Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
sabato 24 aprile 2021
Sabato 24 aprile 2021: continuando col recupero di messaggi, commenti, poesie..
giovedì 22 aprile 2021
Giovedì 22 aprile 2021: ripescando messaggi, commenti, poesie...
E mi piace molto il commento della nostra Mariateresa di domenica scorsa. Indubbiamente mi gratifica, ma soprattutto mi dà la possibilità di ribadire il salutare concetto per tutti di “fare rete” per vincere la solitudine subìta in questi tempi così difficili da vivere “in catene”. Ma fare rete ci offre tante altre opportunità di “agire”, “osare”, “sentire”, “guardare”, “ascoltare”, “vivere insieme”…
Ed ecco il rincuorante messaggio di Mariateresa: Angela
carissima, sono le tue parole a portare il sole nelle nostre case e nei nostri
cuori. Non sbagli quando affermi che la solitudine interiore può essere
sconfitta facendo rete e, credimi, è quanto avviene in questo tuo salotto. Per
me è, ormai, un appuntamento irrinunciabile! Ancora grazie, dal profondo del
cuore!
C’è poi il recupero di un messaggio di Elina. Una poesia
rammemorante che conosco molto bene: “L’addio”. Ho avuto
case ad abitarmi/ Dietro la porta chiusa della stanza/ neppure un filo di luce/
ad illuminare la macchina da cucire/ Eppure di notte il tuo scialle di mohair/
passa lento davanti a uno specchio/ Spento è il respiro/ Un battito d’orologio
segna l’addio. - tratto da "Le stanze del vento", SECOP edizioni
2016, Collana I Girasoli a cura di Angela De Leo.
E altri importanti ripescaggi a partire da gennaio 2021:
Mariateresa ha commentato su "La
magia delle FINESTRE: sabato 2 gennaio 2021 - finalmente l'Anno Nuovo!".
2 gen 2021: Che splendida immagine quella del tempo pellegrino! Se ti
fa piacere leggere alcuni miei versi sull'argomento ti posto una mia piccola
poesia. Grazie sempre!! “Tempo mi darai?”: Mi darai lenzuola profumate di sera/
che giocano nel groviglio delle lacrime?/ Mi darai aneliti alati di pace/ che
sgrumano le vene dal gelo?/ Mi darai vento scosso da speme/ che flette la boria
delle teorie per riflettere? (M.Bari). E sempre Mariateresa: 3
gennaio. Quanta intensità! Quanto in profondità scavano i versi di Primo... e
il tempo si fa tempio! A domani Angela! Senza forse...
Giulia
Basile ha commentato su "La
magia delle FINESTRE: domenica 3 dicembre 2021"
4 gen 2021: Ancora una volta la poesia arriva dove non
arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne
godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa
definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere
l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di
suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di
spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere
più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più
riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se
potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah! E Mariateresa su "La
magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021". 4 gen 2021: Angela
cara, grazie... infinitamente! Per il Tuo commento inaspettato ma tanto, tanto
apprezzato! Il tuo dire è una carezza gentile, ed ossigeno puro, per me... Ma
un infinito grazie anche per il tuo viaggio seducente nel pianeta Tempo. Il tuo
racconto ne svela i panorami mozzafiato e i borghi incantevoli come pure le sue
ombre nascoste. Un abbraccio a te. Forte! Ancora: "La
magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021". 5 gen 2021 “Sul
pianeta Tempo”: C'è un pianeta dove nascono sogni a mani giunte e un
filo di voce rammenda preghiere dimenticate sui marciapiedi delle ore. Dove ci
tocca il velluto di parole nelle carezze di un pennello a punta fine sul
davanzale del pensare. Dove si fa corpo il verbo dell'essere. M. Bari Appena
nata! Che meraviglia, Mariateresa! “… preghiere dimenticate sui
marciapiedi delle ore… velluto di parole nelle carezze di un pennello a punta
fine sul davanzale del pensare”: sintesi perfetta del nostro tempo dimentico di
preghiere, ma ricco di nuovi modi di pensare che si trasformano in carezze di
mai spenta poesia in cui “si fa corpo il verbo essere” per ristabilire la tua
ri-nascita… E, poi, su "La
magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021": "E la
memoria come mamma amorevole nutre i ricordi come fossero bambini suoi"
... quanta poesia... Sempre grazie per il tuo generosissimo dono, Angela! A
domani. E su "La
magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021" ecco un
delicato dono di Elina: Ho una casa foglia che sta sulla faccia/ Accedo
naufraga dall’acqua di mia madre/ Natante/ Al rosso del cosmo (Elina).
