martedì 16 novembre 2021

Martedì 16 novembre 2021: E DI CAMBIAMENTO PARLIAMO ANCORA...

Provvedo subito ad una precisazione che mi sta molto a cuore: la carissima Angela Strippoli non ha festeggiato settant’anni con la sua bellissima poesia, ma sessanta. Per la fretta di scrivere e di portare su FB le riflessioni che chi mi segue legge sul blog, ecco che mi sfuggono imperdonabili errori, di cui chiedo scusa alla mia amata Angela. Così come chiedo scusa a tutti voi per alcune omissioni nel percorso che stiamo facendo insieme sempre per il timore di occupare troppo tempo e troppo spazio nelle mie lunghe premesse e considerazioni, a volte del tutto personali, dovute a lontane reminiscenze di studi o di curiosità del cuore e della mente. Ringrazio, pertanto, chi con molto tatto, gentilezza e generosità integra quanto da me viene detto o preso in esame. È il caso di Mariateresa Bari che mai mi fa mancare i suoi preziosi commenti e le sue giuste integrazioni. Mariateresa mi scrive: Carissima Angela, grazie per questo tuo viaggio. Sul cambiamento è impagabile la lezione di Eraclito. Tutto scorre, tutto muta. A costo di rovinose cadute e grandi sofferenze. Mi ritrovo perfettamente in ogni tua parola... C'è una poesia del mio amatissimo Luzi, tratta da "Sotto specie umana", che dice bene questo trasmutare. "Pareva fosse dato/ variare a piacimento/ il testo; che mutevoli/ fossero in quel libro/ le pagine e le parti./ Così malgrado il nero/ lavoro delle sorti/ erano nel perpetuo avvenimento/ davvero quelle carte./ Invariabile era solo/ l’opera dell’aria/ che le sfoglia, le gira,/ le consuma, in altro/ insieme con se stessa le trasmuta./ Così pareva, così era." M. Luzi. E sulla metamorfosi ho tentato di scrivere anch'io, ma non oso affiancare i miei versi a quelli del grande poeta fiorentino... Un abbraccio forte a te. Come ringraziarti per aver riportato alla memoria il grande assente: Eraclito? Dimenticanza imperdonabile. Ma le Metamorfosi sono davvero tante nella letteratura mondiale. A partire dallo stesso Omero che trasforma in porci i compagni di Ulisse ad opera della maga Circe. anche Apuleio scrive le Metamorfosi sotto forma di fiabe e racconti fantastici e ironici (es: L’asino d’oro). E che dire di Boccaccio o nel Novecento di D’Annunzio (es: Alcyone) o di Pirandello (Uno, nessuno, centomila)? Senza parlare di KafKa e il suo incredibile racconto “La Metamorfosi”. Ma la trasformazione, come sappiamo, è sempre in atto ed è continuo oggetto di osservazione sia a livello filosofico che a livello artistico, storico, letterario, scientifico. La poesia di Luzi, sempre citata da Mariateresa, è un ulteriore esempio di cambiamento, sempre in atto nella natura e nella nostra vita. Tantissime le prose e le poesie che ho “incontrato” tra i libri che ricevo in dono, tra gli amici e conoscenti o sconosciuti che me le inviano, anche su FB e tra i miei amici di penna e di comune sentire. Continuo così a proporre ancora alcune prose poetiche e poesie molto significative al riguardo.

E riparto da Mariateresa Bari che mi scrive: Carissima Angela, infinite le emozioni nel leggere queste righe. La tua materna attenzione commuove, così come commovente è la delicatezza con cui entri nelle nostre scritture. E di questo non ti saremo mai grati abbastanza. Stanotte hanno visto la luce pochi, semplici versi in dialogo con la prosa toccante e poeticamente ispirata di Mario. Eccoli: Quelle cose che han nome Poesia// Sospira di pace una lacrima/ in fuga dalla cruda / delusione di ogni attimo tradito / Trema una parola muta/ si fa brivido/ e accordo di ricordi/ Sono coltre di gigli e rose/ quelle cose / che han nome Poesia/ Sottopelle / quando si fa sera / Mariateresa. E ancora grazie, mia fedelissima amica che, ispirandoti alla prosa così “toccante e poeticamente ispirata di Mario”, scrivi, in un contagio di versi che sanno la “sera” dopo la “delusione di ogni attimo tradito”, ma si vestono di “ricordi” in un mutare continuo di stagioni, affidate alla parola poetica che mai tradisce i “gigli e le rose” che “han nome Poesia”. E, a proposito di poeti e di poesia, non posso fare a meno di riportare o riproporre (perché magari l’ho già postata tanto è bella) di Mariateresa la seguente delicatissima poesia “Nata all’alba”: In estatica contemplazione// La vedi/ quella sutura sulla luna?/ È lì che nascono i poeti// Lacrime di stelle le parole/ non c’è parto senza dolore/ si fanno bolle di sapone// Ogni cielo ha la sua culla// Scoperchiamo i dormitoi neri/ dei giorni/ e nascono i poeti// Li vedi?

Ma, ritornando al cambiamento, ecco tre perle, scoperte in un libro, ricevuto solo ieri, dal titolo emblematico Nel lento fluire delle ore di Francesca Anselmi (Gazebo, Firenze 2020): Ricordo quando/ lo sguardo si negava al cielo/ e le mani celavano/ il palmo stretto in un pugno.// Ricordo/ le mie spalle ricurve,/ quasi una nicchia/ a difesa del cuore,/ mentre la vita scorreva/ passandomi accanto; Le cose fluiscono/ ed io con loro./ Mi muovo/ nel perpetuo moto degli eventi.// Quale forma prenderò?/ Sarò più sostanza o materia?; Io che mi osservo/ mentre percorro questa vita./ In un silente viaggio interiore/ ricerco il senso e il non-senso/ delle cose.// Artigiana del mio fare e disfare,/ dispongo sponde,/ le attraverso, ci scorro dentro. Va da sé che tutte le poesie che, in realtà, sono frammenti, quasi a farci visualizzare il "lento fluire delle ore", ricalcano il tema delle trasformazioni fuori e dentro di noi, nell'arco di un solo giorno e di una intera vita.

E poi di Gianni Brattoli, tra passato e presente, una poesia inedita che ha per titolo "A RUBARMI IL RESPIRO": Oltre il fiume/ lontano/ sul punto dell'alba/ lasciai le pazze corse/ in discesa.// Vaghi riflessi/ di rondine/ e il cuore scoppiava.../ L'ala sulla pelle/ bruciava le tempie.// Non c'era, in quei giorni,/ tra l'erba,/ profumo di fiori/ ma caldi capelli/ a rubarmi il respiro.// Oltre il fiume/ lontano/ sul punto dell'alba/ lasciai le pazze corse/ in discesa.// Vaghi riflessi/ di rondine/ e il cuore scoppiava.../ L'ala sulla pelle/ bruciava le tempie.// Non c'era, in quei giorni,/ tra l'erba,/ profumo di fiori/ ma caldi capelli/ a rubarmi il respiro. Già nel titolo c’è un movimento rapidissimo (“a rubarmi”) che presuppone una forte emozione che permane nel ricordo e la attualizza. Ma anche ogni verso di questa intensa poesia è un inno alla giovinezza lontana. E la reiterazione continua degli attimi di passione vissuti non fa altro che acuirne il ricordo e il rimpianto, portandoci, in un silenzio di parole, al presente così diverso dal passato.

E di Piera Donna: Nel ritmo del respiro/ la certezza di essere fiume/ di scorrere verso la foce/ nella vertigine di gorghi improvvisi/ che spingono oltre; Dentro l’ora che passa/ dentro la mano che lavora/ premono per sbocciare ancora/ i tulipani (da Chi mi fa fiorire, Gazebo, Firenze 2019).

Ed ecco una prosa divertente rubata da una pagina di Tanino Coviello, professore in pensione, scrittore, attore e regista di commedie dialettali con l’unico scopo di far ridere i tanti amici che attendono con ansia un suo nuovo lavoro. Ebbene, Tanino è stato mio collega a Palo del Colle e quasi non ci conoscevamo. Ma, grazie a Fb siamo diventati grandi amici nella scoperta di comuni valori e sincere sintonie. E oggi il mio caro amico mi perdonerà l’atto vandalico di scippargli un racconto per proporlo nel nostro blog, affinché, grazie a lui, si possa ridere e riflettere insieme sui tempi che cambiano: L’altro giorno abbiamo avuto la brillante idea di riunire su WhatsApp i componenti del gruppo classe di quarta magistrale corso D. Anno scolastico 1968 Terlizzi. Si è creato un entusiasmo incredibile: settantenni che, dimentichi delle problematiche e degli acciacchi presenti, si sono tuffati in un tempo remoto nel passato che giammai più ritornerà. I ricordi sono riaffiorati nella memoria di ciascuno con ritmo incalzante di genuina frenesia: “Quel tiro mancino al professore d’italiano quando gli abbiamo nascosto la divina commedia? E il professore di matematica che nascondeva i compiti in classe nei pantaloni, dove lo metti? E la professoressa di musica? Com’era bella e buuuona! Perché quella di francese?”. Ma il sogno appartiene all’onirico fantastico… non dura molto! Ma chi se ne frega! Lasciate che un settantenne torni a sorridere in un momento così vile per l’anima, fategli cogliere l’attimo! Viva la gioventù… viva la vita!!! E noi tifiamo per lui, per i suoi ricordi, per il passato remoto che non torna, ma ci ha consegnato nel presente, “in un momento così vile per l’anima”, “l’attimo” per tornare a “sorridere”! E oggi ne abbiamo davvero tutti bisogno per vincere anche la delusione che il cambiamento a volte ci procura…

E di Maria Pia Latorre mi piace “Conchiglia”, che solo apparentemente è tutta in sé conchiusa, ma in realtà sottolinea l’eterno movimento della natura che coinvolge i nostri corpi e i nostri sensi e i nostri sentimenti, che si fanno sogni per andare lontano: Valve di conchiglia/ i nostri corpi/ Si abbella la perla/ dell’amore/ nutrendosi di noi/ sostanza lunare/ i silenzi non bastano più/ a vuotare l’arsura/ Si richiude in abbraccio/ il vascello morgana/ sotto un oceano di stelle/ mentre/ un sogno avanza in piroga

E anche per oggi va bene così. La prossima volta avremo nuove parole per altre prose e poesie a tenerci compagnia durante il viaggio dell’anima in cerca di possibili rive di felicità. Simone Cristicchi ci suggerisce ancora: Memoria e Talento. Due parole magiche per farci dispiegare le vele del passato e spingerci ad andare verso il futuro. Forse (magari con una piccola piroga)…

sabato 13 novembre 2021

Sabato 13 novembre 2021: LA RICERCA DELLA FELICITA' E ANCHE AMORE E CAMBIAMENTO...

