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giovedì 21 febbraio 2019

21 febbraio: il primo giorno senza


È l’alba di un nuovo giorno. I lucernari sono pieni di brina che, al primo pallido sole di febbraio, si va sciogliendo in rigagnoli, vissuti immediatamente da me come silenziose ma evidenti lacrime. E, altrettanto immediatamente, fulmineo, mi è tornato alla mente un pensiero doloroso: già, un carissimo amico, all’alba di ieri, con il suo zaino carico di libri, si è librato nel cielo che si sfogliava di sole, quasi petali di rosa in caduta libera per bilanciare quel volo senza ritorno.
Livio Sossi ha intrapreso il suo ultimo viaggio, almeno sui binari di questo nostro mondo malandato e assordato da parole cattive, per intraprenderne di nuovi lungo scie di fiabe luminose e leggere da raccontare ai tanti bambini, fiori rinati in un prato senza fine, in attesa di un “pifferaio magico”, come io ero solita chiamarlo, in grado di incantarli. E lui ora è lì e si va accorgendo che il suo zaino ha la leggerezza delle nuvole, e sprigiona un profumo di nuove gemme, il canto delle allodole, e sorride a questo precoce inizio di primavera che sboccia su quelle bocche di innocenza e candore. E con loro sta dimenticando treni e stazioni, felice di potersi spostare, libero come il vento, nella immensità di tutti i cieli…
Livio è stato per me e la mia famiglia, per oltre un decennio, un amico discreto, sorridente, gentile, attento. E la cosa più insolita e inaspettata è che fu lui per primo a contattare Peppino, mio genero, e non viceversa come si potrebbe pensare. Peppino aveva pubblicato, nel 2007, il libro Abbecedario dei Diritti dell’Infanzia del grande scrittore serbo Ljubivoje Rsumovic, che il prof. Sossi faceva studiare in inglese ai suoi studenti universitari perché non era mai stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia. Livio vide il libro alla Fiera di Bologna e volle conoscere l’editore che lo aveva pubblicato grazie alla traduzione del poeta serbo Dragan Mraovic, nostro grande amico. Di qui la nascita di un rapporto di lavoro e di amicizia che neppure la morte può interrompere. Livio in questi anni ha spesso soggiornando nella nostra casa, quasi fosse la sua. Sedeva alla nostra tavola. Condivideva il nostro pasto e le nostre abitudini quotidiane. Chiacchieravamo amabilmente di libri, cultura, scuola, insegnanti. Progettavamo insieme nuove avventure: libri per bambini da pubblicare, illustratori e scrittori da contattare, albi illustrati da completare. Entusiasta e infaticabile, ci contagiava con le sue narrazioni e la sua inconfondibile voce roca. Abbiamo anche lavorato tanto insieme per realizzare il suo capolavoro: l’Antologia della poesia italiana contemporanea per ragazzi Cieli Bambini dei più grandi autori per l’Infanzia della nostra Letteratura, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo fino ai nostri giorni. Sono tantissimi gli autori italiani che vi fanno parte con le loro poesie suddivise per sezioni, in cui trovano spazio tutti i generi della poesia contemporanea, per ragazzi dai nove ai novant’anni. Un’antologia che ha avuto enorme successo grazie all’infaticabile opera di divulgazione e promozione in Italia e all’estero del sempre entusiasta suo Curatore.
E la nostra casa, in quell’anno della sua prima pubblicazione, 2012 appunto, si animò di scrittori, poeti e illustratori che lavoravano con noi, in un impensabile trascorrere di ore, sotto la bacchetta magica di quell’intransigente, imprevedibile, impareggiabile, stratosferico direttore d’orchestra, che Livio era ed è stato fino a ieri, alla ricerca delle parole poetiche, con cui giocare, riflettere, emozionarsi. La sua agenda era un pullulare di nomi, indirizzi, numeri di autori, che lo chiamavano continuamente e a cui rispondeva continuamente, con pazienza, gentilezza, generosità di giudizio. Sempre.
Aveva una compagna di viaggio, Maura, che condivideva con lui le sue passioni letterarie e non. Una Donna straordinaria, coraggiosa, autentica, libera. La sera, prima di andare a letto e dopo l’ultima sigaretta (ne fumava davvero tante!) Livio la chiamava: “Ciao, amòre”, con la o aperta tutta sua, per raccontarle della giornata. Si avvertiva nell’aria una filo indissolubile ad unirli, una chiave a doppia mandata di “amorosi sensi” a custodire il segreto della loro unione “incantata”.
Un giorno di qualche anno fa, ci siamo incontrati tutti a Matera, dove Maura ormai risiedeva per lunghi periodi. La piazzetta del nostro incontro si accese d’improvvisa fiamma di tenerezza negli occhi di Livio persi negli occhi della sua donna. Li univa un amore straordinario che si riverberava a comprendere Joshuà, il loro unico figlio. a loro oggi va il mio abbraccio più affettuoso.
Ma io non posso fare a meno ancora di ricordare. Ad ogni nuovo ritorno nella nostra casa o in libreria, mi veniva incontro a braccia spalancate per un abbraccio di cuore: “Angelaaaa”. Più volte mi diceva che avrebbe scritto la prefazione a qualche mio libro. L’ultima volta, qualche mese fa, ci siamo salutati con la promessa da parte sua di presentare da qualche parte il mio romanzo e con la “battuta d’arresto da parte mia: “Ci conto!”. Pur sapendo in cuor mio che difficilmente sarebbe accaduto. Troppi impegni, troppi viaggi, troppi voli della sua mente effervescente glielo avrebbero, come sempre, impedito. Il suo grande amore era per la letteratura per e dei bambini. Gli adulti potevano aspettare…
Bambini e adulti, da cui si è fatto tanto amare, da ieri in poi, purtroppo, non potranno più ascoltare la sua voce, ma continueranno a sentirsi migliori e più leggeri con le sue tante parole rimaste nel cuore.


Sei volato in cielo con i palloncini. Ciao, Livio con amore


 Ecco alcune testimonianze di tanto affetto lasciato lungo le strade dei suoi passi come briciole di pane (di immagini e poesie) per assicurarsi sempre il ritorno…
È così
eterno Peter Pan policromatico, ora hai un vestito di cielo anche tu.
Avrai già preso a respirare d'azzurro ogni nuvola disegnata dal vento.
E sarai fiume di parole in piena per i tuoi nuovi interlocutori di sempre.
Ci saranno anche lì, nell'invisibile, visibile ora ai tuoi occhi, stormi ecumenici di angeli danzanti, elfi e figure mitologiche già in fila per venirti a salutare con le tavole illustrate tra le mani e i sogni tra i capelli.
Anche Gianni, con il suo verde orecchio, cerca di raggiungerti per raccontarti l'ultima su quel tale che di bambini, con i libri che aveva aiutato a fare, ne aveva resi felici più di un milione.
Compresa me che ti sarò per sempre grata, Livio, generoso enigmatico amico mio straordinario.
 Grazie per l'avventura bella nei nostri giorni felici a tessere fili immaginifici per riscrivere e ricolorare il mondo.

