venerdì 15 febbraio 2019

15 febbraio: ancora prose e poesie d'amore


NATA PER AMARE

Seguo con lo sguardo gli strani segni di fumo che disegno con la mia sigaretta.
Stasera sono sola. Anche ieri sera ero sola e, forse, lo sarò anche domani.
Mi distendo, rassegnata, con un po’ di rabbia dentro, sulla poltrona di pelle del mio soggiorno e vorrei lasciarmi andare e stordirmi, riempendo la mente di pensieri e di ricordi. Ma non è facile.
Allora metto a fuoco una sola idea.  Lego ad essa mille immagini e mi ripeto che sono viva, viva in un giorno che sta per morire. Viva e cosciente di essere presente a me stessa ed alla realtà che mi circonda. Viva nell’anima, nonostante i ricordi che bruciano e fanno male. Viva, con radici che affondano in giorni senza ritorni, in stagioni che fioriscono solo nei rimpianti. E allora do il via ai ricordi e mi rivedo…
Sì, eccomi!  Io e il tempo già vissuto, io e l’amore.
Quante volte ho detto “Io amo” per dare voce al mio cuore!
Amore negli occhi, nei sorrisi, nelle mani, nel corpo, nell’anima.
Io bambina, innamorata del giorno, della voglia di fare, ballerina di una danza ritmata dalla fretta di vivere. 
Io, esuberante e incantata, con le canzoni gridate a squarciagola per raccontare al mondo la mia gioia di esistere.
Io, adolescente, onda azzurra di un mare inquieto e trepida ansia a cercare di scoprirmi ogni giorno più donna. Negli immancabili chiaroscuri dei miei pensieri, esplodevano i colori di ogni attesa primavera e l'immutata voglia d’amare. Felice, talvolta, di dimenticarmi tutto e tutti per rifugiarmi nel sogno.
Allora la felicità era ovunque. Nasceva dal nulla. A volte era tutta nella mia corsa in bicicletta con il vento nei capelli, totalmente ubriaca di felicità.
Donavo al mondo risposte di tenera passione e mi esaltava
rotolarmi nel verde dei prati vestiti di sole o ritagliarmi con lo
sguardo un angolo di cielo, in cui far entrare animate nuvole e magiche fantasie.
 Poi vennero gli anni in cui era una festa l’incontro con amiche e amici.
Mi piaceva il mare e mi piaceva provare un tuffo al cuore, quando i miei occhi cercavano fugaci incontri di sorrisi o di sguardi rivolti a me.
                            Mi  sembrava di vivere per amare.
Nell’anima vele bianche contro l’infinito e pensieri in volo a cercare la mia seconda ala
(da Gelido è l’inverno-Diario epistolare, Fos edizioni 2017)
 Anna Maria De Leo

Essere soli?
Soli dinanzi a sé stessi…
Nell’ora del dolore
Nell’ora ultima
Nell’ora di gravi decisioni
Un’ombra ti avvolge,
Quasi caldo mantello
A riscaldarti il cuore…
Tutto si oscura…
Ma nella mente sorge una
Presenza…
Come sole di mezzanotte
Piano rischiara gli incubi
Una nenia antichissima
In lontananza
S’ode…
La mente cheta il cuore
In tumulto
Nuovi pensieri
Nuove forme
Salgono dall’orizzonte del Nulla
Braccia di eterno Amore
Ci stringeranno
Al Cuore…
(poesia inedita)
Silvana Mangano

Haiku
poi l’accarezzo
e ancora poi le parlo
sola con lei, io

Katauta
sei tu, fratello
ombra di te, fratello -
ad est del cielo blu
(da Puzzle, SECOP edizioni 2012)
Anna Mininno

Quanto a Laura, casualmente era capitato di incontrarla. Affascinante sempre e mille miglia lontana e indecifrabile. Mai Marco aveva saputo o voluto dirsi sinceramente perché non aveva giocato le sue carte con quella donna, eppure sapeva bene che una persona così s’incontrava una sola volta.
Una sola volta.
Sotto la pioggia fine di quel sabato sera, Marco si sentiva un vecchio ma voleva Laura, la voleva da urlare, da stare male.
Sul cellulare doveva ancora essere rimasto il suo numero.
(da Al confine di me, SECOP edizioni 2015)
Nico Mori

VOCE
Più prezioso
il silenzio della campagna
se un remoto potare zappare gli dà voce,
se il moto di un trattore
rivela presenze.
                          Amo il silenzio abitato
da suoni lontani.
Amo la mia gente,
l’eco del suo lavoro.
(da I musici di Haydn, SECOP edizioni 2015)
Ada De Judicibus Lisena

Occhi di pane
E venne un uomo dagli occhi di pane,
profumo di erba rorida,
calore di meriggi d’aprile.

Irruppe come il maestrale,
impetuoso
e ardito,
spazzando nembi
gravidi di pioggia.

Seppe cancellare i sospiri,
il pianto,
i lutti del cuore.
 Mi costruì ali di speranza
e mi condusse.
(da Canti per un cuore vagabondo, SECOP edizioni 2016)
Rosalba Fantastico Di Kastron

Lascio che tutto accada
Che ogni cosa abbia inizio e compimento
Lascio che le ombre scivolino
E la luce ritorni
Lascio che la vita mi assorba
E poi mi trascuri
Che lo sguardo vaghi tra le forme
Cangianti come chiome al vento
Lascio che il pensiero trovi conforto
In questo cinguettio invernale
E che la felicità sia l'estasi d'una fiammata
Lascio che le parola scorrano
Come acque di ruscello senza troppi gorgoglii
Né echi che interrompano questo placido [accadere
Questa calma di gennaio
Questo candore che sa di raro tepore
(poesia inedita, postata su fb)
Luciana De Palma


