lunedì 8 febbraio 2021

Lunedì 8 febbraio 2021: Maria Montessori nella Relazione di Valeria Rossini del 5 febbraio

 Presentazione on line Libro Montessori 5 febbraio 2021

Come scrivo nell’Introduzione, questo libro è la storia di un incontro e di un destino. Oggi, aggiungerei, è anche la storia di una coincidenza che rende ancora più magico questo viaggio nel mondo montessoriano. Nella sua troppo clemente recensione del volume, Angela De Leo paragona il libro a un fiume “che prende vita da una sorgente zampillante e piena di luce e che scorre luminoso e agile lungo argini ben definiti di un percorso che attraversa vallate spazio-temporali di ben centocinquant’anni per versarsi nel mare turbolento e ricco di tempeste sotterranee e a pelo d’acqua dei nostri giorni”. Ebbene, non avrebbe mai potuto saperlo e neppure ricordarlo, ma il mio incontro con Maria Montessori nasce lungo un fiume, il fiume che divideva la mia temporanea residenza romana in piazza Farnese dall’Opera Nazionale Montessori a Trastevere. Nel lontano 2002, attraversando ogni giorno Ponte Sisto per recarmi a svolgere le mie ricerche nella biblioteca e negli archivi montessoriani, come suggeritomi dal mio maestro bitontino professore Giuseppe Elia, mi ritrovai a riflettere sul mio percorso di giovane donna e aspirante ricercatrice, che sembrava travolto e stravolto da parole e speranze, proprio come un fiume. Avevo deciso di accogliere Maria Montessori come modello e punto di riferimento, ma paragonandomi a lei inevitabilmente ogni aspirazione si trasformava in illusione, e ogni conquista in frustrazione. Chiedo perdono, ma non posso non leggervi questa poesia che fu scritta lungo le rive del Tevere e che racconta bene il mio stato d’animo in quei giorni. Del resto, quando sono con Angela, la poesia è la forma di comunicazione dalla quale non riesco a prescindere da ormai 33 anni. Fortunatamente, il fiume ha trovato casa in un progetto professionale e umano che ha provato a fare propria la lezione della nostra dottoressa grazie ancora una volta a un incontro e un destino cui sono davvero molto grata. Un mio caro ex collega e amico, don Simone Bruno, direttore editoriale delle Edizioni San Paolo di Milano, mi contatta nel 2018 per propormi la scrittura di una biografia su Montessori, che sarebbe uscita in concomitanza con il centocinquantenario della sua nascita. Purtroppo, la condizione in cui versiamo da ormai un anno non ha consentito di celebrare degnamente questo importante evento, ma non ha comunque impedito di diffondere, attraverso questa e altre iniziative pubbliche, l’entusiasmo e la riconoscenza verso una vita e una carriera straordinarie, fonte di orgoglio per il nostro Paese oltre che per la nostra pedagogia. E così sono qui ora a parlarvi di questo libro, che per la prima volta nella mia storia editoriale si apre al grande pubblico con un linguaggio semplice e un taglio divulgativo che però non tralascia la lettura scientifica dell’impianto educativo e metodologico che può e deve trovare nuove forme di espressione nell’attualità. Come tutti sanno, il messaggio montessoriano è attualissimo proprio perché avanguardistico per la sua epoca. Tuttavia, non è sull’attualità della pedagogia montessoriana che desidero incentrare queste mie brevi riflessioni. Piuttosto, mi piacerebbe richiamare con voi la inattualità del suo messaggio, che rinviene dal suo essere controcorrente, non soltanto rispetto al suo tempo storico. Maria Montessori è stata un personaggio ricco di contraddizioni, che ha saputo incarnare perfettamente in un’immagine disequilibrata e per questo forse completa. Pensiamo alla sua esperienza di madre, che ha destato enorme scandalo e suscitato smisurate critiche in chi non ha saputo cogliere nella sua dolorosissima decisione di separarsi dal proprio figlio il gesto rivoluzionario di una madre sociale, che ha voluto salvare il bambino e, attraverso ciò, il suo bambino. Il legame fortissimo, quasi simbiotico, che ha avuto fino all’ultimo respiro con il figlio Mario - da cui è stata lontana i primi quindici lunghi anni della sua vita - dimostra che la maternità è presenza nell’assenza, perché come dice Recalcati, la funzione materna unisce il desiderio non alla legge (del padre), ma alla vita. In questo modo Montessori ha tratteggiato un sentiero a ritroso, che da un interesse universale (verso l’infanzia) l’ha condotta verso il desiderio non anonimo o interesse particolareggiato per suo figlio. Il segreto dell’infanzia coincide difatti con il mistero della vita, che Montessori enfatizza nella sua visione del bambino come embrione spirituale. Contro gli stereotipi della madre coccodrillo e della madre narcisista, Montessori sposa l’idea di una maternità simbolica di lacaniana memoria, che oltrepassa la cultura patriarcale volta a cancellare l’eccesso della femminilità attraverso l’idealizzazione della maternità come sacrificio di sé, per aprirsi a un nuovo modo di essere donne. Essere donna è un diritto, e come tale si esplica nell’opportunità di studiare (anche in Facoltà prettamente maschili come Medicina), di viaggiare (Montessori ha girato il mondo, e ha viaggiato anche in gravidanza) di lavorare, di partecipare alla vita politica (pensiamo alle sue battaglie per il diritto di voto delle donne decenni prima che fosse concesso), di essere in sostanza generative non solo nel senso biologico del termine. Maria Montessori ha agito il suo desiderio contro ogni forma di violenza maschile, e per questo ha saputo trasmettere il sentimento della vita quale eredità autentica della funzione materna e direi anche educativa. Fuori da ogni forma di adulazione o demolizione, ciò che tento di fare nel testo è rileggere l’opera montessoriana oltre i rigidi schematismi che oppongono i suoi seguaci ai suoi detrattori. Maria Montessori ha avuto la fortuna di essere amata (quasi adulata) da persone e gruppi sociali appartenenti a ogni area del mondo, a ogni professione, a ogni fede religiosa e politica. Contestualmente, ha avuto la sfortuna di essere osteggiata (quasi perseguitata) dalla stessa varietà di persone e gruppi sociali. Credo che questa sia una delle prove inconfutabili della trasversalità e della complessità della sua azione. Illustri studiosi montessoriani hanno saputo delineare gli intricati rapporti che la dottoressa ha intessuto con la Chiesa cattolica e con il fascismo, su cui ancora è importante fare luce. Da pedagogista, io ho dato maggiore spazio alla traduzione del metodo nei termini delle sfide attuali della scuola, ad esempio rileggendo la sua pedagogia speciale nel linguaggio della scuola inclusiva, la sua educazione cosmica nell’orizzonte della cittadinanza globale, e la sua idea di disciplina nelle forme dell’autoregolazione anche alla luce del contributo delle neuroscienze. Quest’ultimo concetto è essenziale per rivedere il ruolo dell’educazione oggi, che non riesce a tenere insieme adeguatamente il necessario controllo con l’altrettanto necessario supporto nelle attività di cura, a causa di un’errata concezione del bambino che da un lato appare estremamente vulnerabile e dunque da iperproteggere, e dall’altro estremamente incontrollabile e dunque da soggiogare. Entrambe le visioni sono castranti rispetto a una idea di disciplina della libertà che è invece lo strumento di cui può e deve dotarsi l’adulto per promuovere lo sviluppo infantile e di conseguenza l’emancipazione della società. Da questa angolazione, la scuola montessoriana perde il suo alone serioso, in cui i bambini intenti al lavoro svolgono ripetitivamente e silenziosamente compiti individuali, ma diventa un opificio di felicità, uno spazio in cui giocare a essere vivi, come bene ha ricordato Garcia Marquez. Può sembrare davvero un paradosso pensare a questo modello di scuola nell’era Covid, ma per riformare la scuola dovremmo forse ripartire proprio da ciò di cui sentiamo maggiormente la mancanza. La scuola è movimento e non staticità, è attività e non passività, è collaborazione e non solo esecuzione, è motivazione e non solo prestazione. La scuola ha innanzitutto bisogno dei bambini, che la dottoressa definiva cittadini dimenticati, e ciascuno di noi ha bisogno di ricordare e ritrovare il bambino che è stato, per promettergli un futuro migliore. Credo sia questa l’eredità più preziosa che Maria Montessori ci ha lasciato. A noi il compito di custodirla gelosamente.

