Visualizzazione post con etichetta Duetto profano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Duetto profano. Mostra tutti i post

martedì 26 giugno 2018

Giovanni Gastel e la sua personalità complessa di Uomo e di Artista - parte seconda

“Infine, la serie mistica ma non troppo degli Angeli caduti che da soli valgono l’intera Mostra: angeli androgeni o decisamente femminili, con ali bianche ancora in volo o nere come la notte. Angeli che precipitano a testa in giù e angeli precipitati con negli occhi la sorpresa, il disorientamento, la dispersione della propria identità in un luogo sconosciuto che fa paura perché nuovo e diverso. Angeli pentiti e angeli senza alcun rimorso o pentimento. Bisognerebbe descriverli uno ad uno. Ci vorrebbe un trattato. Ancora una volta le stratosferiche contraddizioni gasteliane: non angeli che volano, ma angeli che precipitano senza più la speranza di un perdono, di tornare nella azzurra luminosità del Cielo.
Un po’ mi fanno pensare a Giovanni Gastel bambino nel suo Eden dorato e lontano dal mondo degli uomini. La sua desatellizzazione dal nucleo familiare, protettivo e severo nelle sue regole culturali, nel solco di una tradizione etico-religiosa, e tutto in sé conchiuso, è un precipitare nell’abisso di un mondo altro dove il disordine e la violenza regnano sovrani (non si può non ricordare che l’adolescenza di Giovanni Gastel coincide con gli anni di piombo nel nostro Paese), lasciando il giovane rampollo di una storica casata lombarda in balia di uno sperdimento, che è angoscia, ferita e dolore. Con le uniche risorse che sente di possedere: le Immagini, le Parole. Le sue Ali di ricambio per tentare nuovi Voli. Un predestinato? Forse. Le ultime Ali sono bianche di Salvezza, sono saldamente legate alla fanciulla occhi di sfida sotto un cielo torbido che non promette nulla di buono. Ma le sfide servono a temprare lo spirito, a far superare la paura, a tentare nuovi percorsi, nuove possibilità di rinascita.
‘La creatività ci fa rinascere infinite volte’ (Erich Fromm).
È quanto sembra affermare, nel suo intervento conclusivo, l’Artista, parlando di sé e della sua vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze. Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove ha incontrato l’Eleganza della natura e lo ‘splendore delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua’, definendo una Perfezione che si realizza in una perenne Armonia. Rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla ‘magia del reale’. Lui è consapevole dell’‘immenso’ privilegio che gli è toccato in sorte, ma anche dell’‘immensa’ responsabilità di dover essere all’altezza della situazione, sfruttando al massimo i suoi ‘immensi’ talenti per andare oltre ogni possibilità umana. Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri”.
E l’ironia, con cui ha imparato a tenere sotto controllo la malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e tutto nostro. Ritengo che in Gastel abbiano l’una e l’altra perlopiù lo stesso valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì l’ironia la “splendida virtù dei malinconici”. Con l’ironia e l’autoironia tutto diventa più lieve, sorridente, sopportabile. Persino la propria identità dimidiata. Già l’identità di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza della propria unicità, ma anche la responsabilità di sentire gli altri “diversi” da sé. L’identità, dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al compromesso di accettare, con ariostesca o anche manzoniana “bonomia”, sé stessi e gli altri in un processo di salvifica semplificazione della vita. Un banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince sia da alcune situazioni che i protagonisti vivono in “Duetto profano” sia da alcuni versi della raccolta di poesie sia dalle immagini di alcune fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del tempo, e soprattutto da alcune situazioni dialogiche con i propri followers, verso i quali Giovanni Gastel è sempre prodigo di parole affettuose sorridenti e gratificanti, da vero gentiluomo qual è. Ma il tempo stringe e la malinconia sempre più spesso prende il sopravvento, malgrado tutte le buone intenzioni e i buoni propositi, soprattutto onirici.
Ora, però, mentre “si va facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non è più l’Endimione dell’ultima foto, inserita nella raccolta, “in cui ha gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo che ha avuto migliaia di doni dal cielo ed è fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso gli hanno destinato e delle sue foglie rampicati che per istinto ora sanno le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene dono. E fare dono a quanti ama e lo amano. E sono davvero tanti. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?
Oggi solo serenità./ la vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo”. 
Ed ecco una delle più profonde poesie di Giovanni Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore paterno, a conferma di quanto detto sin qui:
ma se di questi
sentimenti
incisi nell’anima
potessi fare un canto
finale
quale poesia non
scritta
troverei nel profondo?
Che sia più densa del
tuo bacio figlio
che sia più amara
del tuo allontanarti per
la tua via
che sia più definitiva
del tuo osservare la
vecchiaia
scivolarmi addosso
ogni giorno
Quale voce uscirà da
questa mia solitudine
se non la poesia del
distacco?
La canterò anche per te
figlio
che mi guardi con un
sorriso paterno.
                            Castellaro 2018

È una poesia di una intensità straziane e dolcissima. Frutto probabilmente di attimi di sospensione dell’anima inebriata e ferita del poeta nel guardare il figlio, che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”, scatenando in Giovanni Gastel, uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti come lame appuntite che, vinti dalla commozione, deviano in dubbi per lasciargli la possibilità di non rimanerne sopraffatto.
Non a caso, il primo verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a contrastare i tanti pensieri che lo sommergono e a liberarsene piano piano. È come se stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che ora, finalmente, trova un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli preme sapere, ora che va facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al “ma” si aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli sono qui, li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad occupare tutto il verso seguente tanto sono grandi.
E, subito dopo, continuando a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le parole-chiave di questa poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia tradizionale, come l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare articoli e preposizioni in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé stesso, gli stilemi tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui un intento d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e non può essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa tutto lo spazio possibile.  Quasi a farsi colonna, statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.
“Exegi monumentum” (Orazio). Non per la propria gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato, ora assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre.
E ogni verso si conclude con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma a dilatare: incisi nell’anima… potessi fare un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?.
E, ancora: che sia la più densa del… tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti per… la tua via… che sia più definitiva… del tuo osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno
E sembra di sentire il suono cadenzato delle parole che vanno a costruire quel monumento d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare peso e consistenza e valore a quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo, che i pensieri hanno definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più profondo, e che ha bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni emozione perché si faccia carne viva e non solo sentimento e commozione (il bacio, per esempio, non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse materializzato tra le parole).
L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada sembra già un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre teme e contro cui non lo può mettere in guardia perché fuorvierebbe la “via” del figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - ha scelto per essere sé stesso e riconoscersi).
Gli occhi che osservano la… “vecchiaia” (e il pudore, per quanto il poeta non riesca ancora ad accettare di sé, gli propone un verbo che non lascia segni; non si ferma a incidere l’ingiuria di una ruga, ma “scivola”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza tregua (quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla roccia del viso).
Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un attimo tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per fantasmagarsi (mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e lo attanaglia.
E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine, esibita, per crearsi l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a dettargli la verità “in forma” di poesia.
È un attimo di smarrimento e di angoscia che si dissipa nella rinata tenerezza per quel figlio che andrà inevitabilmente lontano, accompagnato dal canto dolce del padre nella reciprocità di un amore senza confini che può risolversi, proprio perché tale, in un tenerissimo scambio di ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo figlio, padre di suo padre. L’Amore compie questi prodigi.
L’AMORE ha scritto a caratteri cubitali il sussurro stupendo di questa meravigliosa poesia, che accompagnerà il duplice viaggio (del padre e del figlio) lungo le impervie strade del mondo…
E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una rivelazione che non si produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé a sé stesso e agli altri.
Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”.

