domenica 10 marzo 2024

Domenica 10 marzo 2024: "ERA SOLO UNA BAMBINA", coraggioso romanzo di ISABELLA ANTONACCI...

Parto da una citazione: Franz Kafka nella lettera a Oskar Pollak (novembre 1903) così scrive: Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile al morso…

Punto focale, dunque, delle mie riflessioni, dopo aver letto il romanzo di Isabella Antonacci Era solo una bambina, è che un libro deve lasciare “tracce” profonde, vere e proprie ferite e cicatrici, da cui rinascere possibilmente migliori. È questo, a mio parere, uno dei compiti fondamentali di un libro: renderci possibilmente migliori.

E, infatti, l’autrice, in questo suo coraggioso romanzo d’esordio, affronta un tema quanto mai “aspro e pungente”: la storia di Mariuccia, la protagonista, che a soli nove anni viene stuprata con sadica violenza dal suo fratellastro non consanguineo, Angioletto, che “squassa” tutta la sua vita di bambina, facendola precipitare, ironia della sorte nettamente in contrasto con quel suo nome protettivo, nell’inferno familiare, e di una vita, molto breve tra l’altro, vissuta tragicamente tra tormenti, vessazioni, incomprensioni di ogni genere, maltrattamenti, dovuti ai pregiudizi, che si rivelano i sotterranei e impietosi coprotagonisti di tutta la vicenda. Rapinandola della vita e dei sogni. Rapinandola della sua stessa identità di bambina, costretta, appena dodicenne, ad andare sposa al suo stupratore da un terribile complotto, ordito senza scrupoli, da chi avrebbe dovuto difenderla e salvaguardarla da ogni male, per salvaguardare invece l’onore della famiglia e la sorte delle figlie più piccole, che prima o poi avrebbero dovuto trovare marito pure loro, ora che la notizia era sfuggita alle strettissime maglie-prigione della casa. Incolpevole, ma ferocemente colpevolizzata, vittima sacrificale Mariuccia ha pure un figlio, a cui dedica tutto l’amore che le è stato negato, ma il destino a volte si accanisce di più su chi ha già tanto sofferto. Il bimbo muore con conseguenze ancora più devastanti per la povera bambina-madre, subito abbandonata dal neghittoso marito con la scusa di dover servire la patria.

È bene ricordare che i fatti avvengono nel lontano 1933, agli albori del Novecento, definito, nel 1994, dallo storico marxista Eric Hobsbawm “il secolo breve”, perché racchiuso tra due date storiche molto significative: 1914 (scoppio della Prima Guerra Mondiale) e il 1991 (crollo dell’Unione Sovietica). In pratica, in un tempo molto travagliato, attraversato da due guerre mondiali, dal fascismo e dalle ferree leggi razziali che devastarono l’Italia, l’Europa e il mondo intero. A discapito della povera gente che viveva, tra analfabetismo quasi totale e conseguente ignoranza, una condizione di vita che, per quanto assurda e distante anni luce dalla nostra esperienza esistenziale di persone in transizione tra il secondo e terzo millennio, è stata la intricata realtà di quegli anni.

Isabella Antonacci ha il grande merito di aver narrato quella realtà in maniera apparentemente semplice e lineare, ma in verità ricca di vivide sfumature per descrivere con estrema chiarezza e con il linguaggio tipico della povera gente del Sud, verosimilmente di Bari e dintorni, i modi di essere e di comportarsi, sopraffatta dall’analfabetismo, dalla miseria materiale e morale, dai pregiudizi. Con una sua intransigente regola di vita, legata ad una particolare idea di “sacralità della famiglia”, in cui era intoccabile l’atavico ruolo di capofamiglia del marito, al quale moglie e figli dovevano cieca obbedienza per il suo lavoro nei campi o in bottega in grado di poter sfamare tutti i conviventi nella stessa casa. Ma, in fin dei conti, il ruolo principale, proprio nella casa, lo ricopriva la moglie, quale “vestale del focolare domestico”, dalla quale dipendeva il buon funzionamento o meno dell’intero universo familiare. Con le consuetudini, i modi di dire, i sentimenti chiusi a doppia mandata, e i risentimenti palesati con schiaffi e parolacce e rancori, covati in famiglia ma mai messi in piazza per “l’occhio della gente”, vera e propria iattura a cui nessuno sfuggiva, maschi e donne, ma soprattutto queste ultime che si nutrivano, all’ombra delle finestre, di pettegolezzi, credenze, asfittiche preghiere frammentate e sempre uguali, senza un briciolo di senso critico e di libertà, interiore ed esteriore.