                                                            Valeria Rossini

Credo sia una testimonianza molto importante per tutti noi. Nessuno può dirsi estraneo al problema della formazione delle nuove generazioni per sperare in un futuro migliore. La sorgente di questa speranza che, come fiume, percorre tutta la nostra vita fino alla foce, è proprio il bambino. Ritroviamolo in noi e saremo di nuovo alla sorgente della nostra vita, all’inizio della nostra alba.

A domani, sempre alle ore 19, per il nostro Retino. Ciao

domenica 7 febbraio 2021

Domenica 7 febbraio 2021: del Saggio su Maria Montessori di Valeria Rossini

Presentazione del saggio: Maria Montessori di Valeria Rossini - 5 febbraio 2021

Come fiume che prende vita da una zampillante sorgente piena di luce e scorre agile lungo argini di un percorso che attraversa ben centocinquant’anni di storia per versarsi nel mare turbolento e ricco d’insidie dei nostri giorni, ecco il saggio di Valeria Rossini, Maria Montessori - Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare - appena pubblicato dalla San Paolo edizioni.

Ho scelto la metafora del fiume, che dalla sorgente del passato giunge alla foce del presente, perché trovo questo saggio della prof. Valeria Rossini ben argomentato, scientificamente e letterariamente, a partire dalla scelta di trattare la figura “complessa, caparbia e geniale” (e cito Andrea Bobbio, suo prefatore) di “donna nuova”, quale è stata ed è Maria Montessori, fino a giungere allo scopo e alle finalità ultime che la pedagogista si prefisse di realizzare.

Tra sorgente e foce si snoda una trattazione chiara, scorrevole, con guizzi interpretativi originali, che toccano la punta dell’iceberg della vita e delle vicende professionali, personali e umane della scienziata e pedagogista anconetana, in riferimento anche ai tempi difficili tra l’Ottocento e il Novecento (“due secoli l’un contro l’altro armati”, come scriveva il buon Manzoni), in cui, tra ambiguità socio-politiche e contraddizioni scientifico-culturali, Maria Montessori fece scelte anche dolorose e coraggiose, per affermare il suo metodo didattico e per fondare le sue “Case dei Bambini” a misura dei reali bisogni di questi ultimi e delle loro innate capacità. E, quindi, per rendere “viva” e “libera” l’infanzia, spesso vittima degli adulti anch’essi purtroppo “armati” contro i bambini a causa della loro sottaciuta “volontà di dirigerli secondo personali convinzioni” (e qui cito un’affermazione dello studioso Scocchera), spesso del tutto errate, ma mai riconosciute come tali. E questo purtroppo accade anche ai nostri giorni, nonostante la “scoperta del bambino” propria del Novecento e le tante conquiste psico-pedagogiche e metodologico-didattiche riguardanti l’Infanzia.

Se la motivazione di Valeria Rossini è, dunque, la lontana scoperta di Maria Montessori e la grande ammirazione provata per la sua personalità (fiume a volte carsico, oscuro, pietroso) e la sua opera, il fine è quello di voler continuare sulla sua scia, con le dovute rinnovate interpretazioni, per far tesoro della sua lezione e per realizzare ancora l’utopia di una società più giusta e solidale, attraverso un bambino “padre dell’uomo”, costruttore di sé stesso con una personalità libera, responsabile, aperta alle curiosità intellettuali ed etico-sociali del proprio tempo a partire dal passato per proiettarsi verso ogni possibile domani. Dunque, un adulto sicuro di sé e motivato verso gli altri. Rivolto a strutturare un “nuovo umanesimo” nella società interplanetaria del prossimo futuro. Tra mille inevitabili contraddizioni, ieri come oggi.

Simone Weil, del resto, afferma che noi siamo abitati appunto da “inevitabili” contraddizioni che sono proprio per questo salutari, perché solo dagli innumerevoli contrasti, che costellano la nostra esistenza, viene fuori una possibile verità su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. È quanto Valeria Rossini riesce a fare, con apprezzabile maestria e straordinaria competenza, raccontandoci la vita complessa e, per alcuni versi, oscura e insondabile di Maria Montessori, e l’opera vivificatrice delle sue scuole per l’infanzia disadattata e normodotata, sparse in tutto il mondo, con tutti i chiaroscuri e le incrostazioni che, nell’arco di un secolo, ne hanno offuscato luminosità ed efficacia.

Ma le conclusioni, a cui perviene l’Autrice, smontando pregiudizi e costruendo, tessera dopo tessera, l’intero mosaico del “metodo” montessoriano nella sua unicità e nella sua validità anche ai nostri giorni, sono confortanti perché recuperano, oltre la vivida intelligenza della grande pedagogista, non disgiunta da un ironico senso dell’umorismo, anche la sua profonda umanità. Maria Montessori, infatti, pur temendo per la sorte delle sue scuole, spesso snaturate dalla rigida applicazione delle regole del suo metodo, costruito in corso d’opera e, quindi, sempre “in fieri” nelle sue intenzioni e aspirazioni, riesce a rendere più lieve l’amarezza provata, e più forte il suo “universale e imperituro” messaggio: la “necessità di sostenere il bambino nel suo percorso di autorealizzazione e di socializzazione, educandolo all’amore per il lavoro e alla collaborazione con gli altri”. Educandolo soprattutto con amore.

E vorrei concludere con una nota a margine, da poetologa: Valeria, di cui conosco creatività, immaginazione e sensibilità poetica, in qualche modo rompe gli schemi classici del saggio concettuale e razionale per dedicare non a caso, efficacemente e pertinentemente, a mio parere, il suo libro ai figli “Marco e Arianna sorgenti d’amore”; dedica, che ben si attaglia all’ultima connotazione della pedagogista, che ha educato soprattutto “per Amore” e “con Amore”.

Valeria giunge persino a catturarci con un sapidissimo gioco di parole che conclude la sua Introduzione perché ringraziare vorrebbe chi ha saputo rappresentare un punto di riferimento solido in una società liquida, attraversando il tempo con un permanente dinamismo che, fuori da ogni trasposizione ossimorica, costituisce la cifra dell’educazione dei bambini e per i bambini. Inossidabile come l’oro, preziosa come loro.

Una sorta di figura retorica efficace e decisamente bella. La paronomàsia: accostamento di due parole simili con significati diversi.

