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lunedì 25 giugno 2018

Giovanni Gastel e la sua personalità complessa di Uomo e di Artista - parte prima

Giovanni Gastel ha una personalità così complessa che sfugge ad ogni definizione perché è eternamente cangiante, contraddittoria, sorprendente. Ma sono forse proprio queste peculiarità a renderlo così affascinante e amabile, amato. E tutte le sue Opere servono a darci di lui una idea veritiera e sempre apparente perché l’Artista guizza continuamente tra l’essere e il non essere. Ossimoro di sé stesso sempre.
Così in “Duetto Profano” (SECOP Edizioni, Corato-Bari), “che dà voce a due voci (duetto) che dovrebbero andare in sintonia perché sono strettamente legate al canto “ad una voce” e, invece, divergono per “estraneità” tra i due mondi in cui vivono e agiscono i personaggi Sono due voci legate, ma divise. Forse dei protagonisti, forse delle storie narrate. Forse dello stesso pensiero dell’autore: un giovanissimo, geniale, diciassettenne che vuole cimentarsi con la scrittura, ma è ancora nella fase della ricerca di sé in un mondo che lo vuole incasellare nelle regole del bon ton sociale (e la foto di copertina in bianco e nero, ma con la metà più buia e misteriosa sfumata di rosso, ne è la straordinaria conferma). In una girandola di situazioni e di luoghi che ben si addicono alla dispersione/disperazione adolescenziale, e alla tela di ragno di vite solo all’apparenza tranquille e appagate, ma quanto distanti dall’ideale di sé nella verità del proprio “Io” più profondo e quasi sempre ferito e sconfitto.
Di qui l’eterno ritorno nietzschiano all’infanzia e ai luoghi del cuore: il giardino delle meraviglie, la grande villa silenziosa, la Milano della domenica e della messa.
Ed era ancora un bambino che guardava il mondo con occhi spalancati, senza fiabe certo, ma un mondo ancora da scoprire, da vivere. E, invece, la morte in agguato lo condizionerà per tutti gli anni a venire. Da quelle immagini in poi nulla sarà come prima. Neppure le parole. Neppure i silenzi che spesso urlano parole mute. Ma il romanzo non può restare senza parole. E il romanzo nel romanzo neppure. Il male di vivere corrode le menti più sensibili.
La quotidianità ha le sue leggi intransigenti sia che si viva in un mondo dorato sia che ci si arrabatti in un ambiente senza pretese e senza voli alti.
Anche Dio, nell’uno e nell’altro caso, è un costante appiglio più per renderlo reo di una sconfitta che àncora di ogni salvezza”.
Dualità profonda sempre in Giovanni Gastel anche di fronte a Dio che ricerca e rinnega in ogni suo pensiero, in ogni sua poesia, in ogni scatto ad eternare l’attimo.
Lo stesso avviene nella raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo-Milano).
“Qui i versi sono liberi, eppure ricchi di figure retoriche per un senso innato del bello, che il poeta avverte in sé e trasferisce nelle parole a rendere, nonostante il continuo disincanto, un’atmosfera incantata per l’armonia interna che vi regna”. Soprattutto quando rammemora l’adolescenza e il suo splendore ancora intatto.
Ma è un idillio che non può durare. Le contraddizioni hanno subito la meglio e quella che sembrava un’età felice si veste di mille apprensioni e di presentimenti che tolgono smalto e fervore di vita ai giovanili anni, e tutto diventa cupo, buio, misterioso. Il corpo langue e la mente è soggiogata da tetri pensieri di morte, ritenuta assassina e responsabile di tante immense paure.
“Con Gastel è come viaggiare eternamente sulle montagne russe, niente è scontato e sempre uguale, neppure lo stato d’animo di un attimo prima corrisponde alla certezza dell’attimo dopo. Tutto viene affermato e smentito, pur nella realtà del momento, pur nell’incubo che ne consegue. Il passare del tempo gli procura angoscia, ma anche il dover vivere ancora una notte gli pesa tanto quanto i demoni a visitarlo, oltre le barriere del buonsenso e dei freni inibitori per vivere con gli altri, in mezzo agli altri”. Eppure, non vorrebbe mai una vita regolare, semplice, serena, sarebbe in antitesi con i tumulti del cuore e della mente: “la storia degli uomini è/ nell’angoscia della foresta”.
