giovedì 2 luglio 2020

2 luglio: Raffaella conta le sue estive primavere



Oggi è il compleanno di Raffaella. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fino ai nostri giorni.
Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantadue anni fa. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu,verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del nascituro. Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e Quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero, invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Nàn zò chìssə rə dəlòrə chiù fùrtə. Hònnə ancòurə vəné rə calcassə”!!!) e di  Lizia, e le mie rinnovate risate perchè nessuno mi credeva, alle ore 20 Raffaella venne al mondo: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. Una femminuccia. La signora Chiella, dopo aver tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.
“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla da subito. Io la amavo già. Si precipitarono I nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori. Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. E lei mi corrispondeva con I suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, I suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. Bimba di parole e di baci. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perchè facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma  subito esploso amore nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve, candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per decenni o quasi. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.
 Con lei, oggi, condivido la quotidianità, nella nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti, dunque, nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.
Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.
E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.
È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo, dopo le parole accorate, sia pure velate di tenera ironia, che mi ha rivolto, coordinando, nel “magico cortile” della nostra antica casa, la bellissima serata di presentazione del mio romanzo (seconda parte), di cui hanno parlato magnificamente due meravigliosi amici e relatori: Valentino Losito e Mario Sicolo. Entrambi giornalisti. Il primo di lungo corso e all’apice di ruoli e compiti a livello nazionale, meritati a suon di penna; il secondo, più giovane ma non meno esperto e più romanticamente grintoso. Entrambi anche scrittori e poeti.
Ebbene, ancora una volta, durante la serata in cui si è parlato tanto del nonno, che ci ascoltava attentamente un po’ in ombra sotto il pergolato, ecco Raffaella che mi afferra l’anima con la sua invocazione d’amore. “Un amore che misuri la differenza tra presenza e distanza, tra il qui e ora e la lontananza e l’inevitabile procrastinare delle risposte attese”.
E io finalmente le rispondo:
“Bambina mia, l’amore provato e vissuto e donato è sempre un amore imperfetto, mancante della certezza della sua pienezza e intensità, perché recepito in maniera soggettiva, che fa i conti con l’attesa e le attese, con il proprio metro di misurazione e di valutazione, e con il senso di inappagamento che ogni amore lascia in chi lo riceve perché è incerta la quantità d’amore in possesso di chi lo dona.
L’unico amore certo è quello che si possiede, dunque?
Ma poi, si possiede davvero l’amore?
Ma allora come mai più lo lasciamo andare più diventa radicato nel cuore? E più lo tratteniamo e più ci sfugge, a volte soffocato proprio dalla stretta che non lascia libertà di essere e di agire?
Perché più viene dichiarato e più viene diluito il suo significato più profondo? Eppure, se non lo diciamo, rimane impredicato, nascosto, non recepito, non ascoltato, non compreso nella sua reale esistenza. Esiste solo per chi lo prova ma non esiste per chi non ascolta le parole che lo rendono visibile, anche se mai certo.
Come ogni cosa che non ha corpo, non occupa spazio, non ha una o più dimensioni visibili, anche l’amore non può essere toccato con mano, pesato, quantificato, percepito nella sua essenza, nelle sue qualità.
Possiede qualità l’amore? È frazionabile in bellezza, costanza, vicinanza, accudimento passione, tenerezza, forza, fiducia, protezione, esuberanza, allegria, complicità, molteplicità, singolarità, unicità?
Ed è riconducibile davvero alla sola parola AMORE?
Siamo tutti concordi nel definirlo come tale per poterlo vivere senza essere tratti in inganno da ogni pensiero soggettivo, dagli innumerevoli condizionamenti endogeni ed esogeni, che inevitabilmente lo snaturano, lo sviliscono, lo esaltano, lo mascherano, lo esibiscono, lo urlano o lo soffocano nelle spire della paura e nel bosco di ogni fuga e di ogni perdita dell’unico sentiero per fare ritorno al punto di partenza: l’improvviso batticuore nel conoscersi e riconoscersi tra migliaia di simili con l’infinito negli occhi e tra le mani?
E che dire del personale punto di vista: per me, per te, per lui, per lei…?
Quanto complesso e complicato l’amore. C’è persino chi nega la sua esistenza. Oppure gli fa uno sberleffo di scettico sarcasmo.
Alla luce di tutte queste considerazioni, diventa davvero impossibile conoscere e riconoscere l’AMORE.
E, se ci pensiamo un po’ di più, una tristezza senza fine ci assale… e un senso sconfinato di solitudine ci pervade.
 SIAMO SOLI. NELL’IMMENSITA’ DELL’UNIVERSO CHE CI SPAURA.
Sentiamo che abbiamo bisogno d’AMORE. Di amare ed essere amati. E sentiamo che solo l’AMORE ci rende felici. Ci rigenera. Ci dona nuova nascita e nuova vita.
Dunque, questo sentimento esiste? Ed è vivificatore?
Sì. Esiste. ll batticuore è là. Esplode quando meno te lo aspetti. Sia che si tratti del primo palpito di un semino sotto il cuore di una donna chiamata ad essere mamma. Sia che si tratti del primo attimo di vita tra le braccia di un uomo che s’innamora della sua paternità. Sia che avvenga tra due esseri umani l’esplosione del Big Bang che è tumulto incoercibile del cuore in andata e ritorno… e in espansione…
 E ci accorgiamo che l’AMORE è semplice come l’aria che respiriamo. È.
Che duri un attimo o una vita non importa.
Rimane un punto vivo, incancellabile, nell’eternità.
Per questo oggi voglio dedicarti, bimba mia, questi versi che ho scritto per te questa notte per dirti finalmente quello che vuoi sapere. Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto ti preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.
Ti regalo oggi il mio sorriso
luce di colorata felicità
da sempre attesa negli occhi
a farsi specchio della tua ansia
perché in gioia si tramutasse
il riflesso di mille e mille stelle,
per me raccolte su terrapieni
inventati, nel vuoto della mia sera
per accenderla di risate.
Clamore assordante fu
il battito del tuo cuore
vicino al mio in un palpitare
di giorni di stanca malinconia.
Ma complici io e mia madre
di un segreto dolcissimo
sotto un cielo che sapeva
di noi
riprendemmo a ridere,
dimentiche del tempo
e le stagioni del silenzio.
Rinacque l'incanto
delle tue parole ali di allodole
a ricamare i miei mattini
che ombre attraversarono
tra nuvole scure di pensieri
distanti e prigionieri.
Sogni mai afferrati
dalle tue mani
protese a farmene dono.
E oggi, vedi, solo per te sorrido
a rendere visibile l’Amore
che ti devo.
Con il sole che bacia i tetti
della tua mai spenta speranza
a sapere della mia gioia
di vivere.
(Nel giardino arso di sole
papaveri di fragili corolle ridono
a restituirci rinnovate intese d'allegria)
 Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate...”.

