domenica 23 settembre 2018

Autunno in versi


Domenica 23 settembre 2018.
Questa notte l’equinozio d’autunno ha salutato la mia insonnia in un lago di luna, affacciata al mio lucernario a farmi compagnia. Il giorno uguale alla notte. In perfetto equilibrio. Mi dona la speranza di giorni sereni da vivere distribuendo in ugual misura sorrisi e lacrime. È la vita, in fondo, ad insegnarci, giorno dopo giorno, a districarci tra luce e buio. Tra realtà e sogno. Tra il bene e il mare di ogni giorno. Ma di tutto questo conquistiamo consapevolezza solo nell’autunno della nostra vita che cede il passo all’inverno con giorni sempre più corti e ombre sempre più lunghe. Paradossalmente, solo quando la vita ci sfugge e i giorni bisogna afferrarli come dono quotidiano, solo allora abbiamo la chiara percezione di tutte le lacrime versate invano, di tutte le follie che il vento disseminava tra capelli e cuore, di tutte le disperazioni che avremmo potuto evitare se ci fossimo riscaldati ad ogni piccolo raggio di sole, ad ogni sguardo innamorato intravisto tra la folla, anonima e indifferente, ad ogni mano tenera a stringere la nostra… 
Qualche volta sicuramente è accaduto. Molto più spesso di quanto ne abbiamo memoria. Ma forse, proprio per questo, non è mai troppo tardi. 
L’autunno ci regala un nuovo insperato equilibrio tra il rosa dell’alba attesa e il rosso del tramonto paventato. Mentre nel cuore ancora canta una fogliolina di verde smeraldo a riportarci tra le dita i prati che ancora fioriranno…
Io voglio afferrarla, ancora una volta, quella fogliolina, tenace e testarda, riportando alla memoria stralci di antiche poesie, che furono per me i prati su cui volare per dimenticare ogni dolore…
Canto la luna
… Luna di malinconia
nel mio cielo di settembre,
disperato e assorto
sull’autunno che spegne
il verde alle foglie
e l’azzurro contro i vetri
 della mia casa…
(da Ancora un fiore, la mia prima
raccolta di poesie pubblicata, 1982)

Allora
con mani colme d’uve
grappoli di bambini
giocavano sui marciapiedi
con l’oro del tramonto.
Sulla soglia di casa
che odorava di vino
il vecchio perdeva gli occhi
sui ricami di foglie
nell'ultimo volo
cancellato dall'ombra della sera…

Domani andrò via
L’ora autunnale è un ricamo
di foglie e di parole
annodate ad ali di vento
trafitte tra rami d’acciaio
a disperdersi lontano
sul mare di ulivi
di rare geometrie ancora intatte
nella violenza delle cattedrali
di fumo e di cemento
a rendere straniera la mia terra…

Dammi
una collana di foglie
per inventarmi
l’autunno
che la città ha cancellato.

Ali di foglie
Ali di foglie
ha ancora l’autunno
sulla imbrigliata tua allegria.
Guardo, sgomenta, i tuoi occhi senza volo…
(da Sul naufragio del sole,1986)

Quest’autunno di sole
è una foglia gialla
           rondine aliena
(disperato ultimo volo)
E nidi vuoti che sanno l’attesa
             addio come ritorno
Occhi evitano occhi
e mani le mani
Triste la danza del sole
                                tra le foglie
figli che vanno lontano
(occhi evitano occhi)
L’anima è una foglia che canta
Non vuole sapere di figli
come foglie che vanno
L’anima è una foglia verde
testarda sul ramo dell’albero
                 spoglio
            a difendere il nido
(il sole è solo un inganno)

D’autunno le foglie
                  Foglia a foglia
l’autunno strappa al calendario
un anno del nostro tempo
                    Ogni giorno tu ritorni
                    Dilaghi nel cuore
                    Invadi il silenzio…

ancora un autunno
                ancora un autunno
a portarmi rami di silenzio
Clessidra senza tempo
sul mio comodino
     (franano granelli di giorni
         immobili sul fondo)…

I passati autunni
I passati autunni
avevano giorni d’uva
tra filari di viti nei campi
              di sole
Riempivamo panieri
                         di risate
da portare a casa tra il canto
                         della vigna…
(da Le prigioni del cuore, 1993)

Ma domani, forse, riporterò l’autunno a nido tra i palmi delle mie mani e le migliaia di pagine che lo conservano ancora, perché sia ancora dono di altri giorni di sole…

