sabato 22 agosto 2026

Sabato 22 agosto 2026: GELIDO E' L'INVERNO di ANNA MARIA DE LEO, letto da Angela De Leo...

Stagione

    di gelo

    di venti

    solitaria

    malinconica.

    Nei vortici

    della memoria

    vagano

    ombre

    nell’anima.

E tutto ricomincia

(Anna Maria De Leo,

retro-copertina del Libro)

Da qualche tempo mi sto dedicando a ricordare la vita di mia sorella Anna Maria, dall’infanzia fino quasi ai nostri giorni, perché figlie, generi e nipoti conoscano pienamente la sua coraggiosa storia e ne facciano tesoro negli anni a venire.

Ebbene, avendo riletto, durante questi giorni di vacanze, il suo Libro autobiografico Gelido è l’inverno, pubblicato dalla FOS edizioni nel 2018, mi è venuto il desiderio di commentarlo a modo mio. Penso che ne valga la pena per conoscerla meglio. Certo, Mariella Medea Sivo ha fatto un’ottima recensione sulla nostra Rivista cartacea <CORRELAZIONI UNIVERSALI> di qualche mese fa (gli affezionati scrittori e lettori della nostra Rivista sanno dove cercarla), ma rileggendo quelle pagine così strazianti, soprattutto ora che lei non c’è più fisicamente tra noi, subito mi è tornato in mente che è innanzitutto un “romanzo epistolare”, quindi quanto di più intimo si possa pensare, per cui non è facile entrare in questo Libro, perché è come un tabernacolo, che cela e protegge la sacralità del Corpo di Cristo in un’ostia consacrata, conservando martirio, morte e resurrezione. In queste pagine, infatti, al di là di ogni non voluta blasfemia, vivono gli stessi elementi che rendono sacro quanto Anna Maria ha scritto. E scrivere è anche “perpetuare” la vita dell’uomo amato e perduto, per tenerlo in vita e tenersi in vita (la scrittura salvifica). Ma scrivere è anche “conservare” una testimonianza d’amore e di dolore da attraversare in lungo e in largo per vincere l’invisibilità del dolore stesso agli occhi altrui e la continua morte che si avverte sempre con la perdita per sempre della persona amata. La gioia non lascia strascichi. Vive intensamente il momento. Il dolore, invece, ritorna e ritorna. Scrivere, allora, è anche “conservare” e il “conservare” include il “custodire”, “averne cura” come cosa preziosa, insostituibile. Scrivere, infine, è anche “tramandare” per lasciare una traccia indelebile anche attraverso l’arte, la pittura che Nicola amava ed esercitava con talento e passione, anche se in molti suoi quadri si avverte il suo “presentimento” di una morte giovane. Il Libro, inoltre, è corredato di tante foto come è giusto che sia in un romanzo che ha radici di vita vera, vissuta nel ricordo attimo per attimo, lacrima dopo lacrima, smarrimento dopo smarrimento, ma con una forza di volontà di rinascere, come araba fenice, dalle proprie ceneri per amore di due bimbe a testimoniare ancora la presenza dolente e palpitante del padre, morto in un incidente stradale a soli trentatré anni compiuti. 

Non a caso, nella INTRODUZIONE, Anna Maria scrive una straziante poesia come esergo: 27 ANNI (E venne il tempo/ delle ore disperate/ a curvarmi le spalle.// La solitudine del cuore/ era grido negli occhi/ … naufragio di passi/ ancora giovani.// A pugni stretti/ strappai l’anima/ e mi lasciai vivere.

Il mio commento: la “E” iniziale ci dice che “il tempo” giunse inaspettato e improvviso. Come fulmine a ciel sereno. In un “grido” muto e, quindi, ancora più disperato, che la condusse quasi al totale naufragio di sé. Ma nell’anima la consapevolezza del dolore, unita alla presenza delle due bimbe, le diedero la forza di strappare con violenza da sé l’anima stessa, per lasciarsi necessariamente andare al flusso incessante della vita, che non si fa domande e non ha risposte per esorcizzare il dolore o la morte.

Per fortuna la scrittura e più tardi la chitarra e le canzoni urlate per talento vocale e disperazione sono stati i pilastri della sua rinascita. Fino all’incontro con Gianni, così descritto nell’ultima lettera che Anna Maria scrisse al suo Nicola il 3 febbraio del 2017, giorno del suo settantesimo compleanno: … Nell’86 ho conosciuto Gianni e mi sono fidata di lui e in lui ho riposto le rinnovate speranze. Ci siamo sposati nel 1993. Ho incontrato una brava persona, un uomo buono e sensibile che mi è stato d’aiuto in questi anni ed ha apprezzato in me le stesse cose che a te piacevano tanto. Anche lui ha portato con sé il suo gravoso carico di amarezze e problemi, precedenti al nostro incontro; esperienze dolorose, hanno scosso notevolmente il suo sistema nervoso. Ho dovuto avere molta pazienza per aiutarlo a riprendersi una sorta di calma e serenità d’animo… Non è stato facile. Come non è stato facile per lui asciugare le mie lacrime. Ci siamo aiutati a vicenda con molto coraggio e spirito di sacrificio. E con tanta buona volontà. La vita, alla fine, mi ha insegnato che quanto doni con la profondità del cuore ti torna indietro raddoppiato!

Ho ricevuto, infatti, e ricevo da lui molto amore, tanta dedizione e disponibilità, soprattutto nei momenti difficili… Ancora oggi mi dimostra tanto affetto e tanta comprensione, che ricambio con altrettanta attenzione! (…).

Ho due brave figlie, che mi hanno anche dato grandi soddisfazioni. Sono anche molto affettuose e presenti, ma gli equilibri sono delicatissimi e so che sarebbe stato diverso il nostro rapporto se… se ci fossi stato ancora tu con noi! Ogni giorno è morto qualcosa in me; ogni giorno ho dovuto sotterrare desideri e speranze, ho dovuto armarmi di pazienza infinita con tutto e tutti. (…).

