sabato 9 giugno 2018

“Io sono una pianta rampicante” di Giovanni Gastel - seconda parte


Versi liberi, dunque, eppure ricchi di figure retoriche per un senso innato del bello, che il poeta avverte in sé e trasferisce nelle parole a rendere, nonostante il continuo disincanto, un’atmosfera incantata per l’armonia interna che vi regna.
Da qui ti cerco nel tempo a ritroso/ e obliquo gli occhi tra le persiane./ ed è emozione e stupore ritrovarti/ come macchia di fiori/ chiusa ad arco/ adolescenza mia.
Tra il primo e il secondo verso ecco un enjembement a dare continuità non tanto allo sguardo che s’incanta nel ricordo dell’adolescenza, guardando fuori il paesaggio del cuore, quanto il ricordo stesso perché quello stupore e quella emozione si distendano ad afferrare quella “macchia di fiori” (similitudine che esplode di colori e di profumi) “chiusa ad arco” (verso tenerissimo della visione che incurva anche il cielo) a proteggere il magico splendore dell’adolescenza, età della spensieratezza e dei sogni a cui spesso l’autore ritorna come all’eden della sua vita con tutti i giorni intatti affacciati sul futuro ancora ricco di iridescenti speranze. Proust sempre in agguato. Ma è un idillio che non può durare. Le contraddizioni hanno subito la meglio e quella che sembrava un’età felice si veste di mille apprensioni e di presentimenti che tolgono smalto e fervore di vita ai giovanili anni.
Mi rivedo giovane e sofferente/ in una grande casa./ Fuori il giardino nero come un presentimento./ Non ero pronto allora/ ad apprezzare il tempo./ Pensavo alla morte/ come a un assassino./ Oggi so che tutto l’universo/ finirà con me.
È il rammemoramento dello stesso luogo del cuore, lo stesso giardino, ma il ricordo si è del tutto capovolto e tutto diventa cupo, buio, misterioso. Il corpo langue e la mente è soggiogata da tetri pensieri di morte, ritenuta assassina e responsabile di tante immense paure. Ma, per fortuna, si cresce e si diventa padroni del tempo e dello spazio, almeno per la frazione di un secondo appena perché, poi, tutto viene nuovamente rimesso in discussione.
C’è un’altra notte da vivere./ Oltrepassate le recinsioni/ ancora i demoni/ attaccheranno la mia mente./ Eppure non voglio vivere/ saggio e ragionevole./ La storia degli uomini è/ nell’angoscia della foresta. Con Gastel è come viaggiare eternamente sulle montagne russe, niente è scontato e sempre uguale, neppure lo stato d’animo di un attimo prima corrisponde alla certezza dell’attimo dopo. Tutto viene affermato e smentito, pur nella realtà del momento, pur nell’incubo che ne consegue. Il passare del tempo gli procura angoscia, ma anche il dover vivere ancora una notte gli pesa tanto quanto i demoni a visitarlo, oltre le barriere del buonsenso e dei freni inibitori per vivere con gli altri, in mezzo agli altri. Eppure, non vorrebbe mai una vita regolare, semplice, serena, sarebbe in antitesi con i tumulti del cuore e della mente. Ancora una smentita: “la storia degli uomini è/ nell’angoscia della foresta”. In linea di massima tutto ciò è vero e la metafora “foresta” ben si addice agli oscuri percorsi della vita umana di dantesca memoria. Ma Dante è Poeta che si perde nei meandri della “selva oscura” ed anche Gastel è un poeta: probabilmente è la loro sensibilità particolare a favorire alcuni percorsi di dispersione e di disperazione. Non afferma Henry David Thoreau che “la maggior parte degli uomini vive una vita di quieta disperazione”? Ecco, “quieta”, non tumultuosa. Rassegnata, non ribelle. In una solitudine meditativa cercata, non subita. In quest’ultimo caso, sarebbe stata mal sopportata, fonte di angoscia e di sofferenze. Per fortuna, la scrittura. Necessità di vita è scrivere con le prime ombre della sera per salvare un giorno “vuoto” che finisce, e per salvarsi da quel vuoto che è voragine e disperazione.
… ad addolcire un altro giorno vuoto/ di cui non conserverei memoria/ se non per i neri segni che a sera/ inciderò su un foglio bianco.
Ed ogni parola, sia pure inconsciamente o intenzionalmente, è scelta con cura, calibrata nella sua profondità. “Incidere”, per esempio, è azione molto più “incisiva” più forte e determinata di vergare o scrivere. I “neri segni”, piuttosto che i segni neri, riguardano una locuzione che ha una diversa valenza semantica: è una sorta di anastrofe che rende più leggero il segno e lo connota come scrittura.
Io sono un disperso (…) che (…) affida se stesso/ alle parole che scrive.
Ed è un affidarsi totale, quasi un “naufragare” di leopardiana memoria.
Ma anche qui il contrasto sopravviene, come un’onda d’urto che serve a riaffermare con più vigore quanto detto prima.
… Ma non essere difensore/ delle parole scritte,/ La vita non consente/ generalizzazioni.
In questo caso, è una contraddizione in difesa della creatività della parola, della individualità di chi scrive e della soggettività di quanto viene scritto. Non così per le parole orali, che volano, non rimangono.
Anche perché le parole non hanno memoria/ non abbassano la voce/ non sono prudenti/ restano con noi finché non c’è più tempo.
C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartengono, che riconosciamo e teniamo per noi. Ci sembra quasi di averle dimenticate. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire e la nostalgia ci prende, come per ogni ritorno (nostos), che è gioia, ma anche dolore (algos).
E, del resto, … All’origine tutto era parola.
E qui il richiamo biblico è forte. E il richiamo al Verbo che era presso Dio ed era Dio. Altro topos decisamente contraddittorio per Giovanni Gastel. Anche Dio è un eterno conflitto per lui. Lo cerca, lo invoca, ma spesso rimane deluso. Dio non ha risposte. Se ne avesse non sarebbe più Dio. Non ricordo più chi ha detto che “un Dio che ha bisogno di dimostrazioni non e più Dio”. Il Verbo ha una parola sola. Una sola Verità. Basta riconoscerla. Ma con presunzione gli uomini la cercano nella scienza, che non possiede verità, ma parziali porzioni di conoscenza, suscettibili di essere confutare e capovolte, nel tempo e nello spazio. La cercano nella propria mente, ma non è la razionalità a dare risposte chiare e definitive. Nel cuore che è un “guazzabuglio” di sentimenti e di risentimenti. Forse solo “oltre il muro d’ombra”. Ma forse sarà troppo tardi per credere e per sperare. La fede, unica ancora di salvezza? Forse. Se avessimo il coraggio di credere. È più facile negare che ammettere. Dice lo stesso Gastel, in versi, in prosa, con gli scatti delle sue foto che vibrano di bellezza ma non di verità. Perché ciò accada, Giovanni Gastel cerca nelle