mercoledì 19 settembre 2018

Ancora su "Fiero del Libro" e le parole


L’eco di “Fiero del Libro” vola ancora alta e sonora nei cieli di Corato, paesi limitrofi e non solo, perché è giunta a Milano, grazie a Giovanni Gastel, e in Serbia col sorriso di Mirko Dimic. È stata, questa, un’edizione “brillante”, come uno dei ragazzi liceali, coinvolti nella manifestazione, ci ha detto nella sera conclusiva e gli brillavano gli occhi e il cuore. E noi ne siamo felici e “fieri”. Ma è stata una edizione da ricordare per le nuove idee, che hanno reso interessante, entusiasmante e coinvolgente il ruolo dei “cercatori di parole” in una piazza palpitante di voci con lunghe scie di termini, come stelle comete, a condurci ai luoghi poco praticati dei libri, in cui le lettere si danno la mano per formare le sillabe e queste le parole che, tra una pagina e l'altra, si presentano (piacere, piacere… no il piacere è tutto mio) o si riconoscono (ciao, come stai?... è da parecchio che non c’incontriamo!), s’innamorano (ti amo… io di più), si baciano, fanno l’amore, si moltiplicano (ridono, danzano, piangono, litigano, fanno la pace, s’intrecciano, ricordano, sospirano, vanno indietro nel tempo e precorrono il futuro, fanno pazzie e poi rinsaviscono) e nutrono la speranza che qualcuno apra i libri, scorra le pagine e le legga, trovandole simpatiche, chiare, godibili, scorrevoli, affascinanti tanto da non staccarsene più.
Sì, le idee si trasformano in progetti e anche questi si traducono in parole, prima parlate e poi scritte perché non scappino via, perché rimangano e si facciano eventi, momenti d’incontro, declamazioni, esternazioni, opinioni, dibattiti, confronti, contradditori, intese. E, poi, diventino opere da leggere, da commentare, da presentare, da applaudire.  
Sì, quest’anno tutto è nato dalle parole. Dalle opere e dalle opinioni.
Ed io, che avevo il compito di parlare e di cercare le parole per connotare la creatività, nel dibattito con “mostri sacri” come il fotografo Gastel, la pittrice Carabellese, l’economista Fischetti (compito che ho seguito alla lettera!), ho dovuto poi affrontare brevissimamente (fatica immane per me limitarmi a poche parole!) la presentazione del romanzo giovanile “Duetto Profano” del grande Giovanni Gastel nelle vesti di scrittore. In verità, avevo preparato con grande impegno tutte le parole che potessero raccontarci simpaticamente il complesso e multiforme romanzo. Anzi. Avevo fatto di più: avevo giocato con le parole, divertendomi a comporle secondo una sorta di tautogramma, prendendo come lettere iniziali la “D” di Duetto e la “P” di Profano. Un gran bel lavoro, non c’è che dire! Soprattutto un divertissement, di cui andavo “fiera”, anche se forse non ci azzeccasse granché con il romanzo! Ma grande è stata la mia frustrazione, quando mia figlia ci ha sollecitato ad essere brevissimi per mancanza di tempo. Il resto è storia che rimarrà negli annali di “Fiero del Libro”...
Ma io non demordo e mi prendo la rivincita qui, nel mio blog, dove nessuno mi può sollecitare ad essere “brevissima”. Ah, i lettori!!! Beh, loro possono sempre fingere di essere andati fino in fondo. Tanto io non lo so! E, dunque, niente frustrazioni!
E vado a incominciare:
D (uetto)
due: due potrebbero essere i protagonisti, ma lo saranno davvero? duetto: le voci (della realtà e del romanzo); dovrebbero essere una voce sola, ma sono disgiunte: non vanno all’unisono perché devono rispettare il copione che parla del doppio: strategia, fascino o necessità del “doppio” da Plauto a Goldoni, da Stevenson ad Oscar Wilde, fino ai nostri giorni. Qui, però, il doppio è duplice: nel senso di doppia estrazione familiare e sociale con duplice direzione nel dimidiato rapporto con la realtà. Il protagonista, dunque, è diviso tra il lasciarsi andare a una sorta di fatalità e l’esplodere deciso in una salutare ribellione al proprio ambiente, per cui si crea un divario: tra essere sé stesso e essere un altro, e inventa così il suo alter ego nella trama di un romanzo come riscatto agli occhi di suo padre. I protagonisti, perciò, diventano due e sono completamente diversi: l’uno disgustato, ribelle, con progetti di rivincita attraverso la scrittura del romanzo, che si fa desiderio e necessità. Desiderio perché, attraverso la lettura di tanti libri ora abbandonati, scopre la possibilità di desiderare qualcosa di diverso dalla propria vita, che gli procura dolore: per la pochezza della sua esistenza e di quella di suo padre che pure, a modo suo, coltiva un sogno e si accontenta, tanto sa che nulla potrà cambiare, mentre lui, suo figlio, insofferente a quanto lo circonda, sente serpeggiare dentro di sé disgusto e dannazione perché, pur avendo voglia di cambiare, gli manca la determinazione a realizzare il romanzo, che gli permetterebbe di vivere una vita diversa, dove sarebbe lui l’artefice di ogni esperienza, di ogni incontro, di ogni scelta di vita. Ma in realtà preferisce dormire, come Endimione, per non vedere la triste realtà e non sentirsi responsabile delle proprie scelte e della propria vita. Ciò significa non voler crescere e, quindi, voler dimenticare momenti di stasi e di indifferenza per non prendere in mano la propria maturazione che potrà fare di lui un uomo, completamente diverso da suo padre e forse realmente felice, realizzato. Anche per questo non ha un nome. Non avendo una sua precisa identità (e il nome è la prima voce identitaria, il primo segno), può sempre rifugiarsi nel sogno o nel romanzo e prendere un’altra identità. Ma anche il protagonista del romanzo rimane senza nome perché possa ritornare a rivestire i panni originari, qualora come autore dovesse fallire. E, così, tutti i coprotagonisti hanno un nome e una decisa personalità e, in alcuni casi, anche una professione, lui e il suo doppio sono senza nome. Eppure quanto importante la nominazione. Denominare fu l’attività primaria di Adamo per mettere ordine dove c’era disordine, dando un nome a tutte le cose. Sorprende, pertanto, data la complessità del duplice romanzo (il romanzo nel romanzo), che l’autore avesse solo diciassette anni quando cominciò a scriverlo, rivelando una maturità contenutistica e stilistica straordinaria. Molti, infatti, sono i demoni che ostacolano il processo di maturazione sia del protagonista, nella realtà, sia del suo doppio di fantasia. Per vincerli, non a caso c’è una ricerca sofferta e dolorosa di Dio, che è “più facile negare” che accettare nella propria esistenza. Se fossimo perfetti non cercheremmo Dio, paghi della nostra perfezione. È la imperfezione a darci la necessità di inventarci o credere in un dio o nell’unico Dio.

