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venerdì 25 settembre 2020

Recensione a: Maria Montessori di Valeria Rossini

Come fiume, che prende vita da una sorgente zampillante e piena di luce e che scorre luminoso e agile lungo argini ben definiti di un percorso che attraversa vallate spazio-temporali di ben centocinquant’anni per versarsi nel mare turbolento e ricco di tempeste sotterranee e a pelo d’acqua dei nostri giorni, così si snoda il saggio di Valeria Rossini, Maria Montessori - Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare - appena pubblicato dalla San Paolo edizioni. Un nuovo libro “di formazione” (sono da ricordare della stessa Autrice altri due saggi molto interessanti e originali: Educazione e potere. Significati, rapporti, riscontri - Guerini 2015; Convivere a scuola. Atmosfere pedagogiche - FrancoAngeli 2018); libro, che racchiude, nel sottotitolo, la motivazione della scelta di un argomento difficile e complesso. Valeria Rossini, infatti, rimane folgorata e ammirata dalla grandezza scientifico-etico-sociale della scienziata e pedagogista anconetana, che ha dedicato tutta la sua vita a rendere “viva” e “libera” l’infanzia.  Lo scopo, invece, è quello di voler continuare sulla sua scia, con le dovute rinnovate interpretazioni, per far tesoro della sua lezione e per realizzare ancora l’utopia di una società più giusta e solidale, attraverso un bambino “padre dell’uomo”, costruttore cioè della sua stessa persona con una personalità libera, responsabile, aperta alla curiosità intellettuale ed etico-sociale. Un adulto sicuro di sé e proiettato verso gli altri. Rivolto a realizzare un “nuovo umanesimo” nella società interplanetaria del prossimo futuro.

Alfa e omega, dunque, sorgente e foce di quel fiume, a volte anche carsico, oscuro, pietroso, che è stata la vita e l’opera di Maria Montessori, dalla sua nascita fino ai nostri giorni. Tra la sorgente e la foce (a delta) un racconto chiaro, scorrevole, con guizzi interpretativi personali, che toccano la punta dell’iceberg per lasciare intravedere il vasto e indistricabile mondo sotterraneo che essa comporta, tra la   cultura di un tempo che sembra molto lontano, quello in cui si è formata, è vissuta ed ha operato l’Educatrice anconetana, e la cultura del nostro tempo. Con altre esigenze e altre contraddizioni da quelle tipiche degli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Simone Weil afferma che noi siamo abitati da inevitabili e perciò salutari contraddizioni perché solo dagli innumerevoli contrasti viene fuori una possibile verità su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. È quanto Valeria Rossini riesce a fare, con molta maestria e straordinaria competenza, raccontandoci la vita complessa e, per alcuni versi, oscura e insondabile di Maria Montessori, e l’opera vivificante delle sue scuole, le “Case dei bambini”, sparse in tutto il mondo, con tutti i chiaroscuri e le incrostazioni che, nell’arco di un secolo, ne hanno offuscato luminosità ed efficacia.

Ma le conclusioni, a cui perviene l’Autrice, smontando pregiudizi e costruendo, tessera dopo tessera, con un apprezzabile fil rouge tra un capitolo e l’altro, l’intero mosaico del “metodo” montessoriano nella sua unicità e nella sua validità anche ai nostri giorni, sono confortanti perché recuperano la vivida intelligenza, non disgiunta da un ironico senso dell’umorismo e da una profonda umanità della grande pedagogista che, pur temendo per la sorte delle sue scuole, spesso snaturate dalla rigida applicazione delle regole del suo metodo, costruito in corso d’opera e, quindi, sempre “in fieri” nelle sue intenzioni e aspirazioni, riesce a rendere “universale e imperituro” il suo messaggio: la “necessità di sostenere il bambino nel percorso di autorealizzazione e di socializzazione, educandolo all’amore per il lavoro e alla collaborazione con gli altri”. Educandolo soprattutto con amore.

