domenica 17 febbraio 2019

Domenica, 17 febbraio: ancora prose e poesie d'Amore

17 febbraio. Alle 5 del mattino. Il sole puntiglioso è appena un filo di luce nel buio. Un petalo rosso all'orizzonte del nuovo giorno. Un canto blu che incanta il cielo. La poesia di un ricordo. 
"Al di là dei cancelli, mio figlio, nato di febbraio, è un coriandolo pazzo sfuggito al buonsenso che non ho mai posseduto: eredità che non ho mai dato.
Nella sua camera è di casa Bruce Springsteen con la sua Jersey Girl, a gola spiegata (roca, accorata, nostalgica), da dividere con Tom Waits, il suo autore. Jersey Girl sarei io, nelle intenzioni, trent'anni fa.
- Quando l'ascolterai pensami - detto sotto altri cieli..."
(Le prigioni del cuore, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1993)
E stamattina ecco nuovamente che nasci e mi porti la felicità di quel giorno a germogliare nel cuore, come nuova attesa di già quasi primavera, in un rifugio d'alberi che temono ancora coriandoli di neve di questa domenica di Carnevale, dove gatti nel giardino sono gomitoli di lana a riscaldare le mie mani, che temono l'inverno. L'alba di questo giorno è esplosa di gioia come allora, quando ti accolsi tra le mie braccia e seppi che avevi cancellato il gelo di lunghi mesi nella mia casa...
Ti auguro un compleanno di allegria e di tenera follia con Viviana e con quanti ti vogliono bene in un turbinio di sogni: coriandoli in volo ancora tutti da realizzare...
La tua Jersey Girl (più acciaccata di tanti anni fa, ma sempre vibrante d'amore. Per te e gli altri della nidiata. Per la vita!!!).
(inedito. Per il compleanno di mio figlio, Giuliano)
Angela De Leo

Di stagione in stagione
Vorrò aprire le porte della vita
E con le nude mani
Scolpire di carezza in carezza
Sulla pietra millenaria
Una sola parola:
amore.
(da Je suis Janette, SECOP edizioni, 2018)
Enzo Quarto



GERMOGLIEREBBERO

Se passasse l’Aratro
Sulla terra arida dei nostri cuori
Ed una copiosa rugiada
Inumidisse le dure zolle
Germoglierebbero fiori all’infinito
(da Non sono chimere, SECOP edizioni, 2015)
Franco Di Gioia

Si chiuse così la porta dietro le spalle… e, dopo tutto ciò, aveva bisogno di tornare a sognare… ormai non lo faceva più da tanto tempo. Abbiamo bisogno di sogni per sopravvivere agli ostacoli che la vita ci pone davanti, per superare: cattiverie, difficoltà, problemi di ogni sorta… Finalmente poteva guardare avanti e non più indietro, ricominciare ad assaporare la vita, sentire quel sapore dimenticato, il gusto di fare, di provare, di sorridere… In quel momento così delicato e terribile per certi versi, che certificava la fine di una unione, ricordò che un sorriso gli era comparso sulle labbra.
Era consapevole, infine… consapevole di sé e della sua vita, di quanto fosse necessario guardare al presente e non più al passato con tutte le sofferenze vissute.
(da In volo senza rete, SEcop edizioni, 2017)
Donato Marinelli

L’amore

È certamente uno di loro (lui?)
per discrezione camuffato: appoggia
alla fine la mano sulla nostra
spalla, la scuote un poco, la sospinge
verso l’amore che la pietà vince
e il tempo, da quell’attimo di luce
vivo per sempre.
                      Torino, 1 luglio 2015
(da Le voci e la vita, SECOP edizioni 2016)
Giorgio Barberi Squarotti

Quando so che vieni
Quando stai per arrivare
Quando cammini nella mia direzione
il tempo ti fa attorno un mulinello

Stai per accadere

Ascolto ogni battito di avvicinamento

Piano
Muoviti piano… lento
(da Scritture d’amore, SECOP edizioni, 2015)
Roberta Lipparini

… Il re tacque, e, avendo mostrato di non aver paura della morte, permise loro di fare una visita dettagliata, cercando di scoprire sui loro volti quanto fossero preoccupati per lo sviluppo della malattia. Se ne andarono più sconfortati di quando erano venuti. Allora, il giorno del giudizio era proprio giunto.
Sentiva la febbre diventare sempre più alta. Prima avrebbero chiamato Pasic e solo dopo avrebbero trasmesso la comunicazione. Senza Pasic non veniva emanato alcun comunicato reale, tanto meno l’avrebbero fatto in quel momento.
-         Come mi sento?... Che cosa mi chiedono?... Non ho niente! - disse re Pietro all’infermiere, avvicinatoglisi per sistemare meglio i cuscini e sorpreso di aver trovato sotto il cuscino un paio di calze di lana da contadini.
-         Che cos’è questo, Sua Maestà?
-         Infilamele per riscaldarmi i piedi - il re non diede alcuna spiegazione. Era un ordine.
Anche se non gli era gradita quella non risposta e anche se quelle calze non erano da re, l’infermiere eseguì l’ordine.
-         Morirò senza vergogna - il re era contento e i suoi occhi brillarono stranamente, provocando la perplessità dell’infermiere. (…)
La notizia della morte di re Pietro, avvenuta il 16 agosto 1921, fu comunicata dal Governo reale. Era firmata da Nikola Pasic.
I giornali scrissero che, a causa del calvario albanese, Sua Maestà re Pietro non era più di questo mondo…
Non ci fu alcun giornale che non avesse scritto della vita povera del re serbo, morto in un letto militare di ferro, con calze contadine ai piedi.
(da Le calze di re Pietro, SECOP edizioni, 2012)
Milovan Vitezovic
  


(fine quarta parte)

sabato 16 febbraio 2019

16 febbraio: ancora prose e poesie d'amore



 Piccola gioia
Tendo la mano alla piccola gioia
di una pagina aperta

come se sul foglio
potessi poggiare un bacio

come una rosa appena sbocciata
nella neve di giugno

rubata all’infanzia
nella scrittura dei sogni
(da: Alle radici dell’erba, silloge di poesie di prossima pubblicazione)
Elina Miticocchio

Sei l’amore    
                               
Nel risveglio del giorno riaffiori
amore dipinto di tenerezza,
i volti incipriati di luce.

