venerdì 22 maggio 2020

LILA DELLE LUNE BLU

Lila delle lune blu correrà a casa dei nonni.
Correrà lì dove è cominciata la sua fiaba più bella: nascere. Nonostante la guerra, le case di pochi uomini anziani, come suo nonno, custode dei sogni e dei sorrisi di tutte le donne di casa, e di tante nonne, mamme, figli piccoli e senza padri dell'intero
quartiere.
Tutti partiti in guerra con la speranza di tornare.
Lila delle lune blu metterà le ali per raggiungere quel cortile, dove ogni volta si rifugia per risentire quella carezza lontana che vestiva l'alba di ogni nuovo giorno. O avvertire la presenza tenera della sua voce che rassicurava la notte: "Dormi, l'angioletto ti sta vicino e ti protegge - 'sono l'angelo del Signore/ sto vicino al tuo cuore/ quando vegli e quando dormi/ sempre sempre sto con teeee - " lei cantava, mentre la voce del nonno volava tra i suoi riccioli e il cuscino e lì si fermava.
E il cortile si riempiva di magia.
Si animava del brusio dei ricordi, delle voci che si facevano parole pronunciate dalle persone amate o soltanto conosciute. Tra le aiuole fiorite si accendevano della luce della memoria i personaggi dei loro
racconti e di quelli di altre vite. Quante storie conservate nelle crepe dei muri che avevano conosciuto altre stagioni.La sua anima era lì, e lì quella dei suoi cari.
Lila tornerà perché sa dove tornare. Sa che lì c'è la verità da sempre cercata.Lila delle lune blu chiederà a suo nonno di raccontarle ancora una volta la paura, la nostalgia, il pianto, il rammarico, il rimpianto, l'attesa e la speranza, il perdono, il canto, prima che l'alba s'insinui prepotentemente tra le sue ciglia e la svegli.Sì, Lila delle lune blu, di notte, correrà nel cortile per rifugiarsi nelle braccia salvifiche di suo nonno, nella mitezza del suo cuore, dove fiorisce il suo sapere ricco di sentimento e fantasia come sempre. Come ogni notte.Suo nonno, il poeta, l'affabulatore, il profeta. Suo nonno e la scrittura mai scritta, ma raccontata con tanta immaginazione e fantasia ai suoi nipoti, ai parenti ai passanti. A chi si fermava per ascoltarlo.
Lila sognerà e saprà scrivere grazie a lui.Anche stanotte correrà da lui per ascoltare le sue parole e sapere e scoprire la paura che serpeggia fuori.Lui possiede ormai il mistero della verità "oltre il muro d'ombra".Solo lui conosce il segreto dell'Amore che salva e protegge oltre la vita.
Ha guidato i suoi passi e ha dispiegato le sue ali.
Le ha insegnato che la viltà si accompagna sempre al coraggio.Lila delle lune blu afferra le sue lune.Ogni giorno le prende per guarire, quasi fossero onde di mare da accarezzare.Lila amava il mare fino a riempirsene gli occhi e il cuore. Fino a dipingerlo sui muri della sua casa per non perdere mai tutto l'azzurro che le vorticava nei pensieri.Aveva amato tanto viaggiare per incontrare altra gente e scoprire nuove città, orizzonti dilatati. Universi e pianeti e costellazioni. Fino a quando... L'età le aveva remato contro!
Ottant'anni portati con dignità e fervore.La febbre improvvisa non le aveva dato scampo, eppure lei si ammalava solo raramente.
La paura di rimanere lì sul pavimento della sua camera, dove febbricitante era piombata, come tetto franato irrimediabilmente, le aveva fatto tremare per l'ultima volta le vene e i polsi.Suo figlio l'aveva trovata così per l'abbraccio della sera a dirle "come stai? Hai bisogno di qualcosa? Cerca di dormire, non ti arrampicare fino alle stelle per rubare il tuo spicchio di luna..."
L'urlo, la bestemmia smozzicata, la telefonata al 118, l'ambulanza, la sirena, il primo ospedale mentre tutto diventava un buco nero, in cui lei stava precipitando senza più corpo né pensieri. Solo il cuore a batterle all'impazzata come se non fosse più cuore ma un tamburo assordante di pelle d'asina o una intera batteria che un forsennato batterista percuoteva senza pietà.
E i mesi divennero granelli di sabbia e di paura nei tanti ospedali attraversati fino all'ultima spiaggia di quella stanza protetta da lunghi corridoi immersi nel verde delle pareti e nel silenzio che lei, aiutata da camici verdi, percorreva per giungere in palestra, dove le lune blu sembravano attenderla complici delle sue conquiste quotidiane.