Furono errori maturati in quel ginepraio di secolari tabù mai messi in discussione per mancanza di orizzonti più ampi, soprattutto per la povera gente del meridione. Si svilupparono, perciò, tragedie che neppure il buon senso riuscì ad evitare; tragedie causate anche dal degrado dei paesi del Sud, degli ambienti domestici piccoli per mancanza di mezzi economici, l’inevitabile promiscuità, l’asservimento totale della donna all’uomo per assenza di sostentamento personale.

In quei tragici anni nacque un fiore di rara bellezza, purezza, intelligenza, generosità, amore, Mariuccia, appunto, incapace per dote naturale di pensare il male e di farlo nei riguardi di chicchessia, destinata a “grandi imprese”, se un destino avverso non l’avesse segnata sin dalla culla.

Fondamentali, a mio parere, per districare meglio l’intricata matassa della sua storia, sono le “biografie” di ciascun personaggio del romanzo, ricche di sfumature importantissime, legate alle difficoltà di vivere, di affermarsi, di riconoscersi e di essere riconosciuti, come opportunamente l’autrice scrive, sul retro-copertina, per bocca di Suor Camilla, di cui si parlerà tra poco. Ma il riferimento è anche alla personalità e/o carattere, e/o inclinazione e/o temperamento di ciascuno che ne ha condizionato comportamenti, sentimenti, emozioni, scelte, conseguenze. A partire dalla protagonista. E con lei Rosellina, altra anima sensibilissima e bella, sua compagna di banco, figlia di Guglielmo, il misterioso, taciturno, ma gentile avvocato venuto dal Nord, con un alone di semi-clandestinità, che ha alimentato a lungo sospetti e pregiudizi su di lui, fino “a prova contraria”.

E occorre precisare che la narratrice ha l’abilità particolare di usare parole ed espressioni che rendono vive e palpitanti le tante storie raccontante, che vanno a confluire nella più grande storia della protagonista in una esemplare coralità di voci positive e/o negative.

Luminoso contraltare di Mariuccia, per esempio, è Rosellina. Entrambe anime elette, con una vita breve e colma di poche rose e tante spine.

Isabella Antonacci è una coraggiosa voce femminile che non fa sconti alle voci “sbagliate” di tante donne presenti nel romanzo, prima fra tutte Nellina, sciagurata madre di Mariuccia, vittima anche lei di sua madre e degli atavici errori comportamentali delle precedenti generazioni. Ma ci offre anche la carezza delle donne “giuste”: Suor Camilla in primis, la madre superiora di un convento di manzoniana memoria. Quest’ultima, al contrario di suor Gertrude, è ricca di talento e di carità cristiana, ma con mille dubbi sul suo apostolato in un luogo chiuso e protetto quale era il convento invece che nel mondo esterno e tra la gente carica di sofferenze morali e materiali, come avrebbe tanto desiderato senza riuscirci mai. Comare Bice, moglie di Comba’ Colin, altre due persone degne di rispetto e considerazione perché, non avendo avuto i tanto desiderati figli, sono stati e sono sempre premurose, protettive e presenti nelle tristi vicissitudini della ragazzina e di suo fratello Mimì, che tanto avrebbero voluto adottare come figlio, se non fosse stato per le reticenze della famiglia per evitare paventati pettegolezzi. Suor Agata, anziana ma forte e volitiva presenza nel convento, quale esempio di giustizia, solidarietà e umiltà. Sono figure femminili molto importanti perché pronte a farsi testimonianza, con la loro esperienza di vita, della infinita bontà e misericordia di Dio, nonostante tutto.