Raffaella Leone

Ogni volta mi facevi fare il giro del mondo della letteratura per l’infanzia in un pomeriggio. E ne uscivo frastornato sì, ma felicissimo di aver imparato tante cose in un tempo così breve. Una sera andammo a cena a Sant’Onofrio. Mangiammo insieme i ravioli dolci di carnevale, da Claudio. Eravamo stanchi e affamati e tu li divorasti tutti direttamente dal vassoio, continuando a raccontare e raccontare e raccontare storie mirabili di autori, illustratori, editori piccoli e grandi, celebri e dimenticati.
Quando ti chiedevo “Livio, quanti libri hai?”, mi rispondevi che avevi dovuto cambiare casa per tenerli tutti insieme, e comunque lo spazio era ancora insufficiente. “È un problema, sai?...” mi ripetevi sempre, con quella tua indimenticabile e bellissima voce rauca.
Stamattina non abbiamo perso solo un grande studioso italiano, un maestro esemplare, un saggista brillante, un autentico intellettuale di impegno civile, ma un pezzo enorme della cultura mondiale dedicata all’infanzia, in tutte le sue forme, di cui tu stesso eri «promotore instancabile», come si legge nel Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri) alla voce che la scrittrice Teresa Buongiorno ti aveva dedicato già qualche anno fa. Che la memoria di te, dei tuoi libri, dei tuoi insegnamenti e delle tue innumerevoli iniziative rimanga per sempre viva. Ciao Livio! E grazie!
Davide Francioni

Cari amici vicini e lontani, questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Oggi ero al lavoro e ho ricevuto un messaggio accorato da una delle mie più care amiche. Silvia sa che sono spesso in riunione oppure in viaggio di lavoro e si era immaginata che non mi fossi ancora accorta di quello che stava succedendo su Facebook. Una miriade di messaggi di cordoglio stava costellando il diario di Livio Sossi e di quello di sua moglie Maura Picinich su Facebook perché il Professore ci ha lasciati improvvisamente a causa di un infarto. Sono rimasta stranita. Il mio pensiero è andato subito al post che Livio aveva scritto proprio ieri sera sul libro “È tempo di andare", quasi fosse un triste presagio.
Sono affranta. Non riesco ancora a crederci. Eravamo amici io e lui. Io lo stimavo profondamente.
Tutti noi abbiamo perso una persona speciale, dall'animo gentile.
Livio era uomo pieno di speranza, che con la sua particolare sensibilità riusciva a tirare fuori il meglio da tutti e in ogni situazione. Nonostante avesse conosciuto bene anche l’avidità, l’invidia la cattiveria degli esseri umani, continuava a sognare di vedere crescere e migliorare la civiltà umana grazie ai bambini.
Sotto quelle enormi sopracciglia, nei suoi occhi attenti e fiduciosi c'erano sempre comprensione, ottimismo, tenerezza, gioia di vivere e di condividere. Era una persona libera da pregiudizi, che amava non solo il suo prossimo, ma il genere umano in generale. Era un uomo giusto ed equilibrato che non diceva mai nulla di banale.
Il contributo di Livio al mondo culturale
italiano e specialmente a quello della letteratura per l'infanzia è enorme. Così come l’aiuto ed il supporto che ha generosamente prestato non solo a scrittori, illustratori e case editrici, ma anche ad iniziative culturali come il Notte di Fiaba Illustration Contest, che è nato proprio grazie a Livio. Grazie Livio. Grazie davvero.
Purtroppo te ne sei andato. Ma certamente te ne sei andato perché eri caro a Dio. Ciao Livio! Vivrai sempre dentro di noi! Alla cara moglie Maura e all’amato figlio Joshua vanno le più sentite condoglianze di tutti noi di Notte di Fiaba.
Chiara Tomasi

MI PIACE RICORDARTI COSI.
Da "Lettera a Franco Villani" di Livio Sossi
Sono commosso. E quando sono commosso le parole stentano ad arrivare. Si frantumano in una sarabanda di pensieri che si inseguono e si rincorrono senza interruzione: non è facile esprimere la gioia e l’emozione che ho provato nell’aprire la busta che conteneva l’edizione privata della tua Lettera a Livio con la bella introduzione di Rocco Trivigno. In esergo, un pensiero di Wittgenstein: “Solo con lo zaino colmo di libri posso scalare l’enorme montagna della cultura”. E lo zaino ricolmo di libri, il mio zaino, quello che porto sempre con me per condividere con gli altri le mie letture, è in fondo il protagonista di questo libro che tu, Franco, hai voluto dedicare al mio lavoro: una grande testimonianza di affetto e di riconoscenza; un saggio sull’importanza dell’atto di lettura nella scuola che risponde alle domande: “Che cosa, come, perché leggere?” e che sviluppa quella metodologia di lavoro che ormai da anni applico nei miei incontri con docenti, bibliotecari e ragazzi, in Basilicata e nelle altre regioni italiane.
Franco Villani

Al mio amico caro Livio che ha seminato parole e immagini di bellezza...che il viaggio sia leggero, che le nuvole siano lievi, che il cielo sia pulito, che la primavera sia vera. Con affetto e stima. L
Loredana Frescura

Ero una ragazzina, allora si era piccoli a lungo. Amavo profondamente il mio lavoro. Sentivo sì una specie di dolore, mancanza di ali, pesantezza. Ma cercavo di non farci caso. La cosa più bella era quando riuscivo a far lavorare gli illustratori per la prima volta. Sognavo di essere così, come loro. Libera. Gioivo della loro gioia. Sapevo di avere tanto dalla vita ma quel rischio, quell’avventura colma di espressività era la cosa più bella del mondo e non osavo neanche desiderarla. Livio arrivò col suo vocione allo stand della casa editrice. Doveva intervistare mia madre sulle novità. Mi chiese se io fossi “quell’Arianna dei gatti grassi”. Arrossii violentemente come ancora adesso riesco a fare e gli risposi di sì. Cominciò a scuotere la testa in quel suo modo buffo un po’ storto e mi disse “lo sai che se vuoi puoi uscire dalla gabbia? Le tue illustrazioni sono magnifiche e lavorando sodo diventerai una grande illustratrice”. Grazie Livio non posso credere che non ci sei più. Maura ti abbraccio con tutto l’amore che sai.
Arianna Papini

"Il problema non è far leggere i ragazzi, ma far sì che incontrino i libri giusti"
LIVIO SOSSI (1951-2019)

Abbiamo conosciuto e incontrato un galantuomo della parola, nella persona di Livio Sossi, grande scrittore di letteratura per l'infanzia. Più volte a Bitonto, Corato e in Puglia. Oggi lo abbiamo improvvisamente perso. Resta il suo messaggio di autentica cultura. Una lezione pedagogica destinata in realtà a tutte le età. Un abbraccio dalla redazione di Primo piano a sua moglie, a tutta la sua famiglia e ai suoi amici pugliesi, in particolare Angela De Leo, Raffaella Leone e Peppino Piacente, grazie a cui Sossi è stato tante volte ospite nelle nostre città.
PRIMO PIANO

This morning died Livio Sossi, one of the brightest and the most charming people I know. I'm SO, SO, SO SAD!
You always stay in my heart, dear Livio
RIP my dear professor and friend
Livio Sossi  (Trieste 18 ottobre 1951 - Trieste 20 febbraio 2019)
Questa mattina è morto Livio Sossi, una delle persone più brillanti e affascinanti che conosca. Sono così, così, così triste!
Tu rimani sempre nel mio cuore, caro Livio
RIP mio caro professore e amico 
Viive Noor

Il nostro grande Livio Sossi non è più tra noi. Un uomo e un amico straordinario, ma soprattutto il maggiore saggista, esperto di letteratura per l’infanzia, editoria e illustrazione. Punto di riferimento per tutti gli illustratori per l'infanzia italiani e stranieri. Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia). Conduttore del programma radiofonico sulla letteratura per ragazzi Doroty & Alice in onda per radio Capodistria. Direttore artistico del polo museale dello Spazio Brazzà a Moruzzo (Udine).
Collaborava con l’Agenzia letteraria Ti Press di Roberto Toso e con diverse case editrici come consulente, direttore editoriale di collana (Falzea, Edicolors, Arianna Secop, Albalibri, Euno, Campanotto, Lupo e altri).
Curatore, consulente scientifico e direttore artistico di mostre e manifestazioni culturali sulla letteratura per l’infanzia e sul mondo dell’illustrazione.
Livio parlava ai ragazzi come nessuno.Promuoveva la lettura, l’illustrazione e la letteratura giovanile in Italia e all’estero. Teneva corsi di aggiornamento. seminari e workshop per docenti, bibliotecari, operatori culturali, genitori e ragazzi . Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Fantasia d’Oro per la critica e la Medaglia d’Oro del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca per la sua opera di promozione della letteratura slovacca per l’infanzia in Italia. Potremmo dire ancora tante cose bellissime di lui; ma in questo momento sentiamo un grande vuoto per una grande perdita
Bianca Maria Tricarico

