Per parlare del 16
luglio di tantissimi anni fa, dopo aver superato a fine maggio gli
ottantaquattro anni, devo partire da alcuni ricordi che mi vedevano vivere in
due paesi diversi che amavo di identico amore: Bitonto, in provincia di Bari
(nel mio amato cortile “del gelso e delle rose) e Manfredonia in provincia di
Foggia, nella culla dei monti che abbracciavano il mare (altro mio sogno senza
confini: il mare).
Ebbene, mi dividevo
ormai tra i due paesi a me tanto cari: tra due case che da una parte mi colmavano
della amorevole presenza dei nonni materni, Mincuccio e Angelina, e di mia
sorella Lizia; dall’altra, quella che mi permetteva di vivere con gioia con
mamma e con gli altri miei fratelli. Da una parte, dunque, i campi, di cui via
via il nonno si liberava perché non era più in grado di seguirli e, dall’altra,
il mare nelle cui acque dimenticavo ogni senso di costrizione. Da una parte, lo
studio (stavo scoprendo finalmente che mi piaceva studiare e conoscere nuove
realtà passate e presenti con uno sguardo attento al futuro), e le lezioni
private (per non pesare economicamente sui miei cari: cominciai a diciannove
anni e ho smesso alle soglie del nuovo millennio); dall’altra, le chiacchierate
con mamma, le confidenze e le complicità con la mia amatissima sorella Anna
Maria, che rivelava sempre più uno spirito intraprendente e battagliero.
Infatti, quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, eravamo
complici anche di tante simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto
che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché
mamma e babbo andavano dai nonni e da Lizia a Bitonto e, in loro
assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare
tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era
solita fare da un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove
comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che
babbo, al suo ritorno, non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine.
E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Anna Maria era
un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi
occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di
vivere!
Quando, invece,
stavamo tutti in vacanza nella casa del gelso e delle rose, io e lei, con la
segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e
soprattutto a mamma, per il 16 luglio, giorno del suo onomastico che amava
tanto festeggiare con amici e parenti, e ai nonni, per il 2 e 4 agosto, i due
giorni del loro onomastico. Ricordo, con tanta nostalgia, che i nonni erano
soliti festeggiare il loro onomastico con un lungo strascico di visite, di
auguri, di dolci e rosolio della durata appunto di tre giorni! Come dimenticare
quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella
nostra casa? Come dimenticare la festa di mamma e la sua immensa gioia in quel
lunghissimo giorno di mezza estate?
In quelle
circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io
accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le
conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli adulti di
casa, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di
fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a
casa e da me, che l’aspettavo fuori, una insperata sommetta, che ci permetteva
di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei
andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci
provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con
il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne
tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di
luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul
marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli
occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava
vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità. Mal sopportava, invece, il mio
romanticismo, la mia aria sognante, la mia esasperante lentezza nei lavori
domestici. Facevo tutto all’ombra dei miei pensieri che vagavano ora luminosi
ora cupi in un altrove che mi estraniava dal “qui e ora”. Anche soltanto con la
mente, scrivevo. Anche soltanto con il cuore, scrivevo. E cantavo ancora, molto
spesso.
(l’uccellino di
gabbia non canta per amore canta per rabbia…, mio nonno mi canzonava
affettuosamente complice)
E ogni mia azione
seguiva il ritmo del canto, che non era mai allegro e veloce, ma sempre
languido e lento
(fenesta ca
lucivi e mo nun luci… staje luntànə da ‘stu core… no, rien de rien/ no je ne
regrette rien…)
e la realtà mi
sfuggiva. Mamma mi sollecitava a scegliere canzoni più allegre per svolgere le
faccende domestiche con maggiore celerità: se ne sarebbero avvantaggiati
l’orecchio, l’umore e la casa. Ma io non potevo rinunciare a sognare e a
mettere fuori tutta la tristezza di una condizione di continua libertà
vigilata, di mal sopportata sudditanza, di un amore folle e non sempre
corrisposto in ugual misura. Le canzoni che parlavano di amori infelici
erano il mio repertorio preferito. La mente vagava lontano e la possibilità di
sbagliare era sempre molto concreta e vicina, nel mio canto languido e
sognante. Era nella mia indole perdermi nella musica e nelle parole e niente e
nessuno avrebbero potuto darmi mai un ritmo diverso. Un diverso appiglio.