Ma scrissi questa lettera a Raffaella l’anno scorso, subito dopo quell’invocazione muta. Ma era estate ed io ero già partita per le irrinunciabili vacanze nel Salento. Non la strinsi al cuore. Non le detti il bacio atteso. Le parole volarono via web e si depositarono tra le spighe azzurre della lavanda in fiore e l’intrico delle lantane rosse e gialle che invadono l’aiuola più grande del giardino. Giunsero mai a lei? Non lo so. Neppure gli ostinati papaveri, che ostinatamente continuano a rinascere (dopo una sotterranea inondazione di acque divorate dalle idrovore) fra i mattoni del nostro passaggio tra i cancelli e la casa, mi hanno mai confidato della consegna delle mie parole attese e forse mai ricevute. Ancora una mancata risposta tra noi. Nonostante l’Amore.
Te le ripeto oggi con Amore. Ogni mamma in cuor suo sa la differenza, come ogni figlia, in cuor suo, la sa. Ma rimane racchiusa nel profondo del cuore perché ogni mamma e ogni figlia e ogni essere umano dà ciò che può perché quello che è “di più” non è il frutto di quello che è. Ogni altro di più è un inganno in quanto è uno sforzo che mina  l’autenticità e la veridicità del sentimento. Diamo agli altri quello che possiamo perché è il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E se è, non necessita di alcuna differenza, alcuna misurazione. È.
A te, mia Raffaella, con l’Amore imperfetto che mi vive dentro.
                                                       mamma



lunedì 29 giugno 2020

"Fuma stronzo, fuma..." - Il mio incontro con Vittorio Gassman

[Pagina estratta del numero di giugno di DIALETTICA TRA LE CULTURE - Roma]

Dal 1996 al 2002 ho lavorato in un famoso studio di registrazione e produzione musicale, qui a Roma. Sono stati i 6 anni più folli e divertenti della mia vita. Un caleidoscopio di esperienze, emozioni, avventure, incontri, amicizie, feste, personaggi, musica, allegria, vita.
6 anni irripetibili.
Ho incontrato tantissimi artisti, con tanti di loro ci sono diventato amico.
Tra tante personalità artistiche ho avuto, nel 2000,  l'immenso onore e privilegio di incontrare anche Vittorio Gassman, pochi mesi prima della sua scomparsa.
Il Maestro doveva registrare una collana di cd nella quale recitava le poesie più rilevanti e rappresentative della letteratura italiana dell'800 e del 900.
Sua la scelta.
Un progetto importante, monumentale che vedeva anche la prestigiosa partecipazione di Roberto Herlitzka, Ugo Pagliai e Lina Sastri.
Ci dettero due settimane di preavviso. Quindici giorni in cui si viveva una strana eccitazione mista a paura. Tutto doveva essere perfetto: la registrazione non doveva avere intoppi e lo studio doveva essere al massimo dell'efficienza e della confortevolezza.
Arrivò il giorno, di pomeriggio. Vittorio Gassman scese dal taxi,  strinse la mano al tassista accennando un sorriso, alzò la testa, guardò oltre il tettuccio della macchina e ci scorse dall'altra parte della strada. Eravamo tutti sull'uscio dell studio, in piedi, quasi sull'attenti, trattenendo un po' il respiro. All'epoca avemmo tutti la malsana idea di ossigenarci i capelli, una selva di teste bionde/bianco ghiaccio, protopunk fuori tempo massimo. Gassman si avvicinò, ci squadrò uno per uno, sorrise e strinse la mano a tutti, addirittura presentandosi con un dolcissimo e rassicurante "Piacere, Vittorio". Fummo tutti investiti da un'aurea strana, infondeva benessere elettrizzante. Era molto alto con un'andatura sicura ed elegante. Chiese un caffè. Chiamai il bar, arrivò un ragazzo che per poco non fece cascare tutto non appena si accorse della presenza del più grande rappresentante vivente del cinema e teatro italiano. Gassman lo ringraziò con garbo e gli strinse la mano.
Il primo giorno di registrazione passò in fretta. Gassman non perdeva un colpo, lucido e determinato, divorava intere poesie con  grazia inusitata, la solita classe immensa. Le uniche pause o rifacimenti erano dovuti ad una tosse radicata, era l'unico autorizzato a fumare in sala. E di sigarette ne fumava davvero tante e ad ogni colpo di tosse si rimproverava (il suo "fuma stronzo, fuma"... da autodedicarsi in maniera reiterata era quasi un mantra, era  la nostra catarsi, lo sciogliersi della tensione in una risata liberatoria e salvifica). Non solo sigarette, come vizio incontrollabile, ma anche tanti cioccolatini. Aveva la predilezione per una marca particolare. Mi premurai in seguito di farglieli trovare tutti i giorni, tranne una volta. Al solito bar erano finiti, girai per altri bar ma nulla. Comprai  qualcosa di simile e glieli portai, convito che non li avrebbe graditi. Lui li guardò, guardò me, riguardò i cioccolatini e, in anticipo sulla mia mortificazione, mi sorrise dicendo: "grazie, sono proprio quelli che volevo". Mi rincuorai. Quasi si fosse creato un legame segreto tra noi.
Finì la prima giornata, Gassman sempre con grande educazione, chiese un taxi. Lo chiamai.
Il taxi arrivò, ma Lui si attardò un bel po' prima di lasciare la sala, continuando a parlare con tutti noi e non risparmiando grandi sorrisi che accompagnava a movimenti degli occhi, a volte semichiusi a volte spalancati, penetranti e profondi. Era estasi pura sentirlo parlare con il suono magico della sua voce, il suo gusto nella ricerca delle parole, perfino le sue pause trasudavano eleganza. Noi ascoltavamo rapiti, completamente ipnotizzati.
Suonarono alla porta, era il tassista, furioso. Stava aspettando da un quarto d'ora ed era pronto ad inveire finchè non si accorse del suo cliente speciale. Diventò immediatamente docile, riverente, quasi servile, dalla bocca gli uscì solo un flebilissimo: mi scusi Maestro...
Gassman sgranò gli occhi, lo guardò e dopo una breve pausa seguita da un profondo respiro gli prese la mano e disse: "no, perdonami tu, mi ero trattenuto con i miei amici. Andiamo".
Fu un gesto meraviglioso, dolcissimo e carico di significati. Un signore, un artista immenso, ma soprattutto un uomo dalla statura enorme. Non faceva differenze, dispensava sorrisi e grandi strette di mano a tutti. Impressionante e straordinariamente grande nella sua semplicità
Le successive giornate di registrazione passarono senza intoppi.
Vittorio Gasmann lavorava sodo, senza pause, si concedeva solo pochi intervalli tra una poesia e l'altra perchè le impreziosiva con aneddoti personali, frutto di studio,  cultura, passione. Intrecciò una benevola relazione di amicizia con il fonico Jacopo, che gli era sempre accanto per le registrazioni, lo trattava come un figlio. Durante le pause rideva e scherzava con i suoi illustri colleghi, continuando a prendere bonariamente in giro il "povero" Herlitzka, altro gigante della recitazione.
Quando finì il lavoro e arrivò il giorno del commiato fu come al solito molto gentile, ci salutò tutti, dal primo all'ultimo, anche chi non aveva avuto a che fare direttamente con lui. Grandi sorrisi ed anche qualche abbraccio.
Si chiuse la porta, ma rimasero aperti  i nostri cuori, le nostre anime, annaffiate per due settimane da un incommensurabile ricchezza artistica ed umana.
Un paio di settimane dopo, Vittorio Gassman presentò su un canale Mediaset in seconda serata una riedizione del suo Mattatore, credo sia stata la sua ultima apparizione in tv. Vedemmo tutti insieme la prima puntata. Gassman aveva i capelli ossigenati come i nostri. Abbiamo tutti voluto ostinatamente credere ad un piccolo, affettuoso omaggio.
Di sicuro il miglior regalo possibile mai ricevuto è stata la sua presenza nelle nostre vite, seppur per pochissimo tempo. Una presenza con un valore inestimabile fatta di racconti, aneddoti, battute intelligenti e illuminanti, sorrisi e poesia. Tanta Poesia.
“Mi disturba la morte è vero. Credo che sia un errore del padreterno. Io non mi ritengo per niente indispensabile, ma immaginare il mondo senza di me... che farete da soli?”
Ecco, Maestro, non faremo niente, siamo tutti più soli, infinitamente più soli. Da vent'anni esatti.
Grazie di cuore, Maestro.
           Giuliano Leone

