lunedì 17 dicembre 2018

16 dicembre 2018: il "Boss" in Concerto


Ieri sono venuta a Roma per trascorrere le feste natalizie con i miei figli “romani” e per presentare il mio nuovo romanzo. Ieri sera, cena da mio figlio Giuliano, con la sua amorevole compagna Viviana, e la carissima amica Caterina. Dopocena (pretesto godereccio), abbiamo visto il concerto di Bruce Springsteen on Broadway.
Sono ancora emozionata. Di più. Uno spettacolo minimalista, se guardato nella sua composizione scenica, ma immenso quanto a contenuto, musica, poesia, creatività, libertà di parola, personalità gigantesca di questo incommensurabile “animale da palcoscenico”.
Bruce, in uno spettacolare Concerto/Testamento (di parole di pura poesia e canzoni come pietre miliari nel panorama mondiale della musica rock) da lasciare, nel tempo, ai figli dei suoi figli e agli innumerevoli suoi fan, ha parlato a ruota libera e spudoratamente vera, della sua vita, a partire dall’ infanzia vissuta nel “buco merdoso” del suo paesino nel New Jersey, allora odiato a tal punto da spingerlo, appena diciannovenne, ad andare via, e più tardi riscoperto e raggiunto e amato come sua ritrovata “Itaca”, lui, novello Odisseo di mille viaggi, mille esperienze e mille avventure, prodigiosamente vissute all’insegna dell’incoscienza, del coraggio e della liberà. Del cuore.
Bruce evidenzia così una profonda capacità di penetrazione psicologica dei comportamenti umani estremamente contraddittori nelle varie fasi esperienziali della vita.
Poi, via via, ha parlato di suo padre e del loro rapporto conflittuale e quasi inesistente, ma poi sempre più, anche col padre, della riscoperta della sua figura/modello, attraverso alcuni valori dapprima rifiutati, ma ai quali, negli anni, è stato sempre più difficile sfuggire. E si è fermato a raccontare, con tenerezza e ironia, sua madre, una donna forte, allegra, ottimista, amante del ballo, che continua a praticare a novantatrè anni e nonostante l’alzheimer. Ed è talmente bella e viva la descrizione che ne fa che ci sembra di vederla attraversare lo schermo, smemorata e sorridente, con il suo passo di danza.
Poi, ancora, il “Boss” passa in rassegna, sempre con sguardo lontano e ispirato, e con parole di autentica spavalda autoironia, le fughe e le avventure, la scoperta del sesso e dell’amore, i primi concerti e i primi incontri con i grandi “maestri” del rock con i loro vari strumenti musicali, che lo affascinarono. Il loro diventare amici e sodali. E il loro lasciarlo per strada, dopo lunghi anni di concerti vissuti insieme e di tenerissima amicizia, con un dolore che ancora oggi lo commuove e lo lascia senza parole. Fino a parlare di Patti Scialfa, sua moglie e musa ispiratrice, rossa fiamma che ancora lo trattiene e lo “brucia” di desiderio e di immarcescibile amore, cantando con lei in duetto due delle canzoni più belle del loro repertorio.
E i tre figli. La loro nascita, che ha riportato alla ribalta la figura paterna in un confronto a specchio con il bisogno di essere un genitore diverso, più presente e più attento ai loro bisogni. In realtà, tra lacrime irrefrenabili di commozione, Bruce ha innalzato un inno a suo padre per sconfinare, in un ritorno nietzschiano, agli antenati e alla loro sacralità perché vissuta nella percezione di una loro ideale innocenza, dovuta alla mancanza dell’esperienza diretta a contatto con i loro inevitabili errori, che inevitabilmente diventano colpe, quando si scoprono nei padri e nei fantasmi, che ci inseguono sino alla scoperta di una paternità, ora avvertita sulla propria pelle.
La conclusione è stata esplosione di straordinario pathos nella riscoperta di quel Dio, eternamente presente nella sua infanzia e adolescenza e volutamente ignorato nella giovinezza, creduta eterna, e nella età matura, ritenuta incontestabile e sovrana nel diritto di ciascuno a realizzarsi in totale libertà da vincoli, credenze, religioni.
Ma poi giunge l’età del tempo “a tempo”, in cui è necessario fare i conti con “il limite”, con le proprie fragilità, le proprie paure per una vita che ci va abbandonando ed è allora che ci viene incontro nuovamente Dio con la sua mano a sorreggere, confortare, indicare la strada dell’“unico senso” possibile da seguire: il sentiero fiorito dell’amore, che tutto osa e tutto dona e perdona.
E, improvvisamente e sorprendentemente, il lungo canto del “Boss” s’interrompe per trasformarsi in una insolita preghiera, la più bella e vera e palpitante, il Padre Nostro. Chi l’avrebbe mai detto? La Rockstar più famosa del mondo che recita con voce vibrante e commossa la preghiera che Gesù stesso ha rivolto a suo Padre oltre 2000 anni fa.
Il Concerto di Bruce Springsteen si è concluso con un brivido in più che ha coinvolto e sconvolto, ne sono certa, tutti i suoi fan in religioso ascolto, perché in quella sua preghiera ha rivolto un pensiero ai suoi cari, invisibili agli occhi, ma presenti più che mai alla sua vita; un grido di speranza per il New Jersey, l’intera America, il mondo tutto, in un fremito di ribellione a questo tempo così pieno di odio e di desertificato cuore per il desiderio di riscoprire una umanità migliore, che si ridesti alla Luce di un ritorno alla Casa del Padre, quando Dio lo vorrà. Per tutti.
Fremiti sulla pelle per un “incontro di anime” indimenticabile.


