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martedì 13 settembre 2022

Martedì 13 settembre 2022: un anno e mezzo fa il volo di Giovanni Gastel tra le stelle...

Qualche anno fa, c’è stato il mio primo incontro con Angelica Grivel Serra con i suoi occhi di LUNA, immensi e con uno sguardo verso orizzonti lontani, in una foto in bianco-nero scattata dal GRANDE Giovanni Gastel e da lui postata sulla sua Pagina FB. Rimasi affascinata da quel visetto dolcissimo e quegli occhi da cerbiatta e gli orizzonti immaginati e in fuga oltre… Scrissi immediatamente un commento che piacque al suo Autore. Anche Angelica mi sorprese subito dopo per il suo ringraziamento pieno di garbo e di calore. Poi, più nulla. Ma quella ragazzina con occhi di luna e lo sguardo lontano mi rimase nel cuore. Poi, sono accadute tante cose sull’orizzonte non sempre sereno delle nostre vite. Il mio franare in un battito di ciglia a Belgrado e sette lunghi mesi di degenza in vari ospedali, dopo vari interventi che mi hanno restituito alla vita, ma anche a una disabilità sempre più gravosa; la pandemia da coronavirus e la segregazione in casa per vari mesi e a più riprese; i successi sempre più eclatanti di Mostre e interviste televisive del Fotografo più glamour del mondo e i successi della sua amata figlioccia Angelica. Infine la terribile notizia, il 13 marzo 2021, del volo tra le stelle del nostro comune amico Giò. Molto più tardi contattai, però, Angelica per commemorare, insieme Giovanni Gastel a un anno dal suo improvviso lasciarci. Eravamo entrambe d’accordo, vinte entrambe da una grande emozione. Poi, però, per alcuni inevitabili impedimenti, abbiamo dovuto rimandare l’incontro via web a tempi da destinarsi. E, intanto, sono sopravvenute nuove cause di rinvio per una guerra improvvisa che sta portando nuovi macigni sul cuore, oltre alle sofferenze ancora in atto per il Covid 19, crudele e devastante di questi ultimi tre anni. Noi, però, abbiamo continuato a parlarci, conoscendoci sempre più e superando persino i limiti della riservatezza e della asimmetria della nostra età. È stato molto interessante questo fitto dialogo quasi quotidiano tra noi, anche per cercare nuove possibilità di incontro, magari “in presenza” piuttosto che online, per ricordare con grande affetto e sconfinata ammirazione l’immenso Giò, sempre presente nel cuore di quanti lo hanno conosciuto e amato.

E oggi, 13 settembre 2022, dopo un anno e mezzo di infinito rimpianto e infinita nostalgia, dopo il suo andare via in silenzio come un umile viandante, siamo ancora insieme, io e Angelica, questa fanciulla in fiore davvero geniale e talentuosa, oltre che bellissima, a ricordarlo, come è giusto che sia. E lo ricordiamo insieme con alcune sue poesie, colme di dolcezza e di malinconia, che io ho definito “poesie del commiato”. Sono poesie che rivelano soprattutto il suo desiderio di pace dentro. Con una scrittura narrativa elegante, solo apparentemente semplice, ma sicuramente sincera e immediata. Con versi molto profondi e densi di significato (versi logofanici), in ogni accenno di cielo e di abisso a sfiorare l’anima. Abisso da cui Giovanni risorgeva continuamente con la caparbia volontà di essere Amore per dare e ricevere amore all’ombra della sua mai spenta necessità di donarsi agli altri nella speranza di essere riamato in ugual misura.

“Amici dolcissimi”

Amici dolcissimi

non è d’acqua la vostra trasparenza

non di luce che passa tra le foglie

non di gelida neve immacolata.

La vostra è trasparenza d’amore

carico di attenta paura

per me

per la mia disordinata vita

simile a quella di chi cammina sul filo

e a quel filo affida

senza apparente motivo

il suo incerto destino.

(Filicudi 2019)

L’aggettivo “dolcissimi” del vocativo “Amici” del primo verso racchiude tutta la tenerezza di un signore che ha fatto dell’amicizia un nodo d’amore forte e sincero. Non a caso, nel secondo verso parla di “trasparenza”, facendo riferimento all’acqua di una “società liquida” (Zygmunt Bauman), che diluisce sentimenti e li dilava, facendoli scolorire fino a perderli del tutto. Neppure la “luce” era trasparenza d’affetto degli amici né la “gelida neve immacolata”: la prima si sarebbe potuta spegnere negli anfratti ombrosi di foglie che pure ancora verdeggiano in sua assenza tra alberi lussureggianti del Parco di Villa Erba; la seconda si sarebbe potuta sciogliere prima di raggiungere il cuore. Solo l’amore compie il miracolo della verità. L’amore che era, per lui, l’“attenta paura” degli amici per la sua incolumità perché, essendo egli un Artista a tutto tondo e appassionato amante della Poesia, aveva scelto suo malgrado di vivere da funambolo sui precipizi del mondo e della quotidianità. L’amore è l’“attenzione” che trema per l’altro. L’amore non giudica. Ha solo paura che l’amico possa correre il rischio di cadere. È ansia per la sorte della persona cara, che osa il volo non a tutti consentito. È l’amore che “si prende cura dell’altro” e lo fa sentire compreso, protetto, amato. Sicuro, nonostante le proprie fragilità… oltre il proprio coraggio.

Grazie, Giovanni, per questa splendida poesia dedicata agli amici sinceri… e tu ne hai avuti davvero tanti. Ti era estranea la falsa adulazione spesso strumentale alla propria affermazione grazie al tuo nome, al tuo prestigio… non sapevi riconoscerla tanto volavi alto. Chi vola troppo alto difficilmente si accorge delle miserie umane. E, quando si accorge suo malgrado del precipizio, rimane attonito e spaventato come uno dei tuoi angeli in caduta libera e in preda a grande smarrimento, a doloroso senso di irrimediabile sconfitta. Ma la Poesia, per fortuna, come portentoso unguento, tutto risana.

E sull’amore, dato/ricevuto ecco un’altra testimonianza:

Così

nel silenzio

parlo d’amore con il mio ricordo.

Ma è difficile distinguere i dettagli

nella nebbia dell’anima.

Sono sorrisi e risa e baci

e corpi donati e poi abbandonati

che si alternano

a formare un grumo i sentimenti indistinti.

Ma questo è il cuore della nostra vita.

Caotico come le scatole dei bambini piene di giochi.

Resta con noi

amore

unico balsamo

che possa ancora dare senso al nostro cammino.

Milano 2020

Negli ultimi due anni, però, e soprattutto nel 2020, sempre più si avvertiva nei suoi componimenti poetici una sorta di testamento, un messaggio da lasciare ai suoi cari, agli amici, ai lettori:

Avrei dovuto parlarvi solo d’amore

come i cantanti di un tempo

e certo ora sarei meglio di quello che sono.

Così stanco sapete e come svuotato.

 

Ci vorrebbe una buona notizia

di quelle che fanno esplodere nel cuore la gioia.

 

Invece sono messaggi tristi da fuori e da dentro di noi.

Il tempo, le malattie, la morte altrui

percepite ormai con il distacco di un bollettino di guerra

mentre tu ancora sopravvivi

nella tua sempre più piccola trincea.

 

E guardi la televisione

mangi

poi a letto

col sonnifero che ti riporterà nel vuoto nero

fino al nuovo giorno.

 

Ma domani reinventerò un mondo puro

di bellezza e perfezione

in cui vivo solo.

Milano 2020

Sembra apparentemente un accorato messaggio di sconfitta, ma nella terzina conclusiva ecco rinascere in lui la speranza nella sua capacità creativa che annulla tutta la stanchezza del disincanto per farlo immergere nel suo sognato e agognato mondo di “bellezza e perfezione”.

E bellezza e perfezione scopriva nel miracolo compiuto dalla forzata “clausura” del mondo in seguito alla pandemia del Coronavirus, che stava già falcidiando una parte ingente di esseri umani inermi, sorpresi, sconcertati, impauriti, impreparati alla nuova “peste” del terzo millennio: la natura, purificata dall’assenza nefasta dell’uomo, si stava prendendo la rivincita sulla sconsiderata sua azione distruttiva e autodistruttiva.

C’è un tempo per tacere

per lasciare che le cose accadano.

E noi a guardarle

con la fissità assente delle statue.

C’è un abbraccio che non possiamo pretendere

ma solo sperare che arrivi.

Tutta questa azione è una lettura del mondo

su cui dovremo prima o poi ragionare nel profondo

come frati votati al silenzio.

È bastato un mese senza la nostra disordinata arroganza

E la natura ha portato i delfini a danzare a Venezia.

Milano 2020

E l’esultanza per quella “danza” dei delfini a Venezia, vista con i suoi occhi di fotografo e cantata con la sua penna di poeta, lo aveva accompagnato con una insolita speranza fino all’estate, nella sua Filicudi, tempo e luogo di respiro calmo e di poesie, non senza un pizzico di amarezza per il mondo lasciato alle spalle ma ancora fortemente avvertito nelle sue carni “inquiete e svuotate” che gli chiedevano di scoprire “l’errore”, da cui tutto aveva avuto origine nella sua vita di “sognatore” di sofferta sensibilità e di intima solitudine:

Giorni e notti.

Cosa resterà della nostra storia?

Qualche foto

una stropicciata lettera

troppe volte riletta.

 

Ha assorbito l’inverno questo cielo

e di nuovo io porto nell’estate

la mia fragile vita di parole.

 

Tutto è immobile

tranne il ricordo che si fa reale.

Altri giorni e notti

svuotato e inquieto

cercando l’errore che ha fatto di me quello che sono.

Fragile e combattivo

In questa mia inconciliabile ferita anima.