P (rofano)
Protagonisti. E qui non sarebbe il caso di ripetermi. Solo una puntualizzazione: si differenziano notevolmente nel linguaggio (due scritture diverse anche nel carattere tipografico, proprio per differenziare quella del romanzo da quella della realtà; nonché due frasari diversi per tono e parole usati:  morbido, elegante, raffinato, il primo; rozzo, scurrile, volgare, il secondo) e in alcuni comportamenti, tra ricchezza da una parte e quotidiana pochezza dall’altra, ma in entrambi i casi i due protagonisti hanno in fondo un’unica radice, un unico sentire, un unico bisogno di crescere e di affermarsi, anche ribellandosi o confrontandosi con gli altri personaggi: con i rispettivi genitori, per esempio, completamente diversi in apparenza, ma in sostanza con le stesse aspettative nei riguardi dei figli: la loro realizzazione, conforme alle regole della famiglia. Di qui la ribellione dei due protagonisti, con modi e intenti del tutto personali, anche se i due, non avendo un nome e neppure, per questo, una identità, come già detto, possono continuamente fondersi, confondersi, scomporsi e ricomporsi, ritrovarsi, riconoscersi. Di qui la loro personalità: per alcuni tratti identica e, per altri, completamente diversa. Anche la personalità degli adulti, spesso apparente nella veste di saggezza e serenità, è in realtà fortemente legata al senso di sconfitta che serpeggia in profondità: tutti, profondamente, adulti ma anche ragazzi, sono in fondo dei perdenti, persino Guido, l’amico mentore, che fa da guida al protagonista nel romanzo (la nominazione, dunque, non è casuale) non salva né l’amico né sé stesso. E Renato, che sogna di diventare scrittore, finisce col fare il cameriere in Svizzera, vivendo di rassegnata frustrazione. (Non afferma Thoreau che tutti gli uomini “vivono una vita di rassegnata disperazione”?). E neppure il padre, sia che appartenga alla realtà o al romanzo, ha possibilità di salvezza. Perché deve fare i conti con le passioni: quelle personali ormai spente e quelle dell’uno o dell’altro figlio accese. Nel romanzo è Paola che diventa il pensiero fisso del protagonista; nella realtà, invece, è l’alcol o la droga o una notte d’amore mercenario. Ma ognuno vuole misurarsi con una possibilità: innamorarsi veramente o continuare a vivere senza amore. Nella realtà, invece, è Anna la compagna, di cui il protagonista non ricorda neppure più gli occhi o la faccia, pur avendola quotidianamente accanto. Esiste, dunque, una qualche possibilità di perfezione o di inventarsela per inventarsi la pienezza di sé e, quindi, la felicità?
Importante è, comunque, il viaggio per tentare un passaggio da un modo di essere e l’altro, l’evoluzione di sé, quasi un attraversamento delle diverse tappe adolescenziali con la perdita della propria identità, attraverso la iniziale partenza: che determina l’andare e la perdita: di sé o di chi va via e l'avvertire la propria pochezza o quella dell’altro/a o dello stesso sentimento ritenuto amore (“Credevo fosse amore e invece era un calesse”, il famoso film del bravissimo e compianto Massimo Troisi). E avvertire dentro di sé una nuova paura, diversa da tutte quelle precedenti, che quest’ultima cancella: la paura della solitudine o del tempo che passa e non concede tregua all’assalto dei dubbi e delle delusioni. E nasce il bisogno della parola: per imparare ad esprimersi e a comunicare per non sentirsi mai soli, inadeguati, abbandonati (il complesso di Pollicino sempre in agguato a qualsiasi età).
E la parola per eccellenza è poesia: catartica, salvifica, rigenerante e sempre in bilico tra realtà e fantasia, tra il “qui e ora” e “l’altro” e “l’altrove” in senso diacronico e sincronico. Ma davvero la poesia sarà l’ancora di salvezza per tutti i mari e per tutti i mali? Auguriamoci di sì. Bello è pensarlo. Ci aiuta sicuramente a stare meglio.
Puntualizzazione: Mi piace puntualizzare, infine, che anche la personalità dell’autore è complessa, dimidiata, ossimorica. Vive costantemente in mondi che sono suoi e mai gli appartengono; mondi, dove esistono rigide regole di bon ton e di altera fierezza di un’antica e storica nobiltà, che fa da contraltare e da contrasto stridente con il mondo della Moda, dei vip, dei ricchi dell’ultima ora, dove esiste la legge dell’apparire, della finzione, della irrealtà.
Il teatro gasteliano ha profonde verità solo nel profondo dell’anima e tutto è e non è: la Fotografia, la Scrittura, le Poesie, la Recitazione, il Romanzo, la sua stessa Vita!
E anche la conclusione non può che essere ossimorica: vincitori o vinti, il protagonista o il suo doppio, i tanti personaggi o i coprotagonisti, la realtà o la fantasia?
Ogni lettore avrà una sua conclusione.
Rimane ancora nell’aria l’eco di “Fiero del Libro” 2018 a renderci più leggeri e a farci danzare tra migliaia di parole che volano e cantano e si abbracciano in libertà…
Così come dovremmo imparare a fare anche noi…
Rimane che siamo viandanti, nel bene e nel male, lungo il percorso della nostra individuale e comunitaria esperienza esistenziale. E le parole giuste, dette, lette o scritte al momento giusto, ci servono come il pane quotidiano, il viatico che ci accompagni, per non essere dei “perfetti sconosciuti” a noi stessi e agli altri. Per intessere legami di conoscenza e di riconoscenza, di amicizia, reciprocità, solidarietà.                                                            AMORE




martedì 18 settembre 2018

18 settembre 2018


Mi sarebbe piaciuto starti vicino, piccola mia, e accoglierti sul mio cuore come la prima volta che ti strinsi tra le braccia… ci saranno nuovi incontri e nuovi abbracci e nuovo cuore anche per noi due…

Portatemi, ali del cuore,
dove il sole è ancora alto
e splende ardito e fiero
sulle miserie umane,
ignorandole.
Portatemi, ali del cuore,
dove il mare è ancora innocente
invito al coraggio e alla libertà
di essere uomini…
(il respiro di un giorno d’Amore voglio)

Portatemi, ali del cuore,
dove la luna si dondola
ai rami della notte.
E si fa eco di stelle
il vagito che mi attraversò
tra le braccia di mia madre
quando divenni per l’ultima volta
                 madre…
Portatemi, ali del sogno,
negli occhilaghi di mia figlia
a specchiare i miei occhimare
      per riconoscerci
                     io e te
nell'incontro che il tempo volle
perché ci fosse ancora un tempo
                  da cullare…
La ninnananna che ha nido nei sogni
si scoprì fiore ancora da sfogliare
 per non dimenticare il canto
la spiga di grano
                         il filo d’erba
che oggi ride sul tetto rosso
           della tua casa…
(il respiro d’Amore lungo una vita
                 per te voglio…)
         AUGURI, AMOREMIO!