E tutto è liquido amniotico, attraversamento, colore, Vita. E sempre il 5
gennaio Giulia
Basile su "La
magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021": Cara Angela non
dico nulla perché mi hai inondata di pensieri belli e profondi e tanto
intrecciati da esserne sazia. Mi rivedrò tutto e rileggerò lentamente, sicura
di averne beneficio. Grazie. Sono io che ti ringrazio, mia Giulia: i nostri
attraversamenti dilatano consapevolezze, orizzonti, rivendicazioni, voci,
volti, storie… E tutto veramente ri-nasce. Subentra nuovamente Elina ne "La
magia delle FINESTRE: 6 gennaio 2021": Il primo commento al libro di
poesie “Alle radici dell'erba”, collana I Girasoli, Secop Edizioni 2020"
giunge oggi inaspettato da Giovanni Romano che ringrazio per sintesi e
contenuto. Lo riporto qui di seguito: "Ho letto questo libro nel momento
migliore per apprezzarlo: la tranquillità e il silenzio della tarda serata,
prima di andare a dormire. Quando gli impegni e gli affanni della giornata sono
finiti, o quanto meno si lasciano dietro di sé. Fa bene all'anima leggere
questi versi. Fa bene all'anima sapere che esiste chi sa custodire e donare la
meraviglia e la bellezza del mondo, la gratitudine per l'affetto che ha
ricevuto, i colori e gli spazi immensi per farci volare nella sua fantasia. Non
mi stancavo di assorbire questa voce, di seguirla in silenzio nel suo mondo
incantato. È la voce di una poetessa sempre più consapevole della propria arte
fino a trovare una splendida sintesi per definire che cos'è la propria poesia,
e quale effetto opera: "La carezza che porta / al disgelo delle palpebre". Una
recensione davvero ricca di osservazioni poetiche, con poesia. Per contagio
naturale, direi, tanto è vero che la conclusione è testimonianza di quanto
rilevato/rivelato da un formidabile saggista appropriatosi del linguaggio
poetico con tanto amore. Incalza Mariateresa il 7 gen 2021 : Angela
davvero non ho più parole per ringraziarti, ma solo lacrime di commozione! Un
abbraccio immenso (…) E a proposito della consapevolezza di un
ESISTERE che è inno a ciò che di umano ancora resiste... eccone un'altra!
“Errare”: Eccomi piuma di un'ala esausta di peso/ sottrarsi al greve di un fare
disfatto./ Eccomi grafia di un verso incompiuto/ sprecato nello spazio di un
rigo troppo stretto./ Eccomi braccia esili a sorreggere/ un improvviso sapere
di sé che imbavaglia l'attimo./ Eccomi chiodo, finestra, focolare./ Eccomi
errore nell'errare. E il gioco di parole conclusivo rivela magnificamente la
sapienza della tua scrittura… Condiviso questo sinteticissimo commento anche da
Giulia Basile che così scrive il 10 gennaio 2021: Angela sei una fonte di
acqua fresca e limpida in un mondo che affoga in acqua stagnante, e tu, invece
di adagiarti col passare degli anni in giorni pigri e indolenti, tu fai dei
tuoi pensieri un fresco ruscello dissetante per chi sa apprezzare la vita.
Grazie per i tuoi stimoli. Bella anche la poesia Errare di Mariateresa. Che dire,
mie carissime amiche, quello che stiamo realizzando con il Retino e il blog è
davvero entusiasmante. Non manca un nuovo commento di Mariateresa 12 gen 2021:
Tutto molto illuminante! Sempre grazie! Come d'abitudine condivido qui alcuni
versi scaturiti dall'ultimo appuntamento con il "Retino". “Tutto
e niente”: Tra tutto e niente leggo/ il labiale nella vita intrauterina/ che è
alba di promesse mai pronunciate,/ nuda luce dimentica di sé./ Nel tra di un
passaggio si gioca il tutto./ Il suono ribelle dei musi lunghi,/ gli anni di
lune che inciampano e ostinate/ riprendono a innescare sogni,/ i muri spigolosi
di delusioni, le mute deflagrazioni./ Tutto e niente il nostro abitare case/
nel vivere incerto di palude. E qui riprende il sopravvento la tua amara
inquietudine, Mariateresa, in versi che non riescono a volare, imbrigliati come
sono “nel vivere incerto di palude”. Molto è dipeso, a mio parere, dagli
argomenti trattati nello scorso Retino, infatti tu scrivi il 13 gen 2021:
Quanto sempre imparo Angela, da queste righe tanto attese. Ogni giorno. Oggi
poi hai toccato le corde più intime del mio cuore...
sabato 17 aprile 2021
Sabato 17 aprile 2021: e altre poesie mi vengono a trovare…
E ho ripreso a cercare tra i commenti che mi giungono su la
poetologa quanto ho involontariamente non portato alla condivisione. Ed ecco,
per esempio, la prosa poetica di Mariateresa Bari, tratta da Intraverso,
spiragli nell’essere… Come non condividerla? Meravigliosa quanto amara: “Nella
stanza degli occhi”. Di scivolare all'imbrunire nelle ore roche del sonno che
spoglia dal frastuono del non detto, accade. Accade di azzannare una nuvola
stanca che trasfigura in spuma di mare, scardina le porte serrate del cuore e
resta. Mesta vibra l'aurora nel ruggito di onde feline. E si cerca nello
specchio di cielo ingiallito di foglie. E sempre di Mariateresa: Davvero
sanguinanti i versi di Mastropirro. Sanguinano il dolore e l'ingiustizia di
tutti i calvari del mondo, come tu dici! E quell'orrore toglie il sonno, a chi
ha non solo occhi per guardare ma anche voce per gridare lo strazio e
denunciare. Questa una piccola poesia scritta da me quasi due anni fa, quando
abbiamo ignorato l'esistenza di una nave di profughi nel nostro Mediterraneo,
trattenendola in mare per mesi negando asilo e accoglienza. E trasformandoci in
tanti Giuda. Sempre grazie Angela per le tue riflessioni, che infondono
speranza. “La nave fantasma Morde il dolore incrostato sui volti. La luna
inciampa eterea nelle urla e sbianca desideri ormai appassiti. Non c'è fiato,
non più”. (M. Bari 31/7/2019) Quanta verità e quanto dolore misto
a rabbia e impotenza in quei giorni. E quante invereconde strumentalizzazioni…
In alcuni casi meglio non avere più fiato. E Giulia
Basile ha commentato su "Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto
attesa...": Grazie Angela, sei tu poesia col tuo sentire, che
trasforma in poesia i tuoi commenti in prosa. <3. Grazie di
cuore a te e a tutti voi che alimentate il mio amore per la poesia e il mio
desiderio di vera condivisione. Poi dal 31 mar 2021 recupero ancora
Mariateresa: Angela quant'è dolce naufragio nel mare dei ricordi... che
sanno di "cialledda" nelle sere d'estate e taralli di massa nelle
vacanze pasquali. O di ninnananne in vernacolo intonate dalla mia cara nonna.