giovedì 13 dicembre 2018

13 dicembre 2018: Santa Lucia


Ancora una volta, un nuovo 13 dicembre a riportarci la festa di una santa molto amata e venerata: la protettrice degli occhi che a lei, martire cristiana, furono cavati perché si oppose alle nozze con un pretendente pagano, sotto l’impero di Diocleziano, nel 304 d. C., e poi mandata al rogo.
Gli aneddoti, tra storia e leggenda, su Santa Lucia sono davvero tanti.
È, comunque, la Santa della Luce nella notte più lunga dell’anno.
Qui, a Corato, fanno i falò di Santa Lucia (definiti stranamente la yò yò, credo).
Nel leccese c’è un detto, che mia suocera ripeteva ad ogni Natale vissuto insieme:
A santa Lucia la sciurnata éte lenga còmu l’écchi de la jaddhìna mia”.
E chiedo scusa in primis a mia suocera che, se mi sente dall’Aldilà, sicuramente mi sta prendendo per babbea, non riportando io fedelmente le sue parole; e mi scuso con gli altri miei parenti e tutti i leccesi per questo ricordo che potrebbe avere molto probabilmente una voce diversa, ma che in me è rimasta dentro così.
“A Santa Lucia la giornata è lunga quanto gli occhi della gallina mia”, cioè brevissima.  
Ma i miei ricordi su questo giorno hanno origini ben più lontane. E vado a riproporli attingendo, ancora una volta, dal mio nuovo romanzo “Le piogge e i ciliegi”:
Ma il Natale con te era anche bello da vivere perché occupava di sé tutto il mese di dicembre.
Il presepe da far fiorire come un libro dell’Arte Pop-up nei primi otto giorni del mese e, poi, l’Immacolata, Patrona del nostro paese, e il digiuno interrotto la sera della Vigilia “chə rə fəcazzéddə də la Madónnə” (con le focaccine della Madonna), formate da pani schiacciati e tagliuzzati in superficie in tanti quadratini e con dentro i semi di anice o di finocchio;
ed ecco santa Lucia
(eh sànda ləcìa bənədèttə tìnə dd’ócchiərə quàntə a ‘na chiesjə e nàn vétə mànghə la sagrəstè!...)
(eh santa lucia benedetta hai gli occhi grandi quanto una chiesa e non vedi neppure la sacrestia!...),
la voce della nonna sorpresa e indispettita quando si accorgeva che io, un po’ più grandicella, avevo problemi a leggere da lontano: le sembrava “‘nu scəcàffə a crìstə”, (uno schiaffo al buon Dio), visto che lei non poteva leggere perché non sapeva leggere…
Santa Lucia, molto amata e venerata per la sua incrollabile fede
(che porta luce a chi fede non ha).
Dal 16 dicembre, infine, la novena che precedeva il Santo Natale:
Tempo di Attesa e di Preghiera. Tempo di rinnovata Speranza.
(…)
                                                         1977
E l’anno dopo, il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, ci raggiunse la notizia che il tuo amato fratello era venuto a raggiungervi. L’ultimo di voi, così come era stato l’ultimo a venire al mondo. Mi giunsero dal convento alcune lettere e alcune foto. Piansi. E sentii che un altro capitolo della mia vita si era chiuso per sempre. Che anche a quel mio idolo in carne ed ossa dovevo dire addio, addio al suo sogno d’amore e alle sue parole d’arpe e violini di vetrate policrome e misteriose cattedrali…
La mente in deviazione mi riportò il ricordo di quel suo disappunto, ospite da noi, a causa della piccola truffa che tu avevi subìto dal tuo salumaio di fiducia per via di una “carta” di prosciutto crudo che si rivelò ben presto, a casa, poco fresco. Quel “presciutto” più scuro del suo solito colore rosso vivo lo turbò a tal punto che ne parlò in chiesa durante l’omelia, creando un certo scompiglio tra gli ignari parrocchiani. Tu, di ritorno a casa, sminuisti l’accaduto con una facezia sui preti che qualche volta si prestavano a farsi complici di qualche ladruncolo di galline. Non ricordo più il tuo divertito racconto, ma mi torna alla mente solo una breve raccomandazione del sagrestano al celebrante che, sull’altare, stava nascondendo un pollo sotto la sua veste sacramentale:
abbàscə la cóta, dòminə, ca sə vètənə rə ciàmbolìnə!
(abbassa la veste dietro, signore, perché si intravedono le zampette!),
ma le sequenze della storia erano molto più lunghe e complesse e ridanciane e mi avrebbero ricordato, più tardi, alcune novelle del Boccaccio. Zio rise di cuore con te e con tutti noi. E la faccenda del prosciutto stantìo fu ben presto dimenticata.
(Peccato, però, che non riesca più a ricordare quella tua storiella così simpatica e divertente! E nessuno degli altri tuoi nipoti la ricorda. Solo io, purtroppo, ho conservato in buona parte, grazie a te, la memoria storica di quegli anni…).
E, ritornando a zio Padre Leonardo, quanta luce nella nostra casa con la sua straordinaria presenza! Quanto vuoto, dopo!  
E, questa volta, è uno scoramento di parole meravigliose perdute non alla memoria del cuore, ma ai giorni che ci sorpresero, più tardi, di muto silenzio senza te, senza lui: i due più grandi affabulatori della tua famiglia.
Zio Padre Leonardo era stato per tutta la vita viandante solitario, che solo da qualche anno non viaggiava più. Eravamo stati suoi ospiti a Perugia, dieci anni prima, in viaggio di nozze e allora ci fece da guida per tutta l’Umbria: Assisi, Todi, Gubbio, Cascia, Spello. Ancora agile, ancora di passo svelto e risoluto. Ancora ricco di battute, aneddoti, riferimenti colti. Ancora il mio mito e il mio ascolto. Poi, tornò a stare con noi nella tua casa quando nacque Ombretta. Sì. Fu proprio quella l’ultima volta che venne da noi. E, infine, solo due anni prima, come già detto. E, nonostante l’età, era ancora un faro luminoso prima di spegnersi tra le stelle accese”.

martedì 11 dicembre 2018

11 dicembre 2018: "Il Silenzio e la Solitudine"


