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venerdì 2 aprile 2021

Venerdì 2 aprile 2021: Venerdì Santo e la festosa Pasqua ancora nel ricordo...

E dopo la Via Crucis di SUD…ario, riprendo i ricordi della mia Settimana Santa di tanti anni fa:

Poi la festosa Pasqua. Le campane a gloria della mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l’avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini. Noi c’inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo, tu benedicevi l’abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo d’ulivo e l’acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a casa in una bottiglietta (e mai il timore di un’infezione a sfiorarci e mai una malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani, più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!). Il benedetto era (e forse è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l’agnello e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo intero e con la vita (e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/ buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma alla fine devi dir… ah, sì bè/ buona pasqua pure a me! Carosone dalla radio cantava anche per noi…).

Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali, l’immancabile “vrədéttə” (non credo sia traducibile in italiano, forse “il brodetto”, ed era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…) e altro buon vino e chiacchiere e risate.

Tu raccontavi...

Poi, giunse il tempo della Pasquetta con gli amici. E tu e nonna restavate a casa perché non era più, per voi due, tempo dei lunghi passi tra l’erba, delle inerpicate sui sassi, delle scampagnate faticose. C’era ormai la stanchezza di giorni lunghi da portare su spalle più curve e su gambe sempre più malferme. (‘na ròutə da rəpàrà u səllénə da səstəmà u manùbriə da addrezzà e u cambanìddə ca dəchiàrə allàrmə còmə a ‘na campàna ròttə e stənàtə… cə nə məttémə tùttə ‘nzìmə jìndə a la màchənə pə fànnə abbəvèscə nàn jèssə jùnə bbùnə…) (una ruota da riparare il sellino da sistemare il manubrio da raddrizzare e il campanello che dichiara allarme come una campana rotta e stonata… se ci mettono tutti insieme nella macchina del restauro di tanti vecchi non ne viene fuori neppure uno sano…).

Si spezzò l’incanto...

Uno di quegli anni, proprio durante la settimana santa, tu eri in chiesa e ad un tratto ti alzasti perché dovevamo andare via, ma ti accasciasti sul banco con un dolore acuto alla schiena e alla gamba. Furono costretti alcuni uomini nerboruti a portarti fino a casa con la sedia su cui ti avevano fatto sedere. Non si riteneva, a quei tempi, di dover chiamare l’ambulanza per situazioni del genere. Tutto si risolveva con la solidarietà di parenti, amici e conoscenti. Ma tu rimanesti a letto a lungo e la nonna ti fece delle iniezioni che il medico ti prescrisse per farti stare meglio. Era probabilmente il nervo sciatico infiammato. La nonna commentò preoccupata e scontenta: “Chə cùrə sòrtə də chìtrə ca stèvə jìndə alla chiésjə stémmə tùttə ‘ndəsàtə, pə ffórzə ca nə avèvəna scəcàttəscià rə rèumatìsmə, pórə jè mə səndèvə tùttə u pìttə chəstəpàtə e d’óssərə chjìnə də dəlórə e rə scənòcchjərə ca nàn zə chjəchèvənə. Fəgùrətə Məngùccə ca sóffrə də l’àrtrósəchə!” (Con quel gelo che stava in chiesa stavamo tutti infreddoliti per forza dovevano risentirsi i reumatismi, pure io sentivo tutto il petto costipato, le ossa piene di dolori e le ginocchia che non si piegavano. Figuriamoci Mincuccio che soffre d’artrosi!”).

Da anni andavi a spogliarti e a rivestirti in quella che noi chiamavamo “la càmərə də rə mənènnə” (la camera delle bambine), cioè quella che avevate pensato dovesse essere la nostra cameretta; in realtà, mai abitata da noi perché era la più interna e umida della casa. Cominciò per te e per nonna Angelina il periodo degli acciacchi dovuti all’età. Tu minimizzavi sorridendo: “Sono i dolori di quando mai”, dicevi. “Oh, ma quando mai questo dolore! Non ricordo di averlo mai avuto prima!”. E quei dolori di quando mai divennero i dolori di sempre.

(ancora dal primo volume de Le piogge e i ciliegi).

E il mio Retino ha catturato su FB una pagina di grande tenerezza e intensa commozione della mia carissima consuocera e vera poetessa Francesca Romana Petrucci. Eccola, per leggerla insieme:

LA MIA PASQUA BAMBINA

Ogg mi piace tenere un po’ sul cuore il mio paese d'origine. Non farà differenza questo periodo di silenzio, per mostrare il suo, quello ricorrente del Venerdì Santo. Quando venivano legate tutte le campane (a Montefalco ce ne sono tante e non so ci siano ancora) e le persone, sembrava, temessero persino di scambiarsi parole, in quelle viuzze selciate e ancora infreddolite dall'inverno non ancora passato. Semideserte, per non rompere l'incanto di quel silenzio, di quella attesa. L'attesa di quella gioia, che sarebbe seguita di lì a poco, nel festeggiare la Pasqua.

Tutto mi appariva gigante, dal mio sguardo di bambina. Anche quel silenzio era grande, insormontabile, sembrava. Invece, conduceva al gran fragore della Resurrezione. Il giorno di Pasqua, durante la celebrazione della messa grande, un gran crocifisso irrompeva in chiesa, di corsa. Il portone della chiesa si spalanca all'improvviso con gran rumore, come uno scoppio, quasi un terremoto. Quando la porta si apriva di colpo e vedevo questo Crocifisso irrompere, quasi giungesse dal centro della terra. Correre lungo la navata centrale, portato a braccia da alcuni uomini, che io non vedevo. Correva, sopra le teste dei fedeli, in piedi, come scivolasse sull'acqua. Per troneggiare, alla fine, al centro dell'altare E tutto ciò accompagnato dall'improvviso frastuono di tutte le campane, finalmente libere di annunciare la festa. Facevano tremare il paese intero.

Un' esplosione che prendeva tutto il nostro essere. Noi bambini, stupefatti, anche un po impauriti da tanta irruente vitalità. Dopo la messa grande, prima del pranzo, un ultimo incontro nella piazza.

Gli adulti si confrontavano nella pratica della "cioccetta".

Ciascuno con le sue uova fresche di giornata, selezionate tra le migliori della posa della mattina pronte per essere confrontate con quelle dello sfidante, battendole con maestria, le une con le altre, a scoprire chi avesse l'uovo dal guscio più duro. Cosa si vincesse, non lo so. Ma forse nulla. Magari per dimostrare chi avesse le galline più sane. Non so dirlo. La Piazza. Quella degli incontri veri, desiderati, sentiti come bisogno del cuore, come serpeggiante fratellanza, che tutto coltiva e tutto contiene.

La mia PASQUA BAMBINA.

Ciò che passa dal cuore, tutto resta. Serenità per tutti

                                                                      Francesca Petrucci

 

E mi piace riportare un poema inserito nella raccolta di poesie Je suis Janette del carissimo giornalista e amico Enzo Quarto:

Shalom - Pax - Salam

Offrimmo all’Altissimo il vitello di Abramo
calpestammo avvinti la terra di Canaan.

Perché non dovremmo essere fratelli?

Più delle parole e dei gesti
vale il seme dei nostri avi
il seme dell’Altissimo
fecondato con Abramo.

È lontana Ur dalla terra di Canaan
ma non è volere della nostra miseria.
il viaggio è necessario
verso le promesse dell’Altissimo
purificate da ogni corruzione.