Questa mattina è volato in cielo Livio Sossi, un amico, un uomo buono, una persona estremamente competente che ha lasciato un'impronta indelebile nella letteratura per bambini e ragazzi.
Ciao, Livio, non sarai dimenticato.
Dino Ticli

 ...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
Nato a Trieste 67 anni fa, dai primi anni '70 si è dedicato alla letteratura per l'infanzia, illustrazioni ed editoria per i più piccoli.
Ebbi il piacere di incontrarlo a Corato al Festival Fiero del libro organizzato da Raffaella e Peppino Piacente della Secop editore e il suo volto scavato mi conquistò subito come anche il suo eloquio, la sua passione per l'arte della parola e dell'immagine. Parlammo di poesia e di musica. Di certo è la perdita di un uomo di grande generosità e di grande cultura.
Vincenzo Mastropirro
 · 
"Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di doverti dire addio.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare"
Scelgo questi versi di Chiara Carminati, friulana come lui, per dare un saluto a chi l'amore lo portava sullo sguardo e sul sorriso: quel grande amore verso la letteratura per l'infanzia che è come un mare, capace di farti sognare, sempre, ad ogni età.
Grazie Livio Sossi, per quell'entusiasmo contagioso che è la linfa vitale di chi crede nella potenza dell'arte, e un abbraccio pieno di affetto a Maura Picinich: se è vero che la poesia va "oltre" lo spazio e il tempo rimanendo immortale, sono sicura che Livio Sossi sta sorridendo e abbracciando tutti noi.
Chiara Sallemi

Rosanna Maranto E posso ancora vederti, sentirti, progettare, fissare, studiare, scoprire, imparare e imparare e imparare.
Quanto hai ancora da dirmi?
Oggi sono stata circondata e travolta dal tuo affetto, attraverso le tante persone che tu mi hai fatto conoscere, attraverso le persone che io ti ho fatto conoscere. Una girandola di lacrime, di dolore, tutti orfani, tutti in reciproche condoglianze.
A tutti hai lasciato la tua carica, la tua passione, la tua sapienza.
La mia famiglia è cresciuta con te, in questi brevissimi 7 anni, volati e troppo pochi ma talmente intensi da averci donato l'amore per il libro illustrato ed è in ogni dove che ti troveremo Livio, perchè sono certa non ci lascerai mai.
Non puoi, non devi.


Joshua ed io ringraziamo tutti per le testimonianze di affetto che stiamo ricevendo. Livio avrebbe voluto che io rimanessi lucida. Io l'ho trovato senza vita e me lo sono stretto a lungo parlandogli e sussurrandogli grazie. Abbiamo camminato 47 anni insieme, a volte separati da impegni, ma condividevamo tutte le idee.Magari io più turbolenta, lui più pacato
Oggi Joshua mi ha detto "Nemmeno immagini quanto bene ti voleva. Me lo diceva sempre,"
Ho lasciato sempre che inseguisse i suoi sogni, perché lo vedevo realizzato e felice. Non mi sono mai pentita anche se ero sola.
È giusto così e così sia.
Ciao Livio, ciao Amore.
Maura Picinich






venerdì 15 febbraio 2019

15 febbraio: ancora prose e poesie d'amore


NATA PER AMARE

Seguo con lo sguardo gli strani segni di fumo che disegno con la mia sigaretta.
Stasera sono sola. Anche ieri sera ero sola e, forse, lo sarò anche domani.
Mi distendo, rassegnata, con un po’ di rabbia dentro, sulla poltrona di pelle del mio soggiorno e vorrei lasciarmi andare e stordirmi, riempendo la mente di pensieri e di ricordi. Ma non è facile.
Allora metto a fuoco una sola idea.  Lego ad essa mille immagini e mi ripeto che sono viva, viva in un giorno che sta per morire. Viva e cosciente di essere presente a me stessa ed alla realtà che mi circonda. Viva nell’anima, nonostante i ricordi che bruciano e fanno male. Viva, con radici che affondano in giorni senza ritorni, in stagioni che fioriscono solo nei rimpianti. E allora do il via ai ricordi e mi rivedo…
Sì, eccomi!  Io e il tempo già vissuto, io e l’amore.
Quante volte ho detto “Io amo” per dare voce al mio cuore!
Amore negli occhi, nei sorrisi, nelle mani, nel corpo, nell’anima.
Io bambina, innamorata del giorno, della voglia di fare, ballerina di una danza ritmata dalla fretta di vivere. 
Io, esuberante e incantata, con le canzoni gridate a squarciagola per raccontare al mondo la mia gioia di esistere.
Io, adolescente, onda azzurra di un mare inquieto e trepida ansia a cercare di scoprirmi ogni giorno più donna. Negli immancabili chiaroscuri dei miei pensieri, esplodevano i colori di ogni attesa primavera e l'immutata voglia d’amare. Felice, talvolta, di dimenticarmi tutto e tutti per rifugiarmi nel sogno.
Allora la felicità era ovunque. Nasceva dal nulla. A volte era tutta nella mia corsa in bicicletta con il vento nei capelli, totalmente ubriaca di felicità.
Donavo al mondo risposte di tenera passione e mi esaltava
rotolarmi nel verde dei prati vestiti di sole o ritagliarmi con lo
sguardo un angolo di cielo, in cui far entrare animate nuvole e magiche fantasie.
 Poi vennero gli anni in cui era una festa l’incontro con amiche e amici.
Mi piaceva il mare e mi piaceva provare un tuffo al cuore, quando i miei occhi cercavano fugaci incontri di sorrisi o di sguardi rivolti a me.
                            Mi  sembrava di vivere per amare.
Nell’anima vele bianche contro l’infinito e pensieri in volo a cercare la mia seconda ala
(da Gelido è l’inverno-Diario epistolare, Fos edizioni 2017)
 Anna Maria De Leo

Essere soli?
Soli dinanzi a sé stessi…
Nell’ora del dolore
Nell’ora ultima
Nell’ora di gravi decisioni
Un’ombra ti avvolge,
Quasi caldo mantello
A riscaldarti il cuore…
Tutto si oscura…
Ma nella mente sorge una
Presenza…
Come sole di mezzanotte
Piano rischiara gli incubi
Una nenia antichissima
In lontananza
S’ode…
La mente cheta il cuore
In tumulto
Nuovi pensieri
Nuove forme
Salgono dall’orizzonte del Nulla
Braccia di eterno Amore
Ci stringeranno
Al Cuore…
(poesia inedita)
Silvana Mangano

Haiku
poi l’accarezzo
e ancora poi le parlo
sola con lei, io

Katauta
sei tu, fratello
ombra di te, fratello -
ad est del cielo blu
(da Puzzle, SECOP edizioni 2012)
Anna Mininno

Quanto a Laura, casualmente era capitato di incontrarla. Affascinante sempre e mille miglia lontana e indecifrabile. Mai Marco aveva saputo o voluto dirsi sinceramente perché non aveva giocato le sue carte con quella donna, eppure sapeva bene che una persona così s’incontrava una sola volta.
Una sola volta.
Sotto la pioggia fine di quel sabato sera, Marco si sentiva un vecchio ma voleva Laura, la voleva da urlare, da stare male.
Sul cellulare doveva ancora essere rimasto il suo numero.
(da Al confine di me, SECOP edizioni 2015)
Nico Mori

VOCE
Più prezioso
il silenzio della campagna
se un remoto potare zappare gli dà voce,
se il moto di un trattore
rivela presenze.
                          Amo il silenzio abitato
da suoni lontani.
Amo la mia gente,
l’eco del suo lavoro.
(da I musici di Haydn, SECOP edizioni 2015)
Ada De Judicibus Lisena

Occhi di pane
E venne un uomo dagli occhi di pane,
profumo di erba rorida,
calore di meriggi d’aprile.