Sospirano i nostri corpi
nei rinnovati abbracci
inebriati dall’oro del mattino.

Mi sussurri dolci fantasie
a fior di labbra, in un diluvio di baci
distillati di pura emozione.
Sei l’amore
Sei l’amore sorseggiato
conquistato condiviso
sei l’amore dato e compiuto

Mi avvolge l’onda della tua voce
gesticolo, rincorro la vita
mi fermo al solito crocevia.

Mi specchio nelle vetrine illuminate
in cerca del diadema dei tuoi occhi.
Ti piacerà il colore del mio tempo?    

Intorno a me è terra bruciata
ma non mi arrendo
sorvolo il mondo con le tue ali.
Sei l’amore
Sei l’amore sorseggiato
conquistato condiviso
sei l’amore rimasto sospeso

Sei questo cielo tempestato di stelle
un’alba che declina in mare
la clessidra di un tempo negato.

Una rosa saltella nel petto
figlia diletta, dono dell’universo
parla di te all’infinito.

Vestita del suo candore
più di ogni altro dono
fino a te, mi porta per mano.
Sei l’amore
Sei l’amore sorseggiato
conquistato condiviso
sei l’amore che va oltre la vita
(da: silloge inedita Negli occhi il sole)
Dina Ferorelli

La più grande poetessa serba di tutti i tempi (Desanka Maximovic, n.d.a.) venne a Bari per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso (…)
Un giorno, (…) Dragomir Brajkovic, poeta serbo scomparso recentemente, le disse che aveva avuto notizia che, giusto in quei giorni, una rivista turca aveva pubblicato i suoi versi d’amore, che lei aveva scritto quando ormai aveva oltre novant’anni! I turchi, nella Presentazione, avevano detto che non avrebbero mai potuto credere che l’Autrice avesse più di novant’anni, ma appena venti, se non avessero conosciuto l’età vera della poetessa. Quei versi erano tanto freschi, colmi d’amore, scritti col cuore e l’anima che sembravano scritti appunto da un’autrice ventenne.
Desanka rispose:
“Caro Brajcovic, se non posso essere più una protagonista dell’amore, sono pur sempre capace d’essere un filosofo dell’amore”.
(da Libro Bohemien, SECOP edizioni 2011)
Dragan Mraovic

Portatemi ali del cuore

Portatemi, ali del cuore,
dove il sole è ancora alto
e splende ardito e fiero
sulle miserie umane,
ignorandole.
Portatemi, ali del cuore,
dove il mare è ancora innocente
invito al coraggio e alla libertà
di essere uomini…
(il respiro di un giorno d’Amore voglio)

Portatemi, ali del cuore,
dove la luna si dondola
ai rami della notte.
E si fa eco di stelle
il vagito che mi attraversò
tra le braccia di mia madre
mentre diventavo per l’ultima volta
                      madre…
Portatemi, ali del sogno,
negli occhilaghi di mia figlia
a specchiare i miei occhi
      per riconoscerci
                     io e te
nell’incontro che il tempo volle
perché ci fosse ancora un tempo
                  da cullare…
La ninnananna che ha nido nei sogni
si scoprì fiore ancora da sfogliare
 per non dimenticare il canto
la spiga di grano
                         il filo d’erba
che oggi ride sul tetto rosso
           della tua casa…
(il respiro d’Amore lungo una vita
                 per te voglio…)
(poesia inedita per mia figlia Daniela)
Angela De Leo

Fughe d’orgoglio
sono fuggito di casa tante volte
senza mai muovermi da lì,
da te fuggivo.
dal tuo sorriso amaro,
dai tuoi sogni non miei
dalle debolezze.
tuo era il riscatto
cercato nella schiena dritta
mai piegata al favore,
mia era l’incapacità
di crederla una cosa buona.
(da E passato un silenzio, SECOP edizioni 2018)
Federico Lotito

Prima di uscire di casa, si concesse un ultimo istante d’indugio davanti allo specchio. Dove, come faceva ogni mattina, si soffermò a rimirarsi, scoprendosi davvero carina.
Le piacque da morire il modo in cui si era vestita e truccata quel giorno. Quindi, si voltò di tre quarti, soffermandosi ad osservare come le cascasse il maglione sui pantaloni.
Si trovò fresca, sbarazzina. Si sorrise e si fece una smorfia soffiando nelle guanciotte come se stesse gonfiando un palloncino. Quindi, continuando a guardare il proprio volto nello specchio, tirò fuori la punta della lingua e diresse verso se stessa una boccaccia.
Lo sberleffo con la linguaccia era ormai un rito scaramantico di ogni mattina. Non era cosa di iniziare la giornata senza averlo fatto, prima di uscire di casa. Non farlo portava male.
Sgonfiate le guance, restò ancora per un attimo a fissare il proprio volto. Questa volta con espressione seria. E finalmente decise di ammettere di volersi bene. (…)
Era proprio orgogliosa di se stessa. Assolutamente. Indugiò ancora una volta a guardare la sua immagine nello specchio. Ammiccò compiaciuta a se stessa, strizzando quei suoi occhioni dal taglio inusuale. Così vezzosamente orientaleggianti.
Essere nata con la sindrome di Down non le era mai pesato così poco.
(da Straordinarie polarità lunari, SECOP edizioni, 2017)
Cosimo Lerario

