giovedì 16 luglio 2026

Giovedì 16 luglio 2026: I RICORDI DI TEMPI LONTANI CHE RIATTUALIZZANO IL PASSATO...

Per parlare del 16 luglio di tantissimi anni fa, dopo aver superato a fine maggio gli ottantaquattro anni, devo partire da alcuni ricordi che mi vedevano vivere in due paesi diversi che amavo di identico amore: Bitonto, in provincia di Bari (nel mio amato cortile “del gelso e delle rose) e Manfredonia in provincia di Foggia, nella culla dei monti che abbracciavano il mare (altro mio sogno senza confini: il mare).

Ebbene, mi dividevo ormai tra i due paesi a me tanto cari: tra due case che da una parte mi colmavano della amorevole presenza dei nonni materni, Mincuccio e Angelina, e di mia sorella Lizia; dall’altra, quella che mi permetteva di vivere con gioia con mamma e con gli altri miei fratelli. Da una parte, dunque, i campi, di cui via via il nonno si liberava perché non era più in grado di seguirli e, dall’altra, il mare nelle cui acque dimenticavo ogni senso di costrizione. Da una parte, lo studio (stavo scoprendo finalmente che mi piaceva studiare e conoscere nuove realtà passate e presenti con uno sguardo attento al futuro), e le lezioni private (per non pesare economicamente sui miei cari: cominciai a diciannove anni e ho smesso alle soglie del nuovo millennio); dall’altra, le chiacchierate con mamma, le confidenze e le complicità con la mia amatissima sorella Anna Maria, che rivelava sempre più uno spirito intraprendente e battagliero. Infatti, quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, eravamo complici anche di tante simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché mamma e babbo andavano dai nonni  e da Lizia a Bitonto e, in loro assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era solita fare da un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che babbo, al suo ritorno, non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine. E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Anna Maria era un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di vivere!

Quando, invece, stavamo tutti in vacanza nella casa del gelso e delle rose, io e lei, con la segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e soprattutto a mamma, per il 16 luglio, giorno del suo onomastico che amava tanto festeggiare con amici e parenti, e ai nonni, per il 2 e 4 agosto, i due giorni del loro onomastico. Ricordo, con tanta nostalgia, che i nonni erano soliti festeggiare il loro onomastico con un lungo strascico di visite, di auguri, di dolci e rosolio della durata appunto di tre giorni! Come dimenticare quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella nostra casa? Come dimenticare la festa di mamma e la sua immensa gioia in quel lunghissimo giorno di mezza estate?

In quelle circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli adulti di casa, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a casa e da me, che l’aspettavo fuori, una insperata sommetta, che ci permetteva di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità. Mal sopportava, invece, il mio romanticismo, la mia aria sognante, la mia esasperante lentezza nei lavori domestici. Facevo tutto all’ombra dei miei pensieri che vagavano ora luminosi ora cupi in un altrove che mi estraniava dal “qui e ora”. Anche soltanto con la mente, scrivevo. Anche soltanto con il cuore, scrivevo. E cantavo ancora, molto spesso.

(l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia…, mio nonno mi canzonava affettuosamente complice)

E ogni mia azione seguiva il ritmo del canto, che non era mai allegro e veloce, ma sempre languido e lento

(fenesta ca lucivi e mo nun luci… staje luntànə da ‘stu core… no, rien de rien/ no je ne regrette rien…)

e la realtà mi sfuggiva. Mamma mi sollecitava a scegliere canzoni più allegre per svolgere le faccende domestiche con maggiore celerità: se ne sarebbero avvantaggiati l’orecchio, l’umore e la casa. Ma io non potevo rinunciare a sognare e a mettere fuori tutta la tristezza di una condizione di continua libertà vigilata, di mal sopportata sudditanza, di un amore folle e non sempre corrisposto in ugual misura. Le canzoni che parlavano di amori infelici erano il mio repertorio preferito. La mente vagava lontano e la possibilità di sbagliare era sempre molto concreta e vicina, nel mio canto languido e sognante. Era nella mia indole perdermi nella musica e nelle parole e niente e nessuno avrebbero potuto darmi mai un ritmo diverso. Un diverso appiglio. Neppure mamma. Neanche lei.