25 aprile 2020

E ancora, in tempi più recenti:

Come un cane sbandato

in cerca di pace

ho girato il mondo.

Molti cuori

hanno accompagnato

a tratti il mio cammino.

Quasi questa malinconia

fosse una calamita

e i miei occhi uno specchio

in cui ritrovarsi.

Non ho molto da lasciarvi

amici cari

qualche fotografia

qualche poesia…

L’eredità di un sognatore

cascato in un mondo che fatica a capire.

Milano 2020

E un presagio di morte imminente lo ha accompagnato fino al giorno 13 marzo 2021.

Ma noi, caro Giò, non vogliamo arrenderci al pensiero della tua assenza. Con me e Angelica e Caterina e Giulia e Delia e Michele e… e… e… quanti (tantissimi nel mondo intero) continuano ad amarti. Ed ecco il nostro pensiero per te in questo giorno di tristezza e rimpianto:

Carissimo Giovanni, un anno e mezzo fa in silenzio e con la sola carezza del buon Dio a guidarti per mano sei volato nella Luce, lasciando sulla terra la scia luminosa del tuo passaggio intenso e ricco di mille vite almeno. E oggi con la forza ardente della tua immensa creatività illumini i nostri giorni vuoti della tua presenza fisica, colmandoli di tutti i doni che hai lasciato in chi ha avuto il privilegio di conoscerti, incontrarti, viverti accanto.

Le tue inimitabili foto, le tue meravigliose poesie, in cui la tua anima bella vibra di dolce malinconia e rara sincerità, le innumerevoli opere realizzate con geniali dita d'Artista sono qui con noi e vivranno per sempre rendendoti immortale. E sei presente soprattutto con tutto l'Amore che hai donato a piene mani a tutti con generosità, altruismo, umiltà e coraggio in questo nostro mondo opaco, triste, impaurito. Rimani Faro luminoso in tutto l'azzurro che ti appartiene. Ma, nella notte di questi giorni bui, accendi per noi e soprattutto per i tuoi cari tutte le stelle con mani di tenerezza. Oltre le nostre mani in preghiera... 

E zio Giò, l’immenso zio Giò, dall’alto sorride compiaciuto alla sua “nipotina del cuore”. E a quanti, come noi, continueranno a sentirlo dentro come Luce e Speranza. Come Amore. Angela 

martedì 26 aprile 2022

Martedì 26 aprile 2022: CIRCOLARE POESIA: Mattia Cattaneo-Angela De Leo... (continua)

Mattia Cattaneo, da perfetto conduttore del programma da lui ideato, sa come stoppare il fiume di parole in piena, quando si trova di fronte a interlocutori logorroici come me, e lo fa sottovoce, con molto garbo, quasi un “atterraggio morbido” su altri aspetti del libro preso in esame. E, infatti, venerdì scorso è tornato a parlare, con una piacevole virata, del mio saggio-lettera e di Giovanni Gastel a cui è dedicato, chiedendomi di lui notizie più dettagliate. E lo faccio anche qui, nel nostro blog, perché si abbia contezza della sua personalità e della sua poesia, di cui sono intrise tutte le sue opere.

Ho incontrato prima le poesie sulla sua Pagina fb. Non conoscevo niente di lui se non i suoi versi, così discorsivi, insoliti, veri. Spietati verso i limiti della sua personalità complicata in un mondo tanto complesso e disorientante: limiti evidenziati con coraggio e sincerità. Versi nuovi, spiazzanti: dialoganti e monologanti. Mi sorpresero e affascinarono. Cominciai a postare qualche commento rapidamente, non avendo il tempo neppure di fare una ricerca sul loro Autore. Solo quando mi sorpresero e affascinarono anche alcune sue foto sugli Angeli precipitati dal Paradiso terrestre sulla Terra, scoprii che era un grande fotografo e volli saperne di più. Nascita, vita, miracoli.

Mi aiutarono Google e Wikipedia.

In estrema sintesi, un nobile signore dall’inconfutabile “sigillo” di creatività.

E qui mi sentii a disagio, quasi avessi commesso un atto sacrilego ad entrare nel mondo magico e dorato del nobile Giovanni Gastel, dandogli del tu come si fa con un amico. Ma erano stati i suoi affettuosi rimandi ai miei commenti di “poetologa” a determinare da subito, senza che me ne rendessi conto, un rapporto paritario tra noi.

E, per mia buona pace, ben presto mi accorsi che il grande e irraggiungibile Gio era solito rispondere a tutti i suoi tantissimi lettori sempre con estremo garbo e affettuosa gratitudine.

Il segreto della sua grandezza sta nella sua grande umiltà.  

Ecco un esempio. Sono stata, alcuni anni fa, ospite di ParoLario, una manifestazione culturale molto importante tra Como e Milano, con nomi di prima grandezza tra giornalisti, poeti, scrittori che presentano le loro opere. Io presentavo il mio romanzo Le piogge e i ciliegi. Appena ne feci parola a Giovanni Gastel subito mi disse che avrebbe avuto piacere a presentarmelo lui il mio romanzo, visto che Villa Bernasconi che mi ospitava a Cernobbio era a due passi da casa sua.

Alle 18,30, l’appuntamento con il mio stratosferico interlocutore, e con gli ascoltatori, tutti accorsi per omaggiare il “padrone di casa” in Cernobbio, e furono davvero tanti e tutti si mostrarono molto coinvolti e attenti.

E venerdì scorso ho letto dal mio saggio-lettera, a pag. 22, un po’ la cronaca della sua fantastica presentazione, che non dimenticherò mai (chi avesse il mio libro potrebbe leggere appunto da p. 22 e andare magari anche oltre, per fermarsi a p. 25 dove il capitolo finisce. Avrebbe un quadro più completo di tutta quella magica giornata).

Intanto, mi piace raccontare qualcosa di Giovanni Gastel, della sua personalità e della sua Arte.

Giovanni Gastel è un mito ormai. Ultimo di sette figli di Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, sin dalla pubertà aveva evidenziato di possedere talento creativo da incanalare in più rivoli di sempre più vasta portata: teatro, poesia, romanzo, fotografia. A sedici anni pubblica la sua prima raccolta di poesie e a diciassette scrive il romanzo di formazione Duetto Profano, pubblicato solo alcuni anni fa dalla SECOP edizioni, rivelandosi molto più di un semplice romanzo giovanile. Vi è, infatti, una sorprendente maturità di stile e contenuto da fare invidia agli innumerevoli scrittori dei nostri giorni, specie di quelli che nascono come funghi sui social, vetrina irrinunciabile ormai, senza filtro alcuno e nell’ineludibile rispetto del diritto/libertà di parola di ciascuno. Ma il talento è ben altra cosa. E Giovanni Gastel dà prova di talento puro in più campi e soprattutto nella fotografia che, sin da giovanissimo, nell’arco di un decennio, lo consacrerà fotografo a livello mondiale, con le più grandi riviste di moda a contendersi le foto con la sua firma. È stato, tra l’altro, per la fama ben presto raggiunta, per diversi anni Presidente dell’Afip (Associazione Fotografi Professionisti a livello internazionale che operano in Italia), incarico ricoperto, con grande attenzione e passione, fino alla sua morte.

Nobile non solo di nascita, Giovanni Gastel è stato un gentiluomo anche nell’animo. Uomo di rara eleganza, generosità, umanità. Per questo si era affascinati e conquistati non solo dalla magia della sua Arte e dalla tenera malinconia delle sue parole, ma anche dalla sua complessa e straordinaria personalità, che sfuggiva ad ogni definizione perché eternamente cangiante, sorprendente.  E tutte le sue Opere servono a darci di lui una idea veritiera e sempre apparente. Ossimoro di sé stesso sempre.

Già dall’infanzia, nella tua amatissima Como, città che lo ha visto bambino incantarsi sul lungolago o giocare, spensierato e attento, nell’immenso parco di Villa Erba, residenza di parte della famiglia materna. Luogo di incanti e incantamenti con tanta Arte vissuta in grandi saloni che si animavano di musica, danze, rappresentazioni teatrali, libri. La Cultura trepidava e risuona ancora oggi in ogni angolo della sua casa.

Poi, dalla adolescenza di ragazzino creativo, “arrogante” e visionario che sentiva, nel Duomo di Milano, la voce di un angelo preconizzare il suo destino di albatro, che avrebbe sperimentato l’ebbrezza del volo altissimo ma anche la solitudine, che quel forare il cielo e andare oltre avrebbe comportato. Precognizione avveratasi in pieno.

Genio precoce, seguiva tra l’altro, con vivo interesse zio Luchino Visconti, fratello di sua madre, nelle fasi magiche della “costruzione” di un film, che sarebbe stato sicuramente di volta in volta un capolavoro di Arte sublime.

Giovanni Gastel, dunque, sempre diviso a metà tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che faceva male e che voleva dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile testimonianza. Così come il suo Teatro. Le sue Immagini. Le sue Fantasie. I suoi Personaggi che si raccontano e lo raccontano. In ogni simbolo. In ogni verità. In ogni passaggio esistenziale e artistico a descrivere fortemente i suoi percorsi umani e professionali, non disgiunti dalla cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, le cui rigide regole ad essa sottese si rivelano gabbie dorate per i suoi voli pindarici, avvertiti a suo danno per la conseguente solitudine, ma anche a suo appagamento per la genialità che gli concedeva di forare il cielo e di sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le sue contraddizioni alla fine si ricomponevano in Unità: Giovanni Gastel era tutto questo e non poteva essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie firmano la sua genialità. La sua umanità. Ma anche i suoi comportamenti affabili, colloquiali, disinvolti, scherzosi, generosi, velati sempre comunque di malinconia e di sottile ironia e autoironia che sempre alla malinconia si accompagnano.

