venerdì 22 marzo 2024

Venerdì 22 marzo 2024: LA SCUOLA, GLI ALUNNI, LE FAMIGLIE: scoperte che aiutano a crescere...

Con il tempo si impara la sottile differenza

fra sostenere una mano e incatenare un'anima, (…)

e uno comincia ad accettare le sue sconfitte

a testa alta e con gli occhi

aperti

e uno impara a costruire tutti i suoi cammini nell'oggi,

perché il terreno di domani è troppo insicuro per

far piani…  e i futuri hanno la forma di cadere

a metà.

(“Col tempo imparerai” recita una poesia

attribuita a Jorge Luis Borges)

E così, senza mai averlo messo in conto, sono diventata insegnante, mio malgrado e con tanto amore, attraversando nel tempo quasi tutti i gradi di Scuola fino a collaborare con l’Università per parecchi anni, fino a quando la prima caduta mi precluse l’accesso al terzo piano dell’Ateneo, dove c’erano le facoltà che più mi si confacevano. E sempre senza averlo mai messo in conto nei miei rari progetti di vita, tra sogni a migliaia, sono stata preparatrice per oltre trent’anni, quasi per caso, di centinaia di candidati ai vari Concorsi di reclutamento nella Scuola di ogni ordine e grado, persino per Dirigenti scolastici. Tutti gli anni della giovinezza e dell’età matura. Una vita trascorsa sui libri e tra i libri. Chi l’avrebbe mai detto. Mai dire mai. Eppure a sedici anni avevo detto: MAI! E, invece, fu lunghissimo impegno vissuto con passione. SEMPRE! E tante parole ma anche tanto ascolto. Quanto importante l’ascolto!(lina secondo te… lina che mi consigli… lina ho dei problemi posso venire un po’ prima devo parlarti… lina mi spieghi di nuovo questi appunti… lina ho il cuore gonfio… parliamone…

perché non metti sulla porta “succursale del centro di ascolto” per cuori infranti per coppie in crisi per donne in preda alla solitudine alla dispersione d’identità alle prese con il caos dei tanti appunti da scrivere e studiare dei libri da consultare degli anta alle porte del tempo che avanza e la beltà cancella?… Primo ironico sornione irridente…).

Io da anni insegnante. Io insegnante? Sì. Insegnante. Chi l’avrebbe mai detto? Grazie a mio nonno, mio antico e ottimo maestro di ascolto e di vita? A “rə sflamamìndə” (ai rimproveri a gran voce di nonna Angelina? Al mio arrendermi a “fare di necessità virtù”? Non mi so rispondere. Sta di fatto che nella mia vita non ho mai scelto quello che avrei fatto, sarei diventata. Tutto mi è capitato per caso, sollecitato magari dagli altri. Non lo so. Mi è capitato. Senza mai un’ambizione, una determinazione, una motivazione a diventare, a fare… So che ho insegnato per oltre ventitré anni, andando però presto in pensione per via di una prima caduta e del femore spezzato per la prima volta, che non fu l’ultima. Esperienze devastanti che non amo ricordare. Io insegnante, dunque, senza mai averlo voluto. Anzi! Con un certo disagio nella scuola elementare per via di materie che non amavo e di competenze didattiche che non possedevo. E più tardi docente di lettere nella scuola media con un respiro più mio in nuovi percorsi didattici e in nuovi ambienti di lavoro. Nuovi incontri. Nuove sintonie e distonie. Nuove colleghe e amiche di viaggi brevi e di confidenze lunghe, con risate a propiziarci ogni rinnovato giorno da vivere insieme con i nostri alunni, da accogliere in classi di speranze e difficoltà e da lasciare andare al suono della campanella. Uno sciamare di rondini all’incontrario. E il mio paziente raccogliere, questo sì, gli appena abbozzati sogni e gli scarsi progetti di vita di tanti preadolescenti per arricchirli di conoscenze e di speranze. Con empatia e dolcezza. Con il dovuto ascolto per scoprire piccoli talenti e grandi bisogni in attesa di aiuto. Per “star bene insieme a scuola”.