RIABILIA, un centro rinomato per la qualità del suo servizio riabilitativo ortopedico e neurologico ("lì fanno resuscitare anche i morti", le avevano detto e suo figlio l'aveva portata lì col cuore dubbioso e l'anima colma di speranza) l'aveva accolta come un sacco portato con l'elevatore che faceva pensare a quello delle cicogne a planare lungo i cieli nelle case dove si attendeva il sorriso di un bimbo, ma qui quel mostro atterrava portando corpi inerti e volti atterriti di persone anziane provate dagli attentati feroci della vita. E lì ad accoglierla, vestiti di verde e di bianco, operatori, infermieri e fisioterapisti guidati da medici esperti e da dottoresse giovani e volenterose, si stavano prendendo cura dei suoi occhi spaventati, che indagavano, gli unici dotati di movimento in quel corpo immobile, sulla sua buona o cattiva sorte. Poi, aveva scoperto le lune blu e se ne era innamorata perdutamente e la sua gioia esplodeva in canti sommessi e lontani per tornare all'infanzia e ai giorni della spensieratezza e dei salti con la corda e la palla da afferrare con le mani e lanciarla lontano aprendo le dita. E quei camici verdi, giorno dopo giorno, accompagnavano la tenacia combattiva di quegli stakanovisti, che li indossavano, per il rinforzo di muscoli e tendini, di nervi addormentati, tra lettini, cilindri, pedaliere, pesi, spalliere e parallele e quadri svedesi e lune bianche come spuma di mare e blu come onde che tendevano a toccare il cielo, per i cento passi tra le nuvole e l'azzurro. Lila le sfiorava con le sue mani inerti seguendo la guida sempre attenta, incoraggiante, sfidante della fisioterapista in gara con sé stessa e col suo orgoglio di professionista da oltre trent'anni sempre in quella palestra che l'aveva conosciuta ragazza con tutte le altre, ormai colleghe e amiche, che si davano manforte nei casi disperati come quello di Lila per non concedere il benché minimo sopravvento al danno neurologico, per non dargliela vinta. E Lila respirava con le sue lune atmosfere di febbrile rivincita sul male... E mentalmente le contava e le abbinava ai nomi degli angeli senza ali (Beatrice, Anna, Antonella, Annalisa, Giacomo, Alberto, Angela, isabella... ciascuno con la sua personalità, la sua preparazione, la sua passione per un lavoro difficile, usurante, stancante, a volte ingrato, a volte avvilente, ma quasi sempre svolto con passione, abnegazione, coraggio di osare per raggiungere risultati spesso insperati. Lila contava e abbinava senza tregua per non dimenticare le voci e i volti e le mani che eseguivano movimenti perfetti in tanta imperfezione: corpi sinistrati e disastrati come il suo da restaurare, quasi mobili antichi di duro legno che il tempo aveva logorato e la fisioterapia li risistemava con un restauro lungo e sapiente per renderli duttili e ancora utili, forse anche belli, con mille attrezzi e metodi diversi e tutti con lo stesso percorso per una meta da raggiungere ad ogni costo: dalla disabilità all'abilità. Anche Lila aveva mani e braccia e dita e gambe e piedi legati, incatenati, distrutti e la voglia di andare lontano come il tempo delle corse a perdifiato per raggiungere il suo amore ragazzino e tuffarsi nel mare.
Le braccia, le mani, le dita, e il piacere di scoprire giorno dopo giorno che poteva muoverle di nuovo. E le gambe e i piedi e i primi passi e le lacrime di gioiosa commozione per avere ancora i piedi e sentirli ancorati al pavimento, sul lettino, su e giù per le scale e lungo i lunghi corridoi. Con la sedie a rotelle, le stampelle, e tutte le sue elle (Lila) che danzavano incuranti dell'età, degli ostacoli e delle paure. E le sfide quotidiane per superarli e trasformarli in terrapieni percorribili grazie al coraggio. E la voglia di uscire e andare di nuovo lontano a sfiorare con le piante nude il velluto d'erba tenerella e giungere così, danzando sulle punte, fino al mare. Al MARE. Lì a due passi. E non poterlo vedere, toccare, respirare.Con braccia mani e dita ad afferrare le corde del Cielo per ricordarsi del miracolo di essere viva...
E passi, cento mille un milione un miliardo di passi a percorrere la superficie dell'intero pianeta e magari volare sulla luna e riscoprirla di bianca madreperla o di corallo rosso incastonato nel cielo o viola come un dolore nascosto, timida come un nontiscordardimè sul muro d'ombra del giardino.
Lila delle lune blu impara non solo a camminare e a legare corde e lune, sta imparando la pazienza dell'adattamento e dell'attesa, il coraggio delle spine da togliere dai cespugli dei roseti nel letto arroventato per afferrare la rosa del sogno realizzato giorno dopo giorno con una volitività mai prima praticata. Sta imparando il miracolo dei sentimenti che contraddittoriamente ci accompagnano per darci lo stupore della luce mentre brancoliamo nel buio e il conforto del cielo stellato nella
notte del cuore.
Lila delle lune blu, dopo aver ricordato e imparato, vuole tornare a toccare il mare.
Vuole correre.
Corre di nuovo Lila per tornare a casa.
La sua casa di luna e di mare.Lila senza lune blu.
Di nuovo Lila.