(fine seconda parte)






giovedì 14 febbraio 2019

14 febbraio: San Valentino, festa di chi si vuol bene


San Valentino è stata per me sempre la festa “di chi si vuol bene” e non ha bisogno del 14 febbraio per ricordarselo e ricordarlo agli altri suoi cari: fidanzato/a, marito/moglie, amante/amante, madre/figli, padre/figli, fratello/sorella/ parenti, amici, conoscenti, tutti contrassegnati da autentico affetto, sincero trasporto del cuore. In questo giorno, comunque, ero solita fare gli auguri dapprima a mia madre. Lei si schermiva col suo sorriso dolce e malioso: “Ma io che c’entro?”. Ed io a lei: “Tu sei l’origine di tutto. Se oggi sono qui è grazie al tuo amore, e dunque?”.
Ma l’Amore si espande in maniera esponenziale, quando lo sentiamo vibrare dentro, perché diventa Amore per la natura, per l’ambiente, per la bellezza, per l’Arte, per la Vita. Tutto si fa Amore, rendendoci rispettosi del mondo che ci circonda e di quello che ci vive dentro. Innamorati, gioiosi, appagati di ciò che siamo e abbiamo. Grati a CHI ci ha fatto DONO del CUORE per darci la possibilità di AMARE. E l’Amore si fa Preghiera. Il nostro ritorno al Creatore “cum tucte le tue creature” (Cantico di San Francesco). Ma, ancor di più mi piace riportare qui, di San Francesco, “La preghiera semplice” perché, ancora più del Cantico, ci parla del vero Amore e di come si traduce in azione e non solo in preghiera. Se solo riuscissimo a farla nostra anche in minima parte, saremmo una umanità migliore. Proviamoci. E non è necessario essere credenti per apprezzare e fare nostra questa preghiera…
Oh! Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa’ ch'io porti amore,
dove è offesa, ch'io porti il perdono,
dove è discordia, ch'io porti la fede,
dove è l'errore, ch'io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa’ che io non cerchi tanto:
di essere compreso, quanto di comprendere.
di essere amato, quanto di amare
poichè:
Se è dando, che si riceve,
perdonando che si è perdonati,
morendo che si risuscita a Vita Eterna.
Amen.

Ma, per una come me, l’Amore comprende anche la parola: detta, scritta; in prosa, in poesia. E, allora, desidero festeggiare questo San Valentino alla mia maniera: riportando sul blog alcuni testi in prosa e in versi di alcuni amici, poeti e scrittori, che hanno pubblicato con SECOP, la nostra Casa editrice, o che a breve pubblicheranno. O che, magari, non lo faranno mai, ma le ho lette su fb e mi sono piaciute molto. Sono tantissime le prose e le poesie d’amore che, in questi ultimi tempi, mi hanno emozionato in maniera particolare, ma devo necessariamente fare una feroce selezione per rispetto (e amore) nei riguardi dei lettori. Prometto, però, di continuare a postare le più coinvolgenti giorno dopo giorno (con qualche eccezione) fino al 21 marzo, giornata mondiale della Poesia. In ogni mia scelta troverete sempre l’Amore declinato in tutte le sue meravigliose sfaccettature:

È che dell'amore si contano le conseguenze.
Sempre dopo viene di casa il suo nome
e mai prima lo sai chiamare.
Te ne accorgi quando il mare
ha cancellato le impronte
e sulla sabbia s'ammucchiano scure alghe recise.
È che se balli al centro del cuore non hai peso né faccia.
Ma se ti sposti cadi e cammini sbilenco
con il cuore sulle spalle.
Ha ragione la tartaruga a camminare piano
che l'equilibrio è precario
e se si ribalta il cuore non si rialza.
Ma piano non è il tempo dell'amore
che il tempo non conosce
E ha battito accelerato per definizione.
E in un battito di ciglia vive.
E in battito d'ali muore.
(poesia inedita per San Valentino)
Raffaella Leone

PER SAPERE
                         (a Lina)
Ti vestirò di pane e fiori
E di fragranza dolce
Di prato e di fresco mattino
Ti vestirò di pane
Per sapere il tuo cuore
    Ti vestirò di fiori
    Per sapere il tu amore
    Per mangiarti
    Con la mia fame di te
    Per coglierti
    Petalo su petalo
   Mio pane quotidiano
   Mia primavera.
   Ti vestirò di pane
Soffice e caldo
Per i denti del mio cuore

Ti vestirò di fiori
Per le mie mani ansiose.
E sulla mia pelle
        Pane e fiori
La festa non avrà mai fine.
(da: Per oro e per sempre, silloge di poesie a due voci)
Primo Leone

Un abbraccio vi manderò
da questo mio mondo di parole.
Un abbraccio forte da questa mia solitaria isola.
Un abbraccio aspetterò
mentre qui scende la sera
inesorabilmente come il destino.
Un abbraccio 
che porterò con me fino al giorno
in cui memoria e sogno
balleranno confusi nella mia mente.
Un abbraccio.
(Castellaro de Giorgi 2019 - poesia postata sulla Pagina del noto Fotografo)
Giovanni Gastel

Ha scritto Emily Dickinson che “non c’è nave che possa come un libro portarci nelle terre più lontane”. Sono salito sul mio librino come su barca, di quelle con le lampare che illuminavano di quieto e misterioso bagliore gli orizzonti delle sere d’estate. È stato un viaggio meraviglioso. Ho toccato le rive della memoria, gli anfratti dei ricordi nascosti in questa nostra terra di Puglia, così altera, prodiga, severa e barocca, marinara e agreste. Il nostro mare, gli squarci di paese, gli alberi cavi, i nostri ulivi così nodosi e i manti argentei delle nostre campagne, i nostri cieli così lunghi. Ogni volta dai più diversi luoghi del cuore, il ritrovarsi in allegrezza di uomini e donne che hanno cercato e trovato in queste pagine una pausa per visitare la memoria. Perché c’è qualcosa di magico nel ricordo. Una specie di incantesimo che, se riusciamo ad assaporare, porta serenità, gioia, e una dolcissima malinconia. È stato un viaggio lento e lieve, un’oasi per difendersi dall’onda lunga della fretta, del tempo che bisogna afferrare al volo.
Il ricordo come narrazione, come racconto condiviso con gli altri, che a loro volta hanno da ricordare e da raccontare, e dunque con un effetto dirompente contro la solitudine. Il ricordo come storia, individuale, familiare e collettiva, e in questo allungarsi verso le radici sta il segreto della sua forza che ci trascina, in modo positivo, verso il futuro.
(da: E la chiamano estate, libro di racconti, giunto ormai alla II edizione)
Valentino Losito

I CINQUE ANNI DI SILVIA
(11/05/2013-11/05/2018)
Oggi sei tu
a raccontarmi fiabe
che inventi e interpreti
come un’attrice consumata.
Nella tua stagione magica
credi che il nonno
tornerà dal cielo
a rimettersi gli occhiali.
E le streghe cattive
saranno sempre catturate
da fate generose
e principi coraggiosi.
Ti senti principessa
che illumina le ombre
e scopre piogge ballerine
che lasciano respirare le stelle.
Meravigliosa la tua certezza
che le preghiere alla Madonnina
annulleranno il suo dolore
per il figlio perduto.
Per me sei brezza su fiori bagnati
stilla di infinito
rifugio della luna
eco di nuvole rosate.
E quando sei capricciosa e dispettosa
rimani vibrazione misteriosa
di gioco e di fantasia
a scoprire ovunque poesia.
E insieme
facciamo anima e danza,
scherzo e segreto,
leggerezza e colore…
E gioiosa musica.
(poesia inedita, postata su fb)
Lizia De Leo

