sabato 2 giugno 2018

Divagazione su un grande amore


È ormai giugno. Per alcuni cominciano le vacanze. Spesso è accaduto anche per me. E alcune volte è capitato a me e alle mie sorelle, capitanate da mio cognato Gianni, di andare in vacanza a Chianciano per ritemprarci con le benefiche acque termali, lunghe passeggiate nel verde dei viali alberati ancora illuminati dalle lucciole nelle siepi e lo scambio di allegre battute. Un paio di anni fa, ecco una storia che conferma le mie ultime riflessioni sull’Amore. Eccola.
Chianciano al tramonto era tristezza e rimpianto. Un vuoto di gente sotto fitti rami attraversati dagli ultimi raggi del sole morente, ma ancora infuocato di un giugno caldissimo e sfibrato.
Il vecchio hotel, che aveva conosciuto tempi di splendore e di eleganza, era immerso nell'insolito silenzio di un'annata povera di clienti. Colpa della crisi e del disamore dei giovani per gli anziani, la quiete, il termalismo. Chianciano languiva. I pochi clienti del silenzioso hotel tacevano anche loro, seduti sull'ampia veranda colma di sdraio e tavolini, sopraffatti da una tristezza che stringeva il cuore tanto da non avere più neppure la voglia di raccontarsi.
Ad un tratto, un camioncino multicolore frantumò il silenzio col suo irrompere nello spiazzo antistante alla costruzione alberghiera di quattro piani semideserti, e vi portò scompiglio. Una ventata di novità che ben presto si trasformò in allegria. Scesero il conducente, un uomo anziano ma ben messo, ancora vivace e scattante nel volto e nei movimenti, e una donna, sua moglie, più acciaccata, rotondeggiante, sorridente, che si fece subito notare per il suo vestito che faceva a gara con i colori del loro furgone. Si presentarono prima ai pochi clienti seduti fuori con modi sbrigativi e catturanti: Antonio, Vinia; poi, al gestore dell'albergo dietro il banco della reception. L'hotel in un attimo si rivitalizzò, colorandosi della presenza chiassosa e ciarliera dei due nuovi arrivati che, immediatamente, scaricarono dal furgoncino parecchi strumenti musicali: mandolino, chitarra, fisarmonica, violino, armonica a bocca, flauto, bongos, guiro, banjo, tamburelli, pianola, maracas, nacchere. E solo due zainetti. Con grande meraviglia dei vecchi clienti, non portarono subito in camera quell'intera orchestra ma la disposero sull'ampia terrazza, spostando sdraio e tavolini per ricavarsi lo spazio necessario per tutti quegli “arnesi”, manovrati con cura, mani delicate, occhi d'amore. Poi, la signora chiese scusa ai presenti e andò in camera per rinfrescarsi e cambiarsi d'abito, mentre suo marito con un sorriso tra il timido (vi chiedo scusa dell'ingombro) e lo spavaldo (adesso vi dimostro come suono io!), prese il mandolino e cominciò a pizzicarlo con maestria sulle note nostalgiche di canzoni napoletane del repertorio classico che tutto il mondo conosce e canta e che ancora oggi commuovono eserciti di emigrati in terra straniera. Tutti riproposero il silenzio, questa volta incantato e assorto. Torna a Surriento, Santa Lucia, 'O marinariello, Io te vurria vasà, Voce 'e notte... invasero le ombre rossastre di quella sera frastagliata di foglie e di raggi di sole fra ricami d'alberi. Tutti cominciarono a cantare, dapprima sottovoce e solo le poche note più facili, poi, a poco a poco, il coro si fece più alto e più armonioso. Antonio lasciò il mandolino e prese tra le braccia la fisarmonica per un altro repertorio sul filo della nostalgia. Poi, fu la volta della chitarra. Tutti erano ora stupiti e coinvolti nella musica, nelle parole, sussurrate, urlate, amalgamate perché nessuno fosse “fuori dal coro”.
Qualcuno chiese ad Antonio di cantare per non “storpiare” quelle belle canzoni e lui, ammiccando compiaciuto e come complice di una sorpresa, disse che stava arrivando il turno della sua “reginella”. Nessuno capì e tutti azzardarono alcune note di Reginella, l'accorata canzone napoletana così struggente e tenera, ma lui scosse la testa.
- Sto aspettando - disse con più forza e guardando verso l'hotel - la “mia” reginella!
Allora, fu chiaro a tutti che aspettava lei, sua moglie.
E lei giunse ed era un quadro di Monet: ricamo di pizzi e pailletes sul nero del suo lungo vestito, svasato oltre i poderosi fianchi, con tra i capelli a chignon una rosa rossa come le accese sue labbra e denti di perle simili a quelle che brillavano al collo, non proprio alla Modigliani, ma bianco e tornito sulla generosa scollatura da cui, spavaldo, danzava l'abbondante seno.
Con disinvoltura e un largo sorriso, Vinia accennò alle prime parole di Reginella: Te si fatta 'na vesta scullata... con una voce ch'era trillo d'usignolo a sovrastare una intera orchestra di altri suoni melodiosi che le fiorivano in gola, un'intera orchestra che soverchiava il dolcissimo mandolino che pigolava, singhiozzava, si disperdeva nelle note prolungate dei ricordi d'amore.
- Eccola, Vinia, la mia reginella, un incanto la sua voce! - sussurrò incantato Antonio. - Che vi dicevo? Senza di lei che mi dà le note non so suonare bene. Prendo delle stecche clamorose.