 La volta scorsa non ho potuto parlare del cambiamento per motivi di spazio e di tempo. Ma, scrivevo, “A ben guardare tra le righe c’è in ognuna anche l’idea del cambiamento, di una trasformazione” e mi riferivo alle pagine di David la Mantìa, Di Mario Sicolo, di Roberta Lipparini, in cui è evidente il passaggio dal “prima” al “dopo” e ogni passaggio contiene di per sé una trasformazione. E ho scritto ancora: “cambiamento è la seconda parola che avrei dovuto riempire di testimonianze poetiche nel nostro percorso verso la felicità. Ce ne faremo dono la prossima volta”. Ed eccomi a riprendere il discorso lasciato a metà. Ma nel frattempo tutti noi siamo sicuramente cambiati nell’arco di questi due giorni. La nostra trasformazione e la trasformazione del mondo che ci circonda avvengono attimo dopo attimo, anche se noi, in quell’infinitesimale battito di ciglia, non ce ne accorgiamo. Probabilmente è perché siamo profondamente coinvolti in quell’attimo per rendercene conto. Non così per gli accadimenti eclatanti che ci danno subito la percezione del cambiamento. Ma non è questo che dobbiamo rilevare senza passare prima al setaccio il cambiamento lento e graduale prodotto dal trascorrere dei secondi nella nostra esperienza esistenziale quotidiana. Lo stesso Simone Cristicchi mi dà una notevole mano in quello che vado affermando. Così egli scrive nell’analizzare la parola “cambiamento: Siamo terrorizzati dal cambiamento, perché sbriciola quello che sappiamo della vita, mette in dubbio ciò che abbiamo fatto, quel pochissimo o tantissimo che siamo riusciti a costruire. In realtà, il cambiamento è un nostro fedelissimo compagno, spesso un alleato. Se ci pensiamo bene, non siamo mai uguali al secondo precedente. Ogni momento, ogni ora, ogni giorno è qualcosa di nuovo, di mai sperimentato in precedenza. (…). C’è un movimento continuo fuori e dentro di noi. Noi siamo forme che diventano altre forme, fragili, impermanenti, in divenire. Non possiamo fermare il fluire generale e, quando arriva la marea, le prime a crollare sono le strutture rigide, le idee fisse, i dogmi che bloccano cuore e mente, perciò conviene renderci flessibili, assecondare l’inclinazione delle onde come fanno i surfisti. Almeno a me è servito questo. La lunga citazione mi permette di visualizzare chiaramente cosa intende Simone per cambiamento e credo che non si possa fare altro che condividere. Anche se le modalità potrebbero essere diverse, in rapporto alle esperienze pregresse individuali, alla sensibilità di ciascuno, alla capacità di discernimento e di saper “leggere nelle cose”. Il cambiamento ci destabilizza, ma potrebbe aiutarci nel prendere consapevolezza della nostra crescita rispetto alle trasformazioni del mondo, oggi rapidissime, in atto. E cerco testimonianze negli scritti di grandi scrittori e poeti del passato e del presente, virtuali e reali, vicini o lontani. Per esempio, se dovessi descrivere i secoli scorsi, dalla comparsa dell’uomo sul pianeta terra fino ad oggi, non potrei che partire dalla parola “cambiamento”, più o meno lento, più o meno rapido. Ma non mi basterebbero più e più trattati se partissi da così tanto lontano. Se dovessi partire dal mondo greco latino, dovrei forse fare riferimento a Omero che usa la metafora del “viaggio” per dare, attraverso i suoi eroi, l’idea del continuo cambiamento di luoghi, incontri, affetti, scelte, approdi nell’arco dell’umana esistenza. Se dovessi poi fare riferimento soprattutto alla “parola” per comprendere meglio la trasformazione in termini letterari, penso di poter partire dai sofisti, che attraverso la pratica della “persuasione” portavano gli interlocutori a trasformare il loro modo di pensare, esprimersi, comunicare, attraverso l’“ethos” di chi parla (la rettitudine nel parlare: etica), il “pathos” di chi ascolta (la grande emozione suscitata nell’interlocutore) e il “logos”, argomento della conversazione (condotto con maestria ed empatia dal relatore). Tutto questo, se non ricordo male, era un processo comunicativo che si poneva l’obiettivo di condurre alla trasformazione dei modi di pensare e di agire degli interlocutori. Poi, dovrei parlare dei poeti latini, da Catullo (e il suo sentimento di amore/odio per Lesbia, con tutti i passaggi delle diverse situazioni in cui questi sentimenti vengono vissuti) a Ovidio con le Metamorfosi (cioè trasformazioni, appunto), a Orazio, che non è solo il poeta del “carpe diem”, per giungere al Medioevo, “Età di Mezzo” per eccellenza, che prevede, senza mezzi termini, un “prima” e un “dopo” con tutto il cambiamento che ci fu nella società e in letteratura fino ai primordi dell’Umanesimo e del Rinascimento. Ma, facendo un salto di secoli, fondamentali per le trasformazioni sociali, storico-geografiche e politico-culturali della nostra vecchia Europa, giungo al lungo “secolo breve”.   Il Novecento, molto più vicino a noi, è, comunque, un validissimo esempio di rapida trasformazione. In letteratura, occorre ricordare D’Annunzio e il Decadentismo (ma con il passaggio, nella sua poetica, dall’Estetismo all’Edonismo, al Superomismo) , Ungaretti, Quasimodo, Montale, nei cui versi troviamo la grande trasformazione dal Decadentismo all’Ermetismo, e così via. Nel terzo millennio possiamo parlare di rapidissima, vertiginosa trasformazione, di cui abbiamo ormai contezza a livello planetario. La mia scelta di fare questi voli pindarici si rende necessaria perché il blog non mi concede più di tanto. E urge fare esempi di poesia contemporanea con testi in prosa e poesia a conferma di quanto detto fin qui. E comincio con la meravigliosa poesia di Angela Strippoli per i suoi settant’anni, intitolata “11 - 11 – 2021”: Chiudo il cerchio/ E rilancio i dadi// Ricomincio// Punto e a capo// E già sono in volo// Ho mille anni e pochi giorni// Sono la mia infanzia felice// Tra le braccia di mio padre// Ha braccia forti/ Mi porta a vedere le stelle// Ho mille anni e pochi giorni// E sono madre dei miei figli e / del mio sposo madre e sposa// Madre di mia madre/ E figlia di me e madre anche// Ho mille anni e pochi giorni// Versi e strofe raccolgo tra i capelli// Ho cura degli alberi// Ricamo madonne// Avevo sei anni quando filo e ago/ ebbi tra le dita per i miei mille anni// Ho mille anni e pochi giorni// Con mia nonna/ ballo la tarantella/ e facciamo festa intorno a un fiore// Coi petali sfioriti delle rose/ brindo/ Sorsi vermigli/ Rose e vino nel mio giorno di festa// Ho mille anni e pochi giorni// Dalla mia veste volano uccelli/ di seta e/ fanno nido tra le stelle// 11- 11 – 2021// Oggi/ Il mio giorno migliore// Rilancio i dadi e prendo il volo E non ci sono parole, solo emozione che galoppa nei sentieri del cuore. Ma quale testimonianza più luminosa e pura del “cambiamento” come rinascita? Decisiva è, a mio parere, la gioia di ESSERE nel tempo, con la migliore realizzazione di sé sempre in prospettiva futura: “Rilancio i dadi e prendo il volo”.  Di Maria Concetta Giorgi ho l’imbarazzo della scelta: c’è una prosa  che mi intriga molto e parla del cambiamento in modo insolito. Potrei intitolarla “ Cerchi un uomo e il suo cammino…”. Peccato che è troppo lunga, ma avrò il tempo di recuperarla. Poi due poesie molto intense “Binari”, che già nel titolo contiene il viaggio e il cambiamento del paesaggio e delle prospettive che si aprono al pensiero e alla stessa vita, e “A mia madre”. Opto per quest’ultima e non c’è bisogno di spiegare perché: A mia madre./…// Prologo// Prima della notte/ ti rivedo/ sei una sagoma,/ l’ombra di una pianta./ Vorrei non cadere/ dal mio sogno/ il volo sarebbe troppo per me.//Parte centrale// Avevo sei anni,/ aprivo il portone di/ legno scuro e malandato,/ il chiavistello arrugginito./ Campi di pannocchie,/ fusti alti e foglie verdi/ non era un sogno,/ era il mio piccolo tempo./ Quanto ti amavo/tutto aveva senso.// Epilogo// Ti cerco ancora/ non esiste più il sogno/ sono caduta in volo./ Ho toccato la terra umida e scura,/ ho sentito il rumore/ della pioggia che batte,/ il ritmo suo incessante,/ l’amore vero,/ quello che non fa piangere/ per ogni bocca che si apre./ Il cielo lavato dalla pioggia/ mostra il suo colore/ più puro./ So che sei lì/ i tuoi occhi, il tuo sorriso,/ il senso di Dio/ e il suo movimento.  Non ci sono parole, solo lacrime di intensissima commozione. Dal primo verso all’ultimo il cambiamento è in atto, ma gli ultimi quattro versi sono sublimi: “So che sei lì/ i tuoi occhi, il tuo sorriso,/ il senso di Dio/ e il suo movimento.”. Grazie, mia tenerissima amica! E adesso mi sembra giusto riportare uno stralcio di un racconto che parla di ieri e di oggi con tutta la forza dell’amore ricevuto in “UN MAGICO CORTILE” di Anna Maria De Leo, mia sorella. Scrive anche lei e lo fa con la tenerezza del suo cuore, molto provato ma mai stanco di seminare forza di vivere e speranza. E ogni ieri che si fa oggi e guarda al domani è un inno al cambiamento, che supera il buio di ogni possibile inevitabile buio. È l’anima che splende di luce e ci illumina. Ecco le parole di Anna Maria: … I miei nonni abitavano in una grande casa al centro del paese; poteva definirsi quasi una casa colonica in quanto offriva tutto quello che un uomo, amante della natura, si aspetta dalla propria abitazione. C’era, per esempio, un grande cortile pieno di fiori, piante e tanti animali. Io tornavo in quella casa d’estate, una volta all’anno e vi trascorrevo giorni favolosi. Mio nonno aveva preparato una casa per tutti gli animali di cui si prendeva cura. MIO nonno era eccezionale come il suo cortile, che conservò la sua magnificenza fino a quando fu lui a prendersene cura. Dopo cominciò un lento e costante declino, fino ai giorni in cui rimase abbandonato e dimenticato. Oggi vivo io nella casa dei nonni e il cortile è cambiato. Ci sono solo i fiori ad allietarlo e i miei adorati nipotini. Quando, ancora oggi esco fuori in cortile, ripenso a quei tempi, agli odori, ai sapori, soprattutto ai colori e alle voci di animali che popolavano quel magico universo, che un nonno meraviglioso aveva saputo animare per la nostra gioia. Grazie, nonno!