Abramo ha lasciato le sue cose
ha lasciato casa
ha lasciato le sorgenti dell’Eufrate
ha lasciato l’avere per l’ignoto.

La promessa di Dio è ignota
ma è promessa dell’Altissimo
e la sua parola è il nostro ascolto
che diventa vita.

Per il nostro tempo
e per il tempo dopo di noi
siamo migranti
alla ricerca di una meta promessa.

Migranti ignari,
bisognosi, ma fiduciosi
migranti che bussano
alle porte dei fratelli
migranti che incontrano sguardi
increduli e dubbiosi,
migranti feriti
senza cibo né acqua,
cercatori e sognatori.
Migranti uccisi.

Da Carran alla terra di Canaan
l’anelito ripetuto di pace
risuona nelle ciotole vuote
e negli otri svuotate e flosce.
Da Carran alla terra di Canaan
s’annida la speranza in ogni passo
ed orma dopo orma
la carovana incontra fratelli
altri
e le donne s’apprestano al pane
e i secchi calati nei pozzi
traboccano d’acqua.
Da Carran alla terra di Canaan
il volere di Dio
è il cammino dell’attesa
per tutti
non ci sono certezze.

Il perimetro della casa è senza mattoni
il bisogno resta insoddisfatto
gli imprevisti sono in agguato
ma è il volere di Dio.

Abramo ha creduto all’Altissimo
nonostante le paure.
La paura di distaccarci dalle cose
la paura di avere meno di altri
la paura di non essere ascoltati
la paura dell’ignoto
la paura della morte.

Non c’è vita nella paura della morte
non c’è gioia senza la promessa dell’Altissimo
e nemmeno speranza senza il cammino
da Carran alla terra di Canaan

La serenità della morte
è il dolore per ciò che abbiamo lasciato
la gioia per ciò che possiamo trovare.
È il nostro cammino condiviso
la nostra pace
pregustare le promesse dell’Altissimo.

Finché ho un nemico
non avrò pace
non potrò godere la pace
vivere la pace
condividere la pace
educare alla pace,
la mia stirpe e la mia discendenza
non saranno in pace.

La pace è scritta nella parola
fratello
e nella valle di Giosafat
si ergerà forte la voce degli angeli:
Chi sono i tuoi fratelli?
Cosa hai fatto per loro?
E con loro?

Verrò tra le tue possenti braccia
Padre Misericordioso
a chiederti perdono dei miei peccati infami,
perché ho cercato giustizia
ma l’ho negata ai miei fratelli.
Poggerò il capo sulle tue ginocchia
e attenderò che
la tua materna mano
cancelli il mio passato.
Non mi avvicinerò a te con brama
ma con pazienza aspetterò
il tuo richiamo.
La stessa pazienza con cui hai atteso
il mio pentimento.

Non c’è giustizia
senza la tua infinita Misericordia.
Ma non c’è pace senza giustizia.


Dove è amore e sapienza,
ivi non è timore né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è né preoccupazione né dissipazione.
Dove è il timore del Signore a custodire la casa.
ivi il nemico non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è né superbia né durezza.
San Francesco d’Assisi


E solo allora tutt’intorno
sbocceranno tulipani di rubino,
margherite di smeraldo,
magnolie di brillanti,
su di un prato di zaffiri.
E lo zampillio dell’acqua sorgiva
cadenzerà il canto di usignoli.
E arpe angeliche risveglieranno
per sempre
ogni buon dormiente.

Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam



E, infine, per augurarvi una serena e Santa Pasqua ecco una mia poesia che parla dell’infinito amore di Cristo per tutti…

Maria di Màgdala

Donna di acqua e di grano maturo
specchio d’anima accesa/offesa
nel lago di Tiberiade sua dimora.
Donna di vento e di sole
e di lacrime di perla amara
a spegnere in seno i sette demoni
che il corpo nutrirono di paura
fino all’incontro agognato
con gli occhi di luce a
illuminare
di perdono la veste scura
come la notte del cuore.
Sciolse d’ambrosia
i suoi lunghi capelli
alla povertà di piedi nudi
che sapevano di rovi ardenti
sui pietrosi sentieri di preghiera.
L’accolsero braccia d’Amore
e il Figlio/Padre ebbe
un intreccio di stelle a indicarle la via
tanto amato e sofferto aveva
nei giorni del silenzio e del canto.
“Apostola degli apostoli”
la chiamarono perché al pianto
di Maria, cuore trafitto
da sette spade,
ebbe mani di tenerezza ad accogliere
il suo dolore infinito di Madre…

Angela De Leo

domenica 15 settembre 2019

Domenica, 15 settembre 2019: Il potere della Poesia


Ora che la gioia viva dell’incontro ci ha lasciato una impalpabile malinconia per i cinque giorni trascorsi troppo in fretta per sentirli veri, ora mi piace riportare alla memoria, ancora breve, le meraviglie vissute lunedì scorso nella nostra Libreria Secopstore in quel di Corato. Serata magica, dunque, all’insegna della Poesia e della Letteratura italiana e internazionale con la straordinaria presenza (per la prima volta in Italia) di Gjeke Marinaj, il GRANDE poeta di origini albanesi, ma americano di adozione ormai da tanti anni. Tutto il suo ricchissimo, sorprendente, affascinante curriculum vitae e professionale è stato abbondantemente citato su varie Pagine di fb, su testate giornalistiche in formato cartaceo e via web, un po’ dappertutto, in Italia e all’estero, per cui non mi sembra il caso di riportarlo ancora sulla mia pagina. In pratica, basta cliccare il suo nome su Google per sapere tanto di lui.
Penso che sia giusto, invece, ripercorrere per sommi capi l’esperienza prodigiosa vissuta insieme lunedì.
E parto da Raffaella Leone e dalla sua chiara, colta, dettagliata, effervescente Introduzione alla serata di presentazione di Gjeke Marinaj tra noi. Con intensa partecipazione emotiva e tanta dovizia di particolari letterari e storici, ha focalizzato quale possa essere il significato della poesia ai nostri giorni, in un vastissimo e complesso panorama culturale, letterario, umano, e in una società che sembra vivere sui social una fittizia realtà parallela a quella che ci vede protagonisti in casa, nella comunità locale e planetaria in cui realmente e realisticamente viviamo.
Le ipotesi e le tesi, le argomentazioni e le contraddizioni.
Poi, ecco Gjeke Marinaj, seduto in mezzo al numeroso pubblico con la semplicità che si conviene ad un uomo di particolare umiltà e ad un poeta GRANDE di per sé. Con il suo tenero, luminoso, avvolgente sorriso che fa di lui la perfetta incarnazione della sua teoria, il Protonismo, che propugna il “pensiero positivo”, non soltanto nell’ambito della critica letteraria, ma anche in ogni rapporto relazionale e in ogni settore dell’umana esperienza, con la prospettiva di valorizzare quanto di buono possa esserci nella scrittura di ciascun autore, ma anche nella personalità di ciascun essere umano, che è fatto, come ciascun essere umano, di luci e di ombre, di virtù e difetti, di ardimenti e di limiti. Mettendo in pratica cinque semplici regole che Gjeke suggerisce per diventare migliori noi stessi e rendere migliori i nostri simili e l’intero nostro pianeta, oggi così devastato da guerre, palesi e sotterranee, da violenze di ogni genere, dall’imbarbarimento del linguaggio verbale e dello stesso animo umano. La paura serpeggia per ogni possibile (anche se improbabile) nemico, tanto è l’odio sempre più diffuso nel mondo verso ogni diversità, e persino verso ogni altro da noi. Laddove Gjeke viene chiamato, invece, quale ambasciatore di pace e fratellanza tra tutti gli esseri viventi.  E il suo sorriso coinvolgente si sposta tra i vari Continenti per diffondere quella teoria che, nel frattempo, è diventata una disciplina linguistico-filosofico-umanistica, insegnata anche in alcune Università.
Non a caso, alle domande di Raffaella c’è stata da parte del nostro ospite un volo per parlare di quanto gli stava più a cuore: il potere della Poesia e il Protonismo. E lo ha fatto come se rompesse gli argini, essendosi trasformato in un fiume in piena, con tutta la   sua passione viscerale per la parola poetica, con la forza dirompente della sua anima ribelle e libera, e con tutto il suo amore, accogliente e vitale, per gli altri, per la natura, i luoghi amati, la vita stessa.
Fremiti di emozione e commozione condivisa: da alcuni parenti albanesi del poeta, venuti per salutarlo ancora una volta, dopo trent’anni di attesa dal loro ultimo incontro, e dai tanti nostri amici SECOP, poeti, scrittori, docenti, giornalisti, fotografi, musicisti, chiamati da Raffaella, con un gioco divertente di parole “pescate” a caso, ad essere protagonisti tutti, sia pure per una manciata di minuti, della serata. Perché Gjeke Marinaj si sentisse avvolto dal calore e dall’ammirazione dei presenti, sempre più numerosi, attenti, coinvolti.
Giuseppe Fiorello, nostro amico e autore, nonché docente, fotografo e pittore, ha fatto l’elenco di chi ha potuto rendere omaggio al nostro meraviglioso ospite. Ve lo propongo, leggermente modificato per evitare qualche soggettiva interpretazione delle sue schiette parole (ma il testo originale è visibile su fb) perché ne rimanga traccia anche su questa mia pagina:

Il poeta albanese naturalizzato americano Gjekë Marinaj in giro per la nostra Puglia, a Santo Spirito e Lecce con serate organizzate dalla poetessa Rosalba Fantastico di Kastron e il suo compagno Franco Leccese, e a Bitonto e Corato con la SECOP edizioni, per presentare il suo primo libro di poesie in italiano "Schizzi di immaginazione", pubblicato dalla SECOP, e la sua teoria sul Protonismo.
Durante l’ultimo incontro, lunedì 9 settembre, è stato accolto ed omaggiato, nella Libreria Secopstore di Corato, da molti altri autori della stessa Casa editrice.


Angela De Leo
Giovanni Romano
Gabriella Basile
Rosalba Fantastico di Kastron
Dina Ferorelli
Zaccaria Gallo
Valentino Losito
Federico Lotito con la sua compagna Luciana De Palma
Alberto Tarantini
Mario Sicolo
Marino Pagano
Luisa Varesano
Maria Sforza
Mauro Massari
Gianni Brattoli
Giuseppe Tricarico
Tony Rizzo
Giuseppe Fioriello
Benny Caterina
Angela Strippoli
Besa Mone (docente di origine albanese)


                                                  Giuseppe Fioriello

E, dopo la felice Prolusione di Raffaella, ecco la Relazione della sottoscritta:

Schizzi d’immaginazione (SECOP edizione) di Gjeke Marinaj

La raccolta poetica Schizzi d’immaginazione di Gjeke Marinai mi ha da subito affascinato per la “singolarità” e la “verità”, plurale e contraddittoria quest’ultima, l’ironia al limite dell’amaro sarcasmo, la tenerezza colma d’antica nostalgia, la visionarietà onirica e vera.  Sono queste alcune caratteristiche che ne fanno un’opera unica, originale, autentica.
E, del resto, Susan Sontag, scrittrice statunitense pluripremiata, sostiene che tutte le qualità che rendono pregevole o ammirevole uno scrittore possono essere individuate, appunto, nella “singolarità” della sua voce… e nella “verità molteplice” delle sue affermazioni contraddittorie.
“La letteratura - scrive Sontag - è la casa della sfumatura e della contraddizione, che si oppone alle voci della semplificazione”.
È quanto ampiamente connota Schizzi d’immaginazione, in cui c’è tutto Gjeke, con i suoi sogni e le sue perdizioni, il suo amore “affamato” per l’amatissima consorte Dusita e la sua anima buia e martoriata di esule e migrante, metà zingaro e metà eroe, con una visione della realtà tutta calata nelle sue verità più dure e aspre della condizione umana tra violenze, guerre, sradicamenti, lutti, ma anche fiorita di verità più lievi e incantate della bellezza e della speranza, che contempla fuori e dentro di sé. 
Marinaj aggruma spesso le prime con il suo pensiero filosofico, che mai lo abbandona e con la fine penetrazione psicologica nelle pieghe dell’animo umano, oppure le stempera con l’ironia e la poesia che gli appartengono come una seconda pelle, la sua stessa carne, il suo stesso sangue.
Vorrei, a questo proposito, ricordare che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il libro: “mare”, aperto e libero, che porta lontano e permette il lungo viaggio della scoperta e della conoscenza; “corpo”, carne della nostra stessa carne: se ci cattura diventa il nostro stesso corpo; “coltello”, perché dopo il primo colpo (fendente metaforico) per penetrare nelle sue pagine è lo stesso libro che ci ferisce, prendendosi l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, perché in esso scopriamo la nostra lacaniana “lalange”: la nostra lingua interiore, il nostro “Io” più vero, quello che risale alle nostre radici e scende nell’humus più profondo della nostra terra.
Ecco qualche verso a testimonianza di tutto questo:
Un tempo col palmo delle mie mani la tua crescita misuravo,//ora altri dai versi che scrivi/ ti misurano.// Sei un poeta/ e oltre i limiti dello spazio giunge il braccio del poeta. (“Una madre parla al figlio poeta”, p. 83);  
 … La ragazza rese il mare più mare./ Il mare fece più poeta il poeta?/ Chi era il mare? - La ragazza, il mare o il poeta? (“Chi era il mare”, p. 115); 
… tutti gli affanni del mondo furono incisi/ sui globi oscuri dei nostri occhi, e i nostri cuori/ impotenti rimasero a segnalare il messaggio del decesso (“Sperando di trovare rifugio in America”, p. 61);
… Vado a portare rose nei cimiteri dei silenzi,/ ma i fiori si mutano in polvere ed io/ non riesco a trovare la via del ritorno… (“Quello che alla terra non ho detto” I, p.129).
… Tu, respiro che spirò la brezza vitale/ attraverso penosi rintocchi d’amore. (“Albania”, p. 47).
Erri De Luca, con Nazim Hikmet, afferma: “il libro dev’essere vento e aprire le tende”. In pratica, va lontano, si ferma e spalanca le tende alla luce del giorno per guardare, contemplare, indagare, scoprire, e restituire, nell’immancabile ritorno, la conoscenza del mondo arricchita di mondi altri, di altre meraviglie (le stesse categorie elaborate da Gjeke nella sua teoria protonica, linguistico-umanitaria, che lo ha reso famoso in tutto il mondo). Con in più la visionarietà, alla quale il nostro Autore si uncina, per sognare luoghi migliori, in cui abitare finalmente rasserenato e in pace con sé stesso, con la natura, con tutti gli esseri viventi, in una continua ansia d’amore, che è attenzione e cura. Un fondersi e confondersi con il Tutto che ci abita e che abitiamo.
Una delle creazioni embrionali di Dio, la baia di Ha Long:// Modello da contemplare e seguire per la natura tutta.// Tiepido magico guscio in cui la terra si fa nido/ di cielo simile al mare e di mare simile al cielo, fluttuante nel nostro universo.// Sono anime esse stesse e hanno anima queste minuscole isole./ Poesie nella poesia.(“Nella baia di Ha Long così appare il mondo, p.15).
E Ha Long è il luogo del cuore, il luogo della poesia e del ritrovarsi del poeta immerso nella bellezza della natura che tanto lo affascina in un abbraccio di sogni senza fine. Il LUOGO che apre e chiude la raccolta in una struttura ad anello che sembra, nella continuità del cerchio, racchiudere l’infinito…
In tutta la raccolta, del resto, si avverte questo respiro della bellezza e del sogno sempre in luminoso agguato. In tutta la raccolta, aleggia un continuo scambio osmotico circolare con i propri simili, fatto di valori perenni e di pensieri e parole sempre nuovi e diversi, che si riconducono alla giustizia sociale e alla solidarietà umana. Si avverte il soffio leggero dell’amore e l’uragano furioso della passione, la malinconica tristezza dei ricordi e la feroce solitudine dell’esule, il dolore per ogni perdita, per ogni orma persa sulla sabbia desolata del deserto del cuore che più volte Gjeke ravvisa nel mondo contemporaneo e che, per sé e i suoi “affini”, scongiura.
È una poesia che racconta il bene e il male, il bello e il brutto, l’odio e la tenerezza, tutti i sentimenti che l’esperienza esistenziale sommuove nell’animo umano. Per questo i versi di Marinaj sono lunghissimi: rivelano i passi numerosi di colui che va perché deve andare e lascia dietro di sé una scia di ricordi, il dolore dello strappo dalle braccia materne, dalla casa, dalle strade conosciute e amate, il vuoto di ogni assenza. E penso alle stupende statue bronzee dedicate ai migranti dallo scultore marocchino, ma francese di adozione, Bruno Catalano.
E ci sono, al contrario, versi che narrano anche i sorrisi incantati e pudichi dell’amore ragazzino e quelli più morbidi e pensosi dell’età matura, quando l’amore è un rifugio, una consolazione protettiva a rimarginare ferite, ad assicurare continuità e serenità di giorni da centellinare piano perché nulla più vada perduto. Stupendi quelli dedicati a Dusita, sua compagna di vita, a sua madre, alla sua terra, patria perduta e ritrovata perché “matria” (Calvino e altri) con braccia accoglienti d’amore e di perdono.
I pianeti sono perle sul tuo collo,/ splendenti della tua perfetta bellezza… Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano dalle ali spezzate… Terra mia./ (…) Quanto sento acuto il bisogno del tuo perdono./ Lascia la coppa ricolma dei miei peccati./ (…) solo promettimi che nel mio profondo sonno/ tu sarai la mia eterna/ trapunta di terra. (“Dusita”, p. 39; “Alla madre”, p. 145; “Quello che alla terra non ho detto” III, p.133).
E alla sua terra Gjeke Marinaj dedica un breve poemetto di accorata nostalgia, all’interno della raccolta. Un rimpianto d’anima che lo fa sentire colpevole per averla abbandonata, pur essendo stato costretto a farlo per evitare una morte certa. L’eccezionale delicatezza d’animo del poeta è fatta di “cristalli pieni di lacrime”, di “ali spezzate”, di “coppa ricolma di peccati” laddove tutto si veste, invece, d’innocenza e di “prematura… suadente maturità”. Contenuti profondi di un uomo dalla “biografia spezzata” (Enzo Biagi), che si porta dentro un vulnus di tutti i vuoti di ogni abbandono: c’è sempre un vuoto da colmare, scelto o subìto.
Versi, tutti, che hanno metafore insolite, affascinanti, ardite. A volte a raggiera, a volte a stella cometa; a volte, sono acqua sorgiva e zampillante, altre torrente in piena. Figure retoriche suggestive, dalle personificazioni alle anafore, dai chiasmi ai poliptoti…
E dai tanti versi senza versi esplode improvvisa e luminosa la Poesia.
… In maniche di camicia è uscita la notte… I ferri della calza della sera a maglia lavorano… dove le penne vengono a pensare… dal mare dagli occhi rossi/ che i vivi e i morti annega… anche la sovranità della neve/ sull’erba verde!
E gli spazi sapientemente lasciati per tutte le parole del silenzio, come sostiene Paul Èluard. Le parole mute dell’anima... gli infiniti dentro e fuori di noi che nessuna siepe può cancellare, ma solo leopardianamente dilatare perché il poeta “nel pensier si finge” mondi altri… E i voli, gli abissi, le vittorie, le sconfitte, gli orizzonti slargati e le stelle raggrumate per farsi nido di sogni… i sogni… i sogni che, come i bambini, “sono perle nella collana del tempo”.
Il poeta e aforista francese Alain Bosquet scrive: “La poesia è sangue diventato fiore”
Niente di più vero se leggiamo, commossi e trepidanti, le poesie di Gjeke Marinaj, grondanti sangue che si trasforma immediatamente in fiore, grazie al suo nobile e tenerissimo cuore… che sempre è in fuga e sempre ritorna all’incanto primigenio…
Baia di Ha Long.

Epicentro di bellezza,
Tenerezza incantata,
Risurrezione clandestina
Della Torre di Babele.