sue modelle l’anima. E l’anima cerca nelle parole. La cerca in sé stesso. Non si lascia influenzare dalle regole e dalle mode. Scrive come in quel momento   gli detta il sentimento. E risponde alla “signora grassa”, che lo accusa di scrivere versi che non sono poesia, che non avrebbe difficoltà a scrivere come i canoni dell’“ars poetica” richiederebbero, ma non sarebbero più i suoi pensieri e le sue parole nella loro genuinità. Sarebbero qualcosa d’altro. Concordo. E, per spezzare più di una lancia in favore dei versi di Gastel, sono costretta a fare una breve digressione da “signora grassa” a “signora grassa”: già duecento anni fa Giacomo Leopardi, contravvenendo a tutte le regole della tradizione poetico-letteraria, inaugurò la “canzone libera”, senza più metrica, rima e lacci di vario genere. Poi, col Decadentismo, si ebbe “la più grande rivoluzione”, come sostiene George Steiner: la parola perse il contatto con la realtà e si fece pura astrazione, per tentare di dare una nuova veste alla scrittura e ritrovare il bandolo di una matassa psicologica sempre più confusa in un mondo, in cui Freud cercava di ricomporre l’“Io” frantumato dalle incertezze di un cielo che si sottraeva a numeri e calcoli. Poi, vennero i futuristi, le avanguardie, gli sperimentalisti a dare un fiero colpo alla grammatica e alla sintassi, eliminando i collegamenti logici per privilegiare il significante sul significato. In Francia si affermarono i simbolisti, in Italia i poeti ermetici. Fino alla rarefazione di ogni senso e significato. Dagli anni Novanta in poi, però, fortunatamente la parola sta rivendicando la sua adesione alla realtà, alle cose, alle esperienze realmente vissute. C’è anche una sorta di recupero della metrica e della rima, rivivificate in atmosfere e ritmi diversi. E ognuno può esprimersi come meglio crede purché ci emozione, ci sia Poesia.
Credo sia una conquista pluralistica nella complessità del mondo contemporaneo. Anche la commistione di generi artistico-creativi fa parte di questa ricerca del nuovo nel rispetto della classicità e del sentimento profondo che la sostiene. L’unica ricerca che potrebbe pacificare il mondo interiore con quello esteriore, in una adesione reattiva alla società del post postmodernismo e del recupero dell’autenticità del linguaggio e della vita.
In Giovanni Gastel questo viene messo in atto in tutte le sue opere, fino a connotare una scrittura narrativa e di comunicazione sincera e immediata. Risolvendosi persino nella   accettazione delle proprie ombre per superare i condizionamenti di una cultura familiare, che ancora lo affascina e lo lega, con lacci d’amore, certo, ma anche con la fragilità che ne deriva. Si pensi ai mai spenti dialoghi con l’amata madre, con il rimpianto fratello, perso alla sua vista, ma non al suo cuore.
Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti e delle sue contraddizioni. Ci sono due poesie, per esempio, dolcemente incastonate nel mosaico degli affetti più profondi: la dolente lettera al fratello da poco volato fra le stelle, e il dialogo del tutto terreno col fantasma della propria adorata madre. Nella prima vibra un anelito di ricongiunzione tra due anime da Atropo divise. Anelito, che s’innalza dal cuore esacerbato del poeta per troppo amore e troppo dolore all’imprecisato luogo dell’aldilà, con una lettera viva e vera e palpitante che vibra nell’aria del tramonto, che “ai naviganti intenerisce il core”, mentre “sale al vento come una preghiera”, in una verticalità che lo conduce là dove “il cielo preme sul cuore” e lo sconfigge. Verso che rende fisico un dolore metafisico attraverso una metafora bellissima. E le domande rivelano ansie e dubbi di tutti gli uomini di fronte al mistero della morte. In Giovanni Gastel, però, c’è un’angoscia diversa, dovuta ad una presenza d’amore che colma ogni vuoto, per cui la realtà vissuta come divisione e distanza si rivela un inganno che, purtroppo rende fragile il poeta “aggrappato alla vita che finisce”. È in quell’ “aggrappato” la condizione di fragilità e di solitudine più intensa e vera. Con versi solo apparentemente semplici, ma quanto profondi e densi di significato (versi logofanici), in ogni accenno di cielo e di abisso a sfiorare l’anima…
Nell’altra poesia, dedicata alla madre, in un dialogo del tutto terreno, spazio e tempo si annullano nell’attualizzare il dolore, che ha ben poco di onirico nella proiezione di quanto è stato verso quello che ancora potrebbe essere. E tutto prende vita nel gioco amaro delle domande e delle risposte reciproche, in cui si condensano, in un solo atto di amore, la realistica attenzione materna a quel figliolo che ora, in sua assenza, si trascura, sollecitandolo, in maniera ferma e categorica, a tagliarsi i capelli e ad andare dal barbiere alla fine della strada, mentre lui attenua quella sua originaria affermazione “sono un solitario” con un ripensamento “ma non mi sento solo” per non darle ulteriori motivi di preoccupazioni. Tenerezza reciproca che non consola, però, il poeta, lasciandolo nel dubbio che nasce esclusivamente da una sensibilità simile a “chiave di violino”, come direbbe il buon Pirandello… anche qui versi di una purezza adamantina che rivelano la purezza del cuore. Ma anche, di contro, le regole prescrittive della casa:
“Così mi hanno insegnato” risponde, ogni volta che deve giustificare i suoi comportamenti sociali, culturali, religiosi. Gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avverte a suo danno: la solitudine dell’“albatros” (Baudelaire) o dei “numeri primi” (Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per   la genialità che gli concede di forare il cielo e sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricompongono in Unità: Giovanni Gastel è tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie firmano la sua genialità. La sua umanità.
Ora, infatti, mentre “si va facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non è più l’Endimione dell’ultima foto, in cui ha gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo che ha avuto migliaia di doni dal cielo ed è fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso gli hanno destinato e delle sue foglie rampicati che per istinto ora sanno le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene dono. E fare dono a quanti ama e lo amano. E sono davvero tanti. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?
Oggi solo serenità./ la vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo. 
                                                                                            Angela De Leo