(Persino già avanti con gli anni e già nonna, nei rarissimi ormai miei abbandoni al canto, ho fatto ridere figli e nipoti quando, un giorno, riproponendo il canto allegro e ironico di un presentatore della TV, mi sono messa a canticchiarlo con la mia solita passione sofferente di disteso infinito languore. E con una lentezza esasperata. Esasperante. L’esibizione canora faceva più o meno così: “esilarante esilarante” (con voce baldanzosa e saltellante). La mia versione fu: “e s i l a r a n t e      e  s  i  l  a  r  a  n  t  e         e   s   i   l   a   r   a   n   t   e”, interrotta dalla irriverente stratosferica risata dei miei cari ascoltatori, che mi sollecitarono tutti ad una voce: “più ritmo, mamma, più brio, essù!!!”. E i due nipoti a sbellicarsi dal gran ridere: “più swing, nonna, un po’ di allegria, dai… così ci fai addormentare!!!” E tutti proprio tutti fecero un coro sarabandale di “esilaranteesilarante”, in un “priscio” (un’esaltazione del cuore) che sembrava non dovesse avere mai fine. Ridemmo tutti fino alle lacrime.  E la risata micidiale, anche se affettuosa, si ripropone ancora quando abbiamo un po’ voglia di scherzare sui miei limiti e sulle mie virtù). Ma questa è un’altra storia che racconterò nei prossimi giorni. Forse.

Oggi, invece, desidero concludere con un una quasi poesia, che mi riporta a lei. A mia madre:

"In attesa di toccare il mare"

(A mamma per il suo onomastico)

 

Con le mie mani voglio toccare il mare.

Voglio toccarlo e la lunga attesa

è chiodo che penetra nei pensieri

e mi spinge a preparare

un guscio di noce per la barchetta

che mi porterà a nuotare

come il tempo lontano indimenticato.

Attendevo il sole per tuffarmi

a respirare tutto azzurro negli occhi

e i ricordi che bussano per entrare.

A fine giugno "s'apriva il mare"

con tavole e chiodi inchiodato

per l'inverno che doveva arrivare.

A spegnere in me la sua nostalgia

(non aveva senso cercarlo sparito)

E il mare si faceva attesa dell'estate,

quando mamma mi sosteneva,

m'incoraggiava a prendere le onde

tra le braccia per poi lasciarle andare.

Fino a quando a pelo d'acqua

m'inazzurrai e puntino lontano

           scrissi il mio nome.

E fui padrona di grotte e conchiglie

perle e coralli e velieri che dormono

in fondo al mare con bende di pirati

e gioielli inventati per farne anelli

per le tue catene a trattenermi a riva.

(Mamma mia in me sempre viva...)

 

Ora sul bagnasciuga ti vengo a cercare

per danzare insieme e specchiarci

nelle stelle accese che accendono

sorrisi in attesa che si sveli il mistero

profondo che fa profondo il mare.

Ascoltiamo i suoi pensieri immensi

(che fanno piccoli i miei pensieri)

fatti di ardimenti e paure, tormenti

e sentimenti, illusioni e previsioni

nella conchiglia delle nostre mani

che attendono altri domani senza limiti

o confini, per le nostre chiacchierate

già vissute e con allegria ritrovate.

Non c'è rimpianto dove rinasce il cuore.

Sono mare con il mio amore che canta

(e la mia anima profonda affonda

ancora tra le nostre migliaia di stelle

a scoprire il loro sognato sussurro

in tutto questo cielomare

che ci avvolge di immenso azzurro...)

                        Lina

Giovedì 16 luglio di un anno qualsiasi.

Già. Oggi “e sempre del persempre” noi. E, con me e con te, sempre e per sempre la nostra amatissima Anna Maria, che ora sta ridendo con te in riva al nostro mare…

E anche per oggi è tutto. Grazie perché anche voi ci siete sempre, nonostante questo caldo insopportabile. Buon mare a tutti! Angela/lina 

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