Ho ritrovato tra le mie vecchie agende, che sto rivedendo per fare un minimo di ordine tra le carte e i pensieri, una pagina scritta di mio pugno, ma senza firma e senza data, con un incipit che sembra non appartenermi e un “corpo” di scrittura che sembra mio, come mia sembra la conclusione. Non ricordo, comunque, di averla mai scritta. Pure, mia è la grafia, mio il nome e cognome della scrittrice protagonista della storia narrata, mie le poche correzioni, ma anche le numerose integrazioni.
Il mistero di tutto ciò mi incuriosisce e mi affascina. Come mi affascina il contenuto dello scritto che ora trascrivo nella speranza di venire a capo del mistero, grazie anche all’aiuto di qualche lettore/lettrice che si dovesse avventurare tra queste mie pagine. Potrebbe esserne l’autore/autrice. Ma desidero avere punti di riferimento certi e attendibili. Altrimenti, riterrò giusto appropriarmene con “piena avvertenza e deliberato consenso”! Come un tempo remoto studiavamo al catechismo per capire la gravità di un peccato (sic).
Rivendicherei così la “maternità” del testo (carico di anni), senza se… e senza ma…
E mi piace riportare questa pagina oggi, perché mi sembra oltremodo attuale e pertinente, visto che viviamo in un tempo in cui ci sono due modi contrastanti di affrontare il mondo: o urlando contro tutto e tutti, più a sproposito che a proposito, oppure vivendo nella solitudine e nel silenzio, per libera scelta o perché i più forti, con la loro indifferenza o violenza, costringono i più deboli a subire l’emarginazione, sociale e psicologica, con la loro conseguente morte relazionare e sociale.
La lettura di questo testo, pertanto, potrebbe aiutarci a riflettere e a intraprendere un nuovo cammino di vera Attesa e di Speranza… in una Umanità migliore.
“Il Silenzio e la Solitudine bussarono alla porta. Entrarono velocemente. Ispezionarono ogni angolo della casa. Scelsero lo studio per sedersi. Erano nudi, inermi. Confusi. Non sapevano se si amassero oppure si odiassero.
Un groviglio di linee inestricabili, tracciate in un marmo rude e inerte.
La scrittrice Angela De Leo li vide. I loro occhi puntati su di lei la spaventarono. Sembravano scavare per carpire ogni sua intima vibrazione, anche la più recondita.
-         Che volete? - chiese Angela, mentre si accingeva a scrivere sulle pagine bianche di un quaderno di scuola. 
Non ci fu risposta. Un ammiccamento di sguardi. Cielo e terra confusi.
-         Che volete? - chiese ancora.
Non si mossero. Mormorarono: - Noi staremo qui.
Una ridda di pensieri trafisse l’aria. Rimbalzò per la stanza. Vorticò. Aspettava di essere ordinata.
Il foglio bianco a righe era lì davanti a lei, che non riusciva ad afferrare una sola parola. Si sentiva affranta, avvolta dal nulla, in un deserto bruciante di sabbia, mentre il vento, senza pietà, disperdeva le lettere dell’alfabeto.
Solitudine e Silenzio, sempre stretti in un abbraccio contraddittorio e testardo, godevano della sua disperazione, compiaciuti della loro ennesima vittoria. Si scoprirono forti.
‘i veri potenti del mondo siamo noi’, si dissero. ‘Gli uomini non riescono a vincerci. Davanti a noi ingrigiscono, si consumano fino a diventare un mucchietto di cenere’.
Poi, rivolgendosi ad Angela:
    - Puoi anche chiudere il quaderno. Come vedi, non disponi più neanche dell’alfabeto. Ormai sei nostro ostaggio. Da oggi dovrai soltanto guardarci e contemplarci e sperare che la stanchezza ci vinca e ci faccia addormentare. Non esultare, però, la tregua sarebbe breve.
-         Mio Dio! - gridò la scrittrice. - Non ho via di scampo!
Davanti a lei scorrevano le immagini di uomini e donne che, come in processione, giravano per le strade del paese, gravati da fardelli pesantissimi. Schiene curve. Volti corrucciati. Sembravano diventati di pietra. Trascinavano sé stessi. Non comunicavano neppure col vicino. Non un gesto. Non una sillaba. Si muovevano a fatica. E distanti.
Ad un tratto, Angela si accorse che in realtà erano divisi da muri altissimi, su cui erano scritti i loro nomi, ormai svuotati di significato. Accanto sfilavano le loro storie: amori vissuti, angosce dilatate, speranze disarmate.
Sul selciato, su cui avanzavano lentamente, i detriti dei dirupi gridavano:
-         I vostri sogni sono morti perché non avete le parole per dirli. Ma consolatevi. Tanto, lo sapete, i sogni portano alla follia.
-         No, questo no! - gridò ancora Angela con voce disperata e determinata.
Guardò le pagine vuote, prese la penna. Doveva concentrarsi e combattere. Con piglio deciso aprì le mani e imprigionò le parole smarrite. Cominciò così a raccontare, riempendo fogli su fogli: di sé, degli altri, dell’universo che sembra indifferente ad ogni cosa, e dell’amore che si rinnova anche quando si scontra con la morte, e della morte sconfitta dall’amore. Mutuo scambio. Reciproco dono.
E, mentre scriveva, i piccoli orti diventarono campi immensi, gli infiniti si concentravano in un punto. La Luce tornava.
Angela posò la penna, guardò davanti a sé.
La Solitudine e il Silenzio non erano più nudi. Indossavano abiti meravigliosi. Le cui linee contorte erano diventate morbide, eleganti.
I due amanti sembravano sorridersi per il desiderio di comunicare che sentivano nascere dentro come un nuovo germoglio di vita.
Con occhi lucidi di commozione le dissero:
-         Hai vinto tu. Andiamo via. Ritroveremo insieme la giusta strada, a costo di perdere la nostra identità che è come una ferita.
La scrittrice chiuse gli occhi per un istante. I suoi personaggi erano vivi. Le tenevano compagnia e avrebbero fatto compagnia anche agli altri. Ne fu consolata.
Fu allora che in un angolo della stanza scorse, tra i tanti libri, Apollo, che le porgeva la lira, segno di canto e di rinnovato amore, e nascondeva l’arco foriero di morte, deponendo le frecce nella faretra.
Forse non era stata un’allucinazione”.
Mia o non mia, non ha importanza. Ritengo questa pagina molto significativa. Importante è che la sua scrittura e la sua lettura abbiano compiuto il prodigio di ricreare un’intesa, il senso dell’Armonia e della reciprocità tra gli uomini.
“E l’Armonia vince di mille secoli il Silenzio” (parafrasando appena Ugo Foscolo).  L’armonia del ritrovarsi insieme, attraverso la scrittura che sollecita alla lettura e quest’ultima che spinge a confrontarsi attraverso la prima, in una coralità di intenti.
L’una e l’altra, portate tra la gente, riabituano alla bellezza, alla solidarietà, alla speranza, alle tante facce della verità, e vincono ogni possibile perdita di senso, ogni possibile Solitudine.
E il Silenzio cede il posto alle infinite voci del passato e del presente, che sorridono al futuro…



