domenica 20 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE: venerdì-sabato-domenica 18-19-20 dicembre 2020

 Non è stata la giornata adatta per parlare della splendida antologia Poeti alla finestra a cura di Nicola Pice, con Introduzione del curatore, Sinossi ragionata di Raffaele Urraro e Postfazione di Michele Bracco con il suo “sguardo filosofico-paranoico”. E una immagine di copertina di Domenico Sforza “Casa tra le nuvole”, poetica e prismatica, rivisitata dal talento di Nicola Piacente, Graphic Designer della nostra Casa editrice. Troppe notizie negative mi stanno attanagliando in questi giorni, divorando serenità e lucidità della mente e del cuore. Avrei voluto/dovuto scegliere uno-due versi degli Autori pugliesi a me cari (Primo Leone, Lizia De Leo, Vittorio Bodini, Cristanziano Serricchio, Domenico Luiso, Giuseppe Moretti, Michele Campione, Tommaso Di Ciaula) per fare brevissimi commenti sulle metafore delle loro finestre tradotte in Poesia, ma ero molto provata (al di là del mio essere per natura sempre sorridente e accogliente qualunque cosa accada), e ho preferito non rischiare e andare “sul sicuro” con riflessioni più volte affrontate e scritte in precedenza anche su “la poetologa” e, invece, in realtà mi sono impantanata ancora di più, perdendo parole e pezzi di me via via in frantumi. Mi sono arrampicata sugli specchi piuttosto che afferrarmi saldamente al parapetto delle finestre a farmi da paracadute. E rubando invano minuti e ancora minuti… beh, è andata più o meno così e non si è potuto rimediare. È il bello/brutto della diretta. Dopo, mi sono rincuorata per i vostri commenti sempre benevoli nei riguardi di ciò che dico e scrivo. Avrei dovuto continuare ieri e poi pubblicare, ma altre brutte notizie mi hanno davvero chiuso il cuore in una morsa. Questo terribile anno si sta rivelando devastante fino alla fine…

Riprendo oggi, domenica, dopo la tenerissima lettera pervenutami su Messanger da una meravigliosa creatura, Adelaide Lauta, a cui chiedo perdono se, senza permesso, ritengo giusto pubblicarla, non per mia vanagloria (non è proprio il caso né il momento giusto), ma per prenderla come stimolo a riprendere forza e coraggio per andare avanti, nonostante tutto: Dolcissima e indimenticabile professoressa Angela AUGURI di ogni bene. Ogni qualvolta leggo i suoi poetici pensieri mi ritornano in mente le ore trascorse in sua compagnia durante le lezioni di preparazione al concorso. Sono state le più belle e indimenticabili lezioni di vita. La Sua carica materna traspariva quotidianamente e mi incoraggiava a far sempre meglio. Se nella vita i ragazzi/e che frequentano la scuola avessero incontrato Lei come docente il mondo sarebbe stato sicuramente migliore. Onorata e fortemente affezionata La saluto. Un abbraccio. Adelaide Lauta. Le ho risposto: Grazie, Adelaide carissima. In giorni bui come questi, parole tenerissime come le tue fanno bene al cuore, danno coraggio e forza per continuare a testimoniare che possiamo farcela a vincere il Male di qualsiasi genere. Occorre essere insieme, responsabili e solidali. “Nessuno si salva da solo” detto e ripetuto da più parti. Anche con autorevolezza. Con tenerezza. Grazie ancora. Ricambio gli AUGURI. Con un abbraccio immenso…Ebbene, questo scambio di affetto reciproco è molto di più del commento di una o più parole del mio “retino”. È la testimonianza di un rapporto empatico che va ben oltre lo spazio e il tempo, l’attraversamento di una finestra. Diventa attimo puro di qualcosa che rimane e diventa memoria. Anzi - meglio - ricordo di noi che si proietta nel futuro. E, a questo proposito, ieri abbiamo fatto una diretta su “I doni dei libri sotto l’Albero di Natale”, con Raffaella Leone a coordinare gli interventi di Vito Di Chio e Giovanni Romano, due saggisti di grandissima cultura e di rara sensibilità poetica, saggisti che, con la SECOP Edizioni, hanno pubblicato recentemente Una finestra aperta sui sogni e Poesia: l’invincibile presente. E c’è stata, nello stesso contenitore letterario, anche la presentazione della silloge di poesie Alle radici dell’erba di Elina Miticocchio, altra protagonista dell’incontro. E c’ero io. Ebbene, tutti hanno avuto parole di rara bellezza per parlare dei loro libri. Ma io desidero riportare le seguenti parole di Vito Di Chio, in profonda connessione con quanto vado scrivendo: Kant ci offre un imperativo categorico dicendo agisci in modo che ogni tuo atto sia degno di diventare ricordo. E “ricordo” è fatto di tre momenti: ha al centro il “cor” (cuore), davanti il ricorsivo e reiterativo “ri” e alla fine “do” in senso di dono di sé agli altri dal piccolo ambiente che ci circonda fino a farsi memoria universaleE sto cercando di ricordare appunto, perché ritengo queste parole davvero preziose. Il dono del ricordo! È questo dono che Adelaide mi ha mandato stamattina e non sa fino a che punto sia stato un dono giuntomi dal Cielo per sua mano. Per non farci sentire mai soli neppure in questo isolamento sociale. E per ricordarci che insieme possiamo davvero essere gocce dello stesso mare, che i giovani devono imparare a navigare per scoprire orizzonti sempre più ampi…