Per fortuna, la scrittura. Necessità di vita è scrivere con le prime ombre della sera per salvare un giorno “vuoto” che finisce, e per salvarsi da quel vuoto che è voragine e disperazione.
“… ad addolcire un altro giorno vuoto/ di cui non conserverei memoria/ se non per i neri segni che a sera/ inciderò su un foglio bianco.
Ed ogni parola, sia pure inconsciamente o intenzionalmente, è scelta con cura, calibrata nella sua profondità. “Incidere”, per esempio, è azione molto più “incisiva” più forte e determinata di vergare o scrivere. I “neri segni”, piuttosto che i segni neri, riguardano una locuzione che ha una diversa valenza semantica: è una sorta di anastrofe che rende più leggero il segno e lo connota come scrittura.
Io sono un disperso (…) che (…) affida se stesso/ alle parole che scrive.
Ed è un affidarsi totale, quasi un “naufragare” di leopardiana memoria.
C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartengono, che riconosciamo e teniamo per noi. Ci sembra quasi di averle dimenticate. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire e la nostalgia ci prende, come per ogni ritorno (nòstos), che è gioia, ma anche dolore (àlgos).
E, del resto, … All’origine tutto era parola.
E qui il richiamo biblico è forte. E il richiamo al Verbo che era presso Dio ed era Dio. Il Verbo ha una parola sola. Una sola Verità. Basta riconoscerla. Ma con presunzione gli uomini la cercano nella scienza, che non possiede verità, ma parziali porzioni di conoscenza, suscettibili di essere confutare e capovolte, nel tempo e nello spazio. La cercano nella propria mente, ma non è la razionalità a dare risposte chiare e definitive. Nel cuore che è un “guazzabuglio” di sentimenti e di risentimenti. Forse solo “oltre il muro d’ombra”. Ma forse sarà troppo tardi per credere e per sperare. La fede, unica ancora di salvezza? Forse. Se avessimo il coraggio di credere. È più facile negare che ammettere. Dice lo stesso Gastel, in versi, in prosa, con gli scatti delle sue foto che vibrano di bellezza ma non di verità. Perché ciò accada, Giovanni Gastel cerca nelle sue modelle l’anima. E l’anima cerca nelle parole. La cerca in sé stesso. Non si lascia influenzare dalle regole e dalle mode. Scrive come in quel momento gli detta il sentimento. diversi. E ognuno può esprimersi come meglio crede purché ci sia emozione, ci sia Poesia.
Credo sia una conquista pluralistica nella complessità del mondo contemporaneo”. Anche la commistione di generi artistico-creativi fa parte di questa ricerca del nuovo nel rispetto della classicità e del sentimento profondo che la sostiene. L’unica ricerca che potrebbe pacificare il mondo interiore con quello esteriore, in una adesione reattiva alla società del post postmodernismo e del recupero dell’autenticità del linguaggio e della vita.
In Giovanni Gastel questo viene messo in atto in tutte le sue opere, fino a connotare una scrittura narrativa e di comunicazione sincera e immediata. “Risolvendosi persino nella accettazione delle proprie ombre per superare i condizionamenti di una cultura familiare, che ancora lo affascina e lo lega, con lacci d’amore, certo, ma anche con la fragilità che ne deriva. Si pensi ai mai spenti dialoghi con l’amata madre, con il rimpianto fratello, perso alla sua vista, ma non al suo cuore.
Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.
‘Io sono una pianta rampicante’ è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
‘Io sono una pianta rampicante’: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono…
La cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese sono, comunque, gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avverte a suo danno: la solitudine dell’“albatros” (Baudelaire) o dei “numeri primi” (Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per   la genialità che gli concede di forare il cielo e sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricompongono in Unità: Giovanni Gastel è tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie firmano la sua genialità. La sua umanità”.
