mercoledì 21 marzo 2018

21 marzo: sorriso di primavera



Anna Paola, la mia bella ed esuberante nipotina, festeggia con gli amici le sue diciannove primavere. Mi emozionano le loro voci d’allegria che volano fino alla mia mansarda, mescolandosi alla malinconia della pioggia che questa notte mi sta rubando le stelle. Non mi sembra giusto per il 21 marzo che già è pronto a fiorire. I ragazzi hanno portato nella nostra casa la primavera, mentre fuori lacrima un inverno che non vuol andar via. E, come sempre, quando avverto commozione nell’aria, scrivo. Per Anna Paola, per i suoi amici, per la giovinezza che esplode di gemme appena schiuse. Per la primavera che mi batte nel cuore…

Per Anna Paola,
(fiorita al mio cuore con la primavera)

Un nuovo refolo di vento dispettoso
si aggira tra i rami ingemmati del giardino,
e una pioggia sottile mormora una cantilena
che da bambina cantavo di buona lena.
M’invento così una primavera ragazzina
che vibra tra nuvole di bianchi ciliegi,
e gioca con i peschi rosa delle tue gote
al primo canto del giorno e della vita.
Mia gioia infinita, insegnami a contare
tutto quello che conta per vincere e osare.
Ti attese una nonna sognatrice che scrisse
d’amore e di follie sui muri e sulle foglie
e meraviglie e incanti ti predisse,
ma non seppe mai di numeri oltre il dieci
e per i tuoi diciannove anni come fare?
Mi mancano nove dita per contare…
Mi prendi in giro e opponi la scienza esatta
alle mie parole che scrivo da sempre
e per sempre con aria distratta.
Ti ridono gli occhi, quando le leggi,
e ti sorride il cuore, ma non me lo dici.
E ridiamo insieme dell’audacia delle rose
nel fiero verde di ranuncoli e tulipani
e di narcisi superbi e timide margherite
che pastellano di mille colori prati e cose.
Tutto ride d’incanto in una capriola
di giorni rovesciati perché in un intreccio
di petali stillanti tu cresca di splendore
e io dolcemente ridiventi bambina
a riscoprire nella tua gioia nuove aurore.
Il nostro andare in due “pelle e cuore”
è un canto di velieri a sfidare il mare…
In abbracci notturni inseguiamo sogni
e una tenera complicità di buio lunare
ci sorprende sotto il lucernario sul cuscino.
Poi per intrappolare le stelle silenziose,
e accendere di luce i tuoi pigri mattini  
m’invento ogni notte un magico retino
per le assonnate albe come gatti nei cestini…

(e la pioggia ora ha profumo di gelsomini)

                                (per le tue 19 primavere da nonna Lina)

sabato 17 marzo 2018

Quando a marzo il vento


Anche la poesia va vissuta e cambia pelle e cuore a seconda degli anni e delle stagioni. E nel tempo rende universale ogni palpito condiviso perché in essa ognuno può scoprirsi e ritrovarsi... Poesia, compiutezza di sé nella disarmonia/armonia del proprio cuore più profondo, e bellezza che si sprigiona da un’emozione e si fa canto d’infinito… incontro di anime. Buona emozione!

Giorni di pioggia nella mia casa
a cui mi arrendo fragile e insicura
perché il tempo non abbia di me ragione
e m’inchiodi alla sedia degli affanni.
Troppo lungo questo greve inverno
che ha messo radici nella carne
e geme e piange e urla la sua sorte
e non vuol morire con un ricordo di neve.
Ma d’improvviso il glicine è fiorito
e la rosa pure e la margherita da sfogliare,
il narciso, i tulipani, i nontiscordardimé.
Colorano di festoso arcobaleno
il grigio senza sorriso delle nuvole.
Il sole è uno squarcio dorato nell’azzurro
un cielo nuovo, un rinnovato incanto
di tersi mattini promette.
Sul terrazzo ancora spoglio esco
e offro il volto offeso dagli anni
alle carezze del vento innamorato…
(già è respiro di giovinezza dentro).


Una rosa nel vento

Turbine di vento nel giardino.
Una rosa rossa sfoglia il suo profumo.
Mi piovono tra mani deserte petali
di porpora e velluto e un sogno
a riportarmi primavera tra i pensieri
solo fino a ieri incatenati a cupi
giorni d’inverno vissuti dietro i vetri.
E nelle stanze vuote di sorriso.
Rosa sfilacciata prima di scoprire
l’incanto d’essere viva e bella.
Resta il sogno che non muore
tra velluto di tenero splendore
che custodisco tra dita innamorate.


… al vento dei ricordi

Bimba del mio tempo breve
ridammi
il tuo filo d'aquiloni al vento
dove legare risposte mai ricevute
ai perché del mare e del firmamento
e un ditale d’argento e d’oro fino
per ogni ago che mi ferì nell’andare.
Cantami una ninnananna
stammi vicino.
Il vento dei ricordi che mi culla
fa’ che mi salvi dal tempo e dal dolore
che serena mi faccia addormentare
tra stanche foglie
del mio quieto giardino
dove è più facile riprendere a sognare
Raccontami
della fiaba che non muore
dei verdi passi perduti nel cammino
della sera che di lucciole esplode
nel mio cuore di papaveri e gelsomini.