E anche per oggi mi fermo qui, ma ho tante altre bellissime testimonianze poetiche, in prosa e in versi, per scoprire cosa possa significare per ciascuno di noi il cambiamento nella vita… A presto!

 

 

giovedì 11 novembre 2021

Giovedì 11 novembre 2021: L'AMORE CI RENDE FELICI O UMILI DI CUORE?...

 E ritorno da dove ero partita un bel po’ di settimane fa, da Simone Cristicchi “Alla ricerca della felicità” e dalle sue due prime parole, su cui riflettere per trovare e scoprire il bandolo della ingarbugliata matassa della nostra vita: “attenzione” e “lentezza”. E, oggi, mi sembra proprio il caso di ricordarle in quanto si festeggia San Martino, il santo del mantello diviso per donarlo a chi ne era sprovvisto. “La leggenda narra che un giorno d’autunno - molto probabilmente l’11 novembre - mentre usciva a cavallo da una delle porte della città di Amiens, in Francia, Martino s’imbatté in un uomo molto povero, nudo e infreddolito. In quel giorno, in cui era proprio il maltempo a farla da padrone, San Martino s’impietosì e decise di aiutare il povero. Senza pensarci due volte tagliò il suo mantello di lana per donargliene metà. Di fronte a quel nobile gesto, la pioggia dopo pochi istanti smise di cadere, il cielo si aprì e spuntò il sole, facendo diventare la temperatura subito più mite. Martino quella notte sognò Gesù che gli rivelò di essere lui il mendicante al quale aveva donato il mantello. Quindi leggenda vuole che, ogni anno, ci sia un’interruzione della morsa del freddo per commemorare quanto aveva fatto quell’11 novembre” (da <IL GIORNO> di tre giorni fa). Sta di fatto che Martino da Tours, di nobile famiglia, nato nel IV secolo dopo Cristo, da militare divenne vescovo di Tours e poi santo. Ma non è solo leggenda cristiana, e di tutte le religioni che festeggiano i santi, c’è anche una spiegazione scientifica, che sarebbe troppo lungo qui approfondire. A noi basta fare riferimento all’“attenzione” che sicuramente il santo ebbe nei riguardi del mendicante, e alla “lentezza” con cui andava a cavallo, altrimenti neppure si sarebbe accorto della presenza dell’uomo, “nudo e infreddolito”. Ma a queste due sue bellissime caratteristiche, possiamo benissimo aggiungere le altre due parole che Cristicchi ci suggerisce nel suo percorso, se non alla santità, sicuramente verso l’agognata felicità: “umiltà” e “cambiamento”. Altre due parole meravigliose che il nostro cantautore-attore-poeta “rapina” a Pier Paolo Pasolini e al suo film-documentario “Comizi d’amore” del 1963. Alla parola umiltà Cristicchi premette, come esergo, una riflessione del geniale scienziato Albert Einstein: Chiunque faccia scienza si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, davanti a cui noi, con la nostra umana debolezza, non possiamo che essere umili. L’umiltà e, dunque, una dote necessaria all’uomo di fronte al mistero del Creato. Non se ne può fare a meno. Solo la nostra arroganza ci fa dimenticare questa necessità. C’è, a questo proposito, una poesia molto profonda di Giovanni Gastel: Questo giardino/ potrebbe essere solo/ un bosco di persone/ agitate e complicate dal vento./ Ma non cerco la differenza stasera/ voglio con me il dubbio di non essere diverso/ da questi fiori da queste piante./ Senza più sangue pulsante/ ma verde linfa che scivola dentro di me./ Torna immenso Pan/ a confermarmi che sono ancora parte del tutto/ come era un tempo/ prima della paura e dell’arroganza. Ed ecco una prosa che ritengo di profonda umiltà. È del nostro amico, professore, scrittore e poeta David la Mantìa: È quando senti che il tempo comincia a mancare che più chiare ti appaiono le cose. È allora che avere la possibilità di scegliere un’ultima volta diventa un privilegio, una fortuna enorme. Ecco, io so bene cosa devo fare ancora per il tempo che mi resta: aiutare animali in difficoltà, ascoltare i miei allievi, ascoltare tutti quelli che posso, raccontare storie, dormire dopo aver salutato gli affetti. Vorrei sottolineare l’umiltà dell’ascolto. Ascoltare significa fare spazio all’altro. Chi impara ad ascoltare si apre al tu e al noi, superando il proprio egocentrismo, solipsismo e narcisismo. Impara a conoscere sé stesso, conoscendo e riconoscendo l’altro. Con umiltà e discernimento.

“L’aprirsi all’ascolto, dunque, equivale ad ammettere la propria finitezza, presuppone un sapere di non sapere, un essere coscienti della perfettibilità delle proprie conoscenze, è mettersi comunque in discussione, un riconoscere nell’altro una persona che è portatrice di ragioni che non devono essere sottovalutate, ma appunto valutate (…) offrirsi al dialogo e all’ascolto comporta la decisione di correre dei rischi, comporta la messa in discussione delle proprie tesi e l’eventuale loro revisione o il totale abbandono” (R. Arnheim). Mi piace molto, al riguardo, anche il pensiero di Jean Lacroix: “Ogni attività umana autentica è dialogo: dialogo con il mondo che è poesia, dialogo con gli altri che è amore, dialogo con Dio che è preghiera…”. Platone afferma che bisogna tener conto del dialogo dell’anima con sé stessa. “E l’anima non può dialogare con sé stessa se non ha saputo accogliere l’altro, se l’altro non è già in essa. Nulla di più raro oggi: il mondo moderno è pieno di individui monologanti che, senza mai accogliere l’altro, si oppongono e si urtano” (sempre Lacroix).

Comunicazione, esistenza e co-esistenza sono, dunque, concetti inseparabili che dovrebbero trasformarsi in realtà perché si possa diventare migliori. E tu, caro David, sei l’esempio più chiaro di attenzione agli altri, di dialogo con la tua anima (che si espande nella ricerca di ogni altra creatura terrena), di umiltà (umiltà da “humus”: “terra fertile”), e di poesia. E di umiltà si vestono le parole di Mario Sicolo, mio grandissimo e sensibilissimo amico, in tutte le sue riflessioni in prosa poetica che affida alla sua pagina di FB, col nickname di Apulo Scriba. Una lezione di umiltà, quest’ultima pagina, che gli proviene dalla figura paterna, ricca di “sapientia mentis et cordis”, a cui Mario si uncina per non perdere mai le vie della rinascita e della salvezza anche in periodi bui come quelli che stiamo attraversando: … è un papà. Ed è subito una tempesta di ricordi che vibra nel cuore. La voce soave che contava favole sul ciglio del letto e ti insegnava a sognare. Lo sguardo verdazzurro che illuminava il sentiero dei giorni e tu non avevi più paura di nulla. Il sorriso lieve che splendeva d’aurora, vincendo tutte le tenebre del mondo. L’amorevole cura nel sollevare silenziosamente un lembo del lenzuolo per ripararti la spalla dal freddo della vita. Le strambe crosticine che nascevano sulla pelle senza un perché, come cicatrici di antichi dolori. E poi ti chiedono: perché leggi? Per rannicchiarmi dentro la pelle dell’anima, quando si fa sera, e perdermi dentro un labirinto di parole senza più sperare di ritrovarmi… Quanta umiltà nei gesti quotidiani di amore e di tenerezza di un papà che non si risparmiava mai, nell’arco dell’intero giorno, dall’alba alla notte, nel dialogo sempre acceso con i suoi figli. Un dialogo spentosi troppo presto per non lasciare dolore e rimpianto. Di qui il rannicchiarsi di Mario “dentro la pelle dell’anima”, gesto tenerissimo di umiltà e di insostituibile amore, senza il quale, persino nell’abito consueto alla lettura per rifugiarsi nelle parole, Mario non riesce più “a ritrovarsi”. E che dire dell’umiltà di Roberta Lipparini, che è cara al cuore di tutti noi per l’assoluta sincerità dei suoi meravigliosi versi. Qui si tratta di incommensurabile amore materno nei riguardi della giovanissima figlia per risarcirla di tutto il dolore vissuto negli anni insieme: Ha vent’anni ed io, di nascosto, le preparo il calendario dell’avvento. 24 sacchettini marroni, quelli del pane, attaccati al muro del corridoio con il nastro di carta. Sul sacchetto un numero, disegnato grande con il pennarello. Dentro il sacchetto un piccolo pensiero. A vent’anni, sì     Perché un gesto di madre in 24 risvegli io lo pagherei oro     Perché chi ha avuto dalla vita tanti doni di dolore, merita minuscole ricompense, tutte quelle che io posso offrire     Perché chi al mattino deve cercare dentro di sé la forza di alzarsi, un dono bambino è una piccola spinta che fa leva sul cuore     Perché io invecchio e non sarò sempre al suo fianco, ma nei gesti d’amore compiuti non svanirò mai     Perché in questa casa fatiscente che avrebbe bisogno di una mano di vernice, un corridoio pieno di sacchetti di pane è un paesaggio dell’anima     Perché so che a volte l’amore degli altri non lo sentiamo se non abbiamo un velo di malinconia dentro e i piccoli gesti ce lo fanno più facilmente scorgere     Perché la bellezza del dare mi ripaga di ciò che non ho ricevuto Quanti gesti di umiltà, dettati dall’amore, si intrecciano in queste tre pagine: una di un padre, docente, uomo che fa i conti con il tempo che gli rimane per donarsi agli altri; una di un figlio alla ricerca delle parole per ritrovare quelle del padre perduto alla fisicità ma immensamente vivo nel cuore; una di una madre che si dona con tanti piccoli grandi doni alla sua figliola, a cui offre oblativamente l’amore mai ricevuto. A ben guardare tra le righe c’è in ognuna anche l’idea del cambiamento, di una trasformazione. E cambiamento è la seconda parola che avrei dovuto riempire di testimonianze poetiche nel nostro percorso verso la felicità. Ce ne faremo dono la prossima volta. A presto.          