                                           (fine terza parte)

venerdì 15 febbraio 2019

15 febbraio: ancora prose e poesie d'amore


NATA PER AMARE

Seguo con lo sguardo gli strani segni di fumo che disegno con la mia sigaretta.
Stasera sono sola. Anche ieri sera ero sola e, forse, lo sarò anche domani.
Mi distendo, rassegnata, con un po’ di rabbia dentro, sulla poltrona di pelle del mio soggiorno e vorrei lasciarmi andare e stordirmi, riempendo la mente di pensieri e di ricordi. Ma non è facile.
Allora metto a fuoco una sola idea.  Lego ad essa mille immagini e mi ripeto che sono viva, viva in un giorno che sta per morire. Viva e cosciente di essere presente a me stessa ed alla realtà che mi circonda. Viva nell’anima, nonostante i ricordi che bruciano e fanno male. Viva, con radici che affondano in giorni senza ritorni, in stagioni che fioriscono solo nei rimpianti. E allora do il via ai ricordi e mi rivedo…
Sì, eccomi!  Io e il tempo già vissuto, io e l’amore.
Quante volte ho detto “Io amo” per dare voce al mio cuore!
Amore negli occhi, nei sorrisi, nelle mani, nel corpo, nell’anima.
Io bambina, innamorata del giorno, della voglia di fare, ballerina di una danza ritmata dalla fretta di vivere. 
Io, esuberante e incantata, con le canzoni gridate a squarciagola per raccontare al mondo la mia gioia di esistere.
Io, adolescente, onda azzurra di un mare inquieto e trepida ansia a cercare di scoprirmi ogni giorno più donna. Negli immancabili chiaroscuri dei miei pensieri, esplodevano i colori di ogni attesa primavera e l'immutata voglia d’amare. Felice, talvolta, di dimenticarmi tutto e tutti per rifugiarmi nel sogno.
Allora la felicità era ovunque. Nasceva dal nulla. A volte era tutta nella mia corsa in bicicletta con il vento nei capelli, totalmente ubriaca di felicità.
Donavo al mondo risposte di tenera passione e mi esaltava
rotolarmi nel verde dei prati vestiti di sole o ritagliarmi con lo
sguardo un angolo di cielo, in cui far entrare animate nuvole e magiche fantasie.
 Poi vennero gli anni in cui era una festa l’incontro con amiche e amici.
Mi piaceva il mare e mi piaceva provare un tuffo al cuore, quando i miei occhi cercavano fugaci incontri di sorrisi o di sguardi rivolti a me.
                            Mi  sembrava di vivere per amare.
Nell’anima vele bianche contro l’infinito e pensieri in volo a cercare la mia seconda ala
(da Gelido è l’inverno-Diario epistolare, Fos edizioni 2017)
 Anna Maria De Leo

Essere soli?
Soli dinanzi a sé stessi…
Nell’ora del dolore
Nell’ora ultima
Nell’ora di gravi decisioni
Un’ombra ti avvolge,
Quasi caldo mantello
A riscaldarti il cuore…
Tutto si oscura…
Ma nella mente sorge una
Presenza…
Come sole di mezzanotte
Piano rischiara gli incubi
Una nenia antichissima
In lontananza
S’ode…
La mente cheta il cuore
In tumulto
Nuovi pensieri
Nuove forme
Salgono dall’orizzonte del Nulla
Braccia di eterno Amore
Ci stringeranno
Al Cuore…
(poesia inedita)
Silvana Mangano

Haiku
poi l’accarezzo
e ancora poi le parlo
sola con lei, io

Katauta
sei tu, fratello
ombra di te, fratello -
ad est del cielo blu
(da Puzzle, SECOP edizioni 2012)
Anna Mininno

Quanto a Laura, casualmente era capitato di incontrarla. Affascinante sempre e mille miglia lontana e indecifrabile. Mai Marco aveva saputo o voluto dirsi sinceramente perché non aveva giocato le sue carte con quella donna, eppure sapeva bene che una persona così s’incontrava una sola volta.
Una sola volta.
Sotto la pioggia fine di quel sabato sera, Marco si sentiva un vecchio ma voleva Laura, la voleva da urlare, da stare male.
Sul cellulare doveva ancora essere rimasto il suo numero.
(da Al confine di me, SECOP edizioni 2015)
Nico Mori

VOCE
Più prezioso
il silenzio della campagna
se un remoto potare zappare gli dà voce,
se il moto di un trattore
rivela presenze.
                          Amo il silenzio abitato
da suoni lontani.
Amo la mia gente,
l’eco del suo lavoro.
(da I musici di Haydn, SECOP edizioni 2015)
Ada De Judicibus Lisena

Occhi di pane
E venne un uomo dagli occhi di pane,
profumo di erba rorida,
calore di meriggi d’aprile.

Irruppe come il maestrale,
impetuoso
e ardito,
spazzando nembi
gravidi di pioggia.

Seppe cancellare i sospiri,
il pianto,
i lutti del cuore.
 Mi costruì ali di speranza
e mi condusse.
(da Canti per un cuore vagabondo, SECOP edizioni 2016)
Rosalba Fantastico Di Kastron

Lascio che tutto accada
Che ogni cosa abbia inizio e compimento
Lascio che le ombre scivolino
E la luce ritorni
Lascio che la vita mi assorba
E poi mi trascuri
Che lo sguardo vaghi tra le forme
Cangianti come chiome al vento
Lascio che il pensiero trovi conforto
In questo cinguettio invernale
E che la felicità sia l'estasi d'una fiammata
Lascio che le parola scorrano
Come acque di ruscello senza troppi gorgoglii
Né echi che interrompano questo placido [accadere
Questa calma di gennaio
Questo candore che sa di raro tepore
(poesia inedita, postata su fb)
Luciana De Palma