(di stelle s'illuminava il tuo prato cuscino)


giovedì 15 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”: la creatività (parte conclusiva)


Tutto questo ci porta all’“esperienza dell’io” (Fromm): una più ampia e profonda consapevolezza di sé che comporta una maggiore consapevolezza dell’altro da sé, degli altri. Senza confondere con nessun altro l’identità dell’“io sono”, ma comprendendo ogni altro diverso da sé. Perché, come Fromm dice, “io sono te senza perdere me stesso, anzi rafforzandomi nel mio io”. E mi rafforzo nella “capacità di accettare il conflitto” e la tensione che inevitabilmente l’incontro dell’“Io” con l’altro comporta. “I conflitti sono la fonte della meraviglia, dello sviluppo della forza, di quello che una volta si soleva chiamare <carattere>. L’accettazione del conflitto, dunque, è un atto creativo perché ci pone verso l’altro e la stessa vita, non con il nostro “Io” che deve vincere, ma con un “Io” che, per il solo fatto di scoprire ed accettare l’altro diverso da noi, o la nostra vita diversa dalle nostre aspettative, ci dà la possibilità di sperimentare e accettare l’esistenza di una realtà sconosciuta fino a che il nostro “Io” non l’abbia guardata con occhi non più suoi. Ecco perché Fromm dice: “molti muoiono senza essere mai nati, mentre la creatività ci fa rinascere infinite volte”. Per Fromm, dunque, la creatività significa “aver portato a termine la propria nascita prima di morire” attraverso “l’intensa certezza di sé”, pur nella incertezza di sé come essere immutabile. Abbandonare questa certezza significa avere il coraggio del dubbio. E della fede in tutto ciò che è rivedibile, trasformabile, dilatabile all’infinito. La certezza è la morte della nostra mente. Coraggio e fede sono alla base del pensiero creativo e, quindi, alla base della vita stessa. Educare alla creatività è per Fromm educare alla vita. Ecco perché la creatività è una sfida, non una conquista. Rollo May afferma, infatti, che la creatività è una sfida che impegna il pensiero a produrre qualcosa di nuovo. Gli artisti e i creativi, perciò, amplificano l’esperienza umana. Per Rollo la genesi dell’atto creativo consta di 4 momenti:
1°) L’“incontro”: con il mondo, attraverso i cinque sensi. Compreso il sesto senso, cioè: sensibilità e intuizione, da cui scaturisce spesso l’idea. L’incontro viene potenziato dallo “sforzo volitivo” (atto di volontà) o “impegno”.
2°) L’“intensità dell’incontro”: significa essere totalmente presi (assorbimento, concentrazione, battito cardiaco accelerato, dimenticanza del cibo, del tempo, dello spazio, della fatica). Intensa consapevolezza di ciò che si vuole o si sta creando.
3°) L’estasi: uno stato di totale dimenticanza di sé, quasi un andar fuori dal corpo, totale appagamento, gioia, esaltazione.
4°) Produzione: realizzazione dell’idea.
Alfred Adler afferma che la creatività serve alla persona per esprimere al massimo grado sé stessa come “compensazione” a qualche limite o complesso che non riesce a superare altrimenti: è il caso di Giacomo Leopardi o di Ludwig von Beethoven e di molti altri artisti.
      Per Carl R. Rogers il processo creativo è terapeutico perché ha una potente forza
      curativa in quanto aiuta l’uomo a realizzare sé stesso attraverso la valorizzazione
      delle sue potenzialità.
Occorrono, però, 3 condizioni interiori perché sia possibile mettere in luce il pensiero creativo:
A. Apertura all’esperienza: estensibilità, libertà di giudizio, comprensione.
B. Un luogo interiore di valutazione. L’appagamento interiore indipendentemente dalle lodi o dalle critiche, meno che mai dal successo (che molti purtroppo inseguono spasmodicamente in ogni campo che dà visibilità).
C. La capacità di giocare con gli oggetti e i concetti”.
 Sembra una condizione meno importante. In realtà è decisamente la forma più leggera e ridente della creatività. Giocare con le idee, le parole, i concetti, le forme, i colori, gli oggetti; formulare ipotesi assurde, esprimere il ridicolo, il paradossale; usare sapientemente l’ironia o l’autoironia, sollecitare il senso dell’umorismo rivelano senza dubbio una visione estremamente creativa della vita. Offrono mille e mille possibilità di esprimersi e comunicare. “La capacità di giocare” nella vita pur sapendo che la vita non è un gioco.
Carl Rogers parla ancora di “creatività costruttiva” e di “sicurezza psicologica”, intesa anche come “libertà psicologica”. “Accettare ogni persona come valore in sé”, non condizionato da discriminazioni di alcun genere in “un clima libero”, sereno, privo di giudizi e soprattutto di pregiudizi. Di qui la “comprensione, partecipazione, condivisione”. Ma, secondo lo studioso, esiste purtroppo anche la creatività distruttiva: la follia creativa; il genio maledetto, incompreso, solitario, chiuso agli altri.
Per Abraham Maslow la creatività è la vera “motivazione” che spinge l’essere umano a realizzare sé stesso con una “esperienza al vertice” (volare alto): pura ebbrezza (dimenticarsi delle inibizioni, dei condizionamenti, delle angosce, delle paure…). Per questo psicologo esiste la “creatività primaria” (“la grande opera esige un grande talento”), la “creatività secondaria” (quella che realizza i ponti, le strade, le nuove automobili, le opere scientifiche o quelle letterarie e artistiche, utilizzando le idee altrui), la “creatività integrata” (che è la sintesi delle prime due e che realizza delle buone opere senza difficoltà e con buoni risultati).