Allora io credo che la mia depressione oggi dipenda dal fatto che la mia vita è stata ed è ancora un susseguirsi di giorni con tanti funerali, una morte lenta, un dolore che mi annientava e che non accetto ancora, nonostante la mia “buona volontà”… (…).

Dicono che il tempo guarisca ogni dolore. Niente di più falso! Il tempo è stato lungo, straziante e niente è più stato, è, e sarà come avrebbe dovuto essere. Questa lettera vuol essere il bilancio di 43 anni di vedovanza, nonostante il mio secondo matrimonio. Gianni con me ha avuto molta pazienza, e di questo gli sono grata… ma anch’io ho cercato, in tutti i modi, di ridargli il suo giusto valore ed ho gratificato ogni suo sforzo. Gli anni sono così passati. Sono più di trent’anni che viviamo una quotidianità spesso difficile e amara, in cui entrambi abbiamo fatto di tutto per mettere insieme i cocci delle nostre precedenti esperienze. Ma non è stato e non è facile. Altre morti inaspettate e feroci hanno dilaniato le nostre esistenze. (…).

In realtà, furono anni atroci, in cui tutti noi di casa ci stringemmo a lei per aiutarla in qualche modo con la nostra presenza. Mamma e babbo con i miei fratelli e parte delle sorelle si trasferirono nella sua casa per essere vicini alle piccole che chiedevano continuamente del loro papà. In pratica, furono anni in cui le bimbe ebbero tante mamma e molti papà, a cui cercavano di ancorarsi. Anche per questo niente fu facile allora e anche mamma ebbe gravi problemi di salute senza lamentarsi mai. E ci furono altre morti feroci e inaspettate a lacerare il cuore di tutti.

Ma Anna Maria stoicamente continuò a scrivere nella sua lettera:

Oggi ci sono quattro splendidi nipotini che fanno felici me e Gianni. Certo, tu non ci sei e non provi le stesse gioie… Per i bimbi sei uno sconosciuto! Sono i cosiddetti danni collaterali e… sono davvero tanti! Anche per questo non è stato e non è facile sopravviverti, neppure ora che i bambini mi danno la forza di sorridere e di tornare ancora bambina con loro e per loro. Pure, provo una grande gioia nel vedere che il tuo DNA è così forte da lasciare tracce visibilissime nei nipoti…

Ora desidererei che figli e nipoti ci ricordassero con affetto… avessero per me e per Gianni qualche briciola di tenerezza che la vita avrebbe potuto riservare a me, a te, e anche a questo mio compagno, così provato pure lui eppure mai stanco di darmi la sua mano…

Non continuo perché le lacrime mi impediscono di leggere ancora.

Pure sento la necessità di dire qualcosa sulla scrittura di Anna Maria: chiara, semplice, limpida, ma immensamente profonda e ricca di particolari che fanno di questo Diario un prezioso Saggio psicologico, in cui “nessuna voce manca” nel suo cuore così straziato e stanco per tanta sofferenza, ma sempre coraggioso e battagliero fino a giungere, purtroppo, ad un epilogo paventato ma non scontato per tutti noi che tanto l’abbiamo amata e abbiamo sofferto con lei e per lei.

Vorrei, per esempio, sottolineare alcuni verbi usati non a caso da Anna Maria, come “sotterrare”, indice della morte sempre presente in lei; oppure “dilaniare”, cioè lacerare le sue carni senza pietà; “strappare”, indice di forza d’animo senza uguali; e che dire della espressione “mettere insieme i cocci” per ricostruire sulle macerie di entrambi?

“Uno psicoterapeuta”, scrive ad un certo punto Anna Maria, “mi ha detto che questo Diario è una sorta di autoanalisi, un filo capace di tenere a bada emozioni, un volermi disperatamente ricomporre pezzo a pezzo, un leggermi dentro alla ricerca di un passato che mi desse una motivazione per continuare a vivere”.

Ne sono convinta anch’io. Ma questo non ha lenito il suo dolore nell’arco della sua intera vita. E il dolore lancinante, quotidianamente ha lacerato persino il suo cuore, rimesso a nuovo in passato con una valvola mitralica di origine animale che sostituì la sua valvola cardiaca gravemente danneggiata da anni di sofferenza e senza risparmiarsi mai, in casa e a scuola. Poi, dovette arrendersi e andare in pensione prima del previsto. Ma continuò fino a quando le fu possibile a suonare la chitarra, a musicare i testi di molti amici poeti e a scrivere testi suoi di una poesia tenera e struggente da non potersi dire. Poi dovette smettere categoricamente. Ma ha continuato a scrivere per i suoi nipoti filastrocche e racconti che avrebbe voluto pubblicare, senza averne purtroppo il tempo...

Anche Gianni ha scritto tanto sorretto dalla sua presenza incoraggiante. Due romanzi molto letti e apprezzati che molti lettori e amici ricorderanno, e stava completando il terzo quando è subentrato un nuovo ricovero per Anna Maria. E ora è in dirittura di arrivo un insolito, ma molto intenso Poema in versi, che porta la prestigiosa Prefazione del giovanissimo ma straordinario Giornalista e musicista/compositore Mauro Massari. Ma di questo parlerò a breve.

Ora è tempo di parlare ancora di Anna Maria con tutto l’amore a lei dovuto e da lei profuso a tutti a piene mani. E parlare dei quadri di Nicola che corredano il libro. Tanti. Perché Nicola era un grande pittore, più volte premiato. Ne fa fede ciò che scrisse della sua vena artistica il Critico d’Arte Domenico Danza: Essenzialità della linea, chiarezza dell’espressione, plasticismo delle figure sono le caratteristiche della pittura di Nicola Parisi. Ma al di là di ogni considerazione puramente tecnica, nei suoi quadri c’è una fusione perfetta tra forma e contenuto, fra materia e sentimento, fra cose e personaggi. Il senso di spiritualità, di calore umano, di confidenza è immediato; la tragedia dell’uomo del meridione, come individuo inserito nella massa anonima della società, costretto da una fatalità di secoli a vivere la vita di ogni giorno, e nello stesso tempo la tragedia dell’uomo moderno, in tutta l’esasperazione della sua solitudine e incomunicabilità…

Danza parla anche di un autoritratto andato perduto, mentre il quadro LA CATTEDRALE fa parte della raccolta di dipinti presenti presso la PINACOTECA DI BITONTO in via Rogadeo.  

