Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
venerdì 10 novembre 2023
Venerdì 10 novembre 2023: La PERSONA, come ARABA FENICE, ri-nasce dalle sue ceneri...
Ci sono uomini
con passi d'erba di albe
e tramonti in preghiera
tra mani di miele e sogno...
(a.d.l.)
Dopo qualche salutare giorno di silenzio, eccoci di nuovo insieme, nel solito dialogo-confronto tra noi. E, del resto, un blog serve a questo: creare momenti di incontro per affrontare un argomento da sviscerare per riflettere… Riflettere presuppone il silenzio, che aiuta il raccoglimento, lo stare bene con sé stessi, il penetrare nel profondo della propria anima la vera “essenza” di noi. Solo dopo esserci riconosciuti, nel bene e nel male, possiamo aprirci agli altri per condividere e arricchirci dei vari punti di vista su qualcosa che ci coinvolge, ci importa conoscere e di cui, magari, prendersi cura in continuità con quanto detto prima, con quanto ipotizziamo per il dopo. Ebbene, io oggi ho deciso di farvi partecipi di quanto andrò a pubblicare tra qualche giorno su CORRELAZIONI UNIVERSALI, la nostra bella Rivista cartacea, che sta riscuotendo grandi consensi tra autori e lettori, in un benefico confronto continuo. Ecco il mio articolo:
<Siamo giunti al sesto numero della nostra bellissima Rivista cartacea con la volontà/necessità/desiderio di concluderlo con un tema a noi molto caro, riguardante la PERSONA, quale ARABA FENICE che RISORGE puntualmente dalle sue CENERI con l’obiettivo del necessario cambiamento per migliorare il mondo di generazione in generazione e per creare una sorta di continuità nella trasformazione/conservazione della nostra UMANITA’ attraverso i vari paesaggi, in senso diacronico e sincronico, e spazio-temporale del nostro fugace passaggio sul Pianeta Terra. C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartennero nel tempo e ci appartengono nel presente, in cui dobbiamo nuovamente scoprirci per riconoscerci nelle nostre fragilità e imperfezioni, che conosciamo profondamente, quale essenza della nostra identità e personalità e che teniamo per noi. E i nostri punti di forza (capacità, abilità, forza d’animo, coraggio, perseveranza, senso realistico della vita che non è pessimismo e neppure facile ottimismo per tenerci in equilibrio come funamboli di noi stessi) ci sembra quasi di averli dimenticati. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire, ma niente è uguale a quanto tramandato, vissuto, esperito prima.
E qui mi sembra opportuno ricordare una delle profonde poesie della poetessa polacca Wislawa Szimborska, premio Nobel per la Letteratura nel 1996. La poesia si intitola “Nulla due volte”:
Nulla due volte accade/ né accadrà. Per tal ragione/ si nasce senza esperienza,/ si muore senza assuefazione.// Anche agli alunni più ottusi/ della scuola del pianeta/ di ripetere non è dato/ le stagioni del passato.// Non c’è giorno che ritorni,/ né due notti uguali uguali,/ né due baci somiglianti/ né due sguardi tali e quali.// Ieri, quando il tuo nome/ Qualcuno ha pronunciato,/ mi è parso che una rosa/ sbocciasse sul selciato.// Oggi, che stiamo insieme,/ ho rivolto gli occhi altrove./ Una rosa? Ma che cos’è?/ Forse pietra, o forse fiore?// Perché tu, malvagia ora,/ dai paura e incertezza?/ Ci sei - perciò devi passare./ Passerai - e qui sta la bellezza.// Cercheremo un’armonia,/ sorridenti, fra le braccia,/ anche se siamo diversi/ come due gocce d’acqua.
Ed è proprio vero. Solo apparentemente sono dei controsensi gli inevitabili ossimori della vita: senza Caino non ci sarebbe stato Abele, senza il giorno la notte, senza l’uomo il suo sguardo, la sua voce, il suo richiamo e la sua eco. La sua eco è metafora della nostalgia che ci prende, come per ogni ritorno (nòstos), che è gioia, ma anche dolore (àlgos).
Splendido il mito dell’ARABA FENICE vagheggiato dalla Redazione di CORRELAZIONI UNIVERSALI. In una struttura ad “anello” di felice ritorno al punto di partenza: alla PERSONA che, come Araba fenice, risorge dalle sue ceneri per rinnovare l’umanità. L’Araba Fenice, del resto, viveva nell’Arabia Felix, l’attuale Yemen.
“Secondo la leggenda, ne esisteva un solo esemplare al mondo. Dopo aver vissuto per 500 anni, prima di morire costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma, accatastava piante balsamiche al sole, lasciando che quest’ultimo le bruciasse”.
Di qui il rinnovamento. La ri-nascita per l’uomo e l’ambiente. E i valori?
Ritengo che occorra riferirsi all’Etica che tutti i valori ingloba in un percorso di riumanizzazione che pone ogni singola PERSONA in contatto con la propria ESSENZA, la propria ANIMA, in una scelta continua tra BENE e MALE, nella duplice versione di sé, e in contatto con la comunità che ha precise norme di vivere in armonia, e in maniera “giusta” e “solidale” con il prossimo.
A questo proposito, mi piace citare il mio fraterno amico, Francesco Bellino, per lunghi anni professore ordinario di Filosofia Morale, Etica della comunicazione e di Bioetica presso l’Università degli Studi di Bari. Il suo saggio Giusti e solidali: fondamenti di etica sociale (Edizioni dehoniane, Roma 1994) è stato per me fonte inesauribile di ispirazione non solo etica ed estetica, ma anche poetica e romantica, di quel romanticismo tedesco dello “Sturm und Drang” (“Tempesta e assalto”) che contrappose all’Illuminismo e al Neoclassicismo, la fantasia, l’immaginazione, la creatività di ogni artista e la sua spiritualità (nella esplorazione dell’animo umano in tutte le pieghe/piaghe più riposte ed estreme: angoscia, dolore, delusione, malinconia, ma anche passione, forza, coraggio nelle scelte di rinnovamento per amore della natura, e dei propri simili). Particolarmente interessante è stata la lettura della Rete di Indra, che “rivela il segreto dell’Universo”, in una splendida interconnessione di ogni PERSONA, di ogni essere vivente. A Watts, a tale riguardo, afferma: Immaginate una tela di ragno multidimensionale, coperta di primo mattino da gocce di rugiada. E che ogni goccia contenga il riflesso di tutte le altre gocce.
Lo stesso monaco zen, volato tra le stelle di recente, Thìch Nhat Hanh ci parla di interconnessione con l’intero universo, ma per interconnettersi bisogna sapersi ascoltare e per ascoltare è necessario il silenzio, preludio di ogni ascolto e di ogni conoscenza. Quanto importante il silenzio per concederci momenti di solitudine, cercata e agìta, per riscoprirci e riconoscerci nella nostra ESSENZA valoriale.
Ma, a proposito di essenza valoriale, non posso assolutamente ignorare una splendida poesia di Erri De Luca: Considero valore ogni forma di vita,/ la neve, la fragola, la mosca.// Considero valore il regno/ minerale, l’assemblea delle stelle.// Considero valore il vino finché dura il pasto,/ un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato,/ due vecchi che si amano.// Considero valore tutte le ferite.// Considero valore risparmiare acqua,/ riparare un paio di scarpe,/ tacere in tempo,/ chiedere permesso prima di sedersi,/ provare gratitudine senza ricordarsi di che.// Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,/ qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.// Considero valore il viaggio del vagabondo,/ la clausura della monaca,/ la pazienza del condannato,/ qualunque colpa sia.// Considero valore l’uso del verbo amare,/ e l’ipotesi che esista un creatore.// Molti di questi valori non ho conosciuto.
Certo, la conclusione è amara. E come dargli torto. Viviamo ormai in un mondo di dis-valori e tutto mette a dura prova le nostre minime certezze, pure non bisogna mai disperare. C’è chi, nelle sue DIVAGAZIONI su FB scrive poesie come queste “Li ho visti amarsi” e, in nome dell’AMORE, tutti i valori ritornano a brillare con fede assoluta: Li ho visti girare l’angolo,/ svanire alla vista,/ tra loro un sorriso d’avventura:/ e si diletta il mio cuore/ nel sentirne le risa./Li ho visti nel giardino,/ tra le viole,/ assieme inciampare/ tra rovi nascosti,/ sorpresi/ di provare rabbia e poi amore./ Li ho visti tenersi per mano,/ con tenerezza,/ tra loro sorrisi di promesse./ Sono uno nell’altro,/ sono tutto:/ sono bussola e àncora,/ rifugio e altura,/ onda e tempesta,/ sono abbracci sicuri./ Li ho seguiti un istante,/ con gli occhi,/ fino allo svoltar dell’angolo,/ felice li insegui col cuore:/ avevo conosciuto l’amore. (Giovanni De Girolamo). Mi piacerebbe tanto commentare ogni verso, tanto sono profondi ed essenziali.
E ancora, sempre dalla stessa fonte, ecco una perla dovuta a S. Agostino: “Giovane amico, se ami questo è il miracolo della vita. Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo. Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama senza chiedere altro all’infuori dell’eterna domanda che fa vivere di nostalgia i vecchi cuori.
Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire. Guardala negli occhi affinché le dita si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le sicure promesse.
Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi. Non crederti superiore. Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio. Se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere”.
Dunque, l’AMORE! Valore fondamentale anche nell’elenco dei valori di Papa Francesco nell’Enciclica “Fratelli tutti”, a partire dall’amore per i poveri e per “la povertà come stile di vita”: “Valori che aprono il mondo”. Per riscoprire il “volto fraterno dell’umanità”.
“I temi della fraternità universale e dell’amicizia sociale sono alla base della proposta del Papa”, ispirata a San Francesco d’Assisi. Il Papa sogna una chiesa povera e accogliente senza alcuna distinzione di alcun genere: tutti figli di Dio e tutti fratelli in Cristo.
Naturalmente il valore per eccellenza è l’amore, che “crea legami ed espande l’esistenza”. Occorre “aprire il cuore attorno a sé” perché “il pericolo più grande è non amare”. Il controvalore è “l’individualismo”, che si appropria della libertà altrui e ignora l’uguaglianza che ci rende concretamente “fratelli”.
