… perché il sole
possa incontrarci ancora
lungo l’arco dei suoi tramonti…
(Primo Leone)
Riprendo a parlare del Saggio di Valeria
Rossini per qualche riflessione in più sui vari capitoli non presi in esame. E
comincio dal II capitolo (intitolato “Il destino della morte”) perché spesso di
fronte alla morte si rimane senza parole, eppure è proprio attraverso queste
che riusciamo a superare la paura o il terrore e a farcene, bene o male, una
ragione. Ma occorre ricordare che ampi
studi sull’ultima fase della vita risalgono agli anni Cinquanta del secolo
scorso. “la tanatologia rappresenta un approccio interdisciplinare che mira
appunto a comprendere scientificamente la morte, con i suoi riti e i suoi
significati”. La morte, del resto, “ci terrorizza” e “ci seduce”.
Paradossalmente, essa “non è innata, ma provocata, tra pensieri e azioni che
toccano e spesso oltrepassano le soglie del ridicolo e del tragico:
bisognerebbe, invece, educare alla morte…” (pp. 35-36-37). È quanto
riscontriamo in Socrate e, ancora di più, in Seneca quando invita Lucilio ad
affrontare la morte imparando a valorizzare il tempo presente (vedi Epistulae morales ad Lucilium).
Sappiamo, intanto, che l’idea costante
della morte non ha radici romane, ma greche: “Gli Antichi Greci affrontavano la
morte senza turbamento, anzi prendendola sul serio perché avevano
interiorizzato l’idea della mortalità dell’uomo (p. 38).
Al pensiero greco-latino, però, subentrò
quello giudaico-cristiano, in cui la sofferenza veniva accettata come “caparra
per l’eternità” (p. 40). Nel Medioevo, invece, “nell’immaginario collettivo
popolare, la morte era annunciata dai segnali che la natura o il caso inviava,
da assumere quindi come veri e propri presagi di morte”: il gatto nero che
attraversava la strada, lo specchio che si rompeva, i denti spezzati, i sogni
premonitori, e così via (p. 43). Bisognava, inoltre, assistere il malato in
casa e non in ospedale. In seguito, è subentrata la pratica del funerale, e più
tardi quella dell’elogio funebre, che si è protratta fino ai nostri giorni (p.
49).
Il III capitolo, intitolato “La scomparsa
della morte”, affronta, infatti, un aspetto di grande attualità. Valeria
Rossini scrive: “Nella nostra società dell’iperattività e dell’efficientismo,
la morte costituisce un problema che, in quanto irrisolvibile, deve essere
rimosso (…). Il cimitero rappresenta un vero e proprio ghetto che isola i morti
dallo spazio fisico e mentale riservato ai vivi” (pp. 51-52). La scomparsa
della morte è subentrata via via alla “medicalizzazione della vita”, alla
ricerca quasi ossessiva del “benessere psico-fisico”, della possibilità di
combattere l’invecchiamento, che è l’anticamera della fine. Occorre, invece,
per quanto possibile, evitare l’accanimento terapeutico, spesso fonte di
ulteriori sofferenze per il malato terminale. Ma sempre più spesso, purtroppo,
“l’uomo contemporaneo muore in solitudine” e la sua morte viene “relegata nel
recinto dei tabù”. Occorre superarli e questo sforzo viene favorito attualmente
dai social che danno quotidianamente l’annuncio di qualche dipartita e anche le
condoglianze passano attraverso gli stessi canali. Si evitano così visite e
cordogli (pp. 53-59).
Di conseguenza, il IV capitolo ci dice
come “Affrontare la morte” (ed è questo il titolo). Ritengo che sia un capitolo
molto interessante perché, nel prepararsi ad affrontare la morte, dobbiamo
tener conto delle tante contraddizioni che la riguardano. Più, infatti, siamo
attaccati alla vita e più dobbiamo preoccuparci di prepararci alla morte nel
miglior modo possibile, con senso di responsabilità e pacatezza, come ci
suggeriscono Freud, la figlia Anna, e soprattutto Annah Arendt, senza più
ricorrere alla “pietosa menzogna”, come accadeva un tempo, né avvertire la
morte come una “ingiustizia”, soprattutto di fronte alla morte dei bambini, dei
ragazzi e dei giovani (pp. 73 e seguenti). A questo proposito, ho un ricordo
bellissimo della mia infanzia e adolescenza nella casa dei nonni materni, i
quali erano soliti dire che i disegni di Dio sono all’uomo imperscrutabili
perché noi guardiamo la parte inferiore del suo ricamo, fatto di nodi e fili
ingarbugliati a confondere la nostra mente e il nostro cuore, mentre Dio guarda
il suo ricamo dalla parte giusta, perché rivolta al Cielo e quel suo progetto è
chiaro, luminoso, distinto per ogni creatura a cui ha dato vita. Dipende da
cosa è chiamata a realizzare per sé e soprattutto per gli altri durante la sua
esperienza terrena.