E il fiume della sua opera continua a farsi mare e infine oceano. Un po’ come ci insegna la poesia “Il fiume e l’oceano” di Kahil Gibran:

Dicono che prima di entrare in mare/ il fiume trema di paura./ A guardare indietro/ tutto il cammino che ha percorso,/ i vertici, le montagne,/ il lungo e tortuoso cammino/ che ha aperto attraverso giungle e villaggi./ E vede di fronte a sé un oceano/ così grande/ che a entrare in lui può solo sparire per sempre./ Nessuno può tornare indietro./ Tornare indietro è impossibile nell’esistenza./ Il fiume deve accettare la sua natura/ e entrare nell’oceano./ Solo entrando nell’oceano la paura sparirà,/ perché solo allora il fiume saprà/ che non si tratta di scomparire nell’oceano/ ma di diventare oceano.

                                                   Angela De Leo 

lunedì 16 luglio 2018

Presentazione de La via delle vedove di Angela De Leo

Presentazione de La via delle vedove di Angela De Leo
Sannicandro, 10 luglio 2018

Castello Normanno-Svevo di Sannicandro (Bari)
Sera del 10 luglio

La pietra mi vince e mi esalta nel lungo salone di archi e volute come insolite nuvole e ali e onde materiche che salgono al cielo e vibrano e cantano la Bellezza che qui fremita di paesaggi murgiani. L’ulivo ha un fruscio di foglie, accarezzate dal vento in una svettante esaltazione d’argento e di verde a smemorarsi sul mare. E capelli di donne come spighe dorate danzano e spighe come capelli s’intrecciano al primo sole di luglio e drappi azzurri, trasparenti e leggeri, fluttuano al mito di una Primavera che cede il passo a Venere in una corsa di giorni da vivere tra la frenesia delle cicale e un “sogno di mezza estate”. E rossi tramonti di camini accesi raccontano storie antiche di donne e bambini, di fatica e bestemmie e mai un sorriso tra bocche cucite su ogni segreto che la vita insegna e tace. Porte spalancate all’alba che sa di preghiera e finestre con panni distesi a rapire un rimpianto di notti di deliri vissute senza amore. E il gallo canta la sveglia dell’ultimo minuto ignaro del tradimento per trenta denari. Ridono i papaveri per tanta dimenticanza mentre esplode un germoglio di mandorlo appena fiorito.
M’incanto a questa siepe di dipinti di rara armonia che fiancheggia la pietra e la rende viva di storie e di stagioni. E la pietra racconta. Si fa memoria e nostalgia. Si fa corona di così tanto splendore di immagini e colori e follie che hanno il respiro della nostra anima. E ritrovo in questa antica pietra e nei dipinti, in cui affondo il mio sguardo avido di bellezza e di sogno, tante descrizioni, nel bene e nel male, di questa nostra Puglia, magica e amara. Descrizioni, che hanno arricchito il mio romanzo La via delle vedove di tante stagioni che si sono succedute nell’arco degli ultimi cento anni, a ridosso del nuovo millennio.
Ed è qui, dove perdo occhi e cuore, che ritrovo le parole.
Quelle di Raffaella che salutano, e presentano le altre voci della serata e invitano il piccolo ma motivato gruppo di ascoltatori a seguire una storia fatta di tante storie di donne in una Puglia che attraversa il “secolo breve” (Eric Hobsbawm) senza avere consapevolezza di sé e delle rapide trasformazioni in atto. E la narrazione comincia. Raffaella è un concentrato di bravura, un vulcano in eruzione d’amore e commozione mentre parla del romanzo La via delle vedove e di sua madre, cioè io, che ne è l’autrice, poi cede la parola a Cettina Fazio Bonina, presidente dell’Associazione culturale “Porta d’Oriente”. Questa splendida Donna ha ricevuto il libro solo due giorni prima e mi sorprende per la sua lettura attenta e commossa. La ritengo eroica e mi commuovo anch’io nel ricordo appassionato che lei fa della sua infanzia così simile alla mia, pur essendo lei più giovane di me ed estranea alla cultura pugliese di quegli anni da me raccontati.