Uno dei dipinti di Nicola è diventato nelle mani del nostro Graphic-Designer Nicola Piacente la copertina del Romanzo epistolare di Anna Maria. Il Libro contiene anche un originale segnalibro.

E non posso fare a meno di concludere con la dedica che Anna Maria mi fece sulla prima pagina del Libro: Alla sorella del cuore/ sorella gemella:/ un solo cuore/ un solo sentire/ tanto AMORE/ tanta DISPONIBILITA’/ Con un affetto grande quanto il mondo intero. Anna Maria.

 E le lacrime non posso più trattenerle. Quanto AMORE tra noi…

Grazie a voi tutti. Angela/lina

mercoledì 5 agosto 2026

Mercoledì 5 agosto 2026: “CENA DI CLASSE” DI FRANCESCO MANDELLI E IL SUO SPECIALE CAST…

 


… La 5^ D del 2000 brindò

Alla maturità su una spiaggia di Ibiza

Promettendosi l’un con l’altro

“Non perdiamoci mica di vista”…

(PTN)

 

Sono una sorta di boomer alquanto anomala per età (ottantaquattro anni), per retroterra e interessi culturali, che mi consentono ancora di svolgere un lavoro di scrittura, a vasto raggio, che quotidianamente mi coinvolge tanto per dimenticare acciacchi fisici che si riverberano inevitabilmente su quelli psicologici. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, qualche sera fa, invogliata dai due meravigliosi nipoti, Nicola e Anna Paola, ho preso visione del recentissimo film “Cena di classe” del regista, attore e conduttore televisivo Francesco Mandelli alla guida di un cast di tutto rispetto (da Herbert Ballerina a Nicola Nocella, da Andrea Pisani a Beatrice Arnera, da Roberto Lipari ad Annandrea Vitrano, da Giovanni Esposito a Francesco Russo, da Ninni Bruschetta a Giulia Vecchio a Debora Villa). Mandelli pare sia stato ispirato dalla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari riguardante i giovani di fine millennio: “Le promesse che fai a diciott’anni/ o durano un giorno o una vita intera/ E quando dici un “Per sempre”/ Si può consumare in un sabato sera…”.

Si parla, dunque, di una generazione distante anni-luce dalla mia. Una generazione che, negli anni Novanta del secolo scorso, era alle soglie del nuovo Millennio e alle prese con i favolosi diciotto anni. Circa vent’anni dopo, nella piena maturità, in seguito alla morte di un compagno di classe, il più estroso e istrionico, tutti gli ex compagni di scuola decidono di fare una rimpatriata per assistere al suo funerale e rendere omaggio all’amico che in passato era solito ritrarli con la sua videocamera per eternarli nel fulgore della loro giovinezza. In realtà, per errore, al loro arrivo, assumono una sostanza allucinogena che rende l’atmosfera rarefatta, surreale, ricca di colpi di scena che omaggia la visionarietà del regista, il quale si auto-dedica il lavoro, considerato dai più uno psicodramma dai toni cupi, ma anche tragicomici. In pratica, grazie al vecchio bidello, loro complice, riescono ad entrare nel vecchio e glorioso liceo della loro gioventù, dove assistono ai loro sogni, alle loro illusioni, alle maschere che indossavano per non essere riconosciuti nelle loro fragilità e nei loro sentimenti, spesso vissuti a metà per mancanza di coraggio, per timore di un rifiuto, per superficialità o arroganza. Non ancora adulti e non più adolescenti, avevano bisogno di perdersi per ritrovarsi. E vent’anni dopo, ogni personaggio si fa protagonista della propria storia in un mitico ritorno al passato. C’è, infatti, il ricchissimo figlio di papà (Herbert Ballerina) che snobba i compagni, ironizza sui loro sogni a buon mercato e trascorre buona parte del tempo a guardare video che riportano immagini degli stadi e delle partite giocate dai suoi idoli preferiti che vincono coppe e titoli mondiali. Ma per vincere la solitudine, a cui si auto-condanna, stringe amicizia con il più complessato della classe (Nicola Nocella), che non si accetta per quello che è, grasso, quasi calvo, e rifiutato (o si sente tale) dagli amici, per cui si maschera continuamente con parrucche e palandrane, per non cedere alla tentazione del suicidio. C’è, invece, il bello, eternamente innamorato della compagna più intraprendente della classe, ma sempre tormentato dalla precarietà dei sentimenti. C'è chi fa coppia da sempre, già dalla scuola primaria, fino ad avvertire la stanchezza di un amore che si è esaurito prima di diventare adulto. Al contrario, la più bella della classe realizza il sogno di una notte di passione e già all’alba “sente” di aspettare un bambino, che le impedirà di mettere le ali per i suoi legittimi voli verso grandi progetti di vita. Sarà una femminuccia, che diventerà nello stesso liceo, frequentato un tempo dalla madre, rappresentante di classe dei nuovi studenti e lei, la madre, finirà per considerarla “l’errore più bello della sua vita”. E tutto si veste di   realtà/fantasia che mette a fuoco la vita “nascosta” del preside e la sua incapacità, nel corso degli anni, di risolvere i problemi dei suoi professori e studenti e di districare le molteplici matasse inestricabili che si sono venute a creare tra i vecchi studenti, tornati con un soffio di magia tra i vecchi banchi per riprendersi quella giovinezza vagheggiata, ma mai realmente vissuta. Si tratta, infatti, di una generazione che ha pochi vincitori e molti vinti. Il regista osserva e tace sui vari espedienti escogitati dai protagonisti quando scoprono che è sparita la bara con dentro il loro amico. Si tratta di una specie di “caccia al tesoro”, con mappe da seguire e tutti diventano nemici di tutti. C’è una risibile realtà, legata anche al buio dei giorni bui della vita contemporanea, in cui ognuno si fa protagonista e resta indifferente all’altro. E tutto rimane in “sospensione di giudizio”, come la vita quotidiana di tutti, del resto. Ne sono testimonianza i fatti appena narrati, con un Giovanni Esposito (Nando), che inconsciamente continua a vivere legato all’illusione di amare Marisa, ridotta, nel suo immaginario maschilista, ad una pecora. Ma, le pecore, a mio parere, erano metaforicamente tutti i giovani che seguivano la corrente senza scegliere in prima persona da che parte stare. Un po’ come il “gregge di lana” raccontato da Oriana Fallaci. E metafora è anche il passaggio della bara sostenuta da tutte le mani degli ex compagni a significare la fine per sempre di un’epoca.