Oggi Giovanni Gastel è sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa male e che vuole dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma.
Anche nel “Catalogo” (curato nei minimi particolari e con infinito amore da Maria Cristina Brandini), che ha accompagnato tutta la Mostra delle sue fantastiche fotografie al Broletto di Como, la stessa immagine di copertina evidenzia tale dicotomia nella sua innegabile unità: il bianco luminoso delle ali in volo verso spazi sempre più alti e più ampi, e il nero abissale del tunnel ad avvolgerlo ad ogni contatto con la terra e con il mondo della realtà e della concretezza. E, al suo interno, il Teatro gasteliano.
“Le sue Immagini. Le sue Fantasie. I suoi Personaggi che si raccontano e lo raccontano. In ogni simbolo. In ogni verità. In ogni passaggio esistenziale e artistico a descrivere fortemente i suoi percorsi umani e professionali.
La prima foto non smentisce quanto detto sin qui. Ecco una donna-conchiglia di un bianco avoriato su sfondo nero, con una particolarità: il volto assorto ed enigmatico con lo sguardo lontano è diviso a metà dal vortice della conchiglia che crea trasparenze lunari nella metà che avvolge, lasciando in ombra l’altra metà. E persino il fiore rosso delle labbra chiuse risente della dimidiazione tra segreti di voci da riportare all’orecchio in un turbinio di onde senza fine, e segreti di voci da dimenticare nella penombra scura di ogni tormento (Gastel e la sua anima di pari passo con la sua Arte). Anche la seconda foto gioca la sua misteriosa essenza sul bianco e il nero, questa volta non più divisi, ma sapientemente annodati in volute che labirintano una donna-fiore e gambo esile su cui esplode un fiore (gardenia o camelia), attraversato da onde di luce, o una donna-cigno, pronta a spiccare il volo con le sue mani-piume in una posizione di slancio, frenata appena dalla sospensione di occhi titubanti e perplessi, in attesa di un vaticinio che la spinga ad osare…
(illusioni sotto le varie maschere che il Teatro rende vere. Dove la verità solo nella finzione o viceversa? Il dubbio rimane)”. 

venerdì 22 giugno 2018

Omaggio alla Bellezza - parte prima

Omaggio alla Bellezza

Il 20 giugno, nello sfarzoso e suggestivo Colonnato della Città Metropolitana di Bari, che si affaccia sul mare, si è tenuta l’Inaugurazione della Mostra “OMAGGIO ALLA BELLEZZA”, dedicata a “… un cercatore e cantore della bellezza, Michele Campione…” con Opere pittoriche di Luigi Basile, Cataldo Mastrorilli, Enzo Morelli.
La catturante Mostra è stata progettata e fortemente voluta dall’infaticabile Enzo Morelli che l’ha affidata, per l’organizzazione e la realizzazione, alla sempre entusiasta e accogliente Cettina Fazio Bonina, Presidente dell’Associazione Porta d’Oriente, ottenendo il Patrocinio di vari Enti ed Istituti.
È stata corredata, inoltre, da un Libro d’Arte avente lo stesso titolo OMAGGIO ALLA BELLEZZA (SECOP Edizioni, Corato-Bari).
Per chi ha avuto, durante la festosa serata, la fortuna di sfogliarlo è stato senza dubbio un piacere per gli occhi e per il cuore, in totale adesione con la Mostra e i temi raccontati dalle preziose tele. Tra le sue pagine, infatti, alle Opere dei tre grandi Artisti fanno corona le poesie di quindici Poeti pugliesi che hanno perlopiù cantato la Bellezza della nostra Terra.
Il Libro, intanto, ha una copertina fascinosa perché vivacizzata dai colori della creatività immaginifica, che fanno da sfondo al titolo, scritto quest’ultimo in forma più sobria e chiara, con grafia molto elegante, su un quadrato scuro illuminato dal bianco della scrittura. All’interno, subito i nomi dei Pittori e dei Poeti. Poi, i felici interventi introduttivi di Lucia Anelli, per la Pittura, e di Mario Sicolo, per la Poesia. Nomi che in Puglia sono molto noti, per cui non hanno bisogno di presentazioni.