lunedì 22 giugno 2020

Canto di rinascita-Inno alla vita di Isabella Antonacci


Mi hanno dato l’onore di leggere le parole di Angela, insieme con l’onere di scegliere la pagina da leggere. Onere davvero pesante, perché ogni pagina delle oltre 800 de Le piogge e i ciliegi è una Pagina, con la P maiuscola. E chi ha letto i due volumi sa di cosa sto parlando.
Ho pensato, allora, a una collana, una collana in cui si alternano il rosso corallo, carico di energia vitale, e il lunare candore della perla, simbolo della femminilità creatrice.
Ho pescato ogni singolo granello di questa collana nel mare Angela, Angelina, Lina, un mare che abbraccia le piogge e i ciliegi che trasmettono amore mentre lo raccontano, anche quando le parole si rivestono di malinconia.
Non canto più né la gioia né la disperazione. Si è perso il canto. Si è perso(pag. 303 vol. 2)
E, ti chiedo, Angela, la scrittura, come tu dici, “La scrittura mi si impone Mia degli Altri(pag. 176 vol. 2), cos’è, se non canto?
“… il mio libro
Il sovrapporsi di parole che, se le vedi sul foglio non riesci più a leggerle, ma se le vedi all’orizzonte sono il trenolungolungo di ogni mia meraviglia;
e, se le distendi sul rigo, formicolano silenziose, portando il carico di sogni e sgomenti, di stupori e paure;
e, se le leggi in verticale, diventano pioggia di pensieri che sembrano un imbroglio di lettere e, invece, irrorano l’anima e la rigenerano di ricordi per ridonarci una nuova fioritura;
e, se le vedi controvento, sono stormi di uccelli che nugolano nel cielo e lo ricamano in una danza che non ha soste né direzioni e mi portano in alto in alto dove tutto è
Inno alla Vita. Gioiosa libertà. Meravigliosa Armonia.” (Pag. 196 vol. 2)
Non è canto, canto corale, “La creatività moltiplicata per due e data in eredità ai figli”? (pag. 316 vol. 2)
“Le parole… I figli…” (pag. 315 vol. 2)
“Poi torna l’arcobaleno. E non so più se è un segno di speranza o ancora un’illusione questo insieme di colori che mi prefiguro per dipingere giorni migliori.” (pag. 303 vol. 2)
 Eccoti, “araba fenice a risorgere continuamente dalle mie ceneri” (pag. 322 vol. 2)
rinascere oltre la notte e le perdute sere(pag. 375 vol. 2)
Con “occhi incantati per scoprire un prodigio(pag. 325 vol. 2)
devo crederci ancora… sognare ancora… vivere ancora…non devo smettere di stupirmi…(pag. 354 vol. 2)
Come quando, bambina, giocavi con la luna
E in quel cortile io giocavo con la luna, quasi gomitolo di lana da imbrigliare ai rami del gelso e afferrare attraverso la finestrella delle rose per posarla sul mio cuscino.(Pag. 394 vol. 1)
La stessa luna, eterna bambina come te, che nasce e rinasce

 Ha un sorriso da emoticon
la luna bambina
che si culla nel volto scuro
del cielo e lo rischiara.
appena nata
quasi una nuova creazione
del mondo. senza pianto.” (pag. 327 vol. 2)
Senza pianto, sì, senza pianto.
Oggi è, ancora una volta, anzi, più che mai, tempo di nascita e di rinascita… anche per me…(pag. 204 vol. 1)
Grazie Angela, Angelina, Lina, grazie di essere ciò che sei.