Jean Paul Guilford, per quanto riguarda il pensiero creativo, parla di “attitudini innate” in dotazione di esseri umani privilegiati, le cui caratteristiche  sono: flessibilità comportamentale, fluidità ideativa, capacità immaginativa, mobilità del pensiero, scorrevolezza associativa, espressiva, comunicativa; facilità argomentativa e compositiva; saper problematizzare la vita e scoprire una vasta possibilità di ipotesi di soluzione; senso critico costruttivo; comprensione degli altri, originalità nelle risposte ai quesiti, ma anche originalità comportamentale, elaborazione più complessa dei semplici dati a disposizione, capacità di progettare, predittività, sensibilità estetica, capacità mnemonica, percezione, attenzione, concentrazione, senso profondo della vita e del destino.
Inoltre, la flessibilità è “spontanea” oppure “adattiva” (in funzione di una situazione particolare o problematica di maggiore o minore difficoltà).
Le caratteristiche innate, poi, fanno parte delle “intelligenze multiple” teorizzate da Gardner: intelligenza emotivo-espressiva, intelligenza logico-matematica, intelligenza figurativa e intelligenza musicale, intelligenza pratico-organizzativa, intelligenza speculativa, ecc. (simbolica, semantica…).
Daniel Goleman mette l’“intelligenza emotiva” alla base della creatività. E sostiene che ci può rendere “felici”.
Edwuard De Bono ha scritto molti libri sul pensiero laterale o divergente o parallelo, sinonimi del pensiero creativo. Quest’ultimo ci rende “attraenti”.
Egli ha messo a punto la teoria dei “sei cappelli per pensare”: bianco, rosso, nero, giallo, verde e blu (probabilmente in riferimento alle intelligenze gardneriane).
Perché i cappelli? “Perché un cappello può essere messo o tolto facilmente e deliberatamente” - dice.
Il cappello bianco. Evoca la carta (…) e sta ad indicare le <informazioni>. (…).
Il cappello rosso. Pensate al rosso come al fuoco e al calore. Questo colore rappresenta le emozioni, gli stati d’animo e l’intuito. Questo è un cappello molto importante. (…). Il cappello rosso dà accesso alle emozioni e ai sentimenti, li legittima e fornisce ad essi uno spazio ufficiale. (…).
Il cappello nero. È una parte molto importante della nostra cultura della riflessione, sia nella discussione sia altrove, ad esempio nell’istruzione. (…)
Il cappello giallo. È quasi del tutto trascurato. Quando usiamo il cappello giallo andiamo alla ricerca dei valori, dei vantaggi e dei motivi per cui una certa soluzione dovrebbe funzionare. Questo aspetto positivo del pensiero viene perlopiù ignorato. Dobbiamo sviluppare la “sensibilità al valore” senza la quale la creatività rischia di essere una perdita di tempo. (…).
Il cappello verde. (…). È il cappello produttivo. È il cappello generativo. È il cappello creativo. (…). Il cappello verde esorta a proporre idee, alternative, possibilità e progetti. (…) il cappello verde è un invito alla creatività. (…).
Il cappello blu. Pensate al cielo e a una visione d’insieme. Il cappello blu è come il direttore d’orchestra. Il suo ruolo è organizzare gli altri cappelli e governare la riflessione. Il cappello blu riguarda il controllo del processo”.
Esistono, infine, molti tipi di creatività. Tra le più sorprendenti forme di creatività c’è quella scientifica, di cui ci parla Henry Eyring, che parte dal “lampo dell’intuizione” per giungere alla “ricerca della ricorrenza”, delle “variabili” e delle “analogie”, della dimostrazione della applicabilità di quanto intuito.
Ci si chiede: è più importante l’idea o la dimostrazione della sua applicabilità? L’idea astratta oppure quella realizzata? Le contrastanti teorie al riguardo sono numerose. Emozione pura o quella vissuta nella concretezza dell’esperienza?
Intanto, è bene non dimenticare che esistono molte altre forme di creatività perché tutti possiamo realizzarci in quella che ci è più congeniale. La propensione innata e la passione ci aiutano a scoprirla per essere quello che “sentiamo di essere nella parte più profonda e più vera di noi. Senza legacci, steccati, sovrastrutture. E non c’è realizzazione più giusta e più bella. Essere sé stessi al meglio di sé. Con consapevolezza. Con fierezza. Con amore. Amandoci e amando.
E, così, c’è la creatività psichico-intellettiva (ricchezza e molteplicità della vita mentale) e quella manuale e pratica (manufatti, ricami, ecc.). Creatività organizzativa (si pensi al manager illuminato) e creatività esecutiva (si pensi all’attore: ha un copione, ma l’interpretazione è sua e lo rende unico e grande). Creatività estetica, filosofica, letteraria. Conversazionale. Creatività come risposta rivoluzionaria all’ambiente e quella onirica e dell’inconscio. La creatività poetica, diversa dalla stessa creatività letteraria per via del senso del ritmo, della musicalità, dell’armonia. Creatività come sensibilità all’“incontro” con l’altro.
“Pensare l’impensabile su rotte mai affrontate” (De Bono) ci offre la possibilità di affrontare tutti i mari e attraversare tutti gli oceani e spiccare tutti i voli possibili fino a perforare i cieli e andare oltre e sentirsi rigenerati in un sussulto di anima che si fonde e si confonde col Creato.  
E qui diventa inevitabile il nostro Inno alla Vita.