Non a caso, infatti, Egli sostiene che “Il mondo moderno ha saputo realizzare effettivamente grandi conquiste in fatto di libertà e di uguaglianza, ma sulla fraternità sembra quasi impotente”. Ma anche la libertà e l’uguaglianza “sono valori fragili” perché “rimane esclusa la parola <prossimo>, che invece conduce ad una “umanità integrale” e alla promozione della Persona, che si fa “carico degli altri” perché l’altro è suo fratello, avendo cura delle sue fragilità e imperfezioni, di cui siamo tutti portatori. Occorre, inoltre, aver “cura della casa comune che è il nostro pianeta”. Insomma, “È importante oggi più che mai <accettare la sfida di sognare e pensare a un’altra umanità. È possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace> e dello sviluppo fraterno e concreto che garantisce la giustizia e la solidarietà“. E torniamo a “Giusti e Solidali” di Francesco Bellino.
Già, giustizia e solidarietà potrebbero salvare il mondo. Salvarci. Ma le sofferenze umane sono ancora oggi inenarrabili in tutto il mondo, dove guerre conosciute o ignorate fanno strage di uomini, animali, natura, bellezza, arte, civiltà. E i potenti, tronfi e appagati del proprio potere, continuano imperterriti, con tracotanza, indifferenza, insolenza, a ignorare, a invadere, calpestare i diritti di libertà di interi popoli e di ciascuna Persona. A distruggere, insensatamente, l’umanità e il nostro insanguinato Pianeta!
C’è ancora tempo per la Speranza? Io non mi arrendo. Credo ancora nella capacità dell’essere umano di sentire profondamente in sé il desiderio del Bene. Se abitiamo ancora questa nostra Terra dopo millenni di lotte e di massacri, vuol dire che ogni volta l’uomo, come araba fenice, sa risorgere dalle sue ceneri perché sa riscoprire in sé i valori kantiani, se non divini, incisi nel profondo della propria anima: Il cielo stellato su di me, la legge morale dentro di me.
E con questa Speranza, voglio concludere con la consapevolezza che sono passati gli anni dei profili intensi delle cose sugli specchi di ingabbiate dissolvenze delle realtà, vissute come sogno e di sogni creduti realtà, sotterranei grovigli ch’erano strade sterrate del cuore sempre pronto in me a sanguinare per ogni rosa coperta di spine. E rimpianti e attese e nostalgie e desideri. E passi senza sosta nell’andare… nella speranza d’inciampare in un groviglio di stelle, in cui naufragare di smemorato splendore.
Troppo tardi ho imparato il relativo, il “qui e ora”, il canto della rosa che arde di spine altrimenti muore.
Troppo tardi un planare di pensieri a dare senso ai rossi drappi di felicità fatta di tutto e di niente e bere, nelle coppe colme di sole, la pienezza dell’esistere: liquore di giorni di miele un tempo logorati da devastanti perché.
Oggi ho ricami di ore tra le dita con fili di seta per innamorarmi ancora della vita e stupirmi ancora. Per salvarmi dal nero della morte che per anni mi sfinì di terrore. Troppi coltelli mi ferirono di pianto. Troppo urlò la mia carne alla violenza di un mondo che ebbe mani assassine lontane dalla mia casa non dal mio cuore.
Alla ferocia di nuovi misfatti sulla terra di fango e palude oppongo fili colorati di parole, legati agli aquiloni ridenti nell’azzurro che sognano nelle piccole mani dei bambini. Sono loro che rendono foglia di Cielo ogni nuova alba, in cui si fa Anima ogni nostro Respiro… per farci “rinascere infinite volte” (E. Fromm).
Non a caso, la realtà dell’araba fenice adombra versi come i seguenti: Quante rose s’apriranno stamattina/ e quante ne cadranno domani/ o sotto le raffiche degli uragani/ avvizziranno. Ma il tempo ci affratella/ noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo. (Giuseppe Conte)
E, del resto, per fortuna o per indomito coraggio andiamo avanti per cambiare ciò che è possibile (e anche impossibile) cambiare: Dono immenso degli dèi/ il progetto di vivere/ questo tempo di quasi inverno/ che nasce/ ad una voce/ negli anni che s’addensano/ di malinconia./ Nuvole oscurano il cielo/ in attesa di albe d’infinito./ Cadrà la neve/ in un chiarore di mai spenta/ Poesia e avrà passi/ di danza su formichine/ addormentate in cavi/ d’alberi spogli come il rimpianto./ Accadrà che una festa di farfalle/ volteggi leggera/ nell’aria intrisa di fiocchi bianchi/ d’innocenza bambina/ al canto del cuore rinato/ (e avrà una preghiera/ di bianco candore/ per ogni dono che renderà/ Sacro il volto nuovo di ogni uomo/ domani) (a.d.l.)
sabato 4 novembre 2023
Sabato 4 novembre 2023: I Ricordi, il Passato, le Rimembranze, l'indefinito e l'Infinito leopardiano...
Ciò che nella vita rimane
non sono i beni materiali,
ma i ricordi dei momenti
che hai vissuto
e ti hanno fatto felice…
(Alda Merini)
E riprendo con i ricordi: 4 novembre 1918 entrava in vigore
l’armistizio che sancì la resa dell’impero austro-ungarico, ponendo fine alla
Prima Guerra mondiale, con l’annessione all’Italia delle “terre irredente”
Trento e Trieste. Ciò mi dà il pretesto di parlare della terza parte prevista,
dopo il Tempo e la Memoria, i Ricordi, partendo dai ricordi di mio nonno
Parte III: I Ricordi
Nei ricordi di mio nonno, ecco quella “verità” che gli aveva
attraversato la pelle e il sangue, trafitto il cuore ("ma nel cuore/
nessuna croce manca// È il mio cuore/ il paese più straziato" recita ora
il poeta per me). Ricordo il suo racconto, che celava, in un sorriso tenero e
pacato e nel vortice di un Cielo di neve di quel 1917, lo strazio per non aver
potuto afferrare i riccioli dorati delle sue bimbe falciate, in appena due
giorni, da una pertosse assassina.
Ma la cronaca di quei giorni ignorò del tutto il cuore
straziato di mio nonno. Ignorò il soldato che scappò sotto quella neve perché
era a due passi da casa e venne fucilato come disertore ed aveva solo diciotto
anni (uno dei tanti ragazzi del ’99, mandati a morire come capretti, sottratti
ai campi e alla casa, e del tutto ignari del significato stesso di Guerra, di
esercito, di nemico da ammazzare), e gli era rimasto negli occhi uno stupore
senza nome e senza preghiera. "Cosa ho fatto di male lungo il sentiero che
mi stava solo riportando a casa mia?", ebbe appena il tempo di dire
rivolto al Cielo che era tenero di piume e avaro di pietà.
Certo, sembravano fiabe quei racconti interminabili di mio
nonno, scampoli di verità di quei fatti lontani e ancora vivi nella sua anima
benché ascoltati da noi nipoti col lo stupore di bambini ignari della
cattiveria del mondo. Protetti dal cuore di nostro nonno, che ogni sera accendeva
solo per noi tutte le stelle perché potessimo imparare a sognare per superare
la paura e il disincanto, dato che prima o poi la vita ci avrebbe ingoiati nei
buchi neri delle sue contraddizioni e avremmo dovuto fare i conti con la
violenza, i lutti, il pianto...
E oggi sempre più spesso io mi rifugio in quelle sere sotto
le stelle per ricordare il suo raccontarci le verità vere, e forse solo a
tratti romanzate, dei giorni passati per riportarli a quelli presenti e futuri.
Sì, ora sempre più ho bisogno di quelle antiche certezze per ritrovarle ancora
intatte e non avere più paura del presente così devastante e del futuro così
precario e incerto per l'umanità intera. Devo partire da quelle lontane parole,
le uniche che avessero per noi profumo di verità...
Mia nonna sgranava gli occhi di bambina e s'accontentava di
ascoltare il suo uomo e di scoprire il piccolo mondo che palpitava di vita
appena fuori dalla sua casa. Lei sapeva accontentarsi. Era semplice e viveva di
cose semplici. Non sapeva leggere né scrivere, come la maggior parte delle
donne del suo tempo. Ebbe lunghi dolori di figli perduti alle sue braccia,
confidando nel buon Dio che donava e toglieva, secondo il suo “ricamo”, di cui
noi vedevamo solo il rovescio sotto la volta del Cielo (modo di dire usato da
San Pio da Pietrelcina), e lunghe risate a lenire quel dolore che nessun
cronista avrebbe mai raccontato o racconterebbe mai. Era un mondo semplice e
quasi piatto, il suo, che neppure un semplice e onesto cantastorie avrebbe mai
acceso dell'amore da lei vissuto in silenzio “del non detto”. Mio nonno sì,
aveva fatto palpitare e vivere quel loro mondo di sacrifici, silenziose
rinunce, quotidiana preghiera e lo aveva acceso di gioia e di memoria,
facendoci rivivere il loro passato e prevedere in qualche modo il nostro
futuro, che è solo il “passato capovolto” per chi lo sa inventare...
Ma i racconti di guerra alcune volte incupivano il suo volto
di una tristezza infinita: ci parlava anche del generale Cadorna che i soldati
avevano ribattezzato “carogna” per la sua rigida disciplina, per la fucilazione
di tanti soldati su cui gettava la colpa delle sue sconfitte. Ma poi, tornava a
scherzare come se quei ricordi fosse una nuvola nera a coprire solo per poco le
stelle… “e le stelle - diceva - erano più vere delle mie ‘minghionate’. Queste
spariscono, quelle restano”. Ma noi sapevamo che le sue parole erano più vere
delle stelle altrimenti il suo volto non ci avrebbe rivelato tanta tristezza.
Le parole dei vecchi, dunque, sono le sole parole vere di
cui possiamo fidarci? Le uniche in cui credere? Purtroppo, no. Non hanno filtri
i vecchi, né velleità di apparire. Vogliono solo consegnare ai nipoti la
tradizione ricevuta dai racconti dei loro nonni, forse per fermare il tempo,
prima che scappi via e li lasci deserti di memoria, svuotati di ricordi e di
parole perse nel tempo, di voci spente nella voce del vento.