domenica 16 settembre 2018

In una serata dolce di fine estate



Al tepore di una serata dolce di fine estate, nel cortile ombroso d’alberi, di piante e foglie di un pergolato che cantava l’inno di grappoli d’uva e di promesse di vino, in tanti abbiamo fatto corona ad Anna Maria e Gianni per ascoltare le voci che accarezzavano di ricordi la nostra commozione.
Prima, però, c’è stata in grande semplicità l’inaugurazione della Retrospettiva di alcune delle bellissime opere pittoriche che Nicola Parisi ci ha lasciato a imperitura testimonianza della sua Arte e della sua singolare e poliedrica creatività.
Poi, testimoni le stelle e una falce di luna che, in silenzioso ascolto, dondolava il dolore (licenza poetica voluta!) per farlo addormentare, come nelle antiche sere la nonna faceva con noi bimbi, nella culla di legno, per spegnere il nostro pianto, Raffaella ha dato il benvenuto con un fremito di commozione nella voce, facendo un giro largo sul significato della parola FOS, che riempie di LUCE le parole pubblicate in libri, come “Gelido è l’inverno”, scritti per un desiderio dell’anima, nell’intimità di un dolore o di una storia tutta familiare, ma che, poi, prendono consistenza e volo con la forza dell’intensa verità che contengono.
“Gelido è l’inverno”, infatti, è la sintesi di migliaia di lettere che quotidianamente Anna Maria scrisse più di quarant’anni fa, di qui il sottotitolo, “Diario epistolare”, per salvarsi da un dolore strangolante per la morte del suo giovanissimo sposo, dopo appena due anni di matrimonio, in un incidente stradale.
Raffaella ne ha parlato con delicatezza, con tenerezza e discrezione, riportando alla memoria l’indelebile ricordo di una realtà straziante, che improvvisamente le si presentò agli occhi, in tutta la sua cruda verità, lei bimba di appena sei anni, rispecchiandola negli occhi di lacrime di suo padre, che pure non aveva mai visto piangere. Opponendo così il suo stupore doloroso di bambina all’immenso tormento del cuore disperato di sua zia, allora giovanissima donna innamorata e madre di una piccolina di nove mesi, che già sussurrava “papà”, e di un bimbo ancora da sentire palpitare sotto il cuore. Attente parole, quelle di Raffaella, per evitare l’esplosione di quel feroce dolore in pianto irrefrenabile e inconsolabile. Poi, ecco Mario Sicolo, il meraviglioso relatore con l’arduo compito di penetrare in quelle pagine “sacre” come un tabernacolo, e lo ha fatto in punta di piedi e di penna, con infinita tenerezza e “sapientia cordis”, cominciando col ricordare il momento in cui Gianni, nuovo e attento compagno di Anna Maria da oltre venticinque anni, era andato a portargli il libro per dargli la possibilità di leggerlo e poterlo poi presentare.
Ebbene, Mario ha evidenziato l’atteggiamento di “cura e di amore”, avuto da Gianni, verso quelle pagine, quasi “gli consegnasse un figlio”, ben sapendo che lì, in quello scrigno prezioso, non si parlasse del sentimento tenace e solidale, suo e di Anna Maria, vissuto nella intensità di comuni esperienze dolorose del passato, ma di quello di un giovane uomo, appassionatamente ricambiato.  Protagonista di quelle lettere “in sola andata” Nicola Parisi, prematuramente scomparso ai giorni da vivere, per la sua giovane compagna Anna Maria, solo per “necessità di continuare”, ma sempre presente nel suo cuore e nella sua mente tanto da farle vergare, col sangue e con rabbia, impotenza e disperazione, quelle pagine ribollenti di vita e di morte.
Mario ha proseguito, in un appassionante crescendo di accorte parole, per non riaprire ferite e, nello stesso tempo, per raccontare il suo discreto attraversamento in quelle pagine e in quel dolore. Commozione generale, lacrime, stemperate di dolce incanto che sempre le parole di Mario sanno magicamente creare. Poi, le letture di alcune lettere: la prima delle tante pubblicate (ma tantissime sono rimaste nella intimità inviolabile dei quaderni di Anna Maria), una di Nicola alla ragazza che amava e del cui amore non era ancora certo, un racconto della sua breve vita, già tanto provata dalla perdita prematura della madre, e qualche altro testo molto significativo. Le voci sono state quelle di Mariella Sivo, Federico Lotito, Luciana De Palma. Bravissimi tutti e tre i lettori che hanno restituito Nicola in mezzo a noi. Sì, Nicola c’era! Ed era commosso pure lui per la nostra commozione. L’atmosfera si è fatta sempre più raccolta e dolente...
Ha provveduto Anna Maria a stemperarla con il racconto, oggi amaramente divertente ma allora drammatico, dei discorsi di “consolazione” di due vecchie signore che parteciparono alla prima serata di lutto di Anna Maria, nella confusione totale di quel lunghissimo giorno disperato per tutti.
Rinfrancati da qualche risata, hanno preso la parola il carissimo amico Nico Mori, che ha evidenziato, con molto calore ed efficacia, la forza e il coraggio di Anna Maria che ritrovò una ragione di vita, oltre che nelle sue adorate figlie, in una chitarra e nella sua voce graffiante che riempiva l’aria di poesie sue e di noi poeti, traducendole in   bellissime canzoni. Poi è intervenuta la dolce amica Rosalba Fantastico di Kastron che ha sussurrato la sua ammirazione per Anna Maria, ma anche per la nobiltà d’animo di Gianni con la sua eccezionale dimostrazione d’amore nei riguardi della sua compagna. La serata di magico rammemoramento si è conclusa con un ricco buffet salato, che ci ha riconciliato con i semplici piaceri della vita, in una ritrovata e simpatica convivialità. E finalmente, per tutti, la spensieratezza di rinnovati sorrisi...