Le infanzie di tutto il mondo, in fondo, si somigliano per lo stupore di fronte ad ogni più piccola mollichina da scoprire; il candore di ogni esperienza vissuta con anima bianca e trasparente come velo di sposa; i giochi di sempre condivisi, tra saltellante gioia e furiosi litigi, con gli altri bambini; le regole degli adulti da imparare per conquistare autonomia e libertà. Per prendere il volo. Ma i nostri voli non andavano lontano. Non superavano la soglia di casa. Grazie, Cettina carissima, per le tue meravigliose parole dettate dal cuore e filtrate dalla tua mente ricca e profonda.
Poi, Valeria, la mia insostituibile Valeria, di cui mi piace pubblicare la “sapiente” Presentazione, che mi ha inviato dietro mia richiesta. Merita di essere letta da molte più persone di quelle che l’hanno sicuramente apprezzata nel magico Castello. Rigorosa, ma quanto illuminante, soprattutto sul versante psico-pedagogico, e con un occhio particolare ai bambini dall’infanzia negata. Eccola.
“Questo intenso romanzo si apre con un riquadro sulle rovine e sull’idea della demolizione, ma in realtà si riavvolge da subito, tondo e curvo come un gesto di amorevole cura, sul tema del tempo, «gomma miracolosa» (p. 15) che cancella (truccandoli) colpe e misfatti, in un tentativo di assoluzione che assomiglia (come diremmo oggi), ai filtri Instagram che usiamo per apparire più giovani, nell’illusione di ritrovare quell’ingenuità perduta che solo i pochi anni, e non i molti sconti possono regalare.
Questo è un romanzo che non pretende più, o soltanto, di incunearsi nella verità, ma che finalmente   cioè la vita – non è menzogna, ma occultamento e l’occultamento è un processo scientifico tagliente come una lama, profondo come la linea dell’orizzonte, lacerante come forbici infuocate a tagliare cielo e mare al tramonto.
La domanda che spinge alla fuga la protagonista, è cruciale: “ma qual è per me la condizione di vita più soddisfacente?” Una domanda senza risposta, che traccia il senso della nostra esistenza e ci inchioda alle nostre responsabilità, soprattutto quando questa si immette nella sua fase finale, mischiandosi alla paura della morte, alla fatica e alla solitudine. E qui mi ritorna in mente Heidegger, quando affermava che «l'esserci compreso nella sua estrema possibilità d'essere, è il tempo stesso e non è nel tempo». In questa estrema possibilità di essere, le persone si mostrano ciascuna con la propria maschera, che è l’interpretazione personale della propria storia. Eva ammette infatti che gli altri «sanno di me quello che fingo di essere e che racconto di me» (p. 34).
Le prime scene sono girate sul palcoscenico dell’infanzia. Non possiamo essere adulti felici se non siamo stati bambini felici. O se non siamo stati bambini. «Quanti giochi interrotti, quante risate paralizzate sul nascere, quanta paura affiorante nei silenzi e nelle lacrime […] quante esperienze mancate, quanti tumulti del cuore soffocati, quanti tormenti nascosti tra pensieri che avevano persino paura di pensare, che avevano imparato a non pensare, che avevano rinunciato a pensare» (p. 55). Angela De Leo descrive molto bene la pedagogia nera con cui Alice Miller ha definito le pratiche autoritarie così diffuse in un passato di fatto abbastanza recente, e le loro conseguenze sullo sviluppo infantile, disperatamente racchiuse in una frase famosa della psicoanalista polacca: «il modo in cui siamo stati trattati da piccoli è il modo in cui tratteremo noi stessi per il resto della vita».
