domenica 6 marzo 2022

Domenica 6 marzo 2022: alcune puntualizzazioni sul RETINO di sabato 5 marzo...

Ieri la pioggia. Poi la neve. Oggi il sole con tanto vento siberiano. Ma io, in questo vortice di gelo, riprendo a parlare della poesia che mi scalda sempre il cuore e, in particolare, della Poesia di Pier Paolo Pasolini. Ripropongo, naturalmente, la sua bellissima e coinvolgente “Supplica a mia madre” con qualche dettaglio in più che ieri ho saltato e che ritengo, magari a torto, interessante condividere. Ecco nuovamente il testo con commento, a modo mio, delle parole e addirittura sillabe (digrammi) scritte in grassetto. Forse un motivo c’è. Proviamo a scoprirlo insieme…

È difficile dire con parole di figlio
Ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.


Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore.


Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere: (un onomatopeico scivolare nel fango)
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. ( “ nella disperazione.)

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser soloHo un’infinita fame (enorme istinto predatorio, fatto di forte sensualità)
D’amore, dell’amore di corpi senza anima. (amore carnale diverso da quello sacro per la madre)

Perché l’anima è in te, sei tu (identificazione totale madre-anima), ma tu
Sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: (complesso edipico irrisolto)

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso (poliptoto che rafforza il senso di essere dominato)
alto, irrimediabile, di un impegno immenso. (dall’amore materno, mentre “imperativo categorico” 
è distaccarsene, ma è “un impegno immenso”)


Era l’unico modo per sentire la vita,
(il colore è fondamentale per dare “forma” alla vita, per 
“sentirla”, connotarla e farla vibrare)
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. (ma giunto a 40 anni non può più procrastinare)

Sopravviviamo: ed è la confusione (la passione fuori dalla ragione genera sperdimento)
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. (reiterata preghiera: “implorante invocazione”)
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile (speranza di rinascere con lei, solo con lei in una futura primavera del cuore e dell’anima…)


Commento più dettagliato:

Scritta dal poeta il 24 aprile 1962 (e pubblicata nel ’64 in Poesia in forma di rosa), ci offre, in maniera forte e drammatica, proprio in questi distici perlopiù rimati o assonanzati, ellittici e anaforici, la confessione di Pasolini a sua madre sull’origine psicologica, e direi quasi psicotica, della sua omosessualità e della sua passione esasperata per i minorenni, che tanta parte ebbero nelle vicissitudini giudiziarie e di povertà materiale, con perdita della cattedra e conseguente trasferimento suo e di sua madre a Roma dal 1948-1950 in poi.
Sono notizie che si sanno o che si possono reperire oggi più che mai. Tutti ne stanno parlando in questi giorni e, del resto, anch’io ho voluto osare, dopo la meravigliosa lectio magistralis sulla poesia di Pasolini da parte del grande Franco Buffoni, e dopo gli straordinari interventi di Mario Sicolo e Francesco Gallo, coordinati da Raffaella Leone in Restiamo SECOP in diretta venerdì sera.
Quello che però ho raccontato ieri mattina e vado a raccontare oggi sul blog sono le parole sottolineate dal Retino: il diverso significato, per esempio, del pronome “ciò”, ripetuto ben tre volte nei primi tre distici.
Nei tre “ciò” è possibile ravvisare una prima contraddizione della personalità così complessa e tormentata del nostro poeta: il primo “ciò” sostituisce una parola impronunciabile perché è segreta come il peccato; il secondo è una rivelazione tenerissima di purezza; il terzo, ripropone il cupo cielo della colpa, di cui egli stesso ha orrore e vergogna.
Altra devastante contraddizione: “la solitudine” a cui era condannata la vita di chi veniva considerato un “diverso” (soprattutto negli anni 40-50-60 dello scorso secolo e prima della rivoluzione sessantottina, l’omosessualità era stigmatizzata come perversione, malattia e quant’altro…). Di qui l’urgenza, avvertita dal nostro autore, di debellare la sua solitudine perché aveva troppo bisogno di amore per poter rimanere solo. Altrove, però, mi sembra di poter afferrare una nuova contraddizione (direi, una contraddizione nella contraddizione) perché più volte parla del suo bisogno di essere solo e di amare addirittura la sua solitudine: “Io avevo voglia di stare da solo perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose”.
In realtà, in lui c’era una lotta continua tra ragione e fortissima pulsione sessuale verso corpi abbrutiti dal vizio e senz’anima, perché l’anima risiedeva esclusivamente in sua madre, che, sola, di lui conosceva la parte più nobile e incontaminata e segreta. L’essenza della sua purezza. Ma proprio per questo lei lo aveva reso schiavo del suo amore e lui era lucidamente consapevole del suo complesso edipico mai superato; complesso, di cui tanto si disquisiva in quegli anni rifacendosi alle teorie freudiane, che si andavano diffondendo sempre più nei primi decenni del secolo scorso.
Pasolini, dunque, sentiva su di sé il senso immenso di inadeguatezza e di fragilità che avvertiva nell’immensa consapevolezza di sentirsi vivo e innamorato della vita esclusivamente grazie a lei, a sua madre.

Da puntualizzare i versi che affermano:
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.