Basta un apostrofo o meno e tutto s’illumina di verità e di poesia.

A Valeria Rossini vorrei rivolgere infine due domande. La prima: data la felice scelta del sottotitolo, diviso in due definizioni lapidarie. 1. - Una vita per l’infanzia - connotante la personalità e la vita di Maria Montessori. 2. - Una lezione da realizzare - una sorta di imperativo categorico che tu evidenzi per affermare la tua determinazione a realizzare la lezione montessoriana. Ti chiedo: cosa senti di aver realizzato effettivamente nella tua esperienza di pedagogista e di docente che si occupa di pedagogia dell’Infanzia e di formazione degli insegnanti?

La seconda: stiamo parlando anche di un Libro di formazione: sappiamo che il primo ad usare la definizione di “romanzo di formazione” fu Goethe nel ‘700 in Germania, genere che si diffuse rapidamente in Francia, Inghilterra, Italia fino ai nostri giorni. Qui si tratta di un saggio e non di un romanzo: quale significato assume la “formazione” tra disciplina e libertà, in questo contesto?

Grazie. Ti ascolto.

                                         Angela De Leo

Purtroppo, non abbiamo potuto registrare le sintetiche ma chiare e puntuali risposte della prof. Rossini. Risposte, che sarebbero state molto utili per far riflettere opportunamente soprattutto sulla “formazione” nel superamento tra i contrapposti e apparentemente ossimorici principi ad essa sottesi: “disciplina” e “libertà”. Ma ho ricevuto stamattina da lei in dono questa poesia, che ha scritto a Roma mentre svolgeva il lavoro di ricerca dei documenti da consultare e studiare per procedere alla stesura del suo Saggio. Corrispondenza di amorosi sensi? Fate un po’ voi.

              Lungo il Tevere

                Vulnerabile

come il canto strozzato del fiume

la mia ombra si arrampica

lungo il ponte che incespica

     a gettare un appiglio

         un volo di corda

       tra l’acqua e il cielo.

E si specchia nel fondo la coscienza

   come sassolini sordi alla notte

      moltiplicazione frenetica

         di un’illusione ottica

     di un suffragio prospettico

   sul filo funambolo del sogno.

        E tra finestre di luna

              cerco ancora

     terre di parole da abitare

         ora che zingara vago

   spargendo inchiostri e silenzi.

Splendida poesia. Ed io, senza averne assolutamente idea, sono partita con la metafora del fiume…

Chi più zingara e chiaroveggente delle due?

A prestissimo. Ciao.

 

 

 

 

 

  

mercoledì 3 febbraio 2021

Il Retino delle Parole: mercoledì 3 febbraio 2021

Troppa solitudine in questi lunghi giorni di chiusura forzata agli altri, nel silenzio della nostra casa deserta di abbracci, parole, confidenze, abbandoni al dolore ma anche alla gioia. È una solitudine che pesa come macigno sul cuore, perché avverte sempre più crescente il “vuoto” di ogni assenza. Per questo è bene ancora parlarne. C’è solitudine e solitudine. Di solito la scopriamo soprattutto nella nostra anima. Dove la “sentiamo” più profondamente. E nella nostra casa quando è deserta di voci. La nostra casa che è la nostra stessa anima. Ma si può essere soli anche tra la folla. Se è subìta, è sicuramente più amara. Altre volte è voluta, ad dirittura desiderata, vedi Pasolini: soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose…
Per Quasimodo, invece, la solitudine non è individuale e cercata, ma universale e subìta, come nella magnifica ultima terzina di “Solitudini”, divenuta il meraviglioso frammento di “Ed è subito sera” (ogni essere umano è solo mentre occupa un frammento infinitesimale di tempo su questa terra pensando di occuparne il centro col suo ESSERCI: illuminato, ma anche abbagliato, e ferito da un raggio di sole - bellezza, bontà, gioia, ma anche illusioni, delusioni, inganni, astuzie, e tradimenti, invidie, gelosie, violenze psicologiche di ogni genere - quando sopraggiunge improvvisamente la sera, tempo del nostro precipitare nell’ombra e nel buio: di quanto sia stato o non sia stato di noi)
. E, se tanta solitudine abita in ciascuno di noi, nei poeti è spesso condizione fondamentale per esorcizzarla con la poesia.
Nella dolente poesia di Roberta Lipparini, meravigliosa e coraggiosa poetessa bolognese, c’è un’amara verità che frantuma la sua anima nella sua casa “vuota”: la casa è simbolo, come si sa, di noi stessi, la casa siamo noi. Averne “le chiavi” dovrebbe essere il massimo delle possibilità delle realizzazioni personali in tutti i settori della nostra umana esistenza. Ma dovremmo essere baciate e illuminate da un AMORE ricambiato. Quando, invece, viene a mancare la reciprocità di questo sentimento vitale, tutto si spegne e muore. E quel “vuoto”, che potrebbe essere riempito a nostro piacimento e appagamento, diventa il “nulla”. Di qui il processo di nullificazione del proprio cuore, della propria anima.
E il riferimento a Mario Luzi ci sta tutto. Nel grande poeta essa è processo addirittura di totale annullamento della parola o della sua efficacia: nel 1939 ebbe a scrivere in un art. intitolato “Sull’ombra”: che cosa può aggiungere mai la parola? Sempre più col tempo ci appare sospinta da un impulso di silenzio, da un gelo eterno cosparso nell’anima. Essa è il “non più nulla da dire”, il significato ultimo e incorrotto delle parole, spogliate del gesto...
Vuoto disperante il nulla, dunque! Un giudizio come condanna! Eppure, proprio Luzi in molte sue poesie ci lascia intravedere nella “frantumazione di sé e del sé la forza unificatrice e salvifica della parola. Contro la violenza del mondo, la parola creatrice.
E questo accade anche nella poesia di Roberta. La nostra poetessa si salva proprio in virtù della sua capacità di “annullare” il dolore con la lievità delle sue parole spesso intrise di cauta, tenera ironia, rivolta soprattutto a sé stessa. Senza mai compiangersi o compiacersi della sua pena di donna che ama troppo senza avvertire la stessa intensità di sentimento nella persona amata. Ma la scrittura fissa l’Amore. Gli dà consistenza materica. Storia e memoria. E perciò diventa incancellabile ed eterno, nonostante tutto. Nonostante l’accidentato percorso umano. Di qui le bellissime rime “ritrovate” e “rivissute”, rivisitate in forma del tutto originale tanto da consolidare lo stile poetico di Roberta Lipparini, a livello nazionale e oltre. Grazie, Roberta.
Ma anche per la carissima Anna Mininno vale quanto detto per Roberta. La sua scrittura è ancora più essenziale, spesso risolta nel frammento, illuminante e categorico, contaminato in alcuni casi da espressioni in lingua francese o inglese, dovute alle sue scelte letterarie e professionali e ai suoi lunghi soggiorni all’estero. Per impararle e praticarle. Anna salva la frantumazione della sua personalità per eccesso di autocensura e per eccesso di modestia a mio parere, con la “nominazione”. Nelle tante eccellenti prose la nostra Autrice si serve dei nomi propri, essenzialmente di donne, per rivendicare una peculiarità, un modo di essere, di agire e di pensare. Un modo che dia senso e significato e pienezza alle proprie storie. E alla propria storia. Un poetare elegante si snoda agevolmente sia in prosa che in versi. Ama gli Haiku, per esempio, che sono un inno alla natura e al fluire della vita, contenuti in argini ben definiti dalle leggi della loro composizione brevissima (tre versi di 17 sillabe o more secondo lo schema: 5-7-5), musicale, evocativa, tenera come la fioritura dei ciliegi.
E la parola ancora una volta la salva Anna Mininno dal guazzabuglio dell’universo femminile, in cui spesso rischia di perdersi tra razionalità sempre vigile e creatività sempre in agguato. Per fortuna la creatività, la Poesia. Grata anche a te, Anna, per tanta passione poetica che ci cattura e ci spinge a leggerti e a conoscerti sempre più, sempre meglio.
E, a questo proposito, catturo da fb una poesia di Francesca Petrucci che merita un nostro commento tanto è ricca di parole “mute” che “urlano” attraverso il cielo la propria momentanea (per fortuna) solitudine, la propria “anima persa”: bellissimo ossimoro a “catturarci” più del mio stesso retino. Ecco la poesia:

“PAGINE”

A foglio a foglio/ Percorro cieli che urlano/ Parole mie, mute.// In questo guscio d’ombra/ Senza fine (sembra)/ Soffoco un sole d’anima/ Persa/ Dentro il crepaccio/ D’uno specchio incandescente/ A riflettere fiamme smarrite/ In sentieri di sabbie/ Smosse/ Da audaci impronte dolenti.// E, più in là, l’abisso!// Solo il cuore esulta/ A tratti/ A sbalzi/ In capovolte onde,/ In aneliti di lune sbagliate./ Persi/ Ma non sprecati,/ Stretti in roveti/ Che anelano alle rose.// Indelebili pagine/ Che sono la mia vita.

Le parole riempiono, uno dopo l’altro, i fogli (“indelebili pagine”) di una vita intera. Guai se non ci fossero le parole che, pur essendo spesso mute, vengono urlate dal cielo durante tutto il percorso esistenziale della poetessa, quasi una rivendicazione del proprio esserci al mondo e nel mondo con la consapevolezza di sé. Lei, abituata a vivere in “un guscio d’ombra/ Senza fine (sembra)”. Ed è bello quel “sembra” fra parentesi come se fosse un atto consolatorio per quel “senza fine” appena pronunciato. Perché, nella sua anima “persa” purtroppo, brilla “un sole” che potrebbe restituirle luce e splendore, se non si trovasse “Dentro il crepaccio/ D’uno specchio incandescente/ A riflettere fiamme smarrite/ In sentieri di sabbie/ Smosse/ Da audaci impronte dolenti”: quanto dolore per un’anima che si sa piena di sole, ma che è stretta in un crepaccio in cui si riflettono, come in uno specchio incandescente, tutte le sue orme pazienti, testarde ma smarrite, capovolte, fraintese, ignorate, che vengono rimosse da sabbie che inevitabilmente sono destinate a cancellarne le tracce. Ma l’abisso è più in là, oltre il crepaccio. Ed è per questo che, a tratti, “il cuore esulta” perché, nonostante i suoi sogni femminili (“di lune sbagliate”) spesso allo sbando di “onde capovolte”, ci sono momenti meravigliosi, in cui niente è perso completamente in quanto sono attimi “Stretti in roveti/ Che anelano alle rose” (intricati cespugli di spine che desiderano ardentemente che si risveglino in roseti): due versi di una bellezza inaudita. E le sue parole non più mute raccontano la sua storia vincente su ogni condizionamento, ogni dispersione di sé. Ed è vittoria di parole. Francesca stessa vincente.
Ma scopro su FB altre felici contaminazioni sul tema delle chiavi, la casa, la solitudine, che io catturo per dare un senso al nostro incontrarci e stare insieme con Poesia.

“ORME” di Mariateresa Bari:

Nell’armadio lo sfinimento,/ alla finestra una scialba aria/ cinguetta senza ali,/ niente chiavi alla porta./ L’orizzonte incurva la schiena/ nel brivido dell’ultimo lampione/ al primo raggio./ Orfano del suo nome/ che sulla riva umida di parole/ non lascia orme.

Anche qui il dolore di una condizione di vita senza ali. Anche qui una casa/anima (e ne hanno parlato, con testi molto profondi e poetici Elina Miticocchio e Vito Di Chio, che ringrazio tanto) inaccessibile, questa volta, per mancanza di chiavi. Neppure quel possesso è concesso alla nostra poetessa (e l’allitterazione qui della sibilante ci sta tutta per fare sentire meglio lo strisciante sibilo squassante). E quanta solitudine, quanta nullizzazione negli ultimi versi giunti alla “riva umida di parole” che “non lascia orme”. La tua poesia, mia cara Mariateresa ha tracciato un profondo solco in me. Lo traccerà, ne sono certa, anche nel cuore di tutti noi. Gratificante, ma non necessariamente importante, il notare che si fa tesoro di quanto io vada commentando nel Retino, cercando di dare un mio senso e significato alle parole catturate o “incontrate” nelle poesie che porgo all’attenzione di quanti vivono con me questa rasserenante (spero) avventura. La contaminazione è molto significativa: è uno stimolo a scoprirsi, ad incontrare gli altri, ad andare oltre. A confrontarsi. Ad essere davvero insieme.
Ed ora è tempo di chiudere. Di ricordarvi che venerdì alle 18,30 parlerò anch’io del libro di Valeria Rossini su Maria Montessori e alle 19,30 ci incontreremo come sempre con il Retino. Buona giornata di tranquilla clausura in casa. Se potete e volete, scrivetemi. I vostri commenti sono graditi. Attesi. Ciao

sabato 30 gennaio 2021

Sabato 30 gennaio 2021: Nico Mori, poeta nella vita e nella scrittura

 Vi propongo il suo testo da me commentato ieri: IL VIAGGIO

Partono

all’alba i pescatori di sogni quando

il primo sole arrossa le vele

e il pensiero,

lontano da tortuosi labirinti della mente,

vola su bianche montagne di nuvole.

 

Navigano

verso promesse e miraggi dell’orizzonte,

tra furibonde tempeste di perché,

alla vana ricerca di una dea del mare

che incantevole,

sensuale, magica e innocente,

imprigioni l’Infinito in un sorriso

e nei solchi dell’anima semini speranze.

 

Giungono

a sera sull’orlo del mondo e, nel buio della notte

Incombente, scorgono l’ultimo approdo,

il porto sconosciuto dove la corrente e il vento

spingono le barche nell’ultima traversata.

 

Allora, con occhi stanchi,

accendono lanterne rosse con l’olio dei ricordi

e vanno, scivolando nel silenzio,

verso l’ASSOLUTO

pescatori di sogni…

Il viaggio, dunque, metafora della vita. Parla di Nico e dei poeti, pescatori di sogni, ma parla di noi, di ciascuno di noi. Come già detto. Vorrei puntualizzare solo alcune altre mie interpretazioni e riflessioni che non sono riuscita a evidenziare ieri. Per esempio: “e nei solchi dell’anima semini speranze”, bellissimo verso in cui l’anima diventa metafora di terra fertile e coltivata con cura, arata in attesa dei semi per fare germogliare a primavera le “speranze”. Ed è già un respiro, un protendersi verso il futuro. Che sia breve o lungo non importa. È importante agire, muoversi, navigare per mantenere viva nel cuore la Speranza, nostra eterna primavera dell’anima (di cui abbiamo già parlato).

