giovedì 22 ottobre 2026

Giovedì 22 ottobre 2026: qualche riflessione sugli studenti che stanno protestando per una scuola migliore... (prima parte)

“Saper restare significa
rispondere
all’appello di chi è caduto”
(Massimo Recalcati)

È una frase che sintetizza un rapporto tra che chiede e chi dà, restando accanto a chi è in difficolta. Non a caso “appello”, che significa di solito “chiamare per nome” e la “nominazione” dà già un corpo, un volto, una identità e ciò significa “io ti conosco e mi prendo cura di te”. Quanto importante la “cura”. Presuppone il “restare”, il fermarsi per avere il tempo per ascoltare e dare le giuste risposte ai reali bisogni di chi chiede. Quanto importante l’ascolto per scoprire, conoscere, intervenire in un dialogo che è già comunicazione, congiunzione, sentirsi all’unisono, ossia vibrare dentro ascoltando lo stesso suono, la stessa musica interiore e comprendersi, cum-prehendere, accogliere completamente, senza remore, dubbi, pre-giudizi, che definiscono a priori ancora prima di conoscere l’altro, che è altro da me, ma è lo stesso me ribaltato.

E subito mi torna alla mente “I CARE” (MI IMPORTA, cioè MI PRENDO CURA), scritto all’ingresso della scuola nella sperduta Barbiana, voluta da Don Lorenzo Milani, lì mandato per punizione dai suoi Superiori. Da buon prete, ma laico e comunista, oppose I CARE al “me ne frego” dei fascisti, arroganti e indifferenti ai bisogni del popolo, che viveva di stenti e che non aveva imparato neppure a sognare, né tanto meno a progettare un futuro migliore. E mi sembra di rivivere oggi lo stesso clima in un mondo “capovolto”, dove il sole si specchia ormai nei nefasti acquitrini del fango, della violenza, della prevaricazione e del farsi giustizia da sé, come i periodi delle peggiori barbarie perpetrate dall’uomo contro i suoi simili. Homo Homini lupus (Hobbes). E la mediazione della PAROLA? Necessaria per comunicare e conoscersi?

Ancora una volta è necessario fare riferimento al “prete scomodo” per conoscerlo meglio: Don Milani e l’infanzia dorata in una famiglia ricca e colta dell’alta borghesia fiorentina. I suoi studi umanistici come nipote del grande filologo e studioso Comparetti li compì, però, a Milano, dove i genitori si erano trasferiti con gli altri suoi fratelli, quando era ancora ragazzo. Ben presto avvertì il bisogno di ribellarsi a quella stessa borghesia, di cui faceva parte, per fare spazio ai poveri e agli analfabeti. Don Milani e la sua fede accesa, a imitazione di Cristo, contro una Chiesa cattolica severa nei suoi dogmi, ma contraddittoria e mercificata nell’asservimento ai ricchi e nella cecità verso i poveri. Don Milani, pessimo studente, ribelle a ogni coercizione scolastica, ma grande “maestro”, come egli stesso amava definirsi, per la cura che riversava verso i bisognosi nella sua scuola di Barbiana. Una scuola povera e mancante di tutto, ma ricca di fervore lavorativo, dove tutto serviva per imparare nei trecentosessantacinque giorni dell’anno, compresi dunque i sabati e le domeniche. Una scuola da contrapporre a quella statale, dove “si guarivano i sani e si ignoravano i malati”, e dove si aveva la presunzione di trattare tutti allo stesso modo, ignorando così di commettere un grave errore, “facendo giustizia fra disuguali”. Don Milani, uomo rude, scostante, severo, immerso in una realtà difficile, da lui condita anche di tante parolacce e, insieme, persona, mite, dolce, ricca d’amore per il prossimo e di grande tenerezza per i bambini, a cui insegnava l’importanza della parola e della voce per imparare ad ESSERE e a rivendicare gli individuali diritti di PERSONE nel collettivo della propria comunità di appartenenza contro ogni ottuso e pervicace tolitarismo… Non a caso, sosteneva che insegnare fosse innanzitutto un “atto politico” per salvaguardare i diritti e i doveri di tutti i cittadini, soprattutto di quelli che non avevano avuto mai voce. Rivendicava così l’importanza della “Identità restituita dalla voce”. Quanto importanti, infatti, l’una e l’altra per rivendicarsi nella propria unicità e per rivendicare la propria appartenenza al mondo sociale e solidale. Rivendicare, del resto, non significa pretendere, ma avere consapevolezza della propria unicità come persona in un mondo sempre più ampio e in continua trasformazione. Don Milani, antesignano dell’appartenenza dei suoi alunni non solo al piccolo bosco di Barbiana, ma alla realtà ben più ampia di altri popoli europei e di nazioni diverse per imparare altre lingue, altri modi di essere e di comportarsi (culture, tradizioni, espressioni artistiche e sentimentali). Perché la conoscenza derivasse dall’esperienza vissuta e si dilatasse verso orizzonti di consapevolezza e comprensione della personale socialità. Nella rivendicazione dei propri diritti non disgiunti dagli inevitabili doveri di uomini e di cittadini, ma con riserva di “disubbidire” alle leggi ingiuste e inique. La politica, del resto, deve sentire la propria responsabilità pedagogica della formazione delle nuove generazioni. Don Lorenzo Milani. Faro e approdo per ogni nuova partenza. Ma scomodo, troppo scomodo per cattolici e laici. Da sempre al centro di contestazioni e controversie per il suo ribellismo contro ogni forma di sopruso fisico, intellettuale, etico, fino a dare il fianco alla terribile macchina del fango a stritolarlo con i suoi maccanismi perversi a uncinargli l’anima. Pura e ribelle, la sua anima fino a perderci la salute, ma non la fede. Fino a perdere la serenità, ma non la speranza in un mondo migliore.

