Riprendo con la LETTERA di Oriana Fallaci dopo la morte di
Pier Paolo Pasolini.
(Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria
morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che
paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay. Un pomeriggio
esclamasti: “Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per
restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in
Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì,
l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una
guerra che affronti per ammazzarti”. Eri giunto da Montréal con il treno. Eri
sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le
valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al
tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di
un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I
grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla
paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse
essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a
quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti
all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: “È come salire
sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù”. Mi opponevi sempre una
scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della
Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono
pornografia. “Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo.
In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con
collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è
scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si
fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di
pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri
morire”). Fu nel 1966 che Pasolini “scoprì” l’America, andando a New
York e subito pensò di andare a trovare Oriana Fallaci, all’apice della sua
fama, nel suo grattacielo nella 57^ strada. E Oriana continua con la sua
lettera e i suoi ricordi: Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io
donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della
cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io
così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza
femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era
strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci.
Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da
pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si
trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante,
da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi
le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. (E io mi
sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo:
in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un
uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli), giubbotti
per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal
tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità
che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del
Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in
uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: “Prigione di Stato.
Galeotto numero 3678”. La provasti ripetendo: “Deliziosa, gli piacerà”. Poi
uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi?
Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto “Bombardate Hanoi”, e ci
restasti male). Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento
rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. (Vai a Mosca, vai a
Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo
ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del
proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista
europeo è un uomo vuoto).Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un
marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i
primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. Bellissima questa espressione di Pasolini che Oriana
ricorda: “l’assolutezza di Cristo”, in Cristo ogni infinita verità! (“M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su
san Paolo”. Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi
la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta
preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse
Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no.
Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri
affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del
suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più
febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta
e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto
bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di
ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente). Dicono che tu
fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la
compagnia della gioventù…
… possiamo ricordare di Pasolini La meglio gioventù oppure
il libro di poesie in dialetto friulano del 1954 quando già con sua madre
viveva a Roma, essendosi trasferito in seguito alle note vicende giudiziarie,
di cui abbiamo parlato la scorsa volta: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate.
Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un
profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se
una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un
giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu,
quanto a disperazione, non scherzi!”. Forse per questo che il destino ci fece incontrare di nuovo,
anni dopo. (Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I
giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella
vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una
di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi
esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però
sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu
l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di
Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e
a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele
arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente,
paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert
Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Tante le donne profondamente amate da Pier Paolo con tutta
la tenerezza possibile, la complicità. Ecco alcuni nomi celebri: Elsa Morante,
Laura Betti, sua musa ispiratrice, la Callas appunto, Anna Magnani, che sentiva
in tutta la sua forza drammatica, la sua romanità, e Oriana. Sì, c’era in te l’eroismo del missionario (che va a curare i
lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia). Una sera ne
parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. (Maria
sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti
raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri
politici: il pau de arara, gli elettrochoc). Ma ascoltavi malvolentieri, quasi
ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi
rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti
aggredii (dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue
battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per
esaudire la sua vanità), come non ricordare, riferendoci alla “Lettera a mia madre”,
che i suoi fremiti pulsanti di esaltazione vitale erano dovuti ai colori che
davano forma e sostanza ed esaltazione alla sua vita nei rari momenti di vera
gioia. Ora il tramonto dorato e di rosa dipinto era più importante di ogni
altra parola, anche se pronunciata dalla sua carissima Oriana…ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco.
(Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco.
Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza
come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il
paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho
compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza,
certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il
peccato tanto più liberatrice è la salvezza). Però ciò che mi dicesti su Gesù e
su san Francesco, (mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana), mi
è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo
che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto
leggere. (L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro
la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da
straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai
perfetto. Tu sei fatta d’amore). Ma è sufficiente credere all’amore se non si
crede alla vita?”. Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era
la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque
chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia
che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la
prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco
accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci
quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena,
tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te
non ci si annoiava mai. E una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le
mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava “babbo”. E tu lo trattavi proprio
come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. … ecco il riferimento alla “paternità materna” locuzione da me
coniata per rendere l’idea poeticamente e metaforicamente. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo
dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un
appuntamento con la morte. Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il
giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New
York: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!”. Avrei voluto gridarti che non
ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua
sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno.
Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi
tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla
coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con
cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. L’8 maggio 1976, Oriana Fallaci fi chiamata a testimoniare
per la prima volta nel processo contro Pino Pelosi e, mentre tutti, anche i
magistrati si dissero certi che si trattasse di un solo assassino, Oriana
affermò che fossero stati almeno in tre a massacrarlo, due in motocicletta,
come aveva saputo da chi vide ed ebbe paura di parlare. Da quella deposizione
tutti le voltarono le spalle, la presero per pazza visionaria, e da allora ebbe
vita difficilissima, soprattutto in Italia. Si rifugiò in America, sua seconda
patria. Poi, molti anni dopo, nel nuovo processo del 2006, tutti dovettero
ricredersi, ma Oriana era profondamente malata, sola e delusa dal genere umano
e soprattutto dalla giustizia e dalla magistratura nel nostro Paese…(Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed
esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè
di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni,
offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato
per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani
che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai
leoni). Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con
Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi
scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra,
si inseriva una voce che scandiva: “Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto
nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che
incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo
stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma
ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per
domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza
Navona: Mi sembra giusto ricordare che importante uomo politico,
partigiano, scrittore giornalista, Giancarlo Pajetta, insieme a Miriam Mafai,
sua compagna di vita, di fede politica e giornalista, per almeno trent’anni,
fondò il quotidiano La Repubblica
prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso
le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che
scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza
Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole.
(Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco,
il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe
piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai). Poi si
avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato
Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di
calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata,
brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io,
assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi?
Pasolini Pier Paolo”. E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È
uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere
se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno
ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi
suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe
fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia,
stanotte”, aggiunse Miriam. Una descrizione
intensissima, di un realismo che mette i brividi, lo sconcerto di tutti, lo
sperdimento per una realtà che ferisce profondamente e non si vuole accettare,
non si può accettare. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il
piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola,
l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”.
Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china,
io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta
c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un
giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar
chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini
ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria!
Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”. Poi sullo schermo della televisione
apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, dell’epoca) e
dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto
il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri
massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato
da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai
ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”
Oriana Fallaci
Roma, 16 novembre 1975
Proprio in questi giorni la LETTERA di Oriana Fallaci viene
letta negli spazi romani che videro Pier Paolo Pasolini vivere e morire. Oggi sono
spazi a lui dedicati: “Parchi Letterari”.
E io mi fermo qui. Il mio silenzio si apre alle vostre
parole. Angela