Ed ora concedetemi la libertà di concludere con alcuni miei versi con dedica a completamento di questo mio percorso critico-letterario

Ho incontrato un poeta

Ho incontrato un poeta
Era di carta e di parole
Era di solitudine e clamori
Silenzi coltivava
come fiori liberi di campo
lui che aveva serre di gladioli
e rose rare nel giardino del cuore
Ho conosciuto un poeta
con occhi grandi di malinconia
ad ogni sorriso alla noia strappato
strappato alla morte e al tempo
che verrà e avrà un giorno nuovo
di foglie e di radici
Avrà la luce di un volto inventato
e un sogno colmo di nostalgia
Avrà un tramonto per ogni canto
deluso e un’aurora di rimpianto
Ho conosciuto la sua anima
col volto in bianco e nero
e ciglia tenere di bambino
e labbra chiare di rosso spino
e azzurro incanto
(mi ha depositato tra le mani
un petalo di cielo…)

Angela De Leo

lunedì 25 giugno 2018

Giovanni Gastel e la sua personalità complessa di Uomo e di Artista - parte prima

Giovanni Gastel ha una personalità così complessa che sfugge ad ogni definizione perché è eternamente cangiante, contraddittoria, sorprendente. Ma sono forse proprio queste peculiarità a renderlo così affascinante e amabile, amato. E tutte le sue Opere servono a darci di lui una idea veritiera e sempre apparente perché l’Artista guizza continuamente tra l’essere e il non essere. Ossimoro di sé stesso sempre.
Così in “Duetto Profano” (SECOP Edizioni, Corato-Bari), “che dà voce a due voci (duetto) che dovrebbero andare in sintonia perché sono strettamente legate al canto “ad una voce” e, invece, divergono per “estraneità” tra i due mondi in cui vivono e agiscono i personaggi Sono due voci legate, ma divise. Forse dei protagonisti, forse delle storie narrate. Forse dello stesso pensiero dell’autore: un giovanissimo, geniale, diciassettenne che vuole cimentarsi con la scrittura, ma è ancora nella fase della ricerca di sé in un mondo che lo vuole incasellare nelle regole del bon ton sociale (e la foto di copertina in bianco e nero, ma con la metà più buia e misteriosa sfumata di rosso, ne è la straordinaria conferma). In una girandola di situazioni e di luoghi che ben si addicono alla dispersione/disperazione adolescenziale, e alla tela di ragno di vite solo all’apparenza tranquille e appagate, ma quanto distanti dall’ideale di sé nella verità del proprio “Io” più profondo e quasi sempre ferito e sconfitto.
Di qui l’eterno ritorno nietzschiano all’infanzia e ai luoghi del cuore: il giardino delle meraviglie, la grande villa silenziosa, la Milano della domenica e della messa.
Ed era ancora un bambino che guardava il mondo con occhi spalancati, senza fiabe certo, ma un mondo ancora da scoprire, da vivere. E, invece, la morte in agguato lo condizionerà per tutti gli anni a venire. Da quelle immagini in poi nulla sarà come prima. Neppure le parole. Neppure i silenzi che spesso urlano parole mute. Ma il romanzo non può restare senza parole. E il romanzo nel romanzo neppure. Il male di vivere corrode le menti più sensibili.
La quotidianità ha le sue leggi intransigenti sia che si viva in un mondo dorato sia che ci si arrabatti in un ambiente senza pretese e senza voli alti.
Anche Dio, nell’uno e nell’altro caso, è un costante appiglio più per renderlo reo di una sconfitta che àncora di ogni salvezza”.
Dualità profonda sempre in Giovanni Gastel anche di fronte a Dio che ricerca e rinnega in ogni suo pensiero, in ogni sua poesia, in ogni scatto ad eternare l’attimo.
Lo stesso avviene nella raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo-Milano).
“Qui i versi sono liberi, eppure ricchi di figure retoriche per un senso innato del bello, che il poeta avverte in sé e trasferisce nelle parole a rendere, nonostante il continuo disincanto, un’atmosfera incantata per l’armonia interna che vi regna”. Soprattutto quando rammemora l’adolescenza e il suo splendore ancora intatto.
Ma è un idillio che non può durare. Le contraddizioni hanno subito la meglio e quella che sembrava un’età felice si veste di mille apprensioni e di presentimenti che tolgono smalto e fervore di vita ai giovanili anni, e tutto diventa cupo, buio, misterioso. Il corpo langue e la mente è soggiogata da tetri pensieri di morte, ritenuta assassina e responsabile di tante immense paure.
“Con Gastel è come viaggiare eternamente sulle montagne russe, niente è scontato e sempre uguale, neppure lo stato d’animo di un attimo prima corrisponde alla certezza dell’attimo dopo. Tutto viene affermato e smentito, pur nella realtà del momento, pur nell’incubo che ne consegue. Il passare del tempo gli procura angoscia, ma anche il dover vivere ancora una notte gli pesa tanto quanto i demoni a visitarlo, oltre le barriere del buonsenso e dei freni inibitori per vivere con gli altri, in mezzo agli altri”. Eppure, non vorrebbe mai una vita regolare, semplice, serena, sarebbe in antitesi con i tumulti del cuore e della mente: “la storia degli uomini è/ nell’angoscia della foresta”.
Per fortuna, la scrittura. Necessità di vita è scrivere con le prime ombre della sera per salvare un giorno “vuoto” che finisce, e per salvarsi da quel vuoto che è voragine e disperazione.
“… ad addolcire un altro giorno vuoto/ di cui non conserverei memoria/ se non per i neri segni che a sera/ inciderò su un foglio bianco.
Ed ogni parola, sia pure inconsciamente o intenzionalmente, è scelta con cura, calibrata nella sua profondità. “Incidere”, per esempio, è azione molto più “incisiva” più forte e determinata di vergare o scrivere. I “neri segni”, piuttosto che i segni neri, riguardano una locuzione che ha una diversa valenza semantica: è una sorta di anastrofe che rende più leggero il segno e lo connota come scrittura.
Io sono un disperso (…) che (…) affida se stesso/ alle parole che scrive.
Ed è un affidarsi totale, quasi un “naufragare” di leopardiana memoria.
C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartengono, che riconosciamo e teniamo per noi. Ci sembra quasi di averle dimenticate. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire e la nostalgia ci prende, come per ogni ritorno (nòstos), che è gioia, ma anche dolore (àlgos).
E, del resto, … All’origine tutto era parola.
E qui il richiamo biblico è forte. E il richiamo al Verbo che era presso Dio ed era Dio. Il Verbo ha una parola sola. Una sola Verità. Basta riconoscerla. Ma con presunzione gli uomini la cercano nella scienza, che non possiede verità, ma parziali porzioni di conoscenza, suscettibili di essere confutare e capovolte, nel tempo e nello spazio. La cercano nella propria mente, ma non è la razionalità a dare risposte chiare e definitive. Nel cuore che è un “guazzabuglio” di sentimenti e di risentimenti. Forse solo “oltre il muro d’ombra”. Ma forse sarà troppo tardi per credere e per sperare. La fede, unica ancora di salvezza? Forse. Se avessimo il coraggio di credere. È più facile negare che ammettere. Dice lo stesso Gastel, in versi, in prosa, con gli scatti delle sue foto che vibrano di bellezza ma non di verità. Perché ciò accada, Giovanni Gastel cerca nelle sue modelle l’anima. E l’anima cerca nelle parole. La cerca in sé stesso. Non si lascia influenzare dalle regole e dalle mode. Scrive come in quel momento gli detta il sentimento. diversi. E ognuno può esprimersi come meglio crede purché ci sia emozione, ci sia Poesia.
Credo sia una conquista pluralistica nella complessità del mondo contemporaneo”. Anche la commistione di generi artistico-creativi fa parte di questa ricerca del nuovo nel rispetto della classicità e del sentimento profondo che la sostiene. L’unica ricerca che potrebbe pacificare il mondo interiore con quello esteriore, in una adesione reattiva alla società del post postmodernismo e del recupero dell’autenticità del linguaggio e della vita.
In Giovanni Gastel questo viene messo in atto in tutte le sue opere, fino a connotare una scrittura narrativa e di comunicazione sincera e immediata. “Risolvendosi persino nella accettazione delle proprie ombre per superare i condizionamenti di una cultura familiare, che ancora lo affascina e lo lega, con lacci d’amore, certo, ma anche con la fragilità che ne deriva. Si pensi ai mai spenti dialoghi con l’amata madre, con il rimpianto fratello, perso alla sua vista, ma non al suo cuore.
Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.
‘Io sono una pianta rampicante’ è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
‘Io sono una pianta rampicante’: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono…
La cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese sono, comunque, gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avverte a suo danno: la solitudine dell’“albatros” (Baudelaire) o dei “numeri primi” (Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per   la genialità che gli concede di forare il cielo e sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricompongono in Unità: Giovanni Gastel è tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie firmano la sua genialità. La sua umanità”.
Oggi Giovanni Gastel è sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa male e che vuole dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma.
Anche nel “Catalogo” (curato nei minimi particolari e con infinito amore da Maria Cristina Brandini), che ha accompagnato tutta la Mostra delle sue fantastiche fotografie al Broletto di Como, la stessa immagine di copertina evidenzia tale dicotomia nella sua innegabile unità: il bianco luminoso delle ali in volo verso spazi sempre più alti e più ampi, e il nero abissale del tunnel ad avvolgerlo ad ogni contatto con la terra e con il mondo della realtà e della concretezza. E, al suo interno, il Teatro gasteliano.
“Le sue Immagini. Le sue Fantasie. I suoi Personaggi che si raccontano e lo raccontano. In ogni simbolo. In ogni verità. In ogni passaggio esistenziale e artistico a descrivere fortemente i suoi percorsi umani e professionali.
La prima foto non smentisce quanto detto sin qui. Ecco una donna-conchiglia di un bianco avoriato su sfondo nero, con una particolarità: il volto assorto ed enigmatico con lo sguardo lontano è diviso a metà dal vortice della conchiglia che crea trasparenze lunari nella metà che avvolge, lasciando in ombra l’altra metà. E persino il fiore rosso delle labbra chiuse risente della dimidiazione tra segreti di voci da riportare all’orecchio in un turbinio di onde senza fine, e segreti di voci da dimenticare nella penombra scura di ogni tormento (Gastel e la sua anima di pari passo con la sua Arte). Anche la seconda foto gioca la sua misteriosa essenza sul bianco e il nero, questa volta non più divisi, ma sapientemente annodati in volute che labirintano una donna-fiore e gambo esile su cui esplode un fiore (gardenia o camelia), attraversato da onde di luce, o una donna-cigno, pronta a spiccare il volo con le sue mani-piume in una posizione di slancio, frenata appena dalla sospensione di occhi titubanti e perplessi, in attesa di un vaticinio che la spinga ad osare…
(illusioni sotto le varie maschere che il Teatro rende vere. Dove la verità solo nella finzione o viceversa? Il dubbio rimane)”. 

