venerdì 6 ottobre 2017

Teatro Petruzzelli – Bari: “Art & Science 2017”

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Ho ancora negli occhi miliardi di stelle e galassie a rovesciarsi su di noi dal palco e dalla meravigliosa cupola del Petruzzelli, brulicante di antichi splendori. E nel cuore mi palpita una emozione senza fine per gli innumerevoli fiori di luce di cielo e di sole, esplosi dal genio artistico di un otorinolaringoiatra, Matteo Gelardi, che, osservando al microscopio semplici cellule nasali, affette da varie patologie, ha scoperto forme e colori da immortalare in quadri che hanno la magia delle tele di Pollok o di Kandinsky. Poi, ecco che prodigiosamente, con la bacchetta magica della giovane e originale stilista Giovanna Gelardi, gli stessi colori siderali si trasferiscono su fluttuanti abiti di tessuto leggero ed evanescente, e danzano su esili steli di donne-fiore, impalpabili farfalle con ali trasparenti e lievi che cedono passi di tenerezza e di passione a ballerini che hanno corpi fragili e forti e intrecci di onde e sogni di stelle e pensieri di luna a indicare il viaggio e la meta, che Pina Bausch inaugurò nella sua Berlino degli anni Settanta.
È il viaggio “dentro e fuori di noi” ad affascinarci e ad affascinare il numerosissimo pubblico accorso da ogni dove. Il Teatro è gremito, assiepato persino in Galleria.
E noi, nel palco 25, quasi a toccare con mano tanta meraviglia, ci esaltiamo alla visione dei palpiti ciliari che pulsano sull'ampio schermo, seguendo la guida coinvolgente dello stesso Fondatore della Accademia Nazionale della Citologia nasale e coraggioso Ideatore di questa commistione scientifico-artistica, culturale e letteraria senza precedenti, passando dalle fosse nasali agli spazi sconfinati dell'Universo con una lievità e profondità di linguaggio che potrebbe catturare anche gli occhi grandi di un bambino. Stupore!
Ma meraviglia delle meraviglie è l'immensità dei miliardi di miliardi di stelle che friccicano a inimmaginabili distanze di anni luce, ridotte però ai pochi passi, quasi una passeggiata divertita e divertente del vulcanico Astrofisico Fabio Peri che, da impareggiabile affabulatore, ci permette di quantificarle, queste enormi distanze, con un divertissement quasi fosse gioco di ragazzini in un campo di calcio a rincorrere il pallone.
Dietro le quinte un pullulare di artisti in attesa di venire alla ribalta con la musica, i canti, le danze, gli assoli prodigiosi, i commenti poetici, la gloria dei violini e dei piatti di una batteria avvolgente e inimitabile, che hanno colmato i nostri cuori di immagini di cielo con A. Parson, di luna con i Pink Floyd, di viaggio e di conquista con gli Europe e Evangelis...
Lacrime di commozione per “Guardastelle” di Tony Bungaro, nostro amico di vecchia data, nella stupenda e insolita interpretazione del violoncellista Nicola Fiorino e della cantante lirica Claudia Cusumano. Con stelle a migliaia nei nostri occhi incantati.
La serata si conclude con un middley di canzoni di Frank Sinatra per le sonorità vocali di Cosimo Mitrani.
Sono ancora incredula, stupita, estasiata e... insolitamente mi mancano le parole per dirlo.