                                                        Angela De Leo

                            Sketches in Imagination by Gjekë Marinaj

Gjekë Marinaj's book of poems Sketches in Imagination enthralled my imagination at first sight for its "uniqueness" and "truthfulness" – the latter multi-faceted and almost self-contradictory –, for its irony verging on bitter sarcasm, for its tenderness full of ancient nostalgia, its onirical, true dream-like quality. These are some of the features that make this book an unique, original, genuine work.
Susan Sontag, the multi-award winner american writer, maintains that all the qualities that make a writer laudable or worth of admiration can be pinpointed, indeed, in his/her "unique" voice... and in the "multi-faceted truth" in his/her contradictory statements.
"Literature", writes Sontag, "his the home of nuances and contradictions, opposing the sirens of simplification".
This is the main feature of Sketches in Imagination, a work that contains the whole of  Gjekë, with his dreams and perditions, his "hungry love" for his beloved wife Dusita, his darkened, tormented soul of exile and refugee, half gipsy and half hero, his outlook of reality fully immersed into the hardest, harshest truths of the human condition among violences, wars, forced displacements, griefs but also flourishing of the more delicate, enchanted truths of beauty and hope, which he contemplates both outside and inside himself.
Marinaj often lumps all the bitter truths in his ever-present philosophical thought with his keen psycological intuition of the flexions of the human mind, or dilutes them with the poetical irony that belong to him as a second nature, like his own flesh and blood.
I would like to remind that the Italian psichoanalist Massimo Recalcati describes a book like "a sea", an open, high sea, who opens unlimited horizons and makes possible the long voyage of discovery and knowledge; like "a body", flesh of our own flesh: if it captures us it becomes our own body; like "a knife", because after the first blow (a metaphorical cutting) we give to get through its pages, it is the book which wounds us, taking hostage our soul and the innermost part of us because we discover in it our Lacanian "lalange": our interior language, our real self, the self which goes to the roots and digs into the deepest humus of our soil.
Here are some verses as an example of the above:
... Once I measured your growth by the palms of my hands. / Now others measure it / by the lines you write. // You are a poet / and the poets’ reach extends beyond the edges of space.("A Mother Speaks to her Poet Son", p. 83);
... The maiden made the sea more sea-like./ The sea made the poet more of a poet. / Who was the sea? - the maiden, the sea, or the poet? ("Who Was the Sea", p. 115);
... All the cares of the world are etched / on the dark globes of our eyes, and our hearts / are powerless to signal the message of their decease. ("Hoping to Find Refuge in America", p. 61);
... I go to put roses in the cemetery of silences, / but the flowers turn into dust and I / cannot find my way back… ("Things I Had Not Told The Land", i, p. 129);
... You, the breath that blew the life's breeze / through  painful chimes of love. ("Albania", p. 47).
Erri De Luca, along with Nazim Hikmet, declares: "A book must be a wind which opens the courtains wide". Indeed, it travels far and wide, it stops to open the courtains wide in broad daylight watching, contemplating, inquiring, discovering, and giving back, in its inevitable return voyage,  a knowledge of the world enriched by diverse worlds, diverse marvels (the same categories developed by  Gjekë with his linguistic-humanitarian Protonistic theory which made him famous all over the world). Adding the poet's visionary capability, to which our Author is firmly hooked, dreaming of better places in which to dwell at last, calmed down in peace with himself, with Nature, with all living beings, in a perpetual yearning for a caring, attentive love. Melting and blending himself in the Whole which dwells into us, and where we dwell.
Ha Long Bay must have been one of God's embryonic creations / A model for the rest of the natural world to see and follow / A warm magic shell for the Earth to incubate its core / Made of sea-like sky and sky-like sea floating in our universe. // These tiny islands have distinct souls and are souls themselves / They are poetic compositions and compose poetry of their own. ("So It Seems, at Ha Long Bay", p. 15).
Ha Long is a place of the heart, the place for poetry where the poet recovers, immersed in the natural beauty that so fascinates him, in an unending embrace of dreams. This is the opening and closing Place for the book, enclosing it in a ring-like structure which seems, in its circularity, to enclose Infinity itself...
Along the whole book, indeed, one can feel this breath of beuty and dreams, always ready to surprise us with their bright ambushes. Along the whole book lingers a circular, osmotic exchange with the other fellow creatures, an exchange of perennial values and ever new, different thoughts and words, rooted into social justice and human solidarity. One feels both the light breeze of love and the furious tempest of passion, the melancholic sadness of the memories and the harsh loneliness of the exile, the grief for every loss, for every trace lost on the desolate sand of heart's desert which  Gjekë recognizes many times in the contemporary world and which wards off for himself and his "kindreds".
His poetry narrates of good and evil, of beauty and ugliness, of hate and tenderness, of all the feelings that the existential experience agitates inside the soul. That's the reason why Marinaj's verses are so long: they reveal the many steps of who goes because he has to go, leaving behind a furrow of memories, the pain of being ripped from his mother's arms, from his home, from the familiar, loved streets, thrown in the void of every absence. I am thinking of the magnificent bronze statues of migrants by the Moroccan sculptor, but French citizen, Bruno Catalano.
There are, conversely, the poems which narrate also of the enchanted, modest smiles of adolescent love, beside the softer, more pensive ones of maturity, when love is a refuge, a protective solace for healing the wounds, for assuring a quiet perennity of days to savor one by one so that nothing goes lost anymore. Splendid are the poems dedicated to Dusita, his wife, the ones dedicated to his mother, to his land, a fatherland lost and found again because it's the "motherland" (according to Italo Calvino and others) ready to embrace him with love and forgiveness.
The planets are like beads on your neck, / luminous with your wholesome beauty. ... I’m devastated by the longing for you / A longing broad as the sea / And I am a broken-winged gull... Land of mine, / (...) As keenly as I need your forgiveness. / Leave the brimming cup of my sins / (...) only promise me that in my deep sleep / you will be my permanent / earthen quilt. ("Dusita", p. 39; "To Mother", p. 145; "Things I Had Not Told The Land", iii, p. 133).
To his motherland, Marinaj dedicates a short poem full of aching notalgia. A regret of his soul that makes him feel guilty of having abandoned it, in spite of having been forced to do so in order to avoid certain death. The poet's extraordinary sensitivity of character is made of "crystals full of tears", "broken wings", "a coup brimming with sins", where all is made, on the contrary, of innocent and "premature... mellowing maturity". These are the innermost subjects of a man with "a broken biography" (Enzo Biagi) who carries into himself the vulnus of all the voids, of every abandonment: there is always a void to be filled, either chosen or suffered.
All these verses contain unusual, fascinating, bold metaphors. Sometimes like a sunburst, sumetimes like a comet's tail; sometimes they are like springing, gushing water, sometimes like an overwflowing torrent. Evocative rethorical figures, from personifications to anaphoras, from chiasms to politpthotes...
From all those verses without verse, Poetry explodes, sudden and bright.
The night stepped out in short sleeves ... / Evening’s knitting needles stitch foggy fabrics... /  Where the pens come to think / in the red-eyed sea / that drowns the living and the dead... even the sovereignty of snow / over the green grass!
Not to speak of the spaces skillfully left for all the words of silence, as Paul Eluard claims. The silent words of the soul... the infinities outside and inside us that no hedge can obliterate, only broaden Leopardi-like because the poet "fakes himself in his thoughts" otjer worlds... And the flights, the abysses, the defeats, the boundless horizons and the stars lumped together to became a nest of dreams... dreams... dreams that, like the children, "are the pearls in the necklace of time".
The French poet and aphorist Alain Bosquet writes: "Poetry is blood become flower".
Nothing is more true if we read, as touched and trepidatious readers,  Gjek' Marinaj's poems, dripping blood immediately becoming flower, thanks to his noble, sensitive heart... always on the run and always returning to his pristine lure:
...

Ha Long Bay.

Beauty’s epicenter,
Serenity’s affection,
Tower of Babel’s
Covert resurrection.
                             Giovanni Romano
Ringrazio dal profondo del cuore il prof. Giovanni Romano per la pronta disponibilità nell’accettare senza esitazioni la mia richiesta di tradurre il testo; per la solerzia davvero sorprendente nel consegnare il non facile lavoro, svolto con competenza e passione, in appena due giorni; per la puntuale e preziosa traduzione. 
“Sia lode al merito”!
                        (Fine prima parte)