Mia nota a questa bellissima pagina, portatami in dono da Isabella Antonacci che, con suo marito Umberto, sono venuti in libreria (la nostra libreria Secopstore a Corato) per la presentazione del meraviglioso saggio critico-letterario di Vito Di Chio, splendido saggista e prezioso amico, "Una finestra aperta sui sogni" (SECOP Edizioni, 2020)

Nel leggere e rileggere questa pagina, che desidero condividere con chi avrà la bontà di seguirmi ancora, dopo tanti inevitabili intervalli di silenzio, mi sono sorpresa, emozionata, commossa. Mi sono sentita attraversata dall'attenta lettura di Isa, dalla sua capacità di focalizzare alcune espressioni a me particolarmente care perché connotano la mia personalità e, quindi, la mia scrittura che da questa prende forma e vita, ma soprattutto mi sono sentita avvolta dal suo affetto profondo e sincero...
Grazie, Isabella, per la tua presenza nei miei giorni di rinascita e oltre. Angela, con gratitudine. 

venerdì 22 maggio 2020

LILA DELLE LUNE BLU

Lila delle lune blu correrà a casa dei nonni.
Correrà lì dove è cominciata la sua fiaba più bella: nascere. Nonostante la guerra, le case di pochi uomini anziani, come suo nonno, custode dei sogni e dei sorrisi di tutte le donne di casa, e di tante nonne, mamme, figli piccoli e senza padri dell'intero
quartiere.
Tutti partiti in guerra con la speranza di tornare.
Lila delle lune blu metterà le ali per raggiungere quel cortile, dove ogni volta si rifugia per risentire quella carezza lontana che vestiva l'alba di ogni nuovo giorno. O avvertire la presenza tenera della sua voce che rassicurava la notte: "Dormi, l'angioletto ti sta vicino e ti protegge - 'sono l'angelo del Signore/ sto vicino al tuo cuore/ quando vegli e quando dormi/ sempre sempre sto con teeee - " lei cantava, mentre la voce del nonno volava tra i suoi riccioli e il cuscino e lì si fermava.
E il cortile si riempiva di magia.
Si animava del brusio dei ricordi, delle voci che si facevano parole pronunciate dalle persone amate o soltanto conosciute. Tra le aiuole fiorite si accendevano della luce della memoria i personaggi dei loro
racconti e di quelli di altre vite. Quante storie conservate nelle crepe dei muri che avevano conosciuto altre stagioni.La sua anima era lì, e lì quella dei suoi cari.
Lila tornerà perché sa dove tornare. Sa che lì c'è la verità da sempre cercata.Lila delle lune blu chiederà a suo nonno di raccontarle ancora una volta la paura, la nostalgia, il pianto, il rammarico, il rimpianto, l'attesa e la speranza, il perdono, il canto, prima che l'alba s'insinui prepotentemente tra le sue ciglia e la svegli.Sì, Lila delle lune blu, di notte, correrà nel cortile per rifugiarsi nelle braccia salvifiche di suo nonno, nella mitezza del suo cuore, dove fiorisce il suo sapere ricco di sentimento e fantasia come sempre. Come ogni notte.Suo nonno, il poeta, l'affabulatore, il profeta. Suo nonno e la scrittura mai scritta, ma raccontata con tanta immaginazione e fantasia ai suoi nipoti, ai parenti ai passanti. A chi si fermava per ascoltarlo.
Lila sognerà e saprà scrivere grazie a lui.Anche stanotte correrà da lui per ascoltare le sue parole e sapere e scoprire la paura che serpeggia fuori.Lui possiede ormai il mistero della verità "oltre il muro d'ombra".Solo lui conosce il segreto dell'Amore che salva e protegge oltre la vita.
Ha guidato i suoi passi e ha dispiegato le sue ali.
Le ha insegnato che la viltà si accompagna sempre al coraggio.Lila delle lune blu afferra le sue lune.Ogni giorno le prende per guarire, quasi fossero onde di mare da accarezzare.Lila amava il mare fino a riempirsene gli occhi e il cuore. Fino a dipingerlo sui muri della sua casa per non perdere mai tutto l'azzurro che le vorticava nei pensieri.Aveva amato tanto viaggiare per incontrare altra gente e scoprire nuove città, orizzonti dilatati. Universi e pianeti e costellazioni. Fino a quando... L'età le aveva remato contro!
Ottant'anni portati con dignità e fervore.La febbre improvvisa non le aveva dato scampo, eppure lei si ammalava solo raramente.
La paura di rimanere lì sul pavimento della sua camera, dove febbricitante era piombata, come tetto franato irrimediabilmente, le aveva fatto tremare per l'ultima volta le vene e i polsi.Suo figlio l'aveva trovata così per l'abbraccio della sera a dirle "come stai? Hai bisogno di qualcosa? Cerca di dormire, non ti arrampicare fino alle stelle per rubare il tuo spicchio di luna..."
L'urlo, la bestemmia smozzicata, la telefonata al 118, l'ambulanza, la sirena, il primo ospedale mentre tutto diventava un buco nero, in cui lei stava precipitando senza più corpo né pensieri. Solo il cuore a batterle all'impazzata come se non fosse più cuore ma un tamburo assordante di pelle d'asina o una intera batteria che un forsennato batterista percuoteva senza pietà.
E i mesi divennero granelli di sabbia e di paura nei tanti ospedali attraversati fino all'ultima spiaggia di quella stanza protetta da lunghi corridoi immersi nel verde delle pareti e nel silenzio che lei, aiutata da camici verdi, percorreva per giungere in palestra, dove le lune blu sembravano attenderla complici delle sue conquiste quotidiane.
RIABILIA, un centro rinomato per la qualità del suo servizio riabilitativo ortopedico e neurologico ("lì fanno resuscitare anche i morti", le avevano detto e suo figlio l'aveva portata lì col cuore dubbioso e l'anima colma di speranza) l'aveva accolta come un sacco portato con l'elevatore che faceva pensare a quello delle cicogne a planare lungo i cieli nelle case dove si attendeva il sorriso di un bimbo, ma qui quel mostro atterrava portando corpi inerti e volti atterriti di persone anziane provate dagli attentati feroci della vita. E lì ad accoglierla, vestiti di verde e di bianco, operatori, infermieri e fisioterapisti guidati da medici esperti e da dottoresse giovani e volenterose, si stavano prendendo cura dei suoi occhi spaventati, che indagavano, gli unici dotati di movimento in quel corpo immobile, sulla sua buona o cattiva sorte. Poi, aveva scoperto le lune blu e se ne era innamorata perdutamente e la sua gioia esplodeva in canti sommessi e lontani per tornare all'infanzia e ai giorni della spensieratezza e dei salti con la corda e la palla da afferrare con le mani e lanciarla lontano aprendo le dita. E quei camici verdi, giorno dopo giorno, accompagnavano la tenacia combattiva di quegli stakanovisti, che li indossavano, per il rinforzo di muscoli e tendini, di nervi addormentati, tra lettini, cilindri, pedaliere, pesi, spalliere e parallele e quadri svedesi e lune bianche come spuma di mare e blu come onde che tendevano a toccare il cielo, per i cento passi tra le nuvole e l'azzurro. Lila le sfiorava con le sue mani inerti seguendo la guida sempre attenta, incoraggiante, sfidante della fisioterapista in gara con sé stessa e col suo orgoglio di professionista da oltre trent'anni sempre in quella palestra che l'aveva conosciuta ragazza con tutte le altre, ormai colleghe e amiche, che si davano manforte nei casi disperati come quello di Lila per non concedere il benché minimo sopravvento al danno neurologico, per non dargliela vinta. E Lila respirava con le sue lune atmosfere di febbrile rivincita sul male... E mentalmente le contava e le abbinava ai nomi degli angeli senza ali (Beatrice, Anna, Antonella, Annalisa, Giacomo, Alberto, Angela, isabella... ciascuno con la sua personalità, la sua preparazione, la sua passione per un lavoro difficile, usurante, stancante, a volte ingrato, a volte avvilente, ma quasi sempre svolto con passione, abnegazione, coraggio di osare per raggiungere risultati spesso insperati. Lila contava e abbinava senza tregua per non dimenticare le voci e i volti e le mani che eseguivano movimenti perfetti in tanta imperfezione: corpi sinistrati e disastrati come il suo da restaurare, quasi mobili antichi di duro legno che il tempo aveva logorato e la fisioterapia li risistemava con un restauro lungo e sapiente per renderli duttili e ancora utili, forse anche belli, con mille attrezzi e metodi diversi e tutti con lo stesso percorso per una meta da raggiungere ad ogni costo: dalla disabilità all'abilità. Anche Lila aveva mani e braccia e dita e gambe e piedi legati, incatenati, distrutti e la voglia di andare lontano come il tempo delle corse a perdifiato per raggiungere il suo amore ragazzino e tuffarsi nel mare.
Le braccia, le mani, le dita, e il piacere di scoprire giorno dopo giorno che poteva muoverle di nuovo. E le gambe e i piedi e i primi passi e le lacrime di gioiosa commozione per avere ancora i piedi e sentirli ancorati al pavimento, sul lettino, su e giù per le scale e lungo i lunghi corridoi. Con la sedie a rotelle, le stampelle, e tutte le sue elle (Lila) che danzavano incuranti dell'età, degli ostacoli e delle paure. E le sfide quotidiane per superarli e trasformarli in terrapieni percorribili grazie al coraggio. E la voglia di uscire e andare di nuovo lontano a sfiorare con le piante nude il velluto d'erba tenerella e giungere così, danzando sulle punte, fino al mare. Al MARE. Lì a due passi. E non poterlo vedere, toccare, respirare.Con braccia mani e dita ad afferrare le corde del Cielo per ricordarsi del miracolo di essere viva...
E passi, cento mille un milione un miliardo di passi a percorrere la superficie dell'intero pianeta e magari volare sulla luna e riscoprirla di bianca madreperla o di corallo rosso incastonato nel cielo o viola come un dolore nascosto, timida come un nontiscordardimè sul muro d'ombra del giardino.
Lila delle lune blu impara non solo a camminare e a legare corde e lune, sta imparando la pazienza dell'adattamento e dell'attesa, il coraggio delle spine da togliere dai cespugli dei roseti nel letto arroventato per afferrare la rosa del sogno realizzato giorno dopo giorno con una volitività mai prima praticata. Sta imparando il miracolo dei sentimenti che contraddittoriamente ci accompagnano per darci lo stupore della luce mentre brancoliamo nel buio e il conforto del cielo stellato nella
notte del cuore.
Lila delle lune blu, dopo aver ricordato e imparato, vuole tornare a toccare il mare.
Vuole correre.
Corre di nuovo Lila per tornare a casa.
La sua casa di luna e di mare.Lila senza lune blu.
Di nuovo Lila.