venerdì 8 maggio 2020

Maggio: il mese che amo


"Era de maggio, e te cadeono 'nzino
A schiocche a schiocche li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino
Addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio - io, no, nun me ne scordo -
'Na canzone contàvemo a ddoie voce:
Cchiù tiempe passa e cchiù me n'allicordo
Fresca era ll'aria e la canzone doce.
E diceva: "Core, core!
Core mio luntano vaie:
Tu me lasse e io conto l'ore
Chi sa quanno turnarraie!"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
Quanno tornano li rose
Si stu sciore torna a maggio
Pure a maggio io stonco ccà".
E sò turnato, e mò, comm'a na vota,
Cantammo nzieme lu mutivo antico;
Passa lu tiempo e lu munno s'avota,
Ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m'annammuraie,
Sì..."
È un canto antico che racchiude un mondo di sentimenti profondo e sincero che più non ci appartiene...
Pure, mi rappresenta.
Nata a fine maggio, e con tutte le caratteristiche zodiacali dei Gemelli, segno dai forti contrasti interiori, amo la lievità dell'aria con i suoi cieli di tanti colori, la volta stellata, la luna, il sole, le nuvole leggere, e la solidità della terra con le sue radici, il verde, i fiori, le rose dei giardini, ma anche i papaveri dei campi...
Soprattutto amo il mare con le sue tempeste imprevedibili e sotterranee e le languide onde che cullano sogni e sirene e un invito suadente a intraprendere il viaggio verso oceani di orizzonti inesplorati. Amo viaggiare, dimentica di ogni mio ieri, col suo fardello di piombo e di piume.
E amo l'Amore, quello eterno che ti riporta a casa in un eterno ritorno del cuore al cuore.
Maggio: mese dedicato a Maria e l"altarino con le candele accese, il rosario e la fede nel cortile con le voci sommesse dei nonni e i vicini di casa, uniti nella stessa preghiera.
Ma anche mese delle lotte di classe per rivendicare i diritti dei lavoratori e di quanti in passato non avevano avuto mai voce, in un mondo sempre più laico e legato ai valori solidi della terra, un mondo ancora semplice ed essenziale nei suoi bisogni primari.
Mese di bianco vestito per la purezza di veli trasparenti e il candore delle bimbe nel giorno della loro Prima Comunione e lo splendore degli abiti delle spose di maggio. Ma anche mese dai colori accesi, fiammate di passioni ardenti, vissute come "due dozzine di rose scarlatte" (De Benedetti) tra desiderio e avventura da non potersi raccontare se non avvolgendo di Mistero ogni possibile trasgressione.
Maggio, dolcissimo e innamorato. Maggio deluso e rinato, mai scontato, col suo sorriso ragazzino e la creatività a dipingere i muri del cielo perché ci sia sempre un arcobaleno a farci dimenticare le nuvole e risolvere in danza e in canto la pioggia dei giorni grigi.
"Era di maggio", un canto che mi somiglia e mi definisce.
Per la mia anima eternamente bambina e innamorata perdutamente di Poesia...