Insieme al tempo, alla vita e ai suoi prodromi, anche lo spazio rappresenta una interessante linea di lettura di questo romanzo. Qui lo spazio è il Sud, come area geografica e metafora di un abitare misero e sofferente, diabolico e maledetto. Mai come in questi giorni è drammaticamente vero il passaggio che dipinge il Sud di tutto il mondo come «l’inferno su questa terra: tutti i mali si concentrano in terre, figlie di un dio dimentico di una umanità che vive, se vive, nell’indigenza, soglia varcata di malattia, dolore, morte» (p. 67). Di questi non-luoghi – per citare Augè – il racconto/ricordo di Eva attraversa con lucidità le vicende che segnano il Novecento, secolo del bambino, i rapporti tra i generi e tra le generazioni, l’educazione familiare e scolastica.
Il filo conduttore di questo itinerario è il concetto di margine e di scarto. Qui, inevitabile è il riferimento ad Ariès, il quale ha dimostrato chiaramente quanto sia stata forte in passato la convinzione che bisognasse mettere al mondo parecchi bambini per conservarne solo qualcuno. Come ha bene ricordato Trisciuzzi, questa forma di rassegnazione ha finito per plasmare la stessa relazione educativa tra genitori e figli, e in generale tra adulti e minori.
Fino a un recente passato, l’atteggiamento di indifferenza verso i bambini, esposti a tutta una serie di malattie e di incidenti mortali, serviva a tenere a freno il sentimento di tenerezza che naturalmente i cuccioli dell’uomo ispirano, proprio in attesa della sorte o del destino. Se non morivano fisicamente, i bambini del tempo morivano psicologicamente e intellettualmente, dispersi nelle maglie di un’istituzione scolastica che pretendeva di «fare parti uguali tra disuguali», come ha denunciato Don Milani. Parafrasando il bel libro di Edith Wharton, gli anni Settanta rappresentarono l’età (della perdita) dell’innocenza, e anche della perdita della ragione, dell’identità e dell’appartenenza, perché gli anni di piombo riuscirono davvero a crivellare il sé individuale e collettivo, e ciò che ne seguì fu che «nessuno seppe più chi fosse veramente» (p. 109).
La rivoluzione sessantottina plasmò i saperi, i poteri, i vizi e gli amori, più o meno dappertutto, tranne che nella via delle vedove e al mare, dove in effetti «il tempo sembrava essersi fermato su quelle vesti scure e su quei volti in dispetto con la vita» (p. 111). Vesti e volti di donne forti e fragili nello stesso tempo, rassegnate e testarde, in grado di tessere pensieri raffinati sulla trama di una incolpevole ignoranza.
Come zia Vienna, che addirittura fa del frammento di Eraclito «il carattere dell’uomo è il suo demone», l’essenza della condizione umana e del suo destino. Del resto la vita degli antenati di Eva, così priva di amore eppure piena di figli (una reale contraddizione in termini per noi) rappresenta la conferma dura e cruda di quanto sosteneva Hillmann sempre a proposito del carattere, che proprio nell’invecchiamento trova la sua forma più estrema e pura di disvelamento. «Il carattere influisce sul nostro modo di dare e di ricevere, sui nostri amori e sui nostri figli. Torna a casa con noi la sera e può tenerci svegli a lungo, la notte».
Questo è accaduto a Eva, che in una notte di girandole tra vita e morte, in una danza incessante tra vivi e morti ha finalmente ritrovato il significato della suo essere nel mondo e del suo romanzo familiare (e criminale). Se ciascuno di noi è Eva, dopo avere letto il libro non possiamo che restare svegli tutta la notte per ottenere qualcosa, e penso alla condizione femminile e alla questione meridionale. Se questo è ciò che vogliamo, e se ciò che vogliamo è giusto, destiamoci e vegliamo insieme, la pioggia ci aiuterà (p. 228)”.
Valeria Rossini



