione o, forse, previsione, senza una reale realizzazione. Ma tanto ci bastava: era divertente farlo e perderci in mille ipotesi di amori folli, baci e carezze, rimasti sempre o quasi sempre senza una verifica di fatto. Si tornava nel nostro “cortile del gelso e delle rose”, in via Generale Montemar, allegre e possibiliste. I nostri sogni erano salvi.

E, con i nostri sogni, i nostri anni adolescenti. E il nostro maggio, di anno in anno, ci vedeva fiorire come i mandorli, i ciliegi, i peschi in fiore. Ecco perché poi mi è capitato scrivere “maggio: il mese che amo”.

"Era de maggio, e te cadeono 'nzino

A schiocche a schiocche li ccerase rosse...

Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino

Addurava de rose a ciente passe.

Era de maggio - io, no, nun me ne scordo  -

'Na canzone contàvemo a ddoie voce:

Cchiù tiempe passa e cchiù me n'allicordo

Fresca era ll'aria e la canzone doce.

E diceva: "Core, core!

Core mio luntano vaie:

Tu me lasse e io conto l'ore

Chi sa quanno turnarraie!"

Rispunnev'io: "Turnarraggio

Quanno tornano li rose

Si stu sciore torna a maggio

Pure a maggio io stonco ccà".

E sò turnato, e mò, comm'a na vota,

Cantammo nzieme lu mutivo antico;

Passa lu tiempo e lu munno s'avota,

Ma ammore vero, no, nun vota vico.

De te, bellezza mia, m'annammuraie,

Sì..."

È un canto antico che racchiude un mondo di sentimenti profondo e sincero che più non ci appartiene... Pure, mi rappresenta. Nata a fine maggio, e con tutte le caratteristiche zodiacali dei Gemelli, segno dai forti contrasti interiori, amo la lievità dell'aria con i suoi cieli di tanti colori, la volta stellata, la luna, il sole, le nuvole leggere, e la solidità della terra con le sue radici, il verde, i fiori, le rose dei giardini, ma anche i papaveri dei campi... Soprattutto amo il mare con le sue tempeste imprevedibili e sotterranee e le languide onde che cullano sogni e sirene e un invito suadente a intraprendere il viaggio verso oceani di orizzonti inesplorati. Amo viaggiare, dimentica di ogni mio ieri, col suo fardello di piombo e di piume. E amo l'Amore, quello eterno che ti riporta a casa in un eterno ritorno del cuore al cuore. Maggio: mese dedicato a Maria e l’altarino con le candele accese, il rosario e la fede nel cortile con le voci sommesse dei nonni e i vicini di casa, uniti nella stessa preghiera, come già ricordato. Ma anche mese delle lotte di classe per rivendicare i diritti dei lavoratori e di quanti in passato non avevano avuto mai voce, in un mondo sempre più laico ma legato ai valori solidi della terra, un mondo ancora semplice ed essenziale nei suoi bisogni primari. Mese di bianco vestito per la purezza di veli trasparenti e il candore delle bimbe nel giorno della loro Prima Comunione e lo splendore degli abiti delle spose di maggio. Ma anche mese dai colori accesi, fiammate di passioni ardenti, vissute come "due dozzine di rose scarlatte" (De Benedetti) tra desiderio e avventura da non potersi raccontare se non avvolgendo di Mistero ogni possibile trasgressione. Maggio, dolcissimo e innamorato. Maggio deluso e rinato, mai scontato, col suo sorriso ragazzino e la creatività a dipingere i muri del cielo perché ci sia sempre un arcobaleno a farci dimenticare le nuvole e risolvere in danza e in canto la pioggia dei giorni grigi.

"Era di maggio", un canto che mi somiglia e mi definisce. Per la mia anima eternamente bambina e innamorata perdutamente di Poesia...

(Oggi non corro più incontro a maggio, ho gambe inerti su una carrozzella. Pure, ieri, i miei di casa mi hanno portata fuori a guardare il mare e ho incontrato la “luna dei fiori”, fiorita nel cielo, enorme bianca splendente, a illuminare i campi e i prati ai bordi della strada, pullulanti di margheritine bianche e gialle da sfogliare e papaveri rossi come labbra accese da baciare, e i fiori azzurri di lavanda e i nontiscordardimè a riempirmi occhi e cuore. Non più spighe di grano e campi a distesa appena fuori città. Il paese si è esteso a dismisura, cancellando in parte il nostro passato, che ritorna spesso nei pensieri e si uncina all’anima che non dimentica neppure il filo d’erba cresciuto tra il cemento. E io mi sono sentita di nuovo ragazzina incontro ai miei sogni di ieri e di oggi, all’amore dato e ricevuto, nell’arco dei miei tanti anni, e all’amore per la vita e per quanti amo oggi, riamata.

(Anche maggio mi ha riconosciuta e, complice, mi ha sorriso, pur sapendomi ormai, da oltre vent’anni lontana dal mio cortile, ma sempre abbarbicata ai rami del gelso e delle rose come in passato, che non è mai passato. Abita in me e io in lui).

Alla prossima. Angela/lina sempre grata.