Nelle loro parole, la rinnovata identità di noi stessi,
della nostra appartenenza, questo sì, ma contengono la “verità storica” dei
“fatti”? Purtroppo, no. Ora che sono vecchia anch’io posso testimoniarlo. Ma
ciascuno ha la sua verità. Che è sicuramente la propria verità, ma non può
essere assunta a “verità storica”. E ogni verità è frutto di personalità, di
passioni, sentimenti, emozioni. Esperienze pregresse. La stessa realtà ha
migliaia di volti e voci e parole e percezioni, incanti e disincanti diversi.
Ecco perché i ricordi non si fanno mai memoria collettiva. Confluiscono forse
nella grande Storia, ma spariscono senza lasciare traccia. La grande Storia è
appannaggio dei re, dei condottieri, dei grandi generali.
Significativa la poesia di Bertolt Brecht “Domande di un
lettore operaio”:
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Giusto. Tante vicende, disseminate in senso diacronico e
sincronico sul nostro pianeta, e tante domande che, come Brecht (fortemente
impegnato a lottare con il suo Teatro e le sue poesie contro l’analfabetismo
dei sentimenti dei ricchi, sempre intenti a perpetrare e perpetuare soprusi
contro la povera gente spesso attanagliata solo da quell’analfabetismo
strumentale che ne decretava l’ignoranza e ne strangolava rivendicazioni e
libertà), avremmo dovuto o dovremmo porci, prima di accettare per vera la Verità
storica e la stessa memoria. Ma noi ci accontentiamo dei libri di storia, delle
lezioni dei cattedratici, dei saggi dei grandi studiosi, infiocchettati di
retorica, inneggianti il ritrovamento dei documenti, inoppugnabili sulla loro
veridicità, e dimentichiamo questi dubbi elementari, ma essenziali, che
potrebbero condurci per mano a riscoprire il senso profondo dell’arroganza del
sapere e quello più innocente della purezza dell’umiltà di chi scopre
quotidianamente di non sapere tanto è l’abisso, in cui sprofondano i suoi
perché, e consapevole della impossibilità di conoscere un solo
frammento dello scibile umano. Già, l’umiltà! Virtù praticata dai nostri nonni
e oggi completamente ignorata dai più, convinti di avere l’abracadabra per
aprire tutte le porte del sapere o di tirare fuori dal cilindro la carta
vincente, la colomba che vola, il coniglio impaurito che suscita sempre e
comunque meraviglia e battimani negli sprovveduti spettatori. Quanti “Io sono
il migliore, nessuno può essere meglio di me. Sono io la luce che rischiara le
tenebre degli altri!”. Sarebbe più giusto affidarsi alla velleità del dubbio
piuttosto che all’arroganza della conoscenza e ripercorrere lungo i viottoli
impolverati dei campi, un tempo rigogliosi e oggi dimenticati, i canti di uomini
e donne abituati alla frugalità delle parole e dei sentimenti non urlati, ma
mai dimentichi di innalzare un inno di Gloria per il Creatore e tutte le sue
creature. Grati sempre al buon Dio del dono della semplicità e della vita. Dono
dell'“indefinito” smarginato e insieme angusto mondo del luogo di nascita, a
cui ci legano i ricordi, spesso nebulosi perché lontani nel tempo e visti con
occhi nuovi, dell’infanzia, adolescenza e prima giovinezza; e dono del
leopardiano “infinito” che ci attende oltre la “siepe” (“Che tanta parte
dell’ultimo orizzonte/ il guardo esclude./ Ma sedendo e mirando,/
interminabili spazi di là da quella,/ e sovrumani silenzi, e profondissima
quiete/ io nel pensier mi fingo;/ ove per poco/ il cor non si spaura…). Ma
è proprio il silenzio a far emergere nella nostra anima le tante voci mai del
tutto dimenticate. Ed è così che, di generazione in generazione, sopravvivono
le voci legate ai ricordi e, con i ricordi, le parole ascoltate, i valori
appresi soprattutto con l'esempio di chi si prendeva cura di noi, fino a che la
ribellione dei nuovi nati non è andata a sradicare la tradizione per proporre
altri ideali, nuove idee, insoliti comportamenti e pensieri. Nel tentativo di
rinnovare la società. L’errore dei giovani, però, è sempre in agguato, data la
loro inesperienza: purtroppo azzerano il passato trovandolo obsoleto, non
tenendo conto del prezioso dono della saggezza antica che va conservata nei
suoi valori di sempre e rinnovata in tutto ciò che è necessario cambiare per
naturale evoluzione e inevitabile trasformazione.
In realtà, tutto cambia e tutto si ripropone. Basta
conservare memoria del passato, riproponendolo con tutte le modifiche e
correzioni dovute al tempo presente in funzione di quello futuro.
Il passato: una brutta copia sgualcita, rimessa a nuovo non
più con carta e penna e inchiostro, né con la macchina da scrivere Olivetti
lettera 32 di mia felice memoria, ma con tablet, computer, cellulare di
ultimissima generazione per rincorrere il tempo che non dà tregua, proiettato
come un’astronave spaziale verso nuovi orizzonti e nuovi cieli.
Di qui la “nostalgia del futuro”, ossia dell’ansia di
rinascita continua nella riproposizione di nuovi domani. Con solidi e mai del
tutto scompaginati ancoraggi al passato. Per riconoscerci, riscoprirci,
ritrovarci in un tempo che non è più il nostro tempo eppure tutti ci contiene
nella sua eternità.
E mi piace concludere con una pagina del secondo volume del
mio ultimo romanzo, Le piogge e ciliegi, (SECOP edizioni -
Corato/Bari) dedicato appunto a mio nonno, leggendario e concreto eroe della
mia vita.
<… Per riconoscerci, dunque, è necessario scoprirsi,
accendere i fari sui ritrovati ricordi perché si facciano memoria di noi e
degli altri, individuale e universale, in un andare a ritroso in quella
galleria personale, dove spazio e tempo si azzerano per sconfinare in un
“luogo” che ci spaurisce perché cela il mistero di noi e lo attualizza con
spietata crudeltà. I fari illuminano quanto avevamo a fatica dimenticato,
quanto ci eravamo illusi di azzerare, quanto ci era sembrato giusto soffocare
nelle spire della “camera oscura”, dove si aggirano le nostre ombre. Quelle del
passato e quelle del presente, in una confusa sarabanda di tempi luoghi azioni
situazioni.
Soprattutto
le ombre
(analizzate
a fondo da Carl Gustav Jung),
che avevano reso buio il nostro cielo, condizionato
comportamenti nel nostro personale naufragio, in uno scrosciare di pianto da
non dire. Occorre imparare a convivere con le nostre ombre se vogliamo salvarci
dai sensi di colpa e dai rimorsi. E le lacrime non devono fare rumore se
vogliamo essere accettati dagli altri. Se vogliamo accettarci. Per questo le
ascoltiamo di notte. Le accogliamo e soffochiamo nel cuscino. Eppure sarebbe
bello scoppiare in lacrime di fronte al mondo e dire ecco la mia fragilità,
ecco il mio coraggio
(“e quanto è bello chiagnere”, dirà Filumena
Marturano dopo una vita di lacrime ingoiate e occhi di ostinato silenzio).
E oggi sono convinta che si può scrivere con autenticità
solo delle esperienze vissute in prima persona. Ed essere credibili. Altrimenti
è solo una costruzione logica o fantastica, ma priva di verità. Ed è
quest’ultima che rende universale la nostra storia privata. Soprattutto quando
fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto.
Tutto il resto è letteratura per mentire e mentirsi. Divertendosi e divertendo
anche. Indicando mondi irreali perché si imparino gli sconfinati spazi della
creatività, della fantasia e della immaginazione. E sono stata e sono la prima
ad inchinarmi alla grandezza immaginifica dell’uomo. Ma sconfiniamo anche dalla
realtà. Che è tanto più vera quanto più ci appartiene e appartiene alla gente
che si dibatte in mille contraddizioni e si riconosce nelle qualità e nei
limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe
essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci
la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio.
Nella
nostra anima che non conosce confini
Ci sono, però, ricordi luminosi che non abbiamo mai
dimenticato, che mettono in fuga le nostre ombre e ci aiutano a riafferrare il
senso della vita con maggiore gioia di vivere. Soprattutto quando gli anni sono
tanti. E ci sorprende come ladro di sogni il disincanto.
È bene, allora, farci illuminare e riscaldare dalla
tenerezza di quei ricordi, se vogliamo rinascere e non solo sopravvivere a noi
stessi:
volti
voci richiami
per mettere in fuga la pioggia che batte con piede cattivo
sui nostri pensieri e fare spazio all’arcobaleno che ogni scrosciare d’acque
porta con sé.
E
ogni notte si fa Alba Mattino Tramonto Sera
Poi, si ricomincia. In una scia di luci-ombre-luci… senza
fine… (…)
Nella consapevolezza di un tempo che non può tornare, ma
può far sentire nel profondo del cuore la necessità di recuperare quanto di
buono abbiamo dimenticato per farne nuovo seme per nuovi domani. Con nuovi
mezzi nuove modalità nuovi passi nuove strade nuovi volti nuove
voci
su
antichi richiami.
Ogni domani è il passato capovolto come il cielo in una
pozzanghera. Come chiome d’alberi che hanno radici. Come occhi di bimbo
ancorati agli occhi della sua mamma. E i domani si sognano prima di
realizzarli.
E il sogno non vive e si alimenta nel fondo più profondo
della nostra anima?
La
Nostalgia è Sogno che viene da lontano e va lontano
È Ricordo che si specchia nel
Futuro. Memoria della nostra Umanità!
È Tenerezza che Accoglie Protegge Ama>.
E oggi si conclude il trittico del Tempo, la Memoria, i
Ricordi. E vale la pena di dare un abbraccio di cuore al compianto amico di una
vita, Franco Brancale, che oggi avrebbe compiuto 83 anni, e a tutta la sua
bellissima famiglia, capitanata dalla volitiva e coraggiosa mia amica Gianna
Sammati, i figli Mariangela e Carlo, con i loro figlioli. A tutti loro mi lega
un grande affetto, consolidatosi in tutti questi anni. A loro oggi e a tutti
voi, che mi seguite con amore, sono dedicate alcune mie poesie, che sanno di
presente, acquerellato di tenerissimi o struggenti ricordi.
