“Infine,
la serie mistica ma non troppo degli Angeli caduti che da soli valgono l’intera
Mostra: angeli androgeni o decisamente femminili, con ali bianche ancora in
volo o nere come la notte. Angeli che precipitano a testa in giù e angeli
precipitati con negli occhi la sorpresa, il disorientamento, la dispersione
della propria identità in un luogo sconosciuto che fa paura perché nuovo e
diverso. Angeli pentiti e angeli senza alcun rimorso o pentimento. Bisognerebbe
descriverli uno ad uno. Ci vorrebbe un trattato. Ancora una volta le
stratosferiche contraddizioni gasteliane: non angeli che volano, ma angeli che
precipitano senza più la speranza di un perdono, di tornare nella azzurra
luminosità del Cielo.
Un
po’ mi fanno pensare a Giovanni Gastel bambino nel suo Eden dorato e lontano
dal mondo degli uomini. La sua desatellizzazione dal nucleo familiare,
protettivo e severo nelle sue regole culturali, nel solco di una tradizione
etico-religiosa, e tutto in sé conchiuso, è un precipitare nell’abisso di un
mondo altro dove il disordine e la violenza regnano sovrani (non si può non
ricordare che l’adolescenza di Giovanni Gastel coincide con gli anni di piombo
nel nostro Paese), lasciando il giovane rampollo di una storica casata lombarda
in balia di uno sperdimento, che è angoscia, ferita e dolore. Con le uniche
risorse che sente di possedere: le Immagini, le Parole. Le sue Ali di ricambio
per tentare nuovi Voli. Un predestinato? Forse. Le ultime Ali sono bianche di
Salvezza, sono saldamente legate alla fanciulla occhi di sfida sotto un cielo
torbido che non promette nulla di buono. Ma le sfide servono a temprare lo spirito,
a far superare la paura, a tentare nuovi percorsi, nuove possibilità di
rinascita.
‘La
creatività ci fa rinascere infinite volte’ (Erich Fromm).
È
quanto sembra affermare, nel suo intervento conclusivo, l’Artista, parlando di
sé e della sua vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze.
Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove ha incontrato
l’Eleganza della natura e lo ‘splendore delle architetture e dei giardini poggiati
sull’acqua’, definendo una Perfezione che si realizza in una perenne Armonia.
Rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già
tanto attento alla ‘magia del reale’.
Lui è consapevole dell’‘immenso’ privilegio che gli è toccato in sorte, ma
anche dell’‘immensa’ responsabilità di dover essere all’altezza della
situazione, sfruttando al massimo i suoi ‘immensi’ talenti per andare oltre
ogni possibilità umana. Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore
colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri”.
E l’ironia, con cui ha imparato a tenere sotto
controllo la malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano
con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare
di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a
vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e
tutto nostro. Ritengo che in Gastel abbiano l’una e l’altra perlopiù lo stesso
valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì l’ironia la “splendida
virtù dei malinconici”. Con l’ironia e l’autoironia tutto diventa più lieve,
sorridente, sopportabile. Persino la propria identità dimidiata. Già l’identità
di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza della propria unicità, ma
anche la responsabilità di sentire gli altri “diversi” da sé. L’identità,
dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al compromesso di accettare, con ariostesca
o anche manzoniana “bonomia”, sé stessi e gli altri in un processo di salvifica
semplificazione della vita. Un banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince
sia da alcune situazioni che i protagonisti vivono in “Duetto profano” sia da alcuni versi della raccolta di poesie sia
dalle immagini di alcune fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del
tempo, e soprattutto da alcune situazioni dialogiche con i propri followers, verso i quali Giovanni Gastel
è sempre prodigo di parole affettuose sorridenti e gratificanti, da vero
gentiluomo qual è. Ma il tempo stringe e la malinconia sempre più spesso prende
il sopravvento, malgrado tutte le buone intenzioni e i buoni propositi,
soprattutto onirici.
Ora, però, mentre “si va facendo sempre più tardi”
(Antonio Tabucchi), non è più l’Endimione dell’ultima foto, inserita nella
raccolta, “in cui ha gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere
eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo
che ha avuto migliaia di doni dal cielo ed è fiero delle sue radici per quanto
di irripetibile e unico e grandioso gli hanno destinato e delle sue foglie
rampicati che per istinto ora sanno le più percorribili vie dell’anima, senza
più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di
splendore e farsene dono. E fare dono a quanti ama e lo amano. E sono davvero
tanti. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?
Oggi
solo serenità./ la vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è
bellissimo”.