  E descolasticizzare la sempre odiata istituzione  

Condivisioni e confronti con colleghe/amiche con cui vivere la gioia/fatica quotidiana di educare, insegnando, e di imparare contemporaneamente. Battute da inventare con i dirigenti scolastici per ogni possibile ritardo ed evitare a me e alle altre un richiamo con le parole e un rimprovero nello sguardo. Nicchie di buonumore a propiziarci ogni nuovo giorno di intenso impegno formativo. Responsabilità e progetti per allargare orizzonti e dilatare esperienze conoscitive ed esistenziali

(professore’, non verranno mai i miei genitori a parlare con te è inutile che insisti rassegnati sono io il padre e la madre di me stesso…)

(Professore’ cùssə jè fìgghjəmə tu dògghə mòuə e mu vénghə a pəgghià chə la ləcènzə tra tre jànnə nàn tènghə tìmbə da pèrdə chə la scòlə e chə rə prəfəssùrə…)

(professore’ questo è mio figlio te lo lascio adesso e me lo vengo a riprendere con la licenza fra tre anni io non ho tempo da perdere con la scuola e con i professori…)

Amare lezioni di spicciola filosofia da imparare dagli ultimi. E rincuoranti confronti con i primi della classe. Anche loro con problemi, di altra natura certo, ma da ascoltare, da seguire, da guidare nei loro voli, nelle loro urgenze E i tanti alunni con disagi relazionali, linguistici, affettivi, comunicativi. E Domenico, padre di sé stesso, e Cassandra, orfana di madre e già matura con una nonna da accudire. E Valeria, bravissima a cimentarsi anche lei con testi poetici, ma anche lei con una enorme pena nel cuore. E Barbara, sua compagna di banco, altrettanto brava e altrettanto attenta. E Giacomo e Cesare a primeggiare per volare lontano…  Me li porto tutti nel cuore, senza fare distinzione alcuna, se non quella della urgenza della mia presenza, accogliente e attenta ad ogni loro disagio, nei giorni vissuti insieme. E anni lunghi vissuti nelle varie strutture scolastiche nei paesi più vicini al mio paese, dove non mi andava di insegnare, per intuibili motivi che è superfluo raccontare. Ma sempre con Parole da dire e da ascoltare e correggere e valutare a scuola e a casa. Parole con gli alunni, con gli insegnanti, con i Capi d’Istituto, con le famiglie. Con i genitori che venivano subito da me chiamati per “stringere un patto di alleanza" sui programmi da seguire insieme, sulle insolite metodologie che avevo in cuore di adottare, sulle valutazioni da fare in comune e persino le autovalutazioni da vivere a coronamento, nel bene e nel male, di ogni anno scolastico".

C’è un tempo per capire,

un tempo per scegliere,

un altro per decidere.

C’è un tempo che abbiamo vissuto,

l’altro che abbiamo perso

e un tempo che ci attende.

(Lucio Anneo Seneca)

Sì c’è un tempo per ogni nostra esperienza di vita. Un tempo per insegnare e un tempo per imparare? No. Un tempo per insegnare e imparare insieme! Se accadesse contemporaneamente, vinceremmo la più grande battaglia contro l’ignoranza e la diffidenza; contro la presunzione di chi crede di sapere e l’umiliazione di chi pensa di non sapere e si rifiuta di imparare… ce lo ha insegnato proprio Seneca circa duemila anni fa e non abbiamo ancora imparato la sua preziosa lezione: Recede in te ipse quantum potes; cum his versare qui te meliorem facturi sunt, illos admitte quos tu potes facere meliores. Mutuo ista fiunt, et homines dum docent discunt. (Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché gli uomini, mentre insegnano, imparano).

C’è un tempo per vincere e un tempo per perdere; un tempo per ricominciare, per incontrare gli altri e per incontrare sé stessi. Un tempo per amare ed essere folli d’amore oltre ogni dire. E un tempo in cui quei ricordi sono sorgente di vita più che di rimpianti. Ma è sempre, in ogni tempo, tempo di parole. Per comunicare. Per esprimersi. Per ascoltarsi. Anche i silenzi parlano a quelli che sanno ascoltarli. E anche con i figli c’è stato il tempo delle parole oltre al tempo dei silenzi. E nuovi ricordi mi illuminano il cuore. E non importa se li ripropongo ancora.