Malinconia d’autunno
Arance castagne melograni
in forma di foglie danzano
volano sognano girandolano
con lento vortice di vento
al pulviscolo dorato
del frammentato sole di novembre
Lacrima mestizia
agli occhi della siepe ingiallita
un autunno
che ha sapore di ricordi
e si perde nelle brume mattutine
ancora calde di progetti residui
Sorpresa e pentimento
ignorare nelle mie stanze di fatica
questo cielo ancora terso
corrucciato stanco rossastro
ma inviolato ancora
da nuvole e piogge e albe di brina
che s’affacceranno ai freddi cieli
d’inverno dopo tanta arsura
e un grondare di sogni feriti
nel grigiore
di uno spleen simile al pianto
(anche noi si sta
in attesa pavida dell’ultima stagione)
Accartocciata foglia
Accartocciata foglia d’anni
è il mio autunno d’antica allegria.
Bimba del mio tempo breve
ridammi
il tuo filo d'aquiloni al vento,
dove legare risposte mai ricevute
ai perché del mare e del firmamento,
e un ditale d’argento e d’oro fino
per ogni ago che mi ferì nell’andare.
Cantami una ninnananna
stammi vicino.
Oggi ho bisogno anch’io di una culla
che mi salvi dal tempo e dal dolore,
che serena mi faccia addormentare
tra stanche foglie
del mio quieto giardino,
dove è più facile riprendere a sognare.
Raccontami
della fiaba che non muore
e ogni notte di lucciole esplode
nel mio cuore di papaveri e gelsomini.
(di stelle s'illuminava il tuo prato cuscino)
Cielo grigio di novembre
Cielo grigio sui rami di novembre
tormentati dal vento
e una pioggia di solitudine mi assale
- la solitudine si deve fuggire
si deve fuggire,
sol con le compagne
si può gioire,
sol con le compagne
si può gioire…
Cerco una bimba
che sappia cantare
che sappia cantare.
Cerco una bimba
che sappia danzar… -
Mi torna in cuore
l’antico canto di noi
bambine
a vincere solitudine
e malinconia.
A far vincere ingenuità
e allegria.
E comincio a
cantare piano
mentre danzo
danzo danzo
sul verde prato
assolato
che “nel pensier mi fingo” …
(e
sono salva!)
Un abbraccio a tutti! Angela-Angelina-Lina
giovedì 2 novembre 2023
Giovedì 2 novembre 2023: Giorno dei Morti, giorno della Memoria, giorno annidato nell'Anima...
Parte II: La Memoria
i nostri cari defunti, annidati nell'anima e sempre presenti
ai nostri giorni, mi permettono di parlare del secondo punto delle mie
riflessioni: la MEMORIA.
La memoria è un faro che accende di luce il nostro passato:
resterebbe buio e indistinto se non conservassimo a tratti squarci di visioni
antiche che si nutrono di voci, immagini, suoni, odori, sapori, emozioni,
parole… illuminando anche il presente: dalla invisibilità alla visibilità degli
oggetti e delle decisioni riguardanti quegli “oggetti”, dalla indecidibilità
alla decidibilità delle situazioni, dall’inaspettato prodigio o disastro
all’attesa o alla scongiura dell’accadimento, dalla impalpabilità dei sentimenti
alla palpabilità del cuore.
Ecco perché memoria è “tutto ciò che si deve ricordare ma
soprattutto quello che non si può dimenticare”, tanto è inciso nella mente e
nell’anima.
Segno e senso del nostro brevissimo passaggio esistenziale
su questa terra.
Guai se quel faro si spegnesse, saremmo tutti naufraghi alla
deriva, senza più contezza di noi, del tempo, dei giorni, delle ore; del mare e
del suo splendore, delle notti rischiarate dalla luna o ricamate dalle stelle;
dei nostri amori e dei nostri rancori, dei sogni e dei desideri; dei passi
d’erba e delle orme cancellate sulla sabbia del tempo che dimentica. Del vuoto
della mente e del deserto del cuore. Della gioia e del dolore. Dei rimpianti e
delle speranze. Dell’attimo in cui ci colse l’emozione di uno sguardo
perdutamente innamorato, da non perdere negli anni a venire o da cancellare nel
breve spazio di una notte SENZA stelle. Se mancano le stelle il buio ci avvolge
e cancella il coraggio di osare, di andare oltre per ritrovarle. Niente di più
disumano del perdere la memoria e con essa identità e dignità. Chi restituirà
al malato di Alzheimer la memoria dei giorni vissuti, degli affetti radicati
nel cuore e smarriti nelle tenebre del non ricordare? E non sapere più di
essere madre/padre, figlia/figlio, moglie/marito? Non ESSERE perché essere
SENZA. Disperazione, al loro fianco, di quanti sanno e ricordano. Senza attesa.
Senza speranza. Senza storia. SENZA. Un senza che apre un baratro, un abisso,
il nulla.
La memoria, invece, è una pagina piena di ricordi che la
mente traduce in parole per definire una storia al passato. È pienezza, non
mancanza. È, paradossalmente, presenza, non assenza. Quanto importante la
narrazione, quel filo luminoso che si accende di mille colori per portare il
passato, anche remoto e remotissimo, al presente. Un resistentissimo nodo
gordiano che unisce le passate generazioni alle presenti perché si rinsaldino
vincoli di sangue o di profonde intese. Gli antenati che si vestono ai nostri
occhi di tanti “forse”… e di innumerevoli “se”, che neppure i libri di storia
antica riescono a dissipare, si affacciano sui balconi del presente per donarci
dubbi ben più pensierosi e consistenti per il futuro…
La memoria di cui parlo, infatti, non si veste del fragile
tessuto della nostalgia o non si curva sulle linee esauste di un corpo
ripiegato e sconfitto, né si rifugia nei secchielli colmi di mare
dell’infanzia, magica e dorata, nei riccioli al vento degli aquiloni che mai
più saranno, ma si fonda sul presente e sul futuro perché riscopre in ogni
passato il Valore irrinunciabile della sacralità della vita in tutte le
sue innumerevoli foglie, che rinascono ad ogni attesa primavera. In ogni
stagione vissuta. Da vivere.
E, oggi, è un Valore, che colma l’attuale disagio del
“pensiero debole” (Vattimo-Rovatti) per farsi, nel terzo millennio, fra
migliaia di terribili marosi di un presente alla deriva, nuova “forza” e
“pienezza”, per irradiare, nella nostra società planetaria, nuovi stati di
coscienza individuali nel loro farsi “consapevolezza collettiva” in una sorta
di “correlazione universale” (come ci ha suggerito la compianta Silvana
Folliero nel sostenerci a realizzare il Sogno/Progetto di aprire una “Casa
editrice altra” circa vent’anni fa), attraverso un rinnovato “pensiero forte”,
titano della comunicazione anche virtuale e della conoscenza scientifica e
tecnologica del mondo. “Scienza e Coscienza”, dunque, sempre più si dilatano
fino a comprendere la “coscienza delle cose” e la “fiducia nella tecnologia e
nella comunicazione digitale”, che diventa, utopisticamente forse, fiducia in
possibili coinvolgimenti di tutti e di ciascuno per realizzare una umanità
migliore. Una umanità, che dovrebbe fare della solidarietà e della speranza i
suoi punti di forza; dell’intelligenza e della comunicazione di massa i solidi
ponti di “interesistenza” tra gli uomini, perché la memoria si faccia
possibilità di “rinascita” e di “rigenerazione” (vedi il Protonismo di Gjeke
Marinaj).
Ma potrebbe accadere il contrario e sarebbe la distruzione
della intera umanità.
Una possibilità che non voglio neppure prendere in
considerazione perché ho fiducia nella coscienza dell’uomo, che saprà fare
tesoro della scienza e della fede (coscienza), come è sempre accaduto nella
storia dell’umanità, altrimenti ci saremmo già estinti da lungo tempo.
Ritengo, però, che la storia non sia “magistra vitae”
(Cicerone) perché ancora oggi vale per l’uomo contemporaneo il grido di dolore
di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo
del mio tempo…”. Pure, nonostante la sua natura immutabile, l’uomo ha risorse
di mente e di cuore per scongiurare di volta in volta, nei millenni, la sua
autodistruzione.
La memoria, allora, si fa attimo di ogni presente che vive
il possente fulgore dei guizzi di conoscenza del passato e si affaccia al
futuro. Nel passato, i germogli del presente, e degli scenari che si potrebbero
configurare lungo i passi che il tempo concede ai nostri domani. Ci saranno
sempre nuovi viandanti a proseguire il viaggio lungo i sentieri ritrovati della
nostra storia oppure cercati e scoperti o, ancora, via via tracciati perché si
facciano storia.
La memoria è, dunque, paniere di tutti i fiori e i frutti,
vitali e propulsivi, dell’umana esperienza, individuale e universale.
La memoria è anche, o forse soprattutto, forza catartica,
invincibile emozione, profondo sentimento. Chiaroveggenza e Speranza. Epopea di
epiche risonanze di terre e di universi.
Scultura di Volti di uomini incisi nelle pietre che
raccontano innumerevoli storie che, come fiumi aventi sorgenti lontane, si
riversano insieme, dopo lunghi viaggi individuali, nel grande oceano della
Storia universale.
Di solito, queste innumerevoli storie non ambiscono a
ritrovarsi nella grande Storia, si accontentano di poco: fare, per esempio,
tenera compagnia alle persone anziane che vivono di ricordi più che di
progetti.
E, del resto, la storia non è mai come viene raccontata, ma
come viene vissuta; si ha persino paura di dover fare i conti con una storia
dell'umanità mai vera e sempre inventata dal cronista di turno o dal saggista
di parte (per ideologia politica o partitica, per formazione culturale, per
convinzioni personali…) e dall’archivista che la ricostruisce con pazienza
certosina, mai realmente libero di approdare alla “verità storica”, eterna
utopia.