venerdì 8 maggio 2020

Maggio: il mese che amo


"Era de maggio, e te cadeono 'nzino
A schiocche a schiocche li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino
Addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio - io, no, nun me ne scordo -
'Na canzone contàvemo a ddoie voce:
Cchiù tiempe passa e cchiù me n'allicordo
Fresca era ll'aria e la canzone doce.
E diceva: "Core, core!
Core mio luntano vaie:
Tu me lasse e io conto l'ore
Chi sa quanno turnarraie!"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
Quanno tornano li rose
Si stu sciore torna a maggio
Pure a maggio io stonco ccà".
E sò turnato, e mò, comm'a na vota,
Cantammo nzieme lu mutivo antico;
Passa lu tiempo e lu munno s'avota,
Ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m'annammuraie,
Sì..."
È un canto antico che racchiude un mondo di sentimenti profondo e sincero che più non ci appartiene...
Pure, mi rappresenta.
Nata a fine maggio, e con tutte le caratteristiche zodiacali dei Gemelli, segno dai forti contrasti interiori, amo la lievità dell'aria con i suoi cieli di tanti colori, la volta stellata, la luna, il sole, le nuvole leggere, e la solidità della terra con le sue radici, il verde, i fiori, le rose dei giardini, ma anche i papaveri dei campi...
Soprattutto amo il mare con le sue tempeste imprevedibili e sotterranee e le languide onde che cullano sogni e sirene e un invito suadente a intraprendere il viaggio verso oceani di orizzonti inesplorati. Amo viaggiare, dimentica di ogni mio ieri, col suo fardello di piombo e di piume.
E amo l'Amore, quello eterno che ti riporta a casa in un eterno ritorno del cuore al cuore.
Maggio: mese dedicato a Maria e l"altarino con le candele accese, il rosario e la fede nel cortile con le voci sommesse dei nonni e i vicini di casa, uniti nella stessa preghiera.
Ma anche mese delle lotte di classe per rivendicare i diritti dei lavoratori e di quanti in passato non avevano avuto mai voce, in un mondo sempre più laico e legato ai valori solidi della terra, un mondo ancora semplice ed essenziale nei suoi bisogni primari.
Mese di bianco vestito per la purezza di veli trasparenti e il candore delle bimbe nel giorno della loro Prima Comunione e lo splendore degli abiti delle spose di maggio. Ma anche mese dai colori accesi, fiammate di passioni ardenti, vissute come "due dozzine di rose scarlatte" (De Benedetti) tra desiderio e avventura da non potersi raccontare se non avvolgendo di Mistero ogni possibile trasgressione.
Maggio, dolcissimo e innamorato. Maggio deluso e rinato, mai scontato, col suo sorriso ragazzino e la creatività a dipingere i muri del cielo perché ci sia sempre un arcobaleno a farci dimenticare le nuvole e risolvere in danza e in canto la pioggia dei giorni grigi.
"Era di maggio", un canto che mi somiglia e mi definisce.
Per la mia anima eternamente bambina e innamorata perdutamente di Poesia...