Irruppe come il maestrale,
impetuoso
e ardito,
spazzando nembi
gravidi di pioggia.

Seppe cancellare i sospiri,
il pianto,
i lutti del cuore.
 Mi costruì ali di speranza
e mi condusse.
(da Canti per un cuore vagabondo, SECOP edizioni 2016)
Rosalba Fantastico Di Kastron

Lascio che tutto accada
Che ogni cosa abbia inizio e compimento
Lascio che le ombre scivolino
E la luce ritorni
Lascio che la vita mi assorba
E poi mi trascuri
Che lo sguardo vaghi tra le forme
Cangianti come chiome al vento
Lascio che il pensiero trovi conforto
In questo cinguettio invernale
E che la felicità sia l'estasi d'una fiammata
Lascio che le parola scorrano
Come acque di ruscello senza troppi gorgoglii
Né echi che interrompano questo placido [accadere
Questa calma di gennaio
Questo candore che sa di raro tepore
(poesia inedita, postata su fb)
Luciana De Palma


(fine seconda parte)






venerdì 26 ottobre 2018

Il romanzo "Le piogge e i ciliegi" presentato all'ANEB di Molfetta


                                                     Mercoledì, 24 ottobre 2018                                    
"LE PIOGGE E I CILIEGI di Angela De Leo
Certamente tutti i presenti hanno sentito parlare di Bernard Berenson, ebreo lituano naturalizzato americano e italiano di adozione, uno dei più importanti studiosi della critica d’arte, il più grande esperto della pittura italiana del Rinascimento; e in molti hanno sentito del suo metodo e di quelli che egli stesso definisce 'i valori tattili'.
Scriveva Berenson: 'I valori tattili si trovano nella rappresentazione di oggetti solidi allorché questi non sono semplicemente imitati (non importa con quanta veridicità) ma presentati in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarli, rendersi conto della loro resistenza potenziale, misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia, sempre nell’immaginazione, a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno'.
I valori tattili, insieme al movimento, sono dunque le qualità che permettono ad un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.
Berenson riteneva che Giotto fosse maestro supremo nello stimolare la coscienza tattile…
Se paragoniamo la Maestà di Santa Trinità di Cimabue e la Madonna di Ognissanti di Giotto, il discorso è chiarissimo.
Qualcuno si starà chiedendo se non ho sbagliato serata. No, il libro di Angela De Leo stimola quella che Berenson chiama 'la coscienza tattile'.
La pioggia vi bagna davvero, la sentite sulla pelle, le ciliegie… a quelle casse di ciliegie distribuite ai vicini ci potete girare intorno, e potete prendere furtivamente una di quelle ciliegie e sentirne il profumo, inebriarvi della sua dolcezza, morde la polpa e sentirne il turgore…
I personaggi Angela, protagonisti o rapidi bozzetti, sono di una straordinaria evidenza plastica: prendete il ciabattino. Non so se i più giovani qui abbiano mai portato un paio di scarpe a riparare (ora si getta via, non si ripara più), chissà perché i ciabattini lavorano sempre in sgabuzzini in penombra, mettono una manciata di chiodini in bocca e contemporaneamente parlano col cliente. Da brivido. Ma leggete poi come questa immagine plastica con Angela acquista poesia: quei chiodini sotto la suola, per Angela bambina, diventano stelline, così anche i poveri con le scarpe risuolate avevano il loro prato stellato, su cui camminare e sentirsi ricchi e felici…
Ora devo farvi una confidenza. Molti, molti anni fa ho fatto un sogno, non lo ricordo, non so esattamente che ho sognato, ma continua a turbarmi: sognavo di essere nella quarta dimensione.
Non ho intenzione di parlarvi di Fisica quantistica o di stringhe ecc… non ci capisco niente, ma posso dirvi che in fisica, e in particolare nella teoria della relatività, la quarta dimensione è riferita al tempo. La definizione è di Einstein: la quarta dimensione è il tempo. Può essere immaginata come una linea che connette quello che facevamo un minuto fa con quello che stiamo facendo adesso.
Noi, però, non siamo in grado di vederla nella sua totalità perché viviamo nella terza dimensione, quindi il tempo lo vediamo istante per istante senza poter vedere la sua interezza. Noi, esseri tridimensionali, vediamo solo sezioni del nostro io quadridimensionale. In termini ancora più ampi, la quarta dimensione può essere vista come la linea che connette il Big Bang con la fine del nostro universo. 'Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il tempo; è una tigre che mi sbrana e io sono la tigre; è un fuoco che mi divora e io sono il fuoco' (Borges).  
Il discorso mi riguarda da vicino come artista perché voglio parlarvi molto brevemente di una corrente artistica che conoscete tutti: il Cubismo, che ha come esponenti principali Picasso, Braque, Fernand Léger, di cui tutti avrete visto qualche opera e sono sicura che non vi piacciono, ma questa è stata indubbiamente una corrente rivoluzionaria. Nella pittura cubista gli oggetti sono ripresi da differenti angoli visuali, scomponendo e ricomponendo l’immagine e, quindi, l’osservazione del soggetto introduce un nuovo concetto: il tempo. Ma... nihil sub sole novi… Picasso sosteneva che la pittura egizia usava sistematicamente la regola base del cubismo, rappresentando la figura umana frontalmente - l’occhio e le spalle - e lateralmente il profilo del volto, il fianco e le gambe.
Il libro di Angela ci porta nella quarta dimensione. Con i suoi salti temporali che si intrecciano, si sovrappongono: passato e presente sono su una stessa linea.
E diventiamo così noi i padroni del tempo, il tempo che possiamo rivivere e tornare a far nostro.
Questo libro è come un diamante dalle tante sfaccettature e ciascuno di noi si rispecchia in ciascuna o in molte di esse, e allora il tempo non scorre più in una sola direzione, ma in tante direzioni. Ascoltate cosa scrive la stessa Angela a pag. 344: 'io e Lizia riproponevamo le tue fiabe ed era il momento della magia delle parole. Potenza delle parole e potenza della fantasia. Io mi prendevo la mia piccola rivincita. Scoperta meravigliosa e insostituibile la narrazione: le parole erano iridescenti bolle di sapone che volavano e fluttuavano nell’aria con mille capriole, più divertenti e affascinanti di mille giochi. La mia testa tra le nuvole ritrovava finalmente il suo habitat naturale. La sua dimensione. Il suo appagamento. La sua felicità. E dimenticava ogni limite. Ogni vuoto. Ogni disarmonia. Ogni mortificante realtà.
Ma quel marciapiede era prezioso anche perché proteggeva i nostri segreti d’amore quando con le nostre amiche ci attardavamo ad attraversare la sera con le passeggiate strategiche per sfuggire al vostro orecchio attento e non farvi ascoltare i nostri progetti di fuga e libertà. Che avevano come orizzonte lontano l’angolo dove il marciapiede finiva. Non sapevamo andare oltre'…
Il libro di Angela è ancora come uno scrigno prezioso, o un baule, una cassaforte, in cui Angela ha riposto i nostri ricordi: anche noi facevamo così, anche in casa nostra c’era questa o quella tradizione… e i suoi ricordi d’infanzia (e dell’adolescenza), raccontati con leggerezza e autoironia, ma quanta amarezza nascosta. Il dolore dei bambini non va mai sottovalutato.
La prima Comunione, l’essere mancina, la scuola…
Si potrebbe continuare a lungo ma, a questo punto, meglio leggere il libro!" 
Della splendida serata di mercoledì ho parlato già su face book per ringraziare il presidente dell'Associazione ANEB di Molfetta, prof. Michele Laudadio, che mi ha accolta con grande e sincero calore, introducendo la Presentazione con commossa nostalgia anche dei suoi ricordi personali, riverberati dai miei. E, con lui, ho ringraziato dal profondo del cuore i miei due carissimi amici e relatori, Marco I. de Santis, che mi ha promesso il file del suo illuminante Intervento in tempi brevi, e Marisa Carabellese, di cui ho riportato qui la meravigliosa Relazione. Anche la mia dolcissima amica del cuore, Ada de Judicibus, da me sollecitata, è intervenuta con la delicatezza e la profondità delle sue Riflessioni. E, infine, sono stata davvero felice di salutare, con una pagina divertente del romanzo, i numerosi amici, davvero tanti, che mi hanno fatto corona con il loro affetto e la loro stima, perché il nostro arrivederci fosse gioioso e ricco di speranza in un mondo sempre più triste e di desertificato sentimento, come ormai sono solita dire con una grande pena nel cuore. 
Ma la scrittura, la poesia, l'incontro con gli altri ci arricchiscono sempre e ci aiutano ad avere la forza e la determinazione di fare, nel nostro piccolo, la nostra parte per risvegliare le coscienze ai veri valori della vita e sollecitare i giovani a credere nel futuro, che essi stessi cambieranno in meglio. Basta incontrarsi e ascoltarsi. Come accadeva un tempo di maggiori ristrettezze economiche, ma di più grande respiro sociale e umano.  
                                                                                                                                                Marisa Carabellese