Grazie sempre Angela, per il tuo immenso dono! E il dono è reciproco e
profuma di ricordi antichi che scaldano il cuore. E, poi, sempre Mariateresa ha
commentato su "Mercoledì 24 marzo 2021: nel Retino la parola
GRATITUDINE...": Cara Angela, come non esserti grata? Ecco i
versi scaturiti stanotte dalle tue riflessioni! “Nel debito di un credito”:
S'annoia il sé, spossato depone la sua corona smilzo di cuore e si prepara
all'esodo. L'alito assassino non più appaga. Il lampeggiare di finestre nel
buio delle sue frequenze troppo acute, stride e si fa strada. Lo guardiamo
trapassare lo specchio e lambire solitarie rive col suo foulard di tedio al
collo. (M. Bari). Perle che mi lasciate e che io raccolgo con grande
ammirazione, amore, voglia d’imparare. Il vostro nuovo modo di scrivere poesia
mi cattura e mi allarma: c’è troppa amarezza, troppo sconforto, troppa
solitudine. E troppa voglia di rinnovamento interiore per poter ancora sperare
in un mondo migliore. Fare rete significa anche sconfiggere la solitudine.
Poter sperare insieme. Dobbiamo provarci con tutte le nostre forze. È questo il
mio nuovo proposito per il giorno che comincia. E, infine, Mariateresa
Bari ha commentato su "Giovedì 18 marzo 2021: alcune poesie di Giovanni
Gastel...": Straziante ma necessario. Doloroso ma salvifico.
Questo è per noi poveri che restiamo, parlare di chi la varcato la soglia.
Parlare di Loro è parlare con Loro. Il ricordo è un luogo d'incontro! Grazie
Angela per queste lacrime di commozione. Un abbraccio. Anche questa è per
me una lezione di vita. E, a proposito di Giovanni Gastel, ecco cosa mi ha
inviato Giulia Caminada che, come fotografa, ha lavorato nel suo Studio, in
ricordo della sua grande umiltà e umanità: Sono una bolla di
memorie/ che naviga portata dal tempo./ Non mi aspetto/ di essere ricordato./ E
neppure che qualcuno sappia che sono esistito./ La campana continuerà a
suonare/ anche in mia assenza./ I mostri a esistere./ Siamo figli dell’uomo./
Poi cadremo in un sonno profondo./ E il prete dirà/ - Era una persona delicata
-./ E correrà a casa a guardare la televisione. Quanta dolorosa
amarezza anche in lui prima di scoprire sempre più vicina e consolatoria la
presenza di Dio. E sempre su Giovanni Gastel ecco un’altra testimonianza di
Francoise Sallé, una persona eccezionale con cui sono diventata amica grazie al
nostro comune meraviglioso amico. Risale al 13 marzo: Sono straziata
dall'apprendere che Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi italiani ci
ha lasciato oggi pomeriggio.
Ti voglio salutare, Giovanni, ritornando alla lettera di
ringraziamento che ti ho indirizzato dopo quell'indimenticabile
"shooting" del 5 dicembre 2017, nel tuo studio di Milano.
Caro Giovanni, caro perché non si può passare davanti al
tuo obiettivo senza provare quel senso di amicizia che sai infondere intorno a
te e che si ha - naturalmente - voglia di ricambiare con slancio affettuoso. Un
senso di amicizia che, dunque, ho provato anche io sin dalla tua calda,
sorridente accoglienza a braccia aperte.
Hai realizzato un mio antico sogno, permettendomi di
passare "oltre lo specchio", cioè da redattrice di moda, a mia
volta,"modella". In quell'occasione ho potuto respirare di nuovo
l'atmosfera di uno studio foto, circondata dalle persone amiche, Sandra,
Federica e Stefano in particolare, che si erano ritrovate impegnate in ciò che
avevo denominato "progetto Gastel"; un progetto un po' folle nato
dopo una chiacchierata con te, una sera tardi, a proposito di un bellissimo
ritratto che tu facesti ad una famosa "soubrette". Si dice che ttu
sappia cogliere il cuore e l'anima delle persone che il tuo obiettivo indaga.