mercoledì 14 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”: la creatività (continua)


L’intuizione, comunque, è quasi sempre o sempre il punto di partenza, a cui seguono (per quasi tutti) lunghe ore o intere giornate di intenso labor limae (Ars poetica, Orazio) per rivedere, riorganizzare, dare forma e completamento a quel “lampo intuitivo originario”, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato un prodotto nato da un processo creativo, sia esso opera d’arte o meno.
L’immaginazione creativa, allora, “agisce soprattutto sul piano mentale dell’inconscio (…) Sembra un discorso piuttosto vago e misterioso…” (Sinnot). E, in effetti, lo è, anche se è piuttosto raro rispetto alla elaborazione delle idee che avviene a livello conscio, magari partendo da un improvviso suggerimento inconscio.
Quest’ultimo, allo stato puro, è il “contrassegno del genio”.
In tutti gli altri casi, l’immaginazione creativa nella sua forma più semplice è caratteristica squisitamente umana. Anzi, è indispensabile persino alla ragione in quanto quasi tutti i processi mentali si poggiano, oltre che sui fatti o fenomeni, su deduzioni concrete, su supposizioni che sono “costrutti dell’immaginazione”. Non a caso, il processo immaginativo nacque quando qualcuno afferrò per la prima volta il concetto del “se” (il dubbio che si trasforma in ipotesi di una alternativa). Ci si addentra così nel campo speculativo che molti scienziati non esitano oggi a definire quasi metafisico in contrapposizione ai numerosi colleghi che negano tale possibilità. Sta di fatto che oggi è scientificamente dimostrato che la mente umana non risiede nel cervello né è un suo prodotto, ma vive di vita propria. Che sia una prova inconfutabile che essa continui a vivere dopo la morte sotto forma di energia, come in molti ormai credono? Di certo è che, se ci fermassimo alla pura biologia, non riusciremmo a spiegarci né il processo logico delle idee né tantomeno quello creativo. La creatività, pertanto, la possiamo scoprire dappertutto e in ogni cosa: in ogni mutamento naturale (animali, piante, fenomeni atmosferici e morfologici…), in ogni cambiamento voluto dall’uomo. E ogni cosa che cambia, pur apparendo uguale a migliaia di altre cose che sono cambiate, è in realtà diversa come se vivessimo tutti in un’unica organizzazione che ci fa appartenere al Tutto, pur conservando una nostra individualità e fisionomia. È questo il prodigio della creatività che genera bellezza e armonia. Una sorta di completezza e di pacificazione. Non così accade per il conformismo, che viene dettato dalle regole che creano angusti e ovattati limiti, a cui ci arrendiamo quasi senza accorgercene. Ecco perché il conformismo è frutto del timore del nuovo e del diverso, del vuoto che ci destabilizza creando dubbi e incertezze, bisogno di stabilità. Di qui la nostra “fuga dalla libertà” (Erich Fromm), il nostro rifugiarci dentro gli argini sicuri del Potere, affidandoci a chi pensa e decide per tutti, per non sentire il peso delle scelte che comportano la nostra responsabilità sulle eventuali conseguenze negative. Il conformismo non prevede scelte responsabili. Oriana Fallaci, riferendosi a coloro che eseguivano ciecamente gli ordini, li definiva: “gregge di lana”. Diverso è “l’adattamento reattivo”, di cui parla Jean Piaget, per ritrovare l’equilibrio perduto in un ambiente del tutto nuovo oppure ostile. Esso fa parte della nostra crescita e maturazione, che prevedono periodici squilibri che dobbiamo superare con i processi di “assimilazione” e di “accomodamento” per raggiungere un nuovo equilibrio, dovuto ad un nuovo “adattamento”.  L’adattamento reattivo presuppone, comunque, già un minimo di processo creativo.
