martedì 16 ottobre 2018

16 ottobre: autunno d'incanto


Oggi il cielo nuvoloso, con sorprese di sole tra i rami nel giardino, mi fa nascere in cuore il desiderio di dipingere il giorno con i colori dell’Amicizia, del Sogno, della Bellezza perché la malinconia autunnale non spenga i doni del Creato e le meraviglie dell’anima sempre in attesa di un sorriso.
Dedico, pertanto, queste mie poesie inedite a due GRANDI amici che, proprio dallo scorso ottobre, vanno illuminando i miei giorni con la loro creatività e il loro vibrante calore umano: Matteo Gelardi, medico, scienziato, poeta, scrittore, musicista, che ho ritrovato dopo anni di assenza, ma non dimenticanza, e Giovanni Gastel, fotografo, poeta, scrittore, artista dal multiforme ingegno, che ho conosciuto, tramite le meravigliose Immagini e la catturante Scrittura, sulla sua Pagina di facebook. A loro va il mio canto e incanto. Quasi un festeggiarci dopo un anno di noi!

Per Matteo
“Il sogno di Dio”

Misteriosi e lontani i multiversi
mi guardano
pupille affondano nei miei occhi
di cristalli liquidi e passione.
I multiversi da sconfinati spazi
di stelle palpitanti di vita
mi parlano
di pianeti abitati
di lune d’oro e d’argento
di storie d’uomini e d’animali.
E raccontano
delle infinite sere
addormentate
su orbite planetarie e glaciazioni
e di aurore boreali da sognare
con gli occhi dei bambini
al primo risveglio.
E buchi neri come abissi d’anima
e costellazioni come sorrisi
di teneri domani
disegnano
in cieli di luce che di veli
ammantano ogni futuro:
- non ascoltare Cassandra, la cupa
e la dannata.  
- ascolta Demetra che ti è culla e urna
e pianta radici e canta
tra uno stormire di fronde
e tenera erba dei prati.
Accoglie festante il tuo cuore
aperto alla Speranza

(i multiversi mi raccontano:
stanno chiacchierando con Dio
di Creature e Creato,
ridono del suo sogno
       mai ad alcuno rivelato…)

Per Giovanni
“Ho incontrato un poeta”

Ho incontrato un poeta
Era di carta e di parole
Era di solitudine e clamori
Silenzi coltivava
come fiori liberi di campo
lui che aveva serre di gladioli
e rose rare nel giardino del cuore
Ho conosciuto un poeta
con occhi grandi di malinconia
ad ogni sorriso alla noia strappato
strappato alla morte e al tempo
che verrà e avrà un giorno nuovo
di foglie e di radici
Avrà la luce di un volto inventato
e un sogno colmo di nostalgia
Avrà un tramonto per ogni canto
deluso e un’aurora di rimpianto
Ho conosciuto la sua anima
col volto in bianco e nero
e ciglia tenere di bambino
e labbra chiare di rosso spino
e azzurro incanto
(mi ha depositato tra le mani
un petalo di cielo…)

Per entrambi
“Di mai spenta poesia”

Ha occhi d’incanto questa luna di madreperla
che sfiora con dita d’argento
l’universo di stupore
colmo di parole e sorrisi e incontri
tra miliardi di stelle e di pianeti
a raccontarci il mistero della vita
su una Terra che vibra di bellezza
e sorride d’azzurro e di splendore.
Qui volano sogni come aquiloni.
Qui passi si fanno racconti di uomini
e radici. Qui gli ulivi cantano
l’antica nostalgia di barche e marinai.
Qui ogni ricordo si veste di speranza.
Attraversa paesi in festa un’allegria di piazze
formicolanti di gente di fede e miscredente.
Qui ogni ansia si acquieta tra le pagine di un libro
e si riprende a sognare sotto la bianca Artemide
che d’innocente candore veste i boschi
ma arde di desiderio e brucia d’incendi i pianeti
per sciogliere al giorno un cantico antico
e sempre nuovo tra geometrie di costellazioni
e dadi per imbrogliare la sorte prima dell’alba
       perché germogli di mai spenta Poesia
                                 la Vita
Con i calici levati e un abbraccio grande come l’Amicizia che ci unisce!                    