Vicino a te ho sperimentato quell' "eterno istante" in cui, come dici
tu stesso, la fotografia restituisce l'archetipo della natura della persona e
non la documentazione richiesta della sua realtà.
Perciò sono rimasta senza parole scoprendo i due ritratti
che mi hai donato con tanta elegante generosità.
Come potrei quindi non esserti grata per ciò che hai
visto in me e spero di "combaciare" almeno un po', almeno nel
profondo del mio essere, con la bellezza che hai voluto regalarmi.
Il 2017 è stato per me un anno cardine: cominciato molto
male, si è, in qualche maniera, riscattato nei mesi successivi con degli
avvenimenti felici che hanno segnato per sempre la mia vita.
L'incontro con te è stato uno di questi avvenimenti.
Ti ringrazio.
Un bacio grande grande.
Arrivederci, Giò.
E vorrei concludere con una poesia che ritorna a parlarci di
primavera con un commento della carissima Elina Miticocchio, trovato stamattina
sul mio blog: “In questa perduta primavera”. Su quali sogni si appoggia
il sole in questa perduta primavera dove manca il tempo soffice del volo e dei
larghi pensieri eppure resta il fiato per sospingere 'ancora lontano ci
ritroveremo'… Mi infilo in questo attimo sospeso in questo fragore di incanto
perduto mi offro creatura spoglia senza rotta oppure rotta nei meccanismi del
cuore eppure conosco il suono un violino tornerà a fare musica ad incantare il
mio giorno (Angela così ho sentito leggendo questo post).
Pirandelliano cuore di violino quello di Elina per incantarci ancora, dopo ogni
sperdimento suo e nostro. Grazie infinite a tutti voi che con questi messaggi
così poetici, leggeri e profondi, ricamate il nostro blog con tanti luminosi
fili, diversi ma tutti impregnati di splendida POESIA. Grazie. Buon fine
settimana. Speriamo con tanto sole…
martedì 13 aprile 2021
Martedì, 13 aprile 2021: un mese dal tuo volo tra le stelle…
Uno scritto di Giovanni Gastel sulla Primavera:
la Primavera, l’anima della natura e le emozioni della rinascita. Nel
passaggio dalla primavera all’estate lo spirito della natura si rivela al
mondo. l’anima dell’uomo si riversa in ciò che vive intorno, così egli diventa
uno con tutto ciò che cresce, con ciò che germoglia e sboccia: fiorisce insieme
al fiore, germoglia con la pianta.
Personificazione delle forze della natura, le Ninfe erano parte
integrante di essa e, di conseguenza, avevano con la Natura un rapporto
particolare: fiumi e laghi, mari e monti, prati e sorgenti, boschi e alberi…
tutti avevano la propria Ninfa protettrice.
Buon inizio di primavera a tutti.
13 marzo
Più tardi quella sera
la voce si fa dolce
con tenerezza
le sue mani aggiustano la
coperta
giro la testa e chiudo gli occhi
ma la sua mano e nella mia
e il sonno scende dolce
mentre sento il suo sorriso
vicino
Milano 2021
Se potessi raccontarvi una
storia
una storia bella
con un finale lieto
come nei film americani
vi racconterei di un bambino
malinconico
che dalle sponde di un lago
ha visto la bellezza venirlo a
cercare.
Lei gli ha detto
-
Seguimi
non ti
prometto la pace
ma attimi
di intensa gioia
che valgono una vita -
Lui l’ha
seguita
e lei l’ha
difeso dalla durezza
del vivere.
Non ha
vissuto felice e contento.
Ma ha
vissuto con grande intensità
quel viaggio
sublime che chiamiamo
Vita.
Milano 2021
Silenzio e Preghiera…
lunedì 12 aprile 2021
Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto attesa...
Sono bellissimi i canti di primavera che voi amici mi avete inviato e il Retino ha catturato qua e là, lungo i sentieri fioriti di primule e tulipani, nasturzi e mimose, lavanda e ginestre. Un tripudio di colori e di profumi che invadono sensi e sentimenti…
Gianni ha scritto questa poesia:
Esposti al vento
petali di astragalo
fluttuano, rincorrendosi,
tra le braccia riarse
dei mandorli.
"Qui c'erano fiori"
dice il vento spezzando un
ramo...
Ma i petali non
ascoltano
affranti guardano la
lucciola morente
che ieri illuminò la notte
dando la sua luce al buio.
(G. Brattoli)
Gianni non vuole sentirsi dire se è bella o meno. Vuole sapere solo
come la interpreto.
Ed io non ti dico che è bella anche se è bellissima, né che è brutta
anche se è tristemente amara, ti dirò che mi ha detto molto di più di quanto tu
possa immaginare. Già il primo verso contiene il primo strappo all'apparente
bellezza della natura. Ci sono i petali dischiusi dell'astragalo in tutta la
loro delicatezza che il vento, però, scuote e ferisce e, mentre si rincorrono e
si rifugiano tra le braccia dei mandorli solo un attimo prima in fiore, ne
spezza un ramo. Sempre più ardito e violento, ignaro del dolore che procura.
Gli stessi mandorli, che sembrano accogliere quei petali che danzano e si
rincorrono quasi bambini in gioco, sono in realtà riarsi e scarso rifugio di protettiva
ombra possono offrire. Certo, un tempo "c'erano fiori". Oggi non più.