La creatività, infatti, non ama il “deja vu” o i modelli. Sollecita a “non copiare mai”, ad innovare, a trasformare, a ricreare il già dato, il già espresso, quanto già costruito e definito. La creatività è infinita e va oltre i limiti posti della natura, da ciò che è. Perché è il “non è” che può “diventare” ed andare oltre. È l’oltre e l’altrove. Per questo sfiora il divino. Ed è bello pensarlo. Non ricordo chi abbia detto: “nasciamo dèi, i limiti ci rendono uomini”. Ma è bello pensarlo. La creatività rompe questi limiti e “ci fa rinascere infinite volte” (come ci dirà Erich Fromm). Perché ogni volta all’azione corrisponde una reazione, alla stasi della mente subentra l’“illuminazione” di una idea, una intuizione folgorante,  imprevista e imprevedibile. Che ci rigenera e ci ridà vigore ed energia. Purché sia umile, appassionata, onesta. Ossia, purché venga scelta e messa in pratica se risponde ai principi di bello, buono, utile. Vera. Autentica necessità o urgenza dell’anima. Produzione creativa che viene donata agli altri con grazia, gentilezza, amore, sapendo che può educare all’armonia, alla comprensione, alla serenità. Ma qui si parla di una produzione creativa che deve essere messa a disposizione degli altri, rispondendo ad un principio teleologico e mai utilitaristico. Per questo la creatività va vissuta non solo come personale espressione, ma soprattutto “verso, per, con gli altri”. Solo così non si è mai soli. L’albatro di baudelairiana memoria ci parla appunto della solitudine delle persone geniali. Più vicino a noi, il romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi. La genialità è anche dannazione e perdizione.
Per Erich Fromm la creatività è la capacità di “vedere” e di “rispondere”. Ma “vedere” qui significa non solo prendere visione di una cosa e averne coscienza, ma significa “penetrare” nel significato e nel senso di quella cosa e “vederla” oltre, in una miriade di sensi e di significati altri. Guardarla come se fosse la prima volta. Con stupore. Di qui l’importanza di “essere perplessi” perché niente deve apparire ai nostri occhi vecchio, scontato, immutabile. Uno spirito acuto dei nostri giorni ha affermato che “il genio di Einstein consisteva parzialmente nella incapacità di comprendere le cose ovvie”. Non a caso, a scuola e persino all’università fu ripetutamente bocciato. “Vedere” significa comprendere la realtà completa di una cosa, di una persona, di una situazione. E ciò paradossalmente significa andare ben oltre quello che si vede con gli occhi. Significa “sentire”, “percepire”, “intuire”. Di qui “il sentimento della scrittura”, che esclude ogni narcisistica produzione della parola scritta, ogni velleitaria vetrina per diventare qualcuno. Qui si “è”, non si “diventa”. “vedere”, allora, significa “capire” talmente profondamente da penetrare nell’inconscio per riportare il significato nascosto della realtà alla coscienza ed esprimere quest’ultima o comunicarla “ri-creata”. È la stessa realtà, ma è anche un’altra e un’altra ancora. “Vedere”, dunque, significa guardare con gli occhi, pensare con la testa, cioè “prestare attenzione”, sentire con il cuore ossia “concentrarsi” (entrare nel centro delle cose con sé stesso, insieme con gli altri, insieme con il tutto. E ciò viene definito da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino” (la vicinanza amorosa al sacro e, per alcuni, a Dio), capire con l’anima che, essendo universale, ci mette in grado di espanderci all’infinito nell’infinito. E smettiamo di essere spettatori e giudici per essere soltanto “essenza vibrante nell’armonia dell’universo” (così avverto e definisco io l’ineffabile sensazione che la creatività offre alla nostra sensibilità).


martedì 13 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”


