mercoledì 22 aprile 2026

Lunedì 20 aprile 2026: Lettera a VALERIA ROSSINI sul nostro INCONTRO nella LIBRERIA S. PAOLO di via Nicolai...

Carissima Valeria, il nostro incontro di venerdì 17 sera, presso l'elegante Libreria San Paolo di via Nicolai, è stato meraviglioso e commovente perché a lungo atteso e per l'emozione che brillava nei nostri occhi, e in quelli del carissimo Prof. Pinuccio Elia, tuo mentore per tanti anni, dai tempi della tesi di Laurea e per tutto il dottorato di ricerca fino ai nostri giorni, passandoti, un po' di giorni fa, il testimone come Professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale. Il che significa una sorta di "continuità" di un lavoro già svolto e ben riuscito...
La serata è stata, a mio parere, intensa, coinvolgente e profondamente condivisa dal numeroso pubblico, che ha scelto coraggiosamente di essere presente nonostante il difficile tema della morte e del morire. Molto chiara, attenta, appassionata, vibrante la tua Introduzione. Molto interessante, puntuale, coinvolgente l'analisi del tuo Saggio da parte del Prof. Elia. Dal canto mio, ho fatto perlopiù citazioni letterarie, non lontane però dalla Pedagogia, sul vivere e morire: i due punti estremi del nostro nascere al mondo e dal mondo sparire. Ho ritenuto opportuno fare alcune puntualizzazioni sui versi scelti con cura perché ogni parola avesse anche una importanza estetica in un discorso pedagogico, evidenziando altre sfaccettature e inquadrature della nostra frammentata realtà personale, etica e sociale. Noi siamo noi e diversi da noi di giorno in giorno, di attimo in attimo. Come ci insegna Walt Whitman quando afferma che siamo abitati da "moltitudini". Ho saltando tutto quello che avevo programmato di dire, partendo dal sonetto di Shakespeare che suona così:"... Finché uomini respireranno/ e occhi vedranno/ 
queste parole vivranno/e a te daranno vita"(NOMADLAND: Sonetto 18), che a mio parere rappresenta l'importanza assoluta della scrittura poetica da sempre e per sempre, per fare spazio ad alcuni versi di Mina Matichecchia, provata da un dolore devastante solo pochi anni fa, e che è venuta con il marito per fare testimonianza del potere salvifico appunto della parola poetica. E mi sembra giusto riportare la poesia che Mina scrisse subito dopo la morte di sua figlia giovanissima, intitolata "Assenza di te" e poi alcuni versi di una poesia, scritta qualche giorno fa, intitolata "Se" per notare la sostanziale differenza tra il prima e il dopo. ed ecco "Assenza di te": Senza te,/ sono mare in burrasca./ Giro, mi rigiro/ come s'agita l'onda./ Fra gli scogli, dalla risacca/ percossi, tuona la mia angoscia/ e fluisce come  la corrente./ Un vento dal canto roco/ soffia tremulo/ e acuisce lo sgomento./ L'animo tuo vivace/ dava colore ai giorni,/ che ora appaiono scialbi./ Nel petto s'infigge il dolore/ mentre accarezzo il ricordo./ La mente vola in una bolla/ che sale, sale lassù/ a volerti raggiungere,/ prima di dissolversi./ Il mio spirito scende,/ indossa pochi stracci./ Corre a riva,/ per affogare la pena/ nella spuma impazzita./ Ad ogni levata del sole/ rivedo il tuo bel volto,/ risento il tuo bel canto/ e il mio respiro.../ invano cerca il tuo.
Ogni commento è superfluo. Ed ecco "Se": Se io potessi/ muterei il rumore/ dei tonfi nel mare/ con note musicali./ (...)./ Se fossi conchiglia,/ presterei l'orecchio/ al respiro faticoso/ dell'umida terra/ di sangue
macchiata./ Metterei fine/ al grido assordante/ del dolore fra i popoli,/ (...)./ Cederei le lacrime/ all'onda che batte/ e canterei la Vita.
Si tratta della sua ri-nascita, grazie alla scrittura, soprattutto poetica, che sempre è àncora di salvezza.
Non a caso, il Saggio "Morire" di Valeria Rossini mi ha portata immediatamente a pensare alle "rovine" del grande pittore tedesco Anselm Kiefer, il quale scrive: "Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio". Questa affermazione mi piace molto. Comunica un principio di eternità nella morte. Il perpetuo rigenerarsi della vita dopo ogni distruzione. soprattutto oggi, dati i tempi cupi che stiamo vivendo ad ogni latitudine e longitudine del nostro pianeta. Infonde un certo ottimismo, che si traduce in Speranza. E la Speranza è una virtù bambina: un cammino vibrante e convincente verso il futuro, coinvolgendo le nuove generazioni. Le macerie, del resto, sono declinate al plurale, come le rovine che, al singolare, hanno un altro senso, un significato negativo che rifiuto. sarebbe la morte dell'anima.
