PREFAZIONE DI MAURO MASSARI
Ho letto Cenere nel cielo
dei silenzi di Gianni Brattoli pensando, all’inizio, di trovarmi davanti a
una raccolta di poesie. È l’aspettativa che si ha quasi sempre quando si apre
un libro composto da testi brevi, separati, disseminati come isole sulla
pagina. Dopo poche pagine mi sono accorto che non era esattamente così. Il
libro comincia con un poemetto che si intitola Cenere, e già in quelle prime
righe accade qualcosa di insolito: un angelo del Signore, nel centro
dell’universo, chiude le ali e prova un sentimento che gli angeli non
dovrebbero provare. Si sente inutile. Impotente. E soprattutto prova un
desiderio inatteso: vorrebbe morire. È un rovesciamento radicale. Gli uomini
hanno sempre invidiato gli angeli per la loro immortalità. Qui accade il
contrario. È l’angelo che guarda gli uomini e li invidia, perché la loro
esistenza, pur fragile e breve, possiede qualcosa che a lui è negato: la fine. Da
questo punto in avanti il poemetto diventa una sorta di racconto cosmico.
Appaiono visioni, creature ferite, orizzonti infernali. L’angelo assiste al
dolore della terra e alla deriva degli uomini. La ribellione cresce fino a
diventare cataclisma: la terra si apre, le montagne oscillano, il mare si
ritrae dalla riva. E alla fine resta soltanto la cenere. È una quasi mitologia.
La roccia diventa sabbia, la sabbia diventa cenere, e la cenere ricopre il
mondo come un sudario. In quell’istante il libro stabilisce il suo paesaggio:
un universo in cui la promessa del sacro sembra essersi consumata, lasciando
dietro di sé un silenzio rotondo. Le poesie che seguono sembrano nascere dentro
quel silenzio. La “valle dei silenzi”, l’agorà dove pensieri e parole diventano
foglie bruciate, i viaggi, le memorie, le immagini di guerra e di solitudine:
tutto si muove in un paesaggio attraversato dal vento e dalla cenere. È come se
il poeta osservasse il mondo dopo una lunga combustione morale e storica. In
alcuni momenti la voce di Brattoli diventa visionaria, quasi biblica. In altri
si restringe fino a un frammento: una notte, un ricordo, un gesto d’amore, il
profumo dei capelli tra l’erba. Sono testi brevi ma stratificati, perché aprono
improvvisamente uno spazio più umano dentro la severità del libro. Come se
sotto la cenere continuasse a esistere una brace. Questo movimento - tra
distruzione e residuo di vita - attraversa tutta l’opera. Da una parte c’è la
percezione di un mondo che ha perduto il suo centro morale. Dall’altra c’è la
parola poetica che continua ostinatamente a cercare un senso, anche quando
sembra non esserci più. È un gesto paradossale. Scrivere versi mentre si guarda
la realtà con un simile disincanto significa assumersi un rischio: quello di
restare soli con la propria visione. Gianni Brattoli attraversa il rischio fino
in fondo, petto in fuori e coltello in bocca, costruendo una poesia spavalda
quanto buia. Rimane il tentativo di registrare ciò che resta quando molte delle
illusioni collettive si sono spente. Cenere, vento, silenzio: sono immagini che
ritornano più volte, quasi a indicare un paesaggio interiore in cui il poeta è
intrappolato. Un territorio fatto di memoria, di ferite, di interrogativi
lanciati verso il cielo. Un posto in cui un uomo, come l’angelo del poemetto
iniziale, continua a interrogare l’infinito anche quando l’infinito non
risponde.
I Parte
CENERE
-
Gemendo, l’angelo del Signore,
richiuse
le ali e si fermò al centro
dell’universo.
-
Si sentì inutile e impotente,
e
un desiderio di morte iniziò
a
penetrargli nell’anima.
Chiuse
gli occhi e strinse
le
tempie con le sue grandi
mani
(mani di angelo).
-
Una voce tuonò in tutto
il
creato; ancora una volta
decretando
la sua natura immortale:
“Gli
angeli non muoiono,
non
nascono, esistono da sempre
e
esisteranno per sempre”.
-
Il povero angelo, sconfortato e solo,
si
abbandonò lasciandosi spingere
dalle
correnti; e nell’anima,
una
fiamma di dolore si accese.
-
Invidiò gli uomini!
Ma
gli uomini, non capivano
quanto
importante e splendida
fosse
la loro breve esistenza;
la
sua, una dannata eterna condanna.
