… Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere...
(Evgenij Evtusenko,
Poesie d’amore,
Newton Compton, Roma 1986,
trad. it. E. Pascucci)
E oggi, a quattordici anni dalla sua
morte, avvenuta il 1° settembre 2012, vorrei ricordare CRISTANZIANO SERRICCHIO
come merita.
Ebbene ho
avuto la fortuna e l’immensa gioia di averlo come Preside prima e poi come caro
amico dal 1957 (anno in cui mi trasferii a Manfredonia-Foggia da Bitonto-Bari per seguire
mio padre, Maresciallo Maggiore dei Carabinieri) al 1965 (anno in cui mio padre
andò in pensione). Ecco il mio racconto di quegli anni.
<… In classe c’era, con altri
quattro sparuti ragazzi, anche Primo che mi faceva ridere con le sue battute
fulminee e al veleno, soprattutto contro alcuni insegnanti. Cominciò, pian
piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose
(strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare
o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei
cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso
ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio
divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei
professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i
banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato
contrastato fin dal suo nascere dai miei genitori, e se non fosse stato per il
nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato
dal mare.
A scuola il Preside era proprio il
giovanissimo ma agguerrito di studi e determinazione, da buon montanaro, nato
sui monti della Daunia, Cristanziano Serricchio, che era un capo d’Istituto abbastanza severo ma con atteggiamenti di
grande comprensione verso il mondo dei giovani.
Io e Primo, insieme con un gruppetto di altri
arditi come noi, rivoluzionammo la classe, cominciando anche a scrivere un
giornalino scolastico, dove proprio noi due ci assegnammo il compito di
redigere le pagine più importanti: la critica letteraria e di costume, la
poesia dei grandi e le nostre poesie, i racconti degli autori famosi e i nostri
racconti, le parodie. Ma il nostro “diario di bordo” concluse miseramente i
suoi giorni, strangolato dalla mia presunzione, superficialità e ingenuità.
Scrivevo parodie irriverenti sui nostri professori e quasi tutti gli
“attaccati” ridevano di buon grado soprattutto quando si trattava dei miei
strali contro i colleghi. E tutti mi dettero il loro consenso quando criticai
una professoressa in modo feroce da farle prendere un colpo alla lettura dei
versi incriminati che la riguardavano. Svenne e dovettero ricoverarla in
ospedale. Successe il finimondo in tutta la scuola. Venne fuori il mio nome.
Fui chiamata dal Preside che si disse costretto a “buttare a mare” il nostro
giornalino perché “rischiavamo il naufragio” per mancanza di maturità e
giudizio. Io, rammaricata e piena di rimorsi, mi assunsi ogni responsabilità e
promisi a me stessa che mai più avrei usato le parole per ferire qualcuno. E,
ancor di più sentii valida dentro di me quella promessa quando, molti anni più
tardi, seppi della morte per infarto della professoressa così tanto provata dai
miei incoscienti versi a lei rivolti. Ancora oggi mantengo quella lontana ma
salutare regola di comunicazione verso gli altri. Mai usare la parola come
spada. Può davvero uccidere! (Ma quanti se ne rendono conto, oggi, in questa
nostra società violenta, volgare, respingente?).
Questo solo un esempio delle mie “dis-avventure” scolastiche, piene di dubbi e rimorsi. E ogni volta mi dicevo “mai più”. Ed ogni volta mi sforzavo di mantenere i miei buoni propositi. E spesso accadeva! Ma non sempre. Anche oggi, piuttosto che rischiare, taccio.
Allora, eravamo in
due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto
ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della
incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi
delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente
diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E
nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in
qualche modo, incompatibili.
Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio
il Preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì
tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo
fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di
essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci
aspettavamo, ci sorrise chiedendoci:
“È una cosa seria?”.
Intuii allora la tenerezza del suo cuore. Tanto
simile alla mia.
“Vi volete davvero bene voi due?”.