 

   

 

 

 

 

domenica 7 novembre 2021

Domenica 7 novembre 2021: L'AMORE CONDIVISO...

L’amore condiviso…  È a questo amore che voglio dare spazio e tempo oggi. Ci sono bellissime poesie d’amore a due voci che oggi desidero evidenziare. Come se l’amore si raddoppiasse e si potenziasse. Si fortificasse. Tanto da resistere ad ogni ostacolo, ad ogni pensiero altro, ad ogni separazione subìta. E comincio da Primo Leone e Angela De Leo. Il sogno che si rinnova: “per oro e per sempre”.

Un libro. Un nuovo libro per una nuova collana della SECOP edizioni. Una nuova collana di poesie, “Paralleli poetici”, che vedrà, insolitamente, di volta in volta, due autori raccontarsi a vicenda. Con la struttura bifronte che scoprirete più giù. Storie, ricordi, progetti, parole come richiami, come echi d'indaco a colorare di sacralità il respiro poetico, in un incontro/confronto, che li contiene tutti nel bacio di pagine che, solo dischiudendosi come ali di farfalla, rivelano il loro contenuto e il loro splendore. (…) Un titolo che racchiude il mistero del non detto e si fa messaggio dell'istante puro proiettato verso l'eternità. Il libro, il primo, che tiene a battesimo la collana, è dedicato a me e a mio marito, Primo Leone, nel giorno in cui la nostra storia d'amore conta gli anni dell'oro che non conosce tramonti... Uno scrigno di versi che s'intrecciano e volano nell'abbraccio condiviso di parole, che cantano nelle pagine a specchio di due autori, amanti, ferocemente innamorati o ferocemente sconfitti, ma mai arresi. Un uomo e una donna, che vibrano in sintonia in un richiamo di note senza fine. Ecco il sogno che si rinnova e si avvera. (…)

Capricorno selvaggio                                                                  Capricorno selvaggio

…e della mia terra tu                                                                    Capricorno Selvaggio

capricorno selvaggio                                                            Sono nato prima di nascere

amasti l’ulivo la vite il fico selvatico                                               Assurdo capricorno

E la rosa…                                                                           Di uno zodiaco senza cielo;

Nella mia terra piantasti                                                                        inseguivo tropici

radici                                                                                            con sangue di ghiaccio

celebrasti la casa l’amore                                                         lungo i confini del vento

portasti il vento dei tuoi mari                                                    che cerca la sua ragione

e bucasti le stelle a primavera                                                           accusando le foglie

t’incatenasti ai sentieri fioriti                                                       di bruciare l’autunno.

del mio cuore in cui fissasti

vessilli di libertà e chiodi di solitudine.

       Angela De Leo                                                                                   Primo Leone

Ed ecco Carla Baroni e Pasquale Balestriere che un po’ di mesi fa mi inviarono in dono un libro di poesie in italiano e spagnolo dal titolo in doppia lingua: Y A TI RESPONDO - CANTOS (CASI) AMEBEOS e A TE RISPONDO - CANTI (QUASI) AMEBEI (BENILDE EDICIONES, Sevilla- Espana 2021). Si tratta, come è facile intuire, di due persone innamorate e lontane che comunicano attraverso la poesia. Da questa mia descrizione potrebbe sembrare una storia piuttosto banale e scontata tra due poeti (ci sono molti precedenti al riguardo), ma non lo è affatto perché è una storia d’amore molto particolare e avvincente, con una struttura stilistica anaforica decisamente suggestiva nella interazione poetica a due voci, che hanno registri diversi ma consonanti, e contenuti di grande impatto emotivo tra miti del passato e divergenze convergenti del cuore nel presente, come vado a dimostrare. Pasquale: E giaccio qui sul cuore di penelope/ alla tardiva fiaccola che brucia/ l’ultimo buio della notte. Stanca/ è però quella donna della tela./ La trama della vita anch’io ripongo/ e ancora il tempo misuro tra luna/ e luna, nel ricordo di violenti/ schiaffi d’onda sul ben contesto guscio/ che sbanda e salta e affonda con sussulti/ di cuori e tenui speranze di approdi./ Ah, pianure di Troia, dove in neri/ grumi s’estinse tanto chiaro sangue,/ dove i migliori compagni lasciarono/ la vita, sciolte membra, per via/ maestra! Torti e canuti sentieri/ a me il fato prescrisse, senza gloria.// Ogni viaggio è compiuto. Sei venuto/ a capo d’ogni rotta, i tanti sfagli/ di cuore dominati dai ricordi./ Le stelle non ammiccano, silenti.// Altre storie ci sono di Navigli/ dalla terra domati e dai bardotti,/ vènule di città, invasi un tempo/da grida di fatica, ora dismessi,/ d’alzaie spenti e vedovi. Neppure/ in quelli c’è più respiro di vento.// È tempo di acquietarsi nella sera.     Carla: È tempo di acquietarsi nella sera/ quando la luna t’inargenta il dorso/ delle mani congiunte alla preghiera.// Non fui Penelope, non ebbi Proci intorno/ ed un Ulisse a me non si abbandona./ Ma ugualmente rifeci la mia tela/ più e più volte, Aracne disperata/ cui l’invidia infieriva sulla trama/ o sull’ordito a incidere ferite/ sulla stoffa debole, un ricamo/ di mille punti, l’aspo rantolava/ su e giù, su e giù con rumore sordo.// La linfa sale, s’inceppa, ridiscende/ crea nuove vie allo scorrere nel tronco/ come i navigli della tua memoria,/ strade di un tempo che ora non c’è più./ Però ancor sale, lacrima, fluisce/ dalla ferita nuova e non si placa/ al buio che già incombe, spera sempre/ che l’ultima sua foglia flauto sia/ ad un pastore errante che ne  tragga/ antica melodia. non importa se un Miserere o un Laudemus canto/ da perdersi nel cielo in firmamento./ Ed è questa mia luna, luna nuova/ che argento non sa piangere alle mani.   Pasquale: Che argento non sa piangere alle mani… Versi da leggere e rileggere per profondità di contenuto e veridicità di sentimenti. Io ne rimango estasiata. E a fronte c’è la versione spagnola, tradotta da Pasquale Balestriere, la voce maschile di questo meraviglioso poema d’amore. Meravigliose anche le reminiscenze classiche, che spaziano dall’antica Grecia al Canto notturno di Giacomo Leopardi. E tutto si fa prezioso firmamento che s’illumina di luna e incanta i cuori.