Vinia gli sorride divertita, si applaude da sola invogliando i presenti a fare altrettanto, poi riprende a cantare e a volteggiare, alternando alle nacchere, tamburelli e guiro.
È una farfalla leggera, vezzosa, piena di languori e moine. Sembra una pagina di un libro di pop up o un cartone di Walt Disney, oppure balza, così viva e vera, da un feuilletton dell'Ottocento. È un miscuglio di grazia malizia soavità. Con quella voce che sogna danza vola raggiunge il cielo dove anche le stelle ora si sono fermate ad ascoltare.
Si abbandona sfinita sulla sedia, mentre il marito la guarda orgoglioso, tenero, preoccupato. Lei lo rassicura. Sta bene. È felice di essere con noi. Si fa conoscere e vuole conoscerci. Parla con naturalezza della loro vita di pensionati dell'INPS con due figli lontani ed un'unica identica passione: la musica. Sono autodidatti ed hanno speso quasi tutta la buonuscita di entrambi a comprare quegli strumenti di grande valore, alcuni rari altri provenienti da altre nazioni o altri continenti. E la voglia di imparare. E la passione per dare voce e suono e canto a tutti quegli strumenti accordati sulla voce di lei, ineguagliabile strumento uscito dalle mani del Creatore. Direttamente da Lui. E guarda in alto e si commuove.
Lui l'ascolta e tace. La guarda estasiato e convinto. Con le pensioni vanno in giro per il mondo a fare i loro concerti gratuitamente con il solo gusto di un applauso. Per vedere la gente finalmente cantare. Per dare agli altri un po' di quella felicità che loro provano nella musica, nel canto.
Vinia si rialza, accenna ad una piroetta festante e si risiede. Riprende a cantare, dopo aver intercettato volti in attesa. Ha ormai stabilito un contatto magico con l'uditorio che, nel frattempo, è andato infittendosi, con l'arrivo di altri clienti che erano in giro per le strade semideserte di Chianciano, tra alberghi storici chiusi e saracinesche di antichi negozi abbassate. Anche il personale dell'albergo è uscito ad ascoltare: la cena stasera può aspettare.
Antonio ringrazia tutti con la sua bella faccia con rughe che ridono. E guarda, rapito, il suo usignolo, la sua reginella. Le lancia un bacio. Prende il violino. Attende le prime note e poi si piega su di lei, la sfiora, l'ama, quasi s'inginocchia davanti ai suoi occhi che brillano, trasfigurandola. È bellissima. Romantica. Appassionata. Non ha più di vent'anni.
E lui, folgorato da tanto splendore, suona solo per lei.
Il silenzio di chi ascolta è un chiarore di pura magia su quei volti assorti e paghi di una ritrovata giovinezza, che s'incanta al ricordo di antiche passioni, di mai dimenticati amori.
Un lieve venticello smuove sommessamente le foglie degli alberi che dal piazzale s'inoltrano nel bosco, dove ogni sera fremono ancora le mille lucciole in gara con le stelle.
E Chianciano non è più una tristezza che stringe il cuore. Sembra, in tanto buio, rinascere a nuova vita. Anche il vecchio hotel sembra ridestarsi dal suo sonno improvviso. Non ci sono più clienti anziani, sofferenti e annoiati. Tutti abbiamo un nuovo guizzo di vitalità, un nuovo canto nel cuore. Come d'incanto anche questo mondo malridotto e misero ha ceduto il posto alla speranza.
Potenza dell'Amore e dell'Arte. La musica è il sorriso di Dio che risuona nei Cieli. “Vince dei secoli il silenzio”. Brilla del sogno di tutti gli angeli nel firmamento.
Vinia e Antonio si abbracciano felici sotto lo scrosciare dei nostri applausi e ci danno appuntamento a domani perché è giunta l'ora di farsi le carezze private e di fare spazio ai sogni che già sono in attesa tra i cuscini del loro letto. Dicono. La cena può aspettare. A domani sera. Non hanno più fame. Nessuno ha più fame. Piano piano tutti vanno via.
Peccato che per qualcuno il soggiorno sia finito. Ma una nuova leggerezza aleggia tra mente e cuore, sfiora l'anima.
Un anziano signore si attarda a guardare il bosco, le lucciole, le stelle.
Sorride, rinfrancato, ai sogni di Vinia e Antonio e forse scopre improvvisamente che si può sognare a tutte le età e che basta poco per regalare un sogno e un mondo migliore anche agli altri...
È solo questione d'Amore. L' Amore esiste. Vinia e Antonio lo incarnano perfettamente. Due folli? No, solo due innamorati.
“Oh, se tutto il mondo s'innamorasse!”, sospira l'anziano signore dal cuore giovane.
‘Solo l'AMORE può salvarci’, penso, non senza appena un filo di speranza...
E ricordo alcune parole del protagonista del film Vi presento Joe Black, quando esorta sua figlia ad avere una felicità delirante, proprio come quella di Vinia e Antonio. Sì, proprio come quella.

Abbi una felicità delirante!”
O almeno non respingerla.
Lo so che ti suona smielato ma l'amore è
passione, ossessione,
qualcuno senza cui non vivi,
io ti dico: buttati a capofitto! Trova qualcuno
da amare alla follia
e che ti ami alla stessa maniera!
Come trovarlo?
Beh... dimentica il cervello e ascolta il cuore.
Io non sento il tuo cuore.
Io non sento il tuo cuore, perché la verità,
tesoro, è che non ha senso
vivere se manca questo.
Fare il viaggio e non innamorarsi
profondamente, beh... equivale a non vivere.

Angela De Leo

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