venerdì 24 aprile 2020

Dal 21 aprile al 21 maggio


Dal 21 aprile al 21 maggio

Come i carcerati in attesa
di libertà
all'alba del giorno faccio tacche invisibili sul muro 
che definisce la sponda il letto 
le duemila e quattrocento ore di prigionia e dolore 
e un refolo di coraggio
Ad ogni alba che sale dalla terra e ricama nel cielo petali sparsi
di mandorli e ciliegi già sfioriti
peschi a trattenere il primo sole
in una pioggia di piume setose
che precorrono dolce sapore
di ciliegie in panierini d'infanzia
innalzo un inno al nuovo giorno che verrà 
con carezze di madre
e sarà diverso
     più ricco di me
che conosco l'attesa il filo spinato il sogno indifeso
il cielo stellato...
oltre il disincanto il buio la paura incido sul grigio del muro
tacche di pensieri luminosi che altri non sanno
trenta giorni all'alba 
(Fiaccola accesa io di speranze mi vestirò di glicini in fiore
in una pioggia di cielo a darmi voce e sarà giorno di festa
 ‌                                                         il mio ritorno a casa)

martedì 14 aprile 2020

Domenica 12 aprile - Domenica di Pasqua

Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.105)

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Poi la festosa Pasqua

Le campane a gloria della mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l’avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini. Noi c’inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo, tu benedicevi l’abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo d’ulivo e l’acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a casa in una bottiglietta
(e mai il timore di un’infezione a sfiorarci e mai una malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani, più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!). 
Il benedetto era (e forse è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l’agnello e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo intero e con la vita
(e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/ buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma alla fine devi dir…
ah, sì bè/ buona pasqua pure a me!

Carosone dalla radio cantava anche per noi…) 
Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali, l’immancabile “vrədéttə”
(non credo sia traducibile in italiano, forse “il brodetto”, ed era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…)
e altro buon vino e chiacchiere e risate.
Tu raccontavi...
Poi, giunse il tempo della Pasquetta con gli amici. E tu e nonna restavate a casa perché non era più, per voi due, tempo dei lunghi passi tra l’erba, delle inerpicate sui sassi, delle scampagnate faticose. C’era ormai la stanchezza di giorni lunghi da portare su spalle più curve e su gambe sempre più malferme. 
(‘na ròutə da rəpàrà u səllénə da səstəmà u manùbriə da addrezzà e u cambanìddə ca dəchiàrə allàrmə còmə a ‘na campàna ròttə e stənàtə… cə nə məttémə tùttə ‘nzìmə jìndə a la màchənə pə fànnə abbəvèscə nàn jèssə jùnə bbùnə…)
(una ruota da riparare il sellino da sistemare il manubrio da raddrizzare e il campanello che dichiara allarme come una campana rotta e stonata…
se ci mettono tutti insieme nella macchina del restauro di tanti vecchi non ne viene fuori neppure uno sano…)
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venerdì 10 aprile 2020

Venerdì 10 aprile - Venerdì Santo




Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.101)


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Dal venerdì, invece, si entrava nel vivo della settimana santa con i panni viola che coprivano tutte le nicchie con i simulacri dei santi nelle chiese, e tutti gli specchi (in cui di sicuro abitava il diavolo, secondo una teoria di nonna Angelina, derivatale da secoli di medioevo) nelle nostre case.
La mia vanità subiva un feroce colpo fino alla Domenica della Resurrezione. Il mio cruccio maggiore era non potermi specchiare per vestirmi e per pettinarmi a modo mio
(jìndə au spécchiə stèjə u diàvuə e tu sì scəchìttə ‘na məndòsə ca nàn zàpə pənzà a nnùddə àltə… à dà scè drìttə drìttə au ‘mbìrnə…)
(nello specchio c’è il diavolo e tu sei solo una vanitosa che non sa pensare a niente altro… devi andare dritto dritto all’inferno…)
Ma mi consolavano di tanta rinuncia la processione della Vergine Addolorata della mattina e quella del Legno Santo della sera, rincuorandomi anche per il lungo silenzio delle campane, messe a tacere fino a Pasqua; silenzio, interrotto a intervalli da “rə tər-ròzzuə”
(quei particolari arnesi molto strani che i ragazzini per strada facevano ruotare nell’aria con il polso e con la mano, perché emettessero il loro caratteristico suono cupo e greve, che sostituiva quello più squillante e morbido dei campanili)
fino allo scampanio a distesa della mezzanotte del sabato santo.
Le due processioni erano un capolavoro di tristezza, di bellezza, di fede.
L’Addolorata era bellissima con il suo volto minuto e affilato, coperto dal pizzo nero e intriso di pianto. L’accompagnava una leggenda molto suggestiva. Pare che lo scultore, ad opera finita, venisse tramortito dalla voce della Vergine che lo ringraziava per tanta bellezza con le parole:
“‘Ncìələ mə vədìstə ca ‘ndèrrə mə facìstə?”
(“in Cielo mi hai vista ché in terra mi hai scolpita?”).
Eri stato proprio tu a raccontarmi questa delicata leggenda la prima volta, lasciandomi incredula e incantata. E con la voglia di verificare di anno in anno la bellezza di quel volto in un canto d’anima che si univa al coro de “La Desolata”.
Mi piace anche rivivere con te il racconto tenerissimo, che non conoscevo e che non so se faccia parte della tradizione popolare o della tua fertile fantasia: sta di fatto che raccontavi come, nella tristissima notte “du Scəvədìa Sandə”, il peregrinare della Madonna addolorata, nella ricerca spasmodica e dolente del figlio, avesse momenti di straordinaria crudezza e di meravigliosa pietà in quanto, uscendo dal paese, la Vergine dolente vedeva impiccato ad un albero il corpo di un giovane: quello di Giuda, il traditore di suo figlio, e con delicatezza gli si avvicinava, lo accarezzava, gli baciava la mano...
Quale perdono più grande, dunque: quello di un Dio immenso, che lascia crocifiggere suo figlio, fattosi uomo per redimere l’umanità, o quello di una madre del tutto “umana”, trafitta da tutto il dolore del mondo, che pure bacia con gesto delicato la mano di colui che proprio con un bacio aveva tradito Suo Figlio?
Lei, minuscola donna come tante, con un cuore immenso più dell’immenso Suo Dio...
(Probabilmente è per questo che noi tutti ci rivolgiamo a Lei perché interceda in nostro favore presso il Padre e il Figlio.
Lei: Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio..., come recitano i primi versi della preghiera di San Bernardo alla Vergine nel Paradiso dantesco)
<Nella mente si affollano ricordi, lacerti d’infanzia, spaccati di vita paesana, parole in vernacolo in disuso, ma straordinariamente colorite e dense di significato, tradizioni da salvare, da valorizzare perché fanno parte di noi, del nostro sangue e della nostra anima, della nostra cultura contadina e della nostra fede. Della nostra stessa vita. Fatta anche di paura. Quella paura che serpeggiava nell’anima di tutti noi bambini quando entravamo nelle chiese con “scarsa luce e poca aria”, ma piene d’incenso, di lumini rossi, di lupini appena in germoglio. (…) la paura del buio delle chiese con le statue dei santi coperte con i panni viola della penitenza spesso era vinta dallo stupore. Meno piacevole, invece, era la sensazione della “bocca amara di digiuno” durante i riti della Settimana Santa.
“Eri bella come rosa...”: richiamo antico, che mi attanaglia il cuore, ancora oggi, al ricordo di quel volto come petalo lacerato che intensamente aspettavamo di guardare con un misto di venerazione, di pena e di curiosità per quella antica leggenda che voleva quel volto bellissimo causa della morte del suo scultore>.
(eri bella come roosa,/ là di Gerico sul praato./ Or sì mesta, sì pietoosa,/ dal sembiante scolorato/ sembri al suol reciso fioore,/ ricoperto di pallore! …). 
E Vitino, ormai diventato il prof Pasculli, da tutti amato e apprezzato, ne era diventato il direttore musicale, ma io non ero più riuscita ad incontrarlo dopo i nostri anni in via Maggiore angolo via De Rossi.
A mezzanotte, infine, c’era la processione “du Venerdìa Sàndə chə la nàchə d’òrə də Crìstə mùrtə”
(“del Venerdì Santo con culla dorata di Gesù morto”),
“də l’Addóloràtə” (“della Vergine in pianto”) nella vana ricerca del figlio,
e “du Légnə Sàndə” (“del Legno Santo”), tutto luci e fiori.