I titoli accademici, le prestigiose professioni e i tanti incarichi professionali e culturali, ricoperti dalle due straordinarie relatrici qui non servono: non aggiungono nulla alla loro bravura e unicità. Volendo, si possono recuperare andando a rileggere la locandina. Per me sono due persone che mi porto nel cuore: Cettina è un’amica, davvero impagabile per tante sue doti di grande cultura e umanità; Valeria è la “mia alunna” di passate stagioni, ma sempre presente ai miei giorni, con tanta amore e tanta poesia (scrive bellissimi versi anche lei, ma ora pubblica solo puntuali saggi di Pedagogia!).
Ogni intervento, in verità, ha avuto - durante - il silenzio, attento e commosso, del pubblico empaticamente coinvolto, con gli applausi che - a conclusione - sono esplosi coralmente e sentitamente. In una atmosfera rarefatta e sognante. Davvero abbiamo vissuto insieme un sogno. Da cui non riesco a destarmi… una mano, per favore! Anche per poter essere presente ai prossimi incontri...
E che la Bellezza, l’Incanto, la Poesia trionfino sempre!
Grazie, dunque, al pubblico, non numeroso ma sensibile e qualificato.
Un grazie particolare ai Maestri Pittori: Luigi Basile, Cataldo Mastrorilli, Enzo Morelli per averci fatto respirare Armonia, Eleganza di forme e contenuti, Sinfonia di Colori, Raffinatezza.