Alcuni miei versi con dedica a completamento di questo mio percorso critico-letterario

Ho incontrato un poeta

Ho incontrato un poeta
Era di carta e di parole
Era di solitudine e clamori
Silenzi coltivava
come fiori liberi di campo
lui che aveva serre di gladioli
e rose rare nel giardino del cuore
Ho conosciuto un poeta
con occhi grandi di malinconia
ad ogni sorriso alla noia strappato
strappato alla morte e al tempo
che verrà e avrà un giorno nuovo
di foglie e di radici
Avrà la luce di un volto inventato
e un sogno colmo di nostalgia
Avrà un tramonto per ogni canto
deluso e un’aurora di rimpianto
Ho conosciuto la sua anima
col volto in bianco e nero
e ciglia tenere di bambino
e labbra chiare di rosso spino
e azzurro incanto
(mi ha depositato tra le mani
un petalo di cielo…)
                                 Angela


venerdì 8 giugno 2018

Divagazione per focalizzare una serata speciale - prima parte


Serata magica ieri, per me e Peppino, al Broletto di Como per presentare i due libri di Giovanni Gastel all’interno della Mostra delle sue meravigliose fotografie “L’eterno istante”, curata nei minimi particolari e con particolare cura da Maria Cristina Brandini, grande amica del noto Artista.
Quella di ieri è stata la terza serata dedicata alle opere di Gastel: la favolosa inaugurazione del 26 maggio; il dibattito/confronto del nostro Autore con due suoi amici e colleghi di grande levatura nel campo della fotografia a livello mondiale del 4 giugno; e, appunto, la presentazione delle sue due opere letterarie di ieri 6 giugno. Il 17 prossimo la Mostra si concluderà, registrando un grande successo di pubblico, di interventi, e di presenza su numerosi canali televisivi e molte testate giornalistiche. Lascerà in tutti noi una lunga eco e il rimpianto delle cose belle che purtroppo, come tutte le imprese umane, hanno un inizio e una fine. Quando son grandi, però, lasciano fiorire germogli per nuovi Progetti e nuovi Sogni da realizzare. Nel tentativo di contagiare Bellezza e Cultura perché il mondo si innamori dell’Arte con Amore, sollecitando rinnovati impulsi alla Speranza…
Dunque, ieri. Dopo un viaggio a dir poco avventuroso e caotico, siamo alfin giunti a destinazione, ma ahimè quando tutto volgeva al termine, vanificando presenza e interventi della sottoscritta durante l’intera serata. Per fortuna, Giovanni Gastel non è stato lasciato da me a parlare dei suoi libri senza interlocutrice. Aveva al suo fianco la curatrice della raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante”. Ritengo che abbiano dialogato sul libro con grande “maestria” e “sapientia cordis”.
Per fortuna, essendo arrivata a pochi minuti dal commiato, mi è stata “concessa”, con grande generosità e affettuosità da parte dell’Autore e di Maria Cristina Brandini, la possibilità di concludere la serata. Onestamente, ritengo di aver girato per qualche minuto a vuoto intorno al romanzo giovanile “Duetto Profano”, di cui avrei dovuto parlare, dialogando brevemente con Giovanni Gastel, e dell’opera poetica, di cui avrei potuto/dovuto leggere e commentare qualche poesia. Stanca, assonnata, trafelata e sudatissima per la tensione e l’emozione, credo di aver farfugliato qualcosa (come la visione post della diretta mi ha confermato ad imperituro scorno), aggiustando via via il tiro per non rovinare la serata ai padroni di casa, così solerti e attenti a mettermi a mio agio. Insomma, ho concluso io la serata, racimolando anche degli applausi e delle congratulazioni e un tenero baciamano dal grande grande grande Artista, con invito a cena e divertite e divertenti conversazioni a due passi dal lago in un prestigioso ristorante, immerso nel verde e… nel suo raffinato menù.
Insomma, sono ancora ubriaca di parole, ma anche senza parole, ancora in totale intontimento per l’atmosfera calda e armoniosa che è venuta a crearsi tra i commensali e un paio di grandi calici di ottimi cocktail alcolici. Non posso essere dettagliata. Sono ancora sotto stress emotivo.
E, così, per farmi perdonare un po’ da tutti e soprattutto dal Nostro, ho pensato di riportare qui un’analisi critica non già del romanzo, di cui ho disquisito abbondantemente nei giorni seguenti alla sua pubblicazione, circa un mesetto fa, sempre sulle pagine del mio blog, ma della raccolta di poesie, un po’ per “par condicio” e un po’ perché è un libro che, nel suo insieme, mi ha catturato molto. È uno scrigno prezioso di poesie, di ritratti di famiglia, di spazi vuoti, di luoghi e date, perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
“Io sono una pianta rampicante”: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli “Angeli caduti”), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono... si tratta di un ossimoro che vale la pena di scoprire: già in quell’“Io” c’è tutto il desiderio di Giovanni Gastel di affermare sé stesso, la propria innegabile esistenza in un mondo che poco gli appartiene (tutto ciò che non appartiene al suo mondo e che sente “altro da sé”) e che è necessario conoscere per farsi “riconoscere”. Ne è la conferma il “sono”. ‘Io sono: eccomi qui. Mi presento perché ho bisogno di integrarmi in un mondo perlopiù sconosciuto nei suoi meandri più riposti e, perciò, più infidi. Non è più tempo di rimandare, di chiudere gli occhi su realtà che mi fanno paura perché non so come affrontare, abituato come sono ad altre regole, ad altri vissuti’.