Se potessi attingere a facoltà visionarie e autenticamente trasfiguranti le adopererei per inventare travolgenti composizioni di parole; vorrei costruire un racconto in cui al tocco incalzante della narrazione risponde l’esaltata raffinatezza della gamma cromatica degli intrecci ma non vorrei narrare da sola, mi serve un alleato: l’anima. L’anima vorrebbe incantare il lettore e sogna armonie di proporzione tra realtà e fantasia. Se riuscirà a tramutare il quotidiano per costruire una storia fondata sul gioco della svista, se ne stravolge il corso e sottolinea fino alle estreme conseguenze - in un linguaggio che non è più né il suo né il mio - la speranza che giace nella meraviglia, allora descriverà personaggi sconvolti da una ventata di follia espressiva! Se trasformerà persone ordinarie in colossi danzanti, se parlerà di come una ragazza diventa un’incantatrice immane intenta fino allo spasimo ad intrattenere con la poesia - ora viva d’una gioia pura e ora nobilmente rattristata dalla scoperta della realtà - la mia anima narrerà fedelmente della realtà della fantasia.
Se la mia anima riuscirà a meravigliare io mi conoscerò come non fossi in pari tempo una donna e un narratore, perché mi comprenderò come se la mia intuizione non avesse per intermediario un corpo, dalle cui affezioni l’anima si muove. Il mio corpo ha il peso della volontà concreta, è come un oggetto tra oggetti, ma se l’anima riuscirà ad attingere la poesia dal quotidiano so che avrò rappresentato un mondo dominato dalla bellezza.
(dal romanzo: Il fallimento della perfezione di prossima pubblicazione)
Eva Dolcemascolo

DONO (a mio marito)
Sei il mio pane di gioia consumata
L'olio consacrato per la vita
Osservatore commosso di rondini precoci
Voce pacata nei giorni di tempesta
Pausa condivisa accanto al caminetto
- lo sguardo della Luna alla finestra -
Sei ticchettio ritmato della pioggia
dopo mesi d'umiliante arsura
Lampada bianca accesa al davanzale
- non importa se non è Natale -
Sei la mia mano che trattiene una carezza
per non svegliarti
Una vecchia canzone cantata insieme
per colorare di musica l'età.
Sei Dono.

(poesia inedita di un libro di prose e poesie, ancora da definire)
Rita Vecchi

A RUBARMI IL RESPIRO

Oltre il fiume
lontano
sul punto dell'alba
lasciai le pazze corse
in discesa.

Vaghi riflessi
di rondine
e il cuore scoppiava...
L'ala sulla pelle
bruciava le tempie.

Non c'era, in quei giorni,
tra l'erba,
profumo di fiori
ma caldi capelli
a rubarmi il respiro.
(poesia inedita)
Gianni Brattoli


(fine prima parte)

domenica 10 febbraio 2019

10 febbraio: Giorno del Ricordo


In tempi bui come questi, una luce di ritrovata umanità mi conforta: il rendere silenzioso e doveroso omaggio alle vittime delle foibe, dopo anni di strumentalizzazioni, da una parte, e di sprezzante silenzio, dall’altra, dimenticando completamente, ottusi da contrastanti ideologie, che si trattava di esseri umani e di una immane tragedia, altrettanto devastante e inumana quanto la Shoah, lo sterminio nazi/fascista di oltre sei milioni di Ebrei, giustamente celebrato il 27 gennaio, giorno della Memoria. Personalmente, penso che la Memoria debba soccorrerci nell’uno e nell’altro caso, per non dimenticare e per non rischiare ancora e ancora la sconfitta della nostra dignità di esseri umani e della nostra “carità”, intesa, latinamente (e, ancor più, in senso cristiano) come propensione dell’animo umano ad accogliere l’altro con amore. Perché ci è “caro”. Senza distinzione alcuna.
Aberrante, invece, è stata la distinzione che si è fatta, a lungo, adducendo motivazioni inoppugnabili per trovare giusto commemorare le vittime dell’Olocausto e motivazioni discutibili per non ricordare le foibe e gli eccidi perpetrati ai danni delle popolazioni italiane nelle terre istriane e dalmate da parte dei partigiani jugoslavi. Non sto qui a ripeterne la Storia, nell’uno e nell’altro caso. Ciascuno di noi, oggi, è in grado di conoscerla. Piuttosto mi preme sottolineare l’angustia del pensiero ideologico, che esclude tutto ciò che “non fa parte”, come se l’uomo potesse essere diviso in bianco e nero: bianco, innocente, attendibile è colui che a quella ideologia “appartiene” e nero, colpevole, bugiardo ed esecrabile colui che dissente. Nemico dichiarato. Che può essere pure massacrato, interrato vivo, bruciato. “Occupato” nella sua casa oppure “respinto” oltre i confini della propria terra, come è accaduto ai tanti profughi istriani, fiumani e dalmati.
Una nostra autrice, Tea Dalmas, ne parla con dovizia di particolari nel suo romanzo Puse (SECOP edizioni 2017), riportando la tragedia dell’esodo della sua famiglia, attraverso le straordinarie pagine del Diario di sua nonna, famosa giornalista di tutta l’area balcanica. Anche il romanzo illustrato per bambini di Lorella Rotondi (scrittrice) e Daria Palotti (illustratrice), Perché la notte (sempre della SECOP edizioni 2018) ci mostra con parole semplici e catturanti la paura dei bambini in quei giorni di orrore, ma un saggio tutto da leggere per capire meglio e meglio ricordare è anche Italiani due volte di Dino Messina (Solferino), oggi riportato sul <Corriere.it>. Certo, potrei citare anche altri libri di giornalisti e scrittori italiani, accusati in questi ultimi anni di vergognoso Revisionismo storico-politico. A me non piace il revisionismo politico per la sua strumentalizzazione dei fatti storici e degli accadimenti socio-culturali ad essi sottesi. Amo, invece, la capacità del pensiero libero di indagare sui fatti storici in maniera quanto più obiettiva possibile per trarne le giuste conclusioni, anche a costo di rivedere le proprie percezioni della realtà. Ammettere di essere fallibili e di andare sempre alla ricerca delle verità più attendibili e possibili è atto squisitamente umano. Ammettere con umiltà anche i propri errori di interpretazione e valutazione in qualsiasi campo della vita è atto squisitamente umano che richiede grande intelligenza e grande cuore. La “sapientia cordis”, infatti, aggiunge una particolare sensibilità alla comprensione delle vicende umane. Ed io mi appello proprio alla sapientia cordis per non commettere errori di presunzione. Per non puntare mai il dito e sentirmi al di sopra delle parti. Soprattutto quando si tratta di tragedie causate da uomini (col delirio di onnipotenza e dimentichi della propria caducità e fragilità) contro altri uomini (inermi e innocenti vittime dell’odio e della violenza, insita in chi è incapace di vero amore, di fratellanza e di conseguente solidarietà). È questa carità che deve spingerci a guardare oltre fazioni e reticenze, sospetti e ambiguità, per ridarci il senso del nostro essere “insieme” in bilico sulle nostre quotidiane fragilità e sentirci tanto uniti nella comune sorte da sentire dentro il desiderio/bisogno di diventare “custodi” della nostra memoria storica attraverso il nostro “prenderci cura di noi”, in una sorta di amorevole “fratellanza universale”, come Simone Cristicchi (cantautore raffinato e tenero poeta) si augura e ci esorta dolcemente con la sua canzone, per imparare finalmente a vivere “insieme” sotto l’unico cielo che tutti ci comprende. Senza più divisioni, odi, rancori. Accettando le nostre fragilità che diventano puntelli di umanità condivisa. Per Amore. Con AMORE.