Parlare di don Lorenzo Milani è sempre una gioia immensa perché, in qualità di preparatrice di tanti allievi, per oltre trent’anni, fino al 2001, per i Concorsi di immissione in ruolo nelle Scuole di ogni ordine e grado e persino per i Dirigenti scolastici, ho sempre scelto di parlare del “prete scomodo” e della sua scuola di Barbiana, dove svolse la sua opera pedagogica e didattica nei riguardi dei ragazzi provenienti dai ceti più umili, che venivano ignorati o ripetutamente bocciati nella scuola pubblica. Quest’ultima, nel 1962, aveva unificato i due rami scolastici: la Scuola Media, a cui si accedeva attraverso gli esami di ammissione, e l’Avviamento Professionale, a cui si accedeva direttamente dopo la quinta elementare. Nella scuola media unificata venne decretata la “mortalità scolastica”. Don Milani accolse i ragazzi “rifiutati” dalla scuola statale lavorando, come sappiamo, con loro ventiquattro ore su ventiquattro e tutti i giorni compresa la domenica. Era una scuola poverissima con un solo libro di testo e tanti giornali, che i ragazzi a turno leggevano per cercare le parole che non conoscevano e che imparavano a conoscere nel loro significato grazie alle discussioni tra loro, al confronto continuo di idee e di intuizioni, alle spiegazioni del loro maestro. Era questo il suo metodo pedagogico-didattico: guidare i ragazzi poveri di ogni età a scoprire il senso, il significato, il valore di ogni parola per diventare cittadini liberi. Diventavano così consapevoli anche dei propri talenti, ma pure della carenza di conoscenze a più vasto raggio. Scoprivano, inoltre, le personali inclinazioni da seguire per realizzarsi al meglio di sé, senza inutili e dannose perdite di tempo. La scuola di Barbiana, del resto, non aveva cattedra né banchi, ma venne costruita tutta dai ragazzi a seconda delle loro capacità, abilità, predisposizioni. Tagliarono alberi, lavorarono il legno, costruirono un lungo tavolo con delle sedie. Intorno al tavolo ci si sedeva per leggere i giornali, commentarli, discuterne, confrontarsi, parlarne in maniera critico-costruttiva. E qui riprendo quanto da me già scritto su di lui e la sua scuola: <Fece scrivere su un cartello all’ingresso della scuola il motto “I CARE”, ripreso poi come mantra da molte organizzazioni politiche e religiose, fino a uno degli ultimi Presidenti degli USA: Obama. “Tutto mi sta a cuore”, una frase che riassumeva bene le finalità di cura educativa di una scuola orientata a promuovere una forma di sollecitudine per le persone, la natura, le cose.

Desidero ricordare anche che “il prendersi cura”, infatti, è la forma più alta dell’amore da donare agli altri, sia che si tratti dei nostri cari, sia che si tratti dei ragazzi che ci vengono affidati per un intero corso di studi: dalla Scuola dell’Infanzia alle Scuole superiori. Il “prendersi cura”, infatti, sottintende una sorta di necessaria continuità tra la famiglia, primaria fonte di educazione, e la scuola, tra un grado e l’altro della istituzione scolastica. Tra un ciclo e l’altro. Tra un anno e l’altro. Non basta alla scuola dei nostri giorni “accogliere”, occorre prolungarne l’azione perché l’educatore abbia tempi e modi per avviare un processo di conoscenza dei suoi allievi; conoscenza, che li porterà ad acquisire quel senso di fiducia e di autostima che li accompagnerà per tutta la vita, sempre grati a quel “maestro” che si era rivelato tre volte tale (magis-ter) con loro, nell’arco di tempo dell’insegnamento-apprendimento svolto insieme. La didattica, arte/scienza dell’“insegnare” non deve essere mai disgiunta dalla “matetica”, arte/scienza dell’apprendere. “I care” trasporta come messaggio la disponibilità a non essere centrati su sé stessi e riconcentra l’attenzione e l’interesse al mondo degli altri, sollecitando un comportamento di rispetto della dignità della persona. Di ciascuna persona. Di ciascun alunno, con i suoi “punti di forza” da valorizzare e le sue “fragilità” da far superare.