mercoledì 20 giugno 2018

L’eterno istante. La Mostra. Il catalogo.

Domenica 17 giugno si è conclusa felicemente la Mostra fotografica L’Eterno Istante del grande Artista Giovanni Gastel al Broletto di Como. A cura di Maria Cristina Brandini, coadiuvata, in questa titanica impresa, dal Presidente della Commissione Cultura Comune di Como, Franco Brenna, dall’intera Amministrazione Comunale e dall’infaticabile staff di Gastel.
Oltre i calici levati per il grande Successo della Mostra, restano, a testimoniare le serate culturali che l’hanno insolitamente ma opportunamente corredata, le Fotografie, il romanzo giovanile Duetto Profano (SECOP Edizioni, Corato-Bari), la raccolta di poesie Io sono una pianta rampicante (SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo-Milano) e il Catalogo: L’Eterno Istante. La Mostra. Giovanni Gastel.
In pratica, la mirabile sintesi di tutte le passioni creative e artistiche del Nostro: le Immagini, le Parole in prosa e in poesia, la Bellezza e l’Armonia nelle loro più ampie e svariate forme.
Di Duetto Profano e di Io sono una pianta rampicante ho parlato ampiamente e con dovizia di particolari contenutistici e formali, mi piace ora raccontare il Catalogo che ha fatto da corona e da sfondo a tutta la Mostra.
Sul bianco luminoso della copertina ecco definirsi, in un riquadro stilizzato che visualizzo come un sipario da palcoscenico, un corpo di donna, sinuoso ed elegante nell’abbagliante splendore del prezioso pizzo del corpino, e cascata spumeggiante in un franare di neve a riversarsi sul nero tubino che l’avvolge, quasi coda ondeggiante di sirena a trascinare negli abissi dei fondali marini gli incauti naviganti che si attardano ad ascoltare, incantati e perduti, il loro canto. Ma qui contrastano anche le grandi ali delle braccia a spiccare il volo, e il volto inebriato verso tanta luce e tanto cielo. Niente di più raffinato, elegante, armonioso. Comprese le scritte in rosso del titolo della Mostra e dell’Artista.
Soglia del mondo incantato, tra il reale e l’onirico, che questo scrigno di rara bellezza racchiude. Notevoli, anche, gli scritti che fanno da Proscenio alla Mostra. Tutti di una eleganza stilistica e profondità contenutistica straordinarie, rivelano l’entusiasmo e la gioia di realizzare un sogno a lungo vagheggiato: portare Gastel e le sue Passioni Artistiche nella “sua amatissima Como”, città che lo ha visto bambino incantarsi sul lungolago o giocare, spensierato e attento, nell’immenso parco di Villa Erba, residenza di parte della famiglia materna, discendente dei Visconti di Modrone. Gli interessanti interventi rivelano l’amore avvolgente di questi Prefatori per l’amico fraterno Giovanni, e per il suo indiscutibile genio. Dal sindaco di Como, Mario Landriscina, al Presidente Commissione Culturale Comune di Como, Franco Brenna, dall’appassionata e infaticabile curatrice, Cristina Brandini, al fidato gallerista, Valerio Tazzetti, fino alla meravigliosa poesia dello stesso Artista che è il nucleo fondante della sua Personalità e della sua Arte: un angelo di marmo nel Duomo di Milano colpisce la fervida fantasia di un ragazzino “arrogante” e visionario che sente la voce dell’essere alato preconizzare il suo destino di albatro che sperimenterà l’ebbrezza del volo altissimo, ma anche la solitudine che quel forare il cielo e andare oltre comporterà. Precognizione avveratasi in pieno. Oggi Giovanni Gastel è sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa male e che vuole dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma. Anche l’immagine di copertina evidenzia tale dicotomia: il bianco luminoso delle ali in volo verso spazi sempre più alti e più ampi, e il nero abissale del tunnel ad avvolgerlo ad ogni contatto con la terra e con il mondo della realtà e della concretezza.
Poi, il suo Teatro. Le sue Immagini. Le sue Fantasie. I suoi Personaggi che si raccontano e lo raccontano. In ogni simbolo. In ogni verità. In ogni passaggio esistenziale e artistico a descrivere fortemente i suoi percorsi umani e professionali.
La prima foto non smentisce quanto detto sin qui.
Ecco una donna-conchiglia di un bianco avoriato su sfondo nero, con una particolarità: il volto assorto ed enigmatico con lo sguardo lontano è diviso a metà dal vortice della conchiglia che crea trasparenze lunari nella metà che avvolge, lasciando in ombra l’altra metà. E persino il fiore rosso delle labbra chiuse risente della dimidiazione tra segreti di voci da riportare all’orecchio in un turbinio di onde senza fine, e segreti di voci da dimenticare nella penombra scura di ogni tormento (Gastel e la sua anima di pari passo con la sua Arte).
Anche la seconda foto gioca la sua misteriosa essenza sul bianco e il nero, questa volta non più divisi, ma sapientemente annodati in volute che labirintano una donna-fiore e gambo esile su cui esplode un fiore (gardenia o camelia), attraversato da onde di luce, o una donna-cigno, pronta a spiccare il volo con le sue mani-piume in una posizione di slancio, frenata appena dalla sospensione di occhi titubanti e perplessi, in attesa di un vaticinio che la spinga ad osare…
La terza è ancora magia di ali in una danza che cupola l’esile corpo di donna e la sua fiamma a bruciare palpiti in un luogo definito di morbida attesa, che poco spazio lascia, però, al vuoto su cui si curva ad arco e all’orizzonte del sogno…
Xandra è un’offerta di sé dolente e sincera: “eccomi, sono qui nella mia nudità pudica e mai esibita… prendimi… ho ancora sogni di dolcezza tra riccioli di miele… ascoltami…”.