Ieri 12 marzo 2018 è cominciato il nuovo Corso di Scrittura creativa, il cui titolo è: “Il sentimento della scrittura con il corpo la mente l’anima” con l’obiettivo di ricominciare a considerare la scrittura non più come vetrina per apparire, ma come necessità di dare un senso profondo e un significato alto a quello che scriviamo, dalla semplice annotazione ad una pagina di diario, una lettera, un racconto, un romanzo fino alla forma più nobile della poesia. Occorre, perciò, ritornare a “sentire” la vita attraverso la percezione emotiva del proprio corpo e della propria mente per riscoprire l’anima, dentro e fuori di noi. Ma, alla base del “sentire” c’è una sensibilità particolare del pensiero che si chiama “CREATIVITA'”.
Mi piace, pertanto, dare un piccolo inizio di cosa intendiamo oggi per creatività.  
                                                              LA CREATIVITA’
            È una qualità del pensiero: la più alta forma del pensare. Albert Einstein ha
            affermato che: “La mente intuitiva, cioè creativa, è un dono sacro, mentre la
            mente razionale è un servo fedele. Noi abbiamo creato una società che onora
            il    servo e ha dimenticato il dono sacro”.
La creatività è un processo. Harold H. Anderson dice che: “La Creazione è perennemente aperta”. Rollo May sostiene che “essa è un processo che dà vita a qualcosa di nuovo”. Gli artisti e i creativi, perciò, amplificano l’esperienza umana.
La creatività è insita nella parte più profonda dell’uomo (infatti spesso attinge dal suo inconscio e, perciò, è libera e incontrollabile se si esprime allo stato puro!), ma può avere come meta l’infinito.
In Italia e in tutta l’Europa ha preso maggiore significato dal Rinascimento in poi: come risorsa umana illimitata. È in continuo movimento. Universale nei bambini.
Quasi inesistente negli adulti. In realtà, tutti gli esseri umani sono o dovrebbero   essere, anche se in diversa misura, potenzialmente creativi. La stessa azione di operare delle scelte nel vivere quotidiano (fare o non fare una determinata cosa) comporta una alternativa che viene pensata dalla parte creativa del cervello (che risiede nell’amigdala e nell’ippocampo), cioè nell’emisfero destro che presiede alle funzioni del lato sinistro del nostro corpo. È qui il centro della parte intuitiva, emotiva, affettiva della mente umana. Nell’emisfero sinistro risiede la parte più razionale e logica.
Si è cominciato a studiare la creatività, a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, nelle sue caratteristiche connotanti il pensiero divergente e nei suoi ambiti più ricorrenti. Si sono tenuti, negli Stati Uniti, anche dei simposi a cui hanno partecipato i più illustri studiosi contemporanei del pensiero creativo: Henry Eyring, Erich Fromm, Rollo May, Carl R. Rogers, Abraham H. Maslow, Harold H. Anderson, J. P. Guilford, Margaret Mead, Ernest R. Hilgard, ecc. ma non possiamo dimenticare i più recenti apporti del nostro compianto Gianni Rodari, di Roberto Piumini, Ersilia Zamponi, Raymond Queneau, Daniel Goleman, Edith Stein e di Edward De Bono.
Eyring, per esempio, sostiene che “ogni uomo nasce in un ambiente dotato di un linguaggio e di una cultura, che gli forniscono un concetto più o meno completo della vita. (…) Tuttavia, presto o tardi, cozza contro incoerenze e incompatibilità patenti, che mettono seriamente in pericolo la solidità del suo mondo concettuale. La necessaria ricostruzione segna l’inizio di un processo creativo”.
L’intelletto, pertanto, è la fonte della creatività. Quest’ultima da una base biologica si è trasferita, nella notte dei tempi (e, cioè, “quando la mente umana raggiunse il punto dove la memoria, la ragione e l’immaginazione le consentirono di accumulare l’esperienza e di esplorare quello che era autenticamente nuovo” - Edmund W. Sinnot), a una base culturale. Ma è sempre la vita ad insegnarci la perennità della creazione: la stessa evoluzione organica è un processo autenticamente creativo, simile a quello descritto nel primo capitolo della Genesi o nel settimo libro del Paradiso perduto di Milton. Persino l’universo, come di recente si è scoperto, si autorigenera continuamente dandoci quelli che sono stati chiamati i “multiversi”.
Ma quello che a noi interessa in modo particolare è la genesi delle nuove idee: non l’evoluzione organica, ma la immaginazione creativa. La prima appartiene ai fenomeni fisici, la seconda a quelli psichici, che sono comunque entrambi sottesi a quell’unico meraviglioso prodigio che chiamiamo VITA.
La creatività della mente umana, però, è di gran lunga più alta rispetto a qualsiasi altra creatività biologica che pure ci sorprende e ci stupisce per la sua immensa varietà. E questo, nonostante i nostri comportamenti siano rivolti costantemente ad uniformarsi al sistema di vita che è fatto di autoregolazione e continua organizzazione di strutture psicofisiche (vedi pensiero convergente). L’esplosione dell’idea avviene, infatti, anche al di là della genetica, dell’ereditarietà e dell’ambiente che pure, in qualche modo, condizionano i comportamenti umani. E, nella storia dell’umanità, nulla sarebbe cambiato dal primo giorno della creazione o dalla comparsa dell’uomo sulla terra, se non ci fosse stato qualcuno capace di “immaginare” (non solo di pensare: il che è diverso) una situazione mai sperimentata in precedenza, “capace di raffigurarsi mentalmente qualcosa che non aveva mai visto prima” (E. W. Sinnot).
Come nascono, dunque le idee nuove nella mente? Non sempre allo stesso modo (e già questo è un procedere creativo!): ci sono scienziati che affermano di aver costantemente messo insieme una serie enorme di fatti con una serie enorme di idee per maturare una ipotesi da verificare (è il caso di Edison o di Einstein). Altri, invece, come Henry Poincaré hanno avuto all’improvviso un’idea che sembrava   nata dal nulla, magari mentre pensavano a tutt’altra cosa. C’e chi la sente suggerita da un sogno, spesso ricorrente (come per il chimico Otto Loewi) oppure da un’emozione improvvisa di fronte alla bellezza della natura. Alcuni scienziati parlano di intuizione (come il pendolo di Foucault o la mela di Newton), altri confessano di aver sentito dentro di sé come se ci fosse un suggeritore di versi (vedi il poeta Robert Frost) o di note (quasi tutti i compositori lo affermano), di visioni poi tradotte in immagini attraverso il tratto, il colore (si pensi a Ligabue e a moltissimi altri pittori).
Ma questo accade quando ci troviamo di fronte ad un vero talento.

