giovedì 2 luglio 2026

Giovedì 2 luglio 2026: CI SONO COMPLEANNI CHE SERVONO A RICORDARE...RAFFAELLA (prima parte) ...

che tu possa esaudire

tutti i tuoi desideri tranne uno

perché nella vita

bisogna sempre desiderare qualcosa.

(anonimo)

 2 luglio: Raffaella conta un’altra sua estiva primavera. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fisicamente (e non solo) fino a questi miei giorni di ultra ottantenne.

Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantotto anni fa. Come quella dei nostri giorni, del resto. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu, verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del bimbo o della bimba che stava per nascere.

Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla “nostra” casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero. Invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Non sono questi i dolori del parto, devono ancora arrivare quelli più forti”) e di Lizia, e le mie rinnovate risate perché nessuno mi credeva, alle ore 20 “incontrai” Raffaella: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. La signora Chiella, dopo averle tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.

“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla subito. Io la amavo già. Si precipitarono i nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori.

Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. E lei mi corrispondeva con i suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, i suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. oggi sicuramente dimenticate. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. “Bimba di parole e di baci”. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perché facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma immediato amore, esploso nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per parecchi decenni. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.

Con lei, oggi, condivido la quotidianità della nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.

Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.

E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.

È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo.

Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto le preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.

 

“Ti regalo oggi il mio sorriso”

 

luce di colorata felicità

da sempre attesa negli occhi

a farsi specchio della tua ansia

perché in gioia si tramutasse

il riflesso di mille e mille stelle,

per me raccolte su terrapieni,

inventati nel vuoto della mia sera,

per accenderla di risate.

Clamore assordante fu

il battito del tuo cuore

vicino al mio in un palpitare

di giorni di stanca malinconia.

Ma, complici io e mia madre

di un segreto dolcissimo

sotto un cielo che sapeva

di noi,

riprendemmo a ridere,

dimentiche del tempo

e le stagioni del silenzio.

Rinacque l'incanto

delle tue parole, ali di allodole,

a ricamare i miei mattini

che ombre attraversarono

tra nuvole scure di pensieri

distanti e prigionieri.

Sogni mai afferrati

dalle tue mani

protese a farmene dono.

E oggi, vedi, solo per te sorrido

a rendere visibile l’Amore

che ti devo. E che ti porto.

Con il sole che bacia i tetti

della tua mai spenta speranza

a sapere della mia gioia

di vivere.

(Nel giardino arso di sole, papaveri

di fragili corolle ridono,

a restituirci rinnovate intese d'allegria)

 

Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate... solo una puntualizzazione: Diamo agli altri quello che possiamo e penso sia il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E, se è, non necessita di alcuna misurazione. Viviamo come siamo e come sappiamo vivere. E amiamo alla stessa maniera…

A domani per alcune poesie che sento l’urgenza da dedicarti ancora. Grazie a quanti/quante con questo caldo avranno la bontà di leggere. Angela/lina

 

 

 

 

 

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