sabato 8 dicembre 2018

"PUGLIA-viaggio nel colore (ADDA editore) di Enrica Simonetti


 Uno scrigno prezioso di rara bellezza, il nuovo libro di Enrica Simonetti che attraversa la sua e nostra amata Puglia in un viaggio ideale tra immagini mozzafiato, mente incantata e cuore in tumulto. Nei suoi/nostri luoghi dell’anima che ci accolgono tra i colori del cielo-mare, in cui navigano i suoi/nostri occhi mai sazi di blu: il colore degli Artisti, dei Poeti e dei Santi in una orizzontalità che li porta verso affascinanti orizzonti di rive misteriose e lontane per scoprire e “incontrare” popoli e voci e lingue e linguaggi, conosciuti e sconosciuti; e in una verticalità che li porta forse a incontrare Dio o quantomeno i sogni, le visioni, i desideri. Basta attendere lo sconfinare del blu tra le stelle e il buio in cui più vivido è il loro splendore. Il blu.
“Dura un attimo e poi scompare. È quel colore blu-violaceo del cielo serale disteso sull’orizzonte dell’Adriatico: mescola sapientemente la luce del giorno con il buio della notte in arrivo e non può che lasciare senza fiato…”.
È da questa magia di cielo-mare che parte il viaggio: dalle isole Tremiti al duplice mare “de finibus terrae”: Santa Maria di Leuca. Lo Ionio si mescola con l’Adriatico in un abbraccio contraddittorio e affascinante di andata come addio e di ritorno come rinnovata promessa d’amore senza fine. Tra gli azzurri che cambiano e si tingono di verde smeraldo, di rosso fuoco, di bianco lunare nella conchiglia di madreperla del cielo.
E questo incanto ci sorprende per oltre ottocento chilometri di costa, dove giustamente, come racconta la nostra Autrice, il blu si smemora in altri colori che sanno la pietra, la chiesa, la preghiera, per ripresentarsi negli affreschi turchini che raccontano l’Oriente e altre divinità, altri prodigi.
“Dall’azzurro del mare che s’insinua tra le rocce del Gargano, fino al blu degli affreschi sulla volta della basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina: ci appare un colore che poi, all’improvviso, si annulla perché il mare a un certo punto diventa sabbia e il cielo di un dipinto finisce sul costone di un arco trecentesco”.
E, tra mito e leggenda, anche le parole di Enrica Simonetti si colmano di ali delle Berte marine, abituate alle trasparenze cilestrine del cielo, che si specchiano nelle liquide distese azzurre sottostanti, e al vento “che ha disegnato architetture impensabili, archi di roccia che aprono sul mare…”.
Ma la cosa più sorprendente, per chi legge tra questi voli dispiegati di parole, è la loro capacità di disorientare il lettore per fargli provare la meravigliosa percezione degli improvvisi cambiamenti dei giochi di colore, ma anche delle prospettive dei paesaggi dauni, visti da una barca o percorsi nei vicoli dei paesi come Vieste, svettante d’alberi, che s’inoltrano nella Foresta Umbra, e morbida nei suoi fianchi degradanti su spiagge sabbiose e misteriose grotte marine, oppure Sant’Eufemia, l’isola del faro, bianca e solare nel suo sguardo verso Oriente a ricamarsi di aurora… “come se fosse impossibile riconoscerne una ‘coerenza’ paesaggistica e geografica, come se qualcuno si fosse divertito a cambiare la scenografia dello stesso luogo, come se viandanti e navigatori fossero costretti a invertirsi continuamente i ruoli.”
E la maestria di Simonetta, nel prendere per mano il lettore, in questo disorientamento di visioni multiple e molteplici, per orientarlo verso la splendida immagine dello scambio continuo e repentino dei “ruoli” tra “viandanti e navigatori”, è davvero sorprendente. La giornalista cede il passo al poeta. E, così, via via che si procede in questo suo magico viaggio, fascinoso e stupefacente.
A volte i colori sono un pretesto per parlarci di architetture e di sculture ardite, di cattedrali romaniche e di personaggi storici che si fanno mito e leggenda per la loro misteriosa identità, mai del tutto rivelata e certa, come nel caso del Colosso di Barletta.
A volte, sono il fulcro centrale delle sue descrizioni paesaggistiche, come il tuffo nel verde argentato degli ulivi o nel rosso infuocato dei tramonti o in quello accogliente dei Teatri a racchiudere storie, finzioni, maschere, volti, verità. il rosso mattone dei mosaici e quello mescolato alla terra di Otranto e dei suoi trecento martiri della fede cristiana. E il bianco dei pinnacoli dei trulli o quello rutilante e tempestoso della schiuma del mare in burrasca, il bianco più pacato delle facciate delle case e quello maestoso delle cattedrali; il bianco leggero e trasparente degli abiti da sposa e dei veli; quello luminoso dei marmi delle fontane; e quello incantato dei voli dei gabbiani in sospensione…