giovedì 8 marzo 2018

ULTIMA UNA


E che cosa è una rosa, ora si sa, ora, passata l’età delle rose. Sullo spino ne brilla ultima una. È tutta sola tutti i fiori ha in sé. (J.W. Goethe)


Siamo in pieno terzo millennio. L’età delle romantiche rose è già passata. E anche delle ben più solari mimose. O fioriscono ancora col loro delicatissimo persistente profumo di donna? Non so. Fino a ieri ero convinta che le lotte femministe avessero conquistato diritti, resi inalienabili da alcune leggi in favore delle donne dal Sessantotto in poi, e che la “questione femminile”, che aveva messo “in discussione l’intera società nel suo divenire storico, nelle sue strutture economico-politiche, nei suoi contenuti culturali” (Chiara Saraceno 1971), non avesse più alcun senso, dati gli equilibri personali e collettivi faticosamente raggiunti. Oggi, a distanza di circa cinquant’anni, tutto mi sembra ancora precario, discutibile, spaventosamente lontano dai nostri sogni e progetti di allora. Tante sono le donne, umiliate, offese, ferite, distrutte, che ancora oggi la cronaca ci fa conoscere e ce le rende amiche in un moto di solidarietà postuma e di indignazione virale, spesso però senza destinatari e senza voce.
Ma oggi non voglio parlare di loro, di cui giustamente si parla così tanto.  Voglio attardarmi sulle altre donne. Quelle che hanno raggiunto tutti i loro sogni di autorealizzazione, i loro ideali, i loro progetti di vita. In realtà, sono ancora squarci di luce nel buio di ogni silenzio. Ma si fanno sempre più spazio e hanno raddoppiato anni di giovinezza e moltiplicato esperienze di lavoro a tutti i livelli e rifiutato imposizioni, rivendicato il loro diritto ad essere “PERSONA”. Con intelligenza, cultura, competenza, non disgiunte dall’esercizio cuore. Affermano con forza la loro creatività e colorano il mondo con i mille pastelli della loro fantasia e immaginazione. Molte oggi scrivono. Ed hanno riconoscimenti nel piccolo paese o in tutto il mondo.
È di queste donne che voglio parlare. Miscuglio sapiente di dolcezza e fermezza, di fragilità e forza, di vulnerabilità e coraggio, di tenerezza e aggressività, di intuito e razionalità. Di intelligenza di anima e di cuore. Misteriose e chiare. Semplici e complicate. Lunatiche e pazienti. In perenne attesa di un accadimento e insofferenti ad ogni accadimento previsto o annunciato. Amano l’imprevedibile, l’imponderabile, l’inarginabile. Amano emozionarsi al mistero incantato della luna piena perché, oltre Lilith, la luna nera che le rende notturne e imprendibili, hanno anche occhi di splendore e vesti chiare, e pensieri luminosi e lontani. E, così, tra ricami di madreperla e ciglia socchiuse afferrano la realtà e la trasformano, con sensibilità e stupore, in un altrove che ha luogo tra le stelle e si fa innocente o sensuale palpito di poesia.
Certo, non sono nate oggi. Hanno ereditato i germogli dei loro innumerevoli fiori dalle tante donne forti che in tempi difficili e ostili hanno avuto il coraggio di osare con i loro talenti.  E di vincere. Tralascio le donne dell’antichità greco-latina o quelle del nostro meraviglioso Rinascimento per ricordare alcune più vicine a noi. Unico faro di scrittura narrativa e poetica, che ci illumina tutte.
Virginia Woolf, la madre di tutte le scrittrici. La britannica Jane Austen, le francesi Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, e in Italia Sibilla Aleramo, scrittrice e poetessa. Matilde Serao, giornalista e scrittrice. Grazia Deledda, Nobel 1926. Gianna Manzini e il motivo della solitudine femminile. Natalia Ginzburg, e le piccole vicende d’ogni giorno. Elsa Morante e la sua visione poetica della storia. Anna Maria Ortese dalla impronta bontempelliana del “realismo magico” e del surrealismo fantastico e persino saggistico. Oriana Fallaci e le sue coraggiose cronache di guerra e le sue interviste ai potenti della terra, i suoi romanzi autobiografici, spesso di forte denuncia sociale. Dacia Maraini e il suo battersi per i diritti delle donne e di quanti non hanno voce. E, con lo stesso spirito, non ultima la nostra Maria Marcone…
E, tra le poetesse, la statunitense Emily Dickinson, la francese Judith Gautier, la polacca Wislawa Szymborska, la serba Desanka Maximovic, e, via via, fino alla nostra grande Ada Negri e poi ancora Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Silvana Folliero, Margherita Guidacci, Patrizia Valduga e Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Bianca Maria Frabotta, Paola Lucarini, Mariella Bettarini, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini… L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e giungerebbe a racchiudere le tante autrici della SECOP Edizioni, le quali rappresentano, nelle diverse tipologie testuali, un interessante esempio di scrittura al femminile nel panorama letterario italiano e straniero dei nostri giorni.
È vero. L’età delle rose è forse passata, ma sullo spino spunta una gemma, forse l’ultima. Io, però, non ne sono convinta perché in essa coesistono tutti i fiori possibili. E la luna illumina ancora il deserto del nostro tempo e i prati, scintillanti di rinnovata rugiada, fioriti sulla nostra anima di infinita e mai spenta Poesia.

