lunedì 7 settembre 2026

Lunedì 7 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (terza parte)

A mio parere, sono anche molto importanti le voci maschili nel ricordare la propria madre. Danno vita a ricordi straziati e strazianti della perdita della sua perdita. Ed ecco una voce maschile che mi sta a cuore, quella di Alberto Bevilacqua, il grande scrittore e poeta che noi tutti conosciamo, nei brevissimi versi dedicati alla sua amatissima madre (TU CHE MI ASCOLTI - Poesie alla madre), che ha avuto un po’ il destino della madre di Mariella Bettarini: Ci siamo sbagliati a disperare di noi,/ siamo perfetti/ nel duetto per voce sola,/ mia itaca di tutte le vite/ deviate dall’equivoco.

Alberto Bevilacqua, conosciuto in crociera tanti anni fa e diventati amici per oltre un decennio, in cui mi ha sempre affascinato con i suoi racconti un po’ folli, che rievocavano gli “strioni”, tipici personaggi assurdi dell’area parmense, raccontati con la sua tipica “arlìa” (l’inventarsi la vita e il suo gioco tra ironia e mistero). Intenso, immenso, doloroso e complice il rapporto con sua madre, sua “itaca di tutte le vite”, verso di una bellezza incommensurabile soprattutto nel significato. 

Ma poi, ecco un’altra voce maschile importante, quella di Rainer Maria Rilke in “Le mani della Madre”: Tu non sei più vicina a Dio/ di noi; siamo lontani tutti: ma tu hai stupende/ benedette le mani./ Nascono chiare in te dal manto,/ luminoso contorno:/ io sono rugiada, il giorno,/ ma tu, tu sei la pianta

E qui i versi sono realistici e fortemente poetici, nella visione della presenza della madre non vissuta come una santa, ma cantata per le sue “mani benedette”, un particolare molto significativo del suo corpo quasi divinizzato (“Nascono chiare in te dal manto”) nella visione della protezione, stabile radice della sua instabile mutevolezza (“io sono la rugiada” che si scioglie sul far dell’alba fino a comprendere l’intero giorno che è, comunque,  transeunte rispetto alla “pianta, alle sue radici, alle sue foglie che parlano di nuovi domani”).

Poi, ecco “MADRE” di Michele Carniel, che mi assale con versi brevi, a metà strada tra parole quotidiane e parole prese in prestito dalla vita di Cristo: “ventre di Preghiera” (la Vergine Maria?), “evangelista d’amore”, che ha sapore di viaggio per le strade del mondo a diffondere “la lieta novella”. Ma anche la stessa creazione (“negli spazi che mi hai creato”) non ha niente di terreno perché ha in sé il mistero della trascendenza nella semplicità di essere “uomo d’amore” grazie a lei, sua “MADRE”…

Ventre di preghiera/ collana di carezze/ nettare d'esistenza/ insegnante di respiri./ La mia vita t'accompagnerà/ negli spazi che mi hai creato/ per essere un semplice uomo,/ evangelista d'amore

Ma su FB molte pagine qualche anno fa hanno riportato una bella prosa poetica di un non meglio conosciuto F. B. Giacomini, ma senza fare riferimento all’autore, che a dire il vero ha parlato della “mamma” in modo insolito e originale. A lui va il merito! Quindi, occorre citarlo o quantomeno mettere il suo testo tra virgolette, come ora faccio io. Altrimenti commettiamo plagio…

“- Come si coniuga il verbo “Madre”?/ - Non è un verbo?/ - Ne siete proprio sicuri?/ - Amare, fare, dare, ascoltare,/ confortare, gioire, piangere, abbracciare,/ baciare, accarezzare, sentire, curare,/ sostenere, proteggere, insegnare, accompagnare,/ ricordare, studiare, leggere, pulire,/ cucinare, nutrire, vegliare, urlare,/ sussurrare, cantare, sorridere, correre,/ saltare, educare, comprendere, perdonare,/ subire,/ angosciarsi, sollevare, soffrire,/    tacere, parlare…   / - Avete ragione “madre” non è un verbo solo,/ ma tutti i verbi di una vita”. Bella davvero!

E mi piace citare il mio carissimo amico, Gino Locaputo, con “Arrivederci mamma nell’infinito”, ora che si è ricongiunto a lei:

Mamma, nel soffio del vento c’è la tua poesia./ Nelle nuvole che passano il tuo volto./ Nei nostri sogni/ le tue ninnenanne:/ Ora tu parli con l’Immenso/ e racconti la tua Fiaba/ che noi non dimenticheremo mai./ Arrivederci, mamma, nell’Infinito. (dalla raccolta Nei tuoi occhi le parole diventano pietra, SECOP edizioni)

Né posso fare a meno di ricordare il carissimo Mattia Cattaneo, ideatore “dal multiforme ingegno” di CIRCOLARE POESIA:

in questo gomitolo/ impazzito di giorni/ stretti come in una campana/ scrivo in corsivo/ di una carezza sconsolata/ piego le ossa/ e torno a sentirti/ dal paese dei crinali scuri/ umbratile/ l'inizio di ciò che ho già perso/ fisso/ lo sguardo distratto/ chicchi d'uva secca/ sfiorano il piatto di un cielo rossastro. E, come lame, mi feriscono i suoi versi intrisi di perdita che sanguina ancora, e in silenzio e tutto per lui il mio forte abbraccio.