mercoledì 4 ottobre 2017

“NaturalMente”: Fiero del Libro 2017


Si è appena conclusa la settima edizione di Fiero del Libro. L'argomento di quest'anno ha riguardato l'ambiente, analizzato nei suoi quattro elementi: terra, acqua, fuoco, aria. In logica continuità con quello dello scorso anno. Un “Fiero del Libro”, dunque, di alberi e piante e radici; di aria e di cielo e di voli e di stelle; di mare e di fondali marini e di coste e di naufragi; di fuoco e vulcani e lave e incendi e passioni. E di poesia. Sì, tanta poesia, abbracciata da tanta musica e canzoni e canti e immagini.
Un ambiente pensato con la mente e vissuto con il cuore.
Nell'aria vibra ancora l'eco delle tante emozioni, vissute individualmente e coralmente, in una conchiglia di case dipinte di rosso che incorniciano il Teatro comunale di Corato, meraviglioso palco naturale per i nostri incontri-dibattiti, per le letture e le presentazioni dei libri, per i concerti e i cori.
Un mondo bellissimo, il nostro, devastato purtroppo da ogni tipo di violenza. Quella umana è la più pericolosa. Mentre potremmo realmente imparare ad abitarlo “poeticamente”. Ecco perché mi piace raccordare questo Festival a quello precedente.
Nella scorsa edizione ascoltammo, tra le altre, la testimonianza diretta e coinvolgente del noto poeta Franco Buffoni, che intervenne con delle riflessioni molto profonde sulla possibilità che abbia la poesia di essere veicolo di salvezza in un mondo devastato dalla violenza e dalla indifferenza e se sia ancora oggi possibile vivere in questo mondo con poesia. In quest'ultima edizione, si sono alternati diversi relatori, altrettanto noti e catturanti, che sarebbe troppo lungo elencare con il rischio anche di dimenticare qualcuno. Veri e propri esperti nel campo ecologico, hanno dialogato e si sono confrontati, rivolti al numeroso pubblico, tra cui parecchi giovani studenti, su tutte le possibilità che le vecchie pratiche e le nuove tecnologie ci offrono per realizzare concretamente il recupero, la difesa, il rispetto e la valorizzazione di questa natura così bella, che non ci appartiene e a cui noi apparteniamo. Il possesso crea avidità e scempio, l'appartenenza fa nascere il bisogno/desiderio di prendersene cura, sollecitando la premura, la tenerezza, l'amore. Ed ecco che, ancora una volta, il tema si sposta dalla natura alla poesia.
E, come scrissi l'anno scorso, “Abitare poeticamente la terra”, espressione attribuita al poeta tedesco Friedrich Holderlin e ripresa successivamente dal filosofo Martin Heidegger (il quale puntualizzò che l’avverbio “poeticamente” stava a significare “essere alla presenza degli Dei ed essere toccati dalla vicinanza dell’essenza delle cose”), consiste nell’illuminare di tenerezza il quotidiano, anche con la scrittura e le innumerevoli voci nascoste nei suoni, nei profumi, nella musica, sogno della terra e del cielo, nei fiori, nei prati, nelle acque, e nuvole, e onde, e mare…
E anche oggi, come un anno fa, mi sembra opportuno ripetere quanto affermai allora: è necessario ritornare ad ascoltare le voci della natura, come facevano gli uomini primitivi, quando la natura non era ancora “desacralizzata” (Carlo Sini).
Prendere, magari, a modello i bambini che, con naturalezza, abitano poeticamente la terra. Si stupiscono. Si meravigliano. Non programmano i loro giorni, ma li vivono solo giocando e nel gioco e con il gioco imparano a scoprire il mondo, giorno dopo giorno, conquista dopo conquista, abbandonandosi senza steccati e senza confini al fluire del tempo e della vita.