E la Puglia si smargina e diventa il mondo intero, con i colori che vivificano il nostro pianeta e che s’intrufolano nei vicoli e nei giardini, si slargano nelle piazze, si spengono nelle chiese gotiche e nei castelli, si annidano nelle case, s’inorgogliscono sulle tele dei tanti pittori, si feriscono nei tralicci e nei fili spinati di devastante memoria e di attuale crudeltà.
Poi, magicamente i colori tornano ad occupare la scena della nostra penisola nella penisola. Il lungo tacco del lungo stivale. La Puglia. L’Italia. E tutto ricomincia a parlare della nostra Terra del Mezzogiorno, esaltato e piegato/piagato. Il nostro Sud, che è uguale a tutti i Sud del mondo, ma è il “nostro” ed è il più bello per via dei “nostri” colori che cantano lo splendore di una natura pennellata dal suo Creatore, Pittore per eccellenza.
“La grande bellezza pugliese”, pertanto, è una “sorta di ‘antropologia del colore’” perché s’intreccia con la storia delle nostre terre, ora rosse e ferrose, ora brune di humus, ora verdi e cangianti di mille tonalità nei prati sfolgoranti di erbe e dei nostri secolari ulivi, contorti di fatica, ma con i rami che il vento agita e accarezza: la pianura del Tavoliere e i pascoli del Promontorio del Gargano o della Murgia che, come dorso a sostenerne il peso, ne percorre tutta la lunghezza fino al bianco delle sue case “a calce”, le cui  mura si fanno storia di uomini e di rapporti umani con la terra, gli animali e gli altri uomini.
Narrazione di vite, di relazioni e di legami forti: a volte, forieri di morte e, a volte, celebranti amori più forti della stessa morte.
“Eccoci all’‘arco Meraviglia’ (…), il toponimo deriva forse dal nome della famiglia milanese Maraveglia, trasferitasi a Bari nel XV secolo (…) E però la parola ‘meraviglia’ deriva dalla credenza, assolutamente non documentata, molto diffusa tra gli abitanti di Bari vecchia, che l’arco fosse stato costruito - s’ignora quando -  nel breve spazio di una nottata, per dare modo a due amanti, abitanti nelle due case contrapposte, di incontrarsi furtivamente...”.  
Aneddoti non sempre attendibili, ma anche storie di chiese e di santi, di famiglie note e documentate; leggende di grotte misteriose, di castelli e torri di avvistamento; credenze religiose con riti e processioni e fuochi di artificio ad accendere il cielo e a spegnersi nelle acque dei mari, che circondano la nostra Puglia incantata, e misteri pagani e laici; e tradizioni cristiane, mai messe in discussione e mai abbandonate.
È questo il lunghissimo e straordinario repertorio della scrittura catturante, poetica, suggestiva e intensa di Enrica Simonetti, che ci dà, con PUGLIA viaggio nel colore, un’ulteriore prova della sua sensibilità culturale e del suo amore per la nostra Terra.
Motivi di ispirazione, oltre i tanti viaggi reali in Puglia (come deduciamo anche dalle precedenti pubblicazioni della giornalista pugliese), sono stati indubbiamente tutti gli incanti suscitati dalle fotografie del bravissimo ed eccezionale Nicola Amato, che ha eternato in scatti superbi le bellezze naturali pittoriche e architettoniche del nostro territorio; bellezze, che Enrica Simonetti ha celebrato in tutta la loro magnificenza e il loro splendore.
Un libro stupendo e prezioso. Da tenere in evidenza per la gioia di quanti potranno guardarlo, sfogliarlo, leggerlo e rileggerlo.
Grazie, Enrica, per questo meraviglioso dono che, con la tua scrittura policroma, colta, sapiente, appassionata, hai mutato in esplosione di luce, calore, purezza, speranza: i colori che fanno più viva e palpitante e straordinaria la nostra Puglia, gioiello incastonato in questo pianeta che ci ospita e che dobbiamo imparare a difendere dall’indifferenza, dall’incuria, dal degrado, di cui noi stessi siamo perlopiù responsabili, e dalle devastanti rapine di mani incoscienti ed avide che lo stanno uccidendo.
Contro il nostro “grido di dolore” il tuo inno di speranza e di appartenenza. E, se la speranza è un viaggio nel futuro che ci prende per mano e ci conforta, l’appartenenza è stabilità, amore, difesa ad oltranza. Perché dà appagamento e gioia di essere dove si è e di riconoscersi in quello che si è. Nelle proprie radici.
“Il nostro viaggio tra i colori si ferma qui, nella metafora di un paesaggio semplice che ad ogni passo dona l’illusione di cambiare il suo volto, mentre poi ti accorgi che sei qui, dov’eri. E sei felice”.   
                                                                                    Angela De Leo