Ma ci sono anche voci maschili da prendere in considerazione, nel bene e nel male: il buon don Savino, parroco generoso e attento a tutte le sue pecorelle, ma che, per eccesso di zelo, non sempre riesce nel suo intento di proteggere Mariuccia e di essere portatore di serenità e di pace nella sua famiglia. A volte, suo malgrado, avviene proprio il contrario. Anche lui, causa indiretta e incolpevole, di tutti i mali della piccola protagonista del libro. L’avvocato Guglielmo, di cui si è già parlato. Tonino, sposo innamorato e sensibile di Graziella, la sorellastra di Mariuccia. Tonino fino alla sua triste fine fu sempre attento alla infelice sorte de Mariuccia, difendendola sempre dalle immeritate vessazioni della sua famiglia. Ma c’è anche la figura ambigua e negativa del funzionario comunale Giovanni Cerchetti, da oltre vent’anni impiegato nel municipio del paese, grazie a sua madre e alle di lei equivoche frequentazioni maschili e femminili. Entrambi saranno alla base della tragedia finale della povera Mariuccia. Del balordo fratellastro Angioletto si è già parlato col disprezzo che merita.

La “traccia” più nobile che fa nido nel nostro cuore ce la lascia proprio la protagonista del romanzo che, nonostante tutte le angherie, le continue beffe di un destino crudele e impietoso, è esempio di infinita bontà, comprensione, generosità, amore persino verso i suoi aguzzini. E vorrei ricordare che tra la povera gente del Sud la parola amore in dialetto non era contemplata fino a qualche decennio del secolo scorso. Si usava “amàur” con significato di “sapore” e mai di “sentimento”. È superfluo ricordare che in quegli anni, giù o su di lì, ci si sposava solo per convenienza e spesso senza neppure conoscere lo sposo scelto dai genitori e dal parentame. Mariuccia è un dono del Cielo perché e impregnata d’AMORE.

Ed ora una puntualizzazione o forse una provocazione.

Finalmente, con Isabella Antonacci, abbiamo una voce di donna che tratta un tema così delicato e scabroso con la sua lettura da donna e non maschile come perlopiù è avvenuto fino quasi ai nostri giorni per via di un maschilismo dominante per secoli, anche se attutito negli ultimi due secoli dalle rivendicazioni dell’universo femminile (e non femminista come molti sostengono ancora). Per parlarne meglio traggo spunto da alcune importanti riflessioni, di qualche anno fa, sul mondo maschile e femminile di un grande filosofo e saggista Umberto Galimberti, che in Le cose dell’amore (Feltrinelli  Editore, Milano 2013) parla della donna nella sua più alta espressione di Persona, che è innanzitutto dono di sé a sé stessa per essere in grado di donarsi e di donare agli altri, perché è essenzialmente una Donna d’Amore e l’Amore comporta anche tanta passione e condivisione, “tra entusiasmo e follia”, quale creatura che “sfiora il divino”, in quanto detentrice del potere della “creazione”. Per questo, rivisitando la Donna attraverso la Storia della Letteratura mondiale e tutte le altre espressioni artistiche, dalla Pittura alla Musica, alla Scultura, al Teatro, ci rendiamo conto che, sino ad oggi, si è trattato pur sempre di una donna cantata in queste molteplici forme dall’uomo e mai vissuta in prima persona dalla donna per le altre donne e per l’uomo stesso. Con le sole caratteristiche di seduzione fisica che l’universo razionale maschile le concedeva di scoprire e comprendere. Inevitabilmente ne viene fuori l’immagine di una donna a metà. Mai del tutto falsa. Mai del tutto vera. Sta di fatto che una donna è molto di più, delle singole tessere che gli uomini hanno presentato e presentano al mondo, non per incapacità nel definirle in maniera diversa e completa (cosa del resto impossibile per la sua imprendibilità), ma per l’impossibilità dovuta essenzialmente al loro pensiero logico-matematico che è in eterno conflitto con la natura erotico-romantico-creativa e generativa femminile, di cui non può assolutamente cogliere l’anima, molto più complessa della propria razionalità, rivolta al politico-sociale e semplice e chiara come la luce del giorno. La donna, invece, è notturna e misteriosa, lunare, fredda e lontana solo in apparenza perché poi ha quotidiane maree ad attirare a sé le forze marine sotterranee e in superficie, che solo la donna conosce e può rivendicare per sé e per le altre, assegnandosi il valore incommensurabile, dovuto alla cognizione profonda e inviolabile del suo potere di immortalità che può regalare o negare all’umanità. Ed è questo valore che le donne oggi vanno scoprendo e riscoprendo in sé stesse. Unito all’Amore oblativo che le porta a donarsi senza riserve e calcolo alcuno agli altri, in ogni ambito della loro umana esperienza. E l’AMORE ha il potere di cambiare il mondo e di renderlo sicuramente migliore con il sostegno e la forza dell’uomo al loro fianco, non un passo avanti o indietro o in altra direzione. È la Donna che scientemente e sapientemente deve dare la mano al suo uomo (sempre più in crisi di identità) per affrontare insieme con coraggio e determinazione le battaglie della vita e venirne fuori vincitori. È questa la Donna a cui rendere quotidianamente omaggio in trecentosessantacinque 8 marzo all’anno… (visto che ci siamo incontrati per presentare il romanzo nelle Libreria del Teatro Traetta di Bitonto, egregiamente gestita da Gianluca Rossiello, proprio il giorno della rivendicazione dei diritti delle donne. Gli uomini che si sono arrogati il diritto di parlarne o di scriverne non hanno potuto mai penetrare nel segreto e nel mistero della sua anima più profonda perché non hanno potuto sostituirsi a lei nella percezione reale del suo dolore o della sua gioia, del suo desiderio o rifiuto della maternità o della rinuncia di quest’ultima per motivi personali, difficilmente elencabili, ricorrendo a un aborto spesso clandestino a rischio della propria vita. La lacerazione di un abbandono, richiesto da circostanze su cui e difficile e non sempre opportuno indagare. Nelle parole di un uomo la donna è rimasta sempre mutilata, frammentata, sconosciuta. a meno che non si tratti di un uomo molto sensibile che riesce a fare sue le istanze di una donna, come Umberto Di Bari, innamoratissimo marito di Isabella. Occorre, perciò, prenderne atto e rimediare una volta per tutte, facendo spazio alla scrittura coraggiosa di narratrici e scrittrici che hanno scritto un’altra storia delle donne, più autentica e vera. E l’elenco nei secoli e soprattutto in questi ultimi si è fatto sempre più lungo e fiero.