                                 Angela De Leo






domenica 14 ottobre 2018

15 ottobre 2018: un canto di rose e di spine


Quando mi scoprirai statua di sale
lungo la via crucis del dolore,
quando verrai a consegnarmi quel che resta
con una nuova sospensione di giudizio,
non ti fermare, ti prego, non ti devi fermare
al primo indizio, al secondo nascondiglio,
all'unico bosco dell’indifferenza,
al terzo canto del gallo e sentirti tradito,
continua a salire il Golgota d’ogni perdono
con occhi perduti incontro al mio cielo.
Lì scorgerai i sogni che scivolarono via
e tinsero d’aquiloni il tempo costruito
per andare contro vento,
i palloncini colorati che mi facevano bambina,
Le nuvole e le fanfare, il gioco delle sagome
ballerine e cigni e volti innamorati sui profili
di luna e fiabe che mi raccontai per crederti
vero
e forare le stelle per gli strass e le collane
da riempirne forzieri
(non più panieri di gelsi rossi e una ferita).
Sarà il tuo pegno di rose dimenticato
Sarà la mia poesia sfilacciata di spine
Sarà pioggia di parole inascoltate
e coriandoli tristi di giorni inebetiti…
Ti chiederai se fu il silenzio a strozzarmi il cuore
senza una goccia di sangue a lasciarmi viva…
Se guerriero vincente tu ti coronasti signore
o vinta io diedi le braccia a livide catene
nella incoerenza di vite parallele,
senza orizzonti dove potersi incontrare,
alla scarsa credibilità d’infinite stravaganze,
che resero ingenuo ogni sorriso d’amore
al perdono per un reato mai commesso
ma reso vero da un pensiero distante
che trasformò fiori di campo in cardi e rovi
(e non una fata buona o il genio della lampada
a prestarci la luce ch’era venuta a mancare
per riscoprirci il volto impolverato d’anni).

Sul precipizio mi fermo a guardare il vuoto…

Fu tutto in un istante
il dirsi arrivederci ed era addio
in quel presentimento
che mai m’abbandona
E fissa istanti
in cui tutto accade ed è eternità
I tuoi occhi lontani e già in fuga
Il silenzio nel giardino
Il grido inorridito a metà gola
perché nessuno scopra l’inganno
che ti rese nemico ad ogni parola
ad ogni filo di luce che ti lanciavo
e farti un nodo al dito a rammentarti
il ritorno e la strada e il vento e la ruga
da baciare per levigare un pensiero
più di una ferita
ed esorcizzare il tempo che esonda
la pena di ogni nuova sconfitta
Ritorno sui miei passi stanchi
e ho scarpe rotte e tasche di buchi
e uno scoramento di lacrime
a inondare soffitta e la tua fretta d’andare
dove è più adeguato il tempo
alla tua arsura di libertà senza sorriso…











venerdì 12 ottobre 2018

12 ottobre 2018: "Le piogge e i ciliegi"