Poi, Mattia mi ha rivolto una domanda precisa, secca: perché leggere il mio saggio-lettera e un po’ la sua genesi. Ripropongo per sommi capi quello che ho risposto a lui venerdì scorso:

Perché è un saggio nato dal Progetto che io e Giovanni Gastel avevamo in mente di realizzare per il suo compleanno del 2018 (27 dicembre), ma poi le nostre intenzioni rimasero tali per via di una serie di ostacoli legati a un mio incidente che mi ha tenuta per ben sette mesi in varie strutture ospedaliere, dalla igienizzazione alla riabilitazione; poi, il Covid 19, a cui subentrarono i suoi problemi di salute e l’improvviso suo volo tra le stelle. Avevo fatto appena in tempo a inviargli una prima bozza cartacea, che lo entusiasmò a tal punto da sollecitarmi a completare l’opera, per la quale mi avrebbe fatto inviare in tempi brevi le sue magnifiche foto a corredo dei miei commenti. Ma è stato un precipitare di eventi. È, dunque, un libro molto sofferto che si è trasformato in un saggio-lettera dopo il 13 marzo dello scorso anno, giorno del suo dirci addio. Con profondo dolore ho modificato in parte quanto avevo scritto e ho portato a termine, tra mille difficoltà, la promessa che gli avevo fatto ancora una volta pochi giorni prima del suo silenzio. È una inconsueta ma forte testimonianza di amicizia, di affetto, di ammirazione per una Persona, eccezionale per genialità e umiltà, che ha lasciato dietro di sé una incancellabile scia di LUCE.

Mi piace pensare, inoltre, che questo mio saggio-lettera possa veicolare riflessioni molto profonde sulla possibilità che ha la poesia ancora oggi di essere sorgente di salvezza in un mondo devastato dalla violenza e dalla indifferenza e che si possa ancora oggi vivere in questo mondo con poesia. Giovanni Gastel ci ha lasciato un esempio luminoso di coraggio nel perseguire a tutti i costi e per tutta la vita l’ideale della Bellezza e dell’Amore, cercati soprattutto nella propria anima e in quella dei suoi tantissimi interlocutori, dalle innumerevoli voci nascoste, ma reali, che affollavano la sua esistenza, i suoni, i profumi, la musica, i sogni, le nuvole, le acque del suo lago, il mare… soprattutto quando la natura non era ancora “desacralizzata” (Carlo Sini) e gli uomini non erano diventati “arroganti”. Come più volte ha scritto in prosa, in poesia.

Giovanni Gastel aveva una vita programmata al millesimo eppure trovava sempre il tempo di dedicarsi agli altri, di accettare e realizzare tutti i progetti che i suoi innumerevoli ammiratori gli proponevano e che lui era ben felice di portare a termine, nel rispetto del “perché” e del “come” di ciascuno, non per la sua gloria, non ne aveva bisogno, la sua fama era mondiale, ma per far felici chi si affidava a lui per realizzare un sogno.

Sarebbe bello, in suo nome, formare delle cordate per aiutarci a vicenda e sentirci solidali, forti, sereni. Certo, ci vuole coraggio e determinazione in un mondo ostile e pieno d’insidie e di cattiveria, e di violenza e di guerra e di catastrofi naturali. Soprattutto se pensiamo al futuro. ma possiamo provarci.

Ed è stato mio desiderio concludere l’incontro di venerdì con lo straordinario “padrone di casa” Mattia Cattaneo, parlando per un attimo del nipotino di Giovanni, Sèbastian, figlio di Marco e di sua nuora Guenda, nato solo pochi mesi prima per fargli assaporare l’immensa gioia di essere diventato “NONNO”. Ho voluto poi leggere la quarta di copertina, in cui c’è un meraviglioso messaggio di Gastel sulla necessità di un vaccino per salvare l’intera umanità e, infine, un riferimento alla funzione salvifica della Bellezza. Mattia si è unito a me per sottolineare la bellezza e la forza di Giovanni Gastel nel pensare soprattutto agli altri, come fa CIRCOLARE POESIA nel veicolare la voglia di incontrarci tutti perché solo insieme si diventa forti e in grado di andare avanti per realizzare un futuro migliore per tutti e per ciascuno. Giovanni Gastel ce lo ha insegnato con le sue albe nutrite di Bellezza, d’Amore, di Speranza. 

E anche oggi mi fermo. Con l'intento di continuare la prossima volta per qualche altra riflessione sul mio saggio-lettera e sui richiami valoriali che può sollecitare nei nostri cuori. Grazie, Giovanni. Grazie, Mattia. Grazie a quanti hanno la bontà di leggermi e di seguirmi. Grazie...  

venerdì 11 settembre 2020

11 settembre (2020): una data che ancora mi sconvolge

19 anni fa la tragedia delle Torri gemelle. Non si può dimenticare. Gli aerei kamikaze ad attraversarle, esplosioni di fuoco, crolli, urla, pianti, disperazione, corpi di uomini disperati in caduta libera, caos, confusione, fughe di ipotetica salvezza. E noi a guardare la TV tra orrore e tristezza, non capendo il perché.

A distanza di circa vent’anni, ancora un’alba di ansia, di angoscioso ricordo, di lacrime mai del tutto ingoiate. L’11 settembre ha per me sapore di perdizione, sperdimento, agonia di persone perdute alla mia fisicità, di cose disperse e mai più ritrovate. Tutto ciò che passa e lascia un dolore. Mi torna alla mente più bruciante che mai la perdita delle nostre “madri d’autunno”, di cui parlai un anno fa. Voglio riproporre quelle pagine con qualche variante, in tempo di altre paure, altre disperazioni, altra confusione. Di mai spento dolore.

Le mamme d’autunno. Ricalcano i colori caldi che si vanno spegnendo della terza stagione. Sono come i frutti autunnali, ricchi di doni che bisogna avere occhi e cuore per scoprire: le melagrane, per esempio, con tutta la maternità riposta in quei chicchi di rosso dolore e di infinito amore, protetti da una buccia spessa e dura che si spacca prima che sia facile aprirla e scoprire una nuova protezione: le membrane interne simili a veli di lacrime e dolcezza per ogni riparo dai pesanti colpi della vita. Oppure sono grappoli d’uva dorata e ottobrina che espongono la loro spettacolare maternità tutta offerta allo sguardo e alle mani di chi si accinge alla raccolta per farne mosto dolcissimo e vino forte e corposo a riscaldare le sere d’inverno che verranno. Alla mensa con gli amici. E c’è una maternità più oscura e nascosta, ma ricca di morbidezza antica: la castagna tutta chiusa nel suo riccio pungente a difesa di un’anima ancora candida e bambina a ricordarci una madre che conosce i mali del mondo e difende strenuamente la morbidezza della sua maternità ritornata ai tempi dell’infanzia e dell’attesa di mani premurose a salvarla da ogni caduta. E che dire delle olive, brune ampolle piene di olio lenitivo per il palato, la pelle, lo spirito? L’olio che è oro liquido per la nostra tavola; alimento di lampade votive nei bicchieri; soccorso estremo di malati e moribondi; viatico per innalzarsi al Cielo.

Le madri d’autunno sono le mamme distanti. Quelle che hanno brevi voli come le foglie nel loro ultimo tramonto dorato fino ad accartocciarsi, prima che il buio le assalga, e confondersi con la terra: Madre di tutte le madri.

Le madri d’autunno sono solitarie e tristi. Sono pesanti di dolori e d’affanni. Sono colme di lacrime soffocate e di carezze mai più date e mai più ricevute perché un pudore strano impedisce agli adulti e ai vecchi di abbandonarsi a una carezza desiderata nel cuore, ma trattenuta tra le dita.

Sono le madri che rimpiccioliscono man mano che il tempo passa e vince il loro vigore e turgore. Le mamme da tempo lasciate nella loro casa da passi di figli che hanno urgenza di andare per realizzarsi nella vita secondo scelte volute o subìte.

Oppure sono quelle che ci abbandonano perché non hanno più tempo per aspettarci o seguirci. Devono andare. Sono le madri dell’assenza e del vuoto, scavato nell’anima di chi resta. Sono le madri rimpiante e riscoperte sempre vive nel cuore.

Sono inno di nostalgia e pianto.

Sono farfalle stanche e lente nell’ultimo volo tra le ombre cupe della sera e il buio della notte fino alla… soglia della prima alba, come meravigliosamente scrive in una sua poesia , dedicata appunto a sua madre, Gjeke Marinaj. 

Solo i figli poeti sanno scoprirla attraverso la luce che filtra tra i rami della loro mai spenta poesia in un intreccio di parole tra mani cuore anima…

Ma ecco cosa scrive di sua madre il primo figlio poeta: Vincenzo Mastropirro. 

Se vorrai 
Se vorrai, posso essere tuo figlio sempre. 
Il bambino che rompeva gli occhiali, 
il figlio che ha cambiato i racconti del tempo, 
quello che piangeva sulle pagine a quadretti, 
quello che amava il gioco per il gioco. 
Posso carezzarti come solo un figlio fa 
e ora, che sei diventata esile e stanca, 
posso dirti che sei più bella di prima. 
La mia immagine è il tuo volto scavato 
come l'ultimo tratto dell'arcobaleno 
che si spegne nel mare degli assoli. 
Posso essere tuo figlio se mi abbraccerai 
con le forze residue delle tue braccia. 
Fallo e ti lascerò andare senza piangere. 
vm (Vincenzo Mastropirro) 

Vincenzo Mastropirro, amico carissimo, poeta soprattutto dialettale, ottimo musicista e compositore, docente, ha scritto questa intensa, tenerissima poesia, il giorno prima, appena qualche settimana fa, che sua madre si spegnesse “nel mare degli assoli”.