L’esergo del V capitolo (intitolato “Allontanamento
e perdita”), dovuto a M. Scheler è molto intenso e significativo. Ci spinge a
riflettere molto sulla perdita soprattutto delle persone amate. Ma occorre
partire dal processo di formazione, che crea relazioni e legami,
indipendentemente dalla durata. Anche qui fondamentali sono, pedagogicamente,
le “esperienze” e gli “apprendimenti”, ma anche “i modi tramite i quali queste
stesse relazioni si interrompono e terminano. Ognuno di noi, nel corso dell’esistenza,
ha sperimentato quanto sia difficile separarsi anche solo da una casa, un’abitudine,
perfino un’idea. Non è mai facile lasciare
andare qualcosa in cui abbiamo creduto, per cui abbiamo lottato o
semplicemente ha accompagnato solo un tratto della nostra strada”. Verissimo. Proust
ce lo ha insegnato: basta un sapore, un odore, un oggetto, una fotografia e
subentrano i ricordi, la nostalgia, il rimpianto. Niente scivola invano tra le
dita delle nostre mani. Meno che mai una persona cara (p. 90). E ancora una
volta i ricordi personali prendono il sopravvento e si fanno testimonianza:
<… Il restauro richiedeva la
ricostruzione della vecchia struttura con innovazioni per migliorarla e
renderla più confortevole per la nuova famiglia.
Quella mattina ero riuscita a ricavarmi un paio di ore di libertà
e avevo deciso di trascorrerle con mamma, in eterna attesa di una mia visita
sempre più sporadica e breve. Mio eterno rimorso, mio inconsolato rimpianto.
Girai l’angolo e… ancora una volta i residui stracci d’infanzia adolescenza
giovinezza mi piovvero addosso con quel mucchio di pietre che fino al giorno
prima era stato il giardino da cui spuntavano i verdi rami degli alberi da
frutta. Schianto annunciato.
Schianto improvviso. Schianto. Per un attimo vidi mio
nonno, seduto all’angolo dove di solito posizionava la tua sedia tra la
saracinesca, il cortile e il muro del giardino. Lo vidi mentre mi aspettava con
la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza miracolosamente ancora
intatte per raccontarmi ancora la fiaba di noi due inseparabili sempre, e ormai
lontani da quella casa del gelso e delle rose: lui nel suo “altrove”; io nella
mia casa dei lunghi balconi e lunghi corridoi. Ma io avevo occhi di lacrime che
mi impedivano di vedere le sue labbra mormorare nuove parole di antichi
richiami e negli orecchi il rumore assordante del muro crollato e degli alberi
abbattuti e dei nidi dispersi e degli antichi pulcini sparpagliati e delle voci
degli ultimi nipoti…>
Anche Recalcati, in più libri, ci parla di
questa enorme difficoltà psico-fisica a lasciare andare ciò che si ama e si
perde. Ancora di più le persone care, naturalmente. Non è facile neppure
accettare quanto ci insegna la Chiesa cattolica al riguardo. L’uccisione del
Padre non è vista come principio di affermazione personale, di affrancamento,
ma come colpa contro Dio. Il peccato più grave. Enzo Biagi nel 1975 scrisse il
Libro Disonora il padre, che tratta,
anche, della necessità di una disubbidienza all’autorità paterna per affermare
la propria identità di persona libera da ogni condizionamento, sia pure
affettivo.
Altro Libro di formazione in tal senso è
Se incontri il BUDDA per la strada UCCIDILO dello scrittore e psicoterapeuta statunitense
Sheldon B. Kopp (1972), il quale afferma che è necessario superare i propri
maestri per affermare la propria personalità e libertà di pensiero, la propria
interiorità e compiutezza.
È quanto avviene dalla metà del
Cinquecento in poi: “Indipendentemente da come affrontiamo il passaggio, il
percorso di allontanamento, continua comunque a coincidere in qualche angolo
della nostra mente, con un processo di alleggerimento e di liberazione dal male”.
Per cui “quando l’uomo perde il suo corpo non perde sé stesso perché il suo
corpo è determinato, imprescindibilmente, dallo spirito”. Dell’uomo, dunque,
oltre il corpo, rimane l’essenza, “ciò che è” e diventa “corpo celeste”. Ma il
processo di separazione comincia con la nascita e con il lasciare il corpo
materno; poi, via via, subentrano, di volta in volta, tutte le altre
separazioni.
“Da un punto di vista pedagogico,
accompagnare la separazione da una persona cara significa allora lavorare su
due dimensioni che la caratterizzano: l’abbandono e il dolore” (pp. 90-94- 101)
E ci sono dolori che non ci abbandonano
mai. Ci sono capitoli ancora da sviscerare per comprendere appieno il mistero
del nostro nascere e morire e quello che pedagogicamente e importante
accogliere per “allenare al dolore (…) e per temprare lo spirito…”, come
vedremo… grazie per l’attenzione e l’affetto. A presto. Angela/lina