Solo nella seconda parte, il regista scioglie ogni riserva e, con mano geniale, dà una svolta positiva a tutte le ferite e le illusioni passate e presenti. Non a caso, c’è sempre chi esulta “Qui facciamo la storia”, ma è un grido che si ripete di anno in anno, come accadeva anche in passato ai loro genitori e ai loro nonni, mentre la Storia si faceva da sé.

Le storie passate, invece, erano narrazioni che evidenziavano processi di crescita in via di formazione e mille solitudini e contraddizioni da attraversare per tentare un approdo, una salvezza. E quest’ultima avviene quando da adulti ciascuno riprende il cammino nella riscoperta del sé, finalmente in grado di accettare sogni e illusioni come porte da spalancare su un futuro tutto da vivere, come accade ad Alex (Nicola Nocella) ormai libero da ogni pregiudizio e da ogni maschera mortificante per essere finalmente sé stesso. E accade anche a Michael (Herbert Ballerina), che sa guardarsi intorno per dare una mano a chi non ha avuto mai voce nella vita.  Tutti gli ex compagni, dunque, ora scoprono la bellezza di essere veramente insieme, incoraggiandosi vicendevolmente, nonostante una società in totale dissoluzione e sempre più in preda a ritmi di vita insostenibili nel passaggio dal mondo analogico del passato a quello digitale, entrato di prepotenza nell’era dell’accelerazione smodata e della iperconnessione, che ha trasformato il nostro modo di vivere, comunicare, percepire il tempo e gli altri, creando nuove forme di solitudine e nuovi notevoli disagi psicofisici alle generazioni del Terzo Millennio.

E, in questo caos totale, tutti scoprono che essere uniti e solidali può accendere una luce e farli correre incontro alla Speranza, come è accaduto per ogni generazione che ha scoperto in sé la forza di accettarsi per cambiare il mondo che ancora le apparteneva…

Da scrittrice e critico letterario, infine, vorrei concludere con una riflessione che ritengo possa servire anche per il film: come un libro appena pubblicato non è più dell’autore, ma del lettore che lo sceglie e lo fa suo, perché in esso si scopre e si riscopre, così accade per un film. Appena entra nelle sale non è più di chi ne ha scritto la trama o di chi lo ha diretto trasformandolo in una pellicola cinematografica, ma del pubblico, che entra nei panni dei protagonisti per costruire nuove storie che in parte gli appartengono.

E, come sempre, grazie a voi che nel nostro blog mi seguite con pazienza infinita e tanto amore, sapendomi portatrice di storie non sempre mie, per sottoporle al vostro molteplice giudizio, che crea una rete impalpabile, ma reale di nuovi punti di vista su cui discutere per allargare le nostre conoscenze e creare nuovi spunti di riflessione. Grazieeee. Angela/lina

giovedì 23 luglio 2026

Giovedì 23 luglio 2026: UN COMPLEANNO DA FESTEGGIARE CON POESIA...

E oggi vorrei festeggiare come merita il compleanno del mio adorato nipote Nicola Piacente, il primo a rendermi nonna con tanta emozione. E sono già 31 e non mi sembra vero! Ieri notte ho pubblicato la prima poesia su FB, ma oggi vorrei pubblicare le altre che completano il trittico sul blog per condividere con voi la mia immensa gioia di esserci ancora.

Trittico di poesie per Nicola e i suoi compleanni nel tempo. 3+1=31

             (23-7-2020, 23-7-2025, 23-7-2026)

                           3+1=31

 1. "Ci sarò"

         Polverizzato il tempo

e frantumato lo spazio per te ci sarò.

Non ho più fretta. Non so più 

dove andare e dove arrivare. Mi sto.

Mi piace ascoltare, custodire il silenzio.

Starti vicino. Sentire il tuo braccio

sostenermi con la dolcezza 

di una preghiera

dalle prime luci del giorno fino a sera.

Sentire la tua cura farsi dolce premura.

Oggi più che mai, cerco il calore

del tuo sorriso, le tue mani pronte

ad abitarmi il cuore, le tue mani

di tastiera a correggere i miei errori

con la tenerezza che sempre mi usi

e mi salva da cupi pensieri, corvi neri

di nuvole improvvise che scaccio via

con la tua allegria.

Fiore che sboccia come d'incanto

per me soltanto. O così mi pare,

per poter sognare ancora i tuoi domani

standoti accanto dolcemente. Così.

Teneramente. Senza fare rumore.

Solo in attesa di una sorpresa

a farmi felice, sapendoti in buone mani,

tu sempre pronto a donarti agli altri

         con totale amore.

Per almeno altri trent'anni ci sarò.

Per altri centotrenta ci sarò. Sì, ci sarò.

(Per te con te in te

                   per sempre io vivrò)

 

 2. "Ragazzo mio adorato"

 Nato alle mie braccia di notte

e subito coperto di verde ti accolsi

         papavero acceso

infiltrato dai prati ardenti di luglio

nel mio cuore che tu colmi oggi

       con la forza sognante

della tua giovinezza di sole.