venerdì 24 agosto 2018

Quasi un romanzo



Quasi una Introduzione

Finché scrivete ciò che volete scrivere, questa è la sola cosa che conta; e se conta per un giorno o per l’eternità, nessuno può dirlo. (…) ma sacrificare un capello di quello che pensate della vostra testa, una sfumatura del suo colore, in ossequio (…) a qualche professore, col suo righello nella manica, è il tradimento più vile e spregevole…
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé)

Dopo aver letto gli articoli sulla “buona scrittura” di Umberto Eco e Beppe Severgnini e di molti altri giornalisti e scrittori, alcuni famosi, altri dell’ultima ora, cara scrittrice, ci tengo a rilevare con grande disappunto che qui hai trasgredito tutte le regole suggerite dai su citati autori perché ritieni (erroneamente) che non sempre sia bene seguire alla lettera quanto gli altri pensano sia giusto. Le regole sono fatte per essere applicate, ma tu sei del parere che vadano anche ignorate o prese “cum grano salis”, quando si tratta di salvaguardare la propria identità, la propria creatività, il personale modo di scrivere e di sentire. Altrimenti, dici, “saremmo tutti omologati in identici comportamenti dovuti a ferree norme, che neppure quelli che le dettano alla fine ritengono di poter o di dover rispettare ‘alla lettera’”.                                                                
“Saremmo”, sostieni, “dei cloni o dei duplicati e scriveremmo tutti allo stesso modo. In perfetto italiano da fare invidia all’Accademia della Crusca, ma senza una virgola di originalità”.
Io, del resto, in questo tuo quasi romanzo (ma sei sicura che puoi definirlo solo romanzo?), ho inciampato in tante imperdonabili trasgressioni, a cominciare dalle innumerevoli ripetizioni: molte pagine sono decisamente le stesse. Lo so, tu mi opporrai che, a ben leggere, non sono identiche. Anzi, mi dirai, “occorre leggerle di nuovo tutte fino in fondo per trovare realmente il bandolo della ingarbugliata matassa dei ricordi, che aggiungono, tolgono, ribadiscono, sostengono atmosfere emozioni riflessioni confronti vissuti…”.
Tutte scuse, la giustificazione non regge.
Nonostante ci sia qua e là qualcosa di diverso, di nuovo, di tolto, di aggiunto, come spesso capita nel riportare alla memoria vecchi ricordi, che di volta in volta modificano il nostro vissuto pregresso, la reiterazione rimane e non puoi pretendere che gli altri siano disposti ad accettarla, e magari a condividerla; non puoi infliggere al lettore la pena di leggere e rileggere sempre le stesse parole ed emozioni, che sono tue e basta. Rischi di essere tacciata non solo di masochismo ma anche di sadismo.
E il tutto può risultare decisamente respingente.
A tua discolpa, sono pronta ad ammettere che questo libro è un forziere di ricordi, e che i ricordi vivono di vita propria: emergono dal passato e rivivono nel presente come e quando capita, senza un filo logico o cronologico. Senza un profilo di assoluta verità perché “niente è come sembra eppure tutto è come a noi appare”.
Non ti si può dare torto ma, nello stesso tempo, penso che non sia giusto, leggendoti, essere costretti a fare lo slalom tra ciò che potrebbe “essere” e ciò che potrebbe “sembrare”…
Certo, le nostre percezioni individuali ci sembrano le più vere, e sono radicate più di qualsiasi verità universale. Il nostro punto di vista spesso è per noi la sola verità ma, ribadisco, non è possibile, quantomeno nell’ottica formale, giustificare pure le tante virgolette e le tante parentesi, i tanti periodi lunghissimi e i tanti sintagmi di una sola parola; tante forme dialettali e tante trasgressioni grammaticali; tanta prosa e tanta poesia; tante argomentazioni banali (e forse anche inutili) e tanti vaneggiamenti irrazionali (e forse anche visionari); tanti aggettivi superflui e tante ripetizioni evitabili. Tante espressioni prolisse e tante ridondanze ad effetto. Tante mandate a capo e tanti puntini di sospensione…
“Tanto di tutto tanto di niente le parole di tanta gente”, come un tempo cantava Gabriella Ferri. Altro tuo mito.
Sono trasgressioni intollerabili in una scrittura che deve far leva soprattutto sulla comunicazione di stati d’animo e di sentimenti nella maniera più chiara, essenziale e scorrevole possibile.
Lo so, qui non si corre il rischio di inoltrarsi in labirinti linguistici oscuri e criptici perché hai sempre ribadito che non ti piacciono gli sperimentalismi di vario genere o le strutture linguistiche estremamente innovative. Anche in questo caso, non ti posso dare torto perché ogni scrittore fa delle scelte formali e stilistiche individuali, ma vorrei ricordarti, “con amicizia”, che nessuno griderà “oh!” di fronte al miracolo di un nuovo capolavoro della letteratura italiana.
E non dirmi che tu non scrivi “per il Nobel o per il Premio Internazionale di Vattelapesca, frazione infinitesimale del comune di…” ma scrivi soprattutto per te stessa, tanto non ti crede nessuno…
E qui ritorna la tua arringa: “Sarà tutta un disastro la mia scrittura, ma è mia e soltanto mia. Come mia è la storia che vado a narrare, in cui racchiudo tante altre storie che faranno sorridere, pensare, indignare, commuovere… Come io amo e so scrivere. Come è nelle mie corde”.
Pura presa di posizione non sempre condivisibile perché si scrive anche per gli altri e, quindi, pura illusione. O irriverente provocazione?
Poi, ritengo giusto che tu faccia una puntualizzazione per agevolare gli eventuali lettori nella decodificazione/interpretazione di questo libro, che per alcuni potrebbe risultare “senza capo né coda”, dato che scrivi sull’onda dei ricordi e delle voci ascoltate e dei flussi di coscienza che da essi partono, per altri estremamente descrittivo e analitico, con infiniti rimandi che servono ad ingarbugliare ancora di più la matassa.
Dunque, la puntualizzazione: tutte le parentesi racchiudono parole, così come le hai recepite o ascoltate e, perciò, non hanno punteggiatura, maiuscole, grafie particolari (“Lourdes”, per esempio, si risolve in “lurds” e non deve scandalizzare o sorprendere l’ignaro lettore, meglio avvisarlo prima), ma anche i flussi di coscienza vivono fra le parentesi nel loro scorrere imprevedibile e imprendibile. Non tutti sono disposti a seguirti nei tuoi voli pindarici o nei tuoi capitomboli. Meglio prevenire, con una bella dichiarazione di intenti, che curare con un “errata corrige” a posteriori che non si usa più e non serve al “latte versato”.
Realisticamente, io ti consiglio di procedere con cautela e senza presunzione di sorta. Nutro, pertanto, la sola speranza che agli incauti lettori questa storia non venga così presto a noia da non provare la curiosità di leggere almeno fino alla seconda pagina.
Questo sarebbe molto grave. Per te. Che hai impiegato così tanto tempo a scrivere questa storia a modo tuo, mentre avresti potuto dedicarti a cose ben più proficue e divertenti. Anche se so benissimo (purtoppo!), e in questo tuo quasi romanzo lo hai ribadito fino alla nausea, che per te non c’è niente di più proficuo e divertente che scrivere.   
E, allora, data la “testa di zucca” (testardaggine e basta?) dell’autrice, sempre “con amicizia”, non mi resta altro da dire se non che, parafrasando un noto detto:
Lettore avvisato, mezzo salvato!


