Riprendendo quanto scritto la volta scorsa, anche “possibilità” è una parola in cammino in quanto indica una potenzialità, persino un’ipotesi, una eventualità, che è l’astrazione del più concreto "evento", il quale è di per sé sinonimo di qualcosa di fenomenale, una celebrazione. Infatti, nel Libro, le orme ad un tratto cambiano direzione, vanno dall’alto verso il basso e viceversa. Un cambiamento è in atto, ossia una svolta, una possibilità e, dunque, anche una speranza. E la Speranza è una virtù bambina: un cammino vibrante e convincente verso il futuro, coinvolgendo le nuove generazioni. Enzo Quarto, infatti, scrive: … Da Carran alla terra di Canaan/ s’annida la speranza in ogni passo/ ed orma dopo orma/ la carovana incontra fratelli/ altri/ e le donne s’apprestano al pane/ e i secchi calati nei pozzi/ traboccano acqua.
Ritornano le parole di “pane” e “acqua”: la prima serve per
sfamare; la seconda per dissetare. Insieme compiono un nuovo prodigio che
affratella ancora di più gli uni agli altri, a quelli appena incontrati. Certo, c’è
ancora tanto cammino da fare e gli “imprevisti” possono essere ancora tanti, “ma
è il volere di Dio”. E gli imprevisti segnano il percorso di bianche croci in
contrasto con l’azzurro mare e le sue rive, dopo ogni naufragio. Leon Marino
scrive: Fummo migranti sotto la luna/ in
cerca di briciole di pane/ e di un abbraccio misericordioso/ dentro questo mare
nostrum/ estraneo all’amore ma di/ grande devozione alla morte.
E, a questo proposito, ancora una volta mi sembra giusto riprendere quanto ho scritto in passato sulle parole di Enzo Quarto in riferimento a un tempo, il nostro, completamente estraneo a quello dei nostri nonni, i quali si affannarono a cercare “briciole di pane” in un mondo che stava imparando in fretta a farne a meno per cercare “pepite d’oro” e, quindi, il potere del denaro, alla base di ogni altro potere, ogni altra nefandezza: <Si tratta, a questo punto, di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli ultimi sessanta/settant’anni, dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro nei campi, dell’attesa del raccolto, e del dovere, per inaugurare un mondo nuovo non decisamente migliore, di quello precedente come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali, sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con razionalità e creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante in tutti i settori e sui molteplici piani della nostra esperienza esistenziale: dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali, civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue nuove declinazioni (Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della indigenza, dilagante nei nostri Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano guerre atroci di cui non abbiamo neppure contezza e che segnano anche la “spirale perversa” dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e identica ferocia>.
E tutto questo, moltiplicato
all’ennesima potenza, si è riproposto l’altra sera nella Cantata “per quattro Voci
e Orchestra”, a cui abbiamo assistito, con grande commozione, ben consapevoli
della inevitabile domanda: Cosa potrebbe salvarci ormai in questo
"villaggio globale" (McLuhan), sperduto in un "Pianeta di
naufraghi" (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO. O forse
il SILENZIO, che è preludio e vuoto prima della parola o, meglio, il
"momento aurorale dell'ascolto" (Massimo Baldini). Ma la "parola
ascoltata" ci riporta al riconoscimento di noi, del nostro ESSERE, che si
realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La nostra dimensione
sociale, infatti, si nutre dell'incontro e del confronto con gli altri. Diventa,
dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del PROGETTO stesso, che anni
fa Enzo Quarto propose come possibilità di salvezza del genere umano:
“1
- L’uomo senza spiritualità nega sé stesso
2 - L’ascolto è il fondamento della parola
3 - L’essere è la radice del fare”
Ed
è su questi tre punti cardine che avrebbe dovuto incentrarsi tutto il PROGETTO,
che il nostro caro amico Enzo così definì e introdusse e che, secondo me, bisognerebbe riprendere e cercare di realizzare. Sarebbe un dono per tutti noi
che ancora ci crediamo:
“FORMARE
PER INFORMARE: LE VIE DI UN NUOVO UMANESIMO”
"Viviamo un tempo di grande cambiamento antropologico, con l’affermarsi della cultura digitale". Ed è una cultura, quella "digitale", distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la concreta conseguenza della cultura di pochi contro l'ignoranza di molti per via di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione in "tempo reale" e "senza il filtro" di una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al cambiamento. Oggi, del resto, è "tempo di transizione in cui le certezze si frantumano travolte da cambiamenti più veloci del 'respiro umano'", terreno fertile per il Male che sovrasta il Bene, negando verità e giustizia sociale. Tutto è merce di scambio, persino l'uomo e finanche i bambini (si pensi alla devastante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli affidi e ultimamente a pratiche aberranti, in cui di umano non resta più neppure una lacrima. La follia imperversa sovrana e ci sgomenta). Il dio-denaro è l'unico valore riconosciuto in questo tempo "capovolto". Si tratta di un tempo in cui non è più possibile riconoscersi, travolti come siamo dall'individualismo egocentrico ed egotico, dall'indifferenza e dal rifiuto dell'altro, visto sempre come nemico e mai come possibilità di crescita comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere... L’altro è fonte di paura, rifiuto, allontanamento.
Enzo
Quarto nel Libro scrive ancora: Finché ho
un nemico/non avrò pace/ non potrò godere la pace/ vivere la pace/ condividere
la pace/ educare alla pace/ la mia stirpe e la mia discendenza/non saranno in
pace.// La pace è scritta nella parola/ fratello/ e nella valle di Giosafat/ si
ergerà forte la voce degli angeli:/ Chi sono i tuoi fratelli?/ Cosa hai fatto
per loro?/ E con loro?