La piazza alberata, antistante alla chiesa di San Francesco da Paola, era illuminata solo dai falò nei vasi di terracotta e dalla fede di quanti sin dal pomeriggio portavano da casa le sedie sul sagrato della chiesa per assistere a quella triste rappresentazione senza stancarsi, dato che “rə statuìrə” (i portatori delle statue), vestiti di nero, con camicia, guanti bianchi e papillon neri, procedevano con studiata lentezza perché le tre statue non si incontrassero mai lungo i rettilinei di quel quadrilatero. Dopo ogni simulacro con lunghe candele accese, la banda suonava musiche dolcissime e tristissime come lo Stabat Mater, canto funebre attribuito a Jacopone da Todi con musica e coro del nostro Tommaso Traetta, e altre sinfonie.
Anche io e Lizia portavamo le sedie per tempo perché tu e la nonna poteste stare comodi fino alla fine della lunghissima processione. Qualche volta anche al riparo dal vento freddo, intabarrati in cappotti e sciarpe per l’atteso inevitabile gelo (dicevate) di ogni venerdì santo, difficilmente riscaldato dal sole
(u vənərdìa Sàndə fàcə sémbə brùttə tìmbə, da quànnə ‘mbrè crìstə sòpə a la cròcə…)
(ad ogni venerdì santo, da quando è morto cristo sulla croce, è sempre brutto tempo…)
Lacrime commozione preghiere
incanto tradizione

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giovedì 9 aprile 2020

Giovedì 9 aprile - Giovedì Santo


Tratto da Le Piogge e i Ciliegi - La storia di un uomo straordinario (Capitolo IV - Pag.100)

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La settimana santa era un susseguirsi di riti e di preghiere, a cominciare dalla via crucis, che metteva, quotidianamente, a dura prova la mia pazienza nell’ascoltare e nel seguire, con meditazioni suggerite dal sacerdote e rinnovate litanie dei fedeli, tutto il cammino di Gesù condannato a morte dal Sinedrio fino al Golgota. Un cammino, suddiviso in quattordici “stazioni” con altrettante genuflessioni, in una chiesa gremita e penitente
(adoramus te christe et benedicimus tiiibi… quia per sanctam crucem tuam redemisti muuundum…)
mi ero riconciliata anche col latino lingua di dio…
Tu e la nonna seguivate con profondo trasporto tutte quelle riflessioni e preghiere, che si dilatavano tra le navate in una sorta di cantilena ipnotizzante. Alla fine anche i fedeli più fedeli erano stremati tanto che alle Litaniae Sanctorum la folla, dopo un po’, cominciava a rispondere non più “ora pro nobis”, ma “nobìs” e, infine, “bìs”, pur non avendo alcuna intenzione di bissare…
(kyrie eleison… kyrie eleison… christe eleison… audinos… exaudinos… sancta maria… ora pro nobis… sancta dei genetrix… ora pro nobis… sancta virgo virginum… ora pro nobis… … sancte petre… nobìs… sancte paule… nobìs… … sancte andrea… nobìs… … sancte stephane… bìs… sancte vincenti… bìs… …)
Io mi annoiavo. Mi chiedevo che efficacia potessero avere quelle preghiere smozzicate di cui nessuno capiva un’acca. Vagavo con i pensieri, andavo lontano, fantasticavo, mi consolavo. Qualche volta mi distraevo sui volti dei vicini di banco. Cercavo d’indovinarne pensieri e colpe per capire il motivo di tanta sfibrante espiazione.
Durante la mattina del giovedì santo, poi, le strade del paese erano percorse dalla processione del “Misteri” con tutte le statue raffiguranti le varie torture inflitte a Gesù durante la via crucis. L’accompagnava la banda con le dolcissime nenie funebri di Carelli, Delle Cese, di Pasquale La Rotella, tutti i grandi musicisti del nostro paese; nenie, che creavano un’atmosfera di dolorosa attesa che la passione di Cristo si compisse.
Il rito dei “sepolcri”, invece, era affidato al crepuscolo dello stesso giorno ed era un rito che mi piaceva molto: si andava in giro per le strade in un percorso che comprendeva almeno sette chiese da visitare in misteriosa e mistica penombra. Ai piedi dell’altare maggiore c’era il sepolcro con vasi colmi di delicati cespugli dorati con lunghi steli di germe di grano, illuminati da fioche lampade in grandi coppe di vetro ambrato, le cui fiammelle rosse dipingevano sui gradini e sui muri inquietanti arabeschi d’ombre guizzanti. Si sostava in raccoglimento e in preghiera per un bel po’. Il tempo di guardarmi intorno intimidita e incuriosita, persa nell’ammirazione della bellezza di quei vasi e di quelle luci in una disposizione artistica che differiva da chiesa a chiesa, secondo l’estro del sacerdote, del fioraio e delle bigotte che avevano provveduto all’allestimento. Le donne fuori dalle chiese commentavano: 
“Madónnə, cə jèjrə béllə cùssə ànnə u səbbùlcrə də sàn Səlvìstrə e pórə cùrə də rə Vìrgənə”…
(“Madonna, quanto era bello, quest’anno, il sepolcro della chiesa di san Silvestro e pure quello delle Vergini…”). 
“A mè na’ m’è piaciótə pə nnùddə cùrə də sànd’Andre’, asséjə misirìnə chə dùə strìppuə səccàtə scəchìttə”…
(“A me non è piaciuto per niente quello di sant’Andrea, così misero con quei due rami secchi soltanto”…)
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domenica 5 aprile 2020