Tra queste comincia oggi a farsi strada Isabella Antonacci, con la sua Mariuccia, scampolo di cielo terso verso cui alzare lo sguardo per ritrovarla in tutta la verità del suo essere “Donna-Bambina” mai colpevole (neppure nella scelta di morire per Amore dei suoi cari), pronta ad offrirci entro gli argini di queste due età sempre compresenti in lei, l’esempio sublime del Perdono. PER-DONO: un dono grande per tutti i lettori. Nelle parole di Isabella Antonacci il suo Riscatto e la nostra Preghiera.

E se ho cominciato con la citazione delle parole di Franz Kafka, desidero concludere con quelle dello psicanalista e scrittore (e non solo) Massimo Recalcati, il quale scrive: Il libro è un coltello, un corpo e un mare (da: A libro aperto. Una vita è i suoi libri, Feltrinelli, Milano 2018). Ed è un coltello perché bisogna fenderlo per aprirlo e leggerlo, pagina dopo pagina; è un corpo, perché è attraverso quest’ultimo che percepiamo e sentiamo il mondo esterno e interno per assaporare emozioni, sentimenti, stupori; è un mare, in quanto si slarga sempre più verso viaggi che portano lontano, se si ha il coraggio di attraversarlo, verso altre geografie e altri porti e altri popoli e altri usi e costumi, modelli di vita. Ma è anche percorribile nei sotterranei di coralli dei suoi fondali, dove albergano sogni e forzieri di nuovi misteri, nuove verità, celati ad occhi indiscreti e rivelati solo alla nostra anima…

Alla prossima. Angela/Lina  

1 commento:

  1. Cara Angela, sai qual è il problema che si crea quando il lettore comincia a leggere un tuo scritto? è che non saprà mai - prima - cosa gli accadrà. Il tuo raccontare è come una grande onda che ti porta leggera verso una meta che ignori ma che ti attrae. E così , immersa in quell'acqua, vai, senza altri pensieri e senza tempo. Alla fine della storia io, cara Angela, (ma credo chiunque ti legga) non vedo l'ora di comprare questo libro e farlo mio.

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