venerdì 2 marzo 2018

LE VOTAZIONI


Dopo una campagna elettorale avvilente, che finalmente si è solo in apparenza placata nel “silenzio pre-elettorale” e nei bizantinismi sotterranei della caccia all’ultimo voto, costi quel che costi, io provo nuovamente il desiderio di tornare al passato, in quel mondo della mia infanzia, sicuramente difficile e tumultuoso, ma dignitoso e onesto, dove la parola data era una sola, e veniva sancita con una stretta di mano. E il mio ricordo si ferma questa volta sulla paura vissuta da me e da mia sorella Lizia nel giorno del Referendum del 1946. Il brano è tratto ancora una volta dal mio libro di prossima pubblicazione “Le piogge e i ciliegi”. “Certo, avevamo pasticciato con le alleanze durante la guerra, ma il fascismo era stato spazzato via in un bagno di sangue dagli Alleati e da quella terribile guerra civile tra fascisti e partigiani che alla fine ci vide tutti sconfitti nella nostra dignità di esseri umani. Il re aveva abdicato in favore del figlio, ma anche questo giovane rampollo di casa Savoia, il “re di maggio”, fu obbligato a scegliere, non senza polemiche e per evitare nuovi lutti, la via dell'esilio, essendo stata proclamata in Italia la Repubblica con il Referendum del 2 giugno 1946. Ricordo ancora, come un incubo, la paura che mi sorprese, subdola e infinita, quando tu, mamma, nonna e babbo foste costretti a lasciarci da sole in casa per andare a votare. Avevamo, Lizia e io, cinque e quattro anni appena compiuti. Le donne votavano per la prima volta e non sapevano come fare. Avevano bisogno di voi uomini per farsi coraggio e dare il loro voto. In casa già nei giorni precedenti lievitò una grande nebbia di incertezza e di tensione. L’unico ad avere le idee chiare forse era babbo, chiuso nel laconismo di chi è sopravvissuto all’orrore. E don Mincucciouno, il nostro amico sacerdote, che curava tutte le pratiche burocratiche delle tue proprietà e che vi aveva suggerito più e più volte come votare, dove apporre la firma o la croce, ma voi respiravate perplessità e ingoiavate preoccupazione e dubbi e paure. Nonna Angelina dichiarava che lei non ci capiva niente e che avrebbe preferito non votare tanto avrebbe comunque sbagliato e che, alla fine, “non era col suo voto che si salvava l'Italia”. Mamma si sforzava di mantenere la calma, ma si tagliava a fette il suo timore per qualcosa che le sembrava oscuro e minaccioso per il nostro futuro. Io e Lizia attendemmo impaurite che usciste di casa per quella missione per noi misteriosa, oltre che carica d'insidie. Ricordo che ci stringemmo vicine vicine in attesa del vostro ritorno, aggrappandoci al davanzale della finestra della cucina, dopo essere salite sulle sedie, per guardare attraverso i vetri la strada e i rari frettolosi passanti. Io e lei, pendoli silenziosi del tempo con il cuore pulsante in tutta la casa Spaventate dai passi che sentivamo pesanti lungo la via e da quelli ancora più minacciosi e vicini che ci assalivano alle spalle, ci ghermivano, c'impedivano di respirare, di parlare, di piangere. Un secolo. Due secoli. Tutto il tempo del silenzio, della paura e dell'angoscia. Poi tornaste e ci sembrò il miracolo atteso per le nostre preghiere soffocate “Angelo di Dio...”. Mai avevamo tremato tanto. Forse solo quando, stando sempre appollaiate sulle sedie, dietro i vetri della finestra della cucina, nostro quotidiano rifugio quando volevamo “guardare fuori”, vedemmo piovere cenere dal cielo. Tutti in casa si spaventarono. E noi con loro per contagio. Si disse poi che era stata l’eruzione del Vesuvio. E noi scoprimmo un nuovo fenomeno del tutto sconosciuto. Io avevo appena due anni, ma quella cenere mi piovve tra la strada e gli occhi e si fermò nella memoria. La pioggia di cenere finì. La paura rimase.”