E presto purtroppo giunge la “sera” tra “promesse” (le attese) e “miraggi” (le illusioni), “sull’orlo del mondo”, e di noi stessi, confine oltre il quale c’è l’altro dal mondo, l’altro da noi, il nulla o l’ASSOLUTO (il TUTTO), ma già la notte incombe e nel quasi buio, e gli “occhi stanchi” per tanto cercare (e spesso non trovare) scorgono a malapena “l’ultimo approdo,/ il porto sconosciuto”. Ed è questo porto sconosciuto che ci angoscia, come tutto ciò che sfugge alla nostra mente, il mistero dell’inconosciuto, che necessariamente occorre affrontare, senza soste e senza una via di fuga, il poter tornare indietro: “la corrente e vento/ sospingono le barche nell’ultima traversata”. Allora, vanno, “scivolando nel silenzio”: occorre riflettere sull’azione non voluta, ma subìta dello “scivolare” non “in” silenzio ma “nel” silenzio: “in” restituirebbe la volontà di chi scivola di lasciarsi andare nell’abisso silenziosamente, “nel” indica la condizione/atmosfera dell’abisso stesso. A mio parere. Ma per fortuna i pescatori di sogni fino alla fine scorgono non l’abisso del NULLA ma sentono l’immergersi nell’ASSOLUTO…

Sarebbe bello e utile per tutti noi se mi mandaste i vostri commenti, le vostre interpretazioni e riflessioni. Per me, la poesia non si decodifica, si interpreta. Quando il poeta l’affida agli altri diventa patrimonio di tutti e di ciascuno…

E nel Retino si sono impigliate tante altre parole: vele, orizzonte, approdo, labirinti, mistero, Assoluto… ne parleremo.

E aggiungo due prose poetiche di Nico, su cui vi invito a confrontarci:

ALLA RICERCA DI ME

Oggi mi sono svegliato… vuoto di me.

Ho ritrovato le chiavi di casa, il telefonino, gli occhiali, esattamente dove li avevo lasciati ieri sera, ma di me… nessuna traccia.

Devo essermi perso, stanotte, nel quartiere malfamato dell’anima che talvolta frequento, tra grovigli di malinconie che tolgono il respiro e pensieri ladri che, al buio, tendono agguati per rapinare emozioni che nascondo nelle tasche.

Aspetterò che il sole sia alto… e andrò a cercarmi.

 

L’ASSENZA

È stato scritto che il dolore e lo strazio dell’assenza di persone care misurano la grandezza e l’intensità dei nostri amori. Perché non la felicità?

Forse perché felicità ed estasi sono concetti finiti, hanno un massimo e ci riempiono di attimi intensi da vivere ma circoscritti nei confini del sogno.

Il dolore - invece - non ha confini: spazia e si trascina oltre il limite di noi e del tempo.

Il dolore naviga nell’Oltre, dove l’assenza dell’altro spegne ogni luce e, nel buio assoluto, i ricordi non sfumano ma, vivi più che mai, graffiano a sangue il cuore.

A tutti noi i commenti…  

E mi preme riportare alcune poesie che le nostre parole suggeriscono:

In questo mionostro deserto ciascuno vorrebbe scappare dalla propria stanza d’amore. Il vero conforto è dentro questo mese, questo giorno, quest’ora in cui l’anima vibra di breve emozione in una danza acrobatica tra note sparse e preghiera. Ci vuole speranza e coraggio per camminare e trascinarsi poiché se il mondo a volte esplode e il suo peso è insostenibile la melodia che arriva da noi può essere lo sguardo oltre…

E Mariateresa Bari mi scrive: Angela cara, quanti temi ardenti, si è toccato in queste righe… Così intense da richiedere un Tempo di riflessione. Il Tempo sacro di una naturale metabolizzazione, per riuscire a staccare i piedi da terra e guardare le cose dall’alto. A presto. E sempre grazie (“Domenica 24 gennaio 2021: ancora alcuni versi di Giovanni Gastel e Gjeke Marinaj…”)

E ancora, sempre da Mariateresa, commentando i “Quarant’anni” di due giorni fa:

Angela… Quanto profondamente conosco queste “bugie”! e, al solito, ho le lacrime agli occhi! Sono di ieri questi miei versi. Te li dono, con una carezza gentile. “Implosione”: Cos’è questo vento/ che implode dentro/ vado di acqua in acqua masticando./ Torbida e stagnante nel ticchettio/ che confonde l’onda amante/ senza sposa da accarezzare./ora che urge la tua mancanza/ faccio risvolti segnati dal troppo sale/ che imbratta i margini del mio cuore/ se più di te non dicono/ e custodisco farfalle.

Sono due poesie da riprendere e commentare. Ne vale davvero la pena. Accadrà. Avremo il Tempo giusto per farlo. Non azzeriamolo nell’attesa. Assaporiamolo, leggendole e facendo tesoro di ogni parola…

Buon fine settimana e… a martedì. Ciao

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 28 gennaio 2021

Quarant'anni... (per te, Nico)

Questa notte erano le 2,14 a tutti gli orologi. Un fulmine ha squarciato il cielo nuvoloso ha attraversato i rami spogli del tiglio infreddolito ha frantumato i vetri della mia finestrella sul giardino solitario di casa si è conficcato nel cuore con tutte le scaglie taglienti più delle lacrime. “Sono Manuela. Nico non c’è più...”. E, per andare in deviazione, come da bambina, dopo ogni perdita, ogni addio, ogni treno a portare via mia madre, col cuore in frantumi io canto. Con le scaglie di vetro e di lacrime taglienti a straziarmi l’anima, io canto “Bésame, bésame mucho/ como si fuera esta noche/ la ultima vez…”, la canzone che a Nico piaceva tanto. Tanto da farne oggetto di una sua dolente poesia: qui attenderò la dama di ghiaccio/ per l’ultimo appuntamento./ Le tenderò la mano/ e ballerò con lei/ e confondendo passi e respiri/ valicheremo i confini del Nulla/ al suono di una musica lontana/ che lentamente si spegne,/ come vita che fugge via dalle vene. (“Como si fuera esta noche la ultima vez” in Nico Mori, Al confine di me, SECOP Edizioni 2015).

E nel canto ti incontro la prima volta, fine anno 1982, in un luogo non luogo che si perde nella memoria dei tempi, dove presentavi la tua prima ironica, scanzonata, leggera come piuma di sorriso, silloge di poesie Non chiamarmi superficiale, e Tea rideva complice di tanta sfrontata dichiarazione di concupiscenza amorosa verso le tante donne che elencavi sornione e compiaciuto. Ma era lei che avvertivi, con una metafora bellissima, quasi carboni ardenti a bruciarti le mani, che sarebbero diventate di gelo se l’avessi lasciata andare. Simpatizzammo subito. Anche io stavo per pubblicare il mio primo libro di poesie e fosti tu a presentarlo nella Sala degli Specchi del Palazzo di Città della mia Bitonto. Cominciò così un sodalizio amicale e letterario che vide coinvolti, Primo, il mio difficile quanto geniale compagno di vita per circa mezzo secolo, e Anna Maria, mia amatissima sorella, ugola graffiante alla Joan Baez e chitarra tra le mani ad accompagnarla tra sogni d’anima e dolore, in tutte le nostre antiche sere di poesia, nelle salette culturali, nelle nostre case accoglienti e un po’ pazze di risate e di allegria, negli impervi luoghi, dove la dignità umana era una rosa coltivata nel giardino da mani ergastolane, e tenere di improvvisa scoperta di poesia. Dove la mente era solo una scheggia impazzita alla mercé degli psicofarmaci. Dove il corpo era umiliato e deriso per delle disabilità evidenti o nascoste ad occhi disattenti. Dove i bambini ti attendevano per imparare a sognare in rima dopo le regole di grammatica e dei numeri sempre uguali.