Lynn, invece, di rosso vestita come un tulipano capovolto, conosce le strategie vincenti di una seduzione sicura e maliziosa, che si slarga in un sorriso invitante, tra una virgola di ricciolo tentatore e una schiena nuda che s’illumina di intenzioni…
Poi, Monica Bellucci e Susie Bick e Naomi Campbell così sicure e fiere della loro bellezza, e Charlbi Kriek ancora con le ali bianche, arruffate e leggere su un abito da sposa con strascico annodato in tante volute (i condizionamenti familiari mai del tutto vinti?), che fa da contraltare alle gabbie grigie, alludenti ad una libertà condizionata che rischia di perdersi dietro sbarre paventate, ma reali: il destino forse di donna promessa dipinto sul volto bellissimo e pensieroso perché sa che si è lasciata imprigionare già dai tanti monili che strangolano il suo collo di cigno e vincono la fragilità delle sue braccia… riuscirà mai più a volare?
E poi altri volti di donne bellissime, cupe, spavalde, pensose, sicure, volitive, arroganti, folli sotto veli arruffati come i pensieri, ora cupi, ora più distesi e svettanti, ma mai chiari e luminosi a dare una svolta certa nella vita (vedi: Shalom Harlow).
Incantevole la foto di Xandra alla Scala.
Tra i rossi drappeggi in verticale del sipario ancora chiuso ecco l’ansia dipinta sul volto di lei intento a “spiare” il pubblico se numeroso o meno e tra le mani tiene stretto il suo tesoro, la sceneggiatura, di quanto andrà a vivere e a far vivere su quel palcoscenico che corona i suoi sogni. Racchiusa come un gioiello in vesti scure con lame dorate a illuminarla e trafiggerla (illusioni sotto le varie maschere che il Teatro rende vere. Dove la verità solo nella finzione o viceversa? Il dubbio rimane).
E ancora la serie dei bianco-neri a rendere magiche le donne di ieri e di oggi nei lampi di luce che le sottraggono ai grigi di un’esistenza senza nome. Tra giochi di ombre e classicità greco-orientali, rimane il mito, il sogno, il ricordo del grande Gatsby, le piume di struzzo della donna-uccello (Michael Kors?), imprigionata da sottili fasce nere (stile petticoat dell’800) e con ali di carta senza volo. Dialoga con un cinerino a rispondere al suo silenzio con una eco di voce che solo il volatile sa e riconosce.
Infine, la seria mistica ma non troppo degli Angeli caduti che da soli valgono l’intera Mostra: angeli androgeni o decisamente femminili, con ali bianche ancora in volo o nere come la notte. Angeli che precipitano a testa in giù e angeli precipitati con negli occhi la sorpresa, il disorientamento, la dispersione della propria identità in un luogo sconosciuto che fa paura perché nuovo e diverso. Angeli pentiti e angeli senza alcun rimorso o pentimento. Bisognerebbe descriverli uno ad uno. Ci vorrebbe un trattato.
Ancora una volta le stratosferiche contraddizioni gasteliane: non angeli che volano, ma angeli che precipitano senza più la speranza di un perdono, di tornare nella azzurra luminosità del Cielo.
Un po’ mi fanno pensare a Giovanni Gastel bambino nel suo Eden dorato e lontano dal mondo degli uomini. La sua desatellizzazione dal nucleo familiare, protettivo e severo nelle sue regole culturali, nel solco di una tradizione etico-religiosa, e tutto in sé conchiuso, è un precipitare nell’abisso di un mondo altro dove il disordine e la violenza regnano sovrani, lasciando il giovane rampollo di una storica casata lombarda in balia di uno sperdimento, che è angoscia, ferita e dolore. Con le uniche risorse: le Immagini, le Parole. Le sue Ali di ricambio per tentare nuovi Voli. Un predestinato? Forse. Le ultime Ali sono bianche di Salvezza, sono saldamente legate alla fanciulla occhi di sfida sotto un cielo torbido che non promette nulla di buono. Ma le sfide servono a temprare lo spirito, a far superare la paura, a tentare nuovi percorsi, nuove possibilità di rinascita.
“La creatività ci fa rinascere infinite volte” (Erich Fromm).
È quanto sembra affermare nel suo intervento conclusivo l’Artista, parlando di sé e della sua vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze. Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove ha incontrato l’Eleganza della natura e lo “splendore delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua”, definendo una Perfezione che si realizza in una perenne Armonia. Rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla “‘magia’ del reale”. Lui è consapevole dell’“immenso” privilegio che gli è toccato in sorte, ma anche dell’  “immensa” responsabilità di dover essere all’altezza della situazione, sfruttando al massimo i suoi “immensi” talenti per andare oltre ogni possibilità umana.
Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri.
Anche Maria Cristina Brandini è tutta quanta in questo Catalogo, curato con passione, intelligenza, raffinatezza, per rendere omaggio a Giovanni Gastel, con la sua Personalità dimidiata, le sue Opere e le sue Passioni.
Il ringraziamento ammirato e affettuoso del grande Artista le giunge da queste stesse pagine ed è il più appagante degli apprezzamenti, avendo egli stesso ritrovato nella Mostra L’Eterno Istante al Broletto di Como tutti i valori etici ed estetici del suo meraviglioso lago, scoperti con gli occhi bambini e portati nel cuore sempre e dappertutto.
E questo splendido Catalogo rimarrà a testimoniarlo nel tempo e nello spazio di questo eterno presente che è la nostra vita.
                                                                                                Angela De Leo