La migliore presentazione si fa spazio nelle loro imperdibili parole.
“Un dolce vento passeggia tra le fronde e sinuoso s’inerpica tra le pieghe del tempo, emblema di un appassionato connubio tra Natura e Uomo, sospiri vagheggiati e onirici viaggi verso mete lambite dal cielo. Tutto conforma un’idea di bellezza assoluta, del corpo, dell’arma, del creato…”.
Come non lasciarsi catturare dalla bellezza di questo incipit sulla passeggiata attenta, colta e curiosa tra i dipinti dei nostri tre Artisti?   
“Immaginate un abbraccio intenso - diremmo quasi un ‘amplesso’, secondo rigoroso etimo latino - fra lirici colori e versi cromatici, tele suadenti e onirici componimenti, paesaggi lontananti e arcane parole, ed avrete ‘l’idea’ che state sfogliando in questo momento…”.
E quest’altro incantato inizio, in cui fanno già capolino suggestive figure retoriche
a connotare la penna di chi ha vergato queste sottili parole come lame di luce a scavare nei versi dei tanti Poeti?
Poi, ecco sfolgorare di cilestrino sorriso la soglia della passeggiata tra le tele e i colori e le forme di una pittura che ha modalità antiche e respiri contemporanei, immersi come sono tutti in una particolare luminosità che riveste di splendore il sogno e la poesia.
Così ci appaiono le (ma)donne di Luigi Basile: abbaglianti. Sensuali e tenere, peccaminose e innocenti, angelicate e fortemente radicate alla terra tra spighe dorate e celestiali grappoli di cielo in caduta libera. Sono bellissime Primavere alla Botticelli, in una rivisitazione tutta contemporanea per le vesti, i volti, la estemporaneità di alcune situazioni raccontate, le pose tra reminiscenze classiche e umori moderni…
E, tra un dipinto e l’altro, ecco le poesie che cantano e incantano, che dicono e celano, che ricordano o volano verso un futuro ancora possibile. Visionarie o realistiche, essenziali o fluviali, hanno tutte un mistero da svelare e una verità da tacere… i luoghi del cuore e i ricordi antichi… I silenzi che non temono le domande, ma tacciono le risposte pulsanti d’anima… I sogni cercati come pepite d’oro a trasformare la Bellezza in ragione di vita… La purezza adamantina di ogni forma d’Arte… L’incanto degli occhi bambini a rendere magica ogni cosa…
“… un cucchiaio di paesaggio dopo i pasti principali/ la morte seduta sul comò in camera da letto/ riconoscere lei dalla camminata lui dalla voce/ la viacrucis che ripassa a memoria misteri & misteri/ il quaderno di facce dialettali per i giorni feriali/ il bello del paese è tutto questo e altro ancora.” (Lino Angiuli, “Il bello del paese è”).
Oppure
“Seppellire i frammenti/ entro il muro della restrizione o legarli/ come avviene per l’arcobaleno/ dopo la tempesta?/ Come se la morte/ ci dipingesse ognuno/ volto di risposte frammentarie/ o di domande confluite/ nel parallelismo/ dei silenzi. (Carlo Alberto Augeri, “Una meditazione poetica”).
E ancora
“… La magia di un abbraccio imprevisto/ Un tratto ardito sulla tela/ Un cielo arrossato di nuvole/ Il volo sospeso di un gabbiano/ mani sapienti che lavorano argilla/ Il tronco inquieto di un ulivo/ Un mare solcato di luce/ Un fiore tremulo nel vento/ Il sole ad ogni alba/ Una spugna trasportata dalle onde/ Quale la meta del mio cercare?...” (Alessandra Campione, “Cercatore di sogni”).