“Un romanzo raccontato da chi lo sta leggendo
Venerdì 12 ottobre, alla libreria Secopstore, dopo FIERO del LIBRO, torna il romanzo autobiografico “Le piogge e i ciliegi” di Angela De Leo per una presentazione corale. Chi ha già iniziato a leggere il libro ne parlerà agli altri con l’intento di fornire la sua prospettiva da lettore. Questa nuova opera letteraria segna l’ideale ritorno della nota poetessa alle origini della sua ispirazione poetica: l’infanzia. Periodo magico vissuto con il nonno materno, nonno Mincuccio, uomo straordinario da cui si genera più di una vita: la vita di sua figlia e da lei quella della scrittrice e della scrittura, vita dei figli e dei loro figli e vita delle parole. Un racconto dentro il senso vero della vita.
Ore 19,00 - via Mercadante, 9 - Corato”
Così il comunicato dell’evento da parte della SECOP edizioni. E questa notte, nonostante il felice inizio delle presentazioni di questo primo volume (Le piogge, siamo in autunno!) presso la prestigiosa Università Popolare Santa Sofia di Trani, avvenuto il 2 ottobre 2018, e di cui ho parlato in precedenza, ho trascorso anche la seconda “vigilia” insonne. Ma perché questa parola, che non mi concede un minimo di riposo, mi è così cara? Avrei migliaia di parole per dirlo, ma mi piace farmi aiutare da quelle profondissime del mio straordinario amico Vito di Chio, uomo impastato di fede e di poesia (e di tante altre virtù), che per Fiero del Libro ci ha proposto, appunto, “Vigilia”.
<Una parola che mi ha sempre affascinato, perché all’interno della vigilia avverto subito una specie di inquieto coinvolgimento della persona e di attenzione all’altro; vigilia di Natale, quella di Ferragosto, vigilia di un esame, vigilia di una partenza ecc. Tanti di noi sentiamo quanto sia bello il sabato, vigilia per eccellenza: dolcemente ci vengono spontanei sulle labbra i due versi leopardiani: “Questo di sette è il più gradito giorno/ pien di speme e di gioia”. Vigilia, il tempo dell’attesa, della vigile attenzione, della intensità, della sentinella disposta a vegliare nella notte, a tutelare il patrimonio della memoria e della vita. L’etimologia permette di comprendere meglio ciò che la parola trasporta, ma anche l’esperienza che viviamo alla sua luce. Vigilia: una parola che viene da lontano, documentata nel sanscrito e con radici indoeuropee: vig è il fonema di partenza, da cui sgorga sia vigeo = aver vigore, vigor = essere pieno di vita che vigil, = “che è sveglio”, “che tiene sveglio”, vigilo, vigilare, essere attento, prendersi cura sollecita dell’altro. (…)
Vigilia non è dunque - in un senso meramente appiattito - il giorno prima di una festa o di una circostanza, ma essa rinvia all’essere vigile nella notte interiore che tocca la nostra esistenza e che ognuno di noi ogni tanto sperimenta con diverse modalità (…)
La vigilia ci induce a confrontarci inoltre con il momento storico che stiamo vivendo, sempre attraversato dalla notte e quindi con la difficoltà a percepirne i segni rivelatori del futuro, ma anche con l’appello a stare svegli, a tenere svegli quelli che ci stanno accanto… (vito di chio)
Come non cominciare con le sue parole per descrivere le mie vigilie prima di ogni evento importante della mia vita? È proprio così. Grazie, Vito, per queste tue preziose riflessioni che faccio mie perché in esse trovo tutto il senso della mia “vigilia”, in cui io mi sento in ansia per me stessa e soprattutto per gli altri.
‘Proveranno le mie stesse emozioni? Sarò in grado di trasmetterle? Ho scritto esperienze, sia pure romanzate, in cui gli altri potrebbero riconoscersi e condividerle empaticamente per un ricordo, una situazione, un momento particolare che è rimasto inciso nella memoria?’, mi chiedo inquieta e vigile. Sì, mi chiedo, per esempio, se ho scritto in maniera corretta dell’evoluzione civile e storico-socio-culturale di oltre un secolo, il Novecento, di cui ho conservato memoria, grazie al vissuto personale e alle storie ascoltate da chi le aveva vissute prima di me. Mi chiedo se sono stata convincente e coinvolgente o se ho annoiato, deluso, tradito con la mia voce spesso fuori dal coro per una ribellione tutta mia, intima, al conformismo, alla regola, alla disciplina, ai modelli e a quanto viene predicato come sacrosanto perché di moda, o fa tendenza o appartiene a un credo, una ideologia, una convinzione condivisa o meno. Ebbene, io vado sempre per conto mio, nel rispetto di tutti, ma senza schierarmi con chicchessia perché amo la libertà delle idee, del confronto aperto a tutte le culture, a ogni pensiero che mi fa pensare e riflettere e scegliere, di volta in volta, parole comportamenti, vicinanze. Ma tutto questo mi rende insonne, timorosa, insicura, ansiosa. Attenta agli altri. A non ferire soprattutto. Con una parola di troppo (nel fiume incoercibile di parole che mi connota!), con una disattenzione, con una omissione. Tutto questo, però, evidenzia la mia fragilità, che non conosce corazze, ma anche la mia costante intenzione di diventare quantomeno resiliente. Capace di scoprire le ragioni profonde dei miei e degli altrui comportamenti per farmene una ragione, nel buio sempre più fitto della “notte interiore” che avvertiamo in noi e che ci circonda. Attenta come una sentinella sugli spalti. Per la difesa delle mie idee, certo, ma anche della serenità altrui, della gioia condivisa, in una sorta di umana comprensione che parte dal desiderio di comunicare le mie emozioni con le parole per giungere, in una circolarità di intenti, a stare bene con me stessa e con gli altri, sia pure attraverso le pagine di un libro. Perché nessuno si senta escluso. Altre ansie e altri timori subentrano senza darmi tregua: ‘ci sarò riuscita?’