Dove la “verità storica”, allora? La storia è o non è
fondata sulla memoria? Ma la memoria, come già osservato, non sempre racconta
la verità. E, dunque? Quando si può parlare di “verità storica”? Quando si
va a cercarla nei racconti dei nonni o quando ci affidiamo a documenti più
concreti e oggettivi come graffiti nelle grotte millenarie dei nostri
progenitori, scavi e reperti di una certa era storica, monete antiche,
iscrizioni, epigrafi, stele funerarie e monumenti che resistono al tempo o le
loro stesse rovine? Cercare costantemente eventi con effetto “domino” di cause
e conseguenze e sentirsi autorizzati ad avere certezze sui comportamenti umani
che sortiscono sempre gli stessi effetti, se motivati dalle stesse cause, sia
pure in tempi e luoghi diversi, oppure nutrirsi di dubbi sulle interpretazioni
perlopiù soggettive di eventi raccontati in maniera del tutto arbitraria e
spesso con opposte testimonianze e dichiarazioni sui vari accadimenti?
Forse sarebbe opportuno, come sosteneva Benedetto Croce,
rifarsi alle fonti dirette e indirette degli accadimenti storici, evitando ogni
coinvolgimento emotivo in riferimento all’“oggetto studiato” per consegnarlo al
lettore come pura “conoscenza dei fatti”, ma questo metodo non mi convince
molto. Non amo la cronaca triste ed essenziale della “conoscenza dei fatti” che
ne fanno i cronisti sulle pagine di un Quotidiano locale o nazionale, oppure
gli studiosi nei loro libri di storia. Ciò vale soprattutto per la
cronaca quotidiana di altri periodi storici alle prese con varie emergenze per
la salute e per il pericolo di decimazione dell'umanità: la peste, la lebbra,
la spagnola, la malaria, l'asiatica, la terribile SARS, diffusasi nel 2002,
quindi nel XXI secolo, dalla Cina e definita già coronavirus, con le stesse
caratteristiche di sofferenza polmonare a chiudere alveoli e cuore, ormai
disperatamente note, del Covid 19.
La stessa aridità è riscontrabile anche cercando notizie di
guerra, altro flagello per il genere umano. La Prima e la
Seconda guerra mondiale, per esempio. Per delimitare la ricerca al "secolo
breve" eppure “lungo” di lutti e di dolore, e arrossato dal sangue di
tutte le altre guerre devastanti nei vasti territori del pianeta Terra. Tutte
le cronache sono uguali. Narrano i fatti. Che sembrano veri, tanto sono
dettagliati con luoghi, vittime, circostanze, indici statistici. Fatti non
fanfaluche...
Tutto sembra chiaro e inoppugnabile. Eppure, in quegli
articoli così bene articolati, non è difficile rilevare l'assenza della paura,
l’ansia dell’attesa, il tremore per il nemico ad “un tiro di schioppo”, o la
mancanza di qualsiasi altro sentimento negativo o positivo che sia.
Quando a scuola studiammo la storia della Grande
Guerra non rilevammo, al di là dei fatti narrati con asettica precisione, la
tentazione di una fuga, il fremito di una lacrima, la commozione di un
incontro, il sollievo per lo scampato pericolo, lo strazio di sapersi vivo
mentre una granata squarciava il cuore del compagno appena a un palmo dai
pantaloni alla zuava del soldato in trincea; non il canto nostalgico di chi
guardava le stelle e si accendeva una sigaretta per abitudine, subito spenta
per precauzione col nemico appena a pochi passi oltre la trincea, e pensava
alla sua ragazza lontana "ohi vita ohi vita mia". E i partigiani e la
Resistenza "oh bella ciao, bella ciao, bella ciao". E il Vietnam con
il canto amaro e nostalgico di Gianni Morandi "c'era un ragazzo che come
me" e giù lacrime di solitudine e di commozione.
Solo numeri, dati, statistiche in quell'apparente verità
obbiettiva dei fatti narrati. Senza fremiti, lacrime, sorrisi. Senza. Anche qui
il “SENZA” mi spaventa.
Io ho fatto sempre tesoro dei racconti di Guerra di mio
nonno: nelle sue parole senza lacrime, ma evocative e sicure, c’era la verità
da me sempre cercata invano nei libri di storia, nelle lezioni dei proff. di
Storia e Filosofia.
L’unica verità possibile era racchiusa nei suoi racconti che
avevano per noi sapore di fiabe antiche per non turbare la festa innocente dei
nostri giorni ignari di violenze e lutti e dolore. Mio nonno antesignano di
Roberto Benigni nel suo film “La vita è bella”.
Sì, per fortuna, la memoria viene rigenerata
continuamente dai ricordi, che fanno parte della storia individuale e riportano
al cuore (ri-corda-re) storie vissute in prima persona nel passato.
E la memoria, come mamma amorevole, nutre i ricordi quasi
fossero suoi bambini, a cui ogni sera racconta fiabe, cominciando con quel
“c’era una volta” che indicava un tempo indeterminato perduto nella notte dei
tempi o nel bosco della dimenticanza. Ma, in reciprocità amorosa, anche i
piccoli, i ricordi appunto, offrono alla mamma, sempre più smemorata con gli
anni che passano in fretta, il loro sollecito aiuto, sostenendola nel far
rifiorire, nel tempo, le tante storie da rivivere perché non muoiano mai del
tutto. E storie raccontano le mie poesie…
E
sei
E ricordati io ci
sarò.
Ci sarò su
nell’aria.
Allora ogni tanto,
se mi vuoi parlare,
mettiti da parte,
chiudi gli occhi e cercami.
Ci si parla.
Ma non nel linguaggio delle parole.
Nel silenzio.
(Tiziano Terzani)
Nelle rose che il giardino nasconde
geloso agli occhi dei passanti
Nei petali che si sfogliano
sul tavolo insanguinandolo d’amore
Nel gelso rosso che volli a ricordo
Nei vasi spogli del terrazzo sfiorito
Nello scrigno dei segreti e dei sospiri
Nell’oro delle fedi abbandonate
Nella sedia vuota e nelle canzoni
Nel senso e nel nonsenso quotidiano
che mi riporta a ieri o forse a domani
“Sei nell’anima
e lì ti lascio per sempre”
Sei…
in tutto ciò che non si può negare
(si dissolve agli occhi
con trame di tenerezza
una fotografia di memorie
nei chiaroscuri della nostalgia)
Ma mi piace riportare qui la poesia del mio amico Luigi
Lafranceschina, che ama come me la tradizione del dolce dei morti, la “Colva”.
La mangeremo stasera con i nostri cari, vivi come non mai nel nostro cuore.
<Oggi, 2 novembre, è il giorno della commemorazione dei
defunti comunemente detto giorno dei morti, ma è anche il giorno della COLVA,
il dolce tradizionale della Puglia che risale addirittura alla Magna Grecia e
che va ormai scomparendo insieme al mondo contadino e al dialetto. Considerato
il dolce del giorno dei morti, in realtà esso è un inno alla vita essendo il
grano simbolo della vita e la melagrana e la noce simboli di fecodità e di
fertilità.
IL DOLCE DEL GIORNO DEI MORTI
Il due novembre di ogni anno
Giorno del grano dei morti
Il profumo della colva
Piacere e gusto della vita
Esorcizza la morte
In agguato dietro la porta.
Il dolce dei nostri padri
Una macedonia di simboli e di frutti
Grano cotto a ricordo dei defunti
Amalgamato con maestria
In un piatto fondo di coccio
Con uva bianca la loro anima
Chicchi di melagrana i loro occhi
Gherigli di noci le loro ossa
Vin cotto di fichi il loro sangue
Scaglie di cioccolato la loro vita
Spesa bene nel lavoro e negli affetti.
A sera la festa della colva
Presenti amici e parenti
Che impazienti di gustarla
Tutti con l’acquolina in bocca.
Ma prima l’Eterno Riposo
Alle anime del Purgatorio
Poi via libera alle tazze ricolme
Goduria sulla soglia del palato.
E con gli elogi a voce alta alla colva
Anche quest’anno cala il sipario
Sul dolce del giorno dei morti!>
(Luigi Lafranceschina)
Anche oggi mi fermo qui. E già parliamo dei “ricordi”, parte terza delle mie riflessioni di questi giorni. Grazie perché condividete con tanto affetto le mie parole…
martedì 31 ottobre 2023
Martedì 31 ottobre 2023: il Tempo, la Memoria, i Ricordi, il Canto e il Disincanto (parte prima)...
In un silenzio di lune
su
lastricati di luce
la notte va zigzagando
(accende
persiane chiuse
l’intimo
respiro
estraneo
al mondo)
Occhio d’acciaio
imperlato di
lacrime
Quotidiana lucida
follia
ai
nostri giorni
privi
di senso
(a.d.l.)
Desidero in questi giorni soffermarmi a parlare del tempo,
la memoria, i ricordi. Mi sembra opportuno e necessario, anche se lo farò a
puntate. Stiamo transitando da ottobre a novembre ancora con tanto sole, almeno
qui al Sud, e stiamo transitando da una guerra feroce ad un’altra che ci
terrorizza e ci riempie di sgomento e domani la chiesa festeggia tutti i Santi e
dopodomani tutti ricordiamo i nostri cari che non ci sono più e ci portiamo nel
cuore. Che senso hanno la vita e la morte in tempo di barbarie come questo? Il
tempo…
Parte I: Il Tempo
Stiamo vivendo, dunque, un anno estremamente difficile, di
cui si conserverà a lungo memoria.
Proprio vero. Non ricordo più chi abbia detto che “la
memoria non riguarda solo quello che si vuole ricordare, ma soprattutto ciò che
non si può dimenticare”.
E, infatti, difficilmente si potrà dimenticare, nei secoli a
venire, questo nostro tempo: tempo di timori, paure, terrori. Tempo di contagi,
di morte e dolore. Ma anche tempo di lotta, coraggio, forza, solidarietà,
speranza, salvezza. Tempo di vecchi che muoiono e di bambini che nascono,
perpetuando il senso dell’inevitabile Oltre e rinnovando il miracolo della
Vita.
Il tempo: una parola senza tempo. E, per questo,
difficile da spiegare per comprenderne il mistero. Ci provo a modo
mio.
Il
tempo ci comprende o siamo noi a sentirci compresi nel tempo?
Il
tempo passa o siamo noi a passare nel tempo?
Tempo
lineare - tempo circolare?