Sulle ali del canto e del dolore, sulle nostre parole poetiche ad una voce si rinsaldavano emozioni, sentimenti, si intrecciavano fili di luminosa seta e ruvida canapa come gòmena indissolubile d’amicizia vera, pura, disinteressata, generosa. E i nostri figli sono diventati adulti con noi, nelle nostre case, mentre i tuoi capelli e quelli di Primo e di altri compagni di avventura letteraria si facevano sempre più radi e più bianchi. Non i miei e quelli di Anna Maria, in debito con magiche pozioni coloranti a restituirci una illusione di eterna giovinezza.

Confidenze in andata e ritorno e lunghi silenzi di lunghe delusioni, amarezze, disincanti, oltre l’incanto di ogni voce, di ogni poesia. E chi nasce poeta muore poeta. Attinge dalle stelle e alle stelle ritorna con cuore bambino. 

Il più lungo silenzio, durato troppo a lungo per ricordarlo, ti vide superare le prime avvisaglie del tempo che non perdona; vide Primo superare le prime avvisaglie del tempo che non perdona fino a cedere alla curva degli anni, neanche poi tanti, ma quanti bastano alla “dama di ghiaccio” per recidere il filo. Un tempo lungo che vide anche me combattere ad armi impari un feroce duello con la stessa crudele Signora. Ma avevo Angeli a difendermi in terra e in cielo. Soprattutto in Cielo. E sono ancora qui, quasi un “miracolo vivente”. Detto persino dai chirurghi che mi hanno raccolto sulla riva di ogni deriva. E io credo agli Angeli e ai Prodigi. Ma forse il miracolo è avvenuto anche per te.

E oggi, dopo il tempo del nostro ritrovarci come se il tempo non avesse mai intrapreso il viaggio lungo quanto lungo e immenso il tuo mare, il mio mare, il mare da te attraversato con totalizzante passione, da me amato con immenso amore, le tue devastanti sofferenze imploravano un riposo, invocavano un silenzio, vagheggiavano un mare di meraviglie capovolto nel Cielo di ogni approdo. E la “dama di ghiaccio” è venuta in questa fredda notte d’inverno a esaudire il tuo sogno innevato e stanco. Spero che sia così. Mancava un poeta dalle ali d’angelo e dalla risata carica di ironia per sentire nuove ali e nuove battute dove tutto è umano e divino insieme. E oggi è tempo di ricordare.

Fu di nuovo subito Scrittura, subito Poesia. Abbiamo scritto ancora e ancora pubblicato. Io ho scritto le prefazioni ai tuoi nuovi libri. Tu, ancora una volta, ha presentato il primo volume del mio secondo romanzo. Bellissima sintonia, che ha stretto in una carezza leggera come soffio di vento quarant’anni di canto e incanto. Due anni di tribolazioni e croci inchiodate ai nostri corpi e ancor di più alla nostra anima, anime gemelle anche nella sofferenza e nel dolore.

Tu capitano di lungo corso e pescatore di meraviglie, con il tuo fraterno amico cileno Herman Rojas, fino a questa notte. Quanta complicità di sogni e poesie tra voi!

Quanta complicità di sofferenze e poesia tra noi: Tu sei l’amica più cara che ho anche perché la vita non ti ha risparmiato sofferenze e queste soltanto raffinano l’animo e la sensibilità non la gioia. Sapevo che avevi ragione.

E io fino a una settimana fa a fingere, con la morte nel cuore, una resurrezione che non avrebbe visto la nuova alba di oggi: tieni duro. Vai avanti con il coraggio che hai sempre dimostrato. A casa, fra le tue cose e le persone care, sarai più motivato a non lasciarti andare allo scoramento. Tienimi informata. Ti/vi abbraccio tutti.

Senza una tenerezza in più per non cedere al pianto. Ma tu sapevi già che per la prima volta ti stavo mentendo. Angela  

                                                  


domenica 24 gennaio 2021

Domenica 24 gennaio 2021: ancora alcuni versi di Giovanni Gastel e Gjeke Marinaj...

E riprendo, come promesso, con alcuni versi sull’Anima e la Speranza di Giovanni Gastel e Gjeke Marinaj. Venerdì, in una diretta un po’ sfortunata, per problemi di connessione subentrati dopo poche parole di inizio e ripresa dopo cinque minuti (una eternità a confermarmi che il tempo è una misura relativa che, se vissuta a livello psicologico, dilata o accorcia il tempo reale), ho cercato in qualche modo di calmare l’ansia, inevitabile per una come me che ha bisogno di tempi distesi e di atmosfere serene altrimenti va in tilt,e ho commentato in qualche modo una poesia di Gastel e stralci di due poesie di Marinaj senza poter chiarire le caratteristiche molto diverse della poesia dell’uno e dell’altro poeta pur nella loro innegabile bellezza e profondità. Cerco di porre rimedio oggi: Giovanni Gastel non mette mai i titoli alle sue poesie; Gieke Marinaj sempre e a caratteri cubitali; Gastel conclude sempre con il luogo e la data di quando la Musa è andato a visitarlo, Marinaj parla dei luoghi e dei tempi all’interno dei suoi componimenti poetici: luogo e data spesso fanno parte della narrazione. Per Gastel si tratta di un continuum di emozioni che culminano ad un certo punto nella necessità di tradursi in parole; per Marinaj sono momenti della vita che occorre raccontare per condividere con gli altri le gioie e i dolori vissuti. Entrambi amano la narrazione, lo stile discorsivo. In Giovanni le poesie sono quasi sempre brevi, essenziali, malinconiche per la nostalgia della purezza dell’infanzia e per l’assenza fisica di tante persone amate: spesso si passa dal monologo al dialogo, dal dubbio alla riflessione, con versi quasi sempre brevi o brevissimi. In Gjeke i versi sono perlopiù lunghissimi, a volte amari e cupi, altre volte luminosi e tenerissimi. In entrambi il dolore nostalgico per un impossibile ritorno al passato. Metafore ardite in entrambi. Molto più ricorrenti ed effusive in Gjeke. Entrambi fuori dagli schemi. Insoliti. Ironici e malinconici. Entrambi geniali. Giovanni alla ricerca continua di Dio. Gjeke alla ricerca continua dell’umanità nell’uomo.

E in queste poesie ogni lettore può trovarne conferma:

“Se come neve potesse

la pace del cuore

scendere su di noi.

Se il vuoto accogliesse

il nostro dolore

le nostre assenze

e restituisse presenze

e gioia…”

Così mi hai detto

appoggiata alla notte.