. Mi piacerebbe davvero! Di qui le mie innumerevoli vigilie. Di qui, l’ansia che mi assale, nonostante i numerosi attestati di stima e di affetto, che mi procurano non solo gioia ma anche ulteriori timori: 'non credo di riuscire a donare quanto mi viene donato, anzi sono sicura che sempre più egoisticamente ricevo senza la possibilità di ricambiare, vuoi per i molteplici problemi di deambulazione e di salute, che da anni mi affliggono e che mi tengono chiusa nella mia torre d’avorio, sia in casa che fuori, vuoi per un lavoro che non mi dà tregua, che amo visceralmente e che mi angustia notevolmente perché mi tiene lontana dagli altri, da un commento, da una tenerezza, da una carezza d’anima'. E così vivo le mie notti in attesa dell’alba, ancora sempre indaffarata a dipanare stelle di cui faccio gomitoli per illuminare di nuove luce altre parole che temono l’abbaglio del sole… È così che nascono i miei libri. E ogni libro, di prosa o di poesia, è un'altra me, ma anche si riveste dei pensieri, delle storie, delle emozioni, dei ricordi di tutti quelli che lo leggono.    
<Ogni libro, appena pubblicato, perde la paternità dello scrittore per assumere la genitorialità di tutti i lettori che ne faranno un libro altro e un altro ancora, a seconda della personale sensibilità, del retroterra culturale, delle particolari esperienze di vita che convergono nel libro letto o da questo se ne discostano per altre percezioni, sensazioni, emozioni.
E, così, anch’io, dopo averlo portato nel grembo per tanti anni e averlo partorito, nutrito, accarezzato, cullato, devo consegnarlo in altre mani e, per farlo, devo necessariamente avviarmi alla conclusione, che mi vuole ancora in perigliosa navigazione tra sogno e realtà. Sì, riesco ancora a sognare ad occhi chiusi, ma anche ad occhi aperti, tra una notte insonne e l’altra che non mi fa dormire.
Non dormo. Come sempre mi capita nelle notti che si fanno insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il vento ulula lupo selvaggio sui tetti della mia casa e scompiglia alberi rami di foglie insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se la pioggia danza leggera sui lucernari e mi mette dentro un senso di allegria che vorrei afferrare perché non si disperda l’ultima nota di buonumore, che tarda sempre più a distendere segni all’ingiù delle mie labbra con me invecchiate d’anni e di insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il tempo cattivo rovescia a secchiate acqua cattiva senza risparmio per i miei orecchi, che sanno l’insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il cielo s’inventa una luna piena che mi guarda attraverso il lucernario sul mio capo e scopre il mio incantamento, la mia insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo se ho ascoltato l’urlo dell’ultimo attacco kamikaze a far grondare di sangue la piazza, il Teatro, il pub, la via, i miei pensieri e l’ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se un morbido bianco silenzio si adagia sugli occhi di stupore dei miei tetti e riaccende insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo per il bimbo ucciso la ragazzina stuprata la donna lacerata in pezzi e gettata nella spazzatura, dove inorridiscono pensieri e giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani
                                                Non dormo
ma…
improvvisamente la luce di un ricordo accende il buio e si moltiplica all’infinito. Guizzo di fari accesi nell’imprendibile imperdibile (in)consistenza della memoria.
                                               La memoria
È una camera oscura attraversata da lampi di ricordi che illuminano i ritratti ovali con tetre o dorate cornici di legno massiccio nella galleria di musei installati in antichi palazzi, che credevamo distrutti dall’usura del tempo e che tornano a vivere nel restauro di nuovi giorni, al tentato recupero di ciò che è stato e mai più sarà. Volti del passato ritornano con un richiamo di voci, tra quieta sonnolenza di stagioni o improvvisi tumulti del cuore, a riportarci paesi attraversati, impolverati di dimenticanza, case un tempo abitate, vie percorse tra odori sensazioni richiami suoni musiche emozioni. In un mosaico sbrindellato e mai perfettamente combaciante con la realtà che chiamiamo passato storia vita.
                                           Esistenza nostra e degli altri
           Di quelli che passarono e solo apparentemente non lasciarono traccia>
(ma questa è la quasi fine del secondo volume (I ciliegi, che fioriranno a primavera!) del mio quasi romanzo. Una quasi fine che qui anticipo perché la “vigilia” è passata e, col nuovo giorno, mi attende una nuova presentazione che spero di vivere “da sveglia” per emozionarmi ed emozionare ancora, sapendo che siamo già ad un altro inizio. Come l’alba che attende una nuova sera per poter riscoprire l’alba e… ricominciare!).