Tempus fugit. Tempo virgiliano tempo oraziano. Il mio il tuo
tempo, che dell’eternità ci regala l’attimo, infinito presente in cui siamo ciò
che mai siamo stati e mai più saremo.
In ogni attimo l’Io nella sua pienezza di ESSERE in
quell’istante.
Pure, il tempo ha passi di viandante a percorrere strade e
vie e sentieri tra case addormentate e un risveglio d’alba che sa l’aurora e
preannuncia il giorno.
Lascia orme sui percorsi innevati dei monti, e passi incauti
tra campi di ulivi alla collina. E tralci di viti ubriachi di sole. E vino nei
calici dei giorni della festa e dei sorrisi.
Ha un incedere attento tra l’erba dei prati e lucertole e
sassi di ogni possibile inciampo. Ride di buonumore al rosso portafortuna
delle coccinelle dai sette punti neri che fanno eleganza e tanta allegria.
S’annida nella casa, tra serti di braccia di chi si ama, e
spine dolenti di chi si odia e nasconde coltelli in sotterranei anfratti del
cuore. E si sgomenta di tristezza.
Il tempo, accogliente o diffidente, incontra gente amica o
sconosciuta, si gira indietro al richiamo nostalgico del pianto dell’amato
perduto o del sogno irrealizzato.
Segue un destino di mete e di realtà sognate e spesso
vanificate dall’inganno di un miraggio nel deserto dell’anima in disuso e
prigioniera di rancori mai spenti, che ravvisano un nemico nello straniero
della porta accanto. E lo straniero guarda cupo il traguardo azzerato, la casa
abbandonata, la terra, la culla… e il miraggio della “terra promessa”, luogo
d’incanto per bellezza forza lavoro e libertà.
Vola il tempo sulla disperazione e il rimpianto, sul pianto
che fora l’azzurro per raggiungere il Cielo a ritrovare una voce che non ha più
voce…
Vola tra aerei e aquiloni e stelle e pianeti. Gira intorno
al sole e s’incanta di luna. Sfiora universi e galassie e dubita di misteri
gravitazionali e quantici, che poi accoglie per farsene una ragione.
Precipita in buchi neri dell’umana esistenza: Pandemie e
virus mortali. Guerre e distruzioni. Perdite e lutti. Pianti irrefrenabili o
silenziosi. Muto vero Dolore e falso dolore urlato, esibito. Solitudini
obbligate oppure scelte in libertà. Tempo strangolato.
S’impiglia tra le antenne sui tetti delle case e s’aggrappa
alle code degli uccelli in migrazione.
Pigola tra passeri e pulcini e chiude gli occhi al canto del
gallo e al terzo tradimento. Svetta sul volo dispiegato di falchi e poiane, e
canta tra le ali della paradisea e dell’airone. S’incanta all’assolo
dell’usignolo e al garrire in coro delle rondini in festanti voli.
Plana lento sul grido strozzato dei gabbiani, e si tuffa
negli oceani da cui ebbero origine i mari.
Naviga tra lo scintillio di acque calme a specchiare zaffiri
e smeraldi e diamanti di cielo e s’infuria tra i marosi in tempesta e gli
scogli appuntiti di ogni rimpianto. Di ogni vana gelosia all’invidia malcelata
per chi arriva prima e alza il trofeo della vittoria al Cielo per ringraziarLo
dei doni ricevuti e meritati. Freme di sdegno per chi non si arrende
all’evidenza e per la sua arroganza e falsa sapienza. Per la sua follia di
essere al di sopra delle parti. Per la sua inevitabile solitudine.
E conosce il segreto delle maree e dei lupi mannari che
ululano agli occhi stupiti della signora del firmamento, oscurandone l’incanto.
Ascolta con le barche addormentate la nenia della risacca
contro vento.
S’inerpica sui pensieri che dondolano d’altalene tra gli
alberi spogli e quelli in fiore. Rischia gli abissi tra fondali insondati di
coralli e velieri e tesori nascosti in galeoni affondati, depredati e distrutti
dalla mano rapace dell’uomo che non teme coscienza e sapienza dell’eterno
andare per scoprire e conoscere.
Prega tra le mani del Cristo degli abissi e s’inabissa tra
tormenti e trasalimenti, tra schianti dell’anima alla deriva di ogni perché.
Risorge sulla schiena inarcata dei delfini e medita tra
guglie di cattedrali gotiche e s’insuperbisce di castelli federiciani (e non),
e archi di trionfo d’antico splendore.
Versa lacrime lungo i muri del pianto e rinasce negli occhi
immensi dei bambini alla prima fiaba, al primo gioco con le manine, al primo sguardo
della mamma, al primo germoglio in fiore che annuncia il risveglio nel pudore
rosato di mandorli e ciliegi, baciati dalla primavera (Neruda). E s’innamora di
un canto d’amore. Di una serenata ormai dimenticata e lontana nel tempo che non
perdona.
Si colma di sole nei secchielli di sabbia tra mani bambine e
sogni di barche addormentate nei porti, che sentono la tristezza della
solitudine del faro e lo schianto dei gommoni alla deriva di una estate che
ignora storie di fughe e di fame di guerre e di abbandoni sulla pelle
abbronzata dei turisti multimiliardari e le loro arroganti imbarcazioni. Segue
la meraviglia dei velieri e le regate di vinti e vincitori.
Piange con le piogge di settembre e s’infilza sulle cime
acuminate dei cipressi che vegliano urne di morti abbandonate o protette da
crisantemi e cespugli di rose.
Sorride alla stella cometa che sfida il gelo e indica agli
“uomini di buona volontà” la meta e la divina culla. La Rinascita e la
Speranza. La ciclicità della vita e le stagioni. La lunghissima retta di lunghi
anni contati in secoli e millenni. La rivincita dell’uomo che si eterna.
Dove c’è un bambino c’è una fogliolina verde che fremita di
futuro…
Il futuro, un eterno ritorno! Per ritrovare il senso della
nascita e le radici. Il senso della morte e della sacralità di ogni sguardo
verticale. Di ogni “muro d’ombra” attraversato.
Passano gli anni e le stagioni. E dei mortali gli amori e le
generazioni.
Passano o restano nella memoria del mondo e dell’acqua che
la conserva nel suo eterno scorrere e divenire?
Immortale resta il tempo che si eterna nella Volontà di una
Energia d’Amore che lega i sottilissimi fili dell’ordito e della trama di
ciascuna Creatura in forte attrazione, e connette ogni particella del Creato al
suo Creatore. Che sa l’aurora e il tramonto, lo spuntare del filo d’erba e il
maturare del frutto, lo scorrere dei fiumi e il disgelo delle nevi. Il tempo
giusto di ogni accadimento. La perfezione di ogni creatura nella sua stessa
imperfezione e contraddizione. In ogni disgiunzione. Nell’incanto di ogni
possibile nuova congiunzione.
E vigila sul buio della notte accendendo sogni come stelle
sul misterioso canto della Vita…
E, nel buio di ogni notte, ecco accendersi nella nostra
mente la memoria, che fa a gara col tempo e lo vince. E, questo
nostro tempo, è tempo di memoria più che mai. Ma è tempo di
canto, incanto, disincanto. Anche le poesie raccontano il tempo e l’anima.
L’anima ancora stanca
Questo ottobre così difficile
da vivere mi stanca.
Stanca della doppia faccia
della luna.
Stanca della doppia ansa
del fiume.
Stanca di me con l’anima
agli occhi.
A doppia mandata le tante realtà
da dover vivere
senza mai una chiave di verità.
E ottobre sta per consegnarsi
a novembre in un silenzio
d’attesa.
(fuori fragore di gente
violenta rabbiosa divisa
che sa fare solo rumore
senza
stancarsi mai…)
nel cielo d’ottobre
è un languido rincorrersi di stelle
questo cielo frantumato di sole
che ha onde sfinite
nel languore di un ottobre
che piange di ruggine foglie gialle
e ali di colombini
che da solitudini terrestri
cercano un volo breve
tra i rami del giardino.
Sogno un autunno visionario
che mi danzi nell’anima:
la fanciulla dal bianco cappello
ha fiori rossi intrecciati sulla tesa
e lunghi sogni imbrigliati
tra i capelli d’oro e di seta.
Buffo il cagnolino biondo
morbido tra le braccia ansiose
della padroncina nell’azzurrità
che fremita di passate primavere
e sogna quelle che verranno
se le saranno concesse.
E intanto incalza l’autunno
(io smemoro pensieri
che non vogliono pensare)
I corvi neri di fine ottobre
Dai corvi neri dei
pensieri
mi libero con dita d’acciaio
che scavano versi nel sangue
dei ricordi e li scaraventano via.
Non ti fermare al mio sorriso
arcobaleno che si rifrange
nel mare dei sogni inascoltati
è un vizio che non m’abbandona
da quando bambina
assordavo le stelle con la risata
del mio dolore.
E cantavo oh quanto cantavo
con labbra di papaveri e ciliegi
e zucchero filato per addolcire
il fiele di ogni distacco.
L’assenza.
E spianare la ruga
della malinconia mia identità
mai perduta
neppure ora che è tempo di castagne
rovi e frutti di bosco blu come le more.
Oggi che i vuoti sono squarci
nel lacerato vestito della festa.
(Lasciami il sorriso di un rattoppo
a fingermi un ricamo d’erba…)
2 novembre
... schegge taglienti
di ricordi a ferire il cuore
che più non ha riparo,
stanco di lottare col quotidiano
dolore del mondo alla deriva.
Ma nel giardino sorridono rose
prima che il buio vinca la sera.
E voi mi venite incontro
come allora quando le parole
sostituivano carezze e silenzi
e si facevano richiamo d’amore.
Voci di fiabe, preghiere e lumini accesi
oggi dimenticati…
Voci a ricordarmi parole antiche
e nuove e mai poche mai tante:
Siete con me. In me. Ci siete.
(accorrete come sempre lievi,
con passi e braccia e mani
a
soccorrermi,
di anno in anno più numerosi e vicini.
Più
vicini ai miei anni
prima che mi sorprenda, muta di carezze
e fiaccole accese,
la
notte
chiusa nel palmo della mano
ad
un passo dal Cielo)
A domani. E chiedo scusa a chi si è annoiato per i miei
svolazzi lirici sul tempo. Forse solo perdita di tempo…
domenica 29 ottobre 2023
29 ottobre 2023: nel buio di questi giorni bui "una strana felicità"...