Ma subito dopo, ecco un articolo indeterminativo: “una”, che affievolisce quella identità così fortemente rivendicata. E poi ancora: “una pianta”. Una pianta come ce ne sono tante. Una creatura vivente che ha un suo spazio, il suo habitat, e che attende, magari, cure e premure in cambio di verde, ombra, lievità di foglie. Con una caratteristica connotante, però: ‘sono una pianta rampicante. Ho bisogno di una via in verticale perché ho necessità di sole, di cielo, di libertà. Ma il mio stelo è troppo sottile e fragile per potercela fare da solo. Temo di piegarmi sotto gli uragani e le tempeste, sotto il mio quotidiano vivere in una fuga continua dal terreno di pietre e rovi in cui affondano le mie radici: intrico di foglie e di rami (vedi foto) che solo a tratti lasciano filtrare il sole, il chiarore del giorno. Mi attraversano macchie di buio a incutermi paura. E ho bisogno di luce. Sì, ho bisogno di essere tutto quello che sono in un confronto continuo con la realtà che mi circonda in una trama di fili visibili (terra e radici e pietre e foglie e rami) e invisibili (agguati, paure, tremori) che altri non sanno’… Sono una pianta rampicante/ che ha cercato la sua strada/ in un territorio sconosciuto./ Ma non mi sono smarrito./ Metafora dell’anima cercata/ l’istinto ha guidato i miei passi/ giorno dopo giorno.
All’interno della raccolta sparisce l’“Io” del titolo in copertina perché ora il poeta non deve affrontare il “territorio sconosciuto”, perché mai vissuto in quanto mai abitato, davanti al quale la copertina (soglia e varco dell’intera raccolta) lo pone, per seguire la “sua” strada. Nonostante tutto, “non mi sono smarrito”. Verso bellissimo, quasi un flusso di coscienza. Un parlare di sé a sé stesso, rivendicando con fierezza la sua capacità di resistere, sorretto dall’istinto “che ha guidato i suoi passi”, o dall’“anima cercata”, la parte più profonda e vera di sé, per elevarsi al cielo. E la disposizione delle parole negli ultimi versi sottolinea la meravigliosa ambiguità della nostra lingua: metafora è l’anima cercata, ma anche l’istinto. Anima. Istinto. Ciò che eleva e porta verso la luce e ciò che spinge l’uomo a comportarsi secondo natura. Nessuno glielo ha insegnato. E qui siamo di fronte, come spesso accade in poesia, alla scrittura consapevole che sembra descrivere la realtà e alla scrittura inconscia che racconta la palpitante verità emozionale del momento.
Tutta la raccolta è uno scrigno prezioso di versi e di foto di famiglia che racchiude in sé l’ossimorica vita e personalità del poeta, sempre dimidiate, l’una e l’altra, tra narrazione descrittiva e “sentimento intimo” della scrittura, sempre in sospensione tra l’essere e il non essere, tra il qui e l’altrove, tra l’attimo fuggente e la lunga sequela di giorni di apparente bonaccia.
Come in una terra sconosciuta/ mi muovo circospetto/ in questa anima nuova/ figlia delle tempeste della vita./ Ma tu amore/ abbraccio inatteso/ hai saputo raggiungermi qui/ nel vuoto della mia non appartenenza./ Guarderemoinsieme/ scendere la notte sul mare nero/oltre gli ultimi scogli.
Di qui l’angoscia di vivere continuamente tra questi due estremi: il dinamico vitalismo di tempi frenetici e di viaggi in tutti i Paesi del mondo per un lavoro scelto e amato profondamente, quello di fotografo dal respiro internazionale ad altissimo livello, e il tempo lento del prendere fiato, del lasciarsi andare ad assaporare la tranquillità degli ambienti che conosce, che gli sono familiari, che lo fanno sentire finalmente al sicuro.
… La guerra è sospesa/ in questa calma domenica./ Assente oggi la malinconia/ aderisco a questo momento/ come un naufrago/ a uno scoglio inatteso./ Splendi cielo sulle nostre teste felici.
Ma è una tregua che dura poco. Bisogna nuovamente andare… Londra, Parigi, New York, Shanghai, Filicudi, Como, Milano, Cernobbio, Mosca, Gardone, Castellaro, Zanzibar, Istanbul, Il Cairo, Filicudi…
Il libro di Giovanni Gastel, pertanto, si snoda lungo queste tappe di un viaggio senza fine, in versi liberi che non hanno soluzione di continuità, non hanno titoli che etichettano e sintetizzano; non costrizioni metriche o metaforiche. È quasi una “narrazione in versi” come opportunamente sottolinea la curatrice della silloge, la brava scrittrice e poetessa, nonché critico letterario, Barbara Radice nella sua illuminata Introduzione: composizioni che “fluiscono libere. Seguono e inseguono onde di emozioni, sentimenti, memorie, nostalgie, osservazioni, disperazioni, rassegnazioni. Ogni poesia è un’onda e un riflusso. Le onde arrivano una dopo l’altra, si rincorrono, e rifrangono, mentre memorie, nostalgie, annotazioni si moltiplicano. Rientrano, ritornano, rimbalzano e ricadono”.
Benissimo. Le onde sono metafora delle narrazioni poetiche di Giovanni Gastel. Tutto scorre e tutto sembra avvilupparsi in un continuo ritorno di momenti che si ripropongono, si accavallano, si allontanano in un riflusso che va a scontrarsi con altre percezioni, sensazioni, riflessioni, emozioni. I campi semantici sono davvero tanti e altrettante sono le chiavi di lettura interpretative, in uno slargarsi e restringersi continuo di annotazioni e di sguardi lunghi, oltre gli orizzonti del suo campo visivo e della sua anima. L’école du regard, sorta in Francia tra gli anni Cinquanta-Sessanta dello scorso secolo, fa costantemente capolino nei versi del poeta.
Ma alle onde (che producono il rumore del mare e della sua risacca con folate di venti contrari a sollevarle e a direzionarle, ma con le sotterranee correnti dei fondali marini a produrle inizialmente) a me piace aggiungere le conchiglie (che sono la voce che si frammenta in tante voci altre) da portare al nostro orecchio.
Il canto del mare in corsa col tumulto dei battiti del cuore.
E poi c’era il rumore delle onde/ quel ritmo costante/ come il battito del cuore.
Le voci. Quelle dei dialoghi e dei soliloqui, quelle delle domande e delle risposte, ricevute o mancate. Quelle del passato e del presente. Quelle che l’Autore porta continuamente al suo sensibilissimo “orecchio acerbo”, che sente la primordialità della natura e della vita, e quello più raffinato che si nutre di memoria e ricordi, di assenze sempre presenti, di riflessioni e nostalgie. Con malinconia. Con ironia. Con disincanto. In una continua dimidiazione dell’Io sempre presente e sempre assente in un luogo e nel suo altrove. (fine prima parte).
Angela De Leo