venerdì 24 aprile 2020

Dal 21 aprile al 21 maggio


Dal 21 aprile al 21 maggio

Come i carcerati in attesa
di libertà
all'alba del giorno faccio tacche invisibili sul muro 
che definisce la sponda il letto 
le duemila e quattrocento ore di prigionia e dolore 
e un refolo di coraggio
Ad ogni alba che sale dalla terra e ricama nel cielo petali sparsi
di mandorli e ciliegi già sfioriti
peschi a trattenere il primo sole
in una pioggia di piume setose
che precorrono dolce sapore
di ciliegie in panierini d'infanzia
innalzo un inno al nuovo giorno che verrà 
con carezze di madre
e sarà diverso
     più ricco di me
che conosco l'attesa il filo spinato il sogno indifeso
il cielo stellato...
oltre il disincanto il buio la paura incido sul grigio del muro
tacche di pensieri luminosi che altri non sanno
trenta giorni all'alba 
(Fiaccola accesa io di speranze mi vestirò di glicini in fiore
in una pioggia di cielo a darmi voce e sarà giorno di festa
 ‌                                                         il mio ritorno a casa)

martedì 14 aprile 2020

Domenica 12 aprile - Domenica di Pasqua

Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.105)

[...]
Poi la festosa Pasqua

Le campane a gloria della mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l’avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini. Noi c’inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo, tu benedicevi l’abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo d’ulivo e l’acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a casa in una bottiglietta
(e mai il timore di un’infezione a sfiorarci e mai una malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani, più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!). 
Il benedetto era (e forse è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l’agnello e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo intero e con la vita
(e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/ buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma alla fine devi dir…
ah, sì bè/ buona pasqua pure a me!

Carosone dalla radio cantava anche per noi…) 
Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali, l’immancabile “vrədéttə”
(non credo sia traducibile in italiano, forse “il brodetto”, ed era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…)
e altro buon vino e chiacchiere e risate.
Tu raccontavi...
Poi, giunse il tempo della Pasquetta con gli amici. E tu e nonna restavate a casa perché non era più, per voi due, tempo dei lunghi passi tra l’erba, delle inerpicate sui sassi, delle scampagnate faticose. C’era ormai la stanchezza di giorni lunghi da portare su spalle più curve e su gambe sempre più malferme. 
(‘na ròutə da rəpàrà u səllénə da səstəmà u manùbriə da addrezzà e u cambanìddə ca dəchiàrə allàrmə còmə a ‘na campàna ròttə e stənàtə… cə nə məttémə tùttə ‘nzìmə jìndə a la màchənə pə fànnə abbəvèscə nàn jèssə jùnə bbùnə…)
(una ruota da riparare il sellino da sistemare il manubrio da raddrizzare e il campanello che dichiara allarme come una campana rotta e stonata…
se ci mettono tutti insieme nella macchina del restauro di tanti vecchi non ne viene fuori neppure uno sano…)
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venerdì 10 aprile 2020

Venerdì 10 aprile - Venerdì Santo




Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.101)