Un Poeta il Preside? Sì, un Poeta che aveva sposato
una donna più anziana di lui, amandola più della sua stessa poesia. Scoprii
tutto questo un paio di anni dopo, quando, agli Esami di Stato, seppe che avevo
scritto un tema di quattro fogli di protocollo fittissimi (suscitando
l’allarmata perplessità della Commissione) sui versi de “La signora Lalla” di
Marino Moretti
(“Quando
l’anima è stanca e troppo sola/ e il cuore non basta a farle compagnia/ si
tornerebbe discoli per via,/ si tornerebbe scolaretti a scuola.// Ma sì
prendiamo la cartella scura,/ il calamaio in forma di barchetta,/ i pennini, la
gomma e la cannetta,/ e la storia sacra e il libro di lettura…).
Se ne fece un gran parlare dentro e fuori la scuola. Lui mi chiamò in presidenza e mi disse che, se avessi avuto bisogno di approfondire altri autori non contemplati nel programma d’esame, mi avrebbe prestato volentieri alcuni suoi libri perché li leggessi durante l’estate per scoprire la ricchezza della letteratura contemporanea che la scuola purtroppo ancora ignorava. Non li avrei neppure aperti, ne ero sicura, presa com’ero dalle magiche scoperte dell’amore e dalla mia perseverante scarsa voglia di studiare persino per gli imminenti esami orali, ma accettai ugualmente la sua proposta, curiosa di vedere la sua casa e di conoscere sua moglie ed eventuali figli. In realtà, poi quei libri li divorai perché mi dischiusero orizzonti più ampi di poesia che ignoravo.
Andai con Primo a casa
sua in una stradina (via Campanile, n.13) che dal corso portava al mare, attraverso
Arco Boccolicchio, oggi famosa proprio per alcuni suoi bellissimi rammemoranti
versi. Fu
allora che ci presentò sua moglie e i figli (due ragazzine e un ragazzo ancora
piccolino) e ci parlò di lei con parole molto tenere. Rimasi incantata. Non
parlò affatto delle sue poesie. Come se volesse fermare il tempo su di lei. E
rimanere in secondo piano. Lui, annullato in lei. Andammo altre volte a casa
sua, invitati anche dalla signora Delia Donnamaria (raffinata e colta, anche
perché figlia di un notabile del paese). La signora Delia era sempre molto
accogliente e affabile. A due passi, il rumore del mare fu dolcissima o
impetuosa musica di sottofondo alle nostre vivaci e sorridenti chiacchierate.
Siamo stati fortunati io e Primo ad averli frequentati per un po’ di anni, ma
non ci venne mai in mente di chiedere al nostro Preside dei suoi versi o di
fargli leggere i nostri. Era, tra l’altro, uno studioso della cultura dauna e
della identità etnica di un popolo sempre dimidiato tra l’attaccamento alla
terra e alla civiltà occidentale e la libertà del mare verso l’Oriente magico,
mitico e fantastico. Con Federico II e re Manfredi a sintetizzare perfettamente
questi due mondi. Molti suoi saggi lo attestano. Allora, però, era solo il
nostro Preside con un’apertura culturale e mentale diversa da quella degli
altri dirigenti scolastici. Esplose la sua poesia, e la sua fama, nel mondo
delle lettere alcuni anni dopo. E oggi è conosciuto e apprezzato Poeta,
Scrittore e Saggista non solo in Italia, ma anche all’estero. Con i numerosi e
meritati premi che ormai tutti conosciamo.
Intanto, agli esami orali per la maturità, il
professore esterno d’italiano, dopo aver letto quel tema-fiume con notevole
interesse ma altrettanta diffidenza sulla sua autrice, mi aspettò al varco,
mettendomi di fronte a tre antologie e ingiungendomi di scegliere almeno una
tra le tante poesie più significative di alcuni autori della nostra
Letteratura, dalle Origini al Novecento. Mi suggerì anche di inquadrarli nel
periodo storico e nella corrente letteraria in cui la loro poetica era
maturata. Io non scelsi. Aprii la prima antologia a caso e lessi la poesia che
vi avevo trovato, mi divertii a commentarla, a modo mio, ad inquadrarla
storicamente e culturalmente, riferendomi a quanto avevo leggiucchiato e
orecchiato qua e là sul suo autore ed andai avanti per un bel pezzo,
continuando a girare pagine e a parlare come un fiume in piena di poesie e di
poeti e scrittori, giungendo così alla seconda e alla terza antologia. Chi mi
ispirò? Avevo studiato pochissimo per gli esami, con la mia solita incoscienza
(anche Lizia, mia sorella maggiore e studentessa modello, venuta a sostenermi,
si era detta scettica sul buon esito di quella difficile prova di maturità,
date le enormi lacune che anche con lei, che mi interrogava, andavamo
riscontrando nelle mie conoscenze letterarie, filosofiche e soprattutto
scientifiche…), ma avevo letto gli autori che amavo per conto
mio, senza un programma, senza una regola, senza seguire un percorso
storico-letterario. Quella mattina, durante l’esame, avevo commentato a caso,
attingendo dal mio intuito, dalle poche letture fatte a macchia di leopardo.