giovedì 21 febbraio 2019

21 febbraio: il primo giorno senza


È l’alba di un nuovo giorno. I lucernari sono pieni di brina che, al primo pallido sole di febbraio, si va sciogliendo in rigagnoli, vissuti immediatamente da me come silenziose ma evidenti lacrime. E, altrettanto immediatamente, fulmineo, mi è tornato alla mente un pensiero doloroso: già, un carissimo amico, all’alba di ieri, con il suo zaino carico di libri, si è librato nel cielo che si sfogliava di sole, quasi petali di rosa in caduta libera per bilanciare quel volo senza ritorno.
Livio Sossi ha intrapreso il suo ultimo viaggio, almeno sui binari di questo nostro mondo malandato e assordato da parole cattive, per intraprenderne di nuovi lungo scie di fiabe luminose e leggere da raccontare ai tanti bambini, fiori rinati in un prato senza fine, in attesa di un “pifferaio magico”, come io ero solita chiamarlo, in grado di incantarli. E lui ora è lì e si va accorgendo che il suo zaino ha la leggerezza delle nuvole, e sprigiona un profumo di nuove gemme, il canto delle allodole, e sorride a questo precoce inizio di primavera che sboccia su quelle bocche di innocenza e candore. E con loro sta dimenticando treni e stazioni, felice di potersi spostare, libero come il vento, nella immensità di tutti i cieli…
Livio è stato per me e la mia famiglia, per oltre un decennio, un amico discreto, sorridente, gentile, attento. E la cosa più insolita e inaspettata è che fu lui per primo a contattare Peppino, mio genero, e non viceversa come si potrebbe pensare. Peppino aveva pubblicato, nel 2007, il libro Abbecedario dei Diritti dell’Infanzia del grande scrittore serbo Ljubivoje Rsumovic, che il prof. Sossi faceva studiare in inglese ai suoi studenti universitari perché non era mai stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia. Livio vide il libro alla Fiera di Bologna e volle conoscere l’editore che lo aveva pubblicato grazie alla traduzione del poeta serbo Dragan Mraovic, nostro grande amico. Di qui la nascita di un rapporto di lavoro e di amicizia che neppure la morte può interrompere. Livio in questi anni ha spesso soggiornando nella nostra casa, quasi fosse la sua. Sedeva alla nostra tavola. Condivideva il nostro pasto e le nostre abitudini quotidiane. Chiacchieravamo amabilmente di libri, cultura, scuola, insegnanti. Progettavamo insieme nuove avventure: libri per bambini da pubblicare, illustratori e scrittori da contattare, albi illustrati da completare. Entusiasta e infaticabile, ci contagiava con le sue narrazioni e la sua inconfondibile voce roca. Abbiamo anche lavorato tanto insieme per realizzare il suo capolavoro: l’Antologia della poesia italiana contemporanea per ragazzi Cieli Bambini dei più grandi autori per l’Infanzia della nostra Letteratura, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo fino ai nostri giorni. Sono tantissimi gli autori italiani che vi fanno parte con le loro poesie suddivise per sezioni, in cui trovano spazio tutti i generi della poesia contemporanea, per ragazzi dai nove ai novant’anni. Un’antologia che ha avuto enorme successo grazie all’infaticabile opera di divulgazione e promozione in Italia e all’estero del sempre entusiasta suo Curatore.
E la nostra casa, in quell’anno della sua prima pubblicazione, 2012 appunto, si animò di scrittori, poeti e illustratori che lavoravano con noi, in un impensabile trascorrere di ore, sotto la bacchetta magica di quell’intransigente, imprevedibile, impareggiabile, stratosferico direttore d’orchestra, che Livio era ed è stato fino a ieri, alla ricerca delle parole poetiche, con cui giocare, riflettere, emozionarsi. La sua agenda era un pullulare di nomi, indirizzi, numeri di autori, che lo chiamavano continuamente e a cui rispondeva continuamente, con pazienza, gentilezza, generosità di giudizio. Sempre.
Aveva una compagna di viaggio, Maura, che condivideva con lui le sue passioni letterarie e non. Una Donna straordinaria, coraggiosa, autentica, libera. La sera, prima di andare a letto e dopo l’ultima sigaretta (ne fumava davvero tante!) Livio la chiamava: “Ciao, amòre”, con la o aperta tutta sua, per raccontarle della giornata. Si avvertiva nell’aria una filo indissolubile ad unirli, una chiave a doppia mandata di “amorosi sensi” a custodire il segreto della loro unione “incantata”.
Un giorno di qualche anno fa, ci siamo incontrati tutti a Matera, dove Maura ormai risiedeva per lunghi periodi. La piazzetta del nostro incontro si accese d’improvvisa fiamma di tenerezza negli occhi di Livio persi negli occhi della sua donna. Li univa un amore straordinario che si riverberava a comprendere Joshuà, il loro unico figlio. a loro oggi va il mio abbraccio più affettuoso.
Ma io non posso fare a meno ancora di ricordare. Ad ogni nuovo ritorno nella nostra casa o in libreria, mi veniva incontro a braccia spalancate per un abbraccio di cuore: “Angelaaaa”. Più volte mi diceva che avrebbe scritto la prefazione a qualche mio libro. L’ultima volta, qualche mese fa, ci siamo salutati con la promessa da parte sua di presentare da qualche parte il mio romanzo e con la “battuta d’arresto da parte mia: “Ci conto!”. Pur sapendo in cuor mio che difficilmente sarebbe accaduto. Troppi impegni, troppi viaggi, troppi voli della sua mente effervescente glielo avrebbero, come sempre, impedito. Il suo grande amore era per la letteratura per e dei bambini. Gli adulti potevano aspettare…
Bambini e adulti, da cui si è fatto tanto amare, da ieri in poi, purtroppo, non potranno più ascoltare la sua voce, ma continueranno a sentirsi migliori e più leggeri con le sue tante parole rimaste nel cuore.


Sei volato in cielo con i palloncini. Ciao, Livio con amore


 Ecco alcune testimonianze di tanto affetto lasciato lungo le strade dei suoi passi come briciole di pane (di immagini e poesie) per assicurarsi sempre il ritorno…
È così
eterno Peter Pan policromatico, ora hai un vestito di cielo anche tu.
Avrai già preso a respirare d'azzurro ogni nuvola disegnata dal vento.
E sarai fiume di parole in piena per i tuoi nuovi interlocutori di sempre.
Ci saranno anche lì, nell'invisibile, visibile ora ai tuoi occhi, stormi ecumenici di angeli danzanti, elfi e figure mitologiche già in fila per venirti a salutare con le tavole illustrate tra le mani e i sogni tra i capelli.
Anche Gianni, con il suo verde orecchio, cerca di raggiungerti per raccontarti l'ultima su quel tale che di bambini, con i libri che aveva aiutato a fare, ne aveva resi felici più di un milione.
Compresa me che ti sarò per sempre grata, Livio, generoso enigmatico amico mio straordinario.
 Grazie per l'avventura bella nei nostri giorni felici a tessere fili immaginifici per riscrivere e ricolorare il mondo.

Raffaella Leone

Ogni volta mi facevi fare il giro del mondo della letteratura per l’infanzia in un pomeriggio. E ne uscivo frastornato sì, ma felicissimo di aver imparato tante cose in un tempo così breve. Una sera andammo a cena a Sant’Onofrio. Mangiammo insieme i ravioli dolci di carnevale, da Claudio. Eravamo stanchi e affamati e tu li divorasti tutti direttamente dal vassoio, continuando a raccontare e raccontare e raccontare storie mirabili di autori, illustratori, editori piccoli e grandi, celebri e dimenticati.
Quando ti chiedevo “Livio, quanti libri hai?”, mi rispondevi che avevi dovuto cambiare casa per tenerli tutti insieme, e comunque lo spazio era ancora insufficiente. “È un problema, sai?...” mi ripetevi sempre, con quella tua indimenticabile e bellissima voce rauca.
Stamattina non abbiamo perso solo un grande studioso italiano, un maestro esemplare, un saggista brillante, un autentico intellettuale di impegno civile, ma un pezzo enorme della cultura mondiale dedicata all’infanzia, in tutte le sue forme, di cui tu stesso eri «promotore instancabile», come si legge nel Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri) alla voce che la scrittrice Teresa Buongiorno ti aveva dedicato già qualche anno fa. Che la memoria di te, dei tuoi libri, dei tuoi insegnamenti e delle tue innumerevoli iniziative rimanga per sempre viva. Ciao Livio! E grazie!
Davide Francioni

