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venerdì 23 marzo 2018

UN GIORNO LUNGO DI POESIA


L’INSOPPRIMIBILE URGENZA DI POESIA
Appendice al 21 marzo: primo giorno di primavera, ma anche Giornata Mondiale della Poesia. Mi piace ancora parlare di Poesia con un omaggio ad alcuni amici poeti, a partire da Chi è vissuto di Poesia con Poesia:
                                        
CRIS CHIAPPERINI

È morta la notte
con la voglia di giglio azzurro
Uno stilo di ghiaccio bruno
s’è rotto in cinque punte.
È morta sulle tre del mattino
e non suona ancora una campana

Si sono sfatte le ore son colate dalla torre
Ogni gallo di latta sull’asta s’è arrugginito
Un groviglio di fili s’è impastato
e non gira ancora un solo vento
Due polle d’olio liscio
gli occhi affatturati

Insonne pazzo
malato di poesia
- la tua libertà furibonda
com’è relativa -
non resisti a una notte di assenze
se non trema almeno un frullo d’ali

Aiuto perDio
Aiuto
che muoio d’asfissia

                                           Cris/O

In risposta a Cris, Maestro di Vita e di Poesia:

La parola perduta

Tra carte
che mi chiamano con insistenza
m’attardo
a rincorrere il tempo
per inanellare parole e farle ridere
A gettarmele alle spalle in fretta
mi affanno
In fretta in fretta
avanti un’altra e un’altra ancora
-         Ho paura che il tempo si fermi
che non mi lasci tempo -
Ancora ancora ancora…
Binari lungo campi di ginestre
e mandorli fioriti a fendere giorni
di carta e inchiostro e meraviglia
fino all’orizzonte che si sfinisce
agli occhi bambini spalancati
di prodigi
Come su rotaie corse di treni
E tu guardi dal finestrino l’ansia
di un addio
-         Tempo scaduto tempo d’andare
ma ci sono ancora parole da dire
           parole da ascoltare riannodare
           Parole da ricordare per ricordare
           per farsi ricordare forse - si spera
           si ha l’ardire e un cauto invito
           da riporre nel cestino delle attese -
Avevo in mente un verso ed è volato via
Forse la fine o l’inizio di un romanzo
Era con le ali la parola perduta
-         Tra le mani mille altre parole non mie -
Non l’ho afferrata la mia
Col rimorso di non averla ascoltata raccolta
coccolata (dono prezioso più di mille denari)
e come cosa inutile
                 l’ho lasciata andare
Come quel treno a vapore
che solo una volta passò una volta sola

(e del sogno sciupato mi lasciò il sapore…)

giovedì 15 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”: la creatività (parte conclusiva)