Articoli di giornali, riviste, libri di poeti e scrittori: un po’ di biografia,
qualche aneddoto simpatico attinto da spigolature varie più per curiosità e
diletto che come studio sistematico e scolastico. Sentivo la presenza al mio fianco di zio Padre
Leonardo, fratello di mio nonno e grande oratore, con la sua “sterminata”
cultura che sicuramente, grazie alle nostre sporadiche ma intense
chiacchierate, mi era venuta in soccorso. Quando il professore mi bloccò, mi
accorsi dell’ora tarda e del silenzio nell’aula d’esame. Tutti i professori
della Commissione si erano fermati ad ascoltare. Mi sorpresi. Mi meravigliai.
Non riuscii subito a decifrare quella insolita situazione. Avevo fatto
bene? Avevo detto corbellerie? Quando raggiunsi Primo, Lizia e Anna Maria, l’altra
mia sorella più giovane di me, che erano in mezzo al pubblico dei familiari,
vidi anche mio nonno e mio zio tra loro. Tutti mi guardarono esterrefatti senza
pronunciare parola. Le avevo consumate tutte io. Furono loro a dirmi che “li
avevo stesi”. La “pecora zoppa”, almeno per quella mattina, aveva raddrizzato
il passo percorrendo il sentiero giusto. Quasi una via maestra.
Purtroppo, due giorni dopo, m’inabissai in quel
buco nero che era per me la matematica, e mi trascinai nell’abisso scienze e
storia dell’arte e a nulla valsero i calci negli stinchi della professoressa
delle due prime discipline, membro interno, per tutte le cavolate che potetti
sparare. Praticamente, detti i numeri invece di dimostrarli. Il buon Serricchio
chiamò mio padre e gli disse che avevo creato nei professori esaminatori “un
vero caso di coscienza”, confidandogli che la Commissione d’esame aveva dovuto
“tappare tre grosse falle”, con addirittura un 2 in Storia dell’Arte, ma
nessuno si era sentito in cuore di rimandare un’alunna che aveva scritto un
tema che era un saggio di critica letteraria e aveva sostenuto in italiano un
esame orale brillante, facendo simultaneamente agganci con la storia, la
geografia, la filosofia, la psicologia, ecc. ecc.
Serricchio sorrise paterno al volto nero e
inviperito di mio padre, dicendogli che avrei sicuramente avuto una carriera
luminosa all’università e oltre e che, nel corso degli anni, lo avrei reso
orgoglioso di me perché sarei sicuramente diventata una scrittrice e una
poetessa, con la mia
incoscienza certo, ma anche con la mia innata capacità di leggere criticamente
i versi di qualsiasi autore. “È un dato di fatto inconfutabile. Un dono che le
è piovuto dal cielo”. Un dono, in cui mio padre non ha mai creduto. In cui
Cristanziano Serricchio ha sempre creduto fino al giorno in cui ci salutammo
per l’ultima volta. Un dono, di cui non avevo e non ho alcun merito. Non una
faticosa conquista, dunque, ma uno squarcio d’azzurro e un brulichio di stelle
e di onde e di corolle fiorite nella mia testa. Al posto delle vecchie
formiche, mosche e cicale. Al posto dei
miei ingarbugliati pensieri tra le nuvole. Persino a mia insaputa. Anche per
Primo Serricchio aveva avuto sempre stima e ammirazione. Si incontravano sul filo della
reciproca ironia.