martedì 5 febbraio 2019

5 febbraio: più triste del rifiuto, l'indifferenza


“C’è qualcosa di peggio che avere un’anima malvagia. È avere un’anima assuefatta” (Charles Pegùy).
È una delle due citazioni che costituiscono l’esergo della poesia “IO” di Raoul Follereau, in cui l’Autore scrive, facendo riferimento agli “indifferenti”: “Non domando nulla a nessuno/ e non mi occupo degli altri”.
È il classico esempio di chi vive la propria vita senza mai pensare agli altri, senza mai partecipare, condividere, coinvolgersi per intervenire. Dante li definisce “ignavi” e li condanna a correre, punti dalle vespe, dietro un’insegna.
Quanta indifferenza e ignavia, soprattutto oggi, anche in un mondo “contro”!
Da una parte, tutti sono nemici da cui bisogna guardarsi e difendersi. Anche se l’altro è inerme, povero, senza fissa dimora e senza mezzi per fare minimamente paura, ma è la sua stessa esistenza, la sua vista, a dare fastidio, a irritare, perché magari è un minuscolo campanellino d’allarme della coscienza, individuale e collettiva, che è meglio soffocare. Si chiudono porti. Si innalzano muri. Si lasciano morire, nel mare, gli altri che non sono “noi”. Si impedisce agli altri, che non sono “noi”, di scoprire che esistono cieli più azzurri di libertà e di speranza…
Dall’altra, oltre il mio “IO”, che non è mai un “me” perché non riesco neppure ad oggettivarmi tanto sono pieno del mio IO, non c’è nessuno. Basta non guardare per non vedere, girando lo sguardo per evitare il disturbo di una realtà che potrebbe contrastare la mia, invaderla, minarla nella sua beata integrità. L’Io pieno, infatti, si può solo svuotare. L’io vuoto, invece, ci offre la possibilità di riempirlo. Perciò, è meglio ignorarlo. L’io pieno sa che potrebbe essere distrutto dall’io vuoto e, quindi, lo evita, fingendo di ignorarne l’esistenza. L'ipocrisia che finge un'assenza.
Ci troviamo, dunque, nel campo dell’“assenza”, dove fingo che l’altro non esista.
Ma… “Chi è l’altro?”, si chiedeva Michel Quoist, un apostolo, come Rauol Follereau, dell’amore, in una poesia che non ho sotto mano ma che ricordo ancora: “L’altro è colui che incontri per strada e che… ignori”. Più o meno così, ma il senso è questo. L’altro non ha volto né identità. È nessuno. E non c’è tempo né voglia di guardarlo per scoprirlo, conoscerlo, sapere di lui. La sua storia. La sua vita. Le sue radici. I suoi approdi. La sua gioia. Il suo pianto. I suoi sogni. I suoi progetti di vita. 
Quanta ricchezza ci perdiamo, ignorando l’altro! 
Siamo due mondi compresenti e distanti. Indifferenti l’uno all’altro, se l’altro, come me, ignora il mio sguardo. L’indifferenza annulla presenze e uomini. Annulla sguardi e storie. Azzera tutto. Non conserva memoria. Non si tinge di nostalgia. Non ha passi verso il futuro. Non ride con gli occhi dei bambini.
L’Indifferenza è figlia di due pessimo genitori: L’Assuefazione e l’Egoismo.
La madre è sempre presa da una sorta di incantamento scettico e lontano per tutto quello che la circonda e niente riesce a scuoterla dalla sua sonnolenza distaccata; si scuote per un attimo quando un fatto grave mina la sua serenità e la sua casa, ma è cosa già vista, già ascoltata e subito ignorata, manca l’aggravante (il pugno in più, il morto fatto a pezzi, la donna gettata nel pozzo più profondo della stessa disperazione, la scia di sangue a strangolare il bambino). E così, pacificata con sé stessa, ritorna nel suo letargo senza sogni.
Il padre ha un ego ipertrofico che lo fa sentire al centro del proprio angusto universo, oltre il quale non sa né vuole andare. Anche quando accadono fatti di sangue e di violenza, di dolore e di morte degli altri, lui preferisce non vedere, non sentire, non sentirsi coinvolto. Il suo è uno scuotersi breve sul breve cicaleccio, inutile e infruttuoso, che ne fanno i media, per esecrare e stigmatizzare l’accaduto, per prendere le distanze e sentirsi al di sopra delle parti.
E lei, la figlia, l’Indifferenza si sente assolta e innocente nel suo intoccato torpore, nella sua estraneità ai fatti.
E la vita va avanti senza scossoni e senza noie. Senza vivere. Ma l’Indifferenza è indifferente anche a questo.
Solo la luna, col suo volto corrucciato, rimane a guardare, vincendo l’indifferenza delle stelle che, pure, a differenza degli uomini, hanno periodi di rimorsi, abbandonandosi al pianto. E, in cuor loro sperano, di farsi perdonare, regalando un sogno a quelli che riescono a guardare ancora il cielo.
E forse potrebbero realizzarlo, quel sogno, se solo vincessero l’Indifferenza.
Se solo imparassero a colmarsi d’amore. L’unica forza in grado di costruire sempre senza distruggere mai.  