Tutto questo ci porta all’“esperienza dell’io” (Fromm): una più ampia e profonda consapevolezza di sé che comporta una maggiore consapevolezza dell’altro da sé, degli altri. Senza confondere con nessun altro l’identità dell’“io sono”, ma comprendendo ogni altro diverso da sé. Perché, come Fromm dice, “io sono te senza perdere me stesso, anzi rafforzandomi nel mio io”. E mi rafforzo nella “capacità di accettare il conflitto” e la tensione che inevitabilmente l’incontro dell’“Io” con l’altro comporta. “I conflitti sono la fonte della meraviglia, dello sviluppo della forza, di quello che una volta si soleva chiamare <carattere>. L’accettazione del conflitto, dunque, è un atto creativo perché ci pone verso l’altro e la stessa vita, non con il nostro “Io” che deve vincere, ma con un “Io” che, per il solo fatto di scoprire ed accettare l’altro diverso da noi, o la nostra vita diversa dalle nostre aspettative, ci dà la possibilità di sperimentare e accettare l’esistenza di una realtà sconosciuta fino a che il nostro “Io” non l’abbia guardata con occhi non più suoi. Ecco perché Fromm dice: “molti muoiono senza essere mai nati, mentre la creatività ci fa rinascere infinite volte”. Per Fromm, dunque, la creatività significa “aver portato a termine la propria nascita prima di morire” attraverso “l’intensa certezza di sé”, pur nella incertezza di sé come essere immutabile. Abbandonare questa certezza significa avere il coraggio del dubbio. E della fede in tutto ciò che è rivedibile, trasformabile, dilatabile all’infinito. La certezza è la morte della nostra mente. Coraggio e fede sono alla base del pensiero creativo e, quindi, alla base della vita stessa. Educare alla creatività è per Fromm educare alla vita. Ecco perché la creatività è una sfida, non una conquista. Rollo May afferma, infatti, che la creatività è una sfida che impegna il pensiero a produrre qualcosa di nuovo. Gli artisti e i creativi, perciò, amplificano l’esperienza umana. Per Rollo la genesi dell’atto creativo consta di 4 momenti:
1°) L’“incontro”: con il mondo, attraverso i cinque sensi. Compreso il sesto senso, cioè: sensibilità e intuizione, da cui scaturisce spesso l’idea. L’incontro viene potenziato dallo “sforzo volitivo” (atto di volontà) o “impegno”.
2°) L’“intensità dell’incontro”: significa essere totalmente presi (assorbimento, concentrazione, battito cardiaco accelerato, dimenticanza del cibo, del tempo, dello spazio, della fatica). Intensa consapevolezza di ciò che si vuole o si sta creando.
3°) L’estasi: uno stato di totale dimenticanza di sé, quasi un andar fuori dal corpo, totale appagamento, gioia, esaltazione.
4°) Produzione: realizzazione dell’idea.
Alfred Adler afferma che la creatività serve alla persona per esprimere al massimo grado sé stessa come “compensazione” a qualche limite o complesso che non riesce a superare altrimenti: è il caso di Giacomo Leopardi o di Ludwig von Beethoven e di molti altri artisti.
      Per Carl R. Rogers il processo creativo è terapeutico perché ha una potente forza
      curativa in quanto aiuta l’uomo a realizzare sé stesso attraverso la valorizzazione
      delle sue potenzialità.
Occorrono, però, 3 condizioni interiori perché sia possibile mettere in luce il pensiero creativo:
A. Apertura all’esperienza: estensibilità, libertà di giudizio, comprensione.
B. Un luogo interiore di valutazione. L’appagamento interiore indipendentemente dalle lodi o dalle critiche, meno che mai dal successo (che molti purtroppo inseguono spasmodicamente in ogni campo che dà visibilità).