         Le parole… I figli…

Fiori sbocciati e non attesi e subito da me amati, subito protetti da ogni incertezza e sofferenza e subito lasciati ad ogni incertezza e sofferenza. Uno dopo l’altro: Raffaella a restituirmi risate e parole. Ancora oggi lei sa vestire le parole con ricami di sorriso e di luce. Ombretta, che ebbe fretta di nascere perché io potessi sapere del suo lungo pianto e delle sue risa di ciliegi incantati ad ogni primavera del suo cuore. Con parole inventate, arrangiate, distorte, cantilenate. Giuliano a donarmi la felicità nella frazione di un attimo: il suo affacciarsi al mondo. Il mio bimbo di sorrisi in un dilagare di giorni che speravo più sereni. E il suo tornare a casa con sempre un racconto strampalato da inventare per sorprenderci o farci preoccupare. Una fantasia indomabile di parole la sua conquista di libertà. Daniela, “la mia appendice che rischia di diventare appendicite con pericolo di peritonite”, come le ripetevo per il suo essere legata a me a doppia mandata, e ai miei biondi capelli che le regalavano “fiumi di parole tra noi” (I Jalisse) (perché io non ho i capelli biondi? li voglio biondi come ce li hai tu a furia di lavarli e pettinarli devono diventare biondi… anch’io da bambina li avevo castani poi con la polverina magica diventarono di sole e spighe di grano… li voglio pure io… quando diventerai grande… li voglio adesso…). 

Figli come ciliegie da mangiare a ciuffi a manciate. L’una tira l’altra. E letterine da insegnare a tutti prima che la scuola bloccasse la loro gioia d’imparare (a come Avventura/ b come Bravura/ c come il Cestino della frutta e la verdura/ d come Diamante/ e come Elefante… f come Farfalla che nel prato prenderò…). In intervalli di complicità e fatica, una nuova scintilla di vita sotto il mio cuore e un aborto oltre il quarto mese e un nuovo dolore da ingoiare con labbra mute. Esperienza lacerante con l’anima in frantumi da ricomporre ancora e ancora. Un altro bimbo a ricordarmi lacrime perdute in fondo al pozzo di una luna bizzarra e prigioniera. E parole da dedicargli e ninnenanne da cantargli in silenzio solo in silenzio. Non ho saputo mai urlare il dolore.

Ma i figli che crescono e si crescono senza una regola certa da seguire. “Che dite se oggi non andiamo a scuola?”, io seduta in cucina dopo la colazione a invogliarli a rimanere a casa, e i loro occhi increduli ad interrogarmi ed io incredula a registrare la loro voglia di andare, e il loro senso innato del dovere a chiamarli nonostante le tenere persuasive parole materne a trasgredire, e io a perdermi nella loro incredulità. Quella voglia di non andare a scuola era la nostra bandiera di descolarizzatori, mia e di Primo, issata sul pennone della nostra navepirata sempre in viaggio tra mille flutti e marosi, in mattine di pioggia o di neve, ma anche in azzurre giornate di sole (che dite? ce ne andiamo in campagna a vedere i ciliegi in fiore? conosco un campo che conosce i passi ridenti della mia infanzia…). Non avevo mai amato la scuola sin da bambina, e non l’ho amata neppure da insegnante amando, quasi più dei miei stessi figli, gli alunni; rovistando, soprattutto negli occhi dei più ribelli, dei più timidi, dei più lenti e svogliati, le loro difficili, amare, improponibili storie. Invogliando i più diseredati a recitare meglio dei più preparati le drammatizzazioni e le rappresentazioni teatrali che imbastivo durante l’anno scolastico soprattutto per loro: la loro e la mia rivincita in una scuola che li voleva perdenti e sconfitti. Che mi avrebbe voluto perdente e sconfitta senza riuscirci mai (‘non mollare mai non mollare di fronte alla regola… a due più due che deve dare quattro mentre per te è sempre più di nove… non mollare di fronte alla banalità di uno studio mnemonico di una lettura consigliata e non vissuta… di una grammatica o sintassi studiata sui libri e dimenticata nei testi da leggere e da scrivere… di una interrogazione che non ha senso se non ami quello che ti chiedono di dire’…).

E anche per oggi va bene così. Ma non demordo. Tra poco sarò ancora con voi e la mia detestata/amata scuola e il mio detestato/amato ruolo/compito di insegnante. Buona lettura. Angela/Lina

Nessun commento:

Posta un commento