La pubblicò su fb come ultimo canto per la sua amatissima madre. E inaspettatamente in italiano. Inaspettatamente perché Vincenzo ha capovolto le regole, come solo un artista sa e può fare, in barba a tutte le teorie di molti studiosi di dialettologia, che vogliono la lingua materna la sola visceralmente usata nei momenti più aspri o più esaltanti della vita. Il dialetto, voce dell’anima, che parla la lingua del corpo in maniera forte, materica, vera, ogni volta che siamo noi senza orpelli grammaticali e senza costruzioni sintattiche anche della nostra personalità di status.

E, invece, ecco che qui Vincenzo scopre che la sua voce più appassionata, a poche ore dal distacco, non è quella che abitualmente usava per comunicare con sua madre, che si esprimeva sempre in un dialetto colorito, ironico, sentenzioso, vibrante di tutti gli accenti antichi e mai perduti.

Per la prima volta forse, con lei ha sentito l’urgenza di rivolgerle parole d’amore con una lingua quasi a lei sconosciuta, ma altamente poetica perché sicuramente più musicale e dolce del duro dialetto ruvese. Sì, Vincenzo ha sentito che ora l’omaggio più bello che potesse fare a sua madre “esile e stanca” rispetto alla donna forte e coraggiosa, battagliera e volitiva con cui era solito battibeccare in “duetti dispettosi” d’amore, era un ricamo di note tenerissime, quasi ad accoglierla nel nido delle sue braccia per aiutarla a volare via, in un sommesso suono di flauto dolce, suo strumento preferito e amato da tenera età. L’unico che riusciva a tenere “imbrigliato” quel ragazzino scavezzacollo che amava poco la scuola e i suoi quaderni a quadretti, quasi a farci visualizzare una prigione di reticoli e di numeri a spegnere la sua voglia di imparare. Il ragazzino, che amava “il gioco per il gioco”, tornando a casa con gli “occhiali rotti” e i “racconti del tempo” ancora da inventare… 

Come avrebbe potuto dire Vincenzo in dialetto a sua madre “fragile e bella”: La mia immagine è il tuo volto scavato/ come l'ultimo tratto dell'arcobaleno/che si spegne nel mare degli assoli?. Tre versi di una musicalità e bellezza ineffabili! Come le avrebbe potuto dire con infinito amore, in un sussurro di pudore e di tormento, Posso essere tuo figlio se mi abbraccerai/ con le forze residue delle tue braccia, in dialetto senza che piangessero in due privi, entrambi, della possibilità di salvezza da quelle lacrime come pioggia devastante sul loro reciproco addio e comune dolore? 
E, invece, l’italiano, tenero e melodioso, gli ha permesso di abbracciarla piano perché sua madre si addormentasse serena, cullata da quel flauto di dolcezza mentre Vincenzo in un grido muto le cantava, ninnandola: Fallo e ti lascerò andare senza piangere.

Ed ora siamo noi a versare lacrime di profonda commozione per tanta tenerezza, per tanto infinito silenzioso amore… 
Ed ecco il Canto nostalgico e “disperato” di un altro figlio poeta, che ha dovuto suo malgrado lasciare sua madre con passi di fuga verso una ipotesi di salvezza da una Patria, diventata improvvisamente ostile e nemica ai suoi sogni e ai suoi ideali di libertà e democrazia.
ALLA MADRE
La nostalgia di te
Dalla nostalgia di te sono devastato.
Rimpianto vasto come il mare
Sono gabbiano con ali spezzate
Se non odi che tuo figlio è morto
cercami sulla soglia della prima alba
Ma se a un flauto io dovessi somigliare
allora per amor mio, madre - anima mia,
abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili
Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni
Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche
baratro sconosciuto
nel mio straziante volo grido il tuo nome
e l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.
Gjeke Marinaj

Un Canto straziato di nostalgia racchiudono questi versi di Gjeke Marinaj, altro meraviglioso amico di tempi più brevi, ma di sintonie mente/cuore con lunghe ramificazioni fiorite nell’anima. Gjeke, americano di adozione ma di origini albanesi, è poeta, scrittore, docente universitario, ideatore della bellissima teoria del “Protonismo”, che valorizza ogni essere umano in funzione di un mondo migliore all’insegna della solidarietà e della pace. Teoria/disciplina socio-filosofico-filantropica che Gjeke va diffondendo nel mondo con lunghi estenuanti viaggi in tutti i Continenti e per la quale sta ricevendo meritatissimi premi e riconoscimenti a livello mondiale.

A lui va il mio affettuoso apprezzamento e abbraccio.

Ma, tornando alla sua poesia, ritendo che il suo Canto alla Madre sia “del dopo” e non “del prima”, come è avvenuto per Vincenzo Mastropirro, di cui ho parlato ieri con tanta commozione. 
Qui il poeta è “devastato” da un “rimpianto vasto come il mare”, che ha dovuto attraversare con le sue ali “spezzate di gabbiano” e non poteva essere diversamente in un reale attraversamento per raggiungere, tra mille tappe e innumerevoli difficoltà, la terra dove ogni bandiera del mondo viene issata: l’America californiana, fino al Texas, o Stato della “stella solitaria”. E a noi sembra di seguirlo nel suo interminabile viaggio di ansia e di paura, ma anche di indomito coraggio nella determinazione ad ANDARE incontro all’ignoto, con dentro l’anima, trafitta da mille pugnali, la madre, la patria, entrambe abbandonate fisicamente, e una tenue luce di speranza.

Ma un dubbio consolatorio coglie la grande sensibilità del poeta: Se non odi che tuo figlio è morto/ cercami sulla soglia della prima alba.

Bellissimi versi che, pur nati in terre e tempi diversi, ma in situazioni identiche di pericolo e di morte, somigliano, nel senso della precarietà esistenziale e del salvifico, indissolubile legame tra madre e figlio e tra parola poetica e speranza nel futuro (cercami sulla soglia della prima alba), ai versi del poeta curdo Abdulla Goran: Io vado, madre./ Se non torno…/ la mia anima sarà parola/ per tutti i poeti.

Per Gjeke il dubbio consolatorio iniziale è più complesso: riuscirà a raggiungere sano e salvo l’altra riva, sulla soglia della prima alba? Metafora bellissima della luce che rischiara le tenebre della notte e, quindi, della fuga notturna per evitare gli inganni del pieno giorno. Ed è là che sua madre dovrà avere il coraggio di cercarlo ancora. In entrambi i casi, la Poesia potrebbe salvare il futuro della nostra Umanità oggi alla deriva.

Ma, continua Gjeke, in un disperato presentimento (che per sua e nostra fortuna non si avvera), se io dovessi somigliare ad un flauto, ossia se la sua voce dovesse giungerla flebile come un suono dolente di flauto (e anche in questa poesia, geograficamente lontana mille miglia da quella di Vincenzo Mastropirro, ritroviamo, per altre vie mai percorse e non in termini di fuga, casomai di continuo ritorno, ancora questo strumento musicale dolcissimo), allora alla povera madre non resterà che abbandonare meravigliose visioni e lacrime febbrili, perché un sogno/incubo ha reso il figlio presago di un “qualche/ baratro sconosciuto”, mentre cerca ancora sua madre, con l’ansia di raggiungerla. E la Madre è, al di là dell’incubo stesso, anche la Patria abbandonata e vagheggiata in un ritorno impossibile, che potrebbe davvero farlo precipitare in un baratro senza ritorno. Non a caso, “baratro sconosciuto” è posto a fine verso, dove è più facile per il lettore prefigurarsi e visualizzare il precipizio che avrebbe potuto portare il poeta, se non si fosse trattato di un incubo, in uno “straziante volo” a “gridare il nome di sua madre”, unico appiglio al suo tentativo di salvezza. Per fortuna, non si è avverato il sogno. L’ultimo verso è per Gjeke la fuoriuscita dall’incubo, ma attraverso “una finestra rotta”. Altra splendida, anche se amara metafora, di una realtà che non ha risparmiato al poeta il frantumarsi dei sogni e delle illusioni con un passaggio pericolosissimo di vetri in frantumi tra il dentro/fuori del suo corpo/anima e, quindi, della sua stessa vita. 
Un presagio che, in realtà, non ha lasciato scampo al dolore. 

E ecco una poesia straziante di Abdullà Goran: ha accompagnato le eroine curde nella loro strenua lotta contro l’ISIS, in favore dell’Europa, oggi forse dimentica del sacrificio delle loro giovani vite. Per non dimenticare. Per regalarci ancora un filo di speranza. 
… Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per il mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano, tutte le porte.
Io vado, madre.
Se non torno,
la mia anima sarà parola
per tutti i poeti.
(Abdullà Goran)

Anche in questi versi l’amore protettivo e oblativo delle madri diventa forza e coraggio per i figli, capaci di affrontare la violenza delle torture e della guerra perché si sentono protetti dal loro amore, dalla loro presenza spirituale. Un filo resistentissimo a vincere persino la paura e la stessa morte. Il poeta curdo Abdullà Goran è il cantore di tanto amore e tanto coraggio. E lo fa con metafore ardite e dolcissime ad addolcire anche il nostro cuore.

Io vado, madre. Se non torno. Due versi anaforici, martellanti che percuotono le nostre coscienze come rintocchi di campane, come suono cadenzato di orologio nella piazza del paese, come “uragano” che “flagellerà tutte le porte”.