martedì 9 ottobre 2018

lunedì, 8 ottobre 2018: data palindroma

 Purtroppo ieri non mi è stato possibile postare questo mio scritto. Lo faccio oggi. Tanto non cambia nulla. Non c’è neppure nelle mie parole rovescio di sorta.
*    È una data particolare quella dell’8/10/2018. Proviamo insieme a leggere da destra a sinistra i numeri e abbiamo la stessa data. Dunque, è una data palindroma. Una data senza rovescio. Una data fortunata. Come i nomi: Ada, Anna, Ava, Ebe. Ma ci sono anche altre parole palindrome molto belle come: ama o anima o, ancora, ara. Ebbene, quale parola più bella dell’imperativo: Ama! Un amore senza rovesci, appunto. E che dire di: Anima? Un’anima che rimane integra, pura, incontrastata nella sua essenza.
E: Ara? Cioè, altare. Dove la preghiera vola sicura fino al Cielo. Mi piace pensarlo. È bello pensarlo!
Lo stesso avviene quando ti capita di incontrare e conoscere due anime belle come Giovanni Gastel, grandissimo fotografo della Bellezza e altrettanto grande poeta e scrittore, e Angela Strippoli, straordinaria ricamatrice, che vive di poesia.
Allora è giusto leggere e commentare, con le emozioni di rimando che riesce a trasmettermi, una sua bellissima poesia che un verso di Gastel le ha ispirato.
E niente ha più rovescio. Tutto va come deve andare. E la emozione si fa filo che ricama pensieri e annoda anime.