(fine seconda parte)






giovedì 14 febbraio 2019

14 febbraio: San Valentino, festa di chi si vuol bene


San Valentino è stata per me sempre la festa “di chi si vuol bene” e non ha bisogno del 14 febbraio per ricordarselo e ricordarlo agli altri suoi cari: fidanzato/a, marito/moglie, amante/amante, madre/figli, padre/figli, fratello/sorella/ parenti, amici, conoscenti, tutti contrassegnati da autentico affetto, sincero trasporto del cuore. In questo giorno, comunque, ero solita fare gli auguri dapprima a mia madre. Lei si schermiva col suo sorriso dolce e malioso: “Ma io che c’entro?”. Ed io a lei: “Tu sei l’origine di tutto. Se oggi sono qui è grazie al tuo amore, e dunque?”.
Ma l’Amore si espande in maniera esponenziale, quando lo sentiamo vibrare dentro, perché diventa Amore per la natura, per l’ambiente, per la bellezza, per l’Arte, per la Vita. Tutto si fa Amore, rendendoci rispettosi del mondo che ci circonda e di quello che ci vive dentro. Innamorati, gioiosi, appagati di ciò che siamo e abbiamo. Grati a CHI ci ha fatto DONO del CUORE per darci la possibilità di AMARE. E l’Amore si fa Preghiera. Il nostro ritorno al Creatore “cum tucte le tue creature” (Cantico di San Francesco). Ma, ancor di più mi piace riportare qui, di San Francesco, “La preghiera semplice” perché, ancora più del Cantico, ci parla del vero Amore e di come si traduce in azione e non solo in preghiera. Se solo riuscissimo a farla nostra anche in minima parte, saremmo una umanità migliore. Proviamoci. E non è necessario essere credenti per apprezzare e fare nostra questa preghiera…
Oh! Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa’ ch'io porti amore,
dove è offesa, ch'io porti il perdono,
dove è discordia, ch'io porti la fede,
dove è l'errore, ch'io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa’ che io non cerchi tanto:
di essere compreso, quanto di comprendere.
di essere amato, quanto di amare
poichè:
Se è dando, che si riceve,
perdonando che si è perdonati,
morendo che si risuscita a Vita Eterna.
Amen.

Ma, per una come me, l’Amore comprende anche la parola: detta, scritta; in prosa, in poesia. E, allora, desidero festeggiare questo San Valentino alla mia maniera: riportando sul blog alcuni testi in prosa e in versi di alcuni amici, poeti e scrittori, che hanno pubblicato con SECOP, la nostra Casa editrice, o che a breve pubblicheranno. O che, magari, non lo faranno mai, ma le ho lette su fb e mi sono piaciute molto. Sono tantissime le prose e le poesie d’amore che, in questi ultimi tempi, mi hanno emozionato in maniera particolare, ma devo necessariamente fare una feroce selezione per rispetto (e amore) nei riguardi dei lettori. Prometto, però, di continuare a postare le più coinvolgenti giorno dopo giorno (con qualche eccezione) fino al 21 marzo, giornata mondiale della Poesia. In ogni mia scelta troverete sempre l’Amore declinato in tutte le sue meravigliose sfaccettature:

È che dell'amore si contano le conseguenze.
Sempre dopo viene di casa il suo nome
e mai prima lo sai chiamare.
Te ne accorgi quando il mare
ha cancellato le impronte
e sulla sabbia s'ammucchiano scure alghe recise.
È che se balli al centro del cuore non hai peso né faccia.
Ma se ti sposti cadi e cammini sbilenco
con il cuore sulle spalle.
Ha ragione la tartaruga a camminare piano
che l'equilibrio è precario
e se si ribalta il cuore non si rialza.
Ma piano non è il tempo dell'amore
che il tempo non conosce
E ha battito accelerato per definizione.
E in un battito di ciglia vive.
E in battito d'ali muore.
(poesia inedita per San Valentino)
Raffaella Leone

PER SAPERE
                         (a Lina)
Ti vestirò di pane e fiori
E di fragranza dolce
Di prato e di fresco mattino
Ti vestirò di pane
Per sapere il tuo cuore
    Ti vestirò di fiori
    Per sapere il tu amore
    Per mangiarti
    Con la mia fame di te
    Per coglierti
    Petalo su petalo
   Mio pane quotidiano
   Mia primavera.
   Ti vestirò di pane
Soffice e caldo
Per i denti del mio cuore

Ti vestirò di fiori
Per le mie mani ansiose.
E sulla mia pelle
        Pane e fiori
La festa non avrà mai fine.
(da: Per oro e per sempre, silloge di poesie a due voci)
Primo Leone

Un abbraccio vi manderò
da questo mio mondo di parole.
Un abbraccio forte da questa mia solitaria isola.
Un abbraccio aspetterò
mentre qui scende la sera
inesorabilmente come il destino.
Un abbraccio 
che porterò con me fino al giorno
in cui memoria e sogno
balleranno confusi nella mia mente.
Un abbraccio.
(Castellaro de Giorgi 2019 - poesia postata sulla Pagina del noto Fotografo)
Giovanni Gastel

Ha scritto Emily Dickinson che “non c’è nave che possa come un libro portarci nelle terre più lontane”. Sono salito sul mio librino come su barca, di quelle con le lampare che illuminavano di quieto e misterioso bagliore gli orizzonti delle sere d’estate. È stato un viaggio meraviglioso. Ho toccato le rive della memoria, gli anfratti dei ricordi nascosti in questa nostra terra di Puglia, così altera, prodiga, severa e barocca, marinara e agreste. Il nostro mare, gli squarci di paese, gli alberi cavi, i nostri ulivi così nodosi e i manti argentei delle nostre campagne, i nostri cieli così lunghi. Ogni volta dai più diversi luoghi del cuore, il ritrovarsi in allegrezza di uomini e donne che hanno cercato e trovato in queste pagine una pausa per visitare la memoria. Perché c’è qualcosa di magico nel ricordo. Una specie di incantesimo che, se riusciamo ad assaporare, porta serenità, gioia, e una dolcissima malinconia. È stato un viaggio lento e lieve, un’oasi per difendersi dall’onda lunga della fretta, del tempo che bisogna afferrare al volo.
Il ricordo come narrazione, come racconto condiviso con gli altri, che a loro volta hanno da ricordare e da raccontare, e dunque con un effetto dirompente contro la solitudine. Il ricordo come storia, individuale, familiare e collettiva, e in questo allungarsi verso le radici sta il segreto della sua forza che ci trascina, in modo positivo, verso il futuro.
(da: E la chiamano estate, libro di racconti, giunto ormai alla II edizione)
Valentino Losito