E io non ho saputo rispondere

ma ho pregato lo spirito del dolore

di alleggerire il nostro cammino:

Come angeli caduti

 vaghiamo nel mondo

aspettando il Dio che ritornerà

a placare questa terribile solitudine

dell’anima

Basterà una sua carezza a dare

senso ad ogni cosa. (Milano 2020)

Anche questa poesia comincia con un “se”, ma più che dubitativo è un “se” ottativo che la compagna di vita, “appoggiata alla notte” (verso meraviglioso che ci riporta alla notte del cuore a cui la donna sembra appoggiarsi per trovare sostegno e conforto al suo desiderio di venirne fuori, di superare insieme il buio), interrogandosi, cerca di comunicare al nostro poeta quel suo desiderio in un tentativo di dialogo e di riflessione in due. E subito ecco una similitudine dolcissima: “come neve”, che in questo caso è morbida, silenziosa, leggera perché è rivolta alla “pace del cuore”. E ancora un altro “se” anaforico, che accentua il ritmo incalzante della preghiera accorata affinché ogni vuoto possa riempirsi di “dolore e di assenze” per restituire "presenze e gioia". Il poeta non sa rispondere, oppresso egli stesso da quel buio e da quel dolore, ma innalza una preghiera proprio allo “spirito del dolore” per rendere meno greve “il nostro cammino” perché “come angeli caduti/vaghiamo nel mondo”: visione molto presente nell’immaginario artistico-poetico di Giovanni Gastel che ha fotografato una intera serie, davvero meravigliosa, di Angeli caduti sulla terra per punizione divina e costretti a vagare in molteplici situazioni di ribellione o di paura, dispersione di sé o anche disperazione in quanto sono senza la speranza del perdono di Dio. E senza Dio è impossibile “placare la solitudine dell’anima”. gli ultimi due versi sono di una dolcezza estrema che è Certezza più che Speranza: “Basterà una sua carezza a dare/ senso ad ogni cosa”. E qui il poeta abbina l’anima, deserta di Dio, ad una “terribile solitudine”.

Non la filosofia

o l’esempio

o i lunghi discorsi.

Sono le quasi invisibili cose:

Il leggero tremore delle mani

la linea discendente delle labbra

la curva pura del dorso

la ciocca dei capelli che ricade sulla fronte.

Questo mi manca

e taglia l’anima come una lama

in questa solitudine che sale

inarrestabile come una marea. (Milano 2017)

Stesso tema scopriamo nei seguenti versi che cominciano con una negazione perentoria per risolversi in un’affermazione di tutto quello che al poeta manca e che darebbe senso alla sua vita: “le quasi invisibili cose”. Alla numerazione precedente di tutto quello che non serve per vivere bene segue la numerazione di quanto all’autore manca: il lieve tremore delle mani, la linea discendente delle labbra tristi, la curva levigata e perfetta del dorso, “la ciocca dei capelli che ricade sulla fronte”. È l’assenza di tutto questo che “taglia l’anima come una lama” e la restituisce a una “inarrestabile solitudine”, come appunto avviene con l’alta marea. Questi ultimi versi ci rivelano l’arcano che io mi prefiguro come uno sguardo in andata o di ritorno per “vedere” tutto quanto elencato e di cui il poeta avverte la mancanza. Cioè la presenza dell’altro che è in grado di osservare le “quasi invisibili cose” e di capire e comprenderle. Sia che si tratti del poeta nei riguardi degli altri, sia che si tratti degli altri nei riguardi del poeta stesso. Mancano le persone care, i parenti, gli amici o quanti abbiano la sensibilità di scoprire sentimenti ed emozioni nel linguaggio del corpo, di tutto quello che si prova e non si ha magari il coraggio di dire. Per pudore, per timore, per un disagio esistenziale o sociale, per dissonanza culturale e così via. L’anima è qui abbinata soprattutto alla solitudine e alla mancanza di acutezza (intuitu personae) empatica e di sensibilità emotiva di tante, troppe persone. In realtà, Giovanni Gastel è un affascinante, generoso eroe del nostro tempo. Esempio di raffinatezza mista a grande umiltà e profondo altruismo. Ma anche di grande sofferenza per un senso di appartenenza/non appartenenza alla sua nobile famiglia e al suo mondo dorato e al mondo esterno, fatto di bellezza ma anche di fango, in cui è chiamato (vocato) a contaminarsi per sopravvivere. Per fortuna la sua vocazione poetica è anche per lui salvifica.

Gjeke Marinaj

SENZATETTO AMERICANO

Come anima dispersa cammini,

oltre i vitrei sguardi

dei manichini ben vestiti

nelle vetrine dei negozi,

dietro i vetri con le membra al caldo

in questa decantata America.

Cammini con le piante vescicose

lungo le assi marce del mito

le tue lacrime come schegge in cui inciampi.

La tua sentenza non porta firma,

ma sento l’eco della tua tristezza

anche qui, nel vuoto scavato

del mio cuore pieno di nostalgia.

In questa amara poesia, l’anima è quella “dispersa” del senzatetto che va per le ampie strade di un’America opulenta e stracciona, piena di mille contraddizioni. Il pover’uomo cammina guardando le vetrine con i manichini ben vestiti e confortati dal calore di un luogo protetto, mentre a lui è toccato in sorte il freddo del gelido inverno. Il poeta coglie il contrasto tra il povero clochard e i manichini simili a uomini eleganti e al riparo dietro le vetrine. E biasima il mito americano che si regge su “assi marce” su cui il senzatetto poggia i suoi piedi scalzi e pieni di vescicole doloranti, mentre inciampa nelle schegge taglienti e acuminate delle sue stesse lacrime. Quello che sei non è un abito firmato, pare dica il poeta che accoglie nel profondo del suo cuore tutta la tristezza del povero vecchio, mentre prova tanta nostalgia per la sua terra lontana più povera di beni materiali sicuramente, ma ricca di quell’umanità che ci fa sperare in un futuro migliore. E poi ecco una poesia colma ancora di tanta tanta tenera nostalgia.

 A MIA MADRE

La nostalgia di te

Dalla nostalgia di te sono devastato.

Rimpianto vasto come il mare

Sono gabbiano con le ali spezzate

Se non odi che tuo figlio è morto

cercami sulla soglia della prima alba

Ma se a un flauto io dovessi somigliare

allora per amor mio, madre - anima mia,

abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili  

Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni

Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche baratro sconosciuto

Nel mio straziante volo grido il tuo nome

E l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.