Quanto veloce lo scorrere del tempo. Ma i petali non ascoltano il rimpianto del
vento, presi come sono da un dolore più grande e presente che si materializza,
ai loro occhi affranti, in una "lucciola morente" che ha offerto,
come estremo sacrificio di sé, in dono alla notte, la sua luce per illuminare
il buio di un cielo che non perdona. Poesia metafora della caducità del tempo
che, dal primitivo splendore, tutto trasforma inesorabilmente in perdita e
dolore. Ma non è vano il generoso sacrificio della lucciola se i petali
oppongono alla crudeltà e alla indifferenza del vento i loro occhi affranti
mentre la scorgono morente. È un risarcimento che apre finalmente il cuore,
negli ultimi versi, alla speranza. Non tutto passa o accade invano...
Ed ecco una poesia di Mattia Cattaneo. Una poesia di insolita
primavera tra la pioggia fredda di fine marzo e il sangue caldo che, lentamente,
come la pioggia appunto, cade ma per accendere ancora di più l’amore che il
poeta sente per la fanciulla amata e tutto è una esplosione di rosso colore,
tra ciliegie che nulla sanno di sé e la “solennità dello spazio” abitato dall’autore
nella consapevolezza meravigliosa dell’“incendio di un papavero” avvampato dentro
il cuore, non a caso con la “C “maiuscola, centro di tutto il suo universo,
universalizzabile:
pioggia fredda/ il tuo lento
sangue/ cade sulla luce del Cuore/ e fibre di crepuscolo/ dissetano quel sole,/
calante,/ nel giorno.// Solennità/ del mio spazio,/ le ciliegie ignorano/ la
loro origine:/ tu mi hai portato dentro/ l’incendio di un papavero.
E questi ultimi due versi sono un capolavoro di sintesi, in cui
esplode POESIA.
Poi, una poesia del mio carissimo amico Filippo Mitrani “PENSIERI
NOTTURNI”:
Nell’affannata corsa/ per porre
il morso al tempo,/ ribelle alla precarietà del tumido virgulto/ lascio sedurmi
dalla magnificenza/ d’ogni nuovo germoglio. Smarrita la certezza/ della
caducità umana,/ inorridita è la coscienza/ dalla beffarda senescenza imposta./
Vana angoscia, la prostrazione e il tormento/ pronti a incupire la luminosità
della mia età/ lungo il tragitto prossimo al traguardo./ E il suo sorriso, lì,
che mi attende!/ Quanta beltà perduta/ da questa soccombente,/ scriteriata
lotta.
(9 aprile 2021)
E, finalmente, Filippo getta l’àncora che germoglia ancora di
Primavera, avendo ormai dentro di sé acquisito la consapevolezza dell’inutile
tediarsi per la “prostrazione e il tormento” che suscita l’approssimarsi, per
ciascun essere umano, con capelli di argentata luna ormai, dell’inevitabile “traguardo”.
Meglio evitare la inutile lotta contro il tempo e accettare il “sorriso” che ci
attende. Strategia vincente. Convincente.
E, infine, di Tommaso Di Lernia:
cadono parole/ come lacrime/ da
spogli alberi/ pensieri mutano/ vento rincorrono/ migrano lontano/ dove il
mattino nasce/ con silenziosa armonia/ e nell’anima diffonde/meraviglia
divina/l’amore tuo/ a me donato/ di bellezze nutre/ i sogni miei// 10 aprile
2021/ senza titolo/ senza virgole/ senza punti/ senza il superfluo/ che all’anima
non serve/ per ricamare/ la vita
Ed è un canto d’anima. Un inno all’amore che sa valorizzare l’essenziale
e non chiede altro che di nutrirsi solo di sé stesso. In una eterna primavera
del cuore che “ricama la vita”.
A domani con il Retino e tanto altro ancora.
giovedì 8 aprile 2021
Giovedì 8 aprile 2021: e ancora la ineffabile POESIA di Pasqua…
Anche le poesie tentano di colorare la nostra anima all’alba di questa insolita Pasqua per non lasciarci in catene e senza luce. Il Retino ha accolto le poesie che avete inviato sul blog, altre che ha catturato per strade solitarie e prive di allegria, e due luminose a restituirci la Pacecome lievito di pane quotidiano. Ed eccole qui che incontaminate, e con voci diverse, volano come colombe bianche lanciate nei cieli obliqui tra le nostre case. Intense e lievi come sogni che afferrano stelle per trovare una buona ragione a sconfiggere il buio.
E comincio con il mio amico Mattia, appena conosciuto ma già presente
in questa pagina con una dolente e intensa poesia, che si schioda lentamente
dalla croce e va a colmare il vuoto di un giorno che “non saprà raccontare” perché
ancora una volta “lanciano dadi/ si giocano la tunica”. E il figlio di Dio,
fattosi uomo, è costretto a registrare, risorto ma sconfitto, “la crisi del
vero”…
Mattia Cattaneo:
giara crepata/ la tua lezione silenziosa/ lotta affannosa/ e pensieri
giudicanti/ non devono consumare/ questo davanzale/ scarno/ di parole// è un
giorno/ di quelli/ che domani/ non saprò raccontare,/ grappolo di mimosa
fregato// lanciano dadi/ si giocano la tunica// ancora oggi/ si palesa/ una
crisi del vero.