venerdì 8 giugno 2018

Divagazione per focalizzare una serata speciale - prima parte


Serata magica ieri, per me e Peppino, al Broletto di Como per presentare i due libri di Giovanni Gastel all’interno della Mostra delle sue meravigliose fotografie “L’eterno istante”, curata nei minimi particolari e con particolare cura da Maria Cristina Brandini, grande amica del noto Artista.
Quella di ieri è stata la terza serata dedicata alle opere di Gastel: la favolosa inaugurazione del 26 maggio; il dibattito/confronto del nostro Autore con due suoi amici e colleghi di grande levatura nel campo della fotografia a livello mondiale del 4 giugno; e, appunto, la presentazione delle sue due opere letterarie di ieri 6 giugno. Il 17 prossimo la Mostra si concluderà, registrando un grande successo di pubblico, di interventi, e di presenza su numerosi canali televisivi e molte testate giornalistiche. Lascerà in tutti noi una lunga eco e il rimpianto delle cose belle che purtroppo, come tutte le imprese umane, hanno un inizio e una fine. Quando son grandi, però, lasciano fiorire germogli per nuovi Progetti e nuovi Sogni da realizzare. Nel tentativo di contagiare Bellezza e Cultura perché il mondo si innamori dell’Arte con Amore, sollecitando rinnovati impulsi alla Speranza…
Dunque, ieri. Dopo un viaggio a dir poco avventuroso e caotico, siamo alfin giunti a destinazione, ma ahimè quando tutto volgeva al termine, vanificando presenza e interventi della sottoscritta durante l’intera serata. Per fortuna, Giovanni Gastel non è stato lasciato da me a parlare dei suoi libri senza interlocutrice. Aveva al suo fianco la curatrice della raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante”. Ritengo che abbiano dialogato sul libro con grande “maestria” e “sapientia cordis”.
Per fortuna, essendo arrivata a pochi minuti dal commiato, mi è stata “concessa”, con grande generosità e affettuosità da parte dell’Autore e di Maria Cristina Brandini, la possibilità di concludere la serata. Onestamente, ritengo di aver girato per qualche minuto a vuoto intorno al romanzo giovanile “Duetto Profano”, di cui avrei dovuto parlare, dialogando brevemente con Giovanni Gastel, e dell’opera poetica, di cui avrei potuto/dovuto leggere e commentare qualche poesia. Stanca, assonnata, trafelata e sudatissima per la tensione e l’emozione, credo di aver farfugliato qualcosa (come la visione post della diretta mi ha confermato ad imperituro scorno), aggiustando via via il tiro per non rovinare la serata ai padroni di casa, così solerti e attenti a mettermi a mio agio. Insomma, ho concluso io la serata, racimolando anche degli applausi e delle congratulazioni e un tenero baciamano dal grande grande grande Artista, con invito a cena e divertite e divertenti conversazioni a due passi dal lago in un prestigioso ristorante, immerso nel verde e… nel suo raffinato menù.
Insomma, sono ancora ubriaca di parole, ma anche senza parole, ancora in totale intontimento per l’atmosfera calda e armoniosa che è venuta a crearsi tra i commensali e un paio di grandi calici di ottimi cocktail alcolici. Non posso essere dettagliata. Sono ancora sotto stress emotivo.
E, così, per farmi perdonare un po’ da tutti e soprattutto dal Nostro, ho pensato di riportare qui un’analisi critica non già del romanzo, di cui ho disquisito abbondantemente nei giorni seguenti alla sua pubblicazione, circa un mesetto fa, sempre sulle pagine del mio blog, ma della raccolta di poesie, un po’ per “par condicio” e un po’ perché è un libro che, nel suo insieme, mi ha catturato molto. È uno scrigno prezioso di poesie, di ritratti di famiglia, di spazi vuoti, di luoghi e date, perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
“Io sono una pianta rampicante”: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli “Angeli caduti”), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono... si tratta di un ossimoro che vale la pena di scoprire: già in quell’“Io” c’è tutto il desiderio di Giovanni Gastel di affermare sé stesso, la propria innegabile esistenza in un mondo che poco gli appartiene (tutto ciò che non appartiene al suo mondo e che sente “altro da sé”) e che è necessario conoscere per farsi “riconoscere”. Ne è la conferma il “sono”. ‘Io sono: eccomi qui. Mi presento perché ho bisogno di integrarmi in un mondo perlopiù sconosciuto nei suoi meandri più riposti e, perciò, più infidi. Non è più tempo di rimandare, di chiudere gli occhi su realtà che mi fanno paura perché non so come affrontare, abituato come sono ad altre regole, ad altri vissuti’.
Ma subito dopo, ecco un articolo indeterminativo: “una”, che affievolisce quella identità così fortemente rivendicata. E poi ancora: “una pianta”. Una pianta come ce ne sono tante. Una creatura vivente che ha un suo spazio, il suo habitat, e che attende, magari, cure e premure in cambio di verde, ombra, lievità di foglie. Con una caratteristica connotante, però: ‘sono una pianta rampicante. Ho bisogno di una via in verticale perché ho necessità di sole, di cielo, di libertà. Ma il mio stelo è troppo sottile e fragile per potercela fare da solo. Temo di piegarmi sotto gli uragani e le tempeste, sotto il mio quotidiano vivere in una fuga continua dal terreno di pietre e rovi in cui affondano le mie radici: intrico di foglie e di rami (vedi foto) che solo a tratti lasciano filtrare il sole, il chiarore del giorno. Mi attraversano macchie di buio a incutermi paura. E ho bisogno di luce. Sì, ho bisogno di essere tutto quello che sono in un confronto continuo con la realtà che mi circonda in una trama di fili visibili (terra e radici e pietre e foglie e rami) e invisibili (agguati, paure, tremori) che altri non sanno’… Sono una pianta rampicante/ che ha cercato la sua strada/ in un territorio sconosciuto./ Ma non mi sono smarrito./ Metafora dell’anima cercata/ l’istinto ha guidato i miei passi/ giorno dopo giorno.