C. La capacità di giocare con gli oggetti e i concetti”.
 Sembra una condizione meno importante. In realtà è decisamente la forma più leggera e ridente della creatività. Giocare con le idee, le parole, i concetti, le forme, i colori, gli oggetti; formulare ipotesi assurde, esprimere il ridicolo, il paradossale; usare sapientemente l’ironia o l’autoironia, sollecitare il senso dell’umorismo rivelano senza dubbio una visione estremamente creativa della vita. Offrono mille e mille possibilità di esprimersi e comunicare. “La capacità di giocare” nella vita pur sapendo che la vita non è un gioco.
Carl Rogers parla ancora di “creatività costruttiva” e di “sicurezza psicologica”, intesa anche come “libertà psicologica”. “Accettare ogni persona come valore in sé”, non condizionato da discriminazioni di alcun genere in “un clima libero”, sereno, privo di giudizi e soprattutto di pregiudizi. Di qui la “comprensione, partecipazione, condivisione”. Ma, secondo lo studioso, esiste purtroppo anche la creatività distruttiva: la follia creativa; il genio maledetto, incompreso, solitario, chiuso agli altri.
Per Abraham Maslow la creatività è la vera “motivazione” che spinge l’essere umano a realizzare sé stesso con una “esperienza al vertice” (volare alto): pura ebbrezza (dimenticarsi delle inibizioni, dei condizionamenti, delle angosce, delle paure…). Per questo psicologo esiste la “creatività primaria” (“la grande opera esige un grande talento”), la “creatività secondaria” (quella che realizza i ponti, le strade, le nuove automobili, le opere scientifiche o quelle letterarie e artistiche, utilizzando le idee altrui), la “creatività integrata” (che è la sintesi delle prime due e che realizza delle buone opere senza difficoltà e con buoni risultati).
Jean Paul Guilford, per quanto riguarda il pensiero creativo, parla di “attitudini innate” in dotazione di esseri umani privilegiati, le cui caratteristiche  sono: flessibilità comportamentale, fluidità ideativa, capacità immaginativa, mobilità del pensiero, scorrevolezza associativa, espressiva, comunicativa; facilità argomentativa e compositiva; saper problematizzare la vita e scoprire una vasta possibilità di ipotesi di soluzione; senso critico costruttivo; comprensione degli altri, originalità nelle risposte ai quesiti, ma anche originalità comportamentale, elaborazione più complessa dei semplici dati a disposizione, capacità di progettare, predittività, sensibilità estetica, capacità mnemonica, percezione, attenzione, concentrazione, senso profondo della vita e del destino.
Inoltre, la flessibilità è “spontanea” oppure “adattiva” (in funzione di una situazione particolare o problematica di maggiore o minore difficoltà).
Le caratteristiche innate, poi, fanno parte delle “intelligenze multiple” teorizzate da Gardner: intelligenza emotivo-espressiva, intelligenza logico-matematica, intelligenza figurativa e intelligenza musicale, intelligenza pratico-organizzativa, intelligenza speculativa, ecc. (simbolica, semantica…).
Daniel Goleman mette l’“intelligenza emotiva” alla base della creatività. E sostiene che ci può rendere “felici”.
Edwuard De Bono ha scritto molti libri sul pensiero laterale o divergente o parallelo, sinonimi del pensiero creativo. Quest’ultimo ci rende “attraenti”.
Egli ha messo a punto la teoria dei “sei cappelli per pensare”: bianco, rosso, nero, giallo, verde e blu (probabilmente in riferimento alle intelligenze gardneriane).