mercoledì 5 dicembre 2018

5 dicembre: un dono da ricambiare


Passato il momento della gioiosa sorpresa di aver ascoltato (poco) e letto (molto) la “prodigiosa” Relazione di Nicola, mio parente, amico e sodale di Lettere e Poesia, eccomi a tirare le somme su quanto ho letto con grande attenzione e attenta riflessione. Non è facile raccontare le emozioni provate, la commozione sempre in agguato, il tumulto del cuore a comprenderle tutte. Nicola è stato molto generoso con il mio romanzo, devo ammetterlo, ma nello stesso tempo è stato anche puntuale scopritore di ogni mio più riposto pensiero, del non detto, oltre il profluvio di parole da lui ben interpretate, con l’arte consumata del professore, che con chiarezza e dovizia di particolari spiega, e del critico letterario, cui nulla sfugge a livello di connotazione di genere, forma e contenuto di un libro preso in esame. Qui, però, non si è trattato solo del suo “lavoro di docente e di critico", si è trattato soprattutto di una lettura condivisa con gli occhi del cuore e di quell’anima antica che ci accomuna: 
“in fondo le radici di Lina sono le radici di una generazione come la mia che ha avuto padri contadini, una generazione che oggi può dirsi fortunata per aver vissuto quel sogno dell’infanzia e della giovinezza, per non aver conosciuto la noia, per aver visto la luce scivolare sugli alberi e lungo l’arco del cielo, per aver sperimentato la onestà, la generosità, la dignità, l’amore per la vita, l’amore per gli altri”.
Così esordisce Nicola Pice, creando da subito un’atmosfera familiare di incantata civiltà contadina, in cui erano vissuti con semplicità e totale adesione i valori di sempre, oggi purtroppo del tutto dimenticati. Valori che erano praticati perché profondamente sentiti e non indotti dalla istruzione, dalle letture, dalla conoscenza sapiente della mente, ma esclusivamente affiorati dalle radici, che affondavano nell’humus dei padri e dei padri ancora e, perciò, tramandati dalla viva voce del loro raccontarsi nell’unica lingua che conoscevano: il dialetto.
Nicola, infatti, rileva la caratteristica di quel tempo “antico”: “un tempo cadenzato dal suono della lingua dialettale e come segnato da una dimensione profetica, come intriso da una dimensione umana che sapeva di sudore e di rinunce, di attese e di speranze, di giornate grigie, ma anche di giorni che ti facevano respirare una gioia leggera nell’aria, pregna di un profumo che sapeva di ulivo e di sapone, talvolta sfumante nel fiabesco, giorni segnati nell’anima dal sapersi aprire agli altri e resi luminosi dagli occhi dei nostri padri e delle nostre madri che sapevano parlarsi, gli occhi dei nostri padri instancabili e muti che ci amavano senza parole e gli occhi delle nostre madri che avevano le mani coperte di farina o di schiuma.
E il romanzo di Lina si fa memoria del cuore, perché la memoria comincia dal rumore di un cuore, e si fa voce dell’anima…”.
Come non emozionarsi di fronte a questi rilievi di fondamentale importanza per comprendere profondamente le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere il mio romanzo “autobiografico”, mettendo a nudo proprio le ragioni del cuore per parlare anche dello scopo ultimo che ho cercato e trovato man mano che procedevo nel mio racconto. Raccontare per non dimenticare. Perché le nuove generazioni non dimentichino un tempo che sembra cancellato del tutto.
Non a caso, Nicola continua a sviscerare, partendo dai luoghi che hanno rappresentato il “campo scenico” delle mie esperienze esistenziali durante l’infanzia e l’adolescenza fino alla mia prima giovinezza, sia pure a fasi alterne (via Maggiore angolo via De Rossi e via Generale Montemar), le immagini che si succedono e che “hanno il tocco di leggerezza, immagini che man mano che scorrono danno la consapevolezza del nostro esistere e tracciano il filo che delinea una traiettoria esistenziale, mentre ci si dispone alla ricerca di sé e si esalta l’ancestrale armonia con gli affetti più cari”. E qui ci troviamo già di fronte sia alla motivazione che allo scopo di questo libro. 
Di 425 pagine. 
E siamo solo al primo di due volumi. Quello conclusivo, riguardante soprattutto i ciliegi, sarà pubblicato in primavera, con gli alberi in fiore.
Ora, però, sono le piogge autunnali a fare da sfondo alle varie vicende narrate, autobiografiche e non solo.
Bellissima e poetica la descrizione della struttura del romanzo:
“La costruzione narrativa si snoda in pagine di coinvolgente liricità, generate dalla coscienza dei molteplici fili, invisibili quanto tenaci, che uniscono il proprio vivere al racconto che senza soste l’autrice intesse. Lo scorrere della propria vita fa e disfa le varie storie, le loro simmetrie, le loro risonanze, senza il bisogno di inventare nulla, storie che si dipanano come le anse di un fiume, le ramificazioni di un delta, le nervature di una foglia”.
 Meravigliose similitudini, che utilizzano alcune metafore insolite ma quanto pertinenti al linguaggio usato, alle vie percorse, alle strategie linguistiche adottate perché tutto risultasse come emergere dai fondali dei ricordi, dalla piena di un fiume che si slarga alla foce, dalle ramificazioni di un albero che trae linfa dalle terra e si espande verso il cielo.
Ma ancora di più mi emoziona la seguente similitudine/metafora che definisce magnificamente la “struttura ad incastro” del romanzo, così come io l’ho pensata, così come l’ho voluta e realizzata:
“Ti fa pensare a quei forzieri orientali dai molti cassetti incastrati, dove al più interno si arriva solo dopo averne aperti alcuni secondo un ordine preordinato. E tu finisci preso dal desiderio di continuare ad aprire, di riandare indietro, di frugare, di inseguire visioni di cose che senti come tue, di scoprire vicende di persone che hai l’impressione di averle pure tu da sempre conosciute”.
Ecco, io desideravo il coinvolgimento emotivo del lettore! E tu, mio caro Nicola, mi confermi (ma tutti i precedenti Relatori hanno puntualizzato di trovarsi all’interno del romanzo, di sentirsi partecipi degli episodi e delle atmosfere, dei ciliegi “toccati con mano”, con lo scrosciare della pioggia sulla testa) che questo desiderio si è trasformato in realtà. Quale emozione più grande per me sapere che chi legge ha la netta percezione di “entrare nelle pagine” e sentirsi all’interno delle varie storie vissute insieme con i numerosi personaggi in un tempo presente, che comprende passato e futuro?!?
E allora ben vengano anche i riferimenti colti a connotare più e meglio questa creatura che mi palpita nelle viscere come un bambino che si alimenta ancora del mio sangue prima di vedere completamente la luce, il mondo.
“Allora puoi capire anche la foglia bagnata di pioggia posta in copertina: (…) un richiamo dell’infanzia che fa pensare ai versi di Sujata Bhatt: “Sono quella / che va via, sempre / via con la casa / che può restarmi dentro il sangue / - la mia casa che non ha posto / in nessuna geografia”. (…)
E ti spieghi la pioggia come metafora di un mistero che ci avvolge e ci sovrasta, ci mette in contatto con i nostri limiti, i nostri muri interiori, le nostre paure più profonde. (…): “nasco / nell’odore che la pioggia / sospira dai prati / di erbe vive”, cantava il grande Pasolini. E la pioggia fa sentire meno soli e fa rispuntare dentro di noi un’ansia di altri tempi. Senza dimenticare che la pioggia, “oltre che lavare ferite, ricucire progetti, ricamare nuovi arcobaleni”, ci riportava (o ci restituiva?) i padri al tepore domestico, e le ciliege ci davano il senso mai perduto dell’attesa e mettevano in moto tutte le fibre del nostro essere, animati dalla speranza e dalla prospettiva della gioia per le ciliege in arrivo.
“Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia. / Il resto è memoria” scrive la poetessa Louise Gluck: (…)
È la voce dell’infanzia che ci richiama a un mondo di cose e persone che non è più. (…)
Il tempo appare sospeso come in una immobilità di sogno. E con esso i gesti dei personaggi, in un silenzio irreale, rotto solo dal rumore della pioggia, (…)tenuta a bada dalla figura di nonno Mincuccio e ingentilita dalla presenza di nonna Angelina, lui odore di terra e profumo di pioggia, lei odore di pane impastato col segno della croce e profumo di casa.
E le loro figure continuano a vivere nello spazio sacro del ricordo che fatalmente ci risucchia e risuona nel cuore. Perché in fondo il romanzo di Lina specifica che la memoria comincia / dal rumore del cuore. E lei scrive per non dimenticare il sogno vissuto nello spazio-luce dell’infanzia, inverando le parole del grande Pier Paolo Pasolini: “La più grande attrazione di ognuno di noi / è verso il Passato, perché è l’unica cosa / che noi conosciamo ed amiamo veramente. / Tanto che confondiamo con esso la vita. / È  il ventre di nostra madre la nostra meta”.
E non ci poteva essere conclusione più bella. Più vera. Più profonda!
Ed è qui che sgorgano anche le lacrime.
Grazie, Nicola, per questa pioggia benefica a lavarmi l’anima. A scaldarmi il cuore.