E i miei tanti giorni antichi di antica

malinconia illumini,

cancellando ogni buio tormento

delle passate stagioni e il disincanto.

Vivi i tuoi sogni, afferrali con le mani

      stracci di aquiloni in volo

a colorare con insolite dita d'artista

tutto l'azzurro che ti appartiene.

Non nuvole di dubbi a trattenere

il tuo talento e l'allegria, ma panieri

colmi di desideri da realizzare.

Vibra D'Amore e accendi tutte le stelle

nei tuoi occhi in fuga.

Ma ansia quotidiana ti trattiene

a me accanto con mani di tenerezza

a proteggermi contro ogni timore,

paura che d'improvviso mi assale

nell'unico respiro che mi salva.

E non sai che verde come prato atteso

del tuo primo palpito di vita

ti stringo con carezze taciute, e date

con l'anima accesa di Speranza.

Per te voglio giorni audaci

    con voli senza confini

oltre le mie mani a trattenerti

e anni e anni per te voglio pieni di sole.

 3. "Ti scrivo"

 Scrivo

sulle ciglia schiuse dell'alba

e mi assale lo stupore di te

già grande tra le nostre braccia a culla.

Due nonne che ti hanno atteso tanto.

La luce del giorno lontana e nel buio

noi due perse nel nostro tutto/nulla.

Ci avvolgeva un'ansia d'altri tempi

in cerca di appigli di luce sulla vetrata

a dividerci dal resto del mondo.

Poi giungesti tra le nostre braccia

e le lacrime di gioia mie e di nonna Anna

 si acquietarono in silenziosa intesa.

Oggi, rimasta sola, ti bacio

     con nell’anima la benedizione

mai dimentica dell'Amore totale che sei.

            E ad ogni nuova estate

      mi vedrai mettere le ali

e rinascere al cielo e al nuovo verde

       tra alberi frammentati di sole

al dorato tepore della mai spenta

           tenerezza antica.

      Noi due insieme sempre

negli inevitabili marosi della vita

    protesi a cambiare il mondo

cupo e triste ai nostri giorni e violento

     mio eterno sgomento        

 con la tua immensa bontà

        contro ogni umana fragilità.

E continuerò a scriverti anche dopo

        nel silenzio che non sai

           perché non ti lascerò mai...

 E poi, ancora per te.

 "Sei"

 L' amore essenziale dei miei tanti anni.

L' amore che se viene a mancare manca

e lascia il vuoto che più non si colma.

La mano che non stringe.

Il cuore che perde suono e salto,

fiume senza argini verso la foce.

Sei lacrima taciuta e versata,

l'allegria sottolineata per darsi una voce.

Sei il pulviscolo che amo, spento

 quando la casa è in ombra

         ma che un raggio di sole

  illumina e rischiara e rende vero

per dirmi che ci sei e ci sarai,

che ci sono e ci sarò oltre l'agguato

e il vuoto, il suono della campana

la voce lontana ad abitarti il cuore

     dove nessuna voce muore.

                      E sei.

Tutto il mio cielo dimidiato e unito

     in tanti frammenti d' A M O R E

lontani e presenti in questa casa

e altrove, sì, oggi tu ci sei... E lo sai...

E sapete tutti che non vi lascerò mai!

            Nonna e Mamma lina

 Grata a tutti voi che mi fate sempre sentire la vostra presenza con tanto amore, che ricambio con vero cuore (per non fare mancare neppure la rima, oggi di nuovo usata ma non più come prima). Grazie! Angela/lina 

giovedì 16 luglio 2026

Giovedì 16 luglio 2026: I RICORDI DI TEMPI LONTANI CHE RIATTUALIZZANO IL PASSATO...

Per parlare del 16 luglio di tantissimi anni fa, dopo aver superato a fine maggio gli ottantaquattro anni, devo partire da alcuni ricordi che mi vedevano vivere in due paesi diversi che amavo di identico amore: Bitonto, in provincia di Bari (nel mio amato cortile “del gelso e delle rose) e Manfredonia in provincia di Foggia, nella culla dei monti che abbracciavano il mare (altro mio sogno senza confini: il mare).

Ebbene, mi dividevo ormai tra i due paesi a me tanto cari: tra due case che da una parte mi colmavano della amorevole presenza dei nonni materni, Mincuccio e Angelina, e di mia sorella Lizia; dall’altra, quella che mi permetteva di vivere con gioia con mamma e con gli altri miei fratelli. Da una parte, dunque, i campi, di cui via via il nonno si liberava perché non era più in grado di seguirli e, dall’altra, il mare nelle cui acque dimenticavo ogni senso di costrizione. Da una parte, lo studio (stavo scoprendo finalmente che mi piaceva studiare e conoscere nuove realtà passate e presenti con uno sguardo attento al futuro), e le lezioni private (per non pesare economicamente sui miei cari: cominciai a diciannove anni e ho smesso alle soglie del nuovo millennio); dall’altra, le chiacchierate con mamma, le confidenze e le complicità con la mia amatissima sorella Anna Maria, che rivelava sempre più uno spirito intraprendente e battagliero. Infatti, quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, eravamo complici anche di tante simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché mamma e babbo andavano dai nonni  e da Lizia a Bitonto e, in loro assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era solita fare da un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che babbo, al suo ritorno, non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine. E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Anna Maria era un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di vivere!

Quando, invece, stavamo tutti in vacanza nella casa del gelso e delle rose, io e lei, con la segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e soprattutto a mamma, per il 16 luglio, giorno del suo onomastico che amava tanto festeggiare con amici e parenti, e ai nonni, per il 2 e 4 agosto, i due giorni del loro onomastico. Ricordo, con tanta nostalgia, che i nonni erano soliti festeggiare il loro onomastico con un lungo strascico di visite, di auguri, di dolci e rosolio della durata appunto di tre giorni! Come dimenticare quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella nostra casa? Come dimenticare la festa di mamma e la sua immensa gioia in quel lunghissimo giorno di mezza estate?