Sarebbe bello, allora, formare delle cordate per aiutarci a vicenda e sentirci solidali, forti, felici. Ci riapproprieremmo così della semplicità della vita. Non vivono gli uccelli cantando e ricamando i cieli di voli senza l’ansia del cibo o di programmare il nido che a primavera riempiranno di pigolii e fremiti di ali? Ecco, anche gli uccelli come i bimbi vivono poeticamente il mondo. E così la natura tutta, quando segue il corso delle stagioni, le albe e i tramonti, lo sfolgorante mormorio delle stelle.
Lo so, la realtà, ha le sue leggi, le sue priorità, la sua arcigna faccia quotidiana. I suoi problemi, ma i poeti sono dei privilegiati per un dono assolutamente gratuito che li salva e li salverà sempre.
Come già scritto, non afferma Rilke che i versi sono esperienze che si vestono di stupore? Prima di scrivere un solo verso, egli afferma, bisogna aver visto molte città, aver conosciuto gli animali e le piante; sentito il volo degli uccelli e ascoltato il linguaggio dei fiori; ripensato ai sentieri percorsi e a quelli mai attraversati; ritornare all’infanzia; trascorrere i mattini davanti al mare e sognare tutti gli oceani. Più o meno così. Solo dopo aver vissuto, sofferto, gioito e pianto è possibile scrivere poesia. Ma possiamo tutti essere o diventare poeti della vita, anche se disponiamo di un tempo scandito da tutti gli orologi che distruggono il tempo della libertà e della creatività. La nostra stessa umanità.
Dobbiamo, allora, concederci un tempo senza tempo che si nutra di passioni della mente e del cuore in un contatto costante con la natura che è di per sé Poesia.
E la poesia per William Blake, come già sostenevo, è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l'eternità in un attimo”.
Siamo, purtroppo, solo dei naufraghi alla deriva di tutti gli oceani, come sosteneva fino ad alcuni anni fa Serge Latouche, ma per fortuna oggi lo stesso studioso ci suggerisce la possibilità di una “decrescita felice”! I primi segnali di rinascita ci sono. Si sta riscoprendo il piacere di leggere e di sollecitare a leggere i più piccoli, perché il futuro sarà nelle loro mani, a cominciare dal libro-giocattolo nella Scuola dell'Infanzia e dai tanti Laboratori di lettura animata nella Scuola Primaria e oltre.
In Fiero del Libro, poi, non ci sono le consuete presentazioni, ma viene attuata e diffusa la lettura partecipata: ogni nostro autore fondamentalmente legge i propri libri o quelli degli altri suoi “amici di cordata”, perché la lettura prevalga sul “racconto di sé”. E, così, avviene una generosa contaminazione.
E, con noi, anche i giovani hanno riscoperto l’impegno sociale e civile di essere “naturalMente” e “Poeticamente” sulle barricate in difesa dell'ambiente e di tanti altri diritti umani, senza mai dimenticare i sogni e l'utopia, che si alimentano anche attraverso le pagine di un buon libro.
Quest'anno più di ogni altro anno, abbiamo avuto tanti giovani con noi: un gruppo, proveniente dal Liceo Scientifico di Ruvo, per le ore di alternanza “scuola-lavoro”, impegnato in attività creative, costruttive, di marketing e di comunicazione; un altro del Liceo Classico di Corato che si è esibito nella rappresentazione scenica del Volo di Fetonte, nelle Metamorfosi di Ovidio, recitando in coro i magnifici versi nella lettura metrica in latino. Abbiamo volato anche noi (senza cadute di sorta) in un'atmosfera di commossa, antica consuetudine al bello e al canto.
Anche quest'anno, pertanto, è stata una esperienza che ci ha fatto riflettere e ci ha arricchito, all'insegna dei libri e dei lettori, dei dialoghi e dei confronti, della passione e della creatività, della bellezza e dell'Arte in tutte le sue varie e meravigliose forme.
Autenticamente. Poeticamente. NaturalMente.