Si tratta di un canto che non può morire. Come la speranza. Che non abbandona mai una madre in attesa del ritorno del figlio. Parole che lasciano dietro di sé quale scia luminosa i poeti. Soprattutto quando i poeti parlano delle loro Madri d’Autunno. Della loro Terra di gelo, arrossata, dissacrata e svenduta. Delle Parole sacre ed eterne per salvarla. Versi dedicati, dunque, non solo alla Madre, ma anche alla Terra, e alla stessa Poesia. Gjeke, Vincenzo, Abdullà parlano del dolore per la perdita o per la lontananza, trovando alla fine motivo di luce e di conforto proprio nel vuoto avvertito dentro perché i poeti “servono”, come qualche critico ha affermato, soprattutto a colmare i vuoti che la vita ci scava nell’anima in vari momenti del nostro percorso esistenziale. E, dunque, alla fine, è sempre la poesia a farsi consolazione e luce: 

Dov’ero la scorsa notte? si chiede Gjeke nel titolo di una poesia che si accende di metafore e di amore per tutto ciò che è vita. E la risposta negli ultimi due impagabili versi è:

Dove le poesie cozzano contro il cielo/ Dove il poeta accende le parole.

Grazie, Gjeke, per avercelo insegnato con la grandezza della tua Poesia, con la semplicità, umile e vera, della tua Persona.

Poi, ecco il terzo figlio poeta venirci incontro con brevi versi dedicati ad una Madre molto speciale, unica, irraggiungibile nel suo ideale di realtà/irrealtà, spesso filtrato tra rami ombrosi e solitari di bellezza e nobiltà.

Parlo di Giovanni Gastel, stupendo amico di carta, parole, immagini, sensibilità artistica e umana oltre ogni dire. Fotografo di fama internazionale, poeta, scrittore. Artista a tutto tondo.

Madre che hai protetto le mie fragilità
con nobiltà da giardiniere
torna e convincimi
che il dopo sarà reale.
Che lascerò la strada principale
e libero da convenzioni sociali e religiose
salirò ad un’altezza superiore
e sarò di nuovo a casa.
(Castellaro 2015)
           Giovanni Gastel

Madre che hai protetto la mia fragilità è l’emblematico verso iniziale di una poesia senza titolo come tutte le poesie di questo poeta, che ama raccontarsi senza pudori e ama narrare, nella essenzialità del linguaggio poetico, il suo essere dimidiato sempre tra realtà e sogno, tra verità e mistificazione, tra appartenenza a una famiglia che ha luminose e secolari radici storiche e disancoraggio da tutto ciò che è e ciò che deve rappresentare sulla scena di un Teatro che s’illumina di Bellezza e di Apparenza.
Egli, pertanto, in rapidi dialoghi/soliloqui racconta spesso, come in questa poesia, di una Mamma che ha difeso coraggiosamente la sua infanzia da ogni impatto crudele con la realtà difficile e violenta contro il loro mondo ovattato, in un parco immenso, dove il silenzio pacificava il giorno. L’amara realtà era fuori dal grande giardino di verde d’alberi e di prati ad un passo dal lago. Ed era una realtà destabilizzante e devastante in quegli anni della sua infanzia dorata e della sua adolescenza incantata.

Fu una strategia vincente quella di preservarlo da ogni terribile verità negli oscuri anni Settanta-Ottanta del secolo scorso?

La risposta che il poeta ci offre è legata ai versi seguenti, quale invocazione alla Custode di ogni sua fragilità: con nobiltà da giardiniere/ torna e convincimi/ che il dopo sarà reale”.

Dunque, Giovanni Gastel sentì pesantemente precipitare la realtà esterna sulle sue fragilità così strenuamente difese, non appena si trovò fuori dal suo Hortus conclusus, vissuto in tutta la sua innocente irrealtà. La sua invocazione continua come preghiera che sale verso l’alto. Convincimi, chiede alla madre perduta ormai alla fisicità, ma fortemente ancorata nel suo cuore, Che lascerò la strada principale/ e libero da convenzioni sociali e religiose/ salirò ad un’altezza superiore.

È l’anelito della sua anima a scoprire una libertà mai provata, chiusa come era stata per anni nella prigione di regole, cui bisognava obbedire, e che non avevano niente di vero fuori da quel mondo circoscritto. Bisognava adeguarsi a convenzioni sociali e a dogmi religiosi, che il suo spirito creativo, ribelle e prigioniero mal sopportava, allontanandolo certamente dalla cruda realtà che i suoi coetanei vivevano fuori. Solo dopo, solo quando la libertà diventa quel Canto che colma il vuoto di ogni assenza e di ogni verità, solo allora il poeta sente che avrà ritrovato il sentiero fiorito di parole e di luce… che la poesia gli offre come àncora di salvezza contro le brutture del mondo che lo vedono estraneo e solitario. E solo allora Giovanni, in un’ascesa verticale, sentirà il coraggio di vincere le sue fragilità con un grido liberatorio e rasserenato, nella scoperta di un Dio che gli vive dentro e che, paziente, lo attende per accoglierlo nell’unica Verità assoluta del suo Amore immenso.

Qui tutto questo è appena intuito dal lettore assiduo che conosce la vasta produzione poetica di Gastel, ma è spesso raccontato dal poeta nelle poesie di questi ultimi anni, in cui sempre più si avverte la sua ansia di scoprirsi nelle braccia amorevoli di quel Dio che “atterra e suscita, che affanna e che consola” (Manzoni).

In questa scarna ma profondissima poesia, allora, Giovanni Gastel sente il bisogno di confidare a Lei, amatissima Madre, alle sue ali di Angelo protettivo e salvifico, la sua speranza di un felice ritorno: E sarò di nuovo a casa.

Dove la realtà, bellissima e luminosa, avrà vinto ogni finzione nella suprema saggezza e bontà di Dio.
A restituirgli Amore.

Ma desidero concludere con una pagina bellissima che un altro figlio attore, regista e poeta, mio amico carissimo dal tempo immemorabile della sua adolescenza e della mia giovinezza, ha dedicato proprio oggi (11/9/2020) a sua Madre ultranovantenne, che vive ormai in terra straniera, ma che come Donna, Insegnante e Madre - “Tonetta” semplicemente il suo nome - ha donato a tantissimi di noi, di più generazioni, tanto amore con le sue mani e il suo sorriso affettuoso, ironico, complice, ancora oggi sempre in volo verso gli altri…

Le madri d’autunno. Salvifiche sempre. Con il loro amore intatto. Oblativo. Eterno.

Le mani di mia madre.

Se le tue mani potessero raccontare la storia di tutto quello che hanno sfiorato, accarezzato, salutato per un "a presto!" come per l'addio. Se potessero raccontare quante mani hanno stretto con sincerità e amore, quante preghiere attraverso quelle mani sempre pronte a unirsi per l'altro, per i figli, preghiere non sempre ascoltate. Mani tese verso il cielo e verso chi ha avuto bisogno di aiuto, di una carezza, di un conforto come un diniego mai per punire, mai per giudicare, ma per salvare. Mani forti, mani leggere, mani dure, mani fragili, mani callose di chi ha lavorato sempre, mani che quando era necessario farsi sentire non hanno esitato, mani che come insegnante hanno indicato la strada all'allievo e placato, rassicurato, bloccato quei genitori smarriti. Mani di madre, di moglie non rispettata, di donna umiliata, mani che hanno lavato di tutto, anche il lutto, mani di figlia della guerra, della povertà, dell'umiltà vera, mani che non hanno mai chiesto nulla se non la semplicità come scelta di vita. Mani che hanno sofferto il freddo come il dolore, mani che hanno asciugato lacrime e non solo le tue. Mani capaci di cucire, di creare, mani che ci hanno riscaldato, che ci hanno nutrito, mani ferite, mani generose, mani mai violente, mani che hanno coperto e lavato la dignità di un anziano solo e abbandonato. Mani che hanno lavato bambini poveri, mani che hanno voluto servire il tuo Dio attraverso un disabile per offire la tua incrollabile fede. Mani che hanno scritto e che scrivono ancora, mani avvizzite che seguono ancora il rigo senza tremare, tra i tanti libri che ti fanno ancora compagnia. Grazie, mamma, per queste tue mani che ci hanno protetto, oggi avrebbero diritto a tante cose belle, ma si accontentano anche di un maquillage spiritoso e allegro, proprio come tu sei, nella tua saggezza di donna nonna madre e maestra di vita, solare, splendi, ma di luce propria. Nonostante i tuoi anni, con un sorriso ancora tendi la stanca mano a sconosciuti, in un paese dal tuo lontano. Mani che hanno accarezzato figli e nipoti, amici e parenti, gente che ancora ricorda quelle mani che hanno toccato tante storie, tante. E allora mi piace immaginare che quelle mani che hanno ricevuto qualcosa, che hanno avuto la fortuna di conoscere la bontà delle tue mute carezze, unite e strette attorno al ricordo, ti raggiungano lì, dove ogni giorno attendi, nella tua infinita preghiera, che il giorno lasci il passo alla notte nel silenzio e nella pace, senza disturbo, in silenzio. Mani mai vuote, perché colme di un amore limpido, stretto in un pugno. Mani sporche di terra, colorate di sogni lontani.