In quelle circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli adulti di casa, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a casa e da me, che l’aspettavo fuori, una insperata sommetta, che ci permetteva di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità. Mal sopportava, invece, il mio romanticismo, la mia aria sognante, la mia esasperante lentezza nei lavori domestici. Facevo tutto all’ombra dei miei pensieri che vagavano ora luminosi ora cupi in un altrove che mi estraniava dal “qui e ora”. Anche soltanto con la mente, scrivevo. Anche soltanto con il cuore, scrivevo. E cantavo ancora, molto spesso.

(l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia…, mio nonno mi canzonava affettuosamente complice)

E ogni mia azione seguiva il ritmo del canto, che non era mai allegro e veloce, ma sempre languido e lento

(fenesta ca lucivi e mo nun luci… staje luntànə da ‘stu core… no, rien de rien/ no je ne regrette rien…)

e la realtà mi sfuggiva. Mamma mi sollecitava a scegliere canzoni più allegre per svolgere le faccende domestiche con maggiore celerità: se ne sarebbero avvantaggiati l’orecchio, l’umore e la casa. Ma io non potevo rinunciare a sognare e a mettere fuori tutta la tristezza di una condizione di continua libertà vigilata, di mal sopportata sudditanza, di un amore folle e non sempre corrisposto in ugual misura. Le canzoni che parlavano di amori infelici erano il mio repertorio preferito. La mente vagava lontano e la possibilità di sbagliare era sempre molto concreta e vicina, nel mio canto languido e sognante. Era nella mia indole perdermi nella musica e nelle parole e niente e nessuno avrebbero potuto darmi mai un ritmo diverso. Un diverso appiglio. Neppure mamma. Neanche lei.

(Persino già avanti con gli anni e già nonna, nei rarissimi ormai miei abbandoni al canto, ho fatto ridere figli e nipoti quando, un giorno, riproponendo il canto allegro e ironico di un presentatore della TV, mi sono messa a canticchiarlo con la mia solita passione sofferente di disteso infinito languore. E con una lentezza esasperata. Esasperante. L’esibizione canora faceva più o meno così: “esilarante esilarante” (con voce baldanzosa e saltellante). La mia versione fu: “e s i l a r a n t e      e  s  i  l  a  r  a  n  t  e         e   s   i   l   a   r   a   n   t   e”, interrotta dalla irriverente stratosferica risata dei miei cari ascoltatori, che mi sollecitarono tutti ad una voce: “più ritmo, mamma, più brio, essù!!!”. E i due nipoti a sbellicarsi dal gran ridere: “più swing, nonna, un po’ di allegria, dai… così ci fai addormentare!!!” E tutti proprio tutti fecero un coro sarabandale di “esilaranteesilarante”, in un “priscio” (un’esaltazione del cuore) che sembrava non dovesse avere mai fine. Ridemmo tutti fino alle lacrime.  E la risata micidiale, anche se affettuosa, si ripropone ancora quando abbiamo un po’ voglia di scherzare sui miei limiti e sulle mie virtù). Ma questa è un’altra storia che racconterò nei prossimi giorni. Forse.

Oggi, invece, desidero concludere con un una quasi poesia, che mi riporta a lei. A mia madre:

"In attesa di toccare il mare"

(A mamma per il suo onomastico)

 

Con le mie mani voglio toccare il mare.

Voglio toccarlo e la lunga attesa

è chiodo che penetra nei pensieri

e mi spinge a preparare

un guscio di noce per la barchetta

che mi porterà a nuotare

come il tempo lontano indimenticato.

Attendevo il sole per tuffarmi

a respirare tutto azzurro negli occhi

e i ricordi che bussano per entrare.

A fine giugno "s'apriva il mare"

con tavole e chiodi inchiodato

per l'inverno che doveva arrivare.

A spegnere in me la sua nostalgia

(non aveva senso cercarlo sparito)

E il mare si faceva attesa dell'estate,

quando mamma mi sosteneva,

m'incoraggiava a prendere le onde

tra le braccia per poi lasciarle andare.

Fino a quando a pelo d'acqua

m'inazzurrai e puntino lontano

           scrissi il mio nome.

E fui padrona di grotte e conchiglie

perle e coralli e velieri che dormono

in fondo al mare con bende di pirati

e gioielli inventati per farne anelli

per le tue catene a trattenermi a riva.

(Mamma mia in me sempre viva...)

 

Ora sul bagnasciuga ti vengo a cercare

per danzare insieme e specchiarci

nelle stelle accese che accendono

sorrisi in attesa che si sveli il mistero

profondo che fa profondo il mare.

Ascoltiamo i suoi pensieri immensi

(che fanno piccoli i miei pensieri)

fatti di ardimenti e paure, tormenti

e sentimenti, illusioni e previsioni

nella conchiglia delle nostre mani

che attendono altri domani senza limiti

o confini, per le nostre chiacchierate

già vissute e con allegria ritrovate.

Non c'è rimpianto dove rinasce il cuore.

Sono mare con il mio amore che canta

(e la mia anima profonda affonda

ancora tra le nostre migliaia di stelle

a scoprire il loro sognato sussurro

in tutto questo cielomare

che ci avvolge di immenso azzurro...)

                        Lina

Giovedì 16 luglio di un anno qualsiasi.

Già. Oggi “e sempre del persempre” noi. E, con me e con te, sempre e per sempre la nostra amatissima Anna Maria, che ora sta ridendo con te in riva al nostro mare…

E anche per oggi è tutto. Grazie perché anche voi ci siete sempre, nonostante questo caldo insopportabile. Buon mare a tutti! Angela/lina 

mercoledì 8 luglio 2026

Mercoledì 8 luglio 2026: AL BITLIBRI DI BITRITTO (BARI) OSPITI SEMPRE NUOVI, DIVERSI E SPECIALI...