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Dal venerdì, invece, si entrava nel vivo della settimana santa con i panni viola che coprivano tutte le nicchie con i simulacri dei santi nelle chiese, e tutti gli specchi (in cui di sicuro abitava il diavolo, secondo una teoria di nonna Angelina, derivatale da secoli di medioevo) nelle nostre case.
La mia vanità subiva un feroce colpo fino alla Domenica della Resurrezione. Il mio cruccio maggiore era non potermi specchiare per vestirmi e per pettinarmi a modo mio
(jìndə au spécchiə stèjə u diàvuə e tu sì scəchìttə ‘na məndòsə ca nàn zàpə pənzà a nnùddə àltə… à dà scè drìttə drìttə au ‘mbìrnə…)
(nello specchio c’è il diavolo e tu sei solo una vanitosa che non sa pensare a niente altro… devi andare dritto dritto all’inferno…)
Ma mi consolavano di tanta rinuncia la processione della Vergine Addolorata della mattina e quella del Legno Santo della sera, rincuorandomi anche per il lungo silenzio delle campane, messe a tacere fino a Pasqua; silenzio, interrotto a intervalli da “rə tər-ròzzuə”
(quei particolari arnesi molto strani che i ragazzini per strada facevano ruotare nell’aria con il polso e con la mano, perché emettessero il loro caratteristico suono cupo e greve, che sostituiva quello più squillante e morbido dei campanili)
fino allo scampanio a distesa della mezzanotte del sabato santo.
Le due processioni erano un capolavoro di tristezza, di bellezza, di fede.
L’Addolorata era bellissima con il suo volto minuto e affilato, coperto dal pizzo nero e intriso di pianto. L’accompagnava una leggenda molto suggestiva. Pare che lo scultore, ad opera finita, venisse tramortito dalla voce della Vergine che lo ringraziava per tanta bellezza con le parole:
“‘Ncìələ mə vədìstə ca ‘ndèrrə mə facìstə?”
(“in Cielo mi hai vista ché in terra mi hai scolpita?”).
Eri stato proprio tu a raccontarmi questa delicata leggenda la prima volta, lasciandomi incredula e incantata. E con la voglia di verificare di anno in anno la bellezza di quel volto in un canto d’anima che si univa al coro de “La Desolata”.
Mi piace anche rivivere con te il racconto tenerissimo, che non conoscevo e che non so se faccia parte della tradizione popolare o della tua fertile fantasia: sta di fatto che raccontavi come, nella tristissima notte “du Scəvədìa Sandə”, il peregrinare della Madonna addolorata, nella ricerca spasmodica e dolente del figlio, avesse momenti di straordinaria crudezza e di meravigliosa pietà in quanto, uscendo dal paese, la Vergine dolente vedeva impiccato ad un albero il corpo di un giovane: quello di Giuda, il traditore di suo figlio, e con delicatezza gli si avvicinava, lo accarezzava, gli baciava la mano...
Quale perdono più grande, dunque: quello di un Dio immenso, che lascia crocifiggere suo figlio, fattosi uomo per redimere l’umanità, o quello di una madre del tutto “umana”, trafitta da tutto il dolore del mondo, che pure bacia con gesto delicato la mano di colui che proprio con un bacio aveva tradito Suo Figlio?
Lei, minuscola donna come tante, con un cuore immenso più dell’immenso Suo Dio...
(Probabilmente è per questo che noi tutti ci rivolgiamo a Lei perché interceda in nostro favore presso il Padre e il Figlio.
Lei: Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio..., come recitano i primi versi della preghiera di San Bernardo alla Vergine nel Paradiso dantesco)
<Nella mente si affollano ricordi, lacerti d’infanzia, spaccati di vita paesana, parole in vernacolo in disuso, ma straordinariamente colorite e dense di significato, tradizioni da salvare, da valorizzare perché fanno parte di noi, del nostro sangue e della nostra anima, della nostra cultura contadina e della nostra fede. Della nostra stessa vita. Fatta anche di paura. Quella paura che serpeggiava nell’anima di tutti noi bambini quando entravamo nelle chiese con “scarsa luce e poca aria”, ma piene d’incenso, di lumini rossi, di lupini appena in germoglio. (…) la paura del buio delle chiese con le statue dei santi coperte con i panni viola della penitenza spesso era vinta dallo stupore. Meno piacevole, invece, era la sensazione della “bocca amara di digiuno” durante i riti della Settimana Santa.
“Eri bella come rosa...”: richiamo antico, che mi attanaglia il cuore, ancora oggi, al ricordo di quel volto come petalo lacerato che intensamente aspettavamo di guardare con un misto di venerazione, di pena e di curiosità per quella antica leggenda che voleva quel volto bellissimo causa della morte del suo scultore>.
(eri bella come roosa,/ là di Gerico sul praato./ Or sì mesta, sì pietoosa,/ dal sembiante scolorato/ sembri al suol reciso fioore,/ ricoperto di pallore! …). 
E Vitino, ormai diventato il prof Pasculli, da tutti amato e apprezzato, ne era diventato il direttore musicale, ma io non ero più riuscita ad incontrarlo dopo i nostri anni in via Maggiore angolo via De Rossi.
A mezzanotte, infine, c’era la processione “du Venerdìa Sàndə chə la nàchə d’òrə də Crìstə mùrtə”
(“del Venerdì Santo con culla dorata di Gesù morto”),
“də l’Addóloràtə” (“della Vergine in pianto”) nella vana ricerca del figlio,
e “du Légnə Sàndə” (“del Legno Santo”), tutto luci e fiori.