                                             Mimmo Mancini

E non servono commenti. Sentiamo solo una intensa, tenerissima commozione. Grazie, Tonetta. Grazie, Mimmo.


domenica 13 ottobre 2019

domenica 13 ottobre 2019: Canto per le Madri d'autunno


La festa della mamma è un canto di primavera inoltrata (prima domenica di maggio) e si riferisce alle mamme giovani e sempre presenti alla vita dei figli bambini nella freschezza dei giochi condivisi fra allegre risate e strette al cuore; nello stupore delle fiabe raccontate; nella leggerezza delle passeggiate coi carrozzini lungo viali di parchi in fiore. Almeno nell’immaginario poetico collettivo, le mamme giovani le viviamo così: belle, leggere, sorridenti, innamorate della vita, dello sposo, del loro bambino. Le madri giovani sono un inno alla bellezza.
Le mamme d’autunno sono completamente diverse. Ricalcano i colori caldi che si vanno spegnendo della terza stagione. Sono come i frutti autunnali, ricchi di doni che bisogna avere occhi e cuore per scoprire: le melagrane, per esempio, con tutta la maternità riposta in quei chicchi di rosso dolore e di infinito amore, protetti da una buccia spessa e dura che si spacca prima che sia facile aprirla e scoprire una nuova protezione: le membrane interne simili a veli di lacrime e dolcezza per ogni riparo dai pesanti colpi della vita. Oppure sono grappoli d’uva dorata e ottobrina che espongono la loro spettacolare maternità tutta offerta allo sguardo e alle mani di chi si accinge alla raccolta per farne mosto dolcissimo e vino forte e corposo a riscaldare le sere d’inverno che verranno. Alla mensa con gli amici. E c’è una maternità più oscura e nascosta, ma ricca di morbidezza antica: la castagna tutta chiusa nel suo riccio pungente a difesa di un’anima ancora candida e bambina a ricordarci una madre che conosce i mali del mondo e difende strenuamente la morbidezza della sua maternità ritornata ai tempi dell’infanzia e dell’attesa di mani premurose a salvarla da ogni caduta. E che dire delle olive, brune ampolle piene di olio lenitivo per il palato, la pelle, lo spirito? L’olio che è oro liquido per la nostra tavola; alimento di lampade votive nei bicchieri; soccorso estremo di malati e moribondi; viatico per innalzarsi al Cielo.
Le madri d’autunno sono le mamme distanti. Quelle che hanno brevi voli come le foglie nel loro ultimo tramonto dorato fino ad accartocciarsi, prima che il buio le assalga, e confondersi con la terra: Madre di tutte le madri.
Le madri d’autunno sono solitarie e tristi. Sono pesanti di dolori e d’affanni. Sono colme di lacrime soffocate e di carezze mai più date e mai più ricevute perché un pudore strano impedisce agli adulti e ai vecchi di abbandonarsi a una carezza desiderata nel cuore, ma trattenuta tra le dita.
Sono le madri che rimpiccioliscono man mano che il tempo passa e vince il loro vigore e turgore. Le mamme da tempo lasciate nella loro casa da passi di figli che hanno urgenza di andare per realizzarsi nella vita secondo scelte volute o subìte.
Oppure sono quelle che ci abbandonano perché non hanno più tempo per aspettarci o seguirci. Devono andare. Sono le madri dell’assenza e del vuoto, scavato nell’anima di chi resta. Sono le madri rimpiante e riscoperte sempre vive nel cuore.
Sono inno di nostalgia e pianto.
Sono farfalle stanche e lente nell’ultimo volo tra le ombre cupe della sera e il buio della notte fino alla… soglia della prima alba, come meravigliosamente scrive in una sua poesia , dedicata appunto a sua madre, Gjeke Marinaj. 
Solo i figli poeti sanno scoprirla attraverso la luce che filtra tra i rami della loro mai spenta poesia in un intreccio di parole tra mani cuore anima…
Ma ecco cosa scrive di sua madre il primo figlio poeta: Vincenzo Mastropirro. 

Se vorrai

Se vorrai, posso essere tuo figlio sempre.
Il bambino che rompeva gli occhiali,
il figlio che ha cambiato i racconti del tempo,
quello che piangeva sulle pagine a quadretti,
quello che amava il gioco per il gioco.
Posso carezzarti come solo un figlio fa
e ora, che sei diventata esile e stanca,
posso dirti che sei più bella di prima.
La mia immagine è il tuo volto scavato
come l'ultimo tratto dell'arcobaleno
che si spegne nel mare degli assoli.
Posso essere tuo figlio se mi abbraccerai
con le forze residue delle tue braccia.
Fallo e ti lascerò andare senza piangere.

vm (Vincenzo Mastropirro)

     

Vincenzo Mastropirro, amico carissimo, poeta soprattutto dialettale, ottimo musicista e compositore, docente, ha scritto questa intensa, tenerissima poesia, il giorno prima, appena qualche settimana fa, che sua madre si spegnesse “nel mare degli assoli”.
La pubblicò su fb come ultimo canto per la sua amatissima madre. E inaspettatamente in italiano. Inaspettatamente perché Vincenzo ha capovolto le regole, come solo un artista sa e può fare, in barba a tutte le teorie di molti studiosi di dialettologia, che vogliono la lingua materna la sola visceralmente usata nei momenti più aspri o più esaltanti della vita. Il dialetto, voce dell’anima, che parla la lingua del corpo in maniera forte, materica, vera, ogni volta che siamo noi senza orpelli grammaticali e senza costruzioni sintattiche anche della nostra personalità di status.

E, invece, ecco che qui Vincenzo scopre che la sua voce più appassionata, a poche ore dal distacco, non è quella che abitualmente usava per comunicare con sua madre, che si esprimeva sempre in un dialetto colorito, ironico, sentenzioso, vibrante di tutti gli accenti antichi e mai perduti.
Per la prima volta forse, con lei ha sentito l’urgenza di rivolgerle parole d’amore con una lingua quasi a lei sconosciuta, ma altamente poetica perché sicuramente più musicale e dolce del duro dialetto ruvese. Sì, Vincenzo ha sentito che ora l’omaggio più bello che potesse fare a sua madre “esile e stanca” rispetto alla donna forte e coraggiosa, battagliera e volitiva con cui era solito battibeccare in “duetti dispettosi” d’amore, era un ricamo di note tenerissime, quasi ad accoglierla nel nido delle sue braccia per aiutarla a volare via, in un sommesso suono di flauto dolce, suo strumento preferito e amato da tenera età. L’unico che riusciva a tenere “imbrigliato” quel ragazzino scavezzacollo che amava poco la scuola e i suoi quaderni a quadretti, quasi a farci visualizzare una prigione di reticoli e di numeri a spegnere la sua voglia di imparare. Il ragazzino, che amava “il gioco per il gioco”, tornando a casa con gli “occhiali rotti” e i “racconti del tempo” ancora da inventare…

Come avrebbe potuto dire Vincenzo in dialetto a sua madre “fragile e bella”: La mia immagine è il tuo volto scavato/ come l'ultimo tratto dell'arcobaleno/che si spegne nel mare degli assoli?. Tre versi di una musicalità e bellezza ineffabili! Come le avrebbe potuto dire con infinito amore, in un sussurro di pudore e di tormento, Posso essere tuo figlio se mi abbraccerai/ con le forze residue delle tue bracciain dialetto senza che piangessero in due privi, entrambi, della possibilità di salvezza da quelle lacrime come pioggia devastante sul loro reciproco addio e comune dolore?
E, invece, l’italiano, tenero e melodioso, gli ha permesso di abbracciarla piano perché sua madre si addormentasse serena, cullata da quel flauto di dolcezza mentre Vincenzo in un grido muto le cantava, ninnandola: 
Fallo e ti lascerò andare senza piangere.
Ed ora siamo noi a versare lacrime di profonda commozione per tanta tenerezza, per tanto infinito silenzioso amore…

(Fine prima parte) 