All’interno della raccolta sparisce l’“Io” del titolo in copertina perché ora il poeta non deve affrontare il “territorio sconosciuto”, perché mai vissuto in quanto mai abitato, davanti al quale la copertina (soglia e varco dell’intera raccolta) lo pone, per seguire la “sua” strada. Nonostante tutto, “non mi sono smarrito”. Verso bellissimo, quasi un flusso di coscienza. Un parlare di sé a sé stesso, rivendicando con fierezza la sua capacità di resistere, sorretto dall’istinto “che ha guidato i suoi passi”, o dall’“anima cercata”, la parte più profonda e vera di sé, per elevarsi al cielo. E la disposizione delle parole negli ultimi versi sottolinea la meravigliosa ambiguità della nostra lingua: metafora è l’anima cercata, ma anche l’istinto. Anima. Istinto. Ciò che eleva e porta verso la luce e ciò che spinge l’uomo a comportarsi secondo natura. Nessuno glielo ha insegnato. E qui siamo di fronte, come spesso accade in poesia, alla scrittura consapevole che sembra descrivere la realtà e alla scrittura inconscia che racconta la palpitante verità emozionale del momento.
Tutta la raccolta è uno scrigno prezioso di versi e di foto di famiglia che racchiude in sé l’ossimorica vita e personalità del poeta, sempre dimidiate, l’una e l’altra, tra narrazione descrittiva e “sentimento intimo” della scrittura, sempre in sospensione tra l’essere e il non essere, tra il qui e l’altrove, tra l’attimo fuggente e la lunga sequela di giorni di apparente bonaccia.
Come in una terra sconosciuta/ mi muovo circospetto/ in questa anima nuova/ figlia delle tempeste della vita./ Ma tu amore/ abbraccio inatteso/ hai saputo raggiungermi qui/ nel vuoto della mia non appartenenza./ Guarderemoinsieme/ scendere la notte sul mare nero/oltre gli ultimi scogli.
Di qui l’angoscia di vivere continuamente tra questi due estremi: il dinamico vitalismo di tempi frenetici e di viaggi in tutti i Paesi del mondo per un lavoro scelto e amato profondamente, quello di fotografo dal respiro internazionale ad altissimo livello, e il tempo lento del prendere fiato, del lasciarsi andare ad assaporare la tranquillità degli ambienti che conosce, che gli sono familiari, che lo fanno sentire finalmente al sicuro.
… La guerra è sospesa/ in questa calma domenica./ Assente oggi la malinconia/ aderisco a questo momento/ come un naufrago/ a uno scoglio inatteso./ Splendi cielo sulle nostre teste felici.
Ma è una tregua che dura poco. Bisogna nuovamente andare… Londra, Parigi, New York, Shanghai, Filicudi, Como, Milano, Cernobbio, Mosca, Gardone, Castellaro, Zanzibar, Istanbul, Il Cairo, Filicudi…
Il libro di Giovanni Gastel, pertanto, si snoda lungo queste tappe di un viaggio senza fine, in versi liberi che non hanno soluzione di continuità, non hanno titoli che etichettano e sintetizzano; non costrizioni metriche o metaforiche. È quasi una “narrazione in versi” come opportunamente sottolinea la curatrice della silloge, la brava scrittrice e poetessa, nonché critico letterario, Barbara Radice nella sua illuminata Introduzione: composizioni che “fluiscono libere. Seguono e inseguono onde di emozioni, sentimenti, memorie, nostalgie, osservazioni, disperazioni, rassegnazioni. Ogni poesia è un’onda e un riflusso. Le onde arrivano una dopo l’altra, si rincorrono, e rifrangono, mentre memorie, nostalgie, annotazioni si moltiplicano. Rientrano, ritornano, rimbalzano e ricadono”.
Benissimo. Le onde sono metafora delle narrazioni poetiche di Giovanni Gastel. Tutto scorre e tutto sembra avvilupparsi in un continuo ritorno di momenti che si ripropongono, si accavallano, si allontanano in un riflusso che va a scontrarsi con altre percezioni, sensazioni, riflessioni, emozioni. I campi semantici sono davvero tanti e altrettante sono le chiavi di lettura interpretative, in uno slargarsi e restringersi continuo di annotazioni e di sguardi lunghi, oltre gli orizzonti del suo campo visivo e della sua anima. L’école du regard, sorta in Francia tra gli anni Cinquanta-Sessanta dello scorso secolo, fa costantemente capolino nei versi del poeta.
Ma alle onde (che producono il rumore del mare e della sua risacca con folate di venti contrari a sollevarle e a direzionarle, ma con le sotterranee correnti dei fondali marini a produrle inizialmente) a me piace aggiungere le conchiglie (che sono la voce che si frammenta in tante voci altre) da portare al nostro orecchio.
Il canto del mare in corsa col tumulto dei battiti del cuore.
E poi c’era il rumore delle onde/ quel ritmo costante/ come il battito del cuore.
Le voci. Quelle dei dialoghi e dei soliloqui, quelle delle domande e delle risposte, ricevute o mancate. Quelle del passato e del presente. Quelle che l’Autore porta continuamente al suo sensibilissimo “orecchio acerbo”, che sente la primordialità della natura e della vita, e quello più raffinato che si nutre di memoria e ricordi, di assenze sempre presenti, di riflessioni e nostalgie. Con malinconia. Con ironia. Con disincanto. In una continua dimidiazione dell’Io sempre presente e sempre assente in un luogo e nel suo altrove. (fine prima parte).
Angela De Leo

