martedì 5 febbraio 2019

5 febbraio: più triste del rifiuto, l'indifferenza


“C’è qualcosa di peggio che avere un’anima malvagia. È avere un’anima assuefatta” (Charles Pegùy).
È una delle due citazioni che costituiscono l’esergo della poesia “IO” di Raoul Follereau, in cui l’Autore scrive, facendo riferimento agli “indifferenti”: “Non domando nulla a nessuno/ e non mi occupo degli altri”.
È il classico esempio di chi vive la propria vita senza mai pensare agli altri, senza mai partecipare, condividere, coinvolgersi per intervenire. Dante li definisce “ignavi” e li condanna a correre, punti dalle vespe, dietro un’insegna.
Quanta indifferenza e ignavia, soprattutto oggi, anche in un mondo “contro”!
Da una parte, tutti sono nemici da cui bisogna guardarsi e difendersi. Anche se l’altro è inerme, povero, senza fissa dimora e senza mezzi per fare minimamente paura, ma è la sua stessa esistenza, la sua vista, a dare fastidio, a irritare, perché magari è un minuscolo campanellino d’allarme della coscienza, individuale e collettiva, che è meglio soffocare. Si chiudono porti. Si innalzano muri. Si lasciano morire, nel mare, gli altri che non sono “noi”. Si impedisce agli altri, che non sono “noi”, di scoprire che esistono cieli più azzurri di libertà e di speranza…
Dall’altra, oltre il mio “IO”, che non è mai un “me” perché non riesco neppure ad oggettivarmi tanto sono pieno del mio IO, non c’è nessuno. Basta non guardare per non vedere, girando lo sguardo per evitare il disturbo di una realtà che potrebbe contrastare la mia, invaderla, minarla nella sua beata integrità. L’Io pieno, infatti, si può solo svuotare. L’io vuoto, invece, ci offre la possibilità di riempirlo. Perciò, è meglio ignorarlo. L’io pieno sa che potrebbe essere distrutto dall’io vuoto e, quindi, lo evita, fingendo di ignorarne l’esistenza. L'ipocrisia che finge un'assenza.
Ci troviamo, dunque, nel campo dell’“assenza”, dove fingo che l’altro non esista.
Ma… “Chi è l’altro?”, si chiedeva Michel Quoist, un apostolo, come Rauol Follereau, dell’amore, in una poesia che non ho sotto mano ma che ricordo ancora: “L’altro è colui che incontri per strada e che… ignori”. Più o meno così, ma il senso è questo. L’altro non ha volto né identità. È nessuno. E non c’è tempo né voglia di guardarlo per scoprirlo, conoscerlo, sapere di lui. La sua storia. La sua vita. Le sue radici. I suoi approdi. La sua gioia. Il suo pianto. I suoi sogni. I suoi progetti di vita. 
Quanta ricchezza ci perdiamo, ignorando l’altro! 
Siamo due mondi compresenti e distanti. Indifferenti l’uno all’altro, se l’altro, come me, ignora il mio sguardo. L’indifferenza annulla presenze e uomini. Annulla sguardi e storie. Azzera tutto. Non conserva memoria. Non si tinge di nostalgia. Non ha passi verso il futuro. Non ride con gli occhi dei bambini.
L’Indifferenza è figlia di due pessimo genitori: L’Assuefazione e l’Egoismo.
La madre è sempre presa da una sorta di incantamento scettico e lontano per tutto quello che la circonda e niente riesce a scuoterla dalla sua sonnolenza distaccata; si scuote per un attimo quando un fatto grave mina la sua serenità e la sua casa, ma è cosa già vista, già ascoltata e subito ignorata, manca l’aggravante (il pugno in più, il morto fatto a pezzi, la donna gettata nel pozzo più profondo della stessa disperazione, la scia di sangue a strangolare il bambino). E così, pacificata con sé stessa, ritorna nel suo letargo senza sogni.
Il padre ha un ego ipertrofico che lo fa sentire al centro del proprio angusto universo, oltre il quale non sa né vuole andare. Anche quando accadono fatti di sangue e di violenza, di dolore e di morte degli altri, lui preferisce non vedere, non sentire, non sentirsi coinvolto. Il suo è uno scuotersi breve sul breve cicaleccio, inutile e infruttuoso, che ne fanno i media, per esecrare e stigmatizzare l’accaduto, per prendere le distanze e sentirsi al di sopra delle parti.
E lei, la figlia, l’Indifferenza si sente assolta e innocente nel suo intoccato torpore, nella sua estraneità ai fatti.
E la vita va avanti senza scossoni e senza noie. Senza vivere. Ma l’Indifferenza è indifferente anche a questo.
Solo la luna, col suo volto corrucciato, rimane a guardare, vincendo l’indifferenza delle stelle che, pure, a differenza degli uomini, hanno periodi di rimorsi, abbandonandosi al pianto. E, in cuor loro sperano, di farsi perdonare, regalando un sogno a quelli che riescono a guardare ancora il cielo.
E forse potrebbero realizzarlo, quel sogno, se solo vincessero l’Indifferenza.
Se solo imparassero a colmarsi d’amore. L’unica forza in grado di costruire sempre senza distruggere mai.  


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