Neppure mamma. Neanche lei.
(Persino già avanti
con gli anni e già nonna, nei rarissimi ormai miei abbandoni al canto, ho fatto
ridere figli e nipoti quando, un giorno, riproponendo il canto allegro e
ironico di un presentatore della TV, mi sono messa a canticchiarlo con la mia
solita passione sofferente di disteso infinito languore. E con una lentezza
esasperata. Esasperante. L’esibizione canora faceva più o meno così:
“esilarante esilarante” (con voce baldanzosa e saltellante). La mia versione
fu: “e s i l a r a n t e e s i l a r a n t e e s i l a r a n t e”,
interrotta dalla irriverente stratosferica risata dei miei cari ascoltatori,
che mi sollecitarono tutti ad una voce: “più ritmo, mamma, più brio, essù!!!”.
E i due nipoti a sbellicarsi dal gran ridere: “più swing, nonna, un po’ di
allegria, dai… così ci fai addormentare!!!” E tutti proprio tutti fecero un
coro sarabandale di “esilaranteesilarante”, in un “priscio”
(un’esaltazione del cuore) che sembrava non dovesse avere mai fine. Ridemmo
tutti fino alle lacrime. E la risata micidiale, anche se affettuosa,
si ripropone ancora quando abbiamo un po’ voglia di scherzare sui miei limiti e
sulle mie virtù). Ma questa è un’altra storia che racconterò nei prossimi
giorni. Forse.
Oggi, invece,
desidero concludere con un una quasi poesia, che mi riporta a lei. A mia madre:
"In attesa di
toccare il mare"
(A mamma per il
suo onomastico)
Con le mie mani
voglio toccare il mare.
Voglio toccarlo e
la lunga attesa
è chiodo che
penetra nei pensieri
e mi spinge a
preparare
un guscio di noce
per la barchetta
che mi porterà a
nuotare
come il tempo
lontano indimenticato.
Attendevo il sole
per tuffarmi
a respirare tutto
azzurro negli occhi
e i ricordi che
bussano per entrare.
A fine giugno
"s'apriva il mare"
con tavole e
chiodi inchiodato
per l'inverno che
doveva arrivare.
A spegnere in me
la sua nostalgia
(non aveva senso
cercarlo sparito)
E il mare si
faceva attesa dell'estate,
quando mamma mi
sosteneva,
m'incoraggiava a
prendere le onde
tra le braccia
per poi lasciarle andare.
Fino a quando a
pelo d'acqua
m'inazzurrai e
puntino lontano
scrissi
il mio nome.
E fui padrona di
grotte e conchiglie
perle e coralli e
velieri che dormono
in fondo al mare
con bende di pirati
e gioielli
inventati per farne anelli
per le tue catene
a trattenermi a riva.
(Mamma mia in me
sempre viva...)
Ora sul
bagnasciuga ti vengo a cercare
per danzare
insieme e specchiarci
nelle stelle
accese che accendono
sorrisi in attesa
che si sveli il mistero
profondo che fa
profondo il mare.
Ascoltiamo i suoi
pensieri immensi
(che fanno
piccoli i miei pensieri)
fatti di
ardimenti e paure, tormenti
e sentimenti,
illusioni e previsioni
nella conchiglia
delle nostre mani
che attendono
altri domani senza limiti
o confini, per le
nostre chiacchierate
già vissute e con
allegria ritrovate.
Non c'è rimpianto
dove rinasce il cuore.
Sono mare con il
mio amore che canta
(e la mia anima
profonda affonda
ancora tra le
nostre migliaia di stelle
a scoprire il
loro sognato sussurro
in tutto questo
cielomare
che ci avvolge di
immenso azzurro...)
Lina
Giovedì 16 luglio
di un anno qualsiasi.
Già. Oggi “e sempre
del persempre” noi. E, con me e con te, sempre e per sempre la nostra
amatissima Anna Maria, che ora sta ridendo con te in riva al nostro mare…
E anche per oggi è tutto. Grazie perché anche voi ci siete sempre, nonostante questo caldo insopportabile. Buon mare a tutti! Angela/lina
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