Cosa, dunque, non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di proporne uno nuovo. A mio parere, perciò, abbiamo smesso soprattutto di educare. Occorre con urgenza, allora, riproporre un nuovo modello educativo, attraverso il "dono di sé", come suggerisce e si auspica Enzo Quarto (“Cosa hai fatto con loro?/ E per loro?”), attraverso "l'incontro e il dialogo" e "nel rispetto reciproco" per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi, della comunità di appartenenza, dell'umanità tutta. E ogni incontro presuppone una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé: "Nelle varie tappe della Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto scritto e letto, al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto digitale, emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno". Sono perfettamente d'accordo con questa Premessa del nostro amico Enzo sulla necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E senza i due meravigliosi sentimenti dell'Attesa e della Speranza che hanno nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L'Attesa ci offre il tempo che oggi manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il "sabato del villaggio" e il "dì di festa" di leopardiana memoria). La Speranza, invece, come già detto, ma è bene ribadirlo, non è statica, è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del fare, dell'operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di verità alla nostra esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque, l'idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla base della giustizia tra gli uomini. Progettare il futuro significa, allora, non ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci sia stato tramandato dai nostri "vecchi" e farlo rivivere, in questi nuovi scenari con nuove modalità e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla maieutica socratica del "tirare fuori" la vera natura dell'educando, ma focalizzi la necessità anche del "prendersi cura", nel tempo, della sua "personalità" perché diventi "persona", perché nulla si disperda dei suoi potenziali talenti. E, del resto, "edo" in latino fa riferimento anche al “cibo” e a “vivere”. E il prendersi cura sottintende proprio il preoccuparsi di dare da mangiare per permettere di vivere. E torniamo alla necessità del "pane quotidiano", cibo del corpo, della mente, dell'anima. Ecco, sarebbe questo il nuovo Umanesimo prima del Rinascimento. Il volano di tutto ciò sarebbe, allora, l'ascolto: "Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (...) per far rinascere il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia nell’uomo".
Progettare
il futuro significa, in conclusione, far rinascere una cultura che sia sintesi
di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità,
orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti
i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione
spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede
in Dio o nell'uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima. Purché
si tenda alla "centralità della persona"... "con un nuovo e
imprescindibile patto generazionale, unica via per 'governare' il cambiamento antropologico
in atto". E mirare alla realizzazione di un "mondo nuovo", in
cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me
educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella "sapientia
cordis" che li renda consapevoli e responsabili, protagonisti del proprio
tempo con intelligenza e sentimento, valorizzando l'immenso dono della
creatività che " ci fa rinascere infinite volte" (Erich Fromm).
E
vorrei riproporre, per non dimenticare, quanto da me scritto qualche tempo fa
sul nostro blog, facendo riferimento al Saggio di Don Antonio Lattanzio,
pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITA’:
<E
tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio in funzione degli incontri
che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in relazione a una maggiore
comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza di perseguire, giorno
dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio alla Pace. Alla base,
come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data dalla “cultura”. A
pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per Papa Giovanni
Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di evangelizzazione
della Chiesa (…)”. Di conseguenza, testimoniare la fede significa affermare
l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita come il primo luogo di
testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300 qualcosa di molto
importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo concludere che la
teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma
sempre con la consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una
comprensione fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede
sulla persona e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la
dimensione interiore ed essenziale di questo atto, che permette alla persona
credente e al gruppo dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà
e di prendere coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la
persona e il gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si
reinterpretano e rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità
sociale”.
Tutto ciò viene avvalorato da quanto mi scrive il mio fraterno amico Giuseppe
Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta in economia, parla di
“debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla Pace, per via della
“giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta come dono scaturente
dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”.
Anche
in questa bellissima affermazione la parola fondamentale è, per me, “dinamica”,
che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso
il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto
spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur
sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta
all’Umanità: amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di
suggestioni settarie quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi
della globalità è inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel
retro-copertina del Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole
fondamentale è tornare a parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione”
in atto, e di quanto dovrebbe accadere “nei processi futuri”.
Ancore
di salvezza, in questo mondo devastato da guerre, dolore e lutto? Forse…
In
quanto la conoscenza è luce, chiarezza, “diafana e onnipotente certezza” (Leon
Marino).
Enzo
continua con una poesia “semplice” di San Francesco d’Assisi a testimoniare
questa verità, voluta dall’Altissimo, e conclude con la sua splendida poesia
che canta la meta finalmente alle porte: E
solo allora tutt’intorno/ sbocceranno tulipani di rubino,/ margherite di
smeraldo,/ magnolie di brillanti,/ su di un prato di zaffiri./ E lo zampillio
dell’acqua sorgiva/ cadenzerà il canto di usignoli./ E arpe angeliche risveglieranno/
per sempre/ ogni buon dormiente.
SHALOM
– PAX – SALAM…
E
il Teatro è stato un tripudio di suoni, di voci, di cori, di pura emozione…
Applausi a scena aperta per tutti. Come tutti meritavano. Dopo tanta
preparazione, tanto impegno, tanta fatica. Peppino Piacente, Nicola Piacente e
Raffaella Leone, lo staff della SECOP Edizioni e dell’Associazione Culturale
FOS, compresi. In un momento di scroscianti applausi per tutti i protagonisti fermi
in un inchino sul proscenio del Palcoscenico teatrale, meritevoli di tanti
applausi per aver reso la serata indimenticabile e forse irripetibile…
Grazie anche da parte mia a tutti voi
che avete la bontà di leggermi. Angela/lina
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