domenica 13 maggio 2018

“DUETTO PROFANO” di Giovanni Gastel - seconda parte


Ma Dio può essere causa anche del male? Il primo protagonista ha proprio, attraverso un libro e le sue terribili parole e le sue immagini grondanti sangue e terrore, il primo incontro con il male del mondo: l’Olocausto degli Ebrei.  Ed era ancora un bambino che guardava il mondo con occhi spalancati, senza fiabe certo, ma un mondo ancora da scoprire, da vivere. E, invece, la morte in agguato lo condizionerà per tutti gli anni a venire. Da quelle immagini in poi nulla sarà come prima. Neppure le parole. Neppure i silenzi che spesso urlano parole mute. Ma il romanzo non può restare senza parole. E il romanzo nel romanzo neppure. Bisogna crescere e diventare grandi e sapersi “orfani ed eredi” (Massimo Recalcati) per poter fare a meno dei miti e dei sogni e per prendersi la responsabilità di ogni scelta, vittoria o sconfitta che sia. Dimenticarsi anche di Guido, il mentore giovane, che sembra guidare i passi (nomen omen) nel percorso inventato, eppure così vero da prendere a cuore la sorte di questo ragazzo sagace e misterioso che ha tutte le qualità per vincere, ma alla fine è più di aiuto agli altri che a sé stesso. Il male di vivere corrode le menti più sensibili (vedi Cesare Pavese nel “Mestiere di vivere”).
La quotidianità ha le sue leggi intransigenti sia che si viva in un mondo dorato sia che ci si arrabatti in un ambiente senza pretese e senza voli alti. Qui la realtà è Anna e il suo amore normale. Senza volto. Senza un tuffo al cuore. La realtà è un pacco di sigarette, una donna da pagare per un’ora e qualche buco nelle vene per sopportare la normalità di una vita senza imprevisti e senza fantasia; suicidio per chi, invece, è dotato di creatività e non vuole sottostare alle regole della mediocrità e sogna di andare lontano, senza riuscirvi mai. Neppure attraverso i libri che pure ama e detesta. Ne ha letti tanti un tempo. Poi non più.
I libri, dunque, possono dannarci e salvarci?  
Ci dannano quando è troppo profondo il divario da colmare tra gli orizzonti che indicano e il breve cielo che si è costretti a guardare ogni giorno.
“In più la mia vita non mi piace, nella mia vita non succede mai niente. E quello che vedo dalla mia finestra non riesco nemmeno a ricordarmelo da tante volte che l’ho visto!”.
E ci salvano, quando ci dischiudono orizzonti che sappiamo di poter raggiungere; quando ci indicano sentimenti in cui speriamo ancora; quando ci permettono di vivere migliaia di vite altre che nell’arco di una sola vita sarebbe impossibile vivere e   ci permettono una emozione che, altrimenti non riusciremmo a provare o immaginare, luoghi che non potremmo mai conoscere senza il dono dell’ubiquità. Quando ci permettono di riflettere e imparare.
La realtà: la stessa donna senza volto. La stessa casa senza un oggetto da ricordare. Lo stesso cielo senza uno squarcio di cielo.
“Stava sdraiata di lato, ho un letto piccolo, ci si sta male in due. Era rannicchiata in un angolo con la sua piccola faccia appoggiata alla mia spalla. Immobile io guardavo il soffitto della mia porca stanza”. E tutto sa di angusto, di chiuso, di programmato.
La fantasia, invece, è Paola con il suo volto ben disegnato, “un’espressione allegra negli occhi scuri, allungati, vagamente orientali”. La fantasia è il suo caratterino bizzarro e la sua voglia di vivere l’attimo che esplode ad ogni sorriso, ad ogni polemica contro il modo di vivere di lui che non sa vivere, se non nei romanzi impegnati che legge. La fantasia è il cuore in gola dell’attesa. Il cuore in gola per ogni sua parola, ogni suo silenzio. Ogni amante che ha avuto, ha e avrà.
Entrambe le coppie segnano una sorta di “mal di vivere” come rodaggio per imparare a vivere. E traghettare dall’adolescenza verso la giovinezza tra scogli pericolosi e alte maree, che sanno momenti di calma piatta sul mare dell’indifferenza e dell’inedia, con pochi punti di riferimento saldi e solidi nella loro temporalità e spazialità.
Anche Dio, nell’uno e nell’altro caso, è un costante appiglio più per renderlo reo di una sconfitta che àncora di ogni salvezza. È più facile negarlo che ammetterLo nella propria vita e nei propri pensieri e tormenti, dirà lo stesso autore per bocca dei suoi protagonisti. Addebitiamo a Lui la nostra imperfezione perché, se fossimo perfetti vanificheremmo la Sua esistenza. Anche questo è un suo pensiero su cui riflettere. Mi sorge un dubbio: è la nostra arroganza a negare la Sua esistenza? L’IO ipertrofico potrebbe fare di questi “scherzi da prete”. Perché “Dio è un’esigenza”, come afferma con veemenza il ragazzo di fantasia in un contesto di interlocutori ironici, scettici, vibranti di false congetture per coprire il vuoto della loro falsa esistenza. Ma è anche questo il pedaggio che si deve pagare per crescere. E affrancarsi da tutto e da tutti. Non a caso, occorre uccidere il Budda se lo incontri sulla tua strada (Meditazioni Reiki) e ubbidire al comandamento alternativo “Disonora il padre” (Enzo Biagi) se vuoi salvarti dai suoi condizionamenti, dal Super Io che lui in psicanalisi rappresenta e che ti schiaccia e ti colpevolizza. Dio, però, non è un padre umano. Non è un dato certo. Non ha carne, né ossa né occhi che ti scrutano e ti rimproverano. È ricerca e dubbio. Ma finché lo cerchiamo, con umiltà, consci della nostra fragilità e della nostra pochezza di fronte all’IMMENSO che ci sovrasta e ci avvolge, è già in noi. Più vicino di quanto si possa pensare.
Un libro, dunque, alla ricerca di Dio questo romanzo giovanile di Giovanni Gastel? Forse. Certamente è un libro alla scoperta di sé, in mondi paralleli e spesso aggrovigliati come lantane. E anche ogni lettore, pagina dopo pagina, può fare esperienza di sé stesso, nella perdita e nel ritrovamento della propria identità, a cominciare dagli anni di fine secolo Novecento, il “secolo breve” (Eric Hobsbawm) che ha costituito, soprattutto dal Sessantotto in poi, il preludio alla crisi dei valori che ancora oggi ci attanaglia. La morte di Cristo non ha riguardato solo un mondo che credevamo di aver abbandonato alle spalle con il nichilismo predicato da Nietzsche. Quest’ultimo è ancora oggi più virulento che mai, come “L’ospite inquietante” (Umberto Galimberti) dei nostri giorni.
Nelle pagine di Giovanni Gastel tutto questo si ripropone, ma in maniera del tutto personale e sorprendente.
L’io narrante si divide e non ha mai un nome, né eteronimi come accade in Fernando Pessoa.
E, invece, tutti intorno ai due protagonisti, in cui l’io narrante si sdoppia, vengono   nominati: Anna, Paola, Guido, Giovanni, Marco, Alessandro, Mary, Renato, Arturo, Antonio. Quanto importante la nominazione.
I due protagonisti non hanno neppure un nome perché possono sempre nascondersi, confondersi, riassumersi nell’autore stesso e da lui divergere, allontanarsi perché, quando il libro è finito e viene pubblicato, prende il nome di ogni lettore che si fa protagonista e reinventa quella storia per farne un’altra e un’altra ancora, secondo lo stato d’animo del momento, secondo il proprio retroterra culturale, secondo la propria sensibilità, secondo le personali esperienze di vita: quelle vissute e quelle che vorrebbe vivere. Secondo il suo stile e le sue regole. È lui che finalmente crea.
Ed io mi fermo qui, mentre il romanzo continua. Con una sorta di ironia sottesa a. Di malinconia soffusa per. Di sorriso enigmatico e misterioso, senza direzioni.
La conclusione? Potrebbe seguire le regole non scritte della vita. Oppure quelle mai esistite della immaginazione, fantasia, creatività. O, infine, quelle di una totale riscrittura. Al lettore l’“ardua sentenza”. Io ho una mia idea… sarà quella giusta? Chissà! Non si è detto che la scrittura è soggettivamente visionaria e autentica, punitiva e salvifica?
                                                                            Angela De Leo