 

mercoledì 27 settembre 2017

PRESENTAZIONE "PER ORO E PER SEMPRE" da parte di Valeria Rossini

Sarebbe troppo facile dire che questi cinquanta anni che oggi celebriamo rappresentano la storia di un amore. Questo è vero, ma riduttivo. Conosco tante coppie che sono giunte a questo traguardo, nella stessa vita o in due vite diverse – come purtroppo in questo caso – e alcune di queste coppie si sono forse amate di più di Angela e Primo, se mai l’amore fosse posizionabile lungo una scala. Nessuna di queste coppie mi ha consegnato però, in modo limpido e inequivocabile, il segno del loro legame, nella forma di pensieri che diventano versi e che, nel loro riversarsi, travolgono anche le vite degli altri, insinuandosi come desideri acquosi nei nostri occhi mentre leggiamo, e nei nostri cuori mentre ricordiamo. Ed ecco il filo conduttore di questa storia d’amore, come io l’ho ricostruita immergendomi nel testo “Per oro e per sempre”. Questo filo è la memoria, che non c’è. Ferma nel tempo presente è una relazione che non fluisce altrimenti morirebbe, ma resta immobile in “incontri di sguardi che escludono anche il cielo”. Se non c’è memoria non c’è neppure il rimpianto, perché l’amore non scorre come sangue o vino, metafora ricorrente nelle poesie di entrambi gli autori, ma è come “un brindisi sospeso nell’aria”. Primo vive perché non ha paura della morte. “La notte ci passò accanto, ma non ce ne accorgemmo”, perché anche l’alba si rende invisibile come vetri trasparenti a liquefare i rimpianti nei bicchieri colmi. Il tempo è il “delirio della memoria”, e i ricordi si sgretolano lungo quel fiume misterioso di vino e di sangue per le nostre vite infinite. Ed è in quel fiume che si intreccia il dolore di Angela, che struggente scrive “piegata su bicchieri di solitudine annego nell’ultima goccia lo sguardo vuoto colmo della tua assenza”. Lo sguardo di Angela è lo sguardo di una donna, è uno sguardo materno che tiene insieme passato, presente e futuro come nell’attesa, nel parto e nella cura dei figli, il tempo unico e indiviso della maternità. Ed è comprensibile quindi che si posi sui ricordi. Tuttavia, l’unico modo di consolare il suo pianto senza fine è non ricordare. Se ricordiamo, siamo assaliti dai rimpianti. Rimpiangendo, ri-piangiamo. Forse dovremmo invece pensare alle persone che amiamo – ma non ci sono più – al presente. E il rimpianto si addolcisce nella nostalgia, per una storia appunto infinita e per qualcuno che in fondo non abbiamo mai perso. Angela, grazie per averci convinto che “se amiamo una persona dobbiamo lasciarla andare, perché se torna è sempre stata nostra”. E Primo ritorna, perché la vita per lui è stata soltanto un attimo: il tempo non ha importanza, non sa neppure trovare una ragione allo stupore per il vostro bisogno disperato dell’altro, per il vostro amore necessario che fu credo e disperazione. Molto suggestivo il riferimento a Sartre e alla sua relazione pericolosa con Simone De Beauvoir, cui scrisse un giorno: “La mia vita non appartiene a me solo. Voi siete sempre me, l’essere stesso del mio essere, il cuore del mio cuore”. Il cuore di Primo continua allora a battere in quello di Angela, perché di nuovo il sangue è vino, “per festeggiare l’eternità del nostro tempo ancora da inventare”. Nello spazio dell’immaginazione questi due corpi, due anime, due cuori, sono un tanto, un tutto, ma anche un niente. Sono “filo dello stesso aquilone”, padroni dell’eternità, arroganti come gatti con le loro nove vite da giocare. In questo libro, la vita è un cerchio ludico senza linee né frecce. Del resto, chi ha stabilito il confine tra la vita e la morte, tra il reale e l’irreale, tra presenza e assenza, tra il cielo e la terra, tra gli occhi e lo specchio? Grazie Angela e Primo, per averci regalato la certezza (l’illusione) che si nasce il giorno in cui incontriamo il vero amore. Se questo significa che Primo continua a vivere nel tuo amore (l’amore che tu gli devi), noi che siamo qui forse non moriremo mai, perché le persone che sono in cielo sanno amarci “di più, tanto di più, un mondo di più, immensamente di più”.

Corato, 20 settembre 2017
Valeria Rossini

domenica 24 settembre 2017

PER ORO E PER SEMPRE

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Il sogno che si rinnova: “per oro e per sempre”
Un libro.
Un nuovo libro per una nuova collana della SECOP edizioni.
Una nuova collana di poesie, “Paralleli poetici”, che vedrà, insolitamente, di volta in volta, due autori raccontarsi a vicenda.
Storie, ricordi, progetti, parole come richiami, come echi d'indaco a colorare di sacralità il respiro poetico, in un incontro/confronto, che li contiene tutti nel bacio di pagine che, solo dischiudendosi come ali di farfalla, rivelano il loro contenuto e il loro splendore.
Un nuovo formato.
Una nuova composizione grafica elegante e armoniosa.
Un titolo che racchiude il mistero del non detto e si fa messaggio dell'istante puro proiettato verso l'eternità.
Un libro, il primo, che tiene a battesimo la collana, dedicato a me e a mio marito, Primo Leone, nel giorno in cui la nostra storia d'amore conta gli anni dell'oro che non conosce tramonti...
Uno scrigno di versi che s'intrecciano e volano nell'abbraccio condiviso di parole, che cantano nelle pagine a specchio di due autori, amanti, ferocemente innamorati come ferocemente sconfitti ma mai arresi.
Un uomo e una donna, che vibrano in sintonia in un richiamo di note senza fine.
Ecco il sogno che si rinnova e si avvera.
È il sogno accarezzato da un editore folle, Peppino Piacente, votato alla poesia.
È una nuova sorprendente Sfida di una Casa Editrice, nata sotto il segno della creatività passione, dell'impegno coraggio, del sogno desiderio.