mercoledì 12 settembre 2018

La creatività:le parole più belle


 Due giorni fa (ieri mi è sembrato opportuno donare un silenzio urlato di lacrime per la sconfitta della nostra umanità in quell’indimenticato 11 settembre 2001), ho concluso, affermando che avrei dato ampio spazio alle parole più belle che connotano la creatività. Quelle che ci fanno mettere le ali e andare in quell’altrove di noi, in cui ci perdiamo e ci ritroviamo continuamente, ogni volta che siamo alle prese con un atto creativo, generato dal nostro conclamato talento. Un dono, di cui finalmente abbiamo consapevolezza, senza illusioni e mistificazioni e senza ripensamenti e rinunce per via della scarsa stima di noi stessi.
Prima, però, di passare a queste meravigliose parole, credo sia opportuno ricordare alcune altre che insigni studiosi contemporanei elencano come costitutive della creatività. E spesso i sostantivi si fanno locuzioni, gruppi di parole che meglio definiscono i confini dell’atto creativo.
Decisamente importanti sono quelle che Jean Paul Guilford chiama “le attitudini innate”, le cui caratteristiche sono: flessibilità, fluidità (ideativa), mobilità (del pensiero), scorrevolezza associativa, espressività e comunicatività, facilità (argomentativa ed espositiva), problematicità risolutiva (saper trovare rapidamente una vasta possibilità di ipotesi di soluzione di fronte ai problemi quotidiani o esistenziali), senso critico costruttivo, originalità, sensibilità estetica, emotività, capacità mnemonica, senso profondo della vita e del destino.
In genere la creatività si costituisce come “campo interno di tensione, “mondo onirico legato al subconscio e all’inconscio” (senso approssimativo e indefinito del mondo interiore in eterno conflitto con la realtà. Una realtà che non è “riconoscimento”, ma “straniamento”, simulazione della verità. Non afferma Pessoa che il poeta è “un fingitore”?).
Nella scrittura, infatti, la creatività si costituisce come “dimora della parola visionaria”, fascino dell’incompleto, dell’ignoto, dell’assurdo, come sostiene Mario Praz. È tutto questo che “assicura immortalità all’opera d’Arte”. Sempre Praz). Importa, dunque, che la realtà si faccia universo di verità nelle sue verità approssimative ed infinite.
La creatività è, pertanto, stato di grazia, veggenza, illuminazione e rivelazione.
È esperienza della realtà, filtrata attraverso la personale sensibilità creativa, colma di tutti i sensi e di tutti i significati possibili. “Asymptoton” - per i greci - era “il punto che non coincide”, la distonia, appunto, vissuta come divergenza, diversità, universo fantastico in cui la mente umana si perde con le sue approssimazioni infinite, con le sue interpretazioni insicure, incerte, ambigue, con i suoi chiaroscuri sfumati e nebbiosi. L’ispirazione, allora, si fa luce e coscienza del mondo, filtro con il quale l’anima colora il suo sguardo sull’universo. Si parte da una visione particolare che procura emozione, fa vibrare corpo e anima come “le corde di un’arpa” (don Giuseppe Colombero). È il caleidoscopio della nostra fantasia. Bastano pochi elementi reali, filtrati dalla emotività fantasiosa e immaginativa di chi li guarda perché si trasformino in magia in quanto attraversati da una luce nuova, enigmatica, inconscia, misteriosa. Altre infinite realtà si propongono nella loro “imprendibilità” e “intoccabilità”, attraverso luoghi sconosciuti, chiari solo all’Artista. La persona creativa scopre sempre “il volto doppio delle cose” (Giuseppe Lasala) o “il sublime possibile” (Leopardi), la meravigliosa/dolorosa contraddizione della vita, perché una cosa è quella cosa, ma può essere un’altra e un’altra ancora… Purché ci sia l’illuminazione. E LUCE fu! (Si pensi ai poeti e ai pittori della luce, senza dimenticare architetti, scultori, registi…).
La luce come esplosione di stelle. La luce come colore, calore, amore, vita. Di qui la necessità di praticare la “disgiunzione come salvezza della nostra vocazione perché diventa l’unica “congiunzione” possibile con il mondo indefinito e mai allineato con la realtà di tutti i giorni. Di qui “l’intelligenza infinita e insicura del mondo”, con l’unica certezza possibile del non “adempimento” (ancora Giuseppe Lasala).
La creatività, dunque, ci riporta alla nostra essenza più profonda. Al nostro cuore e al nostro sentimento. Al nostro essere al mondo e fuori dal mondo, soprattutto se la realtà ci delude, ci ferisce, ci disorienta, allarma, opprime (vedi la realtà del nostro tempo!).
La creatività ci fa riscoprire un “cuore umano” nella autenticità del suo “sentire”.
E finalmente il punto interno combacia con quello esterno, dandoci pienezza di noi e della vita. Il sentimento di sé e del sé nel ritrovato “senso del vivere”, in cui l’Io e il sé si ricompongono in unità. Di qui l’Armonia, da cui scaturisce la Bellezza, che favorisce la seduzione o seduttività della persona creativa che incanta e affascina con la luce che promana dalla sua voce, dai suoi gesti, dalle sue parole. È una sorta di carisma che crea la “luccicanza” (Diego Dalla Palma”) che ogni vero Artista porta con sé. La creatività ci riporta, infine, dal buio alla luce, dalla invisibilità degli oggetti alla loro visibilità molteplice e rinnovabile, dalla indecidibilità alla decidibilità delle situazioni e atmosfere, dall’inaspettato all’attesa dell’“accadimento”, dalla impalpabilità alla palpabilità dei sentimenti. Epopea di epiche speranze di terre e di universi perché contiene in sé tutti gli elementi vitali e propulsivi dell’umana esperienza. Di volti di uomini GRANDI incisi nella Storia. Fulgidi esempi di rinascita continua nella riproposizione di nuovi domani. La consapevolezza di tutto ciò determina l’appagamento, l’esaltazione, l’estasi. Un senso di straordinarietà e di follia (incendio della mente, del cuore, dell’anima). L’ineguagliabile sentimento di LIBERTA’.