lunedì 3 dicembre 2018

3 dicembre 1919-2018


Novantanove inverni
ho contato questa notte
numero perfetto multiplo di tre
per festeggiarti mamma
facendo nodi di stelle
da sciogliere tra le tue mani
E tu accarezza la promessa
che ti feci
di nuove estati al mare
per vestirci d’azzurro
             ancora…

Ieri Isabella, a cui hai fatto da mamma nei giorni del dolore e che ti tenne la mano per accompagnarti tra le stelle quando andasti via, ha festeggiato il suo compleanno perché ebbe fretta di nascere in quell’alba di neve senza attendere ancora un giorno per festeggiarlo con te, insieme, come noi tutti speravamo. Per farti dono di una nuova vita nel giorno in cui anche tu eri venuta al mondo molti anni prima. Con l’euforia della Grande Guerra vinta. Beneaugurale inizio per i tuoi giorni intatti.
E, oggi, ecco i tuoi novantanove compleanni che avanzano, fieri della perfezione di un numero primo, moltiplicato per sé stesso un gran numero di volte e ritenuto sacro per la divinità che sottintende nella compiutezza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Un concentrato di LUCE a fugare ogni tenebra.
Così ti penso, oggi, stella luminosa più di ogni altra stella, che ogni notte mi incanta e mi saluta dal lucernario spalancato di cielo sul mio letto.
Quotidiano notturno abbraccio a farmi compagnia nel quotidiano notturno rimpianto di averti, in vita, regalato solo una solitudine di giorni, in attesa silenziosa di ogni raro incontro. Promesso. Atteso. Cancellato.
Quanto amore generoso il tuo nei riguardi di una figlia assente per lunghi afasici giorni. Oh, se si potessero riavvolgere, come bobine di vecchi film, i tanti giorni vuoti per ritrovarci ancora noi senza un solo minuto di assenza e di attesa. E riempirli di parole, di sorrisi, di carezze, cancellando il tempo rimandato che ha avuto ragione di noi per farsi tempo di braccia deserte e di muto silenzio alle ragioni del cuore.
Mi conforta il pensiero che si accorciano sempre più i giorni vuoti di noi.
Quelli che ci separano dal nostro nuovo incontro…
Ma te lo sussurro piano perché gli altri di casa non sentano…
Non capirebbero!

sabato 1 dicembre 2018

Il profumo e la dolcezza de "Le piogge" - L'attesa e l'allegria de "I ciliegi" (parte seconda)