Persino il colore è fondamentale per dare forma alla vita perché è fatto di codici e di simboli. Pensiamo alle bandiere e alla simbologia dei loro colori che tanta parte hanno nel definire la connotazione di una nazione, di un partito politico, di una squadra di calcio e la loro storia. Il colore è molto importante anche nella simbologia della chiesa: il viola, per esempio, indica il dolore e la penitenza nel periodo pre-pasquale. Il colore influenza stati d’animo, la moda, i nostri comportamenti, l’immaginario individuale o collettivo, è persino fonte di pregiudizi. I colori sono mutevoli cambiano durante la giornata, ma anche nella vita, nelle varie culture… ma senza la luce non possiamo vederli: il mondo scompare nel profondo buio di una notte illune e senza stelle. Bellissima la simbologia o metafora che ne possiamo ricavare…
Ma, tornando a Pasolini e ai suoi distici, occorre ricordare che, giunto a 40 anni, la ragione lo obbligava a staccarsi da sua madre, senza però che gli desse la forza e il coraggio per farlo. Per cui, ancora una volta, la supplica di non morire mai perché sarà sempre lei a regalargli, con la sua insostituibile presenza, la possibilità di una futura redenzione, la speranza di riscoprire una possibile primavera dell’anima, una sempre agognata purezza del cuore.
Pier Paolo Pasolini, come sappiamo, è morto a Roma il 2 novembre 1975.
Ciò che non potete sapere è che io ero proprio a Roma, quel giorno, con mio marito per l’Anno Santo e lo incontrammo alla stazione Termini. Era da solo nella sua macchina e, a causa del traffico, procedeva e procedevamo a passo d’uomo. A lungo, quindi, potemmo affiancarlo con il taxi che ci stava accompagnando in albergo. Ci sentimmo dei privilegiati. Pasolini era là a meno di un metro da noi. Se Primo si fosse affacciato dal finestrino, avrebbe potuto toccarlo. Forse avrebbe osato sfiorarlo per almeno un saluto, ma il suo sguardo era strano, febbricitante, famelico. Uno sguardo che non ho mai dimenticato: uno sguardo corsaro, come i suoi scritti feroci, audaci, ribelli.

(Gli Scritti Corsari, come ben sapete, è una raccolta di articoli suoi e di altri autori, pubblicata, dal ’73 al ’75. Il tema centrale è legato alla società italiana di quegli anni, con tutti i suoi mali e le sue angosce. Pasolini, forte e fragile per la sua diversità, analizzò con lucido realismo il perbenismo borghese, ipocrita e stagnante, di una società che andava cambiando nei comportamenti esteriori, ma che rimaneva radicata nelle sue idee culturali e civili, attraverso anche il conformismo della società consumistica, grazie anche al precario “boom economico” di quegli anni. Sue furono le coraggiose prese di posizione sull’aborto e sul divorzio. Con un’audacia fuori dal comune per quegli anni ancora in sospensione tra passato e futuro.)

Uno sguardo d’assalto, dunque, cupo e lampeggiante insieme, di chi cercava disperatamente una preda. Pensammo subito a quali prede fosse rivolto quello sguardo così cupo e disperato. E ci sentimmo improvvisamente oppressi da uno strano senso di colpa e quasi complici… Poi, ad un bivio, ci dividemmo: noi verso la salvezza, lui verso la perdizione. Commentammo io e Primo con amarezza. E il mattino dopo la notizia. Rimanemmo sconvolti… Il mio volto sentì la carezza delle lacrime… o forse era anche la pioggia che ad un tatto cominciò a scrosciare mentre alla mente mi tornavano di lui i versi offertimi da Francesca Pice in un suo meraviglioso commento ad un mio articolo, di circa un anno fa, sulla necessità di un lavacro di pioggia e di lacrime per ritrovare la propria innocenza, sulla forza rigenerante della pioggia e della poesia. Eccola: “Ora sento, in me, un sapore di pioggia caduta,/ ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto:/ Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo/ comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi". P.P. Pasolini (ai redattori di Officina).

E sabato 19 marzo, giorno di San Giuseppe e festa del papà, io continuerò a parlare di lui, della sua morte, ma anche della sua “materna paternità” nei riguardi di Ninetto Davoli, che lo chiamava “babbo”, ricevendo da Pasolini premure sicuramente materne di tenerezza e dolcezza, più che paterne regole di autorità…
Ne riparleremo. Alla prossima… ciao.


Ps: le puntualizzazioni riportate qui sono dovute alla gratitudine immensa che provo per quanti hanno avuto la bontà di seguirmi ieri, sabato 5 marzo, e per quelli che commentano con generosità di giudizio le mie parole, spesso anche ingarbugliate e ripetitive, ma sempre dettate dalla mente, dal cuore, dal mio sacro amore per le parole, la scrittura, la poesia…

GRAZIE anche a chi, con pazienza e dedizione, legge questo BLOG, che sempre più diventa “nostro”.

1 commento:

  1. Carissima Angela,
    ho letto con coinvolgente partecipazione questo tuo supplemento di riflessioni alla poesia di Pasolini alla madre “Supplica a mia madre”. Grazie per il contributo interpretativo sceso fin nei minimi particolari (digrammi) a mettere in luce un argomentare poetico che affascina e inquieta il lettore, ma che soprattutto lo coinvolge facendogli assaporare l’angoscia del vivere nella diversità, in una società incapace di riconoscerla e di accettarla.
    Grazie per aver sottolineato la doppia valenza della solitudine nella esperienza della persona e di aver esaltato il valore poetico del colore e della luce.
    Senza la Poesia non saremmo in grado di scandagliare il messaggio inviato da realtà contraddittorie, quali siamo noi in cammino verso l’altrove.
    Grazie. Vito Di Chio

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