Già, quale la meta, se il viaggio è il prodigio dell’andare che fa fiorire sogni ad ogni incontro di sole, ad ogni inquietudine che l’ulivo suggerisce e suggella, ad ogni cielo che si fa specchio di mare e ad ogni mare che ha un’onda leggera controvento? Non è il viaggio più importante dell’arrivo? È tutta qui la Bellezza, nel ricamo dei giorni che andiamo a dipanare lungo il cammino con occhi sempre nuovi e ardenti…
Inoltre
“Un cristallo di neve, una piuma d’uccello/ la geometrica purezza d’un diamante/ stringono il senso d’un altrove…” (Sergio D’Amaro, “Un cristallo di neve, una piuma d’uccello”).
Infine
“S’intrecciano corolle e pensieri/ su ardenti spini che hanno ali leggere/ a sfioccare in volo l’argentea lanuggine/ che ebbe un tempo le mie mani bambine/ a racchiudere a nido l’immenso tesoro…” (Angela De Leo, “Murgia magica”).
E il pensiero corre a quell’“occhio di Gesù” che rincorrevamo da bambini col cuore in tumulto per l’immenso tesoro che racchiudevamo nelle mani quasi fosse bellezza assoluta e arcano incanto…
Poi sono le tele di Cataldo Mastrorilli a riportaci indietro nel tempo in un tripudio di rossi infuocati come le fiamme nei camini e i panni stesi ai balconi delle imminenti sere, in cui non accadeva nulla se non il raccontarsi la fatica e il dolore, o i lupi di tramontana negli arrossati tramonti, urlanti al cielo l’asprezza della vita. E finestre sospese tra innocenza di bianche lenzuola e incendi di avvenute perdizioni affacciate all’alba dei galli a svegliare il nuovo giorno, tra un giallo di limoni montaliani e una fioritura di volti antichi al sopraggiungere di una scontata quotidianità...
E le poesie si riprendono il loro spazio per cantare:
“… il viaggio potevamo continuare/ agli arcobaleni in gemme di sogni/ andare ch’era sempre preludio/ per una terra che vive di bellezza/ il risveglio nell’aprile del mio sud/ e quel tanto che ci resta da amare…” (Zaccaria Gallo, “Questo Fragile Bene”).
Il viaggio ci precede e ci segue in questo nostro vagabondare in cerca di bellezza, che germoglia, con tutti i nostri sogni, ancor di più in ogni attesa meravigliosa primavera. E i “sandali di crepuscolo” che affondano “nell’erba”, già rilevati dall’occhio acuto e romantico di Mario Sicolo, sono già di per sé Poesia…
“Dentro una sera/ senza tempo/ i lumi bassi/ i tiepidi approdi/ un vergine respiro/ che scruta luna e abissi./ E quieto mare/ infine e quieta sera/ di serena luce e lieve canto…” (Valentino Losito, “Sera senza tempo”).
Quanta dolcezza e bellezza in questa sera “senza tempo”, in cui “i lumi bassi” definiscono una penombra che è “quiete” e respiro, sollievo dalle fatiche del pieno giorno e preghiera di ringraziamento del giorno concluso in un “profondo battito” della terra, “rivelando alfine l’essenza del suo io a sé stesso” (Mario Sicolo).
“… È morto invece come/ fosse stato uno degli uccelli/ che così tanto amava:/ dopo giorni di tenue pigolio,/ con la debole mano accoccolata nella mia./ So che agognava di spiccare il volo!” (Marta Mizzi, “La bellezza del ricordo”).
Anche la morte può rivelare una nascosta e suggestiva bellezza se è l’amore di una figlia a raccontarcela “accoccolata” nel nido sicuro e tenero della propria mano.
“… alla bellezza preme/ raccogliere/ le carezze degli sguardi dei puri,/ adunando occhi/ smarriti di drammatico stupore./ Semplice la tela e d’amore.” (Marino Pagano, “Dove respira la bellezza”).
Mi “preme” sottolineare la forza e la potenza esecutiva di questo stilema (“preme”), che è a fine verso per dilatarsi libero verso quello successivo in una sorprendente espansione di senso dolcissimo che si compie nelle “carezze degli sguardi puri”. La bellezza è innocenza e tenerezza. È stupore e smarrimento. È ricamo d’amore sulla tela dei giorni.