venerdì 1 febbraio 2019

1 febbraio 2019: estasi e tormento dell'Artista

L’Artista ha, come si sa, una sensibilità particolare che lo porta spesso, inconsapevolmente, a guardare le cose, le persone, gli accadimenti non come sono nella realtà, visibile agli occhi di tutti, ma come potrebbero essere se solo venissero guardate con gli occhi bambini che lui ha conservato e ancora possiede, a dispetto di ogni possibile razionalità ad indicargli la via della consequenzialità, della coerenza e della congruenza tra le cose, le operazioni, le dimostrazioni filosofiche, matematiche e geometriche o scientifiche. L’Artista conserva, per esempio, a mio parere, il “fenomeno della trasparenza”, tipico del bambino quando disegna la casa con il tetto spiovente, il fumaiolo, la porta e le finestre (l’archetipo ancestrale della casetta che va oltre l’esperienza di ogni altro tipo di casa: dal grattacielo al palazzo, alla villa), in cui compaiono anche il tavolo, il vaso con i fiori, la lampadina, quasi i muri fossero trasparenti, appunto. Sì, l’Artista vede il mondo “in trasparenza” e moltiplica anche all’infinito le caratteristiche degli oggetti animati e inanimati, come afferma appunto Erich Fromm, il quale sostiene che la creatività, connotazione specifica dell’Artista, non ama il “deja vu” o i modelli. Sollecita a “non copiare mai”, ad innovare, a trasformare, a ricreare il già dato, il già espresso, quanto già costruito e definito. La creatività è infinita e va oltre i limiti posti della natura, da ciò che è. Perché è il “non è” che può diventare ed andare oltre. È l’oltre e l’altrove. Per questo sfiora il divino. Ed è bello pensarlo.
Non ricordo chi abbia detto: “nasciamo dèi, i limiti ci rendono uomini”. Ma è bello pensare che ciò possa avere una radice di verità.
La creatività rompe questi limiti e “ci fa rinascere infinite volte” (sempre Erich Fromm). Perché ogni volta alla stasi della mente subentra l’“illuminazione” di una idea, una intuizione folgorante, imprevista e imprevedibile. Che rigenera chi la possiede in notevole misura e ridà vigore ed energia. Tutti, infatti, siamo dotati di creatività: anche scegliere quotidianamente cosa fare e cosa evitare è un atto creativo. Ma poi bisogna fare i conti con il grado di creatività e l’ambito in cui meglio questa si esercita (vedi la teoria delle “intelligenze multiple” di Gardner che rende estremamente democratica questa facoltà della mente umana). Ecco perché l’intelligenza divergente deve soprattutto essere umile, appassionata, onesta, rispondendo ad un principio teleologico e mai utilitaristico. Anche per essa va vissuta non solo come personale “espressione”, ma come “comunicazione” per essere in sintonia con gli altri. Solo così non si è mai soli. Ma questo non avviene quasi mai con l’Artista puro. L’albatro di baudeleriana memoria ci parla appunto della solitudine delle persone geniali. Più vicino a noi, il romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi.
La genialità è anche dannazione e perdizione.
Non a caso, per Erich Fromm, la creatività è la capacità di “vedere” e di “rispondere”. Ma “vedere” qui significa non solo prendere visione di una cosa e averne coscienza, ma significa penetrare nel significato e nel senso di quella cosa e “vederla” oltre, in una miriade di sensi e di significati altri (il creativo vede una margherita in tutte le sue possibilità di essere fiore nei diversi suoi stadi naturali, attraverso le quattro stagioni e oltre, con i molteplici suoi significati estetici, scientifici, filosofici, etici, metaforici, e così via).
Il poeta, per esempio, guarda la natura come se fosse la prima volta. Con stupore. Di qui l’importanza di “essere perplessi” perché niente deve apparire ai nostri occhi vecchio, scontato, immutabile.
Uno spirito acuto dei nostri giorni ha affermato che “il genio di Einstein consisteva parzialmente nella incapacità di comprendere le cose ovvie”. Non a caso, a scuola e persino all’Università pare sia stato ripetutamente bocciato.
“Vedere” significa comprendere la realtà completa di una cosa, di una persona, di una situazione. E ciò paradossalmente significa andare ben oltre quello che normalmente si vede con gli occhi. Significa “sentire”, “percepire”, “intuire”. “Capire” talmente profondamente da penetrare nell’inconscio per riportare il significato nascosto della realtà alla coscienza ed esprimerla e comunicarla “ri-creata”. È la stessa realtà, ma è anche un’altra e un’altra ancora.
“Vedere”, allora, significa guardare con gli occhi, pensare con la testa, cioè “prestare attenzione”, sentire con il cuore ossia “concentrarsi” (entrare nel centro delle cose “con”: insieme agli altri, insieme al tutto. E ciò viene definito da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino” (la vicinanza amorosa al sacro e, per alcuni, a Dio). Significa “capire con l’anima” che, essendo universale, ci mette in grado di espanderci all’infinito nell’infinito. E smettiamo di essere spettatori e giudici per essere soltanto “essenza vibrante nell’armonia dell’universo” (così avverto e definisco io l’ineffabile sensazione che offre alla nostra sensibilità la creatività).