Perché i cappelli? “Perché un cappello può essere messo o tolto facilmente e deliberatamente” - dice.
“Il cappello bianco. Evoca la carta (…) e sta ad indicare le <informazioni>. (…).
Il cappello rosso. Pensate al rosso come al fuoco e al calore. Questo colore rappresenta le emozioni, gli stati d’animo e l’intuito. Questo è un cappello molto importante. (…). Il cappello rosso dà accesso alle emozioni e ai sentimenti, li legittima e fornisce ad essi uno spazio ufficiale. (…).
Il cappello nero. È una parte molto importante della nostra cultura della riflessione, sia nella discussione sia altrove, ad esempio nell’istruzione. (…)
Il cappello giallo. È quasi del tutto trascurato. Quando usiamo il cappello giallo andiamo alla ricerca dei valori, dei vantaggi e dei motivi per cui una certa soluzione dovrebbe funzionare. Questo aspetto positivo del pensiero viene perlopiù ignorato. Dobbiamo sviluppare la “sensibilità al valore” senza la quale la creatività rischia di essere una perdita di tempo. (…).
Il cappello verde. (…). È il cappello produttivo. È il cappello generativo. È il cappello creativo. (…). Il cappello verde esorta a proporre idee, alternative, possibilità e progetti. (…) il cappello verde è un invito alla creatività. (…).
Il cappello blu. Pensate al cielo e a una visione d’insieme. Il cappello blu è come il direttore d’orchestra. Il suo ruolo è organizzare gli altri cappelli e governare la riflessione. Il cappello blu riguarda il controllo del processo”.
Esistono, infine, molti tipi di creatività. Tra le più sorprendenti forme di creatività c’è quella scientifica, di cui ci parla Henry Eyring, che parte dal “lampo dell’intuizione” per giungere alla “ricerca della ricorrenza”, delle “variabili” e delle “analogie”, della dimostrazione della applicabilità di quanto intuito.
Ci si chiede: è più importante l’idea o la dimostrazione della sua applicabilità? L’idea astratta oppure quella realizzata? Le contrastanti teorie al riguardo sono numerose. Emozione pura o quella vissuta nella concretezza dell’esperienza?
Intanto, è bene non dimenticare che esistono molte altre forme di creatività perché tutti possiamo realizzarci in quella che ci è più congeniale. La propensione innata e la passione ci aiutano a scoprirla per essere quello che “sentiamo di essere nella parte più profonda e più vera di noi. Senza legacci, steccati, sovrastrutture. E non c’è realizzazione più giusta e più bella. Essere sé stessi al meglio di sé. Con consapevolezza. Con fierezza. Con amore. Amandoci e amando.
E, così, c’è la creatività psichico-intellettiva (ricchezza e molteplicità della vita mentale) e quella manuale e pratica (manufatti, ricami, ecc.). Creatività organizzativa (si pensi al manager illuminato) e creatività esecutiva (si pensi all’attore: ha un copione, ma l’interpretazione è sua e lo rende unico e grande). Creatività estetica, filosofica, letteraria. Conversazionale. Creatività come risposta rivoluzionaria all’ambiente e quella onirica e dell’inconscio. La creatività poetica, diversa dalla stessa creatività letteraria per via del senso del ritmo, della musicalità, dell’armonia. Creatività come sensibilità all’“incontro” con l’altro.
“Pensare l’impensabile su rotte mai affrontate” (De Bono) ci offre la possibilità di affrontare tutti i mari e attraversare tutti gli oceani e spiccare tutti i voli possibili fino a perforare i cieli e andare oltre e sentirsi rigenerati in un sussulto di anima che si fonde e si confonde col Creato.  
E qui diventa inevitabile il nostro Inno alla Vita.