lunedì 4 giugno 2018

4 giugno 2008 - 4 giugno 2018

Il tempo è una tela di ragno che ci imbriglia in ogni direzione. Parliamo di tempo lineare (gli anni che passano) e di tempo circolare (il riproporsi delle stagioni), di tempo presente (il battito di ciglia di un attimo), del tempo passato che si attualizza in un ricordo e del tempo futuro che ci prefiguriamo senza alcuna certezza o verità. Forse è il tempo della speranza o di una promessa, ma esiste soltanto perché noi possiamo pensarlo e prefigurarcelo. Tu sei ormai tempo coniugato al passato come presenza fisica e tempo coniugato al presente come “ingombro” nel cuore: occupi buona parte dello spazio nel mio quotidiano andare e sei un nodo che fa ancora male. Per fortuna, ho un cuore di riserva (i nostri figli qualche tempo fa mi regalarono un libro meraviglioso intitolato “E la chiamavano due cuori”). Non so se ce l’ho mai avuto o sono stati i miei ragazzi a farmelo sentire battere nel petto. Doppio battito, dunque. E nel cuore di riserva c’è spazio per tutti quelli che amo, per quelli che mi corrispondono, per quelli che via via bussano ai miei giorni per entrare a farne parte. Loro non sanno del mio cuore di riserva. Sanno che vi trovano spazio e qualche volta si meravigliano. Non tutti sanno di te. E quelli che sanno pensano che sono passati 10 anni. E ignorano quel nodo che ogni giorno mi riporta non ai nostri quasi cinquant’anni trascorsi più o meno insieme, ma a quell’ultimo giorno che non si fece mai alba per te. Rivivo attimo per attimo le due frenetiche ore che resero la tua storia irrimediabilmente al passato. E il nodo strangola strangola strangola per tutti i giorni che poi sono venuti dopo di te. Giorni difficili. Amari. Vulnerabili. Tutti mi danno premure attenzioni baci e sorrisi. Ma spesso io sento quel nodo non solo come il pianto della tua mancanza al mio fianco quanto piuttosto come ferita per tutto quello che a te è venuto a mancare proprio nel momento in cui avresti potuto averne più bisogno. È questo il mio tormento. Qualche volta, perciò, mi si rimprovera per una malinconia che non riesco a nascondere, per un’amarezza di fondo che non dovrei provare, per un pensiero che mi fa sentire più vicina alla tua promessa prima di andar via (il mio futuro sempre più breve): “ci vediamo di là”. Sì, è una promessa che gli altri che mi amano sentono come minaccia, mentre per me, che ho sempre avuto terrore, e non solo timore, della morte si fa segreto motivo di riconciliazione da sempre desiderata, di adesione serena se non proprio attesa, di accettazione tranquilla perché “di là” ci sei tu ad attendermi e tutti quelli che mi hanno amato. E siete ormai tanti. Proprio tanti… Quando sarà, faremo una grande festa con tutte le musiche e le canzoni che abbiamo ascoltato insieme. Con tutte le poesie che mi hai dedicato, che ti ho dedicato. Con tutta l’allegria del nostro ritrovarci…
Intanto, vivo il nostro dopo e riascolto le tue poesie che mi hai dedicato quando eri certo di andare via prima di me. L’avevi sempre previsto. Sempre saputo. Ed è dolcissimo oggi rileggerti. Le tue rinnovate carezze per il mio doppio cuore. Tu ignori il cuore di riserva. Me lo avresti strappato e buttato via. Lo sai. Lo sappiamo.