Poi qualcosa di altrettanto insolito e prezioso: si tratta di una originalissima bomboniera di nozze, che risale ormai a tanti anni fa, di due miei carissimi amici poeti: Donato e Loredana, entrambi anche scrittori affermati e noti a chi ama leggere con appassionato ardore di realtà e sogni lontani. Donato: Scriverò una poesia per te./ Occhi d Luna,/ e la darò a cantare/ a chiunque abbia voce     Loredana: E ancora il tuo nome,/ talvolta in glissando/ su ali di falco/ che plana lontano     Donato: “TU SARAI PER ME”: Tu sarai per me/ il ricordo di un autunno,/ di uno sguardo maledetto,/ per me sarai carezza/ che non chiede misura/ e pensiero segreto/ dolce come un peccato; “ERO ACROBATA”: Ero acrobata che perde la presa/ violinista dalle dita intirizzite// i miei sogni erano/ sempre e soltanto sogni.// Ero fuoco di legna umida/ molto fumo, poco calore.// Poi t’ho incontrata./ E adesso sono un sole.     Loredana: “SE DI ME T’IMPREGNI”: Non temere/ se di me t’impregni/ nelle sere ‘agosto/ bisbigliate alla pianura,/ non temere/ se ti tiene sveglio/ la voce del mio pioppo/ che chiacchiera col gufo./ Se l’ombra catturata/ e rinchiusa nel baule/ evade e ti spegne,/ non temere./ Per te/ io me ne andrò/ su tutti i ponti/ delle mie magiche notti/e se mai temerai/ l’inquieto incanto/ del mio paradiso,/ il vento mio/ saprà di miele,/ e di case,/ e di abeti./ Vestirà il sogno/ della tua estate,/ il vento mio.     Donato: “STRANO”: Strano sogno ad occhi aperti/ tu che danzi guardandomi fisso/ e inarchi il tuo corpo che luccica/ mentr’io nuoto/ scavando una spirale/ nella mia realtà per raggiungerti.// Strano sogno/ in questa notte/ che non finisce mai/ che stenta ad arrossire/ di pudore/ per i mille pensieri/ che ti portano tra le mie mani.// Strano davvero/ questa illogica certezza/ che seduce il mio futuro/ che gli sussurra con fare ruffiano/ lei c’è… lei c’è… lei c’è…/ mentre l’angoscia m’impedisce/ di chiudere gli occhi/ nel terrore/ che sia soltanto un sogno.// Poi, l’alba che solleva/ la sua gonna sdrucita/ e che corre inarrestabile/ sulle sue tornite gambe/ e mi sorprende/ a fissare il soffitto/ in cerca del mio sogno/ che sogno non è.     Loredana “IO CHE SONO DI LUNA”: Non chiedermi ancora/ di cosa vivrò./ Lo sai, vivrò di suoni/ racchiusi tra le dita/ o delle tue parole/ che invoco da millenni./ Forse vivrò di attese/ nel silenzio della sera/ o soli di muti,/ inspiegabili languori./ Vivrò immersa dolcemente/ nei tuoi istanti rubati,/ nei brividi indiscreti/ delle tue carezze./ Vivrò del desiderio/ che ci avvampa e ci strabilia,/ di noi fanciulli ignari/ che giochiamo con il tempo./ Lo sai, vivrò di te,/ del tepore del tuo sguardo,/ vestendomi ogni giorno/ col velluto della tua voce,/ e tu che mi conosci/ sai che vivrò di poco,/ sai che non chiedo nulla,/ io che sono di luna. Naturalmente sono appena le prime poesie di una breve ma intrigante raccolta, racchiusa in una confezione simpatica e maneggevole, come un mazzo di chiavi…      

E tra non molto la SECOP edizioni pubblicherà, nella collana “paralleli poetici, le audaci ed elegantemente erotiche poesie d’amore di Luciana De Palma in risposta a quelle più pacate e tenere di Federico Lotito, suo amatissimo sposo. Io desidero anticiparvi quattro splendide poesie, tra le tantissime che entrambi hanno pubblicato su FB, con assoluta reciproca dedizione.  E parto da Federico: decisi di te nell’istante in cui/ posai la mano sulla bocca stupita./ decisi di te perché non avevo/ deciso ancora di me e delle mie/ paure./ deciso io a decidere te,/ abbandonai la certezza/ di non voler decidere mai.     Luciana: Immagina/ D’aver vicino/ Quello che più di tutto/ Ti sembrava lontano/ Immagina un odore uno sguardo/ Una voce una mano/ Immagina d’aver sognato/ Pregato sperato desiderato/ Immagina d’aver creduto/ Che tutto questo potesse ancora/ Essere vero// Immagina/ Di non aver mai reciso/ Profondamente/ L’idea di una vita/ Che fosse vita finalmente/ Immagina di non dover neppure/ Voltare lo sguardo/ E sentire/ Sentire accanto/ L’eco della felicità/ Come quella di un vecchio canto     E ancora Luciana “Al mio Federico”: Prendemmo esempio/ Dal silenzio/ E fingendo di non aver parole/ D’amore/ Dilatammo lo spazio e il tempo/ Restando l’uno/ Negli occhi dell’altra/ Finché piacque all’universo/ Tenerci così/ Come giovani stelle/ Votate all’eternità     E Federico di rimando “Buon compleanno Amore mio!”: Il giuro! aspetterò che tu compia/ sessant’anni/ e con te mi fermerò a cullare/ i giorni che uno dopo l’altro/ avranno riempito la mia vita./ Io giuro ce la farò, non ho più fretta/ d’andare,/ sai! tu e il tuo sorriso,/ i tuoi occhi luccicanti,/ il tuo trucco mattutino/ davanti a mattonelle di specchi/ mi hanno ridato l’eternità./ Io giuro! ti darò forza ancora finché/ un solo soffio di vento mi/ scompiglierà/ i pochi capelli rimasti,/ finché il freddo non annacquerà/ gli occhi di commozione.

E anche per oggi chiudo qui. Domenica è giorno di riposo del corpo e della mente. Ma io parlo col cuore al cuore, dunque spero di non affaticare nessuno. Alla prossima, insieme come sempre.

mercoledì 3 novembre 2021

Mercoledì 3 novembre 2021: L'AMORE CHE NON MUORE...

E così abbiamo vissuto questi giorni di passaggio tra ottobre e novembre prendendoci una salutare pausa per sentirci meglio con noi stessi e con gli altri, per santificare due giorni molto importanti: Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti. Detto così tutto diventa distaccato e lontano, come un racconto che non ci appartiene e che noi abbiamo ascoltato per caso e che magari ci piace riportare così, tanto per raccontarci qualcosa. In realtà, sappiamo che sono due giorni che ci mettono in contatto profondamente col nostro nome, che ha molteplici risonanza affettive, sociali, spirituali, e in contatto con i nostri cari perduti alla fisicità ma non al richiamo del cuore. Certo non serve un   giorno né un luogo per riportarli alla memoria, la loro presenza è talmente annidata nel nostro cuore che non abbiamo bisogno di altro per sentirci in comunione quotidianamente e ovunque con i nostri cari che vivono con noi, in noi. Ancora una volta è l’AMORE che crea legami indissolubili anche dopo la morte. E oggi vorrei solo innalzare canti di gratitudine a tutti i nostri cari che vivono in eterno nella LUCE che non conosce tramonto: Gemme di petali bianchi/ quasi bianca brina al tepore/ di un tramonto, che si spegne/in un presagio di bui pensieri,/ segnano di rinascita il ramo spoglio,/ contorto di lunghi anni,/ a cancellare la tristezza/ dell'inverno che verrà. Piove./ Un pianto di foglie avvolge/ la casa che scopre lacrime/mai più piante dietro i vetri./ In un abbraccio di cuori/ a farmi sentire viva e amata./Cercano calore due teneri pettirossi/ innamorati/ (mi strazia ancora la leggenda/ del petto trafitto di spine),/ due scriccioli infreddoliti,/ la gazza ladra solitaria e fiera,/ il gatto nero con occhi d'erba/ e briciole di sole./ Mi separano i vetri dalla furia/ del vento che turbina di pioggia./ Hanno schegge taglienti/ di ricordi a ferire il cuore/ che più non ha riparo/ stanco di lottare col quotidiano/ dolore del mondo alla deriva./ Ma sorridono rose nel giardino/ prima che il buio vinca la sera./ E voi mi venite incontro/ come allora quando le parole/ sostituivano carezze e silenzi/ e si facevano richiamo d'amore. Voci/ di fiabe, preghiere e lumini/ accesi oggi dimenticati...Voci/ a ricordarmi parole antiche/ e nuove e mai poche mai tante:/ siete con me. In me. Ci siete./ (accorrete come sempre lievi/ con passi e braccia e mani/ a soccorrermi di anno in anno/ più numerosi e vicini. Più vicini/ai miei anni/ prima che mi sorprenda muta/ di carezze e fiaccole accese/   la notte   / chiusa nel palmo della mano/   ad un passo dal Cielo) 2 novembre 2021 (Angela De Leo)Alcuni commenti per riflettere: Le Voci non preludono al buio di una notte incipiente; piuttosto rassicurano in merito ad una ulteriore realtà fatta di Luce e di Calore. Diversamente, navigheremmo nel più atroce e disperato dei silenzi. (Cosimo Lerario). Il male di vivere non vincerà nei tuoi versi… le rose nel tuo giardino continueranno a fiorire tutto l’anno… (Tanino Coviello). Molto gratificanti, ma personali, gli altri commenti che ometto. Mariateresa Bari, invece, ha postato stamattina, in contemporanea, una poesia che parla di petali… ed è già empatica sintonia. Titolo “Petali di sole”: I sorrisi/ bandiere sui sentieri del tempo/ seta frusciantefruscio di setaa sera bisbigliano carezze/ La terra/ approdo inafferrabile agli occhi/ di solinghe barche/ anime ignorate/ s'intiepidisce allo sguardo/ Fendono i sorrisi/ lampi di luce/ la foschia dei miei giorni/ e ne mutano i contorniNon più/ strilli di sangue nelle iridi/ ma petali di sole tra le dita   L'assenza di chi amiamo si fa presenza in quei sorrisi. Essi sono pane quotidiano. Sinceramente GRAZIE (Mariateresa). Poi,“I NOSTRI MORTI” di Alberto Tarantini: Sai, i nostri morti quando muoiono/ passeggiano per un po' nei posti che sapevano/ con il passo pesante che hanno i vivi;/ rassettano la casa, curano il giardino/ e serbano una scorta di parole/ e smorfie in viso da esibire quando è sera./ Insomma rivendicano spazi e tempi/ che li videro impegnati/ nella vicenda che, ahimè, s'inceppa./ Stordite ombre, stentano a staccarsi/ dalle sane abitudini del mondo./ Poi per pudore li chiudiamo/ nei pietosi nascondigli/ perché il dolore è grande/ e fa bene non vederlo./ Di là usciranno un giorno/ come farfalle pronte al volo e,/ col passo leggero che è tutto loro,/ stavolta per sempre/ ci danzeranno dintorno. Alberto Tarantini (da 70 Farneticazioni, edite e non). Non avvicinarti alla mia tomba piangendo./ Non ci sono./ Non dormo lì./ Io sono come mille venti che soffiano./ Io sono come un diamante nella neve, splendente. Io sono la luce del sole sul grano dorato./ Io sono la pioggia gentile attesa in autunno./ Quando ti svegli la mattina tranquilla, sono il canto di uno stormo di uccelli./ Io sono anche le stelle che brillano, mentre la notte cade sulla tua finestra./ Perciò non avvicinarti alla mia tomba piangendo./ Non ci sono./ Io non sono morto… (Canto Navajo). Non mi chiedo/dove siete perché/ vi sento/ nel bisbiglio del vento/ nel raggio carezza/ nell’abbraccio dell’acqua/ Ma sono foglia d’autunno/ che trema/ alla nuda terra ai miei amati (Maria Pia Latorre). – a mamma – commemorazione dei defunti// staccare un soffione/ tra i vivi/ che masticano muri/ gridano alfabeti rovesciati// e io/ lascio l’aria di quel giorno/ cresciuto nel buio/ di quel tuo alzarti/ come cade la pioggia// via la coperta/ il cucchiaio usato per mangiare/ il lenzuolo/ che ora occupa un’altra terra// insopportabile/ guarire le gengive rotte/ a piedi nudi/ sentire il freddo che non basta// asciugami gli occhi/ in ogni luogo. (Mattia Cattaneo). “A mio padre”: Sarebbe facile non amarti/ se solo tu fossi andato/ nei suoni addentrando l’amore/ ai miti silenzi del cielo./ In tutte le stelle stasera c’è una tristezza sfocata/ e un limpido calore che preme dall’alto/le tempie mancate dalla luce./ sarebbe serio parlare/ di morti stasera/ e per sempre amarti tra loro. (Giovanni Sepe). Per morire ho tempo/ Ora voglio guardare il sole/ Prendermi cura/ delle sue poche parole/ Ora voglio/ annusare l'aria/ Prendermi cura del futuro degli alberi/ Ora voglio/ sapere dell'acqua ai fiori/ Sapere se i girasoli potranno fiorire ancora/ Per ora non voglio sapere/ del paradiso/ Se gli angeli dormono supini o se hanno braccia levate in cima ai tronchi accesi dai raggi del sole/ Se le lettere che scrivo arrivano a destinazione o se restano immobili sullo scrittoio di rovere/ sbiancato dalla luna nuova/   Se l'universo è infinito quanto il pensiero o se lo sia il pensiero di più/ Se sia il pensiero a sconfinare nella morte e renderla viva/ Come la vite rifiorita/ Più dell'uva trasformata in meraviglia/ Per morire ho tempo/ Ora voglio essere acqua/ Come acqua ai fiori (Angela Strippoli). Ancora una poesia di Francesca Petrucci intitolata “NOVEMBRE. IL DUE”: Senza pelle il cuore/ Sotto questo cielo/ Immoto/ Sosta l'inganno./ Vita che non s'arresta./ Agonie di parole/ Avanzano ignare./ Cercano un senso./ Lungo sentieri impervi./ Rimango/ Nel buio che non cede/ A calpestare sogni/ Incerti di primavere. Anche di Lizia De Leo una poesia intitolata “Due novembre 2021”: Fiori gialli e bianchiin un portafiori/ di freddo marmo/ davanti alla tua lapide./ Un amico parla con te/ come se non te ne fossi/ mai andato./ E invece mi si strugge il cuore/ se penso a te/ raggelato nella morte. Ma non posso concludere con le poesie scritte per i nostri Defunti senza includere la splendida poesia di Giovanni Gastel, scritta solo qualche mese prima del suo volo tra le stelle: Spariscono nel buio/ come stelle cadenti/ le persone che hanno illuminato/ il mio cammino./ Mentori/ amici/ maestri/ amori./ E io guardo il mio cielo/ sempre più nero/ sempre più vuoto./  Quasi tutto questo accadesse/ per qualche mia inconfessabile colpa./ E stringo il mio cuore/ scaldandolo col ricordo/ dell'amore dato/ ricevuto. (Milano 10 dicembre 2020)   