Cari amici vicini e lontani, questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Oggi ero al lavoro e ho ricevuto un messaggio accorato da una delle mie più care amiche. Silvia sa che sono spesso in riunione oppure in viaggio di lavoro e si era immaginata che non mi fossi ancora accorta di quello che stava succedendo su Facebook. Una miriade di messaggi di cordoglio stava costellando il diario di Livio Sossi e di quello di sua moglie Maura Picinich su Facebook perché il Professore ci ha lasciati improvvisamente a causa di un infarto. Sono rimasta stranita. Il mio pensiero è andato subito al post che Livio aveva scritto proprio ieri sera sul libro “È tempo di andare", quasi fosse un triste presagio.
Sono affranta. Non riesco ancora a crederci. Eravamo amici io e lui. Io lo stimavo profondamente.
Tutti noi abbiamo perso una persona speciale, dall'animo gentile.
Livio era uomo pieno di speranza, che con la sua particolare sensibilità riusciva a tirare fuori il meglio da tutti e in ogni situazione. Nonostante avesse conosciuto bene anche l’avidità, l’invidia la cattiveria degli esseri umani, continuava a sognare di vedere crescere e migliorare la civiltà umana grazie ai bambini.
Sotto quelle enormi sopracciglia, nei suoi occhi attenti e fiduciosi c'erano sempre comprensione, ottimismo, tenerezza, gioia di vivere e di condividere. Era una persona libera da pregiudizi, che amava non solo il suo prossimo, ma il genere umano in generale. Era un uomo giusto ed equilibrato che non diceva mai nulla di banale.
Il contributo di Livio al mondo culturale
italiano e specialmente a quello della letteratura per l'infanzia è enorme. Così come l’aiuto ed il supporto che ha generosamente prestato non solo a scrittori, illustratori e case editrici, ma anche ad iniziative culturali come il Notte di Fiaba Illustration Contest, che è nato proprio grazie a Livio. Grazie Livio. Grazie davvero.
Purtroppo te ne sei andato. Ma certamente te ne sei andato perché eri caro a Dio. Ciao Livio! Vivrai sempre dentro di noi! Alla cara moglie Maura e all’amato figlio Joshua vanno le più sentite condoglianze di tutti noi di Notte di Fiaba.
Chiara Tomasi

MI PIACE RICORDARTI COSI.
Da "Lettera a Franco Villani" di Livio Sossi
Sono commosso. E quando sono commosso le parole stentano ad arrivare. Si frantumano in una sarabanda di pensieri che si inseguono e si rincorrono senza interruzione: non è facile esprimere la gioia e l’emozione che ho provato nell’aprire la busta che conteneva l’edizione privata della tua Lettera a Livio con la bella introduzione di Rocco Trivigno. In esergo, un pensiero di Wittgenstein: “Solo con lo zaino colmo di libri posso scalare l’enorme montagna della cultura”. E lo zaino ricolmo di libri, il mio zaino, quello che porto sempre con me per condividere con gli altri le mie letture, è in fondo il protagonista di questo libro che tu, Franco, hai voluto dedicare al mio lavoro: una grande testimonianza di affetto e di riconoscenza; un saggio sull’importanza dell’atto di lettura nella scuola che risponde alle domande: “Che cosa, come, perché leggere?” e che sviluppa quella metodologia di lavoro che ormai da anni applico nei miei incontri con docenti, bibliotecari e ragazzi, in Basilicata e nelle altre regioni italiane.
Franco Villani

Al mio amico caro Livio che ha seminato parole e immagini di bellezza...che il viaggio sia leggero, che le nuvole siano lievi, che il cielo sia pulito, che la primavera sia vera. Con affetto e stima. L
Loredana Frescura

Ero una ragazzina, allora si era piccoli a lungo. Amavo profondamente il mio lavoro. Sentivo sì una specie di dolore, mancanza di ali, pesantezza. Ma cercavo di non farci caso. La cosa più bella era quando riuscivo a far lavorare gli illustratori per la prima volta. Sognavo di essere così, come loro. Libera. Gioivo della loro gioia. Sapevo di avere tanto dalla vita ma quel rischio, quell’avventura colma di espressività era la cosa più bella del mondo e non osavo neanche desiderarla. Livio arrivò col suo vocione allo stand della casa editrice. Doveva intervistare mia madre sulle novità. Mi chiese se io fossi “quell’Arianna dei gatti grassi”. Arrossii violentemente come ancora adesso riesco a fare e gli risposi di sì. Cominciò a scuotere la testa in quel suo modo buffo un po’ storto e mi disse “lo sai che se vuoi puoi uscire dalla gabbia? Le tue illustrazioni sono magnifiche e lavorando sodo diventerai una grande illustratrice”. Grazie Livio non posso credere che non ci sei più. Maura ti abbraccio con tutto l’amore che sai.
Arianna Papini

"Il problema non è far leggere i ragazzi, ma far sì che incontrino i libri giusti"
LIVIO SOSSI (1951-2019)

Abbiamo conosciuto e incontrato un galantuomo della parola, nella persona di Livio Sossi, grande scrittore di letteratura per l'infanzia. Più volte a Bitonto, Corato e in Puglia. Oggi lo abbiamo improvvisamente perso. Resta il suo messaggio di autentica cultura. Una lezione pedagogica destinata in realtà a tutte le età. Un abbraccio dalla redazione di Primo piano a sua moglie, a tutta la sua famiglia e ai suoi amici pugliesi, in particolare Angela De Leo, Raffaella Leone e Peppino Piacente, grazie a cui Sossi è stato tante volte ospite nelle nostre città.
PRIMO PIANO

This morning died Livio Sossi, one of the brightest and the most charming people I know. I'm SO, SO, SO SAD!
You always stay in my heart, dear Livio
RIP my dear professor and friend
Livio Sossi  (Trieste 18 ottobre 1951 - Trieste 20 febbraio 2019)
Questa mattina è morto Livio Sossi, una delle persone più brillanti e affascinanti che conosca. Sono così, così, così triste!
Tu rimani sempre nel mio cuore, caro Livio
RIP mio caro professore e amico 
Viive Noor

Il nostro grande Livio Sossi non è più tra noi. Un uomo e un amico straordinario, ma soprattutto il maggiore saggista, esperto di letteratura per l’infanzia, editoria e illustrazione. Punto di riferimento per tutti gli illustratori per l'infanzia italiani e stranieri. Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia). Conduttore del programma radiofonico sulla letteratura per ragazzi Doroty & Alice in onda per radio Capodistria. Direttore artistico del polo museale dello Spazio Brazzà a Moruzzo (Udine).
Collaborava con l’Agenzia letteraria Ti Press di Roberto Toso e con diverse case editrici come consulente, direttore editoriale di collana (Falzea, Edicolors, Arianna Secop, Albalibri, Euno, Campanotto, Lupo e altri).
Curatore, consulente scientifico e direttore artistico di mostre e manifestazioni culturali sulla letteratura per l’infanzia e sul mondo dell’illustrazione.
Livio parlava ai ragazzi come nessuno.Promuoveva la lettura, l’illustrazione e la letteratura giovanile in Italia e all’estero. Teneva corsi di aggiornamento. seminari e workshop per docenti, bibliotecari, operatori culturali, genitori e ragazzi . Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Fantasia d’Oro per la critica e la Medaglia d’Oro del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca per la sua opera di promozione della letteratura slovacca per l’infanzia in Italia. Potremmo dire ancora tante cose bellissime di lui; ma in questo momento sentiamo un grande vuoto per una grande perdita
Bianca Maria Tricarico