A LINA, DOPO

Capricorno Selvaggio

Capricorno Selvaggio
sono nato prima di nascere
assurdo capricorno
di uno zodiaco senza cielo;
inseguivo tropici
con sangue di ghiaccio
lungo i confini del vento
che cerca la sua ragione
accusando le foglie
di bruciare l’autunno.
     Per rincorrere
briciole di sabbia
colme di niente
ho rischiato la mia dignità
               E
intanto ignoravo
la spiaggia immensa,
come unico rifugio 
per le mie ansie
che si apriva sui confini
del mio cuore.
Mi son giocato me stesso
con dadi truccati,
mi sono giocato il tempo
da scontare senza più equilibrio
-         Assurdo clown
che insegue il suo segno zodiacale -
Mi ritrovo selvaggio
come sono nato
inchiodato
come un povero cristo
dalle mani di pietra
incapace
di rovesciare la clessidra
e di sfogliare
i petali del vento
o inventare
un natale di dolcezza…



Ti vestirò di pane e fiori
E di fragranza dolce
Di prato e di fresco mattino
Ti vestirò di pane
Per sapere il tuo cuore
       Ti vestirò di fiori
Per sapere il tu amore
Per mangiarti
Con la mia fame di te
Per coglierti
Petalo su petalo
        Mio pane quotidiano
        Mia primavera.
        Ti vestirò di pane
Soffice e caldo
Per i denti del mio cuore
Ti vestirò di fiori
Per le mie mani ansiose.
E sulla mia pelle
        Pane e fiori
La festa non avrà mai fine.


Per la gloria dei gabbiani
         
       Le conchiglie hanno sogni
Di acqua tenera
E di sole azzurro e verde
Lungo le orme
Di sabbia mai stanca
      Mai vinta.
      E il tuo canto
Ha vele di nostalgia
Per la gloria dei gabbiani in volo.
         Il tuo respiro
È un giorno profondo
Di luce e di stelle
Antico e immenso
Come un guerriero
Senza storia.
      E la tua presenza
È un canto senza fine
Come specchio di tempo
E di memoria.


Favola
        
              E tu
Scioglievi i rami
Dei tuoi sogni
Sulle note della nostalgia
Mentre il giullare
Inseguiva la noia
Alla Corte del Re
     La notte era fredda
E tu
Fata e poi strega
Con fiori di luna
Nei tuoi capelli
Parlavi di pianto
E di amori perduti.
     Poi, l’alba
Raggiunse il castello
Pietra su pietra
Fino ai tuoi occhi
Ciglia su ciglia
Fino al desiderio
Del Re
Tu Regina e Schiava
Con la tua pelle
Nuda di rugiada
Tra fiore e foglia.
     Dormivano i cavalli
Con le criniere stanche
Come sogni lasciati
 E mai vissuti.
          E tu
 Corda di mille chitarre
   Tu la notte
   Tu il giorno
   Tu favola di ieri
        Tu favola
        Di sempre.


Se un giorno ti diranno

Se un giorno ti diranno
di amarti tanto,
pensami e saprai
che ti amo più di tanto.

Se un giorno ti diranno
di amarti un mondo,
pensami e saprai
che ti amo più
di un mondo.

Se un giorno ti diranno
di amarti immensamente,
pensami e saprai che
ti amo di più
tanto di più
un mondo di più
immensamente di più …                
                      Primo Leone


A te (dieci anni dopo)

Sul precipizio mi fermai a guardare il vuoto…
Fu tutto in un istante
il dirsi arrivederci ed era addio
in quel presentimento
che mai m’abbandona
e fissa istanti
in cui tutto accade ed è eternità
I tuoi occhi lontani e già altrove
il silenzio nel giardino
il grido inorridito a metà gola
perché nessuno scoprisse l’inganno
del tuo dover andare senza appigli
ad ogni filo di luce che ti lanciavo
e farti un nodo al dito a rammentarti
il ritorno e la strada e il vento e la ruga
da baciare per levigare un pensiero
più di una ferita
a esorcizzare il tempo che esonda
la pena di ogni nuova sconfitta
Ritorno sui miei passi stanchi
e ho scarpe rotte e tasche di buchi
e uno scoramento di lacrime
a inondare la soffitta senza la possibilità
di contrastare le stelle
e trattenere
il tuo viaggio fino all’ultima dimora
dove è più adeguato il tempo
alla tua arsura di libertà
(respiro immenso ha la nostra vela
con mani intrecciate
a un cielo al tramonto che sa ancora di noi…)
                                                   Lina


NB: le poesie, dedicatemi da Primo su un quadernetto nero col bordo rosso come quello che usavamo tra i banchi di scuola dove ci incontrammo la prima volta nel 1958, sono dieci. E sono meravigliose poesie d’amore da leggere “dopo”. A Lina, dopo.
Alcune sono inserite nel libro “per oro e per sempre” (SECOP Edizioni, 2017), dono di Raffaella e Peppino per il giorno delle nostre Nozze d’Oro, il 20 settembre 2017. Altre sono ancora inedite. Avevo deciso di tenerle solo per me, ma poi sono talmente belle che mi sembra giusto farle conoscere anche agli altri… Primo, ottimo poeta, scrittore, pittore… e tanto altro ancora…                                  