A questo punto, per meglio comprendere la figura di Don Milani, occorre ricordare che, con grande disappunto dei genitori agnostici e anticlericali, non prese mai la laurea e, dopo un periodo di sincera conversione, volle farsi sacerdote per essere in contatto con la Parola di Cristo e del Vangelo, per seguirne le orme, mettendosi sempre dalla parte degli ultimi, ma ribellandosi alla stessa chiesa, da lui ritenuta tradizionalista e classista, come riteneva tradizionalista e classista la stessa scuola pubblica. Le due Istituzioni erano restie al cambiamento, come lo era la società del tempo, ancorata al passato senza la luce della inevitabile, necessaria trasformazione anche culturale che l’avrebbe traghettata verso il presente e il futuro delle nuove generazioni. Ma l’analfabetismo era dominante, di qui anche le prevenzioni e i pregiudizi. Don Lorenzo, invece, respirava aria di ribellione da tutte le “catene” negative del passato. Voleva soprattutto una chiesa e una scuola per la gente umile e diseredata, in quanto il buon Dio non faceva distinzioni tra i ricchi e i poveri, avendo dotato tutti della stessa intelligenza e capacità d’imparare. Soprattutto era per la costruzione di un pensiero libero di tutti i suoi ragazzi, nessuno escluso, perché ciascuno si potesse confrontare con tutti i possibili interlocutori. Anche coltivando uno spirito acuto all’insegna dell’ironia e dell’autoironia, armi vincenti nel misurare sé stessi e i propri sogni e progetti per trasformare il mondo. Infatti, a Barbiana, oltre al motto “I care”, i ragazzi costruirono un mosaico, che appesero alle pareti, con raffigurato un ragazzo con l’aureola, intento a leggere un libro. Si trattava di un messaggio simpaticamente autoironico, riguardante il “santo scolaro”.

La prova della loro bravura nell’usare appropriatamente la parola scritta fu, però, Lettera ad una professoressa (pubblicata da LEF una piccola casa editrice fiorentina), frutto interamente del loro impegno nel denunciare tutte le pecche della scuola pubblica di quegli anni, una scuola che non teneva conto delle diverse condizioni sociali, culturali familiari e umane di ogni allievo. La gente di quel tempo, però, non era preparata al cambiamento nella scuola come nella vita e per questo la Lettera, che aveva avuto varie fasi di stesura per renderne agevole la comprensione dei contenuti a tutti, persino agli analfabeti (quasi tutti a quell’epoca) venne in un primo momento accolta freddamente dall’opinione pubblica. Solo dopo la morte di Don Lorenzo ha avuto la risonanza pedagogica e sociale che meritava. (Ma non sempre e non ancora). E qui mi sembra doveroso riportare almeno una pagina della Lettera per comprendere l’importanza pedagogica fondamentale di un “maestro” tre volte tale per la cura che ebbe con tutti i “Gianni” che la scuola pubblica di quegli anni (e non solo) confinava all’ultimo banco in attesa di sbarazzarsene quanto prima. "Io vi pagherei a cottimo...":

… Se ognuno di voi (insegnanti) sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l'ingegno per farli funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. Allora l'occhio vi correrebbe sempre su Gianni (l'allievo più svantaggiato). Cerchereste nel suo sguardo distratto l'intelligenza che Dio ci ha messa certo uguale agli altri. Lottereste per il bambino che ha più bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie. Vi svegliereste la notte con il pensiero fisso su lui a cercar un modo nuovo di fare scuola, tagliato su misura sua. Andreste a cercarlo a casa sua se non torna. Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola… (Don Lorenzo Milani da Lettera ad una professoressa, pag. 82)

A soli 44 anni don Milani, affetto da una grave malattia, si spense (26 giugno 1967), lasciando una eredità spirituale, oltre che pedagogica, di valore inestimabile. Le sue ultime parole scritte furono rivolte ai suoi ragazzi: Ho voluto più bene a voi che a Dio,/ ma ho la speranza che Lui non stia attento/ a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al Suo conto. Eccezionale testimonianza educativa, umana, religiosa, spirituale che rimarrà sempre nel nostro cuore, nella nostra mente, nelle nostre parole>. A distanza di cento anni la straordinaria attualità della sua scuola è evidente.

A domani per la seconda parte. Grazie a chi continua a leggermi con tanto affetto. Angela/lina

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