"Mi scuso con te anima mia"
Mi scuso per non averti dato ascolto
quando per caso ti incontrai tra i fogli
vergati d'inchiostro e non ti seguii
L'odore di quella scrittura
la sento addosso
E di notte
svestita mi dorme accanto
fino all'ultima sillaba
È un canto
una preghiera
un ricamo
di parole taciute
"Mi scuso con te, anima mia"
in mille modi mi chiamavi
in mille modi rifuggivo
Il pregiudizio subito
ebbe la meglio
e abbandonai Il sogno vergato d'inchiostro
Mi votai alla sedia
e passai la vita
nel piccolo cerchio del telaio
Ricamai ad ago
chilometri di bisso
tra stupore e dolore
"Ti chiedo scusa, anima mia"
Per quel dì
che raccolsi il giardino perduto
tra le pagine di un libro
trovato per caso
e pensai
è tardi
È tardi per vivere
e ancora una volta
mi cucii addosso una specie di infelicità
Ma
non smisi di ridere e di sorridere di gusto
Votata all'insufficienza
faccio ancora fatica
ad entrare tra le pagine di un libro
Ma non ho smesso di stupirmi
M'incanto
a guardare le nuvole che mutano
mentre tento
una nuova scrittura
"Mi scuso con te, anima mia"
se oso
Analfabeta di libri
ancora m'innamoro
E rido e piango
per un sogno di carta 

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È una poesia colma di rammarico per il talento ignorato, rapinato, deluso da altre urgenze della vita. Sembravano improcrastinabili e forse lo erano, ma tolsero alla donna che ricamava “chilometri di bisso/ tra stupore e dolore” la gioia e l’appagamento di quel “sogno di carta”, che ancora la cattura, mentre continua ad innamorarsi di libri e di parole.
E, così, oggi, prende in prestito quelle di un grande poeta dei nostri giorni, Giovanni Gastel, “Mi scuso con te anima mia” (che purtroppo non ho letto, quando è stata postata sulla sua Pagina, e non posso commentare), per chiedere anche lei scusa alla sua anima tradita.
Angela non pensava, da ragazza, di fare tanto male alla sua anima quando, un giorno, per caso, s’imbatté in un libro, la cui scrittura le rimase appiccicata addosso come una seconda pelle, “un canto/ una preghiera/ un ricamo/ di cose taciute”. E le fece compagnia nelle lunghe notti, e nei giorni di telaio e ago e filo, attorcigliato alle sue dita e alla sedia, che la tenne prigioniera per un’intera vita. Ma è difficile imprigionare un’anima che vola e s’incanta e ha ricami di cielo da scoprire quotidianamente, tra nuvole di lacrime e scintillii di sorrisi. fu una rinuncia dolorosa, non un incosciente rifiuto.
“Non è mai troppo tardi”, le ripete, perciò, quella sua anima incantata ad ogni libro che la chiama in un richiamo senza fine di stupori che cancellano l’insufficienza strumentale, avvertita ingiustamente come marchio e condanna. Perché, in realtà (ed è ciò che conta davvero!), migliaia di parole come stelle cadenti in un firmamento d’agosto le danzano in cuore con altrettante promesse di desideri da realizzare. È ancora tempo per farlo. C'è ancora un tempo per vivere di cielo. 
Per chi ha le ali non ci può essere un cielo capovolto. Non ci sono rovesci. Basta non perdere la via che conduce a quel "giardino" fiorito e mai "perduto" dei sogni...

sabato 6 ottobre 2018

Sabato, 6 ottobre 2018: "Per oro e per sempre"