Questa mattina è volato in cielo Livio Sossi, un amico, un uomo buono, una persona estremamente competente che ha lasciato un'impronta indelebile nella letteratura per bambini e ragazzi.
Ciao, Livio, non sarai dimenticato.
Dino Ticli

 ...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
Nato a Trieste 67 anni fa, dai primi anni '70 si è dedicato alla letteratura per l'infanzia, illustrazioni ed editoria per i più piccoli.
Ebbi il piacere di incontrarlo a Corato al Festival Fiero del libro organizzato da Raffaella e Peppino Piacente della Secop editore e il suo volto scavato mi conquistò subito come anche il suo eloquio, la sua passione per l'arte della parola e dell'immagine. Parlammo di poesia e di musica. Di certo è la perdita di un uomo di grande generosità e di grande cultura.
Vincenzo Mastropirro
 · 
"Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di doverti dire addio.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare"
Scelgo questi versi di Chiara Carminati, friulana come lui, per dare un saluto a chi l'amore lo portava sullo sguardo e sul sorriso: quel grande amore verso la letteratura per l'infanzia che è come un mare, capace di farti sognare, sempre, ad ogni età.
Grazie Livio Sossi, per quell'entusiasmo contagioso che è la linfa vitale di chi crede nella potenza dell'arte, e un abbraccio pieno di affetto a Maura Picinich: se è vero che la poesia va "oltre" lo spazio e il tempo rimanendo immortale, sono sicura che Livio Sossi sta sorridendo e abbracciando tutti noi.
Chiara Sallemi

Rosanna Maranto E posso ancora vederti, sentirti, progettare, fissare, studiare, scoprire, imparare e imparare e imparare.
Quanto hai ancora da dirmi?
Oggi sono stata circondata e travolta dal tuo affetto, attraverso le tante persone che tu mi hai fatto conoscere, attraverso le persone che io ti ho fatto conoscere. Una girandola di lacrime, di dolore, tutti orfani, tutti in reciproche condoglianze.
A tutti hai lasciato la tua carica, la tua passione, la tua sapienza.
La mia famiglia è cresciuta con te, in questi brevissimi 7 anni, volati e troppo pochi ma talmente intensi da averci donato l'amore per il libro illustrato ed è in ogni dove che ti troveremo Livio, perchè sono certa non ci lascerai mai.
Non puoi, non devi.


Joshua ed io ringraziamo tutti per le testimonianze di affetto che stiamo ricevendo. Livio avrebbe voluto che io rimanessi lucida. Io l'ho trovato senza vita e me lo sono stretto a lungo parlandogli e sussurrandogli grazie. Abbiamo camminato 47 anni insieme, a volte separati da impegni, ma condividevamo tutte le idee.Magari io più turbolenta, lui più pacato
Oggi Joshua mi ha detto "Nemmeno immagini quanto bene ti voleva. Me lo diceva sempre,"
Ho lasciato sempre che inseguisse i suoi sogni, perché lo vedevo realizzato e felice. Non mi sono mai pentita anche se ero sola.
È giusto così e così sia.
Ciao Livio, ciao Amore.
Maura Picinich






sabato 6 gennaio 2018

STANOTTE È TORNATA


Silenziosa come alito di vento o piuma d’angelo. Come il sogno dell’alba e il canto del mattino. Come un pensiero che non si deve dire. È giunta anche questa notte. La Befana. Dopo giorni d’attesa nel cuore dei bambini. Nella mente di genitori e nonni. E la calza, colma di speranza, di sogni, di buoni proponimenti, delle immagini sfumate ma sicure di giochi e giocattoli, di video-game e I-pod, di pubblicità e di slogan, ancora vuota  presso il camino, appesa al lettino, sul tavolo della cucina, si è colmata di doni. Ieri notte i bimbi sono andati a letto con l’ansia di vederla arrivare la vecchina con la scopa e i sacchi pieni. Sono andati a letto con il proposito di non dormire. I grandi si sono attardati per riempire quella calza in attesa, scrivere la letterina, ritornare per qualche minuto bambini. Sentendo nel cuore una leggerezza che l’alba del nuovo giorno ha cancellato con il pesante sacco del quotidiano ritorno al lavoro, alla ferrea legge degli orari, ai problemi di tasche ancora più vuote e di tanti progetti accantonati che nessuna befana potrà far scoprire nella calza dell’anno appena cominciato. Ma per una notte anche per gli adulti è esploso il magico incanto del dono, nella complicità della meravigliosa illusione della Befana carica d’anni e di fatica, ma dal cuore d’oro.
Che cosa stupenda il dono: si sgranano occhi sull’immensità del dono che non è solo sintesi di quanto desiderato e ricevuto, ma è molto di più: è il calore di sentirsi amati, è la fantasia appagata, è la certezza di una complicità bambina nel gioco dell’innocenza conservata e mai perduta. Credere ancora, nonostante tutto.  Per sentirsi più vicini ai piccoli, al loro candore.
È la meraviglia di un pensiero condiviso. Di un sogno realizzato. E non importa se si sia speso l’ultimo soldino. Il sorriso dei bimbi ha acceso la notte perché loro non ce l’hanno fatta a fingere di dormire fino all’alba. Da sempre i piccoli spiano nel buio e, quando tutto tace, si alzano furtivi per vedere la Befana. E la Befana c’è. Le calze sono piene. È tempo di correre nel lettone per gridare che l’hanno proprio vista la Befana. I genitori, ancora assonnati, sono costretti a svegliarsi perché c’è tanta luce ora nella casa. È fatta di stupore e di sorriso. Di felicità. E non c’è niente di più magico. C’è nell’aria qualcosa di misterioso e di grande. Una compiutezza nuova. Per aver regalato un sogno. Per aver ricevuto un sogno.
Epifania significa proprio questo: festa del dono condiviso e, quindi, festa della gioia data a piene mani. Raccolta a piene mani. Con la speranza che duri nel tempo. Oltre i camini accesi. E gli occhi bambini spalancati d’attesa dietro lo scintillio del sogno.
Mio nonno era lampionaio di stelle e mago di sogni perché non solo accendeva le prime e faceva brillare i secondi, ma li sapeva far durare. Se ne prendeva cura perché non si spegnessero. Perché non svanissero. Eravamo già signorinelle, io e mia sorella Lizia, e lui, la mattina del 6 gennaio, ci veniva a dare il buongiorno improvvisandosi ancora Befano, e, raccontandoci di lunghi improbabili viaggi (aveva già circa ottant’anni), ci lasciava sul verde muschio del presepe una grossa stecca di cioccolato di cui eravamo particolarmente ghiotte. Ci diceva che aveva incontrato la Befana sul treno. Sì proprio la Befana - ribadiva di rimando al nostro smaliziato sorriso. - Minghiarìle! (Stupidelle!) Voi non ci crederete mai, ma io l’ho incontrata davvero! - e si pizzicava il baffo in segno di complicità e di amore.
Epifania di ricordi, la Befana che mi porto nel cuore, con una calza di veri carboni, tanti mandarini, fichi secchi e caramelle mou, morbide e profumate di latte e caramello. Come il cuore di mio nonno in quei giorni di neve, di braciere acceso e di fiabe raccontate piano per trascorrere insieme le lunghe sere d’inverno che il nuovo anno portava con sé.
E mia nonna ascoltava con i suoi occhi grandi di bambina.