Angela De Leo

lunedì 18 giugno 2018

Gelido è l’inverno (FOS Edizioni, 2018) di Anna Maria De Leo

Gelido è l'inverno

È di qualche giorno fa la pubblicazione di un libro che sicuramente catturerà l’attenzione di molti lettori perché commovente e vero. Si tratta di un diario epistolare, scritto quotidianamente, per più di dieci anni, oltre quarant’anni fa, da una donna giovanissima allora, straziata dal dolore per la perdita improvvisa del suo giovane sposo, dopo appena due anni di matrimonio in perfetta armonia.
Anni, anni, anni. Sì, gli anni del dolore scandiscono, in questo libro, il tempo del non avere più tempo, bruciato nello spazio di una tragedia che ha bloccato per sempre il tempo di vivere insieme, di progettare insieme, di tendersi la mano per procedere nel mondo e nella vita a piccoli passi, ma quanto preziosi perché vissuti in un delirio di giovinezza e di felicità, tanto agognata e finalmente raggiunta. Ma gli dèi sono invidiosi della felicità degli umani. Non bisogna mai urlarla la felicità se vogliamo che duri...  
Pubblicare Gelido è l’inverno in piena estate è come essere sorpresi da un “fulmine a ciel sereno”, ma è forse il tempo giusto per leggerlo in tanti, avendo un po’ tutti nell’estate una alleata di tempo libero, di mente sgombra dagli impegni lavorativi, e di giornate più distese e “vuote”. Ma gelido è stato il lunghissimo inverno di dolore di chi ha scritto queste pagine. E un gelido inverno offre la bellissima copertina al nostro sguardo: alberi spogli, quasi braccia imploranti tregua da ogni male ad un cielo di nebbia e di foschia, ma i tronchi affondano radici in un terreno di verde tenero come rinnovate speranze di giovani virgulti a spegnere il dolore e a rinnovare primavera. Gelido è l’inverno è uno dei quadri che Nicola Parisi ha lasciato come presenza di sé nella sua casa.
E, oggi, è un libro che prende immediatamente il cuore e ci inchioda alle tante lettere che Anna Maria De Leo ha freneticamente scritto per strangolare il dolore che la strangolava.
In realtà, oggi sembra assurdo affidare il proprio dolore ad una lettera; sembra molto più facile farlo attraverso i social, comunicando in tempo reale persino la morte di un proprio caro quasi per oggettivare il dolore così non devasta più di tanto perché non appartiene più solo a chi lo prova, ma lo si riversa sulla “piazza virtuale”, che ne farà oggetto di commenti e di parole, ben presto diluito in mille rivoli fino a disperderlo in brevi giorni, incalzato da altre notizie, altri commenti, altre parole. Brevi come il respiro. Soffocate anche dalle immagini, dai gift, dalle emoticon, dai like.
La lettera, invece, fino agli anni Settanta-Ottanta aveva conservato il suo profumo di intimità e il fascino trepido dell’attesa.
Anna Maria in quegli anni aveva solo quei quaderni bianchi a cui affidare le sue lettere, nelle quali trovavano nascondiglio, come in un nido silenzioso e protetto, i suoi pensieri, i suoi messaggi a Nicola, il suo momento in cui sentirsi ancora in comunione con lui.
Quante volte penso con rimpianto alle nostre serate. Alla nostra casa che era un vero nido sereno. A volte, seduti davanti al televisore, eravamo mano nella mano, quasi a tener vivo un dialogo nonostante le trasmissioni ci costringessero al silenzio. Ci bastava poco per essere felici e per sentirci “esistere” insieme. Una felicità fatta di piccole cose, di gesti affettuosi che riscaldavano l’anima. io per te, tu per me… Sempre uniti dall’amore!
Il suo nido era stato sbrindellato dall’uragano di un attimo ed ora era lei a volerlo ricostruire, in una casa ormai non più esclusivamente di loro tre “felici… felici… felici”, ma di una intera famiglia tutta stretta a lei vicino a tentare un conforto, una qualche amara compagnia, neri le vesti come nero il cuore. No. Non era quella la compagnia che le potesse restituire serenità in quella casa. Troppo nero e troppi occhi di pianto per consolare una giovanissima donna distrutta. E, allora, ecco le lettere per ricostruire in qualche modo, disperatamente, tenacemente, quel nido devastato, rametto dopo rametto, per ritrovarsi viva almeno con la sua bimba di breve felicità e con l’altro piccolino che di giorno in giorno le dava il sussulto di una nuova vita nel grembo disperato.     
E venne il tempo/ delle ore disperate/ a curvarmi le spalle. (…) A pugni stretti/ strappai l’anima/ e mi lasciai vivere.
E aveva solo ventisette anni.
Il libro contiene una sessantina di lettere delle migliaia scritte in un decennio di fittissima comunicazione unilaterale, ma necessaria per non impazzire. Sì, Anna Maria si è salvata anche per questo suo Diario quotidiano che la estraniava dalla insopportabile realtà per portarla in quell’“altrove”, dove era più facile sentire al suo fianco il marito adorato, dove poteva parlare con il suo Nicola nella speranza, e mai convinzione in verità, di essere ascoltata. Ma anche quella speranza l’ha tenuta in vita, prima ancora che la riscoprisse nei sorrisi spenti di Isabella, nei capricci tumultuosi di Nicoletta. Le due bambine a lungo sono state le rose e le spine dei tanti giorni di dolorosa solitudine. A lungo sono state il rimorso di essere sopravvissuta a Nicola che, a suo parere, avrebbe meritato più di lei di vederle crescere nell’arco luminoso delle sue braccia forti e protettive. Lei aveva avuto un’infanzia felice. Con lui, invece, la vita era stata già pesantemente in debito per avergli rapinato a soli nove anni gli occhi teneri di sua madre.
Credevo che la vita ti avesse sferrato tutti i suoi brutti tiri.
Era giunto da poco il tuo momento positivo e dovevi provare le gioie della paternità, raccogliere i frutti dei tuoi immensi sacrifici, avevi diritto alla tua parte di felicità…
L’ha tenuta in vita la rabbia per l’impotenza di fronte all’ineluttabilità del destino, di fronte alla protervia di una famiglia ricca e potente, ma priva di ogni etica, priva della delicatezza di mandare una voce di rammarico, un saluto non solo come atto doveroso e di umana pietà nei riguardi di una donna privata di suo marito e della gioia di vivere, ma soprattutto come vicinanza in una tragedia così immane da urlare al Cielo il nome del colpevole. Ma per alcuni esseri dis-umani non esistono colpe né pene né pentimenti, ma solo l’affannarsi a trovare il modo per sottrarsi persino al dovere di risarcire il danno con il minimo previsto dalla legge.
Amarezza che si aggiunse all’amarezza.
Hanno detto che la malattia gli ha, poi, procurato una fine lenta e straziante.
Io non gliela avrei mai augurata, nonostante tutto, nonostante non si sia degnato di scrivermi neanche un solo rigo né si sia interessato di noi e della tragedia che ci ha procurato.
Che il Signore lo perdoni!
Prima che morisse, gli hanno fatto firmare delle cambiali dal valore di venticinque milioni. I suoi legali temono che io rivendichi i miei diritti e corrono ai ripari.
Certe persone sono senza coscienza! I maledetti soldi, prima di tutto!
Sono solo poche lettere, ma quanto strazianti nella loro verità. E, con le lettere, alcune foto che sottolineano la gioia, il dolore. Ci sono anche le foto di alcuni quadri di Nicola Parisi a testimoniare la sua creatività, il suo talento pittorico, la sua solitudine prima di incontrare Anna Maria.  
Poi, il silenzio per molti anni ancora. Gli anni di un nuovo incontro con un uomo generoso, onesto, attento a colmare quanto era venuto a mancare troppo presto a lei e alle sue bambine, da lui amate come figlie. Gianni. Egli stesso reduce da vicissitudini dolorose e per questo in grado di comprendere e amare.
Gli anni degli studi e degli amori giovani.
Gli anni dei matrimoni e dei nipotini. Gli anni della rinascita e delle rinnovate perdizioni. Gli anni di ulteriori resurrezioni. Nel cortile della casa antica e di mai perdute presenze.
Le lettere erano rimaste per anni in silenziosa attesa di essere rilette alla luce dei nuovi passaggi esistenziali, così importanti da affievolire la loro voce, la loro preziosa missione. Sì, anche le cose, anche gli oggetti hanno una missione…
Poi, di nuovo improvvisamente, è accaduto qualcosa nella storia di Anna Maria, portandola ad un passo dal ricongiungersi a lui, al suo mai dimenticato Nicola che, ancora una volta, l’ha protetta rimandandola, generosamente, a quanti l’amano quaggiù. E lei, improvvisamente ha avvertito l’urgenza di riprendere carta e penna per ritornare a scrivere di un passato conservato, come una reliquia, nel profondo del cuore. E ha scoperto l’urgenza di riprendere quelle lettere ad una ad una per farne dono alle figlie, ai figli acquisiti, ai parenti e agli amici, e soprattutto ai nipotini perché la breve vita di un uomo tanto amato e tanto meritevole d’amore non venisse dimenticata. È stata questa urgenza a spingerla a pubblicarle, accompagnandole con un’ultima lettera… che risale a qualche mese fa.
Ed io mi fermo qui. Perché tutto il resto è sacro ed è da leggere con le mani giunte e in punta di piedi. Inebriati dal profumo dell’autenticità, oggi completamente in disuso. Inebriati dal senso che questo libro porta con sé a conforto di quanti hanno vissuto esperienze così devastanti da infrangere ogni desiderio di ritorno alla vita: la vita è spesso difficile e dolorosa, ma ci offre inaudite risorse per resistere ad ogni imprevisto, ad ogni ferita, ad ogni male, restituendoci prima o poi quello che sembrava perduto per sempre. “La vita dà e la vita toglie. Non esistono certezze né porti sicuri…” (Sonia Sacco). Basta non perdere mai il senso del valore della nostra esperienza vitale per non perderci definitivamente. Basta crederci. Anche i miracoli avvengono se li sappiamo scoprire.
E il miracolo più grande nella vita degli uomini è l’AMORE.
Gianni conosce bene i ricordi che mi legano a Nicola. Sa che è rimasto continuamente presente nei pensieri e nel cuore.
Spesso mi dice sorridendo che le belle storie d’amore si raccontano e si ascoltano sempre volentieri!
E noi ascoltiamo volentieri con una grande emozione nel cuore…
                                                                                      Angela De Leo