Ma la breve poesia di mia figlia, per augurare a tutti una Pasqua di
rinascita nella possibilità di ritrovarci più uniti che mai dopo tanto
distanziamento, racconta un’altra storia per continuare a sperare.
Raffaella Leone:
siamo nati insieme/come fiori su rami nodosi/ uniti/ nella Speranza
di/ fiorire grappoli/ di nuovo/ nell’attesa/ del GiornoNuovo/ Della Vita/
Restituita
E mi giunge da un carissimo amico che non vedo da un paio d’anni una
poesia che concilia il senso amaro della prima con l’attesa di una possibile
salvezza della seconda.
Tommaso Di Lernia:
“Il sacrificio”: Nero sole acceca/ scorre su quella croce il sangue/ a
noi indifferenti mostrata./ Conficcato è il ferro nella carne/ e di spine irte
è fatta la corona./ Perdona coloro che non sanno, / le ultime parole di uomo/
che salgono con divina forza al Padre./ Il tuo volto non ho visto/ ma di te ho
sentito parlare,/ nei vicoli bui delle periferie/ e tra la gente che non ha,/
ma che pronuncia forte il nome tuo./ Il sacrificio tuo è il peccato mio,/ le
tue sembianze sono a me simili,/ so che tornerai, ne ho bisogno,/ ora, sempre,
e il sangue più non scorrerà.
E la mia amatissima Silvana, a cui devo anni di cure fisiche e di
carezze per l’anima, mi manda versi di dolce malinconia nelle ore che
lentamente gocciolano come lacrime di tristezza prima che si faccia giorno di
verità. Ed è carezza per il cuore il silenzio del mondo che trema d’attesa al
chiarore della nuova alba.
Silvana Mangano:
Lente/ le ore/ accarezzano il cuore,/ sibilano strani suoni,/ arcani,
lontani…/ ma l’anima li riconosce/ come una pecora/ i suoi agnelli/ Che dire
dei mondi lontani?/ Nel silenzio del cuore/ vi è la loro eco possente…/ Il
silenzio del mondo/ è la Voce di Dio…
Infine, il retino ha catturato due meraviglose voci ad indicarci il sentiero
fiorito della Fede, della Speranza, della Carità.
Don Tonino Bello:
Il Signorevi riempia la casa di profumo pasquale, del fuoco di pentecoste
e del vento delle montagne delle rivelazioni.
Sii felice e sforzati di rendere felici gli altri.
Papa Francesco:
ecco il primo annuncio di Pasqua
che vorrei consegnarvi: è possibile ricominciare sempre, perché c’è
una vita nuova che Dio è capace di far ripartire in noi al di là di tutti i
nostri fallimenti. Anche dalle macerie del nostro cuore - ognuno di noi le
conosce - Dio può costruire un’opera d’arte, anche dai frammenti rovinosi della
nostra umanità Dio prepara una storia nuova. Egli ci precede sempre: nella croce della sofferenza, della desolazione
e della morte, così come nella gloria di una vita che risorge, di una storia
che cambia, di una speranza che rinasce.
Quale messaggio più confortante per tutti, credenti e non credenti, in
tanta lacerante paura che ha reso il nostro pianeta deserto di speranza e il
cuore spento all’amore? E l’anima rinasce dalle macerie dei nostri antichi errori
e si accende di rinnovata Luce.
A domani sera con tanto Sentimento…
venerdì 2 aprile 2021
Venerdì 2 aprile 2021: Venerdì Santo e la festosa Pasqua ancora nel ricordo...
E dopo la Via Crucis di SUD…ario, riprendo
i ricordi della mia Settimana Santa di tanti anni fa:
Poi la festosa Pasqua. Le campane a gloria della
mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la
Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l’avvenuta riconciliazione tra
Dio e gli uomini. Noi c’inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i
pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci
baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo,
tu benedicevi l’abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo
d’ulivo e l’acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a
casa in una bottiglietta (e mai il timore di un’infezione a sfiorarci e mai una
malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani,
più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno
della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!). Il benedetto era (e forse
è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a
metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il
giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l’agnello
e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la
lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli
sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo
intero e con la vita (e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/
buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che
in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma
alla fine devi dir… ah, sì bè/ buona pasqua pure a me! Carosone dalla radio cantava
anche per noi…).
Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di
verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la
Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali,
l’immancabile “vrədéttə” (non credo sia traducibile in italiano, forse “il
brodetto”, ed era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con
dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…) e altro buon vino e
chiacchiere e risate.
Tu raccontavi...
Poi, giunse il tempo della Pasquetta con gli amici. E tu
e nonna restavate a casa perché non era più, per voi due, tempo dei lunghi
passi tra l’erba, delle inerpicate sui sassi, delle scampagnate faticose. C’era
ormai la stanchezza di giorni lunghi da portare su spalle più curve e su gambe
sempre più malferme. (‘na ròutə da rəpàrà u səllénə da səstəmà u manùbriə da
addrezzà e u cambanìddə ca dəchiàrə allàrmə còmə a ‘na campàna ròttə e stənàtə…
cə nə məttémə tùttə ‘nzìmə jìndə a la màchənə pə fànnə abbəvèscə nàn jèssə jùnə
bbùnə…) (una ruota da riparare il sellino da sistemare il manubrio da
raddrizzare e il campanello che dichiara allarme come una campana rotta e
stonata… se ci mettono tutti insieme nella macchina del restauro di tanti
vecchi non ne viene fuori neppure uno sano…).