E un grazie di vero cuore al marito di Cettina Fazio Bonina (e gli chiedo scusa perché non ho memorizzato il suo nome e cognome, ma colmerò sicuramente questa lacuna!), che ha voluto rendere omaggio alla “appassionante serata”, scattando delle foto meravigliose per eternare la nostra femminilità, resa ancora più bella dalla gioia e dalla commozione che illuminava i nostri volti. Alla prossima... 

Angela De Leo

martedì 14 novembre 2017

ANCORA SUL ROMANZO "LA VIA DELLE VEDOVE"

In attesa di pubblicare il mio nuovo libro, Le Piogge e i ciliegi, ormai solo da rivedere, mi piace riportare qui alcune note critiche sul precedente romanzo La via delle vedove, che ha riscosso positivi apprezzamenti dagli “addetti ai lavori” e dai tanti lettori, che mi hanno gratificata anche con il loro passa-parola.
Dopo la pregevole recensione del professor Nicola Pice, ecco quella non meno attenta e dettagliata della docente Valeria Rossini. A entrambi va il mio grazie.


Il romanzo “La via delle vedove”, pubblicato dalla Casa editrice Secop, è stato presentato in diversi circuiti culturali con riscontri assolutamente positivi.
Nel cominciare il racconto l’autrice evoca la metafora della demolizione, attraverso la citazione di un pittore tedesco che dà abbrivio al romanzo: «Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio» (p. 5). Da qui parte un viaggio a ritroso nella nostra Puglia come un pretesto, fenomenologicamente inteso come possibilità di tratteggiare un’interpretazione della nostra vita, delle relazioni significative, dei momenti di felicità e dolore che hanno attraversato i nostri giorni e che in questa condivisione rendono universale l’esperienza umana, indipendentemente da chi siamo.
«Ed ecco una storia di tante storie, il cui inizio è un cumulo di macerie» (p. 5). Una storia di una donna anagraficamente entrata nella terza età, che in realtà è la sua seconda vita, in cui il passato non appare più sfocato e le immagini delle persone che ha amato diventano finalmente nitide, anche nel loro non amore. Eva (prima donna) sta tornando all’inferno dei suoi venti anni, uguali e diversi dai vostri venti anni, per riaprire ferite mai rimarginate e abitare la stanza segreta dei suoi fantasmi, delle colpe proprie e altrui.
Leggendo questo romanzo, può nascere il dubbio che l’educazione al perdono che la nostra cultura – soprattutto religiosa – ha sempre considerato la via maestra della convivenza pacifica tra le persone, non sia sempre praticabile… Il perdono è forse l’alibi dei vigliacchi, e il vestibolo della rassegnazione. Il nostro Sud è stato ed è ancora srotolato sulle porte della verità come una tenda omertosa «che tutto nega e tutto accoglie con bocche cucite oltre il bianco abbagliante delle case» (p. 24). Case di donne, dominanti in quanto serve più che padrone, rimpicciolite anche nell’identità, attraverso l’usanza orribile di sostituire con diminutivi orribili anche nomi bellissimi.
Donne con un unico irrinunciabile dovere: rispettare il proprio marito ed essergli fedele fino alla morte. Si badi: rispettarlo, non amarlo.
Le regole implicite che da tempo immemorabile si tramandavano in silenzio le donne, di madre in figlia, recitavano infatti: «giaci a letto con tuo marito, fatti montare, sfornagli figli, ma non amarlo perché è il padrone del tuo corpo, ma del tuo cuore mai» (p. 39). E poi i bambini, che «andavano puniti sempre e comunque, per farli crescere santi, avvezzi alle rinunce e ai sacrifici. Dovevano imparare a non chiedere mai; e i maschietti dovevano trattenere le lacrime ed evitare ogni manifestazione d’affetto, ritenuta debolezza» (p.57).
Tutto questo in evidente contrasto con le teorie psicopedagogiche a cui si fa accenno nel testo, che rendono ancora più inaccettabile la rozza ignoranza di quelle donne, atavicamente infelici, «mummificate nel loro pseudo dolore e nel loro comportamento sempre uguale, sempre cupo, quasi obbedissero ad una legge interna di rinuncia alla vita. Alla sua bellezza. Alla sua armonia. Alla sua leggerezza» (p. 57).
 Non meno infelice era l’atmosfera che caratterizzava l’altro fondamentale ambiente educativo: la scuola, infestata da un’elevatissima mortalità scolastica. I figli dei meno abbienti erano ancora esclusi o si autoescludevano perché era convinzione comune che la scuola fosse una perdita di tempo che sottraeva braccia lavoro alla famiglia.
Non c’era attenzione né giustizia pedagogica per i bambini di allora, discriminati a scuola come bene ha denunciato Don Milani, invisibili in famiglia e indegni perfino di essere pianti da morti. Per i bambini piccoli strappati alla vita nella prima infanzia non era previsto il periodo di lutto di cui erano prova le vesti nere. Sembrava quasi che questi figli non avessero diritto di cittadinanza nel cuore della madre. «Eva si chiede ancora come facessero quelle mamme a ingoiare reiteratamente un dolore così grande. Come potessero mettere al mondo figli in continuazione anche in sostituzione di quelli che dal mondo sparivano come palloncini  persi nelle profondità del cielo. Come si poteva sostituire un figlio?» (p. 95). Niente passava attraverso il cuore, altrimenti non si spiegherebbero i tanti aborti procurati, taciuti e subito dimenticati.
Per fortuna vennero poi il sessantotto e la rivoluzione studentesca, «che avrebbero di lì a poco spazzato via tradizione, pregiudizi e soprattutto la cultura del mazziniano/kantiano “dovere” per inaugurare l’era della rivendicazione dei “diritti”: della donna, del bambino, degli studenti, dell’anziano, degli handicappati, di tutti quelli che, in pratica, non avevano mai avuto diritto di parola fino a quel momento» (p. 106).
Una bella rivincita, tracimata tuttavia poco dopo negli anni di piombo, di cui Eva ricorda la morte dell’innocenza collettiva e della ragione individuale, «perché nessuno seppe più chi fosse veramente con la perdita dell’identità e dell’appartenenza» (p. 109). Restava la vita privata a farle da specchio.
Restano i segreti inconfessabili delle donne della sua famiglia, con i loro indecifrabili lati oscuri e il loro «morire senza essere mai vissute» (p. 183).
C’è un’unica possibilità per Eva. Tornare indietro per andare avanti, ripercorrendo strade battute e sentieri inesplorati. Ecco allora che la riconciliazione passa attraverso la riappropriazione nel presente di ciò che abbiamo tentato di archiviare. Noi siamo il prolungamento della storia della nostra famiglia e della nostra terra, sia pure con inevitabili trasformazioni, ripensamenti e ribellioni. Noi siamo il tentativo di fuga da un groviglio di sentimenti inammissibili sempre in agguato, con cui bisogna prima o poi fare i conti.
Imparando a restare, e a restituire.
Difficile sapere se la protagonista è Angela De Leo, l’autrice, ma in ogni caso Eva resta la testimonianza viva e autentica di come si possa essere fino in fondo maestri di parole e vita, nonostante tutto.