mercoledì 14 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”: la creatività (continua)


L’intuizione, comunque, è quasi sempre o sempre il punto di partenza, a cui seguono (per quasi tutti) lunghe ore o intere giornate di intenso labor limae (Ars poetica, Orazio) per rivedere, riorganizzare, dare forma e completamento a quel “lampo intuitivo originario”, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato un prodotto nato da un processo creativo, sia esso opera d’arte o meno.
L’immaginazione creativa, allora, “agisce soprattutto sul piano mentale dell’inconscio (…) Sembra un discorso piuttosto vago e misterioso…” (Sinnot). E, in effetti, lo è, anche se è piuttosto raro rispetto alla elaborazione delle idee che avviene a livello conscio, magari partendo da un improvviso suggerimento inconscio.
Quest’ultimo, allo stato puro, è il “contrassegno del genio”.
In tutti gli altri casi, l’immaginazione creativa nella sua forma più semplice è caratteristica squisitamente umana. Anzi, è indispensabile persino alla ragione in quanto quasi tutti i processi mentali si poggiano, oltre che sui fatti o fenomeni, su deduzioni concrete, su supposizioni che sono “costrutti dell’immaginazione”. Non a caso, il processo immaginativo nacque quando qualcuno afferrò per la prima volta il concetto del “se” (il dubbio che si trasforma in ipotesi di una alternativa). Ci si addentra così nel campo speculativo che molti scienziati non esitano oggi a definire quasi metafisico in contrapposizione ai numerosi colleghi che negano tale possibilità. Sta di fatto che oggi è scientificamente dimostrato che la mente umana non risiede nel cervello né è un suo prodotto, ma vive di vita propria. Che sia una prova inconfutabile che essa continui a vivere dopo la morte sotto forma di energia, come in molti ormai credono? Di certo è che, se ci fermassimo alla pura biologia, non riusciremmo a spiegarci né il processo logico delle idee né tantomeno quello creativo. La creatività, pertanto, la possiamo scoprire dappertutto e in ogni cosa: in ogni mutamento naturale (animali, piante, fenomeni atmosferici e morfologici…), in ogni cambiamento voluto dall’uomo. E ogni cosa che cambia, pur apparendo uguale a migliaia di altre cose che sono cambiate, è in realtà diversa come se vivessimo tutti in un’unica organizzazione che ci fa appartenere al Tutto, pur conservando una nostra individualità e fisionomia. È questo il prodigio della creatività che genera bellezza e armonia. Una sorta di completezza e di pacificazione. Non così accade per il conformismo, che viene dettato dalle regole che creano angusti e ovattati limiti, a cui ci arrendiamo quasi senza accorgercene. Ecco perché il conformismo è frutto del timore del nuovo e del diverso, del vuoto che ci destabilizza creando dubbi e incertezze, bisogno di stabilità. Di qui la nostra “fuga dalla libertà” (Erich Fromm), il nostro rifugiarci dentro gli argini sicuri del Potere, affidandoci a chi pensa e decide per tutti, per non sentire il peso delle scelte che comportano la nostra responsabilità sulle eventuali conseguenze negative. Il conformismo non prevede scelte responsabili. Oriana Fallaci, riferendosi a coloro che eseguivano ciecamente gli ordini, li definiva: “gregge di lana”. Diverso è “l’adattamento reattivo”, di cui parla Jean Piaget, per ritrovare l’equilibrio perduto in un ambiente del tutto nuovo oppure ostile. Esso fa parte della nostra crescita e maturazione, che prevedono periodici squilibri che dobbiamo superare con i processi di “assimilazione” e di “accomodamento” per raggiungere un nuovo equilibrio, dovuto ad un nuovo “adattamento”.  L’adattamento reattivo presuppone, comunque, già un minimo di processo creativo.