I CINQUE ANNI DI SILVIA
(11/05/2013-11/05/2018)
Oggi sei tu
a raccontarmi fiabe
che inventi e interpreti
come un’attrice consumata.
Nella tua stagione magica
credi che il nonno
tornerà dal cielo
a rimettersi gli occhiali.
E le streghe cattive
saranno sempre catturate
da fate generose
e principi coraggiosi.
Ti senti principessa
che illumina le ombre
e scopre piogge ballerine
che lasciano respirare le stelle.
Meravigliosa la tua certezza
che le preghiere alla Madonnina
annulleranno il suo dolore
per il figlio perduto.
Per me sei brezza su fiori bagnati
stilla di infinito
rifugio della luna
eco di nuvole rosate.
E quando sei capricciosa e dispettosa
rimani vibrazione misteriosa
di gioco e di fantasia
a scoprire ovunque poesia.
E insieme
facciamo anima e danza,
scherzo e segreto,
leggerezza e colore…
E gioiosa musica.
(poesia inedita, postata su fb)
Lizia De Leo

Se potessi attingere a facoltà visionarie e autenticamente trasfiguranti le adopererei per inventare travolgenti composizioni di parole; vorrei costruire un racconto in cui al tocco incalzante della narrazione risponde l’esaltata raffinatezza della gamma cromatica degli intrecci ma non vorrei narrare da sola, mi serve un alleato: l’anima. L’anima vorrebbe incantare il lettore e sogna armonie di proporzione tra realtà e fantasia. Se riuscirà a tramutare il quotidiano per costruire una storia fondata sul gioco della svista, se ne stravolge il corso e sottolinea fino alle estreme conseguenze - in un linguaggio che non è più né il suo né il mio - la speranza che giace nella meraviglia, allora descriverà personaggi sconvolti da una ventata di follia espressiva! Se trasformerà persone ordinarie in colossi danzanti, se parlerà di come una ragazza diventa un’incantatrice immane intenta fino allo spasimo ad intrattenere con la poesia - ora viva d’una gioia pura e ora nobilmente rattristata dalla scoperta della realtà - la mia anima narrerà fedelmente della realtà della fantasia.
Se la mia anima riuscirà a meravigliare io mi conoscerò come non fossi in pari tempo una donna e un narratore, perché mi comprenderò come se la mia intuizione non avesse per intermediario un corpo, dalle cui affezioni l’anima si muove. Il mio corpo ha il peso della volontà concreta, è come un oggetto tra oggetti, ma se l’anima riuscirà ad attingere la poesia dal quotidiano so che avrò rappresentato un mondo dominato dalla bellezza.
(dal romanzo: Il fallimento della perfezione di prossima pubblicazione)
Eva Dolcemascolo

DONO (a mio marito)
Sei il mio pane di gioia consumata
L'olio consacrato per la vita
Osservatore commosso di rondini precoci
Voce pacata nei giorni di tempesta
Pausa condivisa accanto al caminetto
- lo sguardo della Luna alla finestra -
Sei ticchettio ritmato della pioggia
dopo mesi d'umiliante arsura
Lampada bianca accesa al davanzale
- non importa se non è Natale -
Sei la mia mano che trattiene una carezza
per non svegliarti
Una vecchia canzone cantata insieme
per colorare di musica l'età.
Sei Dono.

(poesia inedita di un libro di prose e poesie, ancora da definire)
Rita Vecchi

A RUBARMI IL RESPIRO

Oltre il fiume
lontano
sul punto dell'alba
lasciai le pazze corse
in discesa.

Vaghi riflessi
di rondine
e il cuore scoppiava...
L'ala sulla pelle
bruciava le tempie.

Non c'era, in quei giorni,
tra l'erba,
profumo di fiori
ma caldi capelli
a rubarmi il respiro.
(poesia inedita)
Gianni Brattoli


(fine prima parte)

