domenica 4 novembre 2018

4 novembre 1918-2018: cento anni dopo


Oggi è giornata da non dimenticare mai. La giornata gloriosa di una Vittoria clamorosa: quella che pose fine al tremendo conflitto della Prima Guerra Mondiale a Vittorio Veneto, dopo la terribile disfatta di Caporetto e la perdita di tantissimi nostri giovanissimi soldati. I “ragazzi del ‘99”.
La vittoria del 4 novembre del 1918 segnò i confini finalmente di una Italia unita con Trento e Trieste finalmente italiane.
Ed è bellissima la V di vittoria in maiuscolo.
Visualizza due dita divaricate, l’indice e il medio, esultanti.
Visualizza due ali in volo ed è già cielo, oltre ogni confine. È già fratelli in una patria più ampia che è il mondo intero, l’intero nostro pianeta. Deve essere così, vogliamo che sia così. Dobbiamo adoperarci tutti, ciascuno con i propri mezzi, perché ciò accada.
A cento anni da quella V dispiegata a darci l’euforia di una patria, l’Italia, che non si rivelò mai, da Nord a Sud, anche “matria” (usato per la prima volta da Italo Svevo? Curzio Malaparte? Ripreso da Sandro Veronesi nel parlare di Malaparte e Pasolini? Non ricordo più. So, però, che è il titolo del cortometraggio di Alvaro Gago, vincitore a Trieste a luglio del 2018 del premio ShorTS). Infatti, mentre al Nord si era fieri dei Savoia e dei Piemontesi, al Sud si imprecava contro nuove tasse e gabelle imposte dal loro Governo.
E “matria” ha per me un significato bellissimo: è il luogo più intimo, profondo, oscuro e misterioso che ci lega alle nostre radici, alla terra in cui sono sepolti i nostri avi, alla tenerezza che ci vince ogni volta che pensiamo di avere una patria/matria e di essere da questa accolti, difesi, protetti, amati.
Ma è, poi, davvero così?
Oggi, facciamo i conti con una nazione che spesso ha deluso le nostre aspettative, che ha ignorato i nostri progetti, che ci ha considerato figliastri piuttosto che figli.
Di qui il disinganno e il disincanto. Di qui la fuga all’estero dei migliori nostri cervelli. Di qui la confusione. Il pressappochismo. Il tira a campare. Il rifiuto della storia. L’ignoranza sulle motivazioni profonde di alcuni spiriti illuminati che vollero un’Italia unica e indivisa. Con uno sguardo di speranza all’Europa per consolidarci nella nostra dignità di “popolo”. Non più “volgo disperso che nome non ha” (Manzoni).
E da questa ignoranza o dimenticanza, le scelte sbagliate. I voti dispersi. E nuove arroganze, le supponenze disgregatrici, che ci stanno di nuovo dividendo e disperdendo e isolando. Ci stanno rendendo “volgo” per la volgarità di gesti e di parole. Di intenti. Di promesse fittizie. Di inganni a buon mercato.
Di chi la colpa? Di quanti l’impegno disatteso?
Ritengo che siamo un po’ tutti colpevoli. Per innumerevoli motivi che sarebbe troppo lungo elencare, ma che ognuno può cercare e riconoscere nella propria coscienza.
Ma, forse, siamo anche un po' vittime di un momento storico-socio-culturale difficile perché complesso, planetario, super tecnologizzato, velocissimo nei suoi tempi evolutivi, che non ci offrono una identità stabile o un adattamento graduale e duraturo al cambiamento, almeno nell’arco di una generazione.
E il sacrificio dei nostri padri rischia una sconfitta più disastrosa di quella di Caporetto. E, ai primi del Novecento, quantomeno si trattava di un “popolo” per il novanta per cento analfabeta che scappava “disperso” e senza consapevolezza della propria e dell'altrui “identità” davanti al nemico o lo affrontava con gli scarsi mezzi a disposizione; oggi, si tratta di cittadini che dovrebbero essere colti e consapevoli, ma che soni affetti, purtroppo, da un “analfabetismo di ritorno” devastante e pericoloso per il presente e soprattutto per il futuro, non soltanto dell’Italia ma dell’intero pianeta. Ed hanno mezzi di comunicazione e diffusione sempre più sofisticati e dalle impensabili e spesso ingestibili conseguenze a livello planetario.
Pessimista io?
Penso che, almeno per una volta, io sia semplicemente realista.
E, a questo proposito, mi sembra utile riproporre qui una paginetta tratta dal mio ultimo romanzo “Le piogge e i ciliegi” (SECOP edizioni 2018), di cui spesso scrivo e parlo. Anche per promuoverlo e diffonderlo. Per i valori di sempre che vivono e rivivono dentro. E l’interlocutore è, come si sa, mio nonno.
“Durante quella terribile guerra, dicevi, ti eri reso conto che spesso i nemici non erano quelli che stavano oltre la trincea, ma gli stessi vostri superiori. Parlavi dell’intransigenza impietosa del generale Cadorna che tra voi soldati chiamavate ‘carogna’ per via dei compagni che non facevano più ritorno dopo essere stati accusati di ‘alto tradimento’ perché scappavano davanti al pericolo non sapendo neppure perché dall’altra parte ci fossero altri uomini che bisognava considerare nemici e bisognava uccidere. Molti scappavano e basta. Per paura e senza avere il benché minimo sospetto di tradire la patria. ‘Disertore’ era per tutti voi una parola sconosciuta.
Era, invece, la patria a tradirli nelle vesti del generale Cadorna che non perdonava né la paura né l'ignoranza né la giovanissima età di molti ragazzi che, dopo la disfatta di Caporetto, furono mandati ad ostacolare l’avanzata dell’esercito tedesco e siccome arretravano invece di avanzare, furono condannati alla decimazione. I particolari è superfluo riportarli qui. Sta di fatto che alcuni avevano poco più di sedici anni e ancora ‘la bocca di latte’. I famosi ragazzi del ’99. Capretti mandati al macello da una patria imperiosa. Impietosa.
‘Finivano davanti al plotone di esecuzione’, dicevi rattristandoti. ‘Almeno quella era la voce che correva fra di noi, tra maledizioni, bestemmie e qualche preghiera per le loro povere anime’.
Quanto ingiusta la guerra di sempre!
(pórtənə rə pèitə au parètə sémbə rə fìghhjə du cànə màzzə…)
(ne fanno le spese e soccombono sempre i figli di chi ha già patito tanto per la fame e altre miserie…)”
Dobbiamo augurarci una nuova Vittoria con la V maiuscola per riportarci alla dignità alla solidarietà e alla speranza, che furono vessillo di umanità, di unità e di pace per i nostri nonni e bisnonni. 
Che non possiamo né dobbiamo dimenticare…

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