Poi, ecco alcune frasi poetiche del mio grande amico Giovanni Gastel dell'alta nobiltà milanese, nonché nipote dell'immenso regista Luchino Visconti. Giovanni è stato grandissimo fotografo a livello mondiale e grande poeta, che  ci ha lasciato cinque anni fa a causa del Covid 19, ma è ancora vivo nel mio cuore e nel cuore dei tantissimi suoi ammiratori. Il timore della morte lo ha accompagnato sempre più negli anni, fino al punto di fargli scrivere: "... morire è il rumore del tempo/ nell'anima che vola via,/ dei ricordi/ i più semplici e profondi (...)./ Sono quasi le invisibili cose/ a farci compagnia/ e persino un antico stupore/ estatico/ solenne (...).// Resta con noi Amore/ unico balsamo/ che possa dare un senso/ al nostro vivere e morire".
 Dare un senso alla vita come atto d'amore per la vita stessa e per gli altri, quando si è a un passo dalla morte, conservando lo stupore per quanto si è vissuto, è la forma più alta e più generosa, a mio parere, di celebrare la propria morte e quella dei propri cari. Ma può anche capitare che dopo un lutto si possa "provare un senso di colpa quando, anche solo per un attimo, all'improvviso sperimentiamo un momento di serenità o perfino di felicità", come scrive un'altra carissima mia amica, Psicologa e Psicoterapeuta, Stefania Deangelis. "E' come se quella piccola luce che si accende dentro di noi fosse 'fuori luogo', come se stare bene significasse tradire o mancare di rispetto a chi non c'è più. Il pensiero, silenzioso ma duro, che si affaccia spesso nella mente possa essere sintetizzato così 'Se sto bene così, forse sto dimenticando... Forse non ho amato abbastanza'. Come se la sofferenza fosse l'unico modo legittimo per dimostrare quanto abbiamo amato. (...) Come se lasciar spazio alla vita volesse dire sminuire il legame che ci univa a chi abbiamo perso. Ma non è così... il dolore non è l'unica espressione dell'amore. Anche la gioia, anche un attimo di pace o un sorriso che riaffiora, anche la voglia di tornare a vivere sono espressioni dell'amore che continua. (...). In terapia, si accoglie questo conflitto con molta delicatezza. Perché non si tratta di 'eliminare' il senso di colpa, ma di comprenderlo, ascoltarlo, e pian piano trasformarlo. (...). E ritrovare momenti di luce, anche in mezzo al buio, non è un segno di poco amore, è un segno che, nonostante tutto, la vita trova ancora spazio dentro di noi",
Intanto, devo confessarti, mia carissima Valeria, che l'altra sera sono stata sommersa dall'emozione e dalla commozione, perché ho potuto riabbracciare te dopo tanto; il carissimo prof. Pinuccio Elia dopo decenni; ho rivisto tuo padre e i tuoi fratelli dopo tantissimi anni, ne ho perso il conto; ho scoperto tra il numerosissimo pubblico, venuto ad applauditi, il mio grande amico di cuore e di penna, Giuseppe Sblano, che ha lasciato tutti i suoi impegni per venire ad ascoltarmi; ho incontrato lo sguardo orgoglioso dei tuoi figli...
Capisci bene che non sono riuscita a contenere, umanamente, tante emozioni ed ero tremante come una ragazzina al primo... sbaglio, ma è con orgoglio e affetto materno che ti dedico alcune considerazioni su questa tua ultima opera pedagogica e letteraria insieme, scritta con tutto il coraggio possibile, con la tua solita determinazione a essere tenera e professionale contemporaneamente. È questo il tuo inno alla vita.
