mercoledì 14 marzo 2018

“Il dono sacro del pensiero intuitivo”: la creatività (continua)


L’intuizione, comunque, è quasi sempre o sempre il punto di partenza, a cui seguono (per quasi tutti) lunghe ore o intere giornate di intenso labor limae (Ars poetica, Orazio) per rivedere, riorganizzare, dare forma e completamento a quel “lampo intuitivo originario”, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato un prodotto nato da un processo creativo, sia esso opera d’arte o meno.
L’immaginazione creativa, allora, “agisce soprattutto sul piano mentale dell’inconscio (…) Sembra un discorso piuttosto vago e misterioso…” (Sinnot). E, in effetti, lo è, anche se è piuttosto raro rispetto alla elaborazione delle idee che avviene a livello conscio, magari partendo da un improvviso suggerimento inconscio.
Quest’ultimo, allo stato puro, è il “contrassegno del genio”.
In tutti gli altri casi, l’immaginazione creativa nella sua forma più semplice è caratteristica squisitamente umana. Anzi, è indispensabile persino alla ragione in quanto quasi tutti i processi mentali si poggiano, oltre che sui fatti o fenomeni, su deduzioni concrete, su supposizioni che sono “costrutti dell’immaginazione”. Non a caso, il processo immaginativo nacque quando qualcuno afferrò per la prima volta il concetto del “se” (il dubbio che si trasforma in ipotesi di una alternativa). Ci si addentra così nel campo speculativo che molti scienziati non esitano oggi a definire quasi metafisico in contrapposizione ai numerosi colleghi che negano tale possibilità. Sta di fatto che oggi è scientificamente dimostrato che la mente umana non risiede nel cervello né è un suo prodotto, ma vive di vita propria. Che sia una prova inconfutabile che essa continui a vivere dopo la morte sotto forma di energia, come in molti ormai credono? Di certo è che, se ci fermassimo alla pura biologia, non riusciremmo a spiegarci né il processo logico delle idee né tantomeno quello creativo. La creatività, pertanto, la possiamo scoprire dappertutto e in ogni cosa: in ogni mutamento naturale (animali, piante, fenomeni atmosferici e morfologici…), in ogni cambiamento voluto dall’uomo. E ogni cosa che cambia, pur apparendo uguale a migliaia di altre cose che sono cambiate, è in realtà diversa come se vivessimo tutti in un’unica organizzazione che ci fa appartenere al Tutto, pur conservando una nostra individualità e fisionomia. È questo il prodigio della creatività che genera bellezza e armonia. Una sorta di completezza e di pacificazione. Non così accade per il conformismo, che viene dettato dalle regole che creano angusti e ovattati limiti, a cui ci arrendiamo quasi senza accorgercene. Ecco perché il conformismo è frutto del timore del nuovo e del diverso, del vuoto che ci destabilizza creando dubbi e incertezze, bisogno di stabilità. Di qui la nostra “fuga dalla libertà” (Erich Fromm), il nostro rifugiarci dentro gli argini sicuri del Potere, affidandoci a chi pensa e decide per tutti, per non sentire il peso delle scelte che comportano la nostra responsabilità sulle eventuali conseguenze negative. Il conformismo non prevede scelte responsabili. Oriana Fallaci, riferendosi a coloro che eseguivano ciecamente gli ordini, li definiva: “gregge di lana”. Diverso è “l’adattamento reattivo”, di cui parla Jean Piaget, per ritrovare l’equilibrio perduto in un ambiente del tutto nuovo oppure ostile. Esso fa parte della nostra crescita e maturazione, che prevedono periodici squilibri che dobbiamo superare con i processi di “assimilazione” e di “accomodamento” per raggiungere un nuovo equilibrio, dovuto ad un nuovo “adattamento”.  L’adattamento reattivo presuppone, comunque, già un minimo di processo creativo.