lunedì 25 febbraio 2019

25 febbraio: ancora su "Duetto Profano" di Giovanni Gastel


                                                   GIOVANNI GASTEL
                                                  DUETTO PROFANO

Incontrare per la prima volta Giovanni Gastel è riconfigurare tutte le ipotesi che sia stato possibile fare in precedenza: il fotografo di fama internazionale, lo scrittore di successo e raffinato poeta è un sorridente signore che ti viene incontro, ti abbraccia e ti fa sentire come se lo conoscessi da sempre. L’aristocrazia della sua nascita è aristocrazia del cuore.
Duetto Profano, il suo “romanzo giovanile”, pubblicato molti anni dopo e per la prima volta dalla Casa editrice SECOP, ormai affermata in campo nazionale e all’estero, ha una sua chiara e catturante veste tipografica.
Il testo è diviso in capitoli che si alternano tra “la realtà” e “il romanzo”, ma qual è la realtà e quale il romanzo?
Seguire l’intestazione dei capitoli è inoltrarsi in un percorso labirintico, tornare sui propri passi, forzare porte che si aprono su pareti dove le immagini riflesse non sai mai se sono reali o un solo un gioco di specchi.
Il protagonista non ha un nome ma, sia nella “realtà” sia nel “romanzo”, ha alcuni   elementi che lo connotano: i libri e il libro che va scrivendo.
Il linguaggio cambia nella duplice scrittura del libro: pieno di aggressività verbale nella “realtà”, elegante e a tratti fortemente poetico nel “romanzo”.
Eccellente prova d’autore, nonostante la giovanissima età.
Nella “realtà”, il giovane protagonista è iniziato alla scoperta della violenza, del dolore, delle bestialità, che possono compiere gli uomini, da un libro che, quando era ancora bambino, gli mostra, dopo sue insistenze, un ragazzotto seduto sulla sua stessa panchina in un parco: “… che modo atroce di scoprire il mondo, di capire gli uomini, che modo atroce di crescere. Guardavo quei corpi dilaniati, quelle membra deturpate dai più bestiali esperimenti, guardavo quegli ebrei evirati, torturati, sezionati. Guardavo i loro occhi fissi, trasudanti orrore, paura, morte. […] Quando ho chiuso il libro ho guardato il tipo con occhi nuovi, ho guardato tutto con occhi nuovi”. È perdere l’innocenza, uscire fuori da una adolescenza difficile, con un padre noioso che non lo comprende, e con la madre, morta anni prima, che viene sostituita dalla televisione. La televisione che gli racconta favole, lo fa viaggiare con le sue immagini in remoti paesi e gli fa conoscere gli usi del mondo e quello che il mondo ritiene sia il limite fra il bene e il male. E continua l’elogio della “meravigliosa scatola di plastica” che ancora si illumina al suo tocco di mille immagini, sempre pronta, comprensiva, disponibile. Ma coltiva un sogno: scrivere un libro.
Anche il protagonista del “romanzo” sta scrivendo un libro, un libro dalla difficile gestazione che in realtà non scrive mai; ha un fratello lontano, la cui presenza è ancora avvertibile nella grande casa di famiglia a cui fa spesso ritorno e che lo accoglie, come rigenerandolo, nella luce che entra dalle finestre e “sembra inventare la stanza che illumina, crearla dal nulla”.
Dopo un mese trascorso da solo, arrivano gli amici di infanzia, sollecitati forse dalla madre che non capisce perché si voglia restare soli a diciotto anni (e ci fa scoprire quindi la sua età), ma solo uno di essi, Guido, attira la sua attenzione ed è l’unico che vuol rivedere.
C’è molta ironia in questo libro: “ saprò se l’idea che mi son fatta di lui è vera o è solo il frutto della mia fantasia. A volte quando una persona non parla si crede di scorgere chissà quale mistero dietro il suo silenzio… e si dimentica di pensare che forse quella persona non ha niente da dire…”.
Guido con il suo silenzio lo induce a parlare, ad aprirsi, a confidarsi, il dialogo viene facile, ma c’è qualcosa che non convince, qualcosa di oscuro nel suo nuovo amico.
Il protagonista della “realtà”, ha ventitré anni e scrive perché scrivere è un modo di   riorganizzare la vita, inventarsela, dorme fino a tardi, con i soldi che gli invia suo padre in una busta gialla per l’università che ha smesso di frequentare; vive in un mondo in cui non si riconosce: “Però sarebbe bello vivere senza pensare, senza avere paura. […] Il fatto è che abbiamo voluto sapere la differenza tra il bene e il male”.
Quanta ironia nella sua descrizione del peccato originale, e dalla sua scrivania parla con Dio, parla con i santi e con chi gli pare, ma alla fine delle sue considerazioni c’è tutta la consapevolezza della sua solitudine.
“Il romanzo”. Anche qui una busta gialla con i soldi arriva al protagonista con le esortazioni del padre. Anche lui legge, legge tanto perché leggere diventa una necessità. Fino all’incontro con Paola.
Nel libro di Gastel, le donne sono vissute perlopiù come manipolatrici: Anna, nella “realtà”, con la sua mania di organizzargli la vita; l’altra, Paola, nel “romanzo”, vuole insegnargli a vivere.
Paola è bella, allegra, ai libri preferisce la vita, vuole “viaggiare, parlare, conoscere il mondo com’è, senza intermediari”. Paola lo induce a viaggiare, ad affrontare la gente, lo porta a casa sua, una casa che lo inquieta, ma dove si ferma e, con il padre di Paola e la sua nuova compagna e con un nuovo ospite, egli affronta il tema di Dio e della religione: “Io non so se credo, signore, non lo so. A volte credo in Dio, sì, disperatamente. A volte credere mi sembra inutile e vano. Ma sempre sento qualcosa di magnifico ed emozionante nel suo nome. Se poi fosse un’invenzione dell’uomo a maggior ragione bisognerebbe rispettare la sua grandezza. Non riesco a immaginare nulla di più emozionante per l’uomo che la creazione di Dio”. Questo discorso suscita l’interesse e l’ammirazione di Paola e di suo padre e sembra integrarlo nel loro mondo, ma è evidente che qualcosa sta finendo, anche nel suo rapporto con la bella e spregiudicata ragazza.
“La realtà”. Volutamente volgare la requisitoria contro babbo Natale, ma quanta amarezza nella dissacrazione!
“Il romanzo” procede per il protagonista con la riscoperta del proprio corpo, la consapevolezza di poter vivere una vita diversa superando la timidezza nascosta dietro “un’assurda incastellatura di parole” e accettare la propria normalità e i limiti, i vizi, le paure nascoste. “Accettare la vita significa in fondo accettare la morte”.
Nella “realtà” il linguaggio cambia, diviene volutamente aggressivo, volgare.
Anche qui c’è il desiderio di iniziare, di provare, di trovare un lavoro, ma che sia “una cosa stramba e disinibita, eccentrica”, per ricominciare, anche senza più ideali. La “mediocrità ha i suoi vantaggi”. Non importa che il libro, giunto ormai quasi alla fine, rimarrà incompiuto, il libro che lo avrebbe reso unico, eccezionale agli occhi degli altri, ma che sembra non interessare più a nessuno, mentre il padre e Anna continuano a sollecitarlo a trovarsi un lavoro. Una prima consapevolezza di sconfitta.
“Il romanzo”. Paola. Non c’è più nel protagonista la certezza del suo amore né della poesia che lui avvertiva dentro per lei, ma la consapevolezza che l’uomo nuovo che stava prendendo forma nel suo Io più profondo “così pieno di assurde passioni, di tristezze profonde e vive, era una creazione di Paola, nasceva in lei e per lei sola aveva ragione di esistere”, e ora sa che l’uomo nuovo cercherà di trovare, comunque, la sua strada anche dopo la dura rivelazione che gli impone una scelta definitiva. Il ritorno in macchina lo pone di fronte al dopo, al cosa resti dopo di lei, ma ritornare ad essere quello di prima non è più possibile. Tornare nella vecchia casa di campagna è già un atto di volontà, di coraggio. E, nei viali del grande giardino, si rende conto che sono finiti i tempi delle fughe, del suo bisogno della gente, dell’amore; che è possibile “vivere altre vite”. E cerca l’amico Guido, ma Guido è ormai un uomo distrutto che gli dice congedandolo: “ora vai, ragazzo, non ho più niente per te”. È tempo, dunque, che cammini da solo.
“La realtà”. Un anno è trascorso, tante cose sono cambiate, il bilancio è amaro. Anche se i capelli sono ancora lunghi, ci si accorge che a ventiquattro anni si vedono forse le cose in un’ottica diversa, si insinua il dubbio che il padre non avesse poi tutti i torti e si avvicina il tempo di venir riassorbiti dal gioco perverso della quotidianità: casa, ufficio, rispettabilità e “allora sarà davvero finita e io non me ne accorgerò nemmeno”.
“Il romanzo”. La visita a Guido, ormai in stato vegetativo all’ospedale, dopo un incidente di macchina imprevedibile o volontà di annullamento totale, gli è comunque di aiuto, ancora una volta l’amico gli viene incontro, “Come avrei vissuto da quel giorno non era chiaro, ma avevo ora con me il segreto della vita, il segreto della sua fragilità e della sua forza”. Anche Paola è ormai una voce del passato, si può non rispondere alla sua telefonata inaspettata e tanto attesa e bruciare la diapositiva con il suo volto fino ad ora tenuta in tasca.
Il sole riapparso fra le nuvole forma astratte geometrie fra i caseggiati, ancora, forse, gioco illusorio di specchi o nitida realtà?
Qui finisce il “romanzo”.
“La realtà”. La squallida scena del motel col sesso a pagamento forse è una balla, anche il libro forse è una balla come tutta la storia? Ma il libro esiste veramente perché “domani partirà dentro una busta gialla verso il suo destino”, una emblematica busta gialla come quella in cui arrivavano i soldi del padre.
“La realtà. Seconda parte”.
Il padre è morto, calato nella fossa, il padre voluto morto per tutta la vita e che forse il protagonista non ha mai capito, con il quale si sono reciprocamente delusi, e ora egli è libero dai suoi silenzi, dalla sua compassione, dai suoi soldi che gli hanno permesso comunque di vivere. Di leggere. Di scrivere.
La lettura e la scrittura possono realmente salvarci o sono anche esse supporti illusori della vita, in cui registriamo comunque e sempre una sconfitta?
Siamo, dunque, destinati alla sconfitta in entrambi i casi o un nuovo inizio è sempre possibile?
Questo, a mio parere, il messaggio aperto a più soluzioni di Duetto Profano.
Quanto ci sia di autobiografico nel libro di Gastel non è dato saperlo, forse una chiave di lettura può darcela lo stesso autore con i versi di una sua poesia:

                Approdato come un naufrago in una terra
                sconosciuta, ho misurato il territorio e appreso
                la lingua dei nativi. Sono invecchiato raccontando del
                mio mondo lontano, ma ancora la notte nel buio
               sogno navi amiche che mi riportino a casa”

                                                             Marisa Carabellese
Ed ecco il commento di Giovanni Gastel
Bellissima lettura del nostro ‘Duetto’. Ringrazia moltissimo Marisa per questa   splendida recensione, intensa e puntuale! Ne sono davvero felice”.
E non poteva essere diversamente. Per motivi di lunghezza, abbiamo dovuto, purtroppo, sintetizzarla per poterla postare sulla pagina di SECOP edizioni, ma qui sul mio blog i lettori sanno che devono armarsi di coraggio e di pazienza per arrivare fino in fondo. Scrivo sempre tantissimo. È la mia passione e perdizione. Ma non demordo. Snaturerei me stessa e la mia scrittura.
La recensione di Marisa è motivo di nuove profonde riflessioni sul romanzo di Giovanni Gastel; un romanzo scritto a diciassette anni, ma che rivela nelle sue pagine, così complesse e ben articolate, tra realtà e fantasia, la maturità di un uomo che ha già vissuto molteplici esperienze di vita in contesti culturali diversi, con regole diverse e condizionamenti diversi, riuscendo a spezzare le catene della giovanissima età con la sola forza del suo talento poliedrico, sostenuto dalle innumerevoli letture dei classici (e non solo), che gli hanno dato sempre una marcia in più per comprendere le ingarbugliate vie della mente e del cuore, sue e degli altri, e per continuare, in una ricerca spasmodica di sé, a chiedersi il senso della vita e della morte, con una irrefrenabile ansia di scoprire Dio, dovuta alla sua eccezionale sensibilità, per farne perno della sua esistenza e per non perdersi nei meandri bui della notte di questo nostro tempo.
Per non registrare, come avviene per i tanti personaggi di Duetto Profano, le amare sconfitte dei sogni e dei progetti di vita di più generazioni a confronto e di due diverse condizioni sociali, così bene evidenziate dalla intensa, puntuale, insolita analisi di una lettrice straordinariamente acuta e attenta ai particolari come Marisa Carabellese, e dischiudersi, invece, alla visione più ampia e più luminosa dell'Amore e della Speranza… grazie alla presenza di Dio nel mondo…
E tra le pagine di Giovanni e di Marisa mi sembra di scorgere la luce dei versi di un altro carissimo amico, che ho perso circa due anni fa, su Colui che è essenzialmente amore e ci viene incontro sempre. per non lasciarci mai soli.
                AMORE
“È certamente uno di loro (lui?)
per discrezione camuffato: appoggia
alla fine la mano sulla nostra
spalla, la scuote un poco, la sospinge
verso l’amore che la pietà vince
e il tempo, da quell’attimo di luce
vivo per sempre”.
                                               Torino, 1 luglio 2015
(Giorgio Bàrberi Squarotti, Le voci e la vita, SECOP edizioni, 2016)









martedì 26 giugno 2018

Giovanni Gastel e la sua personalità complessa di Uomo e di Artista - parte seconda