Ma c’è anche la poesia di Ciro Tremolaterra, “Una poesia per la mamma”, che mi commuove perché accomuna il dolente desiderio di quanti abbiamo dovuto fare i conti con la perdita più grave, che ci rende più fragili e, forse, più forti, ma mai più quelli di prima

Siediti qui/ anche se non ci sei./ Parlami/ anche se non ti sento./Al sole si sta bene./Leggi con me/ oppure alzati/ per osservare i fiori./ Come siamo stati/ tante volte/ prima di andare via, prima di lasciarci,/ siediti un momento.

E la totalizzante e rammemorante poesia di Giovanni Sepe “A mia mamma”, che conferma il valore di questo straordinario poeta sempre in bilico tra realismo quotidiano e voli visionari della sua anima inquieta, che anela amore:

Non avrei altro intorno,/ se non fosse necessario/ ripararti il cuore,/ che pareti e miserie.// Faccio il gioco del ditale/ disertando questo spazio gelido./ E mi ritrovo a inseguire la memoria/ e il ritmo del pedale/ di una vecchia Singer,/ dipanare cotone e speranza,/ ticchettando melodia.// Mentre m’incuriosiva vedere/ quale prodigio celavano/ quelle mani farfalla/ che volavano in casa/ su ogni cosa acerba,/ trovandoci  miele.// Ora che i vestiti non si rammendano/ e le tue mani tremano/ come farfalle impaurite.

E del grande e mio prezioso amico texano Gjeke Marinaj “A MIA MADRE”:

La nostalgia di te

Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano con le ali spezzate/ Se non odi che tuo figlio è morto/ cercami sulla soglia della prima alba/ Ma se a un flauto io dovessi somigliare/ allora per amor mio, madre - anima mia,/ abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili/  Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni/ Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche baratro sconosciuto/ Nel mio straziante volo grido il tuo nome/ E l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.

E del carissimo amico Vincenzo Mastropirro Se mi conosci, Opera poetica vincitrice al Faraexcelsior (FaraEditore 2024, Rimini)      

Ed ecco l’Introduzione dello stesso Autore: “Se mi conosci” è considerata un’espressione tipicamente autoreferenziale che rimanda all’interlocutore in termini della sfida e dell’aspettativa. Quel condizionale che non può prescindere dal rapporto intimo con l’altro, trascinando con sé ogni sfumatura relazionale per invitarlo a compiere un gesto, un’azione o, comunque sentirsi parte attiva in un determinato contesto. In questa mia interpretazione, invece, l’espressione riflette una valenza diversa, sono io che mi chiedo: se mi conosco. Se mi ri-conosco davvero. Riflessioni a cielo aperto che principalmente appartengono alla relazione madre-figlio, ma anche a tutti gli altri legami che la vita ha avuto il compito di tessere e intrecciare durante la mia esistenza. Anna (mia madre Ninetta) ma anche la mamma di Maria, di conseguenza la Mamma di ciascun cristiano credente, me compreso - in quanto figlio - benché poco credente. Forse si tratta di un figlio qualunque, forse di un figlio ribelle, forse compreso, forse disatteso, forse programmato, forse “improvvisato”.

Comunque un figlio che ha un rapporto direi simbiotico con la propria madre tanto che non valgono le parole per capirsi e quelle che il figlio dice anche se a lei estranee valgono oro colato. L’intesa madre-figlio è perfetta, nonostante il figlio da bambino sia stato uno scavezzacollo, ribelle alle regole, amante del gioco in libertà, come ogni bambino, ma con una musica magica nel cuore - il flauto - che solo lei sa, conosce e riconosce. E la magia del cuore si estende ad entrambi. La “madre” è il punto focale della poesia di Vincenzo Mastropirro a cui subito dopo si affianca la “morte”: è un binomio inscindibile, dato che Vincenzo ha visto morire sua madre tra le sue braccia. L’ha cullata, l’ha stretta a sé in un abbraccio senza fine.

E anche oggi mi fermo per non sciupare l’emozione che tutti questi versi ci lasciano dentro. Ma continuerò ancora per dare voce alla mia carissima Mariella. Grazie sempre a tutti. Angela/lina

 

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