Domenica delle Palme e desiderio di Pace

Oggi è la festa dello scambio della Pace.
E io desidero riprendere a scrivere e a comunicare con gli altri dal mio blog, silenzioso per circa sei mesi, e instaurare così il dialogo interrotto bruscamente con i miei lettori il 15 ottobre 2919.
Le vicende dolorose che mi hanno costretta al silenzio sono ormai note ai più. È tempo anche per me di rinascita e di resurrezione. Avrò bisogno ancora di tempo, ma spero di farcela...
Un tempo, "papà Mincuccio", mio nonno, provvedeva per tempo ad andare nei suoi campi a fare provvista di rami d'ulivo che la Domenica delle Palme portava in chiesa, alla messa delle sette, perché venissero benedetti. E così, durante tutto il giorno, era uno scambiarsi affettuoso con parenti e amici dei rametti con la formula francescana "La pace sia con te". E, di rimando: "E con lo spirito tuo". Scambiandosi un abbraccio. Silenzioso. Forte. Vero.
Altri tempi. Altra purezza di cuori e di intenti. Almeno come abbiamo vissuto noi, in famiglia, con i nonni, i riti delle festività religiose. E quelli della Quaresima, che culminavano con la Pasqua, erano particolarmente sentiti e suggestivi.
Oggi non più. E non sto parlando solo di questo tempo oscuro dominato dal coronavirus. Certo, questa Quaresima è stata ed è particolarmente triste, affaticante, insidiosa per la reale paura di prendere il contagio e di perdere la vita e per la stessa reale necessità di una "boccata d'aria", che ci è negata perché non possiamo commettere l'imprudenza di uscire dalle nostre case protettive, ma a lungo andare piuttosto anguste, anche se di tratta di ville e castelli.
E così ci stiamo attrezzando a non disubbidire alle regole emanate dal Governo per vincere la guerra contro questo nemico invisibile e letale a livello planetario.
Le notti, però, sono lunghe per chi come me dorme pochissimo da sempre e i pensieri bui, più delle stesse notti nere, si fanno tarli che rodono la mente. E oggi vorrei sentirmi in Pace con me stessa e con il mondo intero.
Desidero fare una premessa: tutti noi in famiglia, fino alla terza generazione, quella dei nipoti, abbiamo ereditato dal favoloso nonno, di cui amo spesso parlare e scrivere, una "mitezza di cuore" che anche gli altri, in linea di massima, ci riconoscono. Pertanto, non per meriti personali ma per eredità costituzionale e comportamentale, non saremmo in grado di fare del male ad una mosca.
Io sono, per così dire, in "zona protetta da circa sei mesi tra vari ospedali e centri di igienizzazione e di riabilitazione davvero blindati. Ma anche qui le notizie allarmanti incutono paura.
Ecco, vorrei in questo giorno di Pace essere in Pace con me stessa e con il mondo intero (la ripetizione è voluta).
Ritengo, pertanto, di essere una persona accogliente, accomodante, capace di tacere piuttosto che ferire l'altro, pur avendo constatato che il punto di vista dell'altro spesso possa essere talmente, e inevitabilmente direi, legato a valutazioni soggettive da determinare comportamenti alcune volte di irriconoscenza, presumendo di essere nel giusto e, quindi, di avere ragione, sottovalutando o ignorando le buone ragioni di chi non ha potuto o voluto corrispondere a richieste o desideri di difficile o impossibile attuazione, almeno in quel momento.
Belle corrispondenze di cuore e della mente si sono così frantumate, solide amicizie interrotte, senza mai una spiegazione, una revisione oggettiva dei fatti accaduti, di cause e di concause: condizioni di salute, congiunture familiari, convinzioni culturali ed esperienziali diverse da tenere sempre presenti nelle varie controversie tra il nostro pensiero e quello altrui, i nostri comportamenti e quello degli altri. Ma ciascuno di noi spesso guarda "allo suo particolare" e coltiva il "proprio orticello" senza pensare all'altro, e mettersi nei suoi panni...
Secondo me, alla base di questi ottusi egoismi c'è mancanza d'amore, d'affetto sincero, di vera e disinteressata amicizia. Solo l'amore non farebbe mai commettere errori di valutazione. Solo l'amore comprende. Costruisce e non distrugge. Scusa. Protegge. Preserva. Chiarisce o intuisce e salva. In mancanza di questo sentimento si vede nell'altro sempre il male, il nemico che ci ostacola. Solo la mancanza d'amore crea incomprensione, diffidenza e distacco, fino alla rottura. Altrimenti non si potrebbe.
Ho omesso volutamente il verbo perdonare perché per me il perdono ha una accezione e una valenza molto alte. Il perdono crea un dislivello tra chi lo chiede e chi lo riceve. Perché chi lo elargisce sta al di sopra di chi lo riceve. Il primo, infatti, lo fa "per-dono". E questo donare comprensione e redenzione è compito solo di Dio. Solo Lui è al di sopra di tutti noi e ci perdona. Tra noi esseri umani bastano le scuse e non è difficile se siamo innamorati del nostro prossimo e di ogni possibile verità. Ogni verità se confrontata contribuisce a conoscere meglio l'altro e a non condannarlo mai "a priori". Il nostro giudizio deve essere sempre "a posteriori" per non trasformarsi in "pre-giudizio" e, quindi, in assenza di una possibile verità...
In ogni caso, io mi scuso per ogni mio possibile comportamento sbagliato nei riguardi di amici, parenti, conoscenti...
E oggi con il cuore colmo d’Amore, come mi capitava quando ero bambina, offro idealmente il rametto di ulivo benedetto a TUTTI, dicendo francescanamente "la Pace sia con te!".
E sento rinascere una rinnovata Primavera nell'anima...