Tutto questo, allora, ci porta all’“esperienza dell’io” (Fromm): una più ampia e profonda consapevolezza di sé che comporta una maggiore consapevolezza dell’altro da sé, degli altri. Senza confondere con nessun altro l’identità dell’“io sono”, ma comprendendo ogni altro diverso da sé. Perché, come Fromm sostiene, “io sono te senza perdere me stesso, anzi rafforzandomi nel mio io”. E mi rafforzo nella “capacità di accettare il conflitto” (e la tensione) che inevitabilmente l’incontro dell’io con l’altro comporta.
Tutto questo, però, comporta anche una sofferenza maggiore per il poeta o per qualsiasi altra persona creativa e con una sensibilità al di sopra della norma, fino a comprendere la follia dei geni.
Di qui l’estasi e il tormento.
L’esaltante volo e l’abisso. L’incomprensione della gente comune e soprattutto di quanti hanno un pensiero convergente o sono dei razionali ad oltranza. Per questi ultimi due + due fa sempre quattro. Per l’Artista, il poeta o il creativo in genere e soprattutto per il genio è impossibile incasellare la mente in numeri che, a rigor di logica, non possono variare. Di qui la inevitabile incomprensione e la terribile solitudine di chi viene preso per un “diverso” e si sente egli stesso un alieno.
Di qui nascono, a volte, conflitti insolubili con sé stessi e con gli altri
L’accettazione del conflitto è un atto creativo perché ci pone verso l’altro e la stessa vita, non con il nostro “Io” che deve vincere, ma con un “Io” che, per il solo fatto di scoprire ed accettare l’altro diverso da noi o la nostra stessa vita, diversa dalle nostre aspettative, ci dà la possibilità di sperimentare e accettare l’esistenza di una realtà sconosciuta fino a che il nostro “Io” non l’abbia guardata con occhi non più suoi. Ecco perché Fromm dice: “molti muoiono senza essere mai nati, mentre la creatività ci fa rinascere infinite volte”. Per Fromm, dunque, la creatività significa “aver portato a termine la propria nascita prima di morire” attraverso “l’intensa certezza di sé”, pur nella incertezza di sé come essere immutabile. Abbandonare questa certezza significa avere il coraggio del dubbio. E scoprire, con grande fede, che tutto è rivedibile, trasformabile, dilatabile all’infinito. La certezza è la morte della nostra mente. Coraggio e fede sono alla base del pensiero creativo e, quindi, alla base della vita stessa. Educare alla creatività è per Fromm educare alla vita. Ecco perché la creatività è una sfida, non una conquista. E la sfida è perenne tensione, nervi tesi allo spasimo, illuminazione ed esaltazione, buio e disperazione. Ed è da questo disadattamento conflittuale con sé e con gli altri che nascono nuove idee.
      L’esplosione dell’idea avviene, infatti, anche al di là della genetica, dell’ereditarietà
      e dell’ambiente che pure, in qualche modo, condizionano i comportamenti umani.     E, nella storia dell’umanità, nulla sarebbe cambiato dal primo giorno della creazione o dalla comparsa dell’uomo sulla terra, se non ci fosse stato qualcuno che, provando un grave disagio di fronte alla realtà vissuta, non fosse stato capace di “immaginare” (non solo di pensare: il che è diverso) una situazione mai sperimentata in precedenza, “capace di raffigurarsi mentalmente qualcosa che non aveva mai visto prima” (E. W. Sinnot). E che gli altri non riescono a vedere.
L’intuizione, infatti, è quasi sempre o sempre il punto di partenza, a cui spesso seguono gravi conflitti interiori e molte incomprensioni con i propri simili, incapaci di “vedere” una realtà diversa dalla propria, e lunghe ore o intere giornate di intensa fatica per rivedere, riorganizzare, dare forma e completamento a quel “lampo intuitivo originario”, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato un prodotto nato da un processo creativo, sia esso opera d’arte o meno.
L’immaginazione creativa, allora, “agisce soprattutto sul piano mentale dell’inconscio (…) Sembra un discorso piuttosto vago e misterioso…” (Sinnot). 
E, in effetti, lo è. In tutti gli altri casi, l’immaginazione creativa nella sua forma più semplice è caratteristica squisitamente umana. Anzi, è indispensabile persino alla ragione in quanto quasi tutti i processi mentali si poggiano, oltre che sui fatti o fenomeni, su deduzioni concrete, su supposizioni che sono “costrutti dell’immaginazione”. Non a caso, il processo immaginativo nacque quando qualcuno afferrò per la prima volta il concetto del “se”: il dubbio che si trasforma in ipotesi di una alternativa. E il dubbio è sempre destabilizzante, per sé e per gli altri. Ma, poi, basta una “illuminazione” per ricreare l’atmosfera sognante dell’estasi…
      È questo il prodigio della creatività che, alla fine, per fortuna, genera sempre bellezza e armonia. Una sorta di completezza e di pacificazione.
L'Artista e la sua creatività tesa allo spasimo: Dono, dunque, o punizione degli degli dèi?