                                                                                   






venerdì 22 settembre 2017

LA BALLATA DELLA NINNA-NANNA PER LUNA CHE DORME

Luna

Dorme Luna in un campo lontano
sotto un ramo fiorito grappoli di cielo
Occhi d’oro spenti in una notte di pianto.
Occhi d’oro all’ombra di un lungo rimpianto.
(fai la nanna, Luna, non ti svegliare,
chè nessuno più potrà farti del male,
sogna topolini bianchi per non aver paura,
sogna la tua mamma che di te si prende cura).

Bianca di luna è questa notte priva di parole,
tenera al suo chiarore Luna s’addormenta,
sogna di volare tra mille stelle d’argento,
sogna di volare tra i rami sospinta dal vento,
sogna di fare le fusa al tepore del suo cuore.
Cuore d’Ombra piccolina a cullare la sua piccina.
Ali immense le sue braccia d’immenso amore.
(fai la nanna, Luna, non ti svegliare,
fai la nanna, chè nessuno potrà farti più male.
Sogna sempre, sogna d’essere il suo tesoro
finché il sole dormirà nei tuoi occhi d’oro).



lunedì 18 settembre 2017

INCANTI A BELGRADO

È Danubio d'acque e di luci Belgrado
in una lontananza d'abisso
dall'oblò dell'aereo
che di tristezza decolla in un addio
di speranza forse un arrivederci
Mi sorprende improvviso bagliore
di luna piena
a ricordarmi il cielo da attraversare
Solo un colpo di coda
e il suo volto sorpreso
scivola giù
Che incanto guardare a capo chino
la sprofondata luna
quasi un preghiera d'ansia stupita
(che il ritorno ci sia propizio
con questo insolito prodigio

negli occhi)  

giovedì 14 settembre 2017

La necessità può essere un sigillo?



