… che tu possa esaudire
tutti i
tuoi desideri tranne uno
perché
nella vita
bisogna
sempre desiderare qualcosa.
(anonimo)
2 luglio: Raffaella conta un’altra sua estiva
primavera. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva
realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in
meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la
loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il
Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe
rimasta accanto fisicamente (e non solo) fino a questi miei giorni di ultra
ottantenne.
Fu
un’estate molto calda quell’anno di cinquantotto anni fa. Come quella dei
nostri giorni, del resto. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime
avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di
spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto
pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e
uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di
lana dai colori rosso, giallo, blu, verde acqua, che potessero andare bene sia
per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro,
ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che
sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di
rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del bimbo o della
bimba che stava per nascere.
Dopo
le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e
il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse
a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci
avviammo alla “nostra” casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare
via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo
scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata
che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove
avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la
bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e
quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed
eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero. Invano.
Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne
dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io,
scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le mie proteste
che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Non
sono questi i dolori del parto, devono ancora arrivare quelli più forti”) e di
Lizia, e le mie rinnovate risate perché nessuno mi credeva, alle ore 20
“incontrai” Raffaella: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due
occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di
pesca vellutata. La signora Chiella, dopo averle tagliato il cordone
ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in
giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio
di sole a illuminare le prime ombre della sera.
“La
rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la
delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla
subito. Io la amavo già. Si precipitarono i nonni e gli zii da Surbo. E nella
nostra casa lei illuminò stanze e cuori.
Ci
facemmo compagnia a lungo io e lei. Fino alla nascita di Ombretta circa due
anni dopo. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato
con duplice nodo d’amore. E lei mi corrispondeva con i suoi occhioni, le sue
manine, vibranti farfalle sempre in volo, i suoi balbettii che ben presto si
trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si
preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo
piccola”. Precocissima, a un anno,
sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. oggi sicuramente
dimenticate. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai
vista, neppure in cartolina. “Bimba di parole e di baci”. Di fremiti di vita,
da me ben presto spenti perché facesse subito da mamma ai fratellini che sono
piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma immediato amore, esploso nel mio
cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve
candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo
ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo
di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per
nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente
le affidavo. Così per parecchi decenni. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma
con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai
nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per
anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre,
mai più vissuta come madre.
Con
lei, oggi, condivido la quotidianità della nostra casa, del giardino, del verde
degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come
una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa
tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre.
E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché
non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a
risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo
capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra
me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti nella più impensabile delle anomalie,
fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione
abituati.
Da
sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.
E,
come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come
ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.
È
questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si
ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un
“amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e
delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché
“l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma
oggi non posso fare a meno di dirglielo.
Sì,
esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto le preme cogliere
sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.
“Ti
regalo oggi il mio sorriso”
luce di colorata felicità
da sempre attesa negli occhi
a farsi specchio della tua ansia
perché in gioia si tramutasse
il riflesso di mille e mille stelle,
per me raccolte su terrapieni,
inventati nel vuoto della mia sera,
per accenderla di risate.
Clamore assordante fu
il battito del tuo cuore
vicino al mio in un palpitare
di giorni di stanca malinconia.
Ma, complici io e mia madre
di un segreto dolcissimo
sotto un cielo che sapeva
di noi,
riprendemmo a ridere,
dimentiche del tempo
e le stagioni del silenzio.
Rinacque l'incanto
delle tue parole, ali di allodole,
a ricamare i miei mattini
che ombre attraversarono
tra nuvole scure di pensieri
distanti e prigionieri.
Sogni mai afferrati
dalle tue mani
protese a farmene dono.
E oggi, vedi, solo per te sorrido
a rendere visibile l’Amore
che ti devo. E che ti porto.
Con il sole che bacia i tetti
della tua mai spenta speranza
a sapere della mia gioia
di vivere.
(Nel giardino arso di sole, papaveri
di fragili corolle ridono,
a restituirci rinnovate intese
d'allegria)
Per
te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate... solo una
puntualizzazione: Diamo agli altri
quello che possiamo e penso sia il solo modo per dare quello che siamo.
Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo
tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E, se è, non necessita
di alcuna misurazione. Viviamo come siamo e come sappiamo vivere. E amiamo alla
stessa maniera…
A domani per
alcune poesie che sento l’urgenza da dedicarti ancora. Grazie a quanti/quante
con questo caldo avranno la bontà di leggere. Angela/lina
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