domenica 10 febbraio 2019

10 febbraio: Giorno del Ricordo


In tempi bui come questi, una luce di ritrovata umanità mi conforta: il rendere silenzioso e doveroso omaggio alle vittime delle foibe, dopo anni di strumentalizzazioni, da una parte, e di sprezzante silenzio, dall’altra, dimenticando completamente, ottusi da contrastanti ideologie, che si trattava di esseri umani e di una immane tragedia, altrettanto devastante e inumana quanto la Shoah, lo sterminio nazi/fascista di oltre sei milioni di Ebrei, giustamente celebrato il 27 gennaio, giorno della Memoria. Personalmente, penso che la Memoria debba soccorrerci nell’uno e nell’altro caso, per non dimenticare e per non rischiare ancora e ancora la sconfitta della nostra dignità di esseri umani e della nostra “carità”, intesa, latinamente (e, ancor più, in senso cristiano) come propensione dell’animo umano ad accogliere l’altro con amore. Perché ci è “caro”. Senza distinzione alcuna.
Aberrante, invece, è stata la distinzione che si è fatta, a lungo, adducendo motivazioni inoppugnabili per trovare giusto commemorare le vittime dell’Olocausto e motivazioni discutibili per non ricordare le foibe e gli eccidi perpetrati ai danni delle popolazioni italiane nelle terre istriane e dalmate da parte dei partigiani jugoslavi. Non sto qui a ripeterne la Storia, nell’uno e nell’altro caso. Ciascuno di noi, oggi, è in grado di conoscerla. Piuttosto mi preme sottolineare l’angustia del pensiero ideologico, che esclude tutto ciò che “non fa parte”, come se l’uomo potesse essere diviso in bianco e nero: bianco, innocente, attendibile è colui che a quella ideologia “appartiene” e nero, colpevole, bugiardo ed esecrabile colui che dissente. Nemico dichiarato. Che può essere pure massacrato, interrato vivo, bruciato. “Occupato” nella sua casa oppure “respinto” oltre i confini della propria terra, come è accaduto ai tanti profughi istriani, fiumani e dalmati.
Una nostra autrice, Tea Dalmas, ne parla con dovizia di particolari nel suo romanzo Puse (SECOP edizioni 2017), riportando la tragedia dell’esodo della sua famiglia, attraverso le straordinarie pagine del Diario di sua nonna, famosa giornalista di tutta l’area balcanica. Anche il romanzo illustrato per bambini di Lorella Rotondi (scrittrice) e Daria Palotti (illustratrice), Perché la notte (sempre della SECOP edizioni 2018) ci mostra con parole semplici e catturanti la paura dei bambini in quei giorni di orrore, ma un saggio tutto da leggere per capire meglio e meglio ricordare è anche Italiani due volte di Dino Messina (Solferino), oggi riportato sul <Corriere.it>. Certo, potrei citare anche altri libri di giornalisti e scrittori italiani, accusati in questi ultimi anni di vergognoso Revisionismo storico-politico. A me non piace il revisionismo politico per la sua strumentalizzazione dei fatti storici e degli accadimenti socio-culturali ad essi sottesi. Amo, invece, la capacità del pensiero libero di indagare sui fatti storici in maniera quanto più obiettiva possibile per trarne le giuste conclusioni, anche a costo di rivedere le proprie percezioni della realtà. Ammettere di essere fallibili e di andare sempre alla ricerca delle verità più attendibili e possibili è atto squisitamente umano. Ammettere con umiltà anche i propri errori di interpretazione e valutazione in qualsiasi campo della vita è atto squisitamente umano che richiede grande intelligenza e grande cuore. La “sapientia cordis”, infatti, aggiunge una particolare sensibilità alla comprensione delle vicende umane. Ed io mi appello proprio alla sapientia cordis per non commettere errori di presunzione. Per non puntare mai il dito e sentirmi al di sopra delle parti. Soprattutto quando si tratta di tragedie causate da uomini (col delirio di onnipotenza e dimentichi della propria caducità e fragilità) contro altri uomini (inermi e innocenti vittime dell’odio e della violenza, insita in chi è incapace di vero amore, di fratellanza e di conseguente solidarietà). È questa carità che deve spingerci a guardare oltre fazioni e reticenze, sospetti e ambiguità, per ridarci il senso del nostro essere “insieme” in bilico sulle nostre quotidiane fragilità e sentirci tanto uniti nella comune sorte da sentire dentro il desiderio/bisogno di diventare “custodi” della nostra memoria storica attraverso il nostro “prenderci cura di noi”, in una sorta di amorevole “fratellanza universale”, come Simone Cristicchi (cantautore raffinato e tenero poeta) si augura e ci esorta dolcemente con la sua canzone, per imparare finalmente a vivere “insieme” sotto l’unico cielo che tutti ci comprende. Senza più divisioni, odi, rancori. Accettando le nostre fragilità che diventano puntelli di umanità condivisa. Per Amore. Con AMORE.

martedì 5 febbraio 2019

5 febbraio: più triste del rifiuto, l'indifferenza


“C’è qualcosa di peggio che avere un’anima malvagia. È avere un’anima assuefatta” (Charles Pegùy).
È una delle due citazioni che costituiscono l’esergo della poesia “IO” di Raoul Follereau, in cui l’Autore scrive, facendo riferimento agli “indifferenti”: “Non domando nulla a nessuno/ e non mi occupo degli altri”.
È il classico esempio di chi vive la propria vita senza mai pensare agli altri, senza mai partecipare, condividere, coinvolgersi per intervenire. Dante li definisce “ignavi” e li condanna a correre, punti dalle vespe, dietro un’insegna.
Quanta indifferenza e ignavia, soprattutto oggi, anche in un mondo “contro”!
Da una parte, tutti sono nemici da cui bisogna guardarsi e difendersi. Anche se l’altro è inerme, povero, senza fissa dimora e senza mezzi per fare minimamente paura, ma è la sua stessa esistenza, la sua vista, a dare fastidio, a irritare, perché magari è un minuscolo campanellino d’allarme della coscienza, individuale e collettiva, che è meglio soffocare. Si chiudono porti. Si innalzano muri. Si lasciano morire, nel mare, gli altri che non sono “noi”. Si impedisce agli altri, che non sono “noi”, di scoprire che esistono cieli più azzurri di libertà e di speranza…
Dall’altra, oltre il mio “IO”, che non è mai un “me” perché non riesco neppure ad oggettivarmi tanto sono pieno del mio IO, non c’è nessuno. Basta non guardare per non vedere, girando lo sguardo per evitare il disturbo di una realtà che potrebbe contrastare la mia, invaderla, minarla nella sua beata integrità. L’Io pieno, infatti, si può solo svuotare. L’io vuoto, invece, ci offre la possibilità di riempirlo. Perciò, è meglio ignorarlo. L’io pieno sa che potrebbe essere distrutto dall’io vuoto e, quindi, lo evita, fingendo di ignorarne l’esistenza. L'ipocrisia che finge un'assenza.
Ci troviamo, dunque, nel campo dell’“assenza”, dove fingo che l’altro non esista.
Ma… “Chi è l’altro?”, si chiedeva Michel Quoist, un apostolo, come Rauol Follereau, dell’amore, in una poesia che non ho sotto mano ma che ricordo ancora: “L’altro è colui che incontri per strada e che… ignori”. Più o meno così, ma il senso è questo. L’altro non ha volto né identità. È nessuno. E non c’è tempo né voglia di guardarlo per scoprirlo, conoscerlo, sapere di lui. La sua storia. La sua vita. Le sue radici. I suoi approdi. La sua gioia. Il suo pianto. I suoi sogni. I suoi progetti di vita. 
Quanta ricchezza ci perdiamo, ignorando l’altro! 
Siamo due mondi compresenti e distanti. Indifferenti l’uno all’altro, se l’altro, come me, ignora il mio sguardo. L’indifferenza annulla presenze e uomini. Annulla sguardi e storie. Azzera tutto. Non conserva memoria. Non si tinge di nostalgia. Non ha passi verso il futuro. Non ride con gli occhi dei bambini.
L’Indifferenza è figlia di due pessimo genitori: L’Assuefazione e l’Egoismo.
La madre è sempre presa da una sorta di incantamento scettico e lontano per tutto quello che la circonda e niente riesce a scuoterla dalla sua sonnolenza distaccata; si scuote per un attimo quando un fatto grave mina la sua serenità e la sua casa, ma è cosa già vista, già ascoltata e subito ignorata, manca l’aggravante (il pugno in più, il morto fatto a pezzi, la donna gettata nel pozzo più profondo della stessa disperazione, la scia di sangue a strangolare il bambino). E così, pacificata con sé stessa, ritorna nel suo letargo senza sogni.
Il padre ha un ego ipertrofico che lo fa sentire al centro del proprio angusto universo, oltre il quale non sa né vuole andare. Anche quando accadono fatti di sangue e di violenza, di dolore e di morte degli altri, lui preferisce non vedere, non sentire, non sentirsi coinvolto. Il suo è uno scuotersi breve sul breve cicaleccio, inutile e infruttuoso, che ne fanno i media, per esecrare e stigmatizzare l’accaduto, per prendere le distanze e sentirsi al di sopra delle parti.
E lei, la figlia, l’Indifferenza si sente assolta e innocente nel suo intoccato torpore, nella sua estraneità ai fatti.
E la vita va avanti senza scossoni e senza noie. Senza vivere. Ma l’Indifferenza è indifferente anche a questo.
Solo la luna, col suo volto corrucciato, rimane a guardare, vincendo l’indifferenza delle stelle che, pure, a differenza degli uomini, hanno periodi di rimorsi, abbandonandosi al pianto. E, in cuor loro sperano, di farsi perdonare, regalando un sogno a quelli che riescono a guardare ancora il cielo.
E forse potrebbero realizzarlo, quel sogno, se solo vincessero l’Indifferenza.
Se solo imparassero a colmarsi d’amore. L’unica forza in grado di costruire sempre senza distruggere mai.  