La creatività, infatti, non ama il “deja vu” o i modelli. Sollecita a “non copiare mai”, ad innovare, a trasformare, a ricreare il già dato, il già espresso, quanto già costruito e definito. La creatività è infinita e va oltre i limiti posti della natura, da ciò che è. Perché è il “non è” che può “diventare” ed andare oltre. È l’oltre e l’altrove. Per questo sfiora il divino. Ed è bello pensarlo. Non ricordo chi abbia detto: “nasciamo dèi, i limiti ci rendono uomini”. Ma è bello pensarlo. La creatività rompe questi limiti e “ci fa rinascere infinite volte” (come ci dirà Erich Fromm). Perché ogni volta all’azione corrisponde una reazione, alla stasi della mente subentra l’“illuminazione” di una idea, una intuizione folgorante,  imprevista e imprevedibile. Che ci rigenera e ci ridà vigore ed energia. Purché sia umile, appassionata, onesta. Ossia, purché venga scelta e messa in pratica se risponde ai principi di bello, buono, utile. Vera. Autentica necessità o urgenza dell’anima. Produzione creativa che viene donata agli altri con grazia, gentilezza, amore, sapendo che può educare all’armonia, alla comprensione, alla serenità. Ma qui si parla di una produzione creativa che deve essere messa a disposizione degli altri, rispondendo ad un principio teleologico e mai utilitaristico. Per questo la creatività va vissuta non solo come personale espressione, ma soprattutto “verso, per, con gli altri”. Solo così non si è mai soli. L’albatro di baudelairiana memoria ci parla appunto della solitudine delle persone geniali. Più vicino a noi, il romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi. La genialità è anche dannazione e perdizione.
Per Erich Fromm la creatività è la capacità di “vedere” e di “rispondere”. Ma “vedere” qui significa non solo prendere visione di una cosa e averne coscienza, ma significa “penetrare” nel significato e nel senso di quella cosa e “vederla” oltre, in una miriade di sensi e di significati altri. Guardarla come se fosse la prima volta. Con stupore. Di qui l’importanza di “essere perplessi” perché niente deve apparire ai nostri occhi vecchio, scontato, immutabile. Uno spirito acuto dei nostri giorni ha affermato che “il genio di Einstein consisteva parzialmente nella incapacità di comprendere le cose ovvie”. Non a caso, a scuola e persino all’università fu ripetutamente bocciato. “Vedere” significa comprendere la realtà completa di una cosa, di una persona, di una situazione. E ciò paradossalmente significa andare ben oltre quello che si vede con gli occhi. Significa “sentire”, “percepire”, “intuire”. Di qui “il sentimento della scrittura”, che esclude ogni narcisistica produzione della parola scritta, ogni velleitaria vetrina per diventare qualcuno. Qui si “è”, non si “diventa”. “vedere”, allora, significa “capire” talmente profondamente da penetrare nell’inconscio per riportare il significato nascosto della realtà alla coscienza ed esprimere quest’ultima o comunicarla “ri-creata”. È la stessa realtà, ma è anche un’altra e un’altra ancora. “Vedere”, dunque, significa guardare con gli occhi, pensare con la testa, cioè “prestare attenzione”, sentire con il cuore ossia “concentrarsi” (entrare nel centro delle cose con sé stesso, insieme con gli altri, insieme con il tutto. E ciò viene definito da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino” (la vicinanza amorosa al sacro e, per alcuni, a Dio), capire con l’anima che, essendo universale, ci mette in grado di espanderci all’infinito nell’infinito. E smettiamo di essere spettatori e giudici per essere soltanto “essenza vibrante nell’armonia dell’universo” (così avverto e definisco io l’ineffabile sensazione che la creatività offre alla nostra sensibilità).