Ed è proprio la memoria, come fuoco che non può essere spento, ad aprire la via alla riscoperta di sé, della propria identità che si fa mondo. “Vogliamo dimenticare - No, vi sbagliate, ricordare bisogna”: continuamente ribadisce Lina come l’indimenticabile Elia del film “Il bene mio” di Pippo Mezzapesa, perché è la memoria che può riportarci ai valori primari di accoglienza, di solidarietà, di apertura verso gli altri. Scopri allora attraverso questo recupero della memoria che essa non è qualcosa di archeologico, bensì è seme per creare il futuro.
“Raccontare per non dimenticare”, tu dici, “perché la nostra storia non è cominciata con i giorni conosciuti, ma con tutti quelli ignorati e da altri vissuti prima del nostro affaccio al mondo. … E il passato attraversa il presente per farsi futuro. E nel presente affondano/affiorano i ricordi”.
Allora questo romanzo della memoria si rivela un archivio dei ricordi felici e infelici, arcani e dolorosi, fragili e crudeli, effimeri ed ostinati, un archivio riattraversato dal tempo interiore dell’io che si è venuto articolando nel passato, un passato anch’esso riattraversato dalle emozioni e passioni che ha prodotto nell’animo di Lina, che ne recupera le immagini, le esperienze, le speranze, i sorrisi e i gesti che hanno riempito le stagioni della sua infanzia, della sua giovinezza, della sua maturità.
Così, riallineandosi i fili del lungo processo della memoria, il lettore è come condotto per mano a inoltrarsi in una galleria di immagini, suoni e persone con illuminazioni diverse.
Sono pagine piene di luce, non prive di una elettricità simbolica che mostra un piccolo mondo antico con una chiarezza integrale e umilmente magnificente. Una successione di momenti epifanici che agganciano la nostra immaginazione, la saturano in maniera incredibile con questo risalire all’indietro e raccontare destini con articolate e luminose dimensioni di spazio e di tempo densi di energia.
Lina è una grande colorista, la sua lingua conosce il pastiche ricco e frastagliato e sa inseguire con un rigoroso entusiasmo i vari cromatismi, mettendo in scena una lingua fluida, arguta, divagante, istrionica, non trascurando le più diverse variazioni del paesaggio della natura o urbano o del cuore umano, non senza una punta di compiacimento o di preziosismo estetico fine a se stesso. Una lingua ricca, la sua, sempre a fuoco, pronta a dispiegarsi per descrivere il rapporto intercorrente tra lo stato delle cose e lo stato di coscienza, pronta a cogliere il particolare, il dettaglio momentaneo che riassume una vita, che a volte la rivela, che sempre la coinvolge. Una lingua che si apre spesso all’uso del dialetto, perché il dialetto è la lingua della memoria, è la lingua di casa, la lingua dell’amicizia, della vicinanza.
Le storie si intricano come rami di un albero, segno dell’inestricabile complessità del mondo, del legame profondo di ogni cosa, di ogni persona con la sua vita, con la sua capacità di vedere dentro e di saper vedere oltre. E come i rami si innestano, così sparse nella narrazione si innestano con discrezione ma cadenzata necessità allusioni letterarie atte a creare un concerto di suggestioni illuminanti sia per l’autrice sia per il lettore, allusioni che incrociano e interrogano la nostra vita e mirano a dare senso e prospettiva ai comuni passaggi del destino.
Allora puoi capire anche la foglia bagnata di pioggia posta in copertina: una immagine metafora della scrittrice immersa nel ricordo dei giorni antichi e trasportata nel vento, un richiamo dell’infanzia che fa pensare ai versi di Sujata Bhatt: “Sono quella / che va via, sempre / via con la casa / che può restarmi dentro il sangue / - la mia casa che non ha posto / in nessuna geografia”.
Spunta la nostalgia, ma una nostalgia che non è solo restaurazione di un passato perduto, bensì alimento di speranza e memoria del futuro, in quanto capace di indurre a riconsiderare la nostra vita alla luce degli infiniti sconfinamenti dal passato al futuro e da questo a quello. Lina ci sprona a guardare dentro di noi, a riscoprire quello che ci unisce agli altri, a non temere di inoltrarci negli abissi della nostra interiorità. Questa nostalgia ha una funzione etico-paideutica: essa ha la potenzialità di far rinascere dal passato momenti di vita perduti che riescono a rinascere in noi una volta adulti, animati di speranze e di slanci altrimenti irraggiungibili.
Ecco l’epicità della figura di nonno Mincuccio, un uomo "un po' eroe e un po' cantastorie, un po' contadino e un po' principe, un po' adulto e un po' bambino, un uomo di forte tempra, capace di far apparire tra le mani ingenui prodigi e di nascondere nel cuore immensi dolori, capace di raccontare favole e fiabe, nonché di mirare all'Amore e saperlo donare come le ciliegie, appena colte, in un paniere ancora intatto di stupore:
“Tu incarni e universalizzi il senso dell’Uomo. Nella sua accezione più bella. Uomo-spiga di sole e luna di pane, girandola d’arcobaleni, svolazzo di cieli, sorriso di onde, riserva di granai, misura di bilance, chiarezza di pianure, altezza di monti, abbraccio di ponti, crocevia di genti”: queste tue denominazioni riferite alla figura di nonno Mincuccio sembrano epiteti omerici o nomi-appellativi coloriti dei vecchi indiani, i quali sceglievano il nome in base al proprio spirito.
Di qui il piacere e la dolcezza che comunicano questi itinerari di Lina, itinerari dell’anima pregni di freschezza e del sapore di quell’intimità segreta che ti insegna a custodire il passato per incontrare il futuro. E ti spieghi la pioggia come metafora di un mistero che ci avvolge e ci sovrasta, ci mette in contatto con i nostri limiti, i nostri muri interiori, le nostre paure più profonde. Ma la pioggia sussurra parole lontane e fa salire dal basso profumo di terra tra un inno di gelsi rossi e di rose che esalta e rincuora: “nasco / nell’odore che la pioggia / sospira dai prati / di erbe vive”, cantava il grande Pasolini. E la pioggia fa sentire meno soli e fa rispuntare dentro di noi un’ansia di altri tempi. Senza dimenticare che la pioggia, “oltre che lavare ferite, ricucire progetti, ricamare nuovi arcobaleni”, ci riportava (o ci restituiva?) i padri al tepore domestico, e le ciliege ci davano il senso mai perduto dell’attesa e mettevano in moto tutte le fibre del nostro essere, animati dalla speranza e dalla prospettiva della gioia per le ciliege in arrivo.
“Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia. / Il resto è memoria” scrive la poetessa Louise Gluck: ed è un guardare che ci segna e disegna una forma di apprendimento indelebile nella nostra mente: la mappa del nostro immaginario, la filigrana della nostra sensibilità. È la voce dell’infanzia che ci richiama a un mondo di cose e persone che non è più. Di qui la sua natura elegiaca. L’epica favolosa dell’infanzia, per effetto della distanza, fatalmente si sfrangia e si sfalda in una elegia, a volte asciutta, a volte dolorosa, sempre però tenuta a freno da una sapienza stilistica che risolve in metafore e immagini piene di empito sentimentale.
Il tempo appare sospeso come in una immobilità di sogno. E con esso i gesti dei personaggi, in un silenzio irreale, rotto solo dal rumore della pioggia, la cui violenza sembra tuttavia bandita dal chiuso della casa, tenuta a bada dalla figura di nonno Mincuccio e ingentilita dalla presenza di nonna Angelina, lui odore di terra e profumo di pioggia, lei odore di pane impastato col segno della croce e profumo di casa.
E le loro figure continuano a vivere nello spazio sacro del ricordo che fatalmente ci risucchia e risuona nel cuore. Perché in fondo il romanzo di Lina specifica che la memoria comincia / dal rumore del cuore. E lei scrive per non dimenticare il sogno vissuto nello spazio-luce dell’infanzia, inverando le parole del grande Pier Paolo Pasolini: “La più grande attrazione di ognuno di noi / è verso il Passato, perché è l’unica cosa / che noi conosciamo ed amiamo veramente. / Tanto che confondiamo con esso la vita. / È  il ventre di nostra madre la nostra meta”.