Ma, riprendendo a sfogliare le pagine di Poeti alla finestra che io ho già definito un libro corposo, che racchiude un immane lavoro di ricerca e documentazione, durato certamente anni, e che Nicola Pice ha svolto con l’impegno e la dedizione che la grande passione e la straordinaria conoscenza letteraria, in senso diacronico e sincronico, comportano. Venerdì mi chiedevo: Perché Nicola ha scelto le finestre come punto di osservazione del mondo? Perché il suo saggio critico si riferisce ai poeti e non agli scrittori, pur facendo nella Introduzione esempi tratti da Verga, Soffici, Pessoa? Rispondo ora un po’ più lucidamente, spero. Per quanto riguarda il primo interrogativo, credo di poter rispondere per lui, seguendo però le sue parole introduttive: perché la finestra, vista come metafora della vita e non solo, in quanto riguarda anche i vari modi di osservarla, viverla, interpretarla, comprenderla, è l’ideale punto di osservazione che sintetizza nel suo rettangolo l’intero Universo. E l’esergo che riguarda tutta l’opera è, non a caso, di Italo Calvino, in Palomar: Dunque: c’è una finestra che si affaccia sul mondo. di là c’è il mondo; e di qua? Sempre il mondo. cos’altro volete che ci sia?... E dato che c’è mondo di qua e mondo di là della finestra, forse l’io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondoPer il secondo interrogativo, intanto, mi sembra opportuno citare una frase del poeta russo Josif Brodoskji: Il poeta cammina sull’erba, lo scrittore sulla terra. In pratica: il poeta ha bisogno di “sentire” con i cinque sensi + uno, ossia il sesto senso, che gli appartiene in particolar modo, camminando su qualcosa di morbido che pure tocca con i piedi, ma gli sfugge perché ondeggia, cambia colore e profumo, si trasforma nei colori e nella consistenza, nasconde e ricopre, si realizza nell’ineffabile e nella bellezza. La terra è più concreta, solida, materica. Può bastare solo lo sguardo a descriverla e può essere osservata, pensata e descritta in tempi lunghi con un misto di storia e fantasia. Lo scrittore osserva, pensa, racconta. Il poeta viene “sorpreso” da una   folgorazione che è “sintesi del sublime” (Burke). Anche le parole di Dylan Thomas sono calzanti: è difficile pettinare il mare, cioè riportarlo ad un’unica direzione, ad un unico universo di senso perché ogni onda è un pensiero che nasce e cresce su sé stesso, ma coesiste nelle acque con le altre onde che prendono direzioni diverse a seconda del vento che le smuove e le trascina tra l’orizzonte e la riva. Ma ogni orizzonte si frastaglia in numerose direzioni fino a farci volgere gli occhi verso l’alto e incontrare il cielo (fisico e metafisico: non sono le finestre di De Chirico metafisiche?).

Nicola Pice parte da lontano, motivato dalla sua cultura classica a trecentosessanta gradi e la prima meravigliosa finestra è tratta dal Cantico dei Cantici. Quindi, dal mondo greco antico e da quello latino per giungere fino ai nostri giorni, percorrendo l’intero pianeta alla ricerca di finestre che abbiano metafore diverse e rincorrendo   poeti che servano a testimoniare con i loro versi l’essenza di ogni metafora che dà  connotazioni e funzioni spesso ossimoriche ad ogni singola finestra: quest’ultima è “l’io che si fa finestra”, “luogo del racconto di sé”, “misurazione e rivelazione del tempo che passa”, “spartiacque tra l’io e il tu”, “cerniera di introspezione”, “diaframma tra la stanza e il mondo”, “linea magica di confine tra mondi diversi”, “è attraversamento  della luce a rischiarare il buio” (ma non avviene, come già detto, il contrario), “luogo simbolico della poesia contemporanea” (Fortini, commentando Brecht), pur essendo per pochi amanti del linguaggio poetico. E tra le sue ossimoriche funzioni occorre ricordare che la finestra “unisce e divide il dentro/fuori”, “protegge e imprigiona”, “si oppone al buio, ma lascia passare la luce”, “nasconde e svela l’anima di chi è dietro i vetri”. Sono tutte metafore catturate nella Introduzione di Nicola Pice o nella Sinossi di Urraro e fatte mie. In riferimento alle tante poesie riportate e commentate con fascinosi, profondi e dettagliati commenti critici e i relativi diversificati linguaggi, fino alle voci dialettali dei grandi poeti italiani del Novecento: Ci sono la finestra-incanto e la finestra-prigione (p. 140, le due poesie di Alda Merini). C’è la finestra-respingente che esclude il mondo esterno (Marino Moretti, p.75) e quella metafisica che lascia filtrare la luce dalle imposte chiuse: luce che illumina il buio interiore (Mauro Sambi, p. 108). La finestra-madre che protegge gli abitanti della casa (Luzi, p.92). La finestra ruffiana che rivela ed espone nudità e amori lussuriosi (Ovidio, p.30). La finestra-memoria di Natalia Ginzburg (p. 44) La finestra inerte dell’assenza dell’anima (Rebora, p.72).

E quanto azzurro scopriamo attraverso le finestre. I poeti si vestono d’azzurro e di blu, d’indaco e violetto, che sono i colori dell’Anima individuale e della grande ANIMA universale. Come non ricordare colui che suona sulla “chitarra azzurra” di Wallace Stevens o la “grigia e azzurra soavità” e le “frecce cadute dall’azzurro” di Garcìa Lorca? Ma si sta facendo sempre più tardi. A domani altri ragguagli su finestre, poeti e la loro sublime azzurrità senza scampo. Ciao.

 

 

 

 

 

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