martedì 14 aprile 2026

Martedì 14 aprile 2026: "CENERE NEL CIELO DEI SILENZI" di GIANNI BRATTOLI... con Prefazione di MAURO MASSARI...

PREFAZIONE DI MAURO MASSARI

Ho letto Cenere nel cielo dei silenzi di Gianni Brattoli pensando, all’inizio, di trovarmi davanti a una raccolta di poesie. È l’aspettativa che si ha quasi sempre quando si apre un libro composto da testi brevi, separati, disseminati come isole sulla pagina. Dopo poche pagine mi sono accorto che non era esattamente così. Il libro comincia con un poemetto che si intitola Cenere, e già in quelle prime righe accade qualcosa di insolito: un angelo del Signore, nel centro dell’universo, chiude le ali e prova un sentimento che gli angeli non dovrebbero provare. Si sente inutile. Impotente. E soprattutto prova un desiderio inatteso: vorrebbe morire. È un rovesciamento radicale. Gli uomini hanno sempre invidiato gli angeli per la loro immortalità. Qui accade il contrario. È l’angelo che guarda gli uomini e li invidia, perché la loro esistenza, pur fragile e breve, possiede qualcosa che a lui è negato: la fine. Da questo punto in avanti il poemetto diventa una sorta di racconto cosmico. Appaiono visioni, creature ferite, orizzonti infernali. L’angelo assiste al dolore della terra e alla deriva degli uomini. La ribellione cresce fino a diventare cataclisma: la terra si apre, le montagne oscillano, il mare si ritrae dalla riva. E alla fine resta soltanto la cenere. È una quasi mitologia. La roccia diventa sabbia, la sabbia diventa cenere, e la cenere ricopre il mondo come un sudario. In quell’istante il libro stabilisce il suo paesaggio: un universo in cui la promessa del sacro sembra essersi consumata, lasciando dietro di sé un silenzio rotondo. Le poesie che seguono sembrano nascere dentro quel silenzio. La “valle dei silenzi”, l’agorà dove pensieri e parole diventano foglie bruciate, i viaggi, le memorie, le immagini di guerra e di solitudine: tutto si muove in un paesaggio attraversato dal vento e dalla cenere. È come se il poeta osservasse il mondo dopo una lunga combustione morale e storica. In alcuni momenti la voce di Brattoli diventa visionaria, quasi biblica. In altri si restringe fino a un frammento: una notte, un ricordo, un gesto d’amore, il profumo dei capelli tra l’erba. Sono testi brevi ma stratificati, perché aprono improvvisamente uno spazio più umano dentro la severità del libro. Come se sotto la cenere continuasse a esistere una brace. Questo movimento - tra distruzione e residuo di vita - attraversa tutta l’opera. Da una parte c’è la percezione di un mondo che ha perduto il suo centro morale. Dall’altra c’è la parola poetica che continua ostinatamente a cercare un senso, anche quando sembra non esserci più. È un gesto paradossale. Scrivere versi mentre si guarda la realtà con un simile disincanto significa assumersi un rischio: quello di restare soli con la propria visione. Gianni Brattoli attraversa il rischio fino in fondo, petto in fuori e coltello in bocca, costruendo una poesia spavalda quanto buia. Rimane il tentativo di registrare ciò che resta quando molte delle illusioni collettive si sono spente. Cenere, vento, silenzio: sono immagini che ritornano più volte, quasi a indicare un paesaggio interiore in cui il poeta è intrappolato. Un territorio fatto di memoria, di ferite, di interrogativi lanciati verso il cielo. Un posto in cui un uomo, come l’angelo del poemetto iniziale, continua a interrogare l’infinito anche quando l’infinito non risponde.

I Parte

CENERE

- Gemendo, l’angelo del Signore,

richiuse le ali e si fermò al centro

dell’universo.

- Si sentì inutile e impotente,

e un desiderio di morte iniziò

a penetrargli nell’anima.

Chiuse gli occhi e strinse

le tempie con le sue grandi

mani (mani di angelo).

- Una voce tuonò in tutto

il creato; ancora una volta

decretando la sua natura immortale:

“Gli angeli non muoiono,

non nascono, esistono da sempre

e esisteranno per sempre”.

- Il povero angelo, sconfortato e solo,

si abbandonò lasciandosi spingere

dalle correnti; e nell’anima,

una fiamma di dolore si accese.

- Invidiò gli uomini!