Si spezzò l’incanto...
Uno di quegli anni, proprio durante la settimana santa,
tu eri in chiesa e ad un tratto ti alzasti perché dovevamo andare via, ma ti
accasciasti sul banco con un dolore acuto alla schiena e alla gamba. Furono
costretti alcuni uomini nerboruti a portarti fino a casa con la sedia su cui ti
avevano fatto sedere. Non si riteneva, a quei tempi, di dover chiamare
l’ambulanza per situazioni del genere. Tutto si risolveva con la solidarietà di
parenti, amici e conoscenti. Ma tu rimanesti a letto a lungo e la nonna ti fece
delle iniezioni che il medico ti prescrisse per farti stare meglio. Era
probabilmente il nervo sciatico infiammato. La nonna commentò preoccupata e
scontenta: “Chə cùrə sòrtə də chìtrə ca stèvə jìndə alla chiésjə stémmə tùttə
‘ndəsàtə, pə ffórzə ca nə avèvəna scəcàttəscià rə rèumatìsmə, pórə jè mə səndèvə
tùttə u pìttə chəstəpàtə e d’óssərə chjìnə də dəlórə e rə scənòcchjərə ca nàn zə
chjəchèvənə. Fəgùrətə Məngùccə ca sóffrə də l’àrtrósəchə!” (Con quel gelo che
stava in chiesa stavamo tutti infreddoliti per forza dovevano risentirsi i
reumatismi, pure io sentivo tutto il petto costipato, le ossa piene di dolori e
le ginocchia che non si piegavano. Figuriamoci Mincuccio che soffre
d’artrosi!”).
Da anni andavi a spogliarti e a rivestirti in quella che noi
chiamavamo “la càmərə də rə mənènnə” (la camera delle bambine), cioè quella che
avevate pensato dovesse essere la nostra cameretta; in realtà, mai abitata da
noi perché era la più interna e umida della casa. Cominciò per te e per nonna
Angelina il periodo degli acciacchi dovuti all’età. Tu minimizzavi sorridendo:
“Sono i dolori di quando mai”, dicevi. “Oh, ma quando mai questo dolore! Non
ricordo di averlo mai avuto prima!”. E quei dolori di quando mai divennero i
dolori di sempre.
(ancora dal primo volume de Le piogge e i ciliegi).
E il mio Retino ha catturato su FB una pagina di grande
tenerezza e intensa commozione della mia carissima consuocera e vera poetessa
Francesca Romana Petrucci. Eccola, per leggerla insieme:
LA MIA PASQUA BAMBINA
Ogg mi piace tenere un po’ sul cuore il mio paese
d'origine. Non farà differenza questo periodo di silenzio, per mostrare il suo,
quello ricorrente del Venerdì Santo. Quando venivano legate tutte le campane (a
Montefalco ce ne sono tante e non so ci siano ancora) e le persone, sembrava,
temessero persino di scambiarsi parole, in quelle viuzze selciate e ancora
infreddolite dall'inverno non ancora passato. Semideserte, per non rompere
l'incanto di quel silenzio, di quella attesa. L'attesa di quella gioia, che
sarebbe seguita di lì a poco, nel festeggiare la Pasqua.
Tutto mi appariva gigante, dal mio sguardo di bambina.
Anche quel silenzio era grande, insormontabile, sembrava. Invece, conduceva al
gran fragore della Resurrezione. Il giorno di Pasqua, durante la celebrazione
della messa grande, un gran crocifisso irrompeva in chiesa, di corsa. Il
portone della chiesa si spalanca all'improvviso con gran rumore, come uno
scoppio, quasi un terremoto. Quando la porta si apriva di colpo e vedevo questo
Crocifisso irrompere, quasi giungesse dal centro della terra. Correre lungo la
navata centrale, portato a braccia da alcuni uomini, che io non vedevo.
Correva, sopra le teste dei fedeli, in piedi, come scivolasse sull'acqua. Per
troneggiare, alla fine, al centro dell'altare E tutto ciò accompagnato
dall'improvviso frastuono di tutte le campane, finalmente libere di annunciare
la festa. Facevano tremare il paese intero.
Un' esplosione che prendeva tutto il nostro essere. Noi
bambini, stupefatti, anche un po impauriti da tanta irruente vitalità. Dopo la
messa grande, prima del pranzo, un ultimo incontro nella piazza.
Gli adulti si confrontavano nella pratica della
"cioccetta".
Ciascuno con le sue uova fresche di giornata, selezionate
tra le migliori della posa della mattina pronte per essere confrontate con
quelle dello sfidante, battendole con maestria, le une con le altre, a scoprire
chi avesse l'uovo dal guscio più duro. Cosa si vincesse, non lo so. Ma forse
nulla. Magari per dimostrare chi avesse le galline più sane. Non so dirlo. La
Piazza. Quella degli incontri veri, desiderati, sentiti come bisogno del cuore,
come serpeggiante fratellanza, che tutto coltiva e tutto contiene.