“Infine, la serie mistica ma non troppo degli Angeli caduti che da soli valgono l’intera Mostra: angeli androgeni o decisamente femminili, con ali bianche ancora in volo o nere come la notte. Angeli che precipitano a testa in giù e angeli precipitati con negli occhi la sorpresa, il disorientamento, la dispersione della propria identità in un luogo sconosciuto che fa paura perché nuovo e diverso. Angeli pentiti e angeli senza alcun rimorso o pentimento. Bisognerebbe descriverli uno ad uno. Ci vorrebbe un trattato. Ancora una volta le stratosferiche contraddizioni gasteliane: non angeli che volano, ma angeli che precipitano senza più la speranza di un perdono, di tornare nella azzurra luminosità del Cielo.
Un po’ mi fanno pensare a Giovanni Gastel bambino nel suo Eden dorato e lontano dal mondo degli uomini. La sua desatellizzazione dal nucleo familiare, protettivo e severo nelle sue regole culturali, nel solco di una tradizione etico-religiosa, e tutto in sé conchiuso, è un precipitare nell’abisso di un mondo altro dove il disordine e la violenza regnano sovrani (non si può non ricordare che l’adolescenza di Giovanni Gastel coincide con gli anni di piombo nel nostro Paese), lasciando il giovane rampollo di una storica casata lombarda in balia di uno sperdimento, che è angoscia, ferita e dolore. Con le uniche risorse che sente di possedere: le Immagini, le Parole. Le sue Ali di ricambio per tentare nuovi Voli. Un predestinato? Forse. Le ultime Ali sono bianche di Salvezza, sono saldamente legate alla fanciulla occhi di sfida sotto un cielo torbido che non promette nulla di buono. Ma le sfide servono a temprare lo spirito, a far superare la paura, a tentare nuovi percorsi, nuove possibilità di rinascita.
‘La creatività ci fa rinascere infinite volte’ (Erich Fromm).
È quanto sembra affermare, nel suo intervento conclusivo, l’Artista, parlando di sé e della sua vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze. Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove ha incontrato l’Eleganza della natura e lo ‘splendore delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua’, definendo una Perfezione che si realizza in una perenne Armonia. Rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla ‘magia del reale’. Lui è consapevole dell’‘immenso’ privilegio che gli è toccato in sorte, ma anche dell’‘immensa’ responsabilità di dover essere all’altezza della situazione, sfruttando al massimo i suoi ‘immensi’ talenti per andare oltre ogni possibilità umana. Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri”.
E l’ironia, con cui ha imparato a tenere sotto controllo la malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e tutto nostro. Ritengo che in Gastel abbiano l’una e l’altra perlopiù lo stesso valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì l’ironia la “splendida virtù dei malinconici”. Con l’ironia e l’autoironia tutto diventa più lieve, sorridente, sopportabile. Persino la propria identità dimidiata. Già l’identità di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza della propria unicità, ma anche la responsabilità di sentire gli altri “diversi” da sé. L’identità, dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al compromesso di accettare, con ariostesca o anche manzoniana “bonomia”, sé stessi e gli altri in un processo di salvifica semplificazione della vita. Un banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince sia da alcune situazioni che i protagonisti vivono in “Duetto profano” sia da alcuni versi della raccolta di poesie sia dalle immagini di alcune fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del tempo, e soprattutto da alcune situazioni dialogiche con i propri followers, verso i quali Giovanni Gastel è sempre prodigo di parole affettuose sorridenti e gratificanti, da vero gentiluomo qual è. Ma il tempo stringe e la malinconia sempre più spesso prende il sopravvento, malgrado tutte le buone intenzioni e i buoni propositi, soprattutto onirici.
Ora, però, mentre “si va facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non è più l’Endimione dell’ultima foto, inserita nella raccolta, “in cui ha gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo che ha avuto migliaia di doni dal cielo ed è fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso gli hanno destinato e delle sue foglie rampicati che per istinto ora sanno le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene dono. E fare dono a quanti ama e lo amano. E sono davvero tanti. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?
Oggi solo serenità./ la vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo”. 
Ed ecco una delle più profonde poesie di Giovanni Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore paterno, a conferma di quanto detto sin qui:
ma se di questi
sentimenti
incisi nell’anima
potessi fare un canto
finale
quale poesia non
scritta
troverei nel profondo?
Che sia più densa del
tuo bacio figlio
che sia più amara
del tuo allontanarti per
la tua via
che sia più definitiva
del tuo osservare la
vecchiaia
scivolarmi addosso
ogni giorno
Quale voce uscirà da
questa mia solitudine
se non la poesia del
distacco?
La canterò anche per te
figlio
che mi guardi con un
sorriso paterno.
                            Castellaro 2018

È una poesia di una intensità straziane e dolcissima. Frutto probabilmente di attimi di sospensione dell’anima inebriata e ferita del poeta nel guardare il figlio, che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”, scatenando in Giovanni Gastel, uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti come lame appuntite che, vinti dalla commozione, deviano in dubbi per lasciargli la possibilità di non rimanerne sopraffatto.
Non a caso, il primo verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a contrastare i tanti pensieri che lo sommergono e a liberarsene piano piano. È come se stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che ora, finalmente, trova un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli preme sapere, ora che va facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al “ma” si aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli sono qui, li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad occupare tutto il verso seguente tanto sono grandi.
E, subito dopo, continuando a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le parole-chiave di questa poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia tradizionale, come l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare articoli e preposizioni in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé stesso, gli stilemi tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui un intento d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e non può essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa tutto lo spazio possibile.  Quasi a farsi colonna, statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.
Exegi monumentum” (Orazio). Non per la propria gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato, ora assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre.
E ogni verso si conclude con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma a dilatare: incisi nell’anima… potessi fare un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?.
E, ancora: che sia la più densa del… tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti per… la tua via… che sia più definitiva… del tuo osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno
E sembra di sentire il suono cadenzato delle parole che vanno a costruire quel monumento d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare peso e consistenza e valore a quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo, che i pensieri hanno definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più profondo, e che ha bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni emozione perché si faccia carne viva e non solo sentimento e commozione (il bacio, per esempio, non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse materializzato tra le parole).
L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada sembra già un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre teme e contro cui non lo può mettere in guardia perché fuorvierebbe la “via” del figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - ha scelto per essere sé stesso e riconoscersi).
Gli occhi che osservano la… “vecchiaia” (e il pudore, per quanto il poeta non riesca ancora ad accettare di sé, gli propone un verbo che non lascia segni; non si ferma a incidere l’ingiuria di una ruga, ma “scivola”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza tregua (quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla roccia del viso).
Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un attimo tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per fantasmagarsi (mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e lo attanaglia.
E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine, esibita, per crearsi l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a dettargli la verità “in forma” di poesia.
È un attimo di smarrimento e di angoscia che si dissipa nella rinata tenerezza per quel figlio che andrà inevitabilmente lontano, accompagnato dal canto dolce del padre nella reciprocità di un amore senza confini che può risolversi, proprio perché tale, in un tenerissimo scambio di ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo figlio, padre di suo padre. L’Amore compie questi prodigi.
L’AMORE ha scritto a caratteri cubitali il sussurro stupendo di questa meravigliosa poesia, che accompagnerà il duplice viaggio (del padre e del figlio) lungo le impervie strade del mondo…
E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una rivelazione che non si produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé a sé stesso e agli altri.
Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”.

Ed ora concedetemi la libertà di concludere con alcuni miei versi con dedica a completamento di questo mio percorso critico-letterario

Ho incontrato un poeta

Ho incontrato un poeta
Era di carta e di parole
Era di solitudine e clamori
Silenzi coltivava
come fiori liberi di campo
lui che aveva serre di gladioli
e rose rare nel giardino del cuore
Ho conosciuto un poeta
con occhi grandi di malinconia
ad ogni sorriso alla noia strappato
strappato alla morte e al tempo
che verrà e avrà un giorno nuovo
di foglie e di radici
Avrà la luce di un volto inventato
e un sogno colmo di nostalgia
Avrà un tramonto per ogni canto
deluso e un’aurora di rimpianto
Ho conosciuto la sua anima
col volto in bianco e nero
e ciglia tenere di bambino
e labbra chiare di rosso spino
e azzurro incanto
(mi ha depositato tra le mani
un petalo di cielo…)

Angela De Leo