Qui di seguito è Cristina Maremonti, la responsabile principale di tutta la manifestazione che ogni anno ha la durata di due giorni all’inizio di luglio, che scrive le seguenti brevi parole:

Pubblico questo bellissimo pensiero di una persona tanto sensibile, a me molto cara, Angela De Leo

"A BITLibri sempre ospiti speciali

FABIO MARIA SALVATORE"

Mia carissima Cristina, ho letto qualche giorno fa questa notizia, che mi ha colpito molto, soprattutto per le parole poetiche di Fabio Maria Salvatore, che tu hai riportato e che mi hanno fatto molto riflettere sulle varie tematiche affrontate in tempi così difficili per tutti noi, e crudeli per quanti non hanno trovato e non trovano accoglienza, comprensione e una mano amica e solidale a sorreggerli, lungo il personale percorso esistenziale. Fabio è davvero una persona eccezionale. Egli afferma senza esitazione:

"In un tempo in cui tutti cercano di prendere,

io sento dentro di me una chiamata diversa.

Donare".

È il primo ossimorico impegno: prendere/donare.

La prima parola indica il "possesso" e, quindi, il "potere" che da esso deriva; la seconda è "donare", che dilata il suo significato a comprendere innanzitutto "sé stesso", dono immenso che si dilata a contenere il "tempo", il "denaro", la "presenza fisica", che sottintende la "cura". Il prendersi cura dell'altro da sé richiede, infatti, tempo, presenza, energie fisiche, psicologiche, spirituali, spese in più, pazienza, tenerezza, empatia.

Di qui, il "Donare ascolto

in un mondo che parla troppo

e ascolta sempre meno".

E, per "ascoltare", occorre fare silenzio dentro e fuori di noi. Solo così possiamo realizzare il vero ascolto, che è fatto anche di attesa, di tempo, di pazienza, di perspicacia, di ricerca e scoperta dell'altro, dei suoi bisogni reali e dei suoi sogni da inseguire per poterli trasformare in progetti di vita...

Qui Fabio si ferma per confessare che il suo amore per gli altri nasce dall'aver fatto esperienza in prima persona di tutto quanto avrebbe voluto e che nessuno gli ha mai dato. A partire dall'ascolto, appunto. Tutti gli altri "vuoti" ne sono la logica conseguenza:

"So cosa significa

attraversare stanze piene di persone

e sentirsi comunque solo".

Ecco, allora, affiorare anche il tema della solitudine. Una solitudine voluta o subita. La prima ci dà modo di pensare, riflettere, leggere un libro, sottolineare le parti per noi più salienti, quelle che ci riflettono come specchi per farci scoprire tutto quanto siamo realmente e quanto di noi viene ribaltato per non dare di noi la percezione reale di quello che siamo. Louis Borges e la sua Teoria degli Specchi, da lui stesso modificata nella Teoria del Prisma, che offre molte più sfaccettature della nostra personalità (Walt Whitman e il suo essere abitato dal "molteplice", il più delle volte in molteplici contraddizioni che meglio ci definiscono). E qui non posso fare a meno di ricordare la nostra amatissima Letizia Cobaltini e il suo Libro uno e molteplice "DIRE FARE BACIARE - mondi canti parole - pubblicato dalla SECOP edizioni (Corato-Bari) nel 2023.

Non a caso, scrissi del suo Libro magico: "... cammino meraviglioso e inquietante delle parole, delle immagini, dei segni, dei colori, delle metafore. Sono 'passaggi/paesaggi tra natura, anima e incanti, che penetrano nel cuore e ne fanno musica, sinfonia, ritmo pulsante o lento alla ricerca della leggerezza che si innuvola nell'ardito azzurro/indaco/cobalto del cielo. E mai nome e cognome furono più appropriati e connotativi di questo respiro d'azzurro che, a ventaglio/arcobaleno, diventa patrimonio di "qualcosa" a comprendere "tentativi e trappole", "attenzione e intermittenza", prodigio di "foglie d'oro". Fino a raggiungere la "Bellezza", figlia della luna, affascinata essa stessa dalla luce lunare che sfiora "contrade", "galleggia" sullo specchio incantato di un mare che attende il richiamo del suo "Faro" per farsi onda e conchiglia. Approdo e origine di ogni nuovo viaggio al richiamo di vele e sirene...". (p. 93)

Tutto questo mi riporta inevitabilmente all'affermazione di Fabio Maria Salvatore sulla sua "missione": salvare! E mai nome e cognome furono più appropriati. Fabio, infatti, viene tradotto dal latino anche come "coltivatore", "uomo dei campi", aduso alla paziente fatica in attesa di un buon raccolto. Maria è il nome della Vergine, e per noi cristiani, fonte di ogni salvezza. Salvatore è la conferma di tale salvezza. Anche o soprattutto attraverso lo "sguardo", la cui Teoria (da Platone a Galimberti, passando per Sartre e Lacan con Recalcati) è davvero affascinante. Perché significa "vedere" l'altro e ciò comporta la possibilità di aiutarlo e, dunque, salvarlo. Perché in quello sguardo c'è tutto l'Amore possibile, in dare e rivevere. E la nostra Cristina Maremonti, anche lei con un cognome connotativo, puntualizzando tutto questo, ha fatto a tutti noi, che la seguiamo con tanto affetto, il dono del suo stesso cuore, che è uno scrigno prezioso di Amore per gli altri... come noi tutti sappiamo bene! Grazie, Cristina! Grazie, Letizia! Grazie, Fabio!

Ma non finisce qui. Desidero continuare in questo racconto, fatto di tante riflessioni, anche il racconto di altri Autori delle bellissime serate. Per esempio, molto importante è parlare della costante presenza di Piero Meli, quest’anno accompagnato dalla sua amatissima Cinzia Cognetti, Autrice di un libro che sta già appassionando numerosi lettori in Italia e all’estero. Ma ecco in sintesi alcune sue parole: <Le comunità si riconoscono da una cosa semplice: tornano. Tornano per ascoltare, per ritrovarsi, per condividere. E ogni estate BITLIBRI dimostra che la cultura può anche essere un luogo in cui ci si sente a casa. Ieri sera è accaduta di nuovo la magia. Una piazza piena di persone, amici che si ritrovano, autori che si fermano a parlare tra loro, i sorrisi dietro le quinte, le fotografie rubate, gli abbracci, le dediche, le conversazioni che continuano molto dopo l’abbraccio finale. In un tempo in cui tutto corre, ritrovarsi per ascoltare una storia è già un piccolo gesto rivoluzionario.