Valeria Rossini


mercoledì 27 settembre 2017

PRESENTAZIONE "PER ORO E PER SEMPRE" da parte di Valeria Rossini

Sarebbe troppo facile dire che questi cinquanta anni che oggi celebriamo rappresentano la storia di un amore. Questo è vero, ma riduttivo. Conosco tante coppie che sono giunte a questo traguardo, nella stessa vita o in due vite diverse – come purtroppo in questo caso – e alcune di queste coppie si sono forse amate di più di Angela e Primo, se mai l’amore fosse posizionabile lungo una scala. Nessuna di queste coppie mi ha consegnato però, in modo limpido e inequivocabile, il segno del loro legame, nella forma di pensieri che diventano versi e che, nel loro riversarsi, travolgono anche le vite degli altri, insinuandosi come desideri acquosi nei nostri occhi mentre leggiamo, e nei nostri cuori mentre ricordiamo. Ed ecco il filo conduttore di questa storia d’amore, come io l’ho ricostruita immergendomi nel testo “Per oro e per sempre”. Questo filo è la memoria, che non c’è. Ferma nel tempo presente è una relazione che non fluisce altrimenti morirebbe, ma resta immobile in “incontri di sguardi che escludono anche il cielo”. Se non c’è memoria non c’è neppure il rimpianto, perché l’amore non scorre come sangue o vino, metafora ricorrente nelle poesie di entrambi gli autori, ma è come “un brindisi sospeso nell’aria”. Primo vive perché non ha paura della morte. “La notte ci passò accanto, ma non ce ne accorgemmo”, perché anche l’alba si rende invisibile come vetri trasparenti a liquefare i rimpianti nei bicchieri colmi. Il tempo è il “delirio della memoria”, e i ricordi si sgretolano lungo quel fiume misterioso di vino e di sangue per le nostre vite infinite. Ed è in quel fiume che si intreccia il dolore di Angela, che struggente scrive “piegata su bicchieri di solitudine annego nell’ultima goccia lo sguardo vuoto colmo della tua assenza”. Lo sguardo di Angela è lo sguardo di una donna, è uno sguardo materno che tiene insieme passato, presente e futuro come nell’attesa, nel parto e nella cura dei figli, il tempo unico e indiviso della maternità. Ed è comprensibile quindi che si posi sui ricordi. Tuttavia, l’unico modo di consolare il suo pianto senza fine è non ricordare. Se ricordiamo, siamo assaliti dai rimpianti. Rimpiangendo, ri-piangiamo. Forse dovremmo invece pensare alle persone che amiamo – ma non ci sono più – al presente. E il rimpianto si addolcisce nella nostalgia, per una storia appunto infinita e per qualcuno che in fondo non abbiamo mai perso. Angela, grazie per averci convinto che “se amiamo una persona dobbiamo lasciarla andare, perché se torna è sempre stata nostra”. E Primo ritorna, perché la vita per lui è stata soltanto un attimo: il tempo non ha importanza, non sa neppure trovare una ragione allo stupore per il vostro bisogno disperato dell’altro, per il vostro amore necessario che fu credo e disperazione. Molto suggestivo il riferimento a Sartre e alla sua relazione pericolosa con Simone De Beauvoir, cui scrisse un giorno: “La mia vita non appartiene a me solo. Voi siete sempre me, l’essere stesso del mio essere, il cuore del mio cuore”. Il cuore di Primo continua allora a battere in quello di Angela, perché di nuovo il sangue è vino, “per festeggiare l’eternità del nostro tempo ancora da inventare”. Nello spazio dell’immaginazione questi due corpi, due anime, due cuori, sono un tanto, un tutto, ma anche un niente. Sono “filo dello stesso aquilone”, padroni dell’eternità, arroganti come gatti con le loro nove vite da giocare. In questo libro, la vita è un cerchio ludico senza linee né frecce. Del resto, chi ha stabilito il confine tra la vita e la morte, tra il reale e l’irreale, tra presenza e assenza, tra il cielo e la terra, tra gli occhi e lo specchio? Grazie Angela e Primo, per averci regalato la certezza (l’illusione) che si nasce il giorno in cui incontriamo il vero amore. Se questo significa che Primo continua a vivere nel tuo amore (l’amore che tu gli devi), noi che siamo qui forse non moriremo mai, perché le persone che sono in cielo sanno amarci “di più, tanto di più, un mondo di più, immensamente di più”.

Corato, 20 settembre 2017
Valeria Rossini