Ma gli uomini, non capivano

quanto importante e splendida

fosse la loro breve esistenza;

la sua, una dannata eterna condanna.

- I suoi pensieri,

“bui come l’intero infinito”, mai espressi

e obbligati a confrontarsi

con tutto il nulla possibile.

- “E attraverso il nulla possibile”,

arrivò a lui “una nenia leggera e dolce”,

“dolcissima” nel suo inatteso avvento.

- Vibrarono di piacere le sue membra,

e grappoli di infiniti battiti pulsarono

nel cuore.

- Tra sogno e utopia,

“La perla delle perle mi chiama”

urlò felice e, violando tutte le leggi

dell’universo, andò incontro

a quella splendida, luminosa, azzurra,

ultima perfezione dell’infinito.

- Ad accogliere l’angelo del Signore,

una legione di uccelli;

             “felici animali

                senz’anima”.

Intreccio di canti e gorgheggi

e petali di fiori al suo passaggio.

- Volarono insieme su sentieri d’erba,

dove spuntano fiori

“che non feriscono i viandanti”.

- L’angelo, inebriato di profumi

e colori, accarezzava fili d’erba;

ronzava sui petali,

come ape in cerca di polline.

- “Canti antichi” si intrecciarono ai

“flauti del vento”.

L’anima celeste colmava l’aria e

i suoi sogni.

“La luna si fermò sulla sua fronte “.

- “Fronte di luna “, fulmineo, allargò

le ali, fermò i canti e zittì tutte le creature.

Tra i canti, i suoi sensi avvertirono

il dolore di un pianto.

- Di là dal fossato veniva il

pianto.

Una nuda creatura

seduta su una balza,

“col capo riverso sulle ginocchia”,

versava “lacrime” e grondava,

la sua pelle, “sangue”.

- L’angelo del Signore

gli fu accanto; “volle alleviare

quel dolore, che già sentiva suo”.

- La creatura, con lo sguardo a terra

e il braccio tremante, indicò un

“infernale, scuro orizzonte”,

che avanzava distruggendo pianure

arrossate dall’ultimo raggio del sole.

- Fronte di luna, guardò lontano,

e non vide alcuna bocca piangente;

avvertì solo la morte trafiggerlo

per ogni dove.

- Alzando il capo al cielo urlò:

“PERCHE’ PADRE?”

La risposta fu un’eco senza fine,

come grandi “voci dolenti”

che toccarono le braccia della

luna lontana.

- L’angelo volò!

Le furie non avrebbero potuto

stargli accanto.

- Fermò il volo!

Un vento di fumo e suoni osceni

lo accolsero.

Una nera umanità, avanzava curva,

ebbra di veleni e di morte,

spegnendo ogni brama di

vita.

- Fronte di luna, sgomento

e senza speranza,

guardò in alto e maledisse

il cielo e tutto quello che

in esso era imprigionato.

- Tornò alla creatura piangente,

e solo in quel momento, si accorse

che quella creatura era un povero

arcangelo che aveva strappato le ali

- Fronte di luna fu preso dall’ira;

bestemmio tanto ancora.

Batté le mani su una roccia,

“sgorgò il suo sangue”

la terra tremò e si aprirono

crateri di fuoco, in ogni angolo

di quella perla morente.

- Le cime dei monti oscillarono

come giunchi di pantano

spinti dalla bora.

Il mare si allontanò dalla riva.

- I grandi alberi (sequoia)

caddero come steli di grano

strappati dalla falce.

- Una campana, rovinando

su una pianura di cristalli spezzati

vibrò il suo ultimo rintocco

e si spense.

- L’angelo del Signore,

abbracciò l’arcangelo

e i due si trasformarono in roccia.

- La roccia si trasformò

in sabbia;

la sabbia si trasformò

in cenere;

la cenere avvolse tutta

la terra come un sudario;

il sudario prese lo stesso colore

dell’inutile infinito.

Si tratta della prima parte, preceduta dalla favolosa Prefazione del Giornalista Mauro Massari, di una Silloge poetica di mio cognato Gianni Brattoli, marito di Anna Maria De Leo, la mia amatissima sorella, che è volata tra le stelle circa due anni fa. Oggi è il compleanno di Gianni e ho pensato di donargli questa anticipazione di un Libro che a breve sarà pubblicato dalla SECOP edizioni. Spero di fargli cosa gradita. E a tutti voi, Buona Lettura! Angela/lina

 

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