mercoledì 23 gennaio 2019

23 gennaio: Castelnuovo di Porto presso Roma


L’altro ieri ho parlato del cielo che ci offre pur sempre uno squarcio d’azzurro anche quanto nuvole, pesanti come piombo, s’addensano sul nostro capo. Ed è già un respiro di speranza.
Oggi, che quelle nuvole sono diventate scure come nella “Tempesta” di Giorgione, oggi quel cielo mi è piovuto addosso, franando con le lacrime dei rifugiati del Centro di Accoglienza “Cara”, fatto sgomberare dalla Polizia di Stato. E la memoria mi riporta ad altri periodi bui della nostra Storia. Noi, esseri umani alla deriva. Si ha un bel dire: non è la stessa cosa. I tempi sono cambiati e non si può tornare indietro. Vico ci ha insegnato un’altra teoria. Quella dei “corsi e dei ricorsi storici”, in cui non sono i casi storici a ripetersi, ma l’uomo che è, purtroppo, sempre uguale a sé stesso.
Dove, in questo caso, il cielo?
Ancora luci ed ombre nel cielo, certo, proprio come stamattina. E ancora sagome scure di nubi ad attraversarlo. E, ad un tratto, mi accorgo che è un cielo solo intuito perché è, ancora una volta, coperto e lontano. Troppo lontano per poterlo afferrare ed offrire agli occhi grandi e innocenti di un bambino. E il bambino ha diritto al suo cielo azzurro con voli d’aquiloni ad assecondarne la necessità di spazi e di giochi. Anche i ragazzi hanno diritto ai loro spazi di libertà. E ancor più i giovani perché hanno più sogni da inseguire, più progetti da realizzare.
Già un Campo di Accoglienza ha dei recinti che ostacolano la libertà, impediscono ai sogni di percorrere un cammino possibile perché possano realizzarsi. E i bambini, i ragazzi e i giovani, di cui è fatta questa comunità di profughi, provenienti dalle parti più diseredate del mondo, sognano soprattutto quella libertà qui negata, che pure appartiene di diritto a ciascun essere umano. Domani saranno uomini che spezzeranno catene perché un uomo non può essere profugo a vita. Dovrà pur integrarsi e riconoscersi nella sua dignità di uomo libero, che appartiene ad una comunità e ad una terra. In cui sentirsi a casa. La casa: nostro primo bisogno e nostro rifugio per la protezione che ci offre, la libertà che ci concede. Ma, quando persino questa comunità viene smembrata e dispersa in nome di una legge, scritta dagli uomini che non conoscono le leggi del cuore, ma solo quelle dell’utile personale, contrabbandato per bene collettivo, allora anche quel minimo di libertà viene calpestata e i profughi tornano ad essere senza volto, senza nome, senza identità.
Si distruggono sogni e illusioni. Si frantuma il cielo. 
Due giorni fa, parlavo anche di fondali marini dove si inabissa quotidianamente il cielo, sconfitto ormai dai bambini che giacciono in fondo al mare, come la nostra vergogna di uomini che fingono di non vedere, di non sapere, di non essere colpevoli mai, perché i colpevoli sono sempre gli altri, i nemici sono gli altri.
Ci sono mille modi per assolversi, ma l’umanità è solo una ed è legata al nostro comune destino di esseri mortali, che hanno bisogno esclusivamente di solidarietà e d’amore per attraversare il mare/male della vita, e andare avanti, facendosi coraggio vicendevolmente e dandosi la mano per non cadere. Un po’ come la poesia di Rodari insegna: “se tutti i bambini si dessero la mano farebbero un girotondo intorno al mondo”.
E, invece, come possiamo vedere dai terribili fatti che stiamo registrando in questi giorni, a quanti bambini oggi è dato di stringersi la mano per fare un girotondo intorno al mondo? Persino la voce di un’educatore poeta è stata oscurata. E non esiste più neppure il cielo per i tanti bambini incolpevoli dei misfatti degli adulti. Non sempre un bambino è “il luogo della speranza”. Sempre più spesso è un “non luogo”: un luogo senza.
Sempre più spesso circolano sui social fotografie della disperazione, vestita con la carne di un bambino; della tristezza, con il volto triste di un bambino; dell’impotenza, con le braccia impotenti di un bimbo che non può più giocare. Alcuni bambini vengono fotografati contro un muro o su un gommone che fa acqua, dietro un recinto di ferro quasi fossero animaletti o, peggio, belve feroci. Per creare una maggiore distanza tra un bambino e un suo coetaneo.
Oppure tra le braccia di sua madre che non sa più dove andare e a quale santo o diavolo votarsi per sfamare il suo bambino.
Come si può voltare le spalle ad un bambino e dire “non m’interessa”, “non è colpa mia”, “non ci posso fare niente”, ed esibire leggi e decreti “salvapoltrone e prebende” dietro falsi proclami di onestà e scelte coraggiose in favore “del popolo e della gente bisognosa” e mandare allo sbaraglio centinaia di poveri cristi, che finiranno davvero per delinquere pur di trovare di che sfamarsi e sfamare i loro bambini?
Io trovo ingiusto tutto questo e nessuno può convincermi del contrario. Neppure chi mi parla di lotta agli scafisti, che vanno condannati e assicurati alla giustizia. E, se davvero si volesse, oggi i mezzi ci sarebbero. E non devo essere io, profondamente ignorante in materia, ad indicarli. C’è chi potrebbe farlo e non lo fa.
E nessuno mi venga più a dire, con uno slogan, alcuni anni fa, diventato anche di moda: “nessuno tocchi Caino”. Perché, allora, io urlo: “sì, è vero, nessuno tocchi Caino fino a quando nessuno più osi toccare Abele. Quanti Caini e quanti Abeli ci sono in questo nostro mondo desertificato di buoni sentimenti? Quanti sotto lo stesso cielo che ci vede nascere e morire? E perché Caino deve essere difeso con la sua mano armata e assassina, mentre nessuno difende Abele, inerme e fragile e indifeso?
Un bimbo è un bimbo e non un agnello sacrificale. Un bimbo è un progetto di vita e non un rimorso. Un bambino è attesa e non memoria.
Un bambino chiede solo amore.
Restituite ogni bambino all’amore che gli spetta, ed io restituisco ogni Caino alla pietà. E facciamo che nessun bambino si trasformi in Caino solo perché è stato privato dell’amore necessario, e ha conosciuto solo fuga, pericolo, solitudine, abbandono, povertà, soprusi, paura, dolore, lacrime, malattia, morte: Abele, in questa atroce disumanità, può trasformarsi in Caino. E in questo caso io non mi sento più innocente perché non so davvero chi vada salvato per primo.
Ecco perché occorre prevenire. Non in termini voluti da Caino, che non conosce più misericordia, ma in quelli attesi da Abele, che è ancora inerme e innocente.
“Pamoja Tunaweza!!!” (“Insieme possiamo!!!”) era scritto in un campo profughi a Nairobi in Kenia, alcuni anni fa. E, in tanta tristezza e solitudine, anche di bambini, era un respiro di speranza. Quello a cui aneliamo in questi nostri giorni di umanità dimenticata per riscoprire il cielo, con i suoi squarci d’azzurro.     

Ci sarà

Ci sarà mai un’alba giusta,
la legge che sovrasti piccoli intrighi
o dispiegate ali di falchi predatori,
e difenda i lenti passi di carni stracciate
verso il campo di grano riscoperto,
e la fatica del pane condiviso?
Ci sarà il canto dell’allodola
accanto alla sinfonia dell’usignolo
a benedire insieme l’universo
dei suoni e delle melodie
dei mattini di sole e l’ombra delle sere?
Non più la tristezza dei bimbi falciati
ancora e ancora sulla terra di nessuno
e un solo grido d’orrore levato al cielo?
Ci sarà un coro di guerrieri d’amore
a rivendicare, per tutti gli uomini inermi
e soli e poveri e diversi e mai estranei e mai
stranieri e mai ignorati umiliati offesi feriti
calpestati, il nome il tetto il sogno la dignità?
Su questo suolo livido d’inganni
germoglieranno fiori tra l’erbe ferite?
Proteggeranno intrecci di mano le siepi
dischiuse su confini di libertà e conoscenza?
Oltre le domande e la retorica d’ogni risposta
ho nell’anima una sola preghiera:
oh Signore di tutte le fedi, solo Tu puoi,
tra campane a festa e luminarie diffuse,
ridonare la perduta umanità all’uomo
e
sorridere al sorriso d’ogni bambino
fiorito sul cuore rappacificato del pianeta.