sabato 12 maggio 2018

“DUETTO PROFANO” di Giovanni Gastel - prima parte

Duetto Profano di Giovanni Gastel
A ridosso della magnifica prima presentazione nazionale del romanzo giovanile “Duetto Profano” (SECOP Edizioni) di Giovanni Gastel, il nostro grande fotografo a livello internazionale, avvenuta il pomeriggio del 10 maggio, alle h. 17, nella sala Romania del Padiglione 3 del Salone del Libro di Torino, non essendo stata purtroppo presente, ed avendo seguito a fatica la diretta per via dell’enorme rimbombo che si avvertiva, come di consueto avviene nel Salone, a causa di suoni, rumori, voci, passi, chiacchierate, che si susseguono e si moltiplicano all’infinito, ritengo di potermi cimentare almeno con una prima “lettura” del libro.
Un romanzo molto originale e ricco di spunti di riflessione per chi sostiene, a ragione, che un buon testo debba aiutarci a dilatare orizzonti e a confrontare il nostro punto di vista con quello degli altri per imparare a coniugare nel modo migliore possibile il nostro essere al mondo e per tentare di affrontare le molteplici realtà, che siamo chiamati a vivere contemporaneamente, con discernimento, senso critico, libertà di pensiero. E di gestirle, queste nuove e non sempre chiare realtà (per questo il futuro ci fa paura) con la necessaria, conquistata e perdurante resilienza, affinché non ci si possa disperdere, come purtroppo spesso oggi anche agli adulti e agli anziani accade, nella complessità della società contemporanea, nella sua velocissima trasformazione, nella indifferenza della massa anonima che definiamo “gente”, negli innumerevoli linguaggi di una tecnologia sempre più disumanizzante e nella comunicazione virtuale e planetaria, croce e delizia dei nostri giorni. Sono questi i nemici che una buona letteratura deve sconfiggere oggi. Per riumanizzare l’uomo e restituirlo ai valori di sempre. E sin qui credo che questo libro abbia tutte le carte in regola.
Dunque, “Duetto Profano”. Già il titolo suscita curiosità, meraviglia. Ci intriga immediatamente. Perché dà voce a due voci (duetto) che dovrebbero andare in sintonia perché sono strettamente legate al canto “ad una voce” e, invece, divergono per “estraneità” allo stesso mondo (profano = che sta fuori dalla dimensione del sacro, ma anche dall’ambiente, dalla storia, dalla lingua e, forse anche, dalla parola e dalla musica che, soprattutto in un duetto, è consonanza, armonia).
Sono due voci legate, ma divise.  Solo le voci? Chi, allora? Forse i protagonisti, forse le storie narrate. Forse lo stesso pensiero dell’autore: un giovanissimo, geniale, diciassettenne che vuole cimentarsi con la scrittura, ma è ancora nella fase della ricerca di sé in un mondo che lo vuole incasellare nelle regole del bon ton sociale (e la foto di copertina in bianco e nero, ma con la metà più buia e misteriosa sfumata di rosso, ne è la straordinaria conferma. Conferma nell’abbigliamento, nell’eleganza del gesto, e della sigaretta tra dita lunghissime di una mano indolente e splendida, che fa da contraltare allo sbocciare del fiore, simile a stella alpina in ribellione controvento sul rever quasi sciallato e ampio della giacca - al posto della pochette nel taschino - nel classico confortevole raffinato pied de poule. Nei capelli semilunghi e appena smossi. Nel volto, corrucciato e severo con occhi grandi a guardare lontano).
Certo, a ben ricordare la storia letteraria, in senso diacronico e sincronico, sono stati molti i grandi autori che hanno usato la strategia del “doppio” nelle loro opere: da Plauto a Goldoni, da Oscar Wilde a Dostoevvskij a Virginia Woolf, a Pessoa, ma in questo romanzo il duplice volto del protagonista si interseca con un duplice romanzo, che dà alla struttura del libro un impianto del tutto particolare e nuovo, nella sua “circolarità (struttura ad anello), in cui realtà e fantasia si aggrovigliano e si allontanano per tornare ad intrecciarsi nei desideri, nei bisogni, nelle dispersioni e disperazioni dei due protagonisti, a cui si affiancano volti e voci e storie di altri ragazzi nella loro “età ingrata”, ma anche di adulti, parenti, estranei, amici perduti e ritrovati e ancora persi forse per sempre. In una girandola di situazioni e di luoghi che ben si addicono alla dispersione/disperazione adolescenziale, e alla tela di ragno di vite solo all’apparenza tranquille e appagate, ma quanto distanti dall’ideale di sé nella verità del proprio “Io” più profondo e quasi sempre ferito e sconfitto.
“Lui ha una vita di merda, lo sa. E sa che io lo so. Ma non parla, sta lì seduto e non parla. (…) Ha una vita di merda, ma dipinge paesaggi. Smette di lavorare, arriva a casa, mangia senza dire niente e si mette a dipingere. Abbiamo la casa invasa di paesaggi. Li ricopia da un album…”.
È il padre del primo protagonista. Senza alcun talento, ma ama ricopiare paesaggi. Nel suo piccolo, ama il bello e se ne fa una ragione di vita in tanto silenzio avaro di sogni. In tanta incomunicabilità. Sono gli anni a ridosso dei film di Antonioni quelli in cui vive la fanciullezza e l’adolescenza l’autore, ed è ancora molto forte la suggestione della trilogia (“L’avventura”, “La notte”, “L’eclisse”) che aveva segnato l’epoca postbellica ancora in crisi di identità e ancora alle prese con la precarietà degli affetti e dei sentimenti, tra scene di silenzio carico di parole non dette. Un senso di asfissia incombe tra il ragazzo che ha dentro solchi confusi di rabbia e ribellione e suo padre, piccolo borghese, “piccolo e fascista. (…) Poi forse non è nemmeno più fascista, solo non gli piacciono i comunisti”.
Di qui l’eterno ritorno nietzschiano all’infanzia e ai luoghi del cuore: il giardino delle meraviglie, la grande villa silenziosa, la Milano della domenica e della messa.
“… Sono arrivato col treno questa mattina. Questa casa è grande. Fin troppo grande. Ha l’odore tipico delle case disabitate. Dà un senso leggero di potenza aprire le finestre di una grande casa silenziosa e buia. La luce entra di colpo e sembra inventare la stanza che illumina, crearla dal nulla. (…) Mio fratello è bello… grande… piace alle donne… ed ha in fondo agli occhi una calda tristezza perfino quando ride. Quando ero piccolo giocava con me in questo grande giardino…”.
Ma è già una storia tutta inventata che ha il magico sapore di un registro linguistico completamente diverso: più morbido, elegante, poetico, descrittivo e connotativo insieme, che dà la stura ai ricordi e ai pensieri “forti” di un diciottenne ricco, colto, divoratore di libri, ma altrettanto scontento della vita che conduce. Annoiato. Solo. Per scelta o per abitudine. O forse anche per contestazione. Forse perché pensa troppo e agisce troppo poco... Pensieri grandi, filosofici, mistici, linguistici, i suoi. E, così, per bocca del secondo protagonista, che ha dimestichezza con l’uso della parola elegante, l’autore, sebbene giovanissimo, ha la possibilità di fare un’ampia digressione/riflessione sulle parole. La loro importanza. Prima delle parole il caos e dopo la Parola - il Verbo - Dio, ordine e perfezione. E alla mente del lettore riporta il ricordo biblico di Adamo, prima creatura vivente, dotata del dono incommensurabile della parola e, quindi, del pensiero (e qui, a mio parere, Darwin potrebbe essere contestato: dove l’anello mancante? Non è stato forse dotato di pensiero, parola, spirito il primo uomo in quanto tale, sulla Terra?).
Fu il primo uomo, infatti, a dare un nome a tutte le cose del creato. E la nominazione diede pienezza di vita e una identità a tutte le cose. E creò l’ordine laddove c’era disordine e la regola laddove c’era confusione. Potenza del pensiero mai disgiunto dalla parola e potenza della nominazione mai disgiunta dall’ordine e dalla causalità in tutti gli accadimenti umani. Dio, Causa prima di ogni cosa?
“A volte penso che il problema stia nelle parole. Le parole che catalogano tutta la realtà, tutti i sentimenti, tutte le azioni. Non c’è cosa che sfugga alla catalogazione. Ci sono parole per indicare persino il contrario delle parole. Al principio era la Parola… e la Parola era presso Dio… e la Parola era Dio…”.