Ed ecco una delle più profonde
poesie di Giovanni Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore
paterno, a conferma di quanto detto sin qui:
ma se di questi
sentimenti
incisi nell’anima
potessi fare un canto
finale
quale poesia non
scritta
troverei nel profondo?
Che sia più densa del
tuo bacio figlio
che sia più amara
del tuo allontanarti per
la tua via
che sia più definitiva
del tuo osservare la
vecchiaia
scivolarmi addosso
ogni giorno
Quale voce uscirà da
questa mia solitudine
se non la poesia del
distacco?
La canterò anche per te
figlio
che mi guardi con un
sorriso paterno.
Castellaro 2018
È una
poesia di una intensità straziane e dolcissima. Frutto probabilmente di attimi
di sospensione dell’anima inebriata e ferita del poeta nel guardare il figlio,
che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”, scatenando in Giovanni Gastel,
uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti come lame appuntite che, vinti
dalla commozione, deviano in dubbi per lasciargli la possibilità di non
rimanerne sopraffatto.
Non a caso,
il primo verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a
contrastare i tanti pensieri che lo sommergono e a liberarsene piano piano. È
come se stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che
ora, finalmente, trova un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli
preme sapere, ora che va facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al “ma” si
aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli sono qui,
li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad occupare tutto
il verso seguente tanto sono grandi.
E, subito
dopo, continuando a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le
parole-chiave di questa poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia
tradizionale, come l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare
articoli e preposizioni in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé
stesso, gli stilemi tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui
un intento d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e
non può essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa
tutto lo spazio possibile. Quasi a farsi
colonna, statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.
“Exegi monumentum” (Orazio). Non per la propria
gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato, ora
assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre.
E ogni verso si conclude
con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma a
dilatare: incisi nell’anima… potessi fare
un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?.
E, ancora: che sia
la più densa del… tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti
per… la tua via… che sia più
definitiva… del tuo osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno
E sembra di sentire il suono cadenzato delle parole che
vanno a costruire quel monumento d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare
peso e consistenza e valore a quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo,
che i pensieri hanno definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più
profondo, e che ha bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni
emozione perché si faccia carne viva e non solo sentimento e commozione (il
bacio, per esempio, non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse
materializzato tra le parole).
L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada
sembra già un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre
teme e contro cui non lo può mettere in guardia perché fuorvierebbe la “via”
del figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - ha scelto per essere sé
stesso e riconoscersi).
Gli occhi che osservano la… “vecchiaia” (e il pudore, per
quanto il poeta non riesca ancora ad accettare di sé, gli propone un verbo che
non lascia segni; non si ferma a incidere l’ingiuria di una ruga, ma
“scivola”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza tregua
(quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla roccia
del viso).
Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un
attimo tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per
fantasmagarsi (mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e
lo attanaglia.
E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine,
esibita, per crearsi l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a
dettargli la verità “in forma” di poesia.
È un attimo di smarrimento e di angoscia che si dissipa
nella rinata tenerezza per quel figlio che andrà inevitabilmente lontano,
accompagnato dal canto dolce del padre nella reciprocità di un amore senza
confini che può risolversi, proprio perché tale, in un tenerissimo scambio di
ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo figlio, padre di suo padre.
L’Amore compie questi prodigi.
L’AMORE ha scritto a caratteri cubitali il sussurro
stupendo di questa meravigliosa poesia, che accompagnerà il duplice viaggio
(del padre e del figlio) lungo le impervie strade del mondo…
E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una
rivelazione che non si produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé
a sé stesso e agli altri.
Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”.
Ed ora
concedetemi la libertà di concludere con alcuni miei versi con dedica a
completamento di questo mio percorso critico-letterario
Ho
incontrato un poeta
Ho incontrato un poeta
Era di carta e di parole
Era di solitudine e clamori
Silenzi coltivava
come fiori liberi di campo
lui che aveva serre di gladioli
e rose rare nel giardino del cuore
Ho conosciuto un poeta
con occhi grandi di malinconia
ad ogni sorriso alla noia strappato
strappato alla morte e al tempo
che verrà e avrà un giorno nuovo
di foglie e di radici
Avrà la luce di un volto inventato
e un sogno colmo di nostalgia
Avrà un tramonto per ogni canto
deluso e un’aurora di rimpianto
Ho conosciuto la sua anima
col volto in bianco e nero
e ciglia tenere di bambino
e labbra chiare di rosso spino
e azzurro incanto
(mi ha depositato tra le mani
un petalo di cielo…)
Angela De Leo
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