Oggi, mi vengono in mente alcune frasi sulla morte come inno alla vita, scritte nella "Lettera di Addio" che il grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez scrisse pochi mesi prima di morire, devastato da un cancro senza più Speranza. Ed era, pensa, proprio il 17 aprile di dodici anni fa:
"Se Dio (...) mi concedesse un po' di vita (...). Dormirei meno, sognerei di più, sapendo che ogni minuto con gli occhi chiusi è una perdita di sessanta secondi di luce (...). Mio Dio, se avessi un po' più di tempo (...). Dipingerei tra le stelle, come Van Gogh (...). Laverei le rose con le mie lacrime, per assaporare il dolore delle loro spine e il bacio scarlatto dei loro petali. Mio Dio, se avessi un po' più di vita... Non lascerei passare un giorno senza dire ai miei cari che li amo. (...). Darei le ali a un bambino e gli insegnerei io stesso a volare (...)". Meraviglioso Poeta fino alla fine, ma mi sembra giusto anche ricordare alcune frasi sulla vita e sul morire della grandissima Oriana Fallaci, tratte dal suo romanzo "Niente e così sia". Oriana è più dura, più concreta, più forte, forse meno amata, pur avendo amato e odiato tantissimo: "È proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversare bene la vita, riempirla senza sprecare un passo, senza addormentarci un secondo, senza temere di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né angeli né bestie, ma uomini...". Ma potrei citare anche Franco Battiato e il suo concetto della vita e della morte, intriso di spiritualità e visionarietà, o il teologo Vito Mancuso con le sue ampie disquisizioni filosofiche. E tanti altri ancora. Ogni loro parola, forte o rasserenante, realistica o incoraggiante, dà valore a quanto tu hai scritto trattando il difficilissimo argomento del morire non solo dal punto di vista pedagogico e letterario, ma anche psicologico, filosofico, etico-sociale. Con una attenzione particolare al mondo dei bambini (ottavo capitolo) e al loro approccio alla morte sia in termini di perdita del necessario sostegno affettivo e psicofisico dei genitori, della madre in primis, sia come concetto di morte che riguarda proprio la loro breve esistenza. Ogni Capitolo, del resto, è un continuum pedagogico, nel senso di "educare a morire" bene, con "consapevolezza", promossa come "formazione" già dai primi anni di vita per raggiungere coraggio, serenità e dignità, nel corso degli anni, fino all' approssimarsi della fine. Sono tutte "piste" che, in oltre duecento pagine, consentono di trasformare "la paura della morte", così bene illustrata nel suo intervento dalla tua amica prof.ssa Donatella Loiacono, psicoloterapeuta dell'età evolutiva, in un sentimento di "accettazione", che sottintende "l'arte di vivere" più che del morire. E l'arte di vivere presuppone la necessità della scelta di vivere nel presente come se fosse il primo giorno o l'ultimo, utilizzando ogni attimo per ESSERCI (vedi Heidegger) e cantare l'Amore in tutti i suoi molteplici volti, in cui si rispecchia soprattutto il volto della nostra anima che non conosce limiti o confini...
E vorrei puntualizzare anche che lo stile della tua scrittura è ritmo interiore, canto, volo alto. Nostalgia. Poesia.
Per un attimo, mi sono ritornate alla mente le tue compagne alle prese col tuo identico dolore: Cassandra, Paola... Ma, tra cuore e anima, sei stata tu che mi venisti incontro, ragazzina ferita e straziata, a portarmi in dono un fascio di tenere poesie quasi a voler cercare un rifugio, una continuità, una appiglio per continuare a Vivere, ad Amare, a Sperare...
E ritengo questa una peculiarità, non trascurabile, di tutti i tuoi Saggi scritti sino ad oggi: spesso la tua scrittura assume forma di Poesia, in quel ritmo interiore avvertito già da ragazzina, tra canto dolente, incanto per la vita, nonostante tutto, e tenerezza che i ricordi attualizzano.
Negli ultimi due capitoli di quest'ultimo tuo lavoro, però, è la docente di Pedagogia che incontra sé stessa attraverso la tematica del morire, e rivela tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio cercando pedagogicamente, cioè attraverso "l'educare a morire bene", di concludere la sua lunga disamina, confortata dai tantissimi studiosi citati, ribadendo che occorre scegliere di vivere con "consapevolezza" la inevitabilità della morte e con il desiderio di non sentirsi sconfitti dalla vita, ma di celebrarla con amore e per l'amore di quanti lasceremo con un sorriso, che è rivincita e abbraccio ai nostri cari, per lasciare tra le loro metaforiche e metafisiche braccia che le cose accadano come è giusto che debbano accadere... abbracciando il mistero del nostro venire al mondo e del nostro sparire dal mondo come un dono immenso da onorare fino all'ultimo giorno di vita, e non come condanna che ci angustia fino dalla prima consapevolezza della nostra esperienza esistenziale per l'inevitabile caducità della nostra stessa esistenza.
Poi, un dono inaspettato e meraviglioso da te conservato con amore per me: una mia lettera del lontano 1992. Lacrime e ancora un enorme abbraccio a contenere il nostro rapporto, immutato nel tempo, nel cerchio magico delle nostre braccia. Peccato per il tempo tiranno. Sono dovuta andare via per altri incontri... lasciandoti con un ultimo dono per me tra le mani.
Ma "Resistere per Esistere" è anche il mio motto di ultra ottantenne! Sia pure per un istante... 
                                      "Immortale è chi accetta l'istante (Cesare Pavese)
Con tutto il mio affetto (leggi amore). A prestissimo, quantomeno per la splendida rosa che avresti voluto regalarmi l'altra sera, e perché sul mio blog, fra qualche giorno, ci saremo ancora tutti quanti insieme con le "nostre" parole e le "nostre" autentiche emozioni, dopo aver vissuto insieme la "nostra" splendida serata. Angelina tua.

E sempre grata a chi mi segue sempre con tanta pazienza e tanto amore... Angela/lina

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