La creatività, infatti, non ama il “deja vu” o i modelli. Sollecita a “non copiare mai”, ad innovare, a trasformare, a ricreare il già dato, il già espresso, quanto già costruito e definito. La creatività è infinita e va oltre i limiti posti della natura, da ciò che è. Perché è il “non è” che può “diventare” ed andare oltre. È l’oltre e l’altrove. Per questo sfiora il divino. Ed è bello pensarlo. Non ricordo chi abbia detto: “nasciamo dèi, i limiti ci rendono uomini”. Ma è bello pensarlo. La creatività rompe questi limiti e “ci fa rinascere infinite volte” (come ci dirà Erich Fromm). Perché ogni volta all’azione corrisponde una reazione, alla stasi della mente subentra l’“illuminazione” di una idea, una intuizione folgorante,  imprevista e imprevedibile. Che ci rigenera e ci ridà vigore ed energia. Purché sia umile, appassionata, onesta. Ossia, purché venga scelta e messa in pratica se risponde ai principi di bello, buono, utile. Vera. Autentica necessità o urgenza dell’anima. Produzione creativa che viene donata agli altri con grazia, gentilezza, amore, sapendo che può educare all’armonia, alla comprensione, alla serenità. Ma qui si parla di una produzione creativa che deve essere messa a disposizione degli altri, rispondendo ad un principio teleologico e mai utilitaristico. Per questo la creatività va vissuta non solo come personale espressione, ma soprattutto “verso, per, con gli altri”. Solo così non si è mai soli. L’albatro di baudelairiana memoria ci parla appunto della solitudine delle persone geniali. Più vicino a noi, il romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi. La genialità è anche dannazione e perdizione.
Per Erich Fromm la creatività è la capacità di “vedere” e di “rispondere”. Ma “vedere” qui significa non solo prendere visione di una cosa e averne coscienza, ma significa “penetrare” nel significato e nel senso di quella cosa e “vederla” oltre, in una miriade di sensi e di significati altri. Guardarla come se fosse la prima volta. Con stupore. Di qui l’importanza di “essere perplessi” perché niente deve apparire ai nostri occhi vecchio, scontato, immutabile. Uno spirito acuto dei nostri giorni ha affermato che “il genio di Einstein consisteva parzialmente nella incapacità di comprendere le cose ovvie”. Non a caso, a scuola e persino all’università fu ripetutamente bocciato. “Vedere” significa comprendere la realtà completa di una cosa, di una persona, di una situazione. E ciò paradossalmente significa andare ben oltre quello che si vede con gli occhi. Significa “sentire”, “percepire”, “intuire”. Di qui “il sentimento della scrittura”, che esclude ogni narcisistica produzione della parola scritta, ogni velleitaria vetrina per diventare qualcuno. Qui si “è”, non si “diventa”. “vedere”, allora, significa “capire” talmente profondamente da penetrare nell’inconscio per riportare il significato nascosto della realtà alla coscienza ed esprimere quest’ultima o comunicarla “ri-creata”. È la stessa realtà, ma è anche un’altra e un’altra ancora. “Vedere”, dunque, significa guardare con gli occhi, pensare con la testa, cioè “prestare attenzione”, sentire con il cuore ossia “concentrarsi” (entrare nel centro delle cose con sé stesso, insieme con gli altri, insieme con il tutto. E ciò viene definito da alcuni studiosi della creatività: “l’affettività del divino” (la vicinanza amorosa al sacro e, per alcuni, a Dio), capire con l’anima che, essendo universale, ci mette in grado di espanderci all’infinito nell’infinito. E smettiamo di essere spettatori e giudici per essere soltanto “essenza vibrante nell’armonia dell’universo” (così avverto e definisco io l’ineffabile sensazione che la creatività offre alla nostra sensibilità).


1 commento:

  1. Cara Angela ti lascio delle righe ritrovate...quanta sintonia

    Poesia è respiro ma anche entrare nel proprio io particolare ed accorgersi che siamo universo e infinito. Voci di cuori e passaggio di doni.

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