giovedì 14 giugno 2018

“E la chiamano estate” (SECOP Edizioni) di Valentino Losito


Fino ad oggi, per vari motivi indipendenti dalla mia volontà, non ho avuto il piacere e la gioia di ascoltare gli interessanti interventi che si sono succeduti durante le varie serate di presentazione del libro di racconti di Valentino Losito, insigne giornalista e catturante poeta e narratore. So che, grazie a relatori dalla indiscussa levatura culturale e umana, ci sono stati interventi attenti, profondi, estremamente colti. Ho letto soltanto la dettagliata e brillante presentazione di Lizia De Leo, mia sorella, al Symposium di Bitonto e, dopo averlo fatto, mi son chiesta, un po’ come il filosofo francese Baudrillard di fronte ad una realtà culturale che sembrava lasciare più spazio all’immaginazione: “cos’altro si potrebbe aggiungere che non sia stato già detto?”. Eppure, lo stesso Baudrillard trovò il modo di ri-scoprire una realtà completamente nuova e diversa, ridisegnandola iper-realisticamente. Credo che le risorse umane siano infinite, soprattutto se si colorano di passione, di emozione e di creatività. A voler rovesciare quanto detto sin qui, potrei ritenermi fortunata di non aver ascoltato o letto altre relazioni prima di quella straordinaria ed esaustiva di Lizia (che condivido parola per parola, avendo io e lei vissuto la stessa infanzia e adolescenza) perché così posso andare “a ruota libera”, senza la preoccupazione di ripetere concetti, ricordi, emozioni. Che possono sicuramente essere gli stessi, ma anche quanto diversi, poiché, come ben sappiamo, ciascuno di noi filtra quanto legge (e anche vive) attraverso la personale sensibilità, il retroterra culturale, lo stato d’animo del momento, una sua particolare intuizione.
Dunque, “E la chiamano estate” richiama subito alla memoria, come ha ben ricordato Lizia, Bruno Martino, cantante, compositore e pianista degli anni Cinquanta-Settanta dello scorso secolo, il quale proprio nel 1961 ci deliziò con la sua dolente e fascinosa canzone da night, uno dei primi tormentoni estivi di quei favolosi anni. Chi ha la mia età non può assolutamente sottrarsi alla memoria di quelle estati di jukebox, di balli in terrazza, e villeggiature in famiglia. Già, l’andare al mare era prerogativa di pochi eletti, e si diceva “villeggiatura”, probabilmente da “villa”, luogo ameno, dove in un periodo particolare dell’anno, di solito quello estivo, ci si trasferiva in campagna o al mare per svagarsi e riposarsi (chi non ricorda la trilogia di Goldoni con le ansie, le smanie, i preparativi, i soggiorni, gli imprevisti e le conseguenze?).
In copertina lo scorcio realistico di una Santo Spirito (marina di Bitonto) rivisitata dalle sognanti pennellate di Francesco Speranza tra cieli di nuvole e aquiloni al vento e barchette che sembrano di carta in un mare azzurro e solitario. Sul retro-copertina le illuminanti parole di Oscar Iarussi e ancora un Francesco Speranza con l’antica amata marina per i giochi dei bambini e i voli degli aquiloni. Il blu dello sfondo fa da contrasto ai colori ridenti e pastellati dei dipinti.
I racconti sono 38 e sono brevi come un sorriso, un battito di ciglia, un’ammonizione benevola e ricca di storia fortemente sintetizzata (hein?), un calcio al pallone, il volo di un aquilone, appunto…
Ma lunghi sono i ricordi che riportano alla memoria individuale e collettiva: le lunghe controre nella penombra della casa silenziosa col riposo degli anziani e degli adulti e la noia dei bambini (“Il flusso del tempo durante la controra sembrava fermarsi, così come cessavano i suoni consueti che scandivano i giorni. Si poteva ascoltare il frinire delle cicale, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi, il ticchettio dell’orologio a pendolo”); le lunghe sedute operative per costruire gli aquiloni con papà Lorenzo, paziente e abile, e il lungo filo da srotolare per farli volare fino al cielo, complice un vento sbarazzino e capriccioso, ma sempre attento perché non si spegnesse il gioco dei bambini (“Quando un aquilone cadeva, riprendevamo la corsa lì, dove il vento soffiava più forte, fino a quando, rossi in viso, vedevamo l’aquilone volteggiare sicuro e accompagnato dal nostro ‘Evviva’”); i lunghi percorsi del tram colorato d’estiva meraviglia, che percorreva ora ombrosi ora assolati campi di ulivi per finire la sua corsa ad un passo dal mare (“Il vecchio tram è rimasto nell’anima, magico e bello, fa fermate ad ogni fremito di nostalgia, in ogni angolo della memoria bambina.”); i lunghi giri in bicicletta, mentre il cuore allungava il suo raggio di azione alla ragazzina col fumetto tra le labbra e una risata argentina da fare innamorare (“ed era questo il sogno di noi che pedalavamo in Graziella: poterla abbandonare sopra il prato e distenderci all’ombra con la ragazza di cui ci eravamo innamorati. Ma questo restava quasi sempre un sogno. Con la Graziella si andava piano e si volava solo con la fantasia, con il suo profumo di libertà e l’aria sbarazzina degli anni’60.”); le lunghe canzoni ascoltate alla radio, che proiettava i sogni verso un mondo esterno ancora tutto da scoprire (“La radio era il contatto con il mondo esterno che, per mancanza di immagini e di cronache fedeli, continuava ad essere un mondo di fantasia e aveva portato le notizie buone e cattive della vita che ricominciava.”); la lunga canicola e l’improvvisa pioggia con “la danza delle gocce, i refoli del vento, i lunghi silenzi interrotti da lampi e tuoni”.
E si potrebbe continuare all’infinito con Proust sempre in agguato dietro il profumo inebriante dei maccheroni al forno sulle lunghe tavolate di Ferragosto tra gli scogli infuocati e gli allegri ombrelloni a offrire riparo e ombra fino al comparire delle stelle nel cielo.