Grazie a Cristina Maremonti e a tutta la squadra di BITLIBRI per aver costruito, anno dopo anno, una vera casa della cultura…>.

I suoi ringraziamenti sono tanti e combaciano in larga misura anche con i miei, anche se quest’anno purtroppo non mi è stato possibile essere presente per altri impegni presi in precedenza, ma da lontano e col cuore ho seguito alcuni interventi molto interessanti.

Come non citare la mia carissima Federica Nolasco e Serena Manieri, che hanno condotto con grande professionalità e competenza le dirette. Come non citare il bravissimo e onnipresente fotografo Marco de Giosa per i suoi innumerevoli book fotografici dentro e fuori la scena. Come non raccontare della mia carissima Letizia Cobaltini, che ho citato in precedenza. Come non ricordare con nostalgia la Bellezza del Castello Baronale di Bitritto, che quest’anno ospita anche una Mostra fotografica collettiva da suggestivo titolo “AMARA TERRA MIA”, che tanto mi ricorda una splendida canzone del nostro indimenticabile e indimenticato Domenico Modugno.

Concludo con grande piacere e nostalgia, riportando ancora una volta quanto scritto dal nostro bravissimo Piero Meli:<L’obiettivo fotografico smette di inseguire solo geometrie di luci per catturare la verità e l’energia del mondo reale. Attraverso gli scatti degli artisti coinvolti, la mostra diventa un affascinante viaggio visivo nell’anima profonda del Sud - da quello italiano alle latitudini d’Europa e del Mondo. “Amara terra mia” non è un grido di rassegnazione, ma una fiera dichiarazione d’amore e di appartenenza. “Se la terra è amara, la solidarietà è energia vitale con cui scegliamo, insieme, di renderla di nuovo fertile”…>.

E naturalmente Piero è tra i fotografi espositori. E lo fa sempre con Poesia.

A tutti voi che avete la pazienza di leggermi anche con questo sole cocente, la mia gratitudine, il mio cuore. Angela/lina

venerdì 3 luglio 2026

Venerdì 3 luglio 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE... RAFFAELLA (ultima parte) ...

E, intanto, ti dedico ancora qualche verso che ti faccia riscoprire “centro concentrico” del mio amore:

 “Centro concentrico d’amore”

 eri fiore rosa appena nato

oltre la falce di luna della sera

       attimo di meraviglia

i tuoi occhi grandi nei miei.

Funambola io di sogni mai perduti

afferrai al volo mille ipotesi di stelle

per fartene dono più di mille auspici.

Sui vetri rigati di stupore, anche oggi

traccio col dito il tuo volto tenero

- petalo di luna tra le mie dita

      il tuo volto chiaro Inno alla Vita -.

La gioia avrà ancora passi leggeri

e come erba smeraldina avrai

spazio d’amore e tempo di sogni

nel nostro giardino fiorito

(tenera danza di onde tra brezza

di mare e il suo canto sarai…)

 “Inizio luglio un nuovo inizio”

Sui rami frondosi di inizio luglio

ridono ciglia di ritrovata estate

per depositare il mai perduto

incanto nelle tue mani.

E un canto nuovo

per il tuo nuovo Anno ti avvolga.

Tenerezza di dita in involucri

d’amore e di sfacciato sole

s’intreccia alle tue braccia

che il mio abbraccio attendono

fatto di sogni che ancora ci fanno

compagnia…     

(e una speranza leggera

     ha germogli di luce

         a scaldarci il cuore)

 “TI VOGLIO BENE”

 “Sono tre parole

Ti voglio bene

Sono queste sole

Che vuole il cuore…”

(Vittorio De Sica)

Afferrale forte le tre parole

E nel cerchio che ti circonda

Dei tanti ad amarti sono le sole

Che puoi teneramente pronunciare

Per insegnare ad amare

Senza riserve e senza silenzi.

Le parole non dette

Le parole taciute e mute

Sono pagine incolori attraversate

Senza ardore né sguardi innamorati

A immortalarti.

Mutano della vita il corso nell’attesa

E tutto sospeso rimane a un filo

Silenzioso da srotolare per abbracciare

Il mondo intero, il suo mistero,

la sua perdizione senza una canzone

da afferrare al volo come aquilone

libero nel sole, che tenerezza

filtra tra le dita con carezze

da riscoprire come fiore di puro amore.

E se “non puoi dirigere il vento

-          Seneca sentenziò -

    puoi orientare le vele”

(e finalmente cantiamo il viaggio

 di sole tre parole: “Ti Voglio Bene”

  E sorridiamo di noi, dispiegando

     il cuore e abbracciando

    con coraggio la vita)

 “SESSANTOTTO”

Anno rivoluzionario ribelle senza paura.

Anno di amori liberi e senza catene.

Anno in cui ti generai all’amore

         Con infinito Amore

in un mondo di violenze e alla deriva.

Tu tra le mie braccia porto sicuro e vele

per navigare in alto mare e pieno sole

ai primi di luglio a ondeggiare

tra flutti tempestosi e argentine risate

per capovolgere la sorte.

Tu a districarti tra mille parole bambine

Traboccanti sogni ancora tutti da vivere

Pronta a dispiegare le ali giganti

per catturare quanti si perdevano

       nei tuoi occhi grandi

- stelle di un cielo notturno e misterioso

      come i tuoi capelli, i tuoi pensieri –

    più grandi di te, a fare grande

                il tuo cuore  

    immenso più dell’oceano.

Mamma

(per te, Raffaella, per il tuo nuovo estivo compleanno)

Buona lettura in pieno sole o all’ombra di un ombrellone. Angela/lina