lunedì 10 settembre 2018

Ancora sulla creatività


“Fiero del Libro”, quest’anno, ha focalizzato la sua attenzione sulle parole da ricercare per giungere a formulare delle opinioni, magari servendoci della lettura delle opere dei nostri autori per trovare spunti di riflessione, motivi di confronto, nuovi orizzonti per poter andare più lontano. Dunque, le parole. Quelle proposte sono state bellissime: Dio, futuro, creatività.
Arduo è stato parlare di Dio, tra credere e non credere, asserire e negare, affidarsi alla fede o confutarla con la ragione. Toccanti e autenticamente cristiane sono state le parole di don Tonino Bello, tratte dai suoi scritti.
Azzardato e quasi provocatorio è stato parlare del Futuro in una società che sembra escluderlo. E lo ha fatto egregiamente il giovane poeta serbo Mirko Dimic, che ha tanto futuro da sognare e progettare davanti a sé, esortando i giovani ad usare bene le parole che possono essere spada o ramoscello d’ulivo.
Più facile forse perché a noi più congeniale è stato parlare di creatività. Ci ha illuminati con la sapienza delle sue parole il creativo per eccellenza Giovanni Gastel, che ha parlato di “stato di necessità” per i creativi dedicarsi all’Arte in tutte le sue innumerevoli forme e soprattutto in quelle per cui si sente di possedere un talento che ci rende dissimili dagli altri. Purtroppo, però, questo stato di unicità determina la nostra solitudine. È, per quanto si possa essere sociali e socievoli, si rischia sempre di sentirsi profondamente soli. È lo scotto che bisogna pagare per l’appagamento che si prova di fronte alla propria opera creativa compiuta.
Personalmente, ho fatto un elenco delle parole che mi riportano alla creatività, non potendo ancora far tesoro di quelle del grande fotografo, poeta, scrittore milanese, che il mondo ci invidia.
Per molti filosofi, psicologi, sociologi, scienziati e tanti altri studiosi di discipline trasversali, la creatività è innanzitutto una qualità del pensiero, la più alta forma del pensare. Essa è “forza che porta il non essere all’essere” (sono in tanti gli studiosi che lo hanno affermato dall’antica Grecia ai nostri giorni. Definizione che ha percorso, dunque, millenni di storia).
La creatività, pertanto, compie la straordinaria azione del “creare” o, meglio, “ri-creare” perché il primo modello che gli uomini possono rielaborare in forme nuove e sempre diverse è la “Creazione divina”.
La creatività è, quindi, energia e azione. Verbo. Ma, prima di cercare i verbi che possano connotarla mi piace riportare il pensiero di Albert Einstein al riguardo: “La mente intuitiva è un dono sacro, mentre la mente razionale è un suo servo fedele. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono sacro”.
Il primo verbo da annotare è, dunque, intuire? Ritengo di sì, ma occorre partire, a mio parere, dai cinque sensi che ci permettono di conoscere il mondo così com’è (il primo modello della Creazione), per poter giungere alla intuizione che sottintende una sorta di sesto senso che va ben oltre la vista, l’udito, il tatto, il gusto, l’odorato. La nostra prima conoscenza avviene attraverso il corpo. Subito è la mente che se ne impossessa e, poi, il cuore per giungere all’anima. e qui è già “ri-creazione”, cioè gioco, immaginazione, fantasia.
E, allora, i verbi che ci conducono alla creatività potrebbero essere: guardare, vedere, sentire, ascoltare, percepire, intuire, dubitare, immaginare, fantasticare, divergere, deviare, predire, prefigurare, trasformare, ricreare.
Si guarda attraverso gli occhi, ma si può anche non vedere se la mente non registra il mondo fuori di noi. Lo stesso accade per sentire e ascoltare. La prima azione è quasi inconscia, mentre l’ascoltare significa porre attenzione ai rumori, ai suoni e alle parole che giungono all’orecchio, che percepisce e li distingue e li fa suoi. Subentra l’intuire (il penetrare nelle cose viste o ascoltate per coglierne l’essenza). Dall’approfondire (entrare nel profondo) si passa al dubitare che la realtà vista o ascoltata possa essere l’unica realtà possibile (e se?...).
Il primo uomo che si chiese “e se” e cercò qualcosa d’altro compì, secondo me, il primo atto creativo. Cominciò così il processo dell’immaginare e del fantasticare e del predire tutto ciò che non c’era e che aveva la possibilità di essere, se non nell’immediato almeno in futuro. Cominciò allora l’essere umano ad andare in deviazione, a non seguire il dato certo, la regola insita nella natura e nei comportamenti dei suoi “simili” per deviare, percorrere altre strade mai battute, prefigurarsi mondi nuovi e sconosciuti e, perché no?, possibili.
Trasformare per adattare reattivamente la realtà fisica e antropologica alle proprie esigenze divenne, pertanto, l’imperativo categorico che sostituì l’adattattamento passivo di sé stesso all’ambiente. E fu il secondo atto creativo.
Ma l’azione prima o poi diventa soluzione di un ostacolo, di un problema, di una condizione di vita e, allora, diventa prodotto e, quindi, dato di fatto certo, sostanza e, dunque, sostantivo.
Sono andata, perciò, alla ricerca dei sostantivi (e degli aggettivi che meglio li definiscono), ricavati dai verbi precedenti, per sostanziare di caratteristiche proprie la creatività:
illuminazione (luce che rischiara il buio della mente e illumina e dissipa le ombre del nostro cuore), intelletto (è la fonte della creatività, che da base biologica - le trasformazioni del nostro corpo in termini di maturazione - si è cambiata, grazie all’intelligenza, in base culturale), emozione (sussulto, palpito, vibrazione del corpo e dell’anima), concentrazione (entrare nel centro delle cose e di sé stessi), dubbio (le certezze uccidono la mente, appiattiscono il quotidiano, consolidano abitudini e situazioni, anche spiacevoli e frustranti o dolorose), predittività (il fare previsioni non affidandosi al caso, ma alle possibilità future che la ragione analizza, rifacendosi agli errori del passato o alle configurazioni socio-economico-culturali in atto nel presente. In alcuni casi, si tratta di vera e propria chiaroveggenza e preveggenza, appannaggio dei profeti, dei mistici, e di alcuni poeti), immaginazione (si poggia su modelli che poi   rielabora e supera), fantasia (è perlopiù pura invenzione), processo (ogni atto è un processo di trasformazione. In campo creativo, poi, è un processo di trasformazione senza fine, come quello che avviene nel nostro universo), coraggio e fede (per trasformare qualsiasi cosa ci vuole il coraggio di osare: diventa incoscienza se non si tiene conto oggettivamente della realtà, ma diventa necessità e urgenza e ragione di vita, se viene suffragato dalla fiducia in sé stessi, dalla passione e dalla consapevolezza di un talento, dalla fede nel proprio progetto esistenziale e anche nella bontà e sincerità di chi ci circonda), trasformazione (atto continuativo in divenire), altro e altrove (tutto quello che la creatività trasforma. Il creativo non è mai perfettamente in sé, abita sempre altri luoghi e con la mente, il cuore, l’anima è sempre in un “altrove”, mai ben definito). Di qui la sua distonia e visionarietà (scrivere, dipingere, teatralizzare realtà inesistenti, scoordinate, fumose e sfumate che spesso emergono dall’inconscio), inconscio (è la parte più profonda dell’Io che si trasforma in Es e si sedimenta nella parte più sconosciuta di ogni essere umano e solo di tanto in tanto viene fuori, attraverso i sogni, la poesia e tutti gli atti Artistici in genere. Non si possono definire atti creativi perché questi possono riguardare anche la semplice scelta quotidiana di fare una azione o meno. Ogni scelta è un atto creativo in sé. Anche quella di scegliere di cuocere una pietanza al posto di un’altra o di cambiarne gli ingredienti per rinnovarla), mistero (ogni incontro col nostro inconscio rappresenta un mistero, un qualcosa che si perde nella nebbia della non conoscenza), metafisica (che viene definita da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino”, cioè “la vicinanza amorosa al sacro”, e per alcuni a Dio. Significa capire con l’anima che, essendo universale, ci permette di espanderci all’infinito nell’infinito).
Personalmente definisco questa sorta di ineffabile sensazione trascendente, che la sensibilità creativa ci dona: “essenza vibrante nell’armonia dell’universo”. Noi, infatti, quando creiamo, vibriamo, diventando arpa dell’universo in consonanza con il divino che è in noi e fuori di noi.
Il rovescio della medaglia, se il volo è troppo alto, è la solitudine, più volte citata da Giovanni Gastel, come prerogativa della creatività del genio (vedi l’Albatro di baudelairiana memoria, leggi La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, e così via).
La solitudine porta con sé dannazione e perdizione (come genio e sregolatezza appunto richiedono) oppure può essere vinta dal conflitto (da ogni incontro con noi stessi e con gli altri nasce un conflitto perché siamo fatti di contraddizioni, di umori, condizionamenti interni ed esterni, di punti di vista, spesso variabili persino nello stesso giorno e in base a circostanze diverse e così via), dalla generosità (ogni conflitto si può risolvere con la consapevolezza di sé e degli altri e con la considerazione che l’altro non può togliere o aggiungere niente a quello che siamo nella nostra compiutezza perché nessuno si può sostituire a noi o toglierci qualcosa o integrarci con qualcosa perché siamo unici e indivisibili. Solo l’amore può realizzare la fusione tra due corpi e due anime), incontro, comprensione, partecipazione, reciprocità, condivisione, inclusione e mai esclusione (sono tutte parole legate all’incontro tra due o più persone libere, mature, realizzate e in sé compiute, che si vanno “incontro” appunto nella autenticità del proprio essere), compensazione (quando non c’è compiutezza o si avverte una discrepanza tra sé e sé o tra sé e gli altri, o nell’ambiente ecc., allora subentra il processo di compensazione, come sostiene Adler, per vincere un complesso, un condizionamento, un disagio, una inadeguatezza o disadattamento. Vedi Leopardi o Beethoven…), gioia e dolore (la creatività si estrinseca nella gioia e con gioia, ma quasi sempre nasce da un dolore, da una ferita. E si hanno molte testimonianze di creativi al riguardo), gioco (la creatività come gioco e scoperta è universale nei bambini. Quasi inesistente tra gli adulti, a meno che non si tratti del gioco delle carte o dei giochi d’azzardo, quasi sempre con lo scopo di vincere per guadagnare denaro. Il gioco creativo non si prefigge scopi, tanto meno guadagni. È fine a sé stesso e viene praticato per la gioia che procura. I piccoli giocando imparano ed esercitano la loro naturale e spontanea simbolizzazione della realtà).  
Per questo, la creatività e anche Compiutezza. Armonia. Bellezza. Seduzione. Appagamento. Esaltazione. Estasi. Libertà. E tanto tanto ancora. 
Ma di questi ultimi sostantivi parlerò più a lungo domani. Troppo importanti per lasciarli nell'anonimato ambiguo della parola...
Forse tra le tante ho dimenticato Immortalità. Se, come afferma Erich Fromm, “la creatività ci fa rinascere infinite volte, mentre ci sono uomini che muoiono senza essere mai nati!”.      