Angela De Leo

sabato 2 giugno 2018

Divagazione su un grande amore


È ormai giugno. Per alcuni cominciano le vacanze. Spesso è accaduto anche per me. E alcune volte è capitato a me e alle mie sorelle, capitanate da mio cognato Gianni, di andare in vacanza a Chianciano per ritemprarci con le benefiche acque termali, lunghe passeggiate nel verde dei viali alberati ancora illuminati dalle lucciole nelle siepi e lo scambio di allegre battute. Un paio di anni fa, ecco una storia che conferma le mie ultime riflessioni sull’Amore. Eccola.
Chianciano al tramonto era tristezza e rimpianto. Un vuoto di gente sotto fitti rami attraversati dagli ultimi raggi del sole morente, ma ancora infuocato di un giugno caldissimo e sfibrato.
Il vecchio hotel, che aveva conosciuto tempi di splendore e di eleganza, era immerso nell'insolito silenzio di un'annata povera di clienti. Colpa della crisi e del disamore dei giovani per gli anziani, la quiete, il termalismo. Chianciano languiva. I pochi clienti del silenzioso hotel tacevano anche loro, seduti sull'ampia veranda colma di sdraio e tavolini, sopraffatti da una tristezza che stringeva il cuore tanto da non avere più neppure la voglia di raccontarsi.
Ad un tratto, un camioncino multicolore frantumò il silenzio col suo irrompere nello spiazzo antistante alla costruzione alberghiera di quattro piani semideserti, e vi portò scompiglio. Una ventata di novità che ben presto si trasformò in allegria. Scesero il conducente, un uomo anziano ma ben messo, ancora vivace e scattante nel volto e nei movimenti, e una donna, sua moglie, più acciaccata, rotondeggiante, sorridente, che si fece subito notare per il suo vestito che faceva a gara con i colori del loro furgone. Si presentarono prima ai pochi clienti seduti fuori con modi sbrigativi e catturanti: Antonio, Vinia; poi, al gestore dell'albergo dietro il banco della reception. L'hotel in un attimo si rivitalizzò, colorandosi della presenza chiassosa e ciarliera dei due nuovi arrivati che, immediatamente, scaricarono dal furgoncino parecchi strumenti musicali: mandolino, chitarra, fisarmonica, violino, armonica a bocca, flauto, bongos, guiro, banjo, tamburelli, pianola, maracas, nacchere. E solo due zainetti. Con grande meraviglia dei vecchi clienti, non portarono subito in camera quell'intera orchestra ma la disposero sull'ampia terrazza, spostando sdraio e tavolini per ricavarsi lo spazio necessario per tutti quegli “arnesi”, manovrati con cura, mani delicate, occhi d'amore. Poi, la signora chiese scusa ai presenti e andò in camera per rinfrescarsi e cambiarsi d'abito, mentre suo marito con un sorriso tra il timido (vi chiedo scusa dell'ingombro) e lo spavaldo (adesso vi dimostro come suono io!), prese il mandolino e cominciò a pizzicarlo con maestria sulle note nostalgiche di canzoni napoletane del repertorio classico che tutto il mondo conosce e canta e che ancora oggi commuovono eserciti di emigrati in terra straniera. Tutti riproposero il silenzio, questa volta incantato e assorto. Torna a Surriento, Santa Lucia, 'O marinariello, Io te vurria vasà, Voce 'e notte... invasero le ombre rossastre di quella sera frastagliata di foglie e di raggi di sole fra ricami d'alberi. Tutti cominciarono a cantare, dapprima sottovoce e solo le poche note più facili, poi, a poco a poco, il coro si fece più alto e più armonioso. Antonio lasciò il mandolino e prese tra le braccia la fisarmonica per un altro repertorio sul filo della nostalgia. Poi, fu la volta della chitarra. Tutti erano ora stupiti e coinvolti nella musica, nelle parole, sussurrate, urlate, amalgamate perché nessuno fosse “fuori dal coro”.
Qualcuno chiese ad Antonio di cantare per non “storpiare” quelle belle canzoni e lui, ammiccando compiaciuto e come complice di una sorpresa, disse che stava arrivando il turno della sua “reginella”. Nessuno capì e tutti azzardarono alcune note di Reginella, l'accorata canzone napoletana così struggente e tenera, ma lui scosse la testa.
- Sto aspettando - disse con più forza e guardando verso l'hotel - la “mia” reginella!
Allora, fu chiaro a tutti che aspettava lei, sua moglie.
E lei giunse ed era un quadro di Monet: ricamo di pizzi e pailletes sul nero del suo lungo vestito, svasato oltre i poderosi fianchi, con tra i capelli a chignon una rosa rossa come le accese sue labbra e denti di perle simili a quelle che brillavano al collo, non proprio alla Modigliani, ma bianco e tornito sulla generosa scollatura da cui, spavaldo, danzava l'abbondante seno.
Con disinvoltura e un largo sorriso, Vinia accennò alle prime parole di Reginella: Te si fatta 'na vesta scullata... con una voce ch'era trillo d'usignolo a sovrastare una intera orchestra di altri suoni melodiosi che le fiorivano in gola, un'intera orchestra che soverchiava il dolcissimo mandolino che pigolava, singhiozzava, si disperdeva nelle note prolungate dei ricordi d'amore.
- Eccola, Vinia, la mia reginella, un incanto la sua voce! - sussurrò incantato Antonio. - Che vi dicevo? Senza di lei che mi dà le note non so suonare bene. Prendo delle stecche clamorose.