venerdì 1 febbraio 2019

1 febbraio 2019: estasi e tormento dell'Artista

L’Artista ha, come si sa, una sensibilità particolare che lo porta spesso, inconsapevolmente, a guardare le cose, le persone, gli accadimenti non come sono nella realtà, visibile agli occhi di tutti, ma come potrebbero essere se solo venissero guardate con gli occhi bambini che lui ha conservato e ancora possiede, a dispetto di ogni possibile razionalità ad indicargli la via della consequenzialità, della coerenza e della congruenza tra le cose, le operazioni, le dimostrazioni filosofiche, matematiche e geometriche o scientifiche. L’Artista conserva, per esempio, a mio parere, il “fenomeno della trasparenza”, tipico del bambino quando disegna la casa con il tetto spiovente, il fumaiolo, la porta e le finestre (l’archetipo ancestrale della casetta che va oltre l’esperienza di ogni altro tipo di casa: dal grattacielo al palazzo, alla villa), in cui compaiono anche il tavolo, il vaso con i fiori, la lampadina, quasi i muri fossero trasparenti, appunto. Sì, l’Artista vede il mondo “in trasparenza” e moltiplica anche all’infinito le caratteristiche degli oggetti animati e inanimati, come afferma appunto Erich Fromm, il quale sostiene che la creatività, connotazione specifica dell’Artista, non ama il “deja vu” o i modelli. Sollecita a “non copiare mai”, ad innovare, a trasformare, a ricreare il già dato, il già espresso, quanto già costruito e definito. La creatività è infinita e va oltre i limiti posti della natura, da ciò che è. Perché è il “non è” che può diventare ed andare oltre. È l’oltre e l’altrove. Per questo sfiora il divino. Ed è bello pensarlo.
Non ricordo chi abbia detto: “nasciamo dèi, i limiti ci rendono uomini”. Ma è bello pensare che ciò possa avere una radice di verità.
La creatività rompe questi limiti e “ci fa rinascere infinite volte” (sempre Erich Fromm). Perché ogni volta alla stasi della mente subentra l’“illuminazione” di una idea, una intuizione folgorante, imprevista e imprevedibile. Che rigenera chi la possiede in notevole misura e ridà vigore ed energia. Tutti, infatti, siamo dotati di creatività: anche scegliere quotidianamente cosa fare e cosa evitare è un atto creativo. Ma poi bisogna fare i conti con il grado di creatività e l’ambito in cui meglio questa si esercita (vedi la teoria delle “intelligenze multiple” di Gardner che rende estremamente democratica questa facoltà della mente umana). Ecco perché l’intelligenza divergente deve soprattutto essere umile, appassionata, onesta, rispondendo ad un principio teleologico e mai utilitaristico. Anche per essa va vissuta non solo come personale “espressione”, ma come “comunicazione” per essere in sintonia con gli altri. Solo così non si è mai soli. Ma questo non avviene quasi mai con l’Artista puro. L’albatro di baudeleriana memoria ci parla appunto della solitudine delle persone geniali. Più vicino a noi, il romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi.
La genialità è anche dannazione e perdizione.
Non a caso, per Erich Fromm, la creatività è la capacità di “vedere” e di “rispondere”. Ma “vedere” qui significa non solo prendere visione di una cosa e averne coscienza, ma significa penetrare nel significato e nel senso di quella cosa e “vederla” oltre, in una miriade di sensi e di significati altri (il creativo vede una margherita in tutte le sue possibilità di essere fiore nei diversi suoi stadi naturali, attraverso le quattro stagioni e oltre, con i molteplici suoi significati estetici, scientifici, filosofici, etici, metaforici, e così via).
Il poeta, per esempio, guarda la natura come se fosse la prima volta. Con stupore. Di qui l’importanza di “essere perplessi” perché niente deve apparire ai nostri occhi vecchio, scontato, immutabile.
Uno spirito acuto dei nostri giorni ha affermato che “il genio di Einstein consisteva parzialmente nella incapacità di comprendere le cose ovvie”. Non a caso, a scuola e persino all’Università pare sia stato ripetutamente bocciato.
“Vedere” significa comprendere la realtà completa di una cosa, di una persona, di una situazione. E ciò paradossalmente significa andare ben oltre quello che normalmente si vede con gli occhi. Significa “sentire”, “percepire”, “intuire”. “Capire” talmente profondamente da penetrare nell’inconscio per riportare il significato nascosto della realtà alla coscienza ed esprimerla e comunicarla “ri-creata”. È la stessa realtà, ma è anche un’altra e un’altra ancora.
“Vedere”, allora, significa guardare con gli occhi, pensare con la testa, cioè “prestare attenzione”, sentire con il cuore ossia “concentrarsi” (entrare nel centro delle cose “con”: insieme agli altri, insieme al tutto. E ciò viene definito da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino” (la vicinanza amorosa al sacro e, per alcuni, a Dio). Significa “capire con l’anima” che, essendo universale, ci mette in grado di espanderci all’infinito nell’infinito. E smettiamo di essere spettatori e giudici per essere soltanto “essenza vibrante nell’armonia dell’universo” (così avverto e definisco io l’ineffabile sensazione che offre alla nostra sensibilità la creatività).