Angela De Leo                                                                                 Primo Leone
                                  PER ORO E PER SEMPRE
                                                                                      SECOP Edizioni       euro 8     
“Per oro e per sempre”: non c’è un refuso tipografico, né un errore di stampa nel titolo del libro, inconcepibile per una pubblicazione della giovane e prestigiosa Casa
Editrice SECOP. L’oro di questo singolare libretto - e ci si riferisce solo al formato - opera di due Autori, l’una per le pagine di sinistra e l’altro per quelle di destra, è l’Oro di un Anniversario di Matrimonio: le Nozze d’Oro, appunto. È una silloge poetica, un dialogo che si sviluppa in una dimensione atemporale, fra cielo e terra.    
Tutto prende vita dal sagace amore di Raffaella, figlia dei due Poeti e raffinata scrittrice di libri per l’infanzia, di suo marito, Peppino Piacente, l’Editore, e dei nipoti Nicola, giovane grafico editoriale e Anna Paola, brillante studentessa liceale. che attraverso le poesie dei due coniugi/poeti, scritte certo in periodi ed anni diversi, hanno ricostruito una splendida storia d’amore.
Angela De Leo - Primo Leone: un matrimonio che, come tutte le grandi storie d’amore, ha avuto le sue luci e le sue ombre, ha generato quattro figli e ha fatto fiorire in entrambi una vasta produzione poetica e letteraria, di cui è rimasta memoria in numerose sillogi, pubblicate nell’arco dei loro molti anni insieme.
Angela De Leo, poetessa, scrittrice, saggista, vive a Corato e dirige la collana di poesia “I girasoli” della SECOP Edizioni; numerose le sue pubblicazioni tra narrativa, poesia, saggistica, appunto, in Italia e all’estero.
Primo Leone, nato a Putignano e scomparso nel 2008, poeta, scrittore, pittore, poliedrico e creativo, si è dedicato anche alla fotografia e alla computer art. Ha pubblicato alcune sillogi di poesie, un romanzo, un libro di racconti, un libro di poesie, prosa e fotografie dal titolo provocatorio “Il Sud inutile”. Ha scritto per varie riviste letterarie e tenuto parecchie Mostre Personali e Collettive, in Italia e all’estero.
Un grande amore, quello vissuto da queste due forti personalità; amore che, grazie alla scelta di testi poetici, elaborati dai due Autori in epoche diverse, dà vita ad un appassionato canzoniere.
Noi siamo come due monti…/ da vivi non ci incontreremo più/ basta che a primavera/ tu mi mandi un saluto con le stelle”: potrebbero essere i versi di Anna Achmatova, citati da Angela, la chiave di lettura.
Non c’è un qui o un altrove, un passato o un futuro; la dimensione spaziale e temporale è annullata.
Il loro incontro, nei versi di Angela “Nella mia terra piantasti/ radici/ celebrasti la casa l’amore/ portasti il vento dei tuoi mari/ e bucasti le stelle a primavera…” …  “Sono nato prima di nascere/ assurdo capricorno/ di uno zodiaco senza cielo;”, scrive Primo.
Tu unica emozione anche stasera tra spente illusioni”, ribadisce Angela.
Il distacco è sempre in agguato, per lei, “nella tristezza di un mare attraversato/ da mille tempeste e un solo cuore/ nascosto inascoltato testardo/ indifeso. Ancora lì a tendermi l’agguato dell’addio”. E l’amato risponde che “partenze improvvise mi aspettano/ ai confini del bosco/ quel bosco del tempo interrotto/ tra le mani e nella musica/ dei tuoi occhi stanchi/ di cercarmi…”.
Si dipana il filo dei ricordi: “Riempi di passato il mio bicchiere/ - chiede Angela - perché un’ultima goccia di rosso fuoco/ accenda dell’ultimo sorriso d’amore / le labbra”.
“C’era un bicchiere di vino/ tra noi/ un brindisi sospeso nell’aria…”, sembra risponderle Primo.
Gli anni trascorrono inesorabili, ma l’amore non dà tregua: “M’assedia di ricordi quest’ora/ notturna […] Oggi sono qui in un tramonto di anni” … “E tu ritorni ad ogni canto del gallo,/ ritorni con la prima stella a rendere/ chiara la notte”.
La memoria è fuoco anche per Primo: “Diventeremo vino e musica/ e guarderemo le nostre ombre/ ritornate bambine/ danzare al fuoco della memoria…”.
“Ci vinceva una necessità di noi/ ch’escludeva ogni altro da noi”, scrive Angela.
E la Poesia è per entrambi il filo d’Arianna che li fa ritrovare: “dorata come il tuo addio la nostra poesia” … “Ci vinse la notte/ al millenario miracolo/ del nostro riconoscerci in un solo verso/ Rinnovato stupore quotidiano/ fu il nostro incontro”.
“Noi ancora noi/ padroni e schiavi di una violata eternità…”, scrive Primo, “Chi ha stabilito il confine tra la vita e la morte?”.  
Poi il dialogo continua fra cielo e terra “Fu fragore di silenzio tra me e te dopo i nostri occhi/ ormai alla deriva di un abisso senza più ritorno/ ma tu ritorni ogni notte a lasciarmi parole sul cuscino….
Primo ha valicato la dimensione temporale, ma continua a inviarle il suo messaggio:
“Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/ pensami e saprai che/ ti amo di più/ tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più…”.
Chiudono e suggellano il dialogo le parole di Angela: “Il cuore arreso al silenzio/ non avrà mai il coraggio/ di farsi amore…”.
E quelle di Primo: “Avrei voluto/ inventare l’amore:/ per offrirtene il brevetto”.
Ma la storia non finisce, ritorna ciclicamente. Basta riprendere questo piccolo libro che evidenzia, esalta il dialogo mai interrotto, e ripercorrere tutte le tappe di un amore fatto di Passione e Poesia.                                                                                                                                        Marisa Carabellese                                                          
Marisa Carabellese non è solo un’affermata pittrice a livello internazionale, ma anche una straordinaria scrittrice e validissimo critico letterario. Ne sono conferma queste pagine che ha dedicato, con molta attenzione e grande amore, a Per oro e per sempre di Primo Leone e Angela De Leo. Per questo ho voluto omaggiarla, inserendo il suo prezioso scritto nel mio blog. Per dare, come merita, maggiore diffusione alla sua voce, delicata e forte.
In precedenza ho riportato altre bellissime recensioni e presentazioni del libro, ma questa ha il tocco in più della ricerca, da parte dell’autrice, di versi tenerissimi, miei e di Primo, il mio rimpianto marito, “combacianti”, nel senso di essere stati scelti, con cura certosina, affinché risultassero perfettamente corrispondenti all’intento di rendere vive e attuali le nostre parole nel rivelarci ancora amore, e nel consegnarcelo in un “eterno ritorno” di domande e di risposte, tratte da poesie scritte in tempi diversi e in  situazioni e atmosfere diverse.
Marisa, con la sua sensibilità poetica e il suo acume critico, ha compiuto questo prodigio. Io e Primo, a distanza di circa dieci anni dal suo volo senza ritorno, siamo ancora qui insieme a raccontarci un sentimento, che ci ha tenuti uniti per circa cinquant’anni, tra tempeste di flutti e alte maree e distese calme d’azzurre acque e nenie di mare e immensità di oceani…
Niente, dunque, è andato perduto. Tutto è rimasto racchiuso nei nostri versi da consegnare ai figli e ai figli dei nostri figli perché si carichino di speranza per i loro giorni futuri da vivere sempre con amore e per amore. Non è un’utopia. I sentimenti forti e intensi possono anche perdersi nei meandri bui dell’umana esistenza e ritrovarsi sempre, incisi nell’anima e puntellati nel cuore come àncore nei fondali marini, ogni volta che hanno bisogno di una rada e di un porto sicuro.
Come onde di mare, s’inseguono, si sfuggono e si riabbracciano ancora e ancora, per tenersi stretti, magari tra le pagine di un libro, come scrigno, che racchiude un segreto d’AMORE, che non può morire e “vince di mille secoli il silenzio”…
Grazie, Marisa carissima, per questo dono meraviglioso.
“Oro” filigranato che hai consegnato “per sempre” nelle mie mani.
                                                                      Angela De Leo