Ho trascorso una domenica di insolito sole di fine ottobre in casa con mio nipote, Nicola, mio angelo protettore. Gli altri di casa, con parenti e amici al seguito, giovani e meno giovani, ma non anziani, né tantomeno vecchi e disabili come me, sono andati al “Bosco rosso” a raccogliere le castagne. Impresa che in passato condividevo con gioia, pur restando al riparo della roulotte e relativa tenda, essendo il terreno perlopiù scosceso e impraticabile per chi non ha buone gambe. Ho lavorato tanto al computer: scritto, corretto, fatto sinossi, inviato. Il buio è sopraggiunto d’improvviso a causa dell’ora solare che stamattina ha sostituito l’ora legale. E allora ho pensato nel buio di questi giorni bui, con l’ansia che ci strangola e ci annichilisce, di riportare una storia che ci restituisca cinque minuti (il tempo di una rapida lettura) di “strana felicità”.
UNA
STRANA FELICITA’
Li
ho incontrati un giorno di primavera nel parco del mio paese. Mi colpirono
immediatamente per il loro abbigliamento a dir poco molto strano.
Lei
indossava una gonna a campana, con grossi cuori rossi disegnati, una camicetta
rosso fuoco con maniche a palloncino e fiocchetti colorati, e scarpe
particolari, simili a quelle che un tempo noi ragazze definivamo
“all’olandesina”, con un briciolo d’ironia nella voce: erano sicuramente
confezionate a mano, forse all’uncinetto, e riproducevano, in colori assortiti,
rose e margheritine, davvero deliziose a guardarsi, ma improponibili da
indossare. Tra i capelli aveva una margheritina gialla, che si manteneva dritta
e alta, direi fiera, perché fatta evidentemente dello stesso materiale e confezionata
alla stessa maniera delle scarpe.
Completava il tutto un intrepido ombrellino rosso, con cuoricini
disseminati qua e là: rideva al sole e tremolava molto voluttuosamente al lieve
refolo primaverile in un gioco delizioso, che coinvolgeva anche i lembi della
gonna sollevati, maliziosamente, con molta innocenza.
Lui
indossava pantaloni bianchi, larghi e piuttosto corti, rispetto alle lunghe
gambe, con l’arricciatura in vita, proprio come quelli di Charlot. Sopra ai
pantaloni sfolgorava una camicia a quadri bianca e rosa, coperta per buona
parte da un gilet pure rosa. Portava lo stesso fiore di lei, infilato nel
taschino del gilet, e un fazzoletto rosso legato al collo. In testa un bizzarro
cappello a cloche, che lo rendeva ridicolo e interessante (affascinante?), allo
stesso tempo. In mano uno zufolo che ogni tanto metteva tra le labbra per
trarne suoni tristi e nostalgici o pazzamente allegri, indirizzati a lei, che
teneva per mano o raccoglieva tra le braccia, circondandole il vitino di vespa
tanto anni ‘50.
Anacronistici
e stravaganti, si parlavano fittamente, ridendo e accarezzandosi, non curandosi
minimamente del mondo circostante. Sembrava che camminassero su una nuvoletta
rosa o, a tratti, su un arcobaleno, tanto colorati erano i loro vestiti, tanti
erano i saltelli, le piroette e i voli che facevano tra una risata e l’altra,
tra una carezza e il fiume di parole che li attraversava. Fiori cappello e
ombrellino oscillavano scintillanti al sole e sognavano con loro.
Incuriosita,
mi avvicinai per ascoltare le loro parole, che sicuramente dovevano provenire
da qualche galassia sconosciuta. Ed era proprio così.
Lei
parlava della inesistente pioggia che le stava facendo un dispetto perché le
stava cancellando tutti i cuoricini, che ora, tutti bagnati, si erano messi a
piangere e si erano nascosti nelle aiuole.
Lui
la stava consolando dicendole: - Ma non vedi, fiorellino mio, che si sono nascosti
tra i rami degli alberi? Comunque, non ti preoccupare, adesso mi metto a
suonare “il richiamo degli uccelli” e vedrai che subito tanti uccellini, che
sono tutti amici miei, voleranno sui rami e ti riporteranno i cuoricini. Così
potrai di nuovo cucirli sul tuo ombrellino…
-
Ma come faccio se il vento mi ha pure rubato il filo, e l’ago è rimasto
nascosto nel pagliaio?
-
Non ti addolorare, piccina mia disperata, adesso diciamo ai miei uccellini di
andare nel pagliaio a cercarti l’ago. Loro lo troveranno in quattro e
quattr’otto…
-
Sì, ma il filo, dove lo prendo il filo?
-
Piccola tenerezza mia, segui il filo delle nostre parole e, quando ti accorgi
che ti avanza, allora lo potrai spezzare e potrai usarlo per cucire gli
uccellini sul tuo ombrellino…
-
Ma che dici, Zipezap? Sono cuoricini non uccellini. Perché mi dici le bugie?
-
Mandorlina mia, non ti dico mai le bugie, perché dovrei dirtele se tu, poi,
parli di notte con le stelle e quelle ti dicono sempre la verità? Quante volte
non mi hai creduto e le stelle ti hanno detto che avevo detto la verità?
-
Sì, ma pure quelle sono bugiarde qualche volta perché vogliono farmi
arrabbiare. E non sanno che io non mi arrabbio perché ho te che le spegni
quando mi dicono le bugie…
-
Hai visto, birichina mia, che troviamo sempre il modo di essere felici noi due
perché sappiamo come va il mondo e sappiamo pure farlo girare a rovescio… Non
vedi come sono infelici gli altri che vogliono per forza farlo girare in una
direzione sola?
-Sì,
Zipezap, tu hai ragione, ma io non so degli altri come fanno a vivere senza
felicità, so solo che se mi mancano i cuoricini pure io sono infelice. Ed io
non so vivere senza felicità. Dai, suona, così vengono i tuoi uccellini e mi
portano i miei cuoricini. Non vedi che non piove più e il mio ombrellino sta
strappando alla gonna i cuori che gli mancano perché così, dice, non può andare
in giro?
-
Senti, Mandorlina, non sopporto di vederti così triste. Facciamo una cosa:
invece di aspettare gli uccellini e tutto il resto, andiamo noi a cercare
questi benedetti cuoricini, che, se fossero stati più attenti a tenersi belli
stretti fra loro, non si sarebbero fatti sparpagliare da un venticello
qualsiasi. Anzi, sai che ti dico? Approfittiamo proprio di questo ladruncolo,
che ti sta facendo dispetti da un bel pezzo, giocando pure con la tua gonna e
credendo di farla franca perché pensa che io non me ne accorga dei suoi
maldestri e meschini tentativi di sedurti, e voliamo a cercare tra gli alberi,
in cielo, se proprio sono andati a nascondersi dietro il sole o tra le nuvole.
Dai, dammi la mano. Vedi come è facile volare? E al vento diamo pure una bella
lezione. Sai la fatica che deve fare per spingerci così in alto?
Mandorlina
sorrise felice al suo Zipezap e gli diede la mano.
Giuro
che li ho visti volare.
E
anche per oggi chiudo qui, ma rinfranchiamoci a seguire il loro tenerissimo,
folle, salvifico volo…
mercoledì 25 ottobre 2023
Mercoledì 25 ottobre 2023: un nuovo racconto raccolto in un'alba buia per rischiarare nuove tenebre...
È esile filo d’erba appena nato
La lancetta che segna l’attimo
Dal vecchio al nuovo giorno.
Un oh di meraviglia oltre la falce
Di luna a levante,
sottile come una parentesi
appena aperta
sull’alba che verrà…
Riprendo a scrivere a
fatica. La terrificante violenza dell’uomo sull’uomo, sulla natura, su ogni
essere vivente mi fa paura, mi annichilisce. La violenza non è stata mai di
casa nella mia antica casa. Raramente è esplosa nella mia casa di giovane donna
alle prese con un marito geniale e senza regole, quattro figli imbrigliati nel
nostro ménage senza capo né coda, e i miei impegni con la scuola come
insegnante e come preparatrice, per oltre trent’anni, di Concorsi per il
reclutamento dei docenti nelle scuole di ogni ordine e grado e persino per
dirigenti scolastici. Un impegno appassionato che, però, non mi ha dato
respiro. Mi ha tolto la gioia di occuparmi dei figli, di mia madre, di
incontrare i miei fratelli e le mie sorelle; di uscire per una passeggiata a “vedere”
la gente e il mondo; di godermi qualche buon film, uno spettacolo televisivo,
la musica e le canzoni che, ancora oggi, amo. Ma tutto è ormai da tanto tempo
alle spalle. Il tempo ha attraversato il mio corpo, la mia mente. Spesso ha
trafitto la mia anima. Ma sono qui a parlarne. Dunque, ci sono ancora. E c’è
ancora tanta violenza per le strade insanguinate del nostro Pianeta. Occorre parlarne
perché non si può essere indifferenti. Dire “non mi importa”. Ed io lo faccio
come sempre attraverso un racconto, datato ma decisamente attuale. Per riflettere
insieme. Per dialogare. Per “ESSERCI”.
L’UOMO CHE SENTI’ L’ALBA
L’uomo sentì l’alba. Sentì che stava
per entrare nel buio. Sentì la morte alitargli sul collo: aveva un odore
particolare, disgustoso. Provò a chiudere le narici e ad aprire gli occhi, ma
vide il tunnel, in fondo all’orizzonte, che era verde e sapeva d’ulivi
frastagliati di cielo; il tunnel, che si avvicinava sempre di più e che fra non
molto l’avrebbe ingoiato e trasformato in nuvola senza più un solo ricordo, un
solo pensiero, un solo progetto. La gola gli si strinse e gli venne da tossire
con violenza, come se volesse cacciare l’anima: rannicchiata, testarda, nelle
profondità delle viscere per non distaccarsene. L’anima ha bisogno di un corpo
per essere nella vita, per sentirsi concretamente in una emozione, in una
sensazione, persino in una cattiveria. E la sua anima era ora il suo stomaco
dolente, quella morsa che strizzava la gola, quel colpo di tosse, secco,
squassante, improvviso.