La mia PASQUA BAMBINA.
Ciò che passa dal cuore, tutto resta. Serenità per tutti
Francesca
Petrucci
E mi piace riportare un poema inserito nella raccolta di
poesie Je suis Janette del carissimo giornalista e amico Enzo
Quarto:
Offrimmo all’Altissimo il vitello di Abramo
calpestammo avvinti la terra di Canaan.
Perché non dovremmo essere fratelli?
Più delle parole e dei gesti
vale il seme dei nostri avi
il seme dell’Altissimo
fecondato con Abramo.
È lontana Ur dalla terra di Canaan
ma non è volere della nostra miseria.
il viaggio è necessario
verso le promesse dell’Altissimo
purificate da ogni corruzione.
Abramo ha lasciato le sue cose
ha lasciato casa
ha lasciato le sorgenti dell’Eufrate
ha lasciato l’avere per l’ignoto.
La promessa di Dio è ignota
ma è promessa dell’Altissimo
e la sua parola è il nostro ascolto
che diventa vita.
Per il nostro tempo
e per il tempo dopo di noi
siamo migranti
alla ricerca di una meta promessa.
Migranti ignari,
bisognosi, ma fiduciosi
migranti che bussano
alle porte dei fratelli
migranti che incontrano sguardi
increduli e dubbiosi,
migranti feriti
senza cibo né acqua,
cercatori e sognatori.
Migranti uccisi.
Da Carran alla terra di Canaan
l’anelito ripetuto di pace
risuona nelle ciotole vuote
e negli otri svuotate e flosce.
Da Carran alla terra di Canaan
s’annida la speranza in ogni passo
ed orma dopo orma
la carovana incontra fratelli
altri
e le donne s’apprestano al pane
e i secchi calati nei pozzi
traboccano d’acqua.
Da Carran alla terra di Canaan
il volere di Dio
è il cammino dell’attesa
per tutti
non ci sono certezze.
Il perimetro della casa è senza mattoni
il bisogno resta insoddisfatto
gli imprevisti sono in agguato
ma è il volere di Dio.
Abramo ha creduto all’Altissimo
nonostante le paure.
La paura di distaccarci dalle cose
la paura di avere meno di altri
la paura di non essere ascoltati
la paura dell’ignoto
la paura della morte.
Non c’è vita nella paura della morte
non c’è gioia senza la promessa dell’Altissimo
e nemmeno speranza senza il cammino
da Carran alla terra di Canaan
La serenità della morte
è il dolore per ciò che abbiamo lasciato
la gioia per ciò che possiamo trovare.
È il nostro cammino condiviso
la nostra pace
pregustare le promesse dell’Altissimo.
Finché ho un nemico
non avrò pace
non potrò godere la pace
vivere la pace
condividere la pace
educare alla pace,
la mia stirpe e la mia discendenza
non saranno in pace.
La pace è scritta nella parola
fratello
e nella valle di Giosafat
si ergerà forte la voce degli angeli:
Chi sono i tuoi fratelli?
Cosa hai fatto per loro?
E con loro?
Verrò tra le tue possenti braccia
Padre Misericordioso
a chiederti perdono dei miei peccati infami,
perché ho cercato giustizia
ma l’ho negata ai miei fratelli.
Poggerò il capo sulle tue ginocchia
e attenderò che
la tua materna mano
cancelli il mio passato.
Non mi avvicinerò a te con brama
ma con pazienza aspetterò
il tuo richiamo.
La stessa pazienza con cui hai atteso
il mio pentimento.
Non c’è giustizia
senza la tua infinita Misericordia.
Ma non c’è pace senza giustizia.
Dove è amore e sapienza,
ivi non è timore né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è né preoccupazione né dissipazione.
Dove è il timore del Signore a custodire la casa.
ivi il nemico non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è né superbia né durezza.
San Francesco d’Assisi
E solo allora tutt’intorno
sbocceranno tulipani di rubino,
margherite di smeraldo,
magnolie di brillanti,
su di un prato di zaffiri.
E lo zampillio dell’acqua sorgiva
cadenzerà il canto di usignoli.
E arpe angeliche risveglieranno
per sempre
ogni buon dormiente.
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam Shalom Pax Salam
E, infine, per augurarvi una serena e Santa Pasqua ecco una mia poesia che parla dell’infinito amore di Cristo per tutti…
Maria di Màgdala
nel lago di Tiberiade sua dimora.
Donna di vento e di sole
e di lacrime di perla amara
a spegnere in seno i sette demoni
che il corpo nutrirono di paura
fino all’incontro agognato
con gli occhi di luce a
illuminare
di perdono la veste scura
come la notte del cuore.
Sciolse d’ambrosia
i suoi lunghi capelli
alla povertà di piedi nudi
che sapevano di rovi ardenti
sui pietrosi sentieri di preghiera.
L’accolsero braccia d’Amore
e il Figlio/Padre ebbe
un intreccio di stelle a indicarle la via
tanto amato e sofferto aveva
nei giorni del silenzio e del canto.
“Apostola degli apostoli”
la chiamarono perché al pianto
di Maria, cuore trafitto
da sette spade,
ebbe mani di tenerezza ad accogliere
il suo dolore infinito di Madre…