Di Gjeke Marinaj ecco una poesia intensa, straziante, evocativa, dedicata alla madre lontana, anima stessa del poeta (“anima mia”). Ed è subito “nostalgia di te”, ricordo dolcissimo e dolore acuto, sia pure velato di malinconia: νόστος e άλγος = dolore del viaggio o viaggio del dolore o, meglio, il ritorno del dolore o dolore che ritorna. Il ricordo del passato che non può tornare si fa cocente nostalgia, tristezza, rimpianto. Ma il “rimpianto” è meno crudele e non è neppure un dolore: è dispiacere che perdura nel tempo per quanto non sia stato possibile realizzare in passato. Infatti, per Gjeke la nostalgia è “devastante”, il rimpianto è “vasto come il mare”, si slarga e si stempera nella vastità del mare, ma non ferisce e non fa sanguinare come la nostalgia. (Almeno secondo me. Mi piacerebbe incontrare il vostro pensiero). Il poeta, pertanto, si paragona al “gabbiano”, uccello di mare per eccellenza che ci affascina col suo volo, ma qui ha “ali spezzate”. E subito il suo pensiero corre alla possibilità di non poterla più rivedere, sua madre, a causa magari non della sua, ma della propria morte: “Se non odi che tuo figlio è morto”: ecco, quel “non” rivela quasi il rifiuto da parte del poeta che la sua morte possa realmente accadere. Se non ti giunge voce della mia morte, “cercami sulla soglia della prima alba”: verso stupendo, in cui avvertiamo l’invocazione accorata “cercami” quando l’alba è appena un filo di luce che già vince il buio e il dolore e si fa chiarore e speranza appena “sulla soglia”. E ricompare ancora la soglia, bellissima parola, di cui abbiamo già parlato. “Ma se a un flauto io dovessi somigliare”: e subito riprende con l’avversativa “ma”, quasi a presagire e temere un destino avverso, e dovesse giungere a lei quasi suono di flauto (e mi sovviene che nel “Flauto magico” di Mozart il dolcissimo quanto dolente e nostalgico suono si vena di significati anche negativi e misteriosi, a cui Gjeke Marinaj potrebbe aver fatto riferimento), allora la prega di non abbandonarsi né a “meravigliose visioni” né a “lacrime febbrili”: di non lasciarsi andare né alla gioia del suo ritorno né al pianto convulso e irrefrenabile della sua perdita. E di farlo per “amor suo” (“Se mi ami non piangere” è  l’invocazione/esortazione/consolazione di Sant’Agostino), “madre - anima mia”: tenerissimo vocativo già da me evidenziato come totale unitaria identità di “madre/figlio”. Gli ultimi quattro versi sono difficilissimi da leggere senza perderci il cuore perché sono rivelatori della segreta e cogente motivazione del poeta a scrivere questa poesia alla madre con infinita nostalgia e straziato/straziante dolore: il ricorrente incubo notturno di cercarla fino allo spasimo ma di essere ostacolato nell’arduo ritorno da un dirupo “sconosciuto”, imprevisto, nel quale precipita gridando il suo nome e svegliandosi mentre attraversa “una finestra rotta” e dunque pericolosamente tagliente. Che lascia ferite e pericolo (presentimento?) di morte. Ma per sua e nostra fortuna Gjeke è ancora vivo ed è al culmine della sua luminosa affermazione come poeta e saggista, docente universitario, mentre la sua teoria filosofica, socio-antropologica e spirituale sta affascinando il mondo intero... 

A martedì 26 gen. h. 19. Ciao 

sabato 23 gennaio 2021

Sabato 23 gennaio 2021:Il Retino si nutre di commenti, chiarimenti, suggerimenti...

Comincio subito con un messaggio del carissimo Vito Di Chio:
Ieri sera purtroppo, non sono riuscito a sintonizzarmi con il “Retino delle parole”, per cui ho perso il commento di Angela sul tema dell’anima e della speranza in poesia. Leggo ora il tuo commento mercoledì 20 gennaio su la POETOLOGA. Grazie per aver pubblicato la poesia di Primo Leone dedicata ad Anna Paola “Fa conto di essere rugiada”. Introdotta dall’esergo di Omar Khayyam, le immagini trasformano le parole e il tutto si fa di una leggerezza amabile e conquistata nel canto e nell’amore per la creatura che sfiora il mondo e lo contiene già tutto intero… Mi piace molto l’immagine dell’anima come “stanza” (Elina). Mi ricorda la raccomandazione di Sant’Agostino: «Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'interiorità dell'uomo risiede la verità. (… in interiore homine habitat veritas".) È l’“uomo interiore” che scopriamo, quando c’è Poesia, “che a verità conduce”: la verità di sé e del mondo. Grazie!
Sono io che ti ringrazio, mio caro Vito, perché hai integrato e arricchito, con la tua straordinaria sensibilità poetica e il tuo stracolmo scrigno culturale, il mio commento alla poesia dedicata da Primo ad Anna Paola “Fa’ conto di essere rugiada”. Sì, la poesia vela e rivela l’“uomo interiore”, la parte più profonda e vera del poeta, nella sua essenza e presenza ma anche nella sua imprendibilità e nella sua assenza: il qui e ora. Ma anche l’altro e l’altrove. Dalla sintesi di tutto questo nasce la Poesia che “conduce a verità”. A una delle tante possibili verità? O alla Verità in assoluto? Ci sarebbe da scrivere mille trattati e forse non ne verremmo a capo. Il confronto ci aiuta molto a prendere in considerazione i vari punti di vista su cui riflettere. Le scelte vengono dopo e spesso appartengono alla sfera più intima e segreta e misteriosa di noi. Esseri sempre perfettibili e mai perfetti.
Vito mi manda un altro messaggio: Leggendo nel tuo blog “la POETOLOGA” i commenti alle “Parole del retino”, noto che hai dato molto spazio, com’era giusto nel primo mese dell’anno, al tema “tempo. “All’ombra del tempo” è d’altronde il terzo capitolo della tua silloge L’ora dell’ombra e della riva” (2015) che si apre in esergo con un famoso testo dalle Confessioni di Sant’Agostino, che trascrivo: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente, futuro. Forse sarebbe più esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempo esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro l’attesa”. La nostra esperienza del tempo si struttura come processo di continuità, come flusso continuo di percezione interiore di ciò che si sedimenta come memoria e si annuncia come attesa. Il “presente del presente” - afferma Agostino - è la “visione”. Più che visione bisognerebbe tradurre il termine latino che Agostino usa - “contuitus” come “attenzione”: è cioè quello sguardo dello spirito penetrante e libero (- intuitus), quella capacità finissima dello spirito umano di scoprire (di ritrovare) UNITÁ nella molteplicità delle verità parziali (con-tuitus) con cui ci confrontiamo nel nostro quotidiano.
Ancora una volta, Vito, proponi un’opera che mi sta molto a cuore e questa volta è una delle mie ultime sillogi di poesie, in cui c’è appunto la sezione introdotta dall’esergo sul tempo sempre presente, dovuto a Sant’Agostino. Mi piace tanto la tua puntualizzazione che ci guida a comprendere meglio e più approfonditamente la “visione”, che ha sollecitato in me dei punti di domanda e dei dubbi, sciolti da te in maniera semplice, cristallina, coerente con il tuo pensiero cristiano, efficace. Mi piacerebbe il parere anche di altri nostri compagni di lettura…
Così come mi piace l’intervento di uno “sconosciuto che ha letto "Il Retino di giovedì 21 gennaio 2021: le vostre, le mie, le nostre parole..." e ha ringraziato la nostra Mariateresa Bari per l’opportunità di intervenire, in maniera puntuale e attenta, che ho apprezzato molto, anche perché ha condividendo alcune mie affermazioni e distinzioni pubblicate giovedì:
Grazie a Maria Teresa per aver portato questo illuminante approfondimento, soprattutto nel suo aspetto di distorsione. La parola e l'umano sono in relazione, nel bene e nel male. La parola ci dona bellezza, ci migliora, eleva l'umano dalla statica e standardizzata anonima individualità all'essere persona. Unica, irripetibile, inviolabile. Un dono per il mondo. Tanti filosofi, da Ricoeur a Levinas hanno approfondito il senso sacro della persona e il suo portato nella realtà umana. La poesia è per le persone, credo. Né per gli armadi, né per i fiumi, né per il cielo né per gli orologi. La poesia è per e delle persone. Buon proseguimento di giornata a tutti!
Grazie di cuore, mio sconosciuto amico. Spero di averti anche nei prossimi incontri nel Retino e sul blog come fattivo lettore e interlocutore… A domani.