-
I suoi pensieri,
“bui
come l’intero infinito”, mai espressi
e
obbligati a confrontarsi
con
tutto il nulla possibile.
-
“E attraverso il nulla possibile”,
arrivò
a lui “una nenia leggera e dolce”,
“dolcissima”
nel suo inatteso avvento.
-
Vibrarono di piacere le sue membra,
e
grappoli di infiniti battiti pulsarono
nel
cuore.
-
Tra sogno e utopia,
“La
perla delle perle mi chiama”
urlò
felice e, violando tutte le leggi
dell’universo,
andò incontro
a
quella splendida, luminosa, azzurra,
ultima
perfezione dell’infinito.
-
Ad accogliere l’angelo del Signore,
una
legione di uccelli;
“felici animali
senz’anima”.
Intreccio
di canti e gorgheggi
e
petali di fiori al suo passaggio.
-
Volarono insieme su sentieri d’erba,
dove
spuntano fiori
“che
non feriscono i viandanti”.
-
L’angelo, inebriato di profumi
e
colori, accarezzava fili d’erba;
ronzava
sui petali,
come
ape in cerca di polline.
-
“Canti antichi” si intrecciarono ai
“flauti
del vento”.
L’anima
celeste colmava l’aria e
i
suoi sogni.
“La
luna si fermò sulla sua fronte “.
-
“Fronte di luna “, fulmineo, allargò
le
ali, fermò i canti e zittì tutte le creature.
Tra
i canti, i suoi sensi avvertirono
il
dolore di un pianto.
-
Di là dal fossato veniva il
pianto.
Una
nuda creatura
seduta
su una balza,
“col
capo riverso sulle ginocchia”,
versava
“lacrime” e grondava,
la
sua pelle, “sangue”.
-
L’angelo del Signore
gli
fu accanto; “volle alleviare
quel
dolore, che già sentiva suo”.
-
La creatura, con lo sguardo a terra
e
il braccio tremante, indicò un
“infernale,
scuro orizzonte”,
che
avanzava distruggendo pianure
arrossate
dall’ultimo raggio del sole.
-
Fronte di luna, guardò lontano,
e
non vide alcuna bocca piangente;
avvertì
solo la morte trafiggerlo
per
ogni dove.
-
Alzando il capo al cielo urlò:
“PERCHE’
PADRE?”
La
risposta fu un’eco senza fine,
come
grandi “voci dolenti”
che
toccarono le braccia della
luna
lontana.
-
L’angelo volò!
Le
furie non avrebbero potuto
stargli
accanto.
-
Fermò il volo!
Un
vento di fumo e suoni osceni
lo
accolsero.
Una
nera umanità, avanzava curva,
ebbra
di veleni e di morte,
spegnendo
ogni brama di
vita.
-
Fronte di luna, sgomento
e
senza speranza,
guardò
in alto e maledisse
il
cielo e tutto quello che
in
esso era imprigionato.
-
Tornò alla creatura piangente,
e
solo in quel momento, si accorse
che
quella creatura era un povero
arcangelo
che aveva strappato le ali
-
Fronte di luna fu preso dall’ira;
bestemmio
tanto ancora.
Batté
le mani su una roccia,
“sgorgò
il suo sangue”
la
terra tremò e si aprirono
crateri
di fuoco, in ogni angolo
di
quella perla morente.
-
Le cime dei monti oscillarono
come
giunchi di pantano
spinti
dalla bora.
Il
mare si allontanò dalla riva.
-
I grandi alberi (sequoia)
caddero
come steli di grano
strappati
dalla falce.
-
Una campana, rovinando
su
una pianura di cristalli spezzati
vibrò
il suo ultimo rintocco
e
si spense.
-
L’angelo del Signore,
abbracciò
l’arcangelo
e
i due si trasformarono in roccia.
-
La roccia si trasformò
in
sabbia;
la
sabbia si trasformò
in
cenere;
la
cenere avvolse tutta
la
terra come un sudario;
il
sudario prese lo stesso colore
dell’inutile
infinito.
Si
tratta della prima parte, preceduta dalla favolosa Prefazione del Giornalista
Mauro Massari, di una Silloge poetica di mio cognato Gianni Brattoli, marito di
Anna Maria De Leo, la mia amatissima sorella, che è volata tra le stelle circa
due anni fa. Oggi è il compleanno di Gianni e ho pensato di donargli questa
anticipazione di un Libro che a breve sarà pubblicato dalla SECOP edizioni.
Spero di fargli cosa gradita. E a tutti voi, Buona Lettura! Angela/lina
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