martedì 4 settembre 2018

la creatività ci rende "multipli" e "immortali"?


Stamattina, la mia sorprendente Anna Paola, mi ha folgorata con una delle sue affettuose, e illuminanti, considerazioni. 
Dopo una notte insonne, trascorsa a rigirarmi nel letto, soffocando lamenti per non svegliarla, mi sento salutare così:
-          Buongiorno, nonna, ti ho sentita stanotte. Eri alle prese con i tuoi soliti dolori, vero?
-          Già, piccola mia, non mi danno tregua. Non so proprio come devo fare ad andare avanti. E questa insonnia, affiancata da tanta sofferenza, mi debilita molto. Vorrei avere una bacchetta magica per eliminare tutti i miei acciacchi e malanni e per far sparire anche l’insonnia. Mi piacerebbe abbandonarmi ad un sonno ristoratore e sognare in tecnicolor.
-          Ahahah, ma tu la bacchetta magica ce l’hai. Non sei la poetologa?
-          E con questo? Mica esserlo mi mette al riparo da ossa rotte, nervi infiammati, artrosi, osteoporosi, e…  insonnia!
-          Certo che no, ma, vedi, tu ti sdoppi. Ci sono due persone, o forse molte di più, in te. C’è la nonna anziana, che si lamenta sempre, si muove con difficoltà, fa fatica a salire e scendere le scale, non dorme e mi sveglia in continuazione, una nonna rompina che chiede sempre di essere aiutata in qualcosa. 
    E poi c’è la poetologa, che non ha età, che vive tra le nuvole e sogna in tecnicolor, che ha la sua bacchetta magica per ogni cosa: guarda le stelle e se ne riempie le tasche, con gli occhi che le sorridono estasiati perché vedono cose che a noi sfuggono, mentre le mani scrivono (ormai al computer)… senza provare un briciolo di stanchezza. La poetologa non si lamenta mai mentre scrive. E potrebbe scrivere da un giorno all’altro, moltiplicandosi all’infinito: ora è l’eroina di un romanzo, ora è una rondine, un fiume, un lago, un fiore. Ora è una vela bianca sulle onde del mare o di un oceano. Ora è solo brezza in superficie oppure coralli e madreperle in profondità. Gioca con le parole. Poi, si fa zingara, ballerina, narratrice di storie inventate o vissute. È viandante e avventuriera lungo sentieri di boschi da esplorare per incontrare gnomi e folletti e tutte le ninfe a farle compagnia. Per incontrare il mistero e le ombre e le luci della vita...
     E non sei più mia nonna ed io vengo a cercarti perché ho bisogno di stringerti
    forte e di darti mille baci - mi dice tutto d’un fiato, e mi lascia senza parole.              ‘Buon sangue non mente’, penso.
-          Grazie, tesoro mio! Che bel buongiorno mi dai, con la musica delle tue parole. Mille arpe mi riempiono il cuore di intatte sinfonie. Ed io mi sento per davvero dimidiata e moltiplicata… E mi stai facendo anche riflettere…
Sono nata a maggio, il mese delle rose e dei papaveri, superbi fiori di giardino, le prime,  e umili fiori di campo e di prato, i secondi. E mi piacciono da morire le une e gli altri. E sono nata sotto il segno dei gemelli per giunta. Un segno che mi piace molto e in cui mi riconosco. “Segno doppio”, dicono con sospetto alcuni che ritengono di intendersi di astrologia e psicologia spicciola, temendo la doppiezza di una personalità che “ha due facce”. Per me è il segno dell’eterna giovinezza, del quotidiano stupore, della leggerezza di ali che portano lontano, come Mercurio, il messaggero degli dèi, da cui il segno prende energia. E messaggera sono anche per via del nome: Angela. Che sa di “lieta novella” e di protezione. Di lunghi viaggi e di improvvisi approdi. Di passioni della mente e di tormenti del cuore. Ossimorica personalità, dunque. Non ho, però, avuto mai due facce, sia pure nella complessità complicata del mio “Io” più profondo. Io sono sempre la stessa e sempre diversa in casa e fuori, con i miei cari e con gli estranei, di giorno e di notte, guardandomi allo specchio o affondando lo sguardo negli occhi degli altri, fino a denudare la mia anima o a cercare quella altrui, nella intuizione immediata di pene e delusioni, amarezze e sconfitte, vittorie ed esaltazioni. Con la testa oltre le nuvole e il cuore sempre a portata di mano. Per non ferire, per non ignorare, per non essere distante. Ma tutto questo non mi mette al riparo dalle innumerevoli imperfezioni, dagli imperdonabili errori, dalle ombre che offuscano ogni raggio di sole. Vivo in bilico, funambola io, tra disincanto per la vita dei nostri giorni e l’incanto per l’amore di sempre, tra realtà che fa male e fantasia che vivifica. Ogni giorno ha mille turbamenti e disincanti, ma anche mille colori e diecimila emozioni.  Non so vivere senza emozionarmi. Per questo amo soprattutto le vie del cielo o quelle del mare, che altri chiamano rotte e che per me sono imprevedibili e imprendibili distese azzurre in cui sentirmi avvolta. Ed è un Tutto che mi sorprende, mi cattura, mi appaga. Io-non più io-sempre io in una immersione totale nella natura, da cui emergo per ritrovarmi umana in mezzo agli altri miei simili, con gli altri, per gli altri.   
Grazie, mia tenerissima Anna Paola, per aver stamattina cancellato le mie rughe, azzerato il tempo, evidenziato il potere incommensurabile della creatività. Dono meraviglioso, di cui ringrazio il buon Dio ad ogni alba con ricami di sole, ma anche nel buio di ogni notte senza stelle. So che le posso accendere quando e come voglio. E questo mi acquieta e mi rigenera sempre.
Mi sembra giusto, però, per dare atto al Creatore delle sue buone intenzioni, ricordare le “intelligenze multiple”, studiate alcuni decenni fa da Gardner. Tutti abbiamo un potenziale creativo distribuito in diversa misura nelle nostre diverse intelligenze. Occorre riconoscerlo per tempo per non disperdere le nostre energie in campi a noi non congeniali. Se non riusciamo a scoprirlo da soli, dobbiamo sperare che siano i nostri genitori o gli insegnanti a darci una mano. Ciascuno di noi, così, può realizzarsi per quello che è e vuole fare senza perdita di tempo e dispendio di energie. Sono convinta che un qualsiasi talento, se c’è, prima o poi viene alla luce. Molto importante è, appunto, prima di tutto sentirlo prepotente dentro, non lasciandosi condizionare dalla famiglia, dall’ambiente, dalle esperienze negative pregresse. Tutti, in campi diversi, possiamo realizzarci al meglio di quello che siamo. Di ogni nostra esperienza di vita possiamo fare in capolavoro. Basta “sentire” quello che profondamente vogliamo e non demordere o mollare mai. La mia vocazione, per esempio, è la scrittura e non so, non posso, non voglio fare altro. Perché tradirla? In tutti gli altri campi sono una schiappa. Lo so e non mi cimento neppure. Basta avere consapevolezza anche dei propri limiti. Per non esaltarci, per non scoraggiarci. E la conquista del nostro “potere di scelta” deve spingerci ad agire per realizzare i nostri sogni.
Questo mi conforta: fare quello che amo fare con passione, entusiasmo amore.
E auguro a tutti di provare questo appagamento che è “pienezza di sé”. Inno alla vita.
Conforto è oggi sentirmi “immortale” almeno nel cuore di Anna Paola.
E ricomincio a scrivere con un misterioso (per gli altri) sorriso tra labbra e cuore.