martedì 13 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”


Ieri 12 marzo 2018 è cominciato il nuovo Corso di Scrittura creativa, il cui titolo è: “Il sentimento della scrittura con il corpo la mente l’anima” con l’obiettivo di ricominciare a considerare la scrittura non più come vetrina per apparire, ma come necessità di dare un senso profondo e un significato alto a quello che scriviamo, dalla semplice annotazione ad una pagina di diario, una lettera, un racconto, un romanzo fino alla forma più nobile della poesia. Occorre, perciò, ritornare a “sentire” la vita attraverso la percezione emotiva del proprio corpo e della propria mente per riscoprire l’anima, dentro e fuori di noi. Ma, alla base del “sentire” c’è una sensibilità particolare del pensiero che si chiama “CREATIVITA'”.
Mi piace, pertanto, dare un piccolo inizio di cosa intendiamo oggi per creatività.  
                                                              LA CREATIVITA’
            È una qualità del pensiero: la più alta forma del pensare. Albert Einstein ha
            affermato che: “La mente intuitiva, cioè creativa, è un dono sacro, mentre la
            mente razionale è un servo fedele. Noi abbiamo creato una società che onora
            il    servo e ha dimenticato il dono sacro”.
La creatività è un processo. Harold H. Anderson dice che: “La Creazione è perennemente aperta”. Rollo May sostiene che “essa è un processo che dà vita a qualcosa di nuovo”. Gli artisti e i creativi, perciò, amplificano l’esperienza umana.
La creatività è insita nella parte più profonda dell’uomo (infatti spesso attinge dal suo inconscio e, perciò, è libera e incontrollabile se si esprime allo stato puro!), ma può avere come meta l’infinito.
In Italia e in tutta l’Europa ha preso maggiore significato dal Rinascimento in poi: come risorsa umana illimitata. È in continuo movimento. Universale nei bambini.
Quasi inesistente negli adulti. In realtà, tutti gli esseri umani sono o dovrebbero   essere, anche se in diversa misura, potenzialmente creativi. La stessa azione di operare delle scelte nel vivere quotidiano (fare o non fare una determinata cosa) comporta una alternativa che viene pensata dalla parte creativa del cervello (che risiede nell’amigdala e nell’ippocampo), cioè nell’emisfero destro che presiede alle funzioni del lato sinistro del nostro corpo. È qui il centro della parte intuitiva, emotiva, affettiva della mente umana. Nell’emisfero sinistro risiede la parte più razionale e logica.
Si è cominciato a studiare la creatività, a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, nelle sue caratteristiche connotanti il pensiero divergente e nei suoi ambiti più ricorrenti. Si sono tenuti, negli Stati Uniti, anche dei simposi a cui hanno partecipato i più illustri studiosi contemporanei del pensiero creativo: Henry Eyring, Erich Fromm, Rollo May, Carl R. Rogers, Abraham H. Maslow, Harold H. Anderson, J. P. Guilford, Margaret Mead, Ernest R. Hilgard, ecc. ma non possiamo dimenticare i più recenti apporti del nostro compianto Gianni Rodari, di Roberto Piumini, Ersilia Zamponi, Raymond Queneau, Daniel Goleman, Edith Stein e di Edward De Bono.
Eyring, per esempio, sostiene che “ogni uomo nasce in un ambiente dotato di un linguaggio e di una cultura, che gli forniscono un concetto più o meno completo della vita. (…) Tuttavia, presto o tardi, cozza contro incoerenze e incompatibilità patenti, che mettono seriamente in pericolo la solidità del suo mondo concettuale. La necessaria ricostruzione segna l’inizio di un processo creativo”.
L’intelletto, pertanto, è la fonte della creatività. Quest’ultima da una base biologica si è trasferita, nella notte dei tempi (e, cioè, “quando la mente umana raggiunse il punto dove la memoria, la ragione e l’immaginazione le consentirono di accumulare l’esperienza e di esplorare quello che era autenticamente nuovo” - Edmund W. Sinnot), a una base culturale. Ma è sempre la vita ad insegnarci la perennità della creazione: la stessa evoluzione organica è un processo autenticamente creativo, simile a quello descritto nel primo capitolo della Genesi o nel settimo libro del Paradiso perduto di Milton. Persino l’universo, come di recente si è scoperto, si autorigenera continuamente dandoci quelli che sono stati chiamati i “multiversi”.
Ma quello che a noi interessa in modo particolare è la genesi delle nuove idee: non l’evoluzione organica, ma la immaginazione creativa. La prima appartiene ai fenomeni fisici, la seconda a quelli psichici, che sono comunque entrambi sottesi a quell’unico meraviglioso prodigio che chiamiamo VITA.
La creatività della mente umana, però, è di gran lunga più alta rispetto a qualsiasi altra creatività biologica che pure ci sorprende e ci stupisce per la sua immensa varietà. E questo, nonostante i nostri comportamenti siano rivolti costantemente ad uniformarsi al sistema di vita che è fatto di autoregolazione e continua organizzazione di strutture psicofisiche (vedi pensiero convergente). L’esplosione dell’idea avviene, infatti, anche al di là della genetica, dell’ereditarietà e dell’ambiente che pure, in qualche modo, condizionano i comportamenti umani. E, nella storia dell’umanità, nulla sarebbe cambiato dal primo giorno della creazione o dalla comparsa dell’uomo sulla terra, se non ci fosse stato qualcuno capace di “immaginare” (non solo di pensare: il che è diverso) una situazione mai sperimentata in precedenza, “capace di raffigurarsi mentalmente qualcosa che non aveva mai visto prima” (E. W. Sinnot).
Come nascono, dunque le idee nuove nella mente? Non sempre allo stesso modo (e già questo è un procedere creativo!): ci sono scienziati che affermano di aver costantemente messo insieme una serie enorme di fatti con una serie enorme di idee per maturare una ipotesi da verificare (è il caso di Edison o di Einstein). Altri, invece, come Henry Poincaré hanno avuto all’improvviso un’idea che sembrava   nata dal nulla, magari mentre pensavano a tutt’altra cosa. C’e chi la sente suggerita da un sogno, spesso ricorrente (come per il chimico Otto Loewi) oppure da un’emozione improvvisa di fronte alla bellezza della natura. Alcuni scienziati parlano di intuizione (come il pendolo di Foucault o la mela di Newton), altri confessano di aver sentito dentro di sé come se ci fosse un suggeritore di versi (vedi il poeta Robert Frost) o di note (quasi tutti i compositori lo affermano), di visioni poi tradotte in immagini attraverso il tratto, il colore (si pensi a Ligabue e a moltissimi altri pittori).
Ma questo accade quando ci troviamo di fronte ad un vero talento.