(Ci sarà, ne sono certa, la nostra prima zolla.
Accenderemo di stelle solchi di pianto
e trionfo di luce saranno giustizia e verità).
                                           



domenica 20 gennaio 2019

20 gennaio: tra la vita e la morte, il cielo


Gennaio. Mese di nascite e di morti, per me. Mio nonno, mio padre, mio marito, nati il 1° gennaio. Mio cognato Tonio il 16, mio nipote Mario il 20 (oggi compie cinquant’anni). La mia amica Mariella Bettarini il 31 compie i miei stessi anni anticipandoli di sei mesi.
Ma, poi, mio nonno, sempre lui, è morto l’11 e mia nonna il 22, e la mia consuocera il 19, ieri appunto, suggerendomi un’amara riflessione e pochi versi che vado a riportare: “Ancora un anno. E ogni giorno è un foglio di fogli strappati al calendario su foglie che cadono e ci lasciano un nuovo dolore e rami sempre più spogli e ricordi sempre più vivi e intensi. E oggi il mio pensiero va ad Anna, la mia consuocera, e al suo spento sorriso, sempre acceso nel cuore di chi l’ha amata e l’ama ancora… questi brevi versi sono dedicati a lei e a tutti quelli che mi vivono dentro:
Altre croci e altri chiodi
pianta il tempo
sui giorni che corrono a perdifiato
e lasciano scie di lunghi
inverni dove ogni perdita
è stata per sempre
(scrigno prezioso e mai colmo
almeno il cuore)”
Dunque, la nascita, che è l’accendersi alla vita, e la morte, che è il suo spegnersi. Ma stamattina, appena sveglia, ho guardato il cielo, come mi capita ogni mattina, perché è al cielo che rivolgo il mio primo “buongiorno”, che è forse una preghiera di ringraziamento per la nuova alba che nasce e si fa luce e si fa vita attraverso il cielo, che si va rischiarando sempre più. Nonostante le nuvole, la pioggia. Il cielo. Immenso. Intimo. Spietato, pietoso. Dilatato all’infinito. Piccolo quanto un quadrato azzurro (il mio lucernario, che mi dà un cielo di vetro). Non ha strade il cielo. Né spine né rose. Ha solo stelle, il cielo, e un mistero senza fine. Ma le stelle, come i sogni, muoiono ad ogni alba. Lasciano un’allegria di sole. La luce. Ma il giorno insegue presto il suo tramonto e una nuova notte sopravviene, invasa da una malinconia di luna, dal brulicare di riapparse stelle. Tentiamo di contarle, le stelle. Ci illudiamo di poterle afferrare con gli occhi e farle nostre perché ci facciano compagnia nel buio della notte, mentre da qualche parte nell’universo sono già spente. È come imprigionare tra le dita i desideri e vederli scivolare via, già colmi di illusione delusa. È un’ombra di cielo, il cielo senza stelle. Un’ombra di cielo, il cielo senza sogni. E i desideri, che dalle stelle prendono l’antico nome (de-sidera= intorno alle stelle, ma può essere anche un de deprivativo= privo di stelle), si tingono di vita già spenta.
Massimo Recalcati, ricordando il De bello Gallico di Cesare, riporta l’affermazione appunto del grande condottiero, che “dice che ‘desiderio’ viene da desiderantes. Chi sono i desiderantes? Sono i soldati sopravvissuti al campo di battaglia: sotto un cielo stellato attendono i propri compagni ancora impegnati nella battaglia, a rischio di morte” (M. R., La forza del desiderio, Edizioni Qiqajon, Magnano - Br 2014).
Mi colpisce il senso dell’attesa, sotto le stelle che sembrano vive e sono già morte, perché i compagni di battaglia facciano ritorno e si possa, insieme, continuare a vivere, a desiderare, a sperare. A cogliere la residua luce persino in quell’ombra di grigio (come oggi) che è il cielo senza sogni e senza stelle, colmando di tanti luoghi il suo non luogo di desiderio spezzato, deluso da quanti non sono tornati e non torneranno. E l’attesa si fa vana se non ci si riscopre, insieme, in quest’ombra di cielo sagomato, definito e finito nello spazio limitato di questa camera, della mia casa, e afferriamo con gli occhi un frammento di luce. Ma basta dare un’occhiata fuori, oltre i vetri e il giardino e un orizzonte lontano che la pioggia divide in righe verticali, come vite parallele ma compresenti, a ridare un segno e un senso alla vita che altri vogliono fitta di regole e confini, e che per me si dilata e sconfina ad abbracciare il Tutto.
Pura follia il cielo diviso in strisce di cielo, prigioniero e reo confesso di misfatti di barconi alla deriva, in un mare che dovrebbe ridare la vita e promette la morte, contro i nostri occhi assetati di cielo, come i loro occhi spenti per sempre al cielo. Mentre un’ombra più cupa di colpevole dolore che non ci rende innocenti si rischiara di luce. Perché, dopo ogni buio possibile, dopo ogni lunga notte, il Cielo ci regala sempre un raggio di sole “sulle sciagure umane”.
Ed è un cielo che si sfoglia quotidianamente come un fiore in un ricamo di intenzioni, progetti, emozioni, incanti e disincanti in quel ricamo di giorni/   calendario che si sfoglia e racconta la vita.
Un ricamo d’ombre e di sole… la vita.
Apparentemente semplice, la vita, come respirare sotto questo quadrato di cielo, che imprigiona il tempo, e ignorare il mondo.
Molto complicata la vita, quando quotidianamente si scontra con la morte e noi ci scopriamo in attesa di essere in tanti per contrastarla, facendoci un sol corpo, un solo desiderio, una sola volontà di resistere per riscoprirci innocenti quasi fosse il nostro primo giorno di vita. Ma leggi e confini e divisioni e confusioni tra mente e cuore (la mente che ordina e il cuore che scalpita) frantumano il nostro cielo e ne fanno scaglie impazzite di desideri alla deriva o colati a picco in fondali di sogni, rimasti impigliati in antichi galeoni che seppero l’avventura e il viaggio, l’assalto e la perdizione e un silenzio di pesci a farci coraggio per recuperare tesori di umanità sepolti in fondo al mare. In un imbroglio di cielo/mare sempre più difficile da capire, da districare.
Disperazione contro ogni speranza.
Ma è proprio allora che gli occhi si rivolgono al punto più alto del cielo per ritrovare la luce, nascosta da nuvole e pioggia e tempeste e naufragi. Anche se il cielo è sempre oltre. Inafferrabile e lontano. Come l’amore. La solidarietà. Il sogno di una umanità migliore.
Forse solo la parola, che si fa strada oltre il buio del cuore, per chi come me ne fa arma e carezza, quando il cuore è ottuso ad ogni richiamo, è in grado di afferrare il cielo, e di sfogliare i suoi petali di luce per farne lievito di stelle e credere che persino la notte ci possa offrire una lucerna o miriadi di lucciole per ritrovare la strada del ritorno… il nostro vero cuore “mai colmo” di tenerezza e di accogliente amore. 
Sì, tra la vita e la morte, il cielo immenso. Racchiuso nel nostro immenso cuore di piccoli uomini, infinitamente più piccoli del pulviscolo atmosferico che respiriamo…
Dobbiamo soltanto riscoprirlo, il cuore, per accorgerci che poi il cielo non è così lontano…  
(il testo comprende anche qualche stralcio, ricontestualizzato, di una mia pagina scritta in Un non luogo tanti luoghi DENTRO L’UOMO, SECOP Edizioni, Corato - Bari 2008).