Sì, ogni racconto di Valentino è una lunga scia di ricordi, è un lungo vagare della mente nei luoghi del cuore. È un refolo di parole che ne richiamano altre ed altre ancora da abbinare alle voci mai dimenticate, che appartenevano agli anziani, cui non si doveva mancare di rispetto, agli amici di famiglia, che rendevano movimentati quei giorni di sole e di mare, ai compagni di giochi e di avventure da passare sotto silenzio per non perdere quella “libertà vigilata”, di cui sentivano il cappio e la protezione. E la voce malinconica di Piripicchio, e quella invernale di Ciccillo “u varvjr” e quella estiva di Emanuele con la “tonsura” completa per andare con le teste rapate e igienicamente a posto (“Che nostalgia quei concerti per fisarmonica, mandolini, violini e chitarre che risuonavano nelle antiche sale da barba.”).
Sono voci e sentimenti che solo il cuore bisbiglia e ascolta”.
E mi potrei fermare qui tanto è dolce e carezzevole il suono di queste parole che ci riporta alle ragioni del cuore “che la ragione non conosce” (Pascal).
Ma la ragione adulta è oggi guardare con occhi delusi l’abisso di una società dimentica quasi del tutto delle ragioni del cuore, legata com’è al mondo “sbrilluccicoso” dell’apparire più che dell’essere. La ragione adulta è imbattersi quotidianamente in una realtà completamente diversa da quella di solo cinquant’anni fa perché una rivoluzione di giovani idealisti, ma impreparati, forse solo indottrinati, con nonni analfabeti e genitori impegnati a costruire per sé e i propri figli un futuro di benessere materiale e sociale e, quindi, anch’essi estranei e impreparati al cambiamento, aveva tentato di “rottamare” il vecchio mondo per renderlo migliore, cadendo però negli antichi errori di perdere il lume della ragione, che teneva sotto controllo le ideologie per affermare gli ideali e realizzare i sogni, sfociando così nel terrore sanguinario e violento che tradì la nostra recuperata innocenza dopo l’Olocausto della seconda guerra mondiale senza più il volo di una sola poesia ad assolverci e a redimerci (Th. H. Adorno nel 1966 scrisse: “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma di arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile…”, una sentenza ben più atroce e motivata di quella di Baudrillard).  Ben presto si dovettero fare i conti con una rinnovata società, in cui “Dio è morto” (Nietzsche) e con Dio anche la speranza e la stessa umanità.
Una società soprattutto diversa per la dominanza assoluta delle tecnologie più avanzate che hanno reso il nostro pianeta molto più complesso, ma ridotto a un “villaggio globale”, dove la comunicazione avviene in tempo reale e, soprattutto senza filtri, sui social, modificando completamente modi di vivere, di sentire, di percepire le molteplici realtà compresenti e divergenti, di parlare e di scrivere, condizionati come siamo più dall’immagine che dalla parola. I tempi vertiginosi della trasformazione contraggono tutto, anche il linguaggio perlopiù sincopato per essere aderenti alla fretta dei messaggi da inviare e ricevere senza il brivido di un’attesa, di un silenzio, di una risata, di una intonazione a rendere possibile il dimenticato   “sentimento della scrittura” (oh le meravigliose lettere d’amore del tempo che fu!), che è uno scrivere con l’anima prima ancora che con il corpo e la mente. Oggi adulti e bambini, “affondati” gli occhi nei tablet, non guardano più il mondo, non provano curiosità per l’altro, non s’innamorano del mare né si perdono nel mistero del cielo e ignorano le luci delle lampare e il ricamo luminoso delle smarrite stelle.
Valentino Losito ha il merito non di aver risvegliato in noi la nostalgia di un impossibile ritorno al passato, ma di averci donato il senso più vero e profondo di quanto sia venuto a mancarci in termini di semplicità, onestà, valori legati alla  tradizione (che non sempre è stallo e rifiuto di progresso, ma conservazione di un certo equilibrio e stabilità in tanta precarietà e dispersione di identità), alla famiglia, all’amicizia, alla fede, alla solidarietà. E lo ha fatto così, semplicemente, con una scrittura chiara, limpida, scorrevole come acqua di sorgente, pura e adamantina, dove si riflettono ancora i buoni sentimenti, l’“allegrezza” del vivere insieme, della convivialità, della fede dei padri, incrollabile e sincera; dove è possibile scorgere ancora “la nebbiolina della nube dorata della poesia” (Quasimodo, se non ricordo male) sulle nostre città ammalate di indifferenza, di solitudine, di egoismo in una “liquidità dei sentimenti” (Bauman), a cui fa sempre più riscontro la perdita dei valori e la “desertificazione del cuore”.
Un respiro di speranza, forse, per le nuove generazioni che hanno bisogno di scoprire e recuperare le proprie radici perché possano far germogliare i loro giorni futuri con la libertà verdeggiante delle foglie e il saporito profumo di nuovi frutti. Riscoprendo lo stupore degli occhi bambini nel primo giorno del mondo. E, con lo stupore, la curiosità per il mondo e la passione per la vita.
Grazie, Valentino, per la sapidità poetica, etica ed estetica di ogni tuo racconto.
E ti chiedo scusa se oggi mi va di paragonarti a quel pastore dei nostri presepi antichi “stordito, con la bocca spalancata, le braccia aperte e il cappello in mano, colui che offre al Gesù Bambino solo il suo stupore, un sentimento così prezioso agli occhi di Dio”.
                                                                                             Angela De Leo