sabato 3 novembre 2018

il cimitero o camposanto: un "non luogo"


Sostiene Marc Augé, che ha “inventato” l’espressione “non luogo”: “Quando il pensiero è incapace di pensare la fine del tempo, cerca sempre di rappresentarsela in termini spaziali. Di qui la possibilità di pensare l’aldilà come un non luogo”.
Un non luogo, dunque, uno spazio senza identità e senza memoria, che l’uomo si finge perché non sa pensare il nulla. Ma il non luogo assoluto non esiste - sostiene ancora Augé - dato che “in qualsiasi spazio c’è sempre, almeno potenzialmente, la possibilità di un incontro”.
Il Camposanto è, pertanto, un “non luogo”, che ha uno spazio delimitato: il campo. E una connotazione ben definita: santo o sacro. E il “campo” è una possibilità d’incontro. “Santo” o sacro circoscrive un mistero, il senso del divino. Inviolabile e incommensurabile.
Mentre, campo senza aggettivi dà l’idea di un campo di battaglia, di lotta, di sovraesposizione di forza e di vita, di violenza. Il campo, però, può indicarci, è vero,   il rosso del sangue, ma anche quello dei papaveri nel verde pacificato dell’erba, il giallo generoso del grano, il marrone bruciato delle stoppie.  
“Campo” è anche uno spazio recintato, dove uomini liberi, in quanto uomini, perdono con la propria terra senza confini la libertà di vivere come uomini. Un campo recintato può essere anche un “campo profughi”, anche lì un “non luogo”, dove esseri umani perdono terra e memoria di sé e luoghi cari e persone amate e libertà di essere e di vivere. Sicuri. Sereni. Rispettosi di sé e degli altri.
Il campo, perciò, è anche silenzio e solitudine. Dolore.
Nel suo perimetro proliferano numeri di uomini ridotti ad un numero.
Se, poi, il campo è santo, allora, nel suo perimetro di silenzio e di morte si distendono tombe, fioriscono preghiere. Nel suo spazio delimitato si respira la sacralità di ciò che ci sfugge e ci incute timore, paura, quasi a rendere visibile l’assenza, il vuoto, il nulla. Esiste e resiste, perciò, il sacro senso del pianto che prodigiosamente non scende a bagnare la terra, ma s’innalza a cercare il Cielo, quell’aldilà che deve avere un suo tempo e un suo spazio infinito. Come è infinita l’anima che non ha dimora nella tomba, ma spazia nel suo “non luogo” immenso.
Il cimitero, allora, con le sue tombe, è un luogo che rende visibile l’assenza, e offre uno spazio misurabile al “non luogo” dell’assenza, presente solo in un nome sotto un volto. Nome e volto riempiono lo spazio vuoto tra due date: nascita e morte. Quel nome e quel volto, quando ci sono, quelle date, quando ci sono, fermati nel tempo e in quel piccolo spazio, sono l’identità di una vita. Dipanano una storia. Che per molti non ha più senso (“sic transit gloria mundi”). Per altri ha ancora senso. Perché un uomo è un uomo sempre. Lascia una traccia di sé in chi lo ha amato, in chi lo ama. E spesso il dialogo muto con le tombe vede chi va a piangere il proprio amore/dolore di spalle. Di spalle l’amore/dolore, perché non ha volto né voce l’amore/dolore. È nel cuore il luogo/non luogo dell’amore/dolore. Immobile è l’amore/dolore. Immobile è seduto e arreso è l’amore/dolore nei cimiteri. L’amore/dolore piegato in ginocchio. Paziente. È un amore/dolore mai dimenticato, che non dimentica. È paziente attesa dell’incontro l’amore/dolore dei cimiteri. Mai rassegnato. Mai vinto.
Ma l’amore/dolore che abita dentro è certezza e speranza. Non è seduto, non è di spalle. Non è immobile. Macchia scura di vesti nere.
È tenerezza di dialogo quotidiano. È dolcezza di parole. È carezza dell’anima all’anima.
E, nel dialogo muto che muta il dolore in preghiera, fiorisce la consolazione.
E l’anima diventa un campo sacro di fiori di ogni specie, calici assetati di luce a ricordare la vita. I mille luoghi della consolazione sono racchiusi nell’unico luogo che ci conforta davvero: la nostra anima.
Nel cimitero, i cipressi alti si contendono, con le anime, il cielo…
My name was…  
Anche per questo non amo i cimiteri. E per molto altro ancora…

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