Il 26 giugno del 1967, don Lorenzo Milani moriva di leucemia ancora giovanissimo (età 44 anni) a Barbiana, dove fino alla fine aveva insegnato ai suoi alunni di tutte le età e di modesta estrazione sociale, con amore e abnegazioni. Piansi anch’io la sua perdita, affascinata dalla sua personalità e dal suo coraggio. Per questo oggi desidero ricordarlo, con profondo amore, dopo aver parlato a lungo del “prete scomodo” e della sua “Scuola di Barbiana”, per oltre trent’anni, come preparatrice di allievi per guidarli ad affrontare i vari Concorsi di reclutamento dei Docenti nelle Scuole di ogni ordine e grado e persino per i Dirigenti Scolastici. Dagli anni Settanta del secolo scorso al Duemila. Con la lettura, analizzata nei minimi particolari, di Lettera ad una professoressa, scritta con i suoi alunni e pubblicata nello stesso mese e anno della sua morte. Una vita fa. Ma sono ancora qui a parlarne:
Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia fiorentina. I suoi studi umanistici come nipote del grande filologo e studioso Comparetti li compì, però, a Milano, dove i genitori si erano trasferiti con gli altri suoi fratelli, quando era ancora ragazzo. Ben presto avvertì il bisogno di ribellarsi a quella stessa borghesia, di cui faceva parte, per fare spazio ai poveri e agli analfabeti.
Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una Chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri.
Don Milani, pessimo studente, ribelle a ogni coercizione scolastica, ma grande “maestro”, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo, dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell’anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove “si guarivano i sani e si ignoravano i malati”, e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere un grave errore, “facendo giustizia fra disuguali”.
Don Milani, uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona, mite, dolce, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza per i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza contro ogni ottuso e pervicace tolitarismo.
“I CARE”, scritto all’ingresso della sua scuola nella sperduta Barbiana, lì mandato per punizione dai suoi Superiori, contro il “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo, che viveva di stenti e che non aveva imparato neppure a sognare, né tanto meno a progettare un futuro migliore.
Don Milani e la scoperta della “Parola” e della “Identità restituita dalla voce”. Quanto importanti l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale.
Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei e di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi (culture, tradizioni, espressioni artistiche e sentimentali). Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta e si dilatasse verso orizzonti di consapevolezza e socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e di cittadini, ma con riserva di “disubbidire” alle leggi ingiuste e inique.
Don Lorenzo Milani. Faro e approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici. Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico, intellettuale, etico, fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi maccanismi perversi a uncinargli l’anima. Pura e ribelle, la sua anima fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.
Le parole pronunciate da Don Lorenzo Milani prima si morire, che testimoniano il suo immenso amore per i suoi ragazzi, furono: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.
Questo il suo Inno di Libertà e a Dio, a cui aveva preferito gli oppressi e i vinti. Inno svettante nel vento a portarlo, con la Croce del suo stesso Cristo messo in Croce, in alto, sempre più su, inseguito dalle nostre lacrime, esplose in un buio acceso di stelle.
Grazie ancora, Don Lorenzo, perché mi hai insegnato ad essere una insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi alunni e studenti, con Tenerezza, Amore e con tanta Poesia disseminata tra le parole…
E per oggi va bene così nella quasi certezza di aver riacceso in ciascuno di voi il ricordo imperituro di Don Lorenzo Milani, viva fiaccola a illuminare i nostri occhi in un tempo buio, come quello dei nostri giorni, e ad accendere la Luce della Speranza in un mondo migliore. Grazie. Angela/lina
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