sigillo-di-necessità

È tempo di riproporre una raccolta di versi davvero interessante per chi voglia fare tesoro della parola poetica, coniugata con la parola “ricerca”, in un’appassionata e appassionante lettura che coinvolge mente e cuore e sa farsi tempo, spazio, ricordo, speranza, amore, desiderio di “incontrare” gli altri per poter forse “incontrare” Dio.
Parlo di Sigillo di necessità di Zaccaria Gallo (Secop edizioni 2012), di cui mi piace riportare in sintesi la mia Prefazione.
     “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Uno dei più appassionati versi de Il Cantico dei Cantici mi risuona dentro da quando ho avuto tra le mani quest’ultima raccolta di poesie di Zaccaria Gallo dal titolo molto suggestivo e catturante.
    “Sigillo”, infatti, è una parola  antica e regale. Preziosa. Chiudeva lettere importanti, plichi, dispacci da cui dipendevano spesso le sorti di regni e nazioni. Racchiudeva, dunque, un segreto, che non si doveva profanare.
     Termine pesante come un giuramento e lieve come una promessa. È un atto di fede, un credo. Crea una sorta di alleanza, di forte legame. Per conservare un mistero. Per mantenere quel segreto.
Anche la locuzione “di necessità” é impregnata di obbligo più che di libertà. Un obbligo interiore forse. A volte può essere solo urgenza del cuore.
     E Zaccaria Gallo ci confida nei suoi versi, appunto, un segreto quasi a fior di labbra. Il segreto di sé. Un raccontarsi silenzioso che si distende in percorsi intimi, rilevati su piani spazio-temporali diversi, che s’intersecano continuamente tra emozioni che riconducono ai ricordi e ricordi che vibrano di emozioni. In rapidissimi passaggi, dai ritmi eleganti e dagli stilemi molto originali, tutti giocati sui tanti neologismi, quasi ricami musicali, che offrono la cifra stilistica, connotante l’insolita poesia del nostro Autore. Poesia sempre raccontata sul filo della memoria. Nostalgica. Amara. Amata.
     Canto della memoria, dunque, che qui si fa respiro d’infinito.
     E, come nelle precedenti raccolte poetiche di Zaccaria, l’emozione che si traduce in poesia nasce da uno sguardo, “soglia e confine di conoscenza”.
      Nessuno a dimora/ sulle cime degli alberi.// La primavera testarda/ s’avviava a fiorire giardini…
Nelle sere/ che raggomitoli di stelle/ riempiono il cielo…
Ha canto la luce,/ quando s’adagia/ sul mare dei miei tramonti/ e sfolgora con la sue dita/trecento colori dell’azzurro…
    In realtà, la sua ansia di guardare il mondo è desiderio di credere nell’uomo per scoprire la bontà di Dio.
     Nelle quattro sezioni, che compongono la silloge, Zaccaria inizia il suo viaggio alla scoperta della parola, che potrebbe portarlo a Dio, dapprima percorrendo il tempo: quello che è stato, quello che attraversa quotidianamente nel presente, e quello che ancora gli resta.
Fil-rouge è l’amore: vissuto, sognato, perduto e ritrovato, disperatamente rincorso e avidamente afferrato, nostalgicamente rimpianto, teneramente recuperato.  
Perché “sigillo di necessità” è il sogno per ridonare rugiada  all’andare ormai stanco del poeta. Alla iniziale passione subentra un amore più maturo che, pian piano, si colora di tenerezza, di nostalgia, di ricordo, di una rinnovata presenza, affettuosa e attenta. Il prendersi cura dell’altro è il più grande atto d’amore: “(non prendere freddo stanotte)”.  
 È tutto qui il segreto da conservare con cura nello scrigno del cuore e a cui attingere per sconfiggere la solitudine, la malinconia, la tristezza di questo tempo che ci assedia e ci vince. E dall’amore “nascono parole di poesia”.
    Ecco i due amanti che colmano i giorni del poeta: Amore e Poesia.
    Insieme sono promessa e sigillo d’immortalità.
       Nella seconda sezione si attraversa il ricordo, che si fa canto del dolore, della fuga e della paura, ma anche canto dell’approdo: fisico e metafisico.
        Nuove realtà altrettanto crudeli s’impongono e fanno sigillo di necessità al vivere quotidiano. Nuovi dubbi lacerano l’anima del poeta. Di qui ancora un nuovo viaggio per nuovi orizzonti da raggiungere. Di qui un rinnovato canto del mare: dolente, misterioso, di raro conforto alle attese del cuore. L’inno alla madre, memoria di tutti i ricordi ed eredità di gesti, di sguardi, di silenziose malinconie e sintonie, conclude la personale storia del poeta: “ Madre,/ (…) / bagliori di memorie,/ di segrete cose,/ hai lasciato/ nel mio futuro/ e mi manchi/ come manca/ una nave dispersa.” Colei che ci ha dato la vita riscalda la nostra carne e il nostro cuore sempre.  Nel superamento del buio, del vuoto, del male. Mai come in questo tempo che sta distruggendo la nostra umanità.  Altro rifugio di Zaccaria Gallo è l’Africa, dove è nato e dove fa ritorno spesso il suo cuore. Tunisi. Terra di vento, di limone e albicocco. Versi superbi di una suggestione unica nel fiorire delle metafore bellissime, che respirano i colori del cielo tra anima e  cuore. E tutto è nuvola di ricordi. Storni appollaiati “tra i rami/ della memoria”… E i ricordi ora hanno il volto di suo padre: padre/valigia, padre/mantello, padre/passaporto. Doloroso e tenero rammemoramento al ricordo festoso di un’infanzia che naturalmente vestiva di fiaba ogni nuovo giorno. Ma ci sono giorni ancora da vivere. E ci sono giorni “da utilizzare”, magari recuperando “l’alfabeto dei sogni” perché tutto possa ricominciare. E il domani può essere anche altrove. Il poeta, però, si rammarica, avviluppato in un nuovo lacerante dubbio: “Non saprò mai verso dove si fugge,/ il mistero che non si snoda,/ il silenzio che angola l’eterno,/ il delirio d’acque che navighiamo”. Sembra un punto di non ritorno. Soprattutto quando giunge la sera e le sue ombre accorciano il nostro già breve futuro e ci fanno desiderare più che mai la luce: “guarda guarda e scorgi quella luce/ parla di una stagione che rivive”… Per Zaccaria il penultimo canto, prima del buio, è, appunto, un canto di luce alla luce. Ma è la parola la sorgente primigenia del suo canto: fonte luminosa e “vecchia eterna necessità. Nata da radici di pena. Di stupori”.
     Oh, la Parola! Che il poeta mette “come sigillo sul suo cuore”.
     E non c’è necessità più dolce, più rasserenante, più leggera.

     Necessità fisica e metafisica. Necessità dell’anima. Libera come “ala d’angelo”.