E improvvisamente sentì voglia di
mare.
- Portatemi al mare - disse con un
filo di voce, ma nessuno lo sentì.
- Portatemi al mare - urlò.
E venne pronto suo figlio, che aveva
sentito oltre la porta non l’urlo spento, ma l’inquietudine di suo padre, il
fragore delle onde nei suoi orecchi, l’odore della salsedine nelle sue narici.
Conosceva bene suo padre: la ribollente libertà nell’oceano in tempesta della
sua anima, prigioniera in un corpo inerte.
- Portatemi al mare - disse in un
soffio, guardando suo figlio attraverso quell’unica lacrima che navigava
nell’azzurro di quell’unico occhio, che sapeva ancora piangere. L’altro era un
deserto senza sete e senza miraggi.
Suo figlio disse: - Aspettiamo la
mamma. Sarà qui a momenti. Si sta vestendo - (“Sta indossando il suo vestito
quotidiano di amore e di pazienza” pensò).
Da circa vent’anni suo padre era
diventato un urlo dall’alba al tramonto. Una carrozzella urlante. E due gambe
inerti. E un occhio che si era chiuso al cielo. E tutta la rabbiosa voglia di
guardarlo ancora, nell’altro.
Da circa vent’anni sua madre si
vestiva con cura per non perdere l’abitudine, dopo avere accudito a quella
carne urlante ed inerte, che un tempo era stato un uomo possente e vigoroso;
irascibile, certo, ma anche colmo di rari gesti di passione, quasi lava
vulcanica ad avvolgerla tutta e a bruciarla. Per questo era rimasta, dopo le
infinite volte che aveva deciso di andare via. Per quella lava bruciante che la
faceva sentire viva e privilegiata, nonostante tutto.
E lui, il figlio della carne urlante e
della torcia ardente, era rimasto perché non sapeva staccarsi dall’uno e
dall’altra, essendo figlio unico; perché troppo dipendente dal padre, che lo
aveva sempre ritenuto un buono a nulla senza spina dorsale e senza progetti in
quella sua zucca vuota; perché troppo legato a sua madre, che lo aveva fatto
sentire accolto, amato, con i suoi modi sempre dolci, gentili, premurosi.
Sua padre e sua madre erano due entità
distanti anni luce.
E in quella distanza creavano un
baratro in cui lui, il figlio buono a nulla, il figlio accolto e nutrito d’amore,
sprofondava in una inerzia senza fine.
Ma c’erano anche i giorni in cui quel
vuoto si colmava di parole, di gesti affettuosi, di tenerezze, e lui, il figlio
dalla zucca vuota, si riempiva di speranza che un giorno o l’altro potesse
farsi capire da suo padre. Potessero capirsi. Che un giorno o l’altro potesse
liberarsi dal giogo morbido e tenero del rifugio sicuro di sua madre. Anche ora
che era adulto, anche ora che l’aveva tradita con un’altra donna: la sua compagna,
che non osava portare in casa per non incrinare il perfetto equilibrio di quel
triangolo isoscele, in cui lui era sempre il lato più piccolo, il meno
visibile.
Suo padre si era fracassato l’osso del
collo cadendo per le scale dopo un furibondo alterco con il vicino di casa, che
non voleva saperne di portare il suo pastore tedesco in un luogo che non fosse
certamente l’appartamento al quarto piano, attiguo al loro: una casa piccola,
che si riempiva di guaiti e di veri e propri ululati, quando il padrone non era
in casa. L’abbaiare furibondo del cane tracimava il piccolo appartamento e si spandeva
in tutto il condominio, disturbando tutti.
Ma il più disturbato era suo padre,
invelenito da anni di convivenza con il frastuono assordante di quel cane.
Penetrava, quel latrato, con violenza inaudita attraverso i muri nella loro
casa e rimbalzava da parete a parete fino a conficcarsi nel cervello dell’uomo,
che urlava più del cane e minacciava di far fuori quell’animale immondo, quel
bastardo. Un giorno o l’altro. L’animale immondo in questione si chiamava Kira
ed era di una bellezza straordinaria con quel suo pelo fulvo sempre lucido e
curato. E quell’animale bellissimo, bastardo e immondo, ebbe il sopravvento
sull’odio di suo padre che, dopo la caduta, finì su di una sedia a rotelle.
Di Kira non seppero più niente perché,
dopo la caduta, lui, suo padre e sua madre preferirono una casa in campagna,
ampia e isolata, all’appartamento in città, angusto e in pessima compagnia, per
evitare a suo padre altri terribili e temibili, anche per la sua salute,
accessi di ira.
Ma suo padre amava il mare.
E così, ora, quasi ottantenne e in fin
di vita, chiese di vedere ancora una volta, per l’ultima volta, il mare.
Suo figlio notò che sua madre era
pronta. Si era vestita quasi dovesse andare ad una festa d’estate, con angurie
e frutti di mare distribuiti sulla spiaggia.
Suo padre era ora un rantolo che
gridava la sua sete di mare.
Suo padre, con negli occhi il mare,
ignorò la donna e i suoi papaveri rossi sul vestito bianco di lino leggero, che
invece era piaciuto al figlio (“come sempre macchie di sangue e di amore sul
bianco” pensò “bianco come bandiera di pace, come vela all’orizzonte, come un
semplice vestito d’estate che estate ancora non è”).
Il figlio spinse la carrozzella fino
alla sua macchina; prese di peso il padre con il suo rantolo, con il suo urlo
soffocato, con la sua sete di mare e con tutta l’immensa distesa, racchiusa
nell’unico occhio azzurro aperto sull’azzurro, e lo mise sul sedile. Si asciugò
gocce di sudore. Fece salire i papaveri rossi su vela bianca sul sedile
posteriore e si mise alla guida, dimentico di tutto: della sua compagna lontana
e sola, della sua zucca vuota e della sua rassegnazione al “nulla”, che per suo
padre era. E che diventava, ora, un “tutto” perché, senza di lui, l’uomo
sarebbe morto senza bere il suo mare, senza più contenerlo in quel suo occhio
che, per miracolo, si era salvato dalla furia devastante di una nuova collera,
alcuni anni prima. Per la rabbia di non potersi più muovere e dimostrare a lui,
suo figlio, la potenza nel piegare gli altri e la vita alla sua volontà
d’acciaio temperato. La rabbia si era spostata dal suo pugno battuto con
violenza sul muro del giardino, presso cui sostava a prendere un po’ di sole,
ed era salita lungo il braccio fino all’omero, al collo, al viso per esplodere
nell’occhio destro, all’apice di quel pugno,
condensandosi in un grumo di sangue, che aveva tinto di rosso il suo
universo, su cui la palpebra era calata, forse per celare agli altri la
devastante lava incandescente che era colata lungo la guancia, in quella corsa
disperata all’ospedale perché frenassero quella emorragia.
Guidava lui, il figlio, con negli
occhi non l’azzurro del mare, ma quel rosso ricordo, che ancora lo tormentava
di pietà e di rassegnazione. Di intima ribellione. Di aperta accondiscendenza.
Di abissale distanza da lui. Di scoperta dipendenza dalla forza della sua
disperazione. Impotente.
E, intanto, oltre la curva d’alberi,
il mare.
Anche suo padre aveva scoperto il mare
fra tutto quel verde. Si era riversato nel suo occhio assetato di quella
distesa, che rappresentava il tormento di spazi e di libertà, la sua stessa
potenza distruttiva e lo stesso sfinimento della calma piatta.
Il figlio scorse quel faticoso
restringere di palpebre a trattenere il mare appena ritrovato e scorse il
tremito delle mani, quasi un ultimo tentativo di afferrarlo per portarlo per
sempre con sé.
Ebbe, ancora una volta, pietà di lui e
lo condusse sulla spiaggia, nel punto dove avrebbe, forse, potuto con i piedi
toccare quell’onda estenuata, che bagnava la riva. Nessuno dei tre aveva parlato,
ma tutti e tre sapevano che quello era l’addio del vecchio al mare. Quanto lo
aveva amato quell’uomo il mare. Quasi volesse spegnere nella dolcezza di quelle
onde il fuoco che gli ardeva dentro e che lo faceva esplodere come un vulcano
in eruzione.
Per tutta la vita lui aveva desiderato
la tranquillità dell’acqua, quando l’acqua era tranquilla. Ma non c’era mai
riuscito.
Per tutta la vita era stato un mare in
tempesta. Per tutta la vita aveva inseguito il suo cuore tumultuoso per
domarlo. Invano.
Aveva sprecato tutta la vita a urlare
e a provare rabbia per le sue urla, per quella esplosione inarginabile di un sé
che avrebbe voluto diverso, più tranquillo.
Aveva pagato a carissimo prezzo quel magma sotterraneo e incandescente
che gli ribolliva dentro e che veniva fuori di continuo. A caro prezzo.
Suo figlio lo prese di peso, dopo aver
armeggiato con la carrozzella sulla sabbia, segnandola con due strisce
parallele, neppure tanto profonde, e lo mise a sedere; gli slacciò i lacci
delle scarpe e gliele tolse, tolse i calzini e, con le mani a coppa, gli portò
il mare a lambire quei piedi illividiti e gonfi.
Suo padre ebbe un moto di stizza più
che di apprezzamento.
Urlò che era troppo fredda, ma la voce
gli si spense in un colpo di tosse secco e in un rantolo.
Sputò lava, fiele, veleno.
Sputò sangue.
Sua moglie gli prese la testa tra le
mani e la spinse in avanti per aiutarlo a vomitare, ma il rantolo divenne un
sibilo, poi il volto contratto si fece stanco, pacificato sull’ultimo tremito
delle labbra.
E tutto il mare, che si era riversato
nell’azzurro dell’iride assetata di mare, si prosciugò, ingoiato da
quell’azzurro. Pian piano scivolò in un’unica lacrima lungo la guancia spenta.
E fu silenzio.
Sua moglie gli fece in silenzio una
carezza distratta sulla palpebra ancora spalancata perché si chiudesse, come
conchiglia sul mistero del mare.
E suo figlio gli rimise calzini e
scarpe per riprenderlo in braccio e riportarlo in macchina. In silenzio.
Finalmente