martedì 2 ottobre 2018

2 ottobre 2018: gli Angeli Custodi - Festa dei Nonni


Oggi in primo piano sono le ali degli Angeli Custodi, che identifichiamo con i Nonni: Ali d’Amore e di Protezione verso i propri nipotini e verso tutti i bambini. L’anziano, non a caso, veniva un tempo spesso chiamato “nonno”. Oggi forse non più, ma ai giorni della mia infanzia e adolescenza era l’appellativo che di solito davamo a quelli che avevano i capelli bianchi, mentre ignoravamo perlopiù le ferite profonde e le dolorose esperienze che si portavano nel cuore. Da quei capelli bianchi (e radi) noi ricavavamo quel senso di protezione che faceva da scudo alle nostre paure. Gli Angeli Custodi servivano a questo. A esorcizzare le paure palesi dei bambini e quelle inconfessate degli adulti. Ed è bellissimo quell’aggettivo “custodi”, che ci tranquillizzava e ci tranquillizza perché significa che vegliano costantemente sulla nostra preziosa anima, che affidiamo con “fiducia” appunto alla loro cura e premura. Si custodisce un bene prezioso, infatti. Poi, sono subentrati i Nonni a dare manforte agli Angeli e le ali si sono raddoppiate perché anche le paure si sono moltiplicate a dismisura in un mondo di lupi e di avvoltoi, in un deserto di sentimenti e di solidarietà. A chi abbandonarci con fiducia ormai? Ed ecco i Nonni, che si affiancano agli Angeli Custodi (e oggi sempre più spesso li sostituiscono, non credendo più nel soprannaturale).
Ancora uno stralcio, dunque, del mio romanzo “Le piogge e i ciliegi”, che proprio oggi presento a Trani, nella Università Popolare di Santa Sofia, alle ore 19 (mi piacerebbe davvero abbracciarvi in tanti), per festeggiare Nonni e Nipotini (anche quelle persone anziane che non hanno la gioia di stringere tra le braccia un nipotino, ma hanno ali grandi di protezione nel cuore), facendo riferimento a un Nonno meraviglioso e straordinario: Nonno Mincuccio, che con fiabe e tenerezze scacciava le mie paure e custodiva il candore della mia anima…
(…) Neanche delle mie paure, comunque, io dicevo niente a te o alla nonna, né a mamma o a Lizia.
Contro quella dei santi a punirmi recitavo con il cuore in tumulto tutte le preghiere che conoscevo e mi fermavo a lungo su quella dell'angelo custode:
Angelo di Dio/ che sei il mio custode/ illumina custodisci/ reggi e governa me/ che ti   fui affidata/ dalla pietà celeste. Amen”.
A cui seguiva la mia personale invocazione: “Gesù, proteggimi Tu”.
E, ancora: “Gesù, mi metto nelle Tue mani, prendimi Tu, tienimi stretta fino a domani”. Le preghierine della sera che mamma ci aveva insegnato. Sentivo inconsciamente che Gesù e la Madonna erano più importanti di tutti i santi e, quindi, era a loro che dovevo rivolgere le mie preghiere. Certo, il mio Angelo Custode era con me. Lo toccavo, lo sentivo, ci chiacchieravo. Pure, non mi sentivo per niente tranquilla. Nel mio letto avevo accanto Lizia, ma non mi sentivo tranquilla, non conoscevo i suoi pensieri. Non ce li scambiavamo.
Gesù doveva prendere tra le Sue mani tutte e due e non ero sicura che ce la potesse fare.
‘E se Lizia aveva detto prima di me la stessa preghiera? E se Gesù aveva già le mani occupate, io che fine facevo? E se l’angioletto non riusciva a proteggermi perché era anche lui piccolo e bisognoso della protezione di angeli dalle ali molto più grandi, io che fine ma che brutta fine facevo?’, questi, invece, i miei pensieri che conoscevo benissimo.
Di Lizia io non sapevo proprio nulla. Lei probabilmente sapeva molte più cose di me. E, così, mi rivolgevo soprattutto a te che sicuramente c’eri più di Gesù e di Sua Madre, che non vedevo, e dell’angioletto che veniva chiacchierare con me ma era troppo piccolo perché mi potessi fidare di lui. Certo, le preghierine le dicevo, ma per lasciarmi una possibilita: “non si sa mai”.
                   Solo da te mi sentivo realmente protetta e al sicuro
                                                e il sonno mi vinceva
Di giorno, invece, la casa s'illuminava di sole, di voci, di persone e io non avevo più paura. Facevo piroette di felicità.             
(Ma più volte in questi anni mi sono chiesta: quanto sono ingombranti le paure dei bambini, quanto sono pericolosi i loro lunghi silenzi, intrisi di paure? A volte noi adulti non vi facciamo caso, eppure anche i bambini si fermano a pensare le proprie paure e lo fanno in silenzio. Non si può pensare se non si fa silenzio, che è l'attimo del buio più profondo che prelude all'aurora, alla luce. Il pensiero è luce? Sì, ne sono convinta. È la luce che nasce dal buio. È come per le chiese. Le cattedrali. Soprattutto quelle gotiche. Buie e silenziose. È nella penombra che fiorisce la preghiera. La meditazione. Che è pensiero profondo. Il silenzio ha bisogno del buio, perché i pensieri fioriscano poi come esplosione di luce: vita che si veste di parole, di gesti, movimenti, stupori. Sono solo di paura i pensieri dei piccoli nel silenzio? Perché gli adulti non sanno leggere nei loro pensieri? Persino tu, così attento alla nostra infanzia da proteggere e coccolare, non ti accorgevi dei miei pensieri di paura. E io, che amo tanto penetrare nell’animo umano, anche io non ho mai avuto il tempo di ascoltare il silenzio dei miei bambini. Non me lo sono mai dato, mai concesso il tempo prezioso per leggere nel silenzio dei miei figli. Per sapere delle loro paure.
C’è sempre qualcosa che mina l’armonia del nostro essere al mondo, del nostro vivere insieme. Ecco, io so dai ricordi della mia infanzia, sempre molto nitidi e presenti, che i bambini pensano la paura: temono di essere abbandonati. La paura dell'abbandono o “complesso di Pollicino” rimane sempre presente, anche se latente, in ogni essere umano: bambino o adulto che sia. Anche se quest'ultimo difficilmente avrà il coraggio di ammetterlo.
Ricordo che persino il momento di puro divertimento sulle giostrine era
carico di paura. Tu o mamma, o tutti e due insieme mi mettevate nella carrozza della principessa, magari anche con Lizia, ma io vi seguivo con lo sguardo per non perdevi di vista per la paura che spariste al controllo attento dei miei occhi. E la gioia si trasformava in ansia di non vederti, di non vedere mamma, di non vedervi più. Di essere abbandonata, appunto. Di un distacco forzato.
È come se i piccoli anticipassero in sé il pensiero della morte senza averne contezza. Difficilmente un bambino pensa la gioia perché è egli stesso essenzialmente esplosione di gioia. La gioia la vive. Non la pensa. È la paura che gli si attacca addosso e lo insegue fino a che non riuscirà a superarla nei vari stadi della sua crescita. Spesso da solo. Altre volte con l’aiuto delle persone care. Ma ci sono paure che lo accompagneranno per tutta la vita. Vissute in silenzio. A chi o a cosa dobbiamo la loro persistenza?).
E siamo tutti invitati a darci delle risposte…