Tutto questo, allora, ci porta all’“esperienza dell’io” (Fromm): una più ampia e profonda consapevolezza di sé che comporta una maggiore consapevolezza dell’altro da sé, degli altri. Senza confondere con nessun altro l’identità dell’“io sono”, ma comprendendo ogni altro diverso da sé. Perché, come Fromm sostiene, “io sono te senza perdere me stesso, anzi rafforzandomi nel mio io”. E mi rafforzo nella “capacità di accettare il conflitto” (e la tensione) che inevitabilmente l’incontro dell’io con l’altro comporta.
Tutto questo, però, comporta anche una sofferenza maggiore per il poeta o per qualsiasi altra persona creativa e con una sensibilità al di sopra della norma, fino a comprendere la follia dei geni.
Di qui l’estasi e il tormento.
L’esaltante volo e l’abisso. L’incomprensione della gente comune e soprattutto di quanti hanno un pensiero convergente o sono dei razionali ad oltranza. Per questi ultimi due + due fa sempre quattro. Per l’Artista, il poeta o il creativo in genere e soprattutto per il genio è impossibile incasellare la mente in numeri che, a rigor di logica, non possono variare. Di qui la inevitabile incomprensione e la terribile solitudine di chi viene preso per un “diverso” e si sente egli stesso un alieno.
Di qui nascono, a volte, conflitti insolubili con sé stessi e con gli altri
L’accettazione del conflitto è un atto creativo perché ci pone verso l’altro e la stessa vita, non con il nostro “Io” che deve vincere, ma con un “Io” che, per il solo fatto di scoprire ed accettare l’altro diverso da noi o la nostra stessa vita, diversa dalle nostre aspettative, ci dà la possibilità di sperimentare e accettare l’esistenza di una realtà sconosciuta fino a che il nostro “Io” non l’abbia guardata con occhi non più suoi. Ecco perché Fromm dice: “molti muoiono senza essere mai nati, mentre la creatività ci fa rinascere infinite volte”. Per Fromm, dunque, la creatività significa “aver portato a termine la propria nascita prima di morire” attraverso “l’intensa certezza di sé”, pur nella incertezza di sé come essere immutabile. Abbandonare questa certezza significa avere il coraggio del dubbio. E scoprire, con grande fede, che tutto è rivedibile, trasformabile, dilatabile all’infinito. La certezza è la morte della nostra mente. Coraggio e fede sono alla base del pensiero creativo e, quindi, alla base della vita stessa. Educare alla creatività è per Fromm educare alla vita. Ecco perché la creatività è una sfida, non una conquista. E la sfida è perenne tensione, nervi tesi allo spasimo, illuminazione ed esaltazione, buio e disperazione. Ed è da questo disadattamento conflittuale con sé e con gli altri che nascono nuove idee.
      L’esplosione dell’idea avviene, infatti, anche al di là della genetica, dell’ereditarietà
      e dell’ambiente che pure, in qualche modo, condizionano i comportamenti umani.     E, nella storia dell’umanità, nulla sarebbe cambiato dal primo giorno della creazione o dalla comparsa dell’uomo sulla terra, se non ci fosse stato qualcuno che, provando un grave disagio di fronte alla realtà vissuta, non fosse stato capace di “immaginare” (non solo di pensare: il che è diverso) una situazione mai sperimentata in precedenza, “capace di raffigurarsi mentalmente qualcosa che non aveva mai visto prima” (E. W. Sinnot). E che gli altri non riescono a vedere.
L’intuizione, infatti, è quasi sempre o sempre il punto di partenza, a cui spesso seguono gravi conflitti interiori e molte incomprensioni con i propri simili, incapaci di “vedere” una realtà diversa dalla propria, e lunghe ore o intere giornate di intensa fatica per rivedere, riorganizzare, dare forma e completamento a quel “lampo intuitivo originario”, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato un prodotto nato da un processo creativo, sia esso opera d’arte o meno.
L’immaginazione creativa, allora, “agisce soprattutto sul piano mentale dell’inconscio (…) Sembra un discorso piuttosto vago e misterioso…” (Sinnot). 
E, in effetti, lo è. In tutti gli altri casi, l’immaginazione creativa nella sua forma più semplice è caratteristica squisitamente umana. Anzi, è indispensabile persino alla ragione in quanto quasi tutti i processi mentali si poggiano, oltre che sui fatti o fenomeni, su deduzioni concrete, su supposizioni che sono “costrutti dell’immaginazione”. Non a caso, il processo immaginativo nacque quando qualcuno afferrò per la prima volta il concetto del “se”: il dubbio che si trasforma in ipotesi di una alternativa. E il dubbio è sempre destabilizzante, per sé e per gli altri. Ma, poi, basta una “illuminazione” per ricreare l’atmosfera sognante dell’estasi…
      È questo il prodigio della creatività che, alla fine, per fortuna, genera sempre bellezza e armonia. Una sorta di completezza e di pacificazione.
L'Artista e la sua creatività tesa allo spasimo: Dono, dunque, o punizione degli degli dèi?