Sul suo libro Fiori sulle pietre (Editrice Leone, 1957), che mi diede in regalo,
scrisse: Angela, non mollare mai, non mollare anche quando
tutto sembra andare a rotoli non mollare. Tutto passa e tutto resta, resta
quello che sei passa quello che gli altri pensano di te e che non sarà mai
quello che realmente sei. Non perdere mai la fiducia in te stessa, per non
perdere la capacità di scegliere, di osare, di andare avanti… Cristanziano S.
Mi convinsi che meglio di così non avrei potuto
fare. E probabilmente era vero. Vissi, infatti, il mio momento di gloria e di
celebrità. Fui invitata a turno dai miei docenti a fare quattro chiacchiere con
loro sugli studi da intraprendere dopo il diploma. Non ne avevo idea. Non avevo
mai messo in conto di frequentare l’Università. Non m’interessava. Non avrei
mai voluto insegnare. Non avevo ambizioni di sorta. Mi piaceva scrivere e
basta. Solo scrivere e magari raccontare… Ma ero costantemente pungolata da
alcuni professori (non soltanto della mia classe e della mia scuola), con i
quali, d’estate, avevo la dis-avventura di incontrarmi al mare. Ormai si era a
fine luglio o agosto (le mie vacanze estive in riva al mare duravano tre mesi)
e, sotto l’ombrellone, al “Lido Tricarico”, si parlava purtroppo di università
e di indirizzi da prendere in considerazione: letterario, filosofico o
psicologico, dato che avevo dimostrato del talento, dicevano, per la scrittura
e per i fondamentali problemi dell’uomo e della sua psiche. Fui anche spesso
invitata dal mio professore di filosofia, prof. Salcuni, a “discettare” sui
vari filosofi contemporanei che non avevamo potuto studiare a scuola. Si
divertiva con me ad aprire ampie conversazioni su Nietzsche perché trovava
interessanti le mie disquisizioni, dettate più dalla mia irruenza e
incompetenza che dalle teorie codificate nei libri di critica di quegli ultimi
anni e che io ignoravo del tutto. Curioso come
un gatto, si divertiva a farmi domande, aspettando con malcelato interesse le
mie risposte, che accoglieva con una faccia compunta e assorta, ma trapuntata
di sorpresa e dubbi e punti interrogativi. Si divertiva. E mi divertivo anch’io
a guardare le facce che faceva nell’attento ascolto delle mie balordaggini. Anche lui mi
sollecitava a non abbandonare gli studi. E non li abbandonai. Grazie non solo agli
interventi di un Preside illuminato come Cristanziano Serricchio o dei vari
professori, ma quasi esclusivamente grazie a Primo che aveva deciso di
iscriversi alla Facoltà di Lingue nel nostro capoluogo ed io volevo stare con
lui. Era il mio amore e mi iscrissi all’Università di Lingue e Letterature
Straniere, ubicata presso il lungomare, solo per amore, dunque. Ancora una
volta, commettendo il grosso errore di non fare la scelta giusta della Facoltà
giusta. Si trattava di Materie Letterarie, presso l’Ateneo al centro di Bari,
che solo l’anno dopo fui costretta a raggiungere dalle pressioni di un parente
che mi conosceva benissimo. E ci volle un ulteriore esame di ammissione,
essendo una Facoltà a numero chiuso! Mi separai, mio malgrado, da Primo, ma non
dal mio amore per lui.
Dammi
la tua mano…
Vedi?
Adesso
tutto pesa la metà…
(Leo Delibes)
…
La cosa più bella del nostro amore
è
che esso cammina sull’acqua
e
non affonda.
(Nizar Qabbani)
E così è stato per circa quarant’anni!
Ma indimenticabile è rimasta in me la forza poetica
e umana di Cristanziano Serricchio.
E oggi ho proprio tanta voglia di parlarvene per
riattualizzarne il ricordo, anche perché fino alla fine della sua lunga vita ha
scritto poesie di amore, di nostalgia e di rimpianto per la sua amatissima
Delia, con un fervore che l’ha consegnata all’eternità. Ancora una volta lui
perdutamente perso in lei, per ritrovarsi in due… Grazie. Angela/lina