E una prosa di David La Mantia: Sì. Domani si ricordano i morti. E se io non volessi ricordarli? Si ricorda chi non c'è più, chi ci ha lasciato per sempre. Ed invece tanti di loro sono con me, nei miei gesti, nelle ansie, nelle rughe delle mani, anche nel fiatone che mi accompagna sulle scale. Sono con me e spesso di fronte ad una notizia mi verrebbe voglia di telefonargli, di dirgli che roba è successa, che cosa dobbiamo fare adesso. Ecco, le loro risposte le conosco. Faccio più fatica a trovare le mie, le nostre, in questo tempo, oggi. Di Elina Miticocchio: Ho lavorato tanto, rincorso pratiche e atteso visite mediche ed ora sono qui a dirti grazie per l'amore che ci ha unito e le risate e le lunghe chiacchierate. Ci somigliamo tanto, nei modi, nella gentilezza. Non sapremmo mai fare del male ad alcuno poiché sappiamo perdonare. Ti scrivo e ti parlo spesso padre e tu mi proteggi. Ne ho le prove. Sei sempre con me. Accompagni i miei passi. E di Assunta Braì: Non sarà una data sul calendario a farmi pensare a voi. Siete nel mio cuore ed in tutta me stessa in ogni attimo di tempo. Conservo gelosamente l'esempio del vostro amore durato una vita intera, l'eredità più preziosa che ci avete trasmesso. Riposate vicini, uno accanto all'altra come sempre siete stati.

E anche per oggi basta così. Lasciamoci con questi canti/preghiere che non hanno bisogno di commento. Solo silenzio. Con i nostri cari, che ci hanno lasciato solo fisicamente, e con quanti sono al nostro fianco o anche lontani per esigenze di vita, ci parliamo col cuore. L’AMORE non ha bisogno di altro. A presto.

venerdì 29 ottobre 2021

Venerdì 29 ottobre 2021: L' AMORE in incanti di POESIA continua ad emozionarci...