Vinia gli sorride divertita, si applaude da sola invogliando i presenti a fare altrettanto, poi riprende a cantare e a volteggiare, alternando alle nacchere, tamburelli e guiro.
È una farfalla leggera, vezzosa, piena di languori e moine. Sembra una pagina di un libro di pop up o un cartone di Walt Disney, oppure balza, così viva e vera, da un feuilletton dell'Ottocento. È un miscuglio di grazia malizia soavità. Con quella voce che sogna danza vola raggiunge il cielo dove anche le stelle ora si sono fermate ad ascoltare.
Si abbandona sfinita sulla sedia, mentre il marito la guarda orgoglioso, tenero, preoccupato. Lei lo rassicura. Sta bene. È felice di essere con noi. Si fa conoscere e vuole conoscerci. Parla con naturalezza della loro vita di pensionati dell'INPS con due figli lontani ed un'unica identica passione: la musica. Sono autodidatti ed hanno speso quasi tutta la buonuscita di entrambi a comprare quegli strumenti di grande valore, alcuni rari altri provenienti da altre nazioni o altri continenti. E la voglia di imparare. E la passione per dare voce e suono e canto a tutti quegli strumenti accordati sulla voce di lei, ineguagliabile strumento uscito dalle mani del Creatore. Direttamente da Lui. E guarda in alto e si commuove.
Lui l'ascolta e tace. La guarda estasiato e convinto. Con le pensioni vanno in giro per il mondo a fare i loro concerti gratuitamente con il solo gusto di un applauso. Per vedere la gente finalmente cantare. Per dare agli altri un po' di quella felicità che loro provano nella musica, nel canto.
Vinia si rialza, accenna ad una piroetta festante e si risiede. Riprende a cantare, dopo aver intercettato volti in attesa. Ha ormai stabilito un contatto magico con l'uditorio che, nel frattempo, è andato infittendosi, con l'arrivo di altri clienti che erano in giro per le strade semideserte di Chianciano, tra alberghi storici chiusi e saracinesche di antichi negozi abbassate. Anche il personale dell'albergo è uscito ad ascoltare: la cena stasera può aspettare.
Antonio ringrazia tutti con la sua bella faccia con rughe che ridono. E guarda, rapito, il suo usignolo, la sua reginella. Le lancia un bacio. Prende il violino. Attende le prime note e poi si piega su di lei, la sfiora, l'ama, quasi s'inginocchia davanti ai suoi occhi che brillano, trasfigurandola. È bellissima. Romantica. Appassionata. Non ha più di vent'anni.
E lui, folgorato da tanto splendore, suona solo per lei.
Il silenzio di chi ascolta è un chiarore di pura magia su quei volti assorti e paghi di una ritrovata giovinezza, che s'incanta al ricordo di antiche passioni, di mai dimenticati amori.
Un lieve venticello smuove sommessamente le foglie degli alberi che dal piazzale s'inoltrano nel bosco, dove ogni sera fremono ancora le mille lucciole in gara con le stelle.
E Chianciano non è più una tristezza che stringe il cuore. Sembra, in tanto buio, rinascere a nuova vita. Anche il vecchio hotel sembra ridestarsi dal suo sonno improvviso. Non ci sono più clienti anziani, sofferenti e annoiati. Tutti abbiamo un nuovo guizzo di vitalità, un nuovo canto nel cuore. Come d'incanto anche questo mondo malridotto e misero ha ceduto il posto alla speranza.
Potenza dell'Amore e dell'Arte. La musica è il sorriso di Dio che risuona nei Cieli. “Vince dei secoli il silenzio”. Brilla del sogno di tutti gli angeli nel firmamento.
Vinia e Antonio si abbracciano felici sotto lo scrosciare dei nostri applausi e ci danno appuntamento a domani perché è giunta l'ora di farsi le carezze private e di fare spazio ai sogni che già sono in attesa tra i cuscini del loro letto. Dicono. La cena può aspettare. A domani sera. Non hanno più fame. Nessuno ha più fame. Piano piano tutti vanno via.
Peccato che per qualcuno il soggiorno sia finito. Ma una nuova leggerezza aleggia tra mente e cuore, sfiora l'anima.
Un anziano signore si attarda a guardare il bosco, le lucciole, le stelle.
Sorride, rinfrancato, ai sogni di Vinia e Antonio e forse scopre improvvisamente che si può sognare a tutte le età e che basta poco per regalare un sogno e un mondo migliore anche agli altri...
È solo questione d'Amore. L' Amore esiste. Vinia e Antonio lo incarnano perfettamente. Due folli? No, solo due innamorati.
“Oh, se tutto il mondo s'innamorasse!”, sospira l'anziano signore dal cuore giovane.
‘Solo l'AMORE può salvarci’, penso, non senza appena un filo di speranza...
E ricordo alcune parole del protagonista del film Vi presento Joe Black, quando esorta sua figlia ad avere una felicità delirante, proprio come quella di Vinia e Antonio. Sì, proprio come quella.

“Abbi una felicità delirante!”
O almeno non respingerla.
Lo so che ti suona smielato ma l'amore è
passione, ossessione,
qualcuno senza cui non vivi,
io ti dico: buttati a capofitto! Trova qualcuno
da amare alla follia
e che ti ami alla stessa maniera!
Come trovarlo?
Beh... dimentica il cervello e ascolta il cuore.
Io non sento il tuo cuore.
Io non sento il tuo cuore, perché la verità,
tesoro, è che non ha senso
vivere se manca questo.
Fare il viaggio e non innamorarsi
profondamente, beh... equivale a non vivere.

Angela De Leo