La piazza alberata, antistante alla chiesa di San Francesco da Paola, era illuminata solo dai falò nei vasi di terracotta e dalla fede di quanti sin dal pomeriggio portavano da casa le sedie sul sagrato della chiesa per assistere a quella triste rappresentazione senza stancarsi, dato che “rə statuìrə” (i portatori delle statue), vestiti di nero, con camicia, guanti bianchi e papillon neri, procedevano con studiata lentezza perché le tre statue non si incontrassero mai lungo i rettilinei di quel quadrilatero. Dopo ogni simulacro con lunghe candele accese, la banda suonava musiche dolcissime e tristissime come lo Stabat Mater, canto funebre attribuito a Jacopone da Todi con musica e coro del nostro Tommaso Traetta, e altre sinfonie.
Anche io e Lizia portavamo le sedie per tempo perché tu e la nonna poteste stare comodi fino alla fine della lunghissima processione. Qualche volta anche al riparo dal vento freddo, intabarrati in cappotti e sciarpe per l’atteso inevitabile gelo (dicevate) di ogni venerdì santo, difficilmente riscaldato dal sole
(u vənərdìa Sàndə fàcə sémbə brùttə tìmbə, da quànnə ‘mbrè crìstə sòpə a la cròcə…)
(ad ogni venerdì santo, da quando è morto cristo sulla croce, è sempre brutto tempo…)
Lacrime commozione preghiere
incanto tradizione

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giovedì 9 aprile 2020

Giovedì 9 aprile - Giovedì Santo


Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.100)

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La settimana santa era un susseguirsi di riti e di preghiere, a cominciare dalla via crucis, che metteva, quotidianamente, a dura prova la mia pazienza nell’ascoltare e nel seguire, con meditazioni suggerite dal sacerdote e rinnovate litanie dei fedeli, tutto il cammino di Gesù condannato a morte dal Sinedrio fino al Golgota. Un cammino, suddiviso in quattordici “stazioni” con altrettante genuflessioni, in una chiesa gremita e penitente
(adoramus te christe et benedicimus tiiibi… quia per sanctam crucem tuam redemisti muuundum…)
mi ero riconciliata anche col latino lingua di dio…
Tu e la nonna seguivate con profondo trasporto tutte quelle riflessioni e preghiere, che si dilatavano tra le navate in una sorta di cantilena ipnotizzante. Alla fine anche i fedeli più fedeli erano stremati tanto che alle Litaniae Sanctorum la folla, dopo un po’, cominciava a rispondere non più “ora pro nobis”, ma “nobìs” e, infine, “bìs”, pur non avendo alcuna intenzione di bissare…
(kyrie eleison… kyrie eleison… christe eleison… audinos… exaudinos… sancta maria… ora pro nobis… sancta dei genetrix… ora pro nobis… sancta virgo virginum… ora pro nobis… … sancte petre… nobìs… sancte paule… nobìs… … sancte andrea… nobìs… … sancte stephane… bìs… sancte vincenti… bìs… …)
Io mi annoiavo. Mi chiedevo che efficacia potessero avere quelle preghiere smozzicate di cui nessuno capiva un’acca. Vagavo con i pensieri, andavo lontano, fantasticavo, mi consolavo. Qualche volta mi distraevo sui volti dei vicini di banco. Cercavo d’indovinarne pensieri e colpe per capire il motivo di tanta sfibrante espiazione.
Durante la mattina del giovedì santo, poi, le strade del paese erano percorse dalla processione del “Misteri” con tutte le statue raffiguranti le varie torture inflitte a Gesù durante la via crucis. L’accompagnava la banda con le dolcissime nenie funebri di Carelli, Delle Cese, di Pasquale La Rotella, tutti i grandi musicisti del nostro paese; nenie, che creavano un’atmosfera di dolorosa attesa che la passione di Cristo si compisse.
Il rito dei “sepolcri”, invece, era affidato al crepuscolo dello stesso giorno ed era un rito che mi piaceva molto: si andava in giro per le strade in un percorso che comprendeva almeno sette chiese da visitare in misteriosa e mistica penombra. Ai piedi dell’altare maggiore c’era il sepolcro con vasi colmi di delicati cespugli dorati con lunghi steli di germe di grano, illuminati da fioche lampade in grandi coppe di vetro ambrato, le cui fiammelle rosse dipingevano sui gradini e sui muri inquietanti arabeschi d’ombre guizzanti. Si sostava in raccoglimento e in preghiera per un bel po’. Il tempo di guardarmi intorno intimidita e incuriosita, persa nell’ammirazione della bellezza di quei vasi e di quelle luci in una disposizione artistica che differiva da chiesa a chiesa, secondo l’estro del sacerdote, del fioraio e delle bigotte che avevano provveduto all’allestimento. Le donne fuori dalle chiese commentavano: 
“Madónnə, cə jèjrə béllə cùssə ànnə u səbbùlcrə də sàn Səlvìstrə e pórə cùrə də rə Vìrgənə”…
(“Madonna, quanto era bello, quest’anno, il sepolcro della chiesa di san Silvestro e pure quello delle Vergini…”). 
“A mè na’ m’è piaciótə pə nnùddə cùrə də sànd’Andre’, asséjə misirìnə chə dùə strìppuə səccàtə scəchìttə”…
(“A me non è piaciuto per niente quello di sant’Andrea, così misero con quei due rami secchi soltanto”…)
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domenica 5 aprile 2020

Domenica delle Palme e desiderio di Pace

Oggi è la festa dello scambio della Pace.
E io desidero riprendere a scrivere e a comunicare con gli altri dal mio blog, silenzioso per circa sei mesi, e instaurare così il dialogo interrotto bruscamente con i miei lettori il 15 ottobre 2919.
Le vicende dolorose che mi hanno costretta al silenzio sono ormai note ai più. È tempo anche per me di rinascita e di resurrezione. Avrò bisogno ancora di tempo, ma spero di farcela...
Un tempo, "papà Mincuccio", mio nonno, provvedeva per tempo ad andare nei suoi campi a fare provvista di rami d'ulivo che la Domenica delle Palme portava in chiesa, alla messa delle sette, perché venissero benedetti. E così, durante tutto il giorno, era uno scambiarsi affettuoso con parenti e amici dei rametti con la formula francescana "La pace sia con te". E, di rimando: "E con lo spirito tuo". Scambiandosi un abbraccio. Silenzioso. Forte. Vero.
Altri tempi. Altra purezza di cuori e di intenti. Almeno come abbiamo vissuto noi, in famiglia, con i nonni, i riti delle festività religiose. E quelli della Quaresima, che culminavano con la Pasqua, erano particolarmente sentiti e suggestivi.
Oggi non più. E non sto parlando solo di questo tempo oscuro dominato dal coronavirus. Certo, questa Quaresima è stata ed è particolarmente triste, affaticante, insidiosa per la reale paura di prendere il contagio e di perdere la vita e per la stessa reale necessità di una "boccata d'aria", che ci è negata perché non possiamo commettere l'imprudenza di uscire dalle nostre case protettive, ma a lungo andare piuttosto anguste, anche se di tratta di ville e castelli.
E così ci stiamo attrezzando a non disubbidire alle regole emanate dal Governo per vincere la guerra contro questo nemico invisibile e letale a livello planetario.
Le notti, però, sono lunghe per chi come me dorme pochissimo da sempre e i pensieri bui, più delle stesse notti nere, si fanno tarli che rodono la mente. E oggi vorrei sentirmi in Pace con me stessa e con il mondo intero.
Desidero fare una premessa: tutti noi in famiglia, fino alla terza generazione, quella dei nipoti, abbiamo ereditato dal favoloso nonno, di cui amo spesso parlare e scrivere, una "mitezza di cuore" che anche gli altri, in linea di massima, ci riconoscono. Pertanto, non per meriti personali ma per eredità costituzionale e comportamentale, non saremmo in grado di fare del male ad una mosca.
Io sono, per così dire, in "zona protetta da circa sei mesi tra vari ospedali e centri di igienizzazione e di riabilitazione davvero blindati. Ma anche qui le notizie allarmanti incutono paura.
Ecco, vorrei in questo giorno di Pace essere in Pace con me stessa e con il mondo intero (la ripetizione è voluta).
Ritengo, pertanto, di essere una persona accogliente, accomodante, capace di tacere piuttosto che ferire l'altro, pur avendo constatato che il punto di vista dell'altro spesso possa essere talmente, e inevitabilmente direi, legato a valutazioni soggettive da determinare comportamenti alcune volte di irriconoscenza, presumendo di essere nel giusto e, quindi, di avere ragione, sottovalutando o ignorando le buone ragioni di chi non ha potuto o voluto corrispondere a richieste o desideri di difficile o impossibile attuazione, almeno in quel momento.
Belle corrispondenze di cuore e della mente si sono così frantumate, solide amicizie interrotte, senza mai una spiegazione, una revisione oggettiva dei fatti accaduti, di cause e di concause: condizioni di salute, congiunture familiari, convinzioni culturali ed esperienziali diverse da tenere sempre presenti nelle varie controversie tra il nostro pensiero e quello altrui, i nostri comportamenti e quello degli altri. Ma ciascuno di noi spesso guarda "allo suo particolare" e coltiva il "proprio orticello" senza pensare all'altro, e mettersi nei suoi panni...
Secondo me, alla base di questi ottusi egoismi c'è mancanza d'amore, d'affetto sincero, di vera e disinteressata amicizia. Solo l'amore non farebbe mai commettere errori di valutazione. Solo l'amore comprende. Costruisce e non distrugge. Scusa. Protegge. Preserva. Chiarisce o intuisce e salva. In mancanza di questo sentimento si vede nell'altro sempre il male, il nemico che ci ostacola. Solo la mancanza d'amore crea incomprensione, diffidenza e distacco, fino alla rottura. Altrimenti non si potrebbe.
Ho omesso volutamente il verbo perdonare perché per me il perdono ha una accezione e una valenza molto alte. Il perdono crea un dislivello tra chi lo chiede e chi lo riceve. Perché chi lo elargisce sta al di sopra di chi lo riceve. Il primo, infatti, lo fa "per-dono". E questo donare comprensione e redenzione è compito solo di Dio. Solo Lui è al di sopra di tutti noi e ci perdona. Tra noi esseri umani bastano le scuse e non è difficile se siamo innamorati del nostro prossimo e di ogni possibile verità. Ogni verità se confrontata contribuisce a conoscere meglio l'altro e a non condannarlo mai "a priori". Il nostro giudizio deve essere sempre "a posteriori" per non trasformarsi in "pre-giudizio" e, quindi, in assenza di una possibile verità...
In ogni caso, io mi scuso per ogni mio possibile comportamento sbagliato nei riguardi di amici, parenti, conoscenti...
E oggi con il cuore colmo d’Amore, come mi capitava quando ero bambina, offro idealmente il rametto di ulivo benedetto a TUTTI, dicendo francescanamente "la Pace sia con te!".
E sento rinascere una rinnovata Primavera nell'anima...