Riprendo a parlare di AMORE e di POESIA, che ancora ci incantano e ci emozionano, riportando due belle poesie d’amore di Filippo Mitrani dalla sua silloge BRINE, che va ben oltre la tenerissima dedica al nipotino Pierpaolo, meravigliosa luce accesa nei suoi giorni. La prima è un trionfo d’azzurro, il colore che dona felicità al poeta e lo colma d’amore per la natura, la vita, e la sua esaltazione infinita, in tutte le sue immense declinazioni: Policromia in azzurro/ Azzurri i boschi, il lago, la collina,/ azzurre le luminarie della festa,/ le voci amiche - impermeabili ai pensieri -/ azzurri i miei travestimenti,/ gli applausi, i sorrisi senza viso,/      azzurri questi vuoti,/ azzurro ogni respiro e battito d’attesa,/ azzurra la ragione e la spericolata fantasia./     Azzurro./ Azzurro, soltanto azzurro/ concerto ininterrotto di emozioni/ che azzurri ha reinventati arcobaleni/ e azzurri tinge spazi e azzurri i tempi./ Azzurro-azzurro che dilata il sogno/   e incanta oggi il mio futuro. E poi, come non parlare d’amore con Filippo, un uomo-poeta intriso d’amore in ogni sua percezione del mondo? Il titolo di questa sua seconda poesia, infatti, è “Parlo d’Amore”: Un fico d’India/ appollaiato sotto il muretto di sostegno/ ed una collinetta sbavata di bitume/ inutile risulta del cantiere./ Chiuso da tempo. Parlo d’amore/     certo/      parlo d’amore./   La collinetta/ vestita di erba alta e di gramigna/ s’ergeva a fiero bosco di betulla/   e sorrideva al ceppo/   per nulla intimidito/ del fico d’India nato così, per caso./ Audace il verde delle foglie/     irte di spine/   sfrontate, irriguardose/ e i frutti belli inturgiditi di colore./     Terra rimossa./     Un fico d’India./ Livido asfalto. Parlo d’amore/     certo/ d’amore parlo. E mi sorprende e m’incanta questo amore testardo che rivendica il suo spazio tra “foglie irte si spine” e il “livido asfalto”. Così tanta è la forza dell’amore? Mi chiedo e vi chiedo! E intanto mi accorgo che una splendida poesia di Luisa Varesano, altro pilastro della letteratura, declinata anche in inglese, francese e tedesco, Autrice preziosa della SECOP e mia carissima amica di penna e di incanti, si intitola “V Fiore - Amore” e recita così, quasi in risposta alla poesia d’amore di Filippo: Non fu l’amore/ una rosa rossa/ non fu una zolla/ di terra smossa/ e nemmeno un bacio sensuale/ o un corpo sudato/ adagiato su un letto/ disfatto.// L’amore/ fu un ritmo di danza/ fu uno sfiorare di ciglia/ fu un abbraccio silenzioso/ lo sguardo d’un figlio/ la domanda d’un bambino/ il rischio/ d’un destino.// L’amore/ fu una spina/ conficcata nel petto/ fu un canto/ alla ricerca di senso.// L’amore/ mi schiuse alla vita/ dopo il terrore/ della caduta.// L’amore/ bello e fecondo/ mi riscattò/ dall’inganno immondo/ in un lavacro/ lento e profondo./ L’amore lieve/ l’amore giocondo/ l’amore sacro/ salvò il mio mondo./ Non fu l’amore/ a fugare il dolore./ Fu il dolore/ a forgiare l’amore. Sì è una risposta chiara a Filippo ma anche ai nostri interrogativi: spesso è il dolore “a forgiare l’amore”. Non a caso, la grande poetessa Mariella Bettarini, a cui mi lega profondo affetto, sostiene che “si diventa poeti” in seguito ad una “ferita”. Potenza sconfinata del dolore, dunque. E qui si potrebbe aprire un dibattito davvero molto interessante e salutare per tutti noi (potremmo riservarlo al nostro “Retino”, non appena i tempi saranno maturi… che ne dite?). E ancora una poesia “possente” (che riecheggia nel titolo e nei versi di altre poesie da me riportate sul blog) per l’emozione che suscita e il canto estremo tra immagine e parola, come tutte le poesie che Luisa Varesano ha inserito in questa sua nuova sorprendente e originalissima silloge, intitolata fiore e canto. Questa seconda poesia ha per titolo “Epilogo”: Ed ecco dall’acqua/ profonda e scura/ sollevarsi il guerriero/ in possente armatura.// “Chi sei?”/ gli chiesi tremante/ “tu che possiedi/ la spada tonante?”/ “Colui che Distilla”/ udii voce grave/ “Colui che purifica/ e filtra ogni goccia./ Colui che travasa/ lenisce e rabbocca.// Vieni con me/ ti porto al tuo sposo/ dove potrai/ trovare riposo.// Non è ancora questo/ il mare che cerchi./ È un mare più grande/ più calmo e sicuro/ è azzurro turchese/ non è mai scuro. E la rima ci culla in un incantevole mare “azzurro turchese”, quasi una ballata, quasi una ninnananna dal sapore antico, ma vicina al cuore fino ad impregnare di sé l’anima. E di “Acque amate” parlano anche le poesie di due straordinarie fotografe, discepole dell’immenso Giovanni Gastel, nel suo studio di Milano, ricche di vis poetica, come vedremo. Ho tratto dal loro libro Acque amate, appunto, firmato anche da Giovanni Gastel, due tra le più significative poesie che sono un canto d’amore per il mare Adriatico di Senigallia (Delia Biele) e per il lago di Como (Giulia Caminada). La poesia di Delia ha per titolo “La vastità del mare” ed è decisamente filosofica. Ci aiuta a pensare e a riflettere: Quali varchi dovremo ancora attraversare/ naufraghi in ogni dove col pensiero/ affacciati sul mare/ confine dell’umanità/ a mani nude ci prepariamo alla lotta/ immersi nei nostri dolori/ accarezziamo l’onda/ sperando di partire/ o di tornare? La poesia di Giulia s’intitola “Il mondo emerso”: Come tazza dal bordo irregolare,/ come fantasia senza geometria di una stoffa,/ come calligrafia rotta da un tratto/ o energia che sprigiona da un gesto./ Non è più l’occhio/ ma la mente che vede./ Parca di parole/ ascolta il ticchettìo/ della pioggia di primavera,/ partecipe dello splendore dell’universo. Sono versi che corredano le splendide foto di Delia e Giulia, sotto la evidente ispirazione del loro Maestro, non solo per le immagini ma anche per le parole. L’intero Progetto piacque tanto al grande Giò, il quale sul libro scrisse solo un anno fa: … Sono acque tormentate e serene sono scrosci e bagliori. Sono macchine per pensare queste splendide fotografie. Brava Giulia, brava Delia. Con grande stima. Giovanni Gastel. E ancora mare e ancora amore per questa distesa azzurra che ci regala fremiti di emozione purissima, in cui ritroviamo, ciascuno con la sua storia, gli “istanti” imperituri delle nostre vite. Questa volta è di scena lo splendido golfo di Gaeta con la poesia   “La baia dell’antica Villa Ariana” di Antonio Scatamacchia, altro caro amico-poeta di Roma, editore di una Rivista letteraria di grande pregio <Dialettica tra le Culture>, fondata dalla carissima e sempre rimpianta Silvana Folliero, scrittrice, poetessa, critico letterario di grande valore. La poesia di Antonio così recita: L’onda imperla la battigia/ Con ricami di telline/ Tu passante premi impronte sulla rena/ Che il mare non cancella/ Sovrapposte a tante/ Si confondono con la storia./ Sinusoidi di luce si riflettono/ Sulle ondine di sabbia/ Attraverso centimetri d’acqua/ E il sussurrio del mare disegna cadenze/ Interminabili del respiro del mare./ La tua figura affanna il vortice della sabbia/ E trasporta a riva conchiglie d’altri tempi./ La linea dell’orizzonte s’avvicina in una culla/ Che disegna una nenia/ Giunta appena spenta sull’asciutta riva./ Discorre lenta una vela/ Mentre il tremore del tempo/ Non affatica anzi si dondola quieto/ Nell’atmosfera iridata/ Dietro una protezione di colline/ Da selve a semicerchio/ A chiudere in una bolla sferica/ Gli istanti della vita. (25 sett.2021 Antonio Scatamacchia). Quanta tenerezza nella dettagliata descrizione da parte di Antonio di questo angolo di paradiso che percepisce poeticamente come “culla” e sente, con una bellissima sinestesia, come ninnananna che va a spegnersi “sull’asciutta riva”, mentre una “vela discorre lenta nel dondolio del tempo che non affatica”, anzi restituisce “attimi puri” alla vita. E di una giovanissima studentessa di quinto ginnasio, ma col sacro fuoco della poesia impresso nelle vene sin da bambina, ecco una poesia d’amore, piena di sogni e di speranze in un futuro ancora tutto da scrivere. Si chiama Maria Elena Varesano. È solo un caso di omonimia con la grande Luisa Varesano, ma a quanto pare promette molto bene come quest’ultima. La sua poesia s’intitola appunto “L’amore”: Lamentarmi, attribuire la colpa agli altri/ è ciò che mi rimane: tu mi dici./ Non convincerti di questo,/ non subire per ciò che sei,/ per quello che vuoi dimostrare,/ non cercare di nasconderti dalle lacrime, dalla sofferenza/ perché il presente è premessa del futuro,/ perché un giorno quando dalla tua clessidra/ cadrà l’ultimo granello di vita,/ il denaro, l’invidia, l’odio/ si dissolveranno nel nulla./ Ed è proprio in quell’oblio che davanti all’Eterno/ conterà solo lui, lui l’amore./ Allora non indugiare:/ Ama, ama più che puoi!/ Risanati dalla prigione del quotidiano,/ prendi in mano le redini della tua vita/ e va’ oltre il confine della parola,/ va’ dove il sentimento ti conduce,/ percorri con semplicità il sentiero della vita,/ ascolta i tuoi sogni/ e corri da loro! Come non dare spazio su questo blog a versi così maturi e ricchi di esortazioni ad amare e a liberarsi dalle catene delle banalità quotidiane, che fanno a pugni, quasi per gioco, con i brevi anni di Maria Elena? Lei, che ama tanto la parola, si prefigge con determinazione di superarla solo in nome dell’amore, con una dose in più d’amore, sentimento che alimenta i sogni e che spinge gli innamorati a raggiungerli per realizzarli in tutta la pienezza di ciò che chiamiamo vita. Per contrasto vengo rapita e ispirata da una poesia che pure parla d’amore e di vita in maniera del tutto diversa, come si evince già dal titolo “COME SE FOSSIMO MORTI” del bravissimo cantautore, musicista e poeta, Mauro Massari, a cui mi lega un grande affetto e tanta stima per tutto quello che fa (concerti a livello internazionale, per esempio,…) nonostante i suoi giovanissimi anni: Non vedo baci e nemmeno caffè/ in questo risveglio bianco/ di lenzuola e lino stirato/ Proust e Boll sul tavolino/ il mio tabacco rovesciato/ i bicchieri sporchi di ieri sera/ la mia unica colpa./ Soffro il tempo mischiato e perso/ nel continuo aspettare/ mi affaccio all’assoluto/ così come alla fine/ sei cresciuta/ camminando scalza/ e ne hai le forme sotto i piedi// dici/ dico/ Che a prescindere da te/ non lo è mai stato./ Poi i miei polsi, i tuoi bracciali, l’uva sopra la testa/ ancora il bianco/ dei muri,/ del tuo vestito, della mia camicia,/ del divano, fare l’amore/ fare la spesa al supermercato tu/ chiamalo pure niente./ A chi importa? Mi brucia/ le labbra la sigaretta dell’insonnia.// “Mi piaceva vederti/ sorridere”  ti ho detto./ “Come se fossimo morti”. Insolita visionaria immediata irridente poesia eppure intrisa d’amore, mai del tutto accettato e rivelato nella sua intensità di essere. Mauro mi ricorda tanto il solitario eroe dei film western (sul tipo di Gary Cooper o Clint Eastwood) che, dopo aver fatto giustizia dei suoi nemici e amato l’unica donna che conta nella sua vita, monta in sella e si allontana, lasciandosi tutto alle spalle ma portandosi per sempre nel cuore annidato il suo amore. Il titolo e la conclusione di questa poesia mi hanno riportato, intanto, alla silloge poetica POESIE PER MAMMA ELDA di Mariella Bettarini, scritta dopo la morte della sua amatissima Madre. E per oggi vorrei concludere proprio con questo altro tipo d’amore, quello filiale e imperituro di Mariella Bettarini, spesso da me citata con grande affetto e ammirazione, verso la sua meravigliosa “Mamma Elda”. Scelgo la VI poesia della II sezione: Racconti e ricordi. Eccola: poi tutto si va/ stemperando - il tempo porta via - cancella/ e già ricordo ormai poco e fra breve/ tutto sarà passato// vite/ di niente - tempo vanamente/ sottratto alla dimenticanza - buio:/ di noi a chi importa? a chi dire memorie - e/ perché?// tra poco sarai solo un nome/ sopra una lapide -/ eppure moltissimo/ avevi amato - dato di te - Maestra/ nell’amore - grande Anima e grande Cuore -/ e per questo - anche se/ destinata alla dimenticanza - tu indimenticabile  Mariella Bettarini è tra le più grandi poetesse del nostro tempo. Con uno stile del tutto personale, ricco di reminiscenze classiche e parole nuove nella necessità di essere sempre presente al proprio tempo, oggi più che mai. E si concede e ci concede giochi di parole tra presente-passato-futuro con ampi spazi tra i versi e le parole isolate che dicono tutto il non detto (vedi Paul Eluard), e con i trattini che frantumano i pensieri, già frantumati nell’anima senza più la presenza fisica di sua madre, tempio insuperato d’Amore. Versi brevi e brevissimi e versi lunghi e lunghissimi per parlare di Lei, una donna straordinaria nella sua semplicità vocazionale ad amare incondizionatamente… Indimenticabile. Indimenticata. Alla prossima con ancora POESIE D’AMORE…    

 

 

 

 

 

lunedì 25 ottobre 2021

Lunedì 25 ottobre 2021: e l'AMORE si confronta ancora con la POESIA...

E riprendo con alcune poesie d’amore con molteplici significazioni, che comprendono molte che abbiamo affrontato fino qui. Mi viene incontro “LA SEPARAZIONE” di Stefania Colavito/ Hera: E così ci separammo,/ pezzo dopo pezzo./ E ci allontanammo./ Niente più sorrisi, niente più abbracci,/ nessuna confessione né alcuna discussione./ Il vuoto, la distanza, l’estraneità,/ la dimenticanza./ E così ci separammo,/ pezzo dopo pezzo./ E ci allontanammo./ Ma in ogni epoca a venire,/ secolo dopo secolo,/ le nostre anime,/ come liberi e splendidi uccelli neri,/ si libreranno in volo nei cieli delle menti folli,/ dei pensieri irrazionali e degli amori immortali,/ l’una in protezione dell’altra. (da  Gli Amanti di Nidaros, SECOP edizioni, 2021). E della stessa autrice prendo anche “LA MANCANZA”: Ti conservo in poche cose./ Ti conservo nella notte,/ nel sogno,/ negli incubi./ Ti conservo negli occhi,/ nel respiro, nel pensiero./ Ti conservo nei vecchi film,/ nell’ironia,/ in un liquore./ Ti conservo in un déjà vu’,/ in uno spasmo,/ in un’assenza,/ in una casa,/ in un giardino./ Ti conservo nell’immaginario,/ in un odore,/ in una voce./ Ti conservo nella parte oscura dell’anima/ e negli angoli bui delle ormai sterili e gelide/ stanze del mio cuore./ Ti conservo nei sorrisi, apparenti./ Ti conservo tra la gente./ Ti conservo nelle domande/ e nel dubbio dell’esistenza./ Nelle note,/ negli spartiti delle più belle melodie,/ nelle coperte,/ nel battito,/ nel vento,/ nel fuoco,/ nella cenere./ Ti conservo nell’opinione,/ nello studio,/ nell’impegno,/ nel lavoro./ Ti conservo sul terreno che calpesto./ Nell’asfalto rovente./ Nelle pietre./ Nel terrore./ Nella solitudine./ Nell’orrore./ nella bugia./ Nelle cattiverie./ Nella neve appena posata./ Nel tuono estivo appena esploso./ Nel cielo d’autunno./ Nell’eco del tempo./ Ti conservo nella prima cosa che vedo/ e anche nell’ultima./ Ti conservo nell’appartenenza,/ impostata e decisa ancor prima di venire al mondo./ Ti conservo nell’anima./ E per questo,/ ti conservo sin da quando il primo ventre fu fecondato,/ fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo sulla terra./ E forse,/ ti conservo anche oltre. Che ne dite? Vale la pena di soffermaci su questo amore/assenza che è presente in tutto, e di riflettere e commentare perché così è l’amore. E, invece, ecco una poesia d’amore lieve, incantata e breve come una carezza, perché anche così è l’amore. Il suo titolo è, infatti, “Ci bastava la carezza” del compianto Umberto Kuhtz, persona di rare virtù e di profonda sensibilità poetica e umana. Una di quelle personalità di spicco, ma di grande umiltà, che ci rendono indubbiamente migliori: Ci bastava/ la carezza lieve/ del vento/ di primavera/ per sentirci/ immersi/ nella pace dell’universo.// Ora ci serve anche/ la voce dolce/ di un’amica/ sussurrata per noi/ dal suo cuore. (da CI BASTAVA LA CAREZZA, SECOP edizioni 2014). E quella carezza, che abbraccia l’intero universo, diventa più ricca di tenerezza se può dilatarsi, negli anni che inargentano i capelli, a comprendere il cuore degli altri, che rendono più viva e vera e reciproca la tanto agognata Pace. Ma che dire della dedica di Filippo Mitrani, altro carissimo amico poeta, al suo nipotino di appena cinque anni, Pierpaolo, all’alba della sua tenerezza ancora tutta da vivere, nella prima pagina della sua bellissima silloge di poesie “fresca di giornata”, bilingue (italiano e francese) e appena reduce dal Salone del Libro di Torino, sempre della SECOP edizioni? Eccola: A Pierpaolo   Quant’altro potrei amarti/ se il mio pensiero vola al successivo abbraccio?/     Cos’altro potrei dirti    /  Che già non ti abbia detto?  / Ma quanto ancora potrà inebriarmi il tuo sorriso?/ Non so se assisterò alla conquista del primo tuo traguardo/  angosciano i pensieri delle sicure assenze:  /   dovrò gioire del tempo che mi è dato.   /  Io che per te sconfiggerei ogni affanno  /  so di negare il razionale ammonimento  /  quando con la complicità del sentimento  / m’immolo all’innocente assurdità del tuo richiamo./     Vivo e Vivrò     /  Col nome tuo nel palmo della mano. (Filippo Mitrani, BRINE - GELÈES BLANCHES). L’amore dei nonni, come abbiamo già sperimentato moltiplica all’infinito il senso e il significato di AMORE oltre ogni sua significazione. Non così l’amore descritto in un solo ironico quanto feroce epigramma da un altro nostro Autore, che fa dell’ironia e dell’autoironia l’arma con cui combatterlo apertamente e con cui cercarlo velatamente in ogni lettera del suo rapido esporsi per non subire ulteriori inganni e danni. E rubo dalla sua pagina FB quanto segue dal titolo decisamente emblematico “IN AMORE”: In amore l’ultima arrivata è sempre la migliore, specie a suo dire. “Aforisma fulminante”, lo ha definito Giovanni Romano, un nostro Saggista raffinato e mordace che fa egli stesso dell’aforisma un affilato coltello. Ma i commenti sono davvero tanti e tutti degni di nota. Purtroppo non posso trascriverli. Vi invito a leggere la sua divertentissima pagina di Alberto. Né altro tono egli ha nella sua primissima silloge di poesie Postumi del disincanto di SECOP START, datata 2014. Anche il titolo, del resto, non lascia ben sperare. Il titolo dei brevi versi, nonostante siano passati ben 17 anni, non cambia molto: “Ricambio d’amore”. Ecco un nuovo arrivo!// Poco più che / brezza impaurita/ nel dissesto del cuore// Molto meno di questo/ bagno al largo.// Sicuro! E anche qui l’ironia è l’arma per strappare un amaro sorriso allo stesso Autore, che pare accumulare incontri su incontri e altrettante delusioni e battute d’arresto. Fino al nuovo incontro, alla rinnovata speranza, presto dissolta. Non a caso, sempre dalla stessa silloge, ecco un’altra testimonianza: “Niente di niente” ed è tutto dire, il titolo. Non eravamo niente,/ ma proprio niente di niente!// Eppure/ fa sempre un certo effetto/questa commistione/ di corpo e delirio/ che qui chiamano/ amore. E non c’è più niente da dire. Niente da capire! Altre pagine, invece, sono la dimostrazione che l’amore si può vivere anche tra due innamorati, sposi o compagni che siano, raccolti nel silenzio di una sera colma di stelle o nell’intimità di una preghiera. Ecco una pagina tratta da SIA FATTA LA VOLONTA’ DEL SILENZIO di Valentino Losito, altro cavallo di razza della nostra sempre più agguerrita scuderia, ed ecco una delle tante bellissime poesie, “QUEL PASSO LEGGERO”, che rende lieve e tenero ancora una volta il ricordo luminoso del primo amore: Avevamo/ il passo leggero/ degli adolescenti felici/ quando i giorni/ erano/ campi di luce./ Oggi abitiamo/ i chiaroscuri./ Ascoltiamo la vita/ sillabare silenzi/ dalle feritoie/ delle diroccate ore./ Ci accudisce/ la tenera notte/ per sbarcarci sottovoce/ sulle periferie dell’alba. E ci coglie, nel tempo, nonostante il disinganno del tempo nel tempo, una dolcezza nuova per la tenerezza della notte a rendere ancora viva l’attesa insieme di ogni nuova alba. E qui devo dare spazio a “L’amore per le parole” di Elina Miticocchio che ben si uncina alle sillabe dei silenzi di Valentino, per dare ulteriore spazio alla “grazia” delle parole appunto: Parlo con i fiori/ immaginari del giardino/ che spalanca le braccia/ anche questa volta/ mi ha accolto il tuo sguardo/ parola di pane/ che mastico piano/ Intanto colora la pagina/ ancora una si aggiunge/ ed io la ringrazio (datata 25/ 10/ 2021, cioè oggi). E ritrovo addirittura versi simili in una prosa di David La Mantia, altro carissimo amico di penna, a testimoniare il contagio delle parole che si fanno sempre e comunque Poesia: Dimmi poco, pochissimo. Parole di pane che concedano dei nomi alle piccole cose, sole per riconoscere, grazie da offrire in dono, nudi. Baci da lasciare là, alle soglie. Insegnami a perdermi nei boschi, a rinunciare alle mappe, preparami a rallentare, a scolorire, piano, ad abbracciare ancora, amare l’arco azzurro dell’esistere  

E ci ritroviamo davvero tutti in un universo condiviso che si fa VITA, si fa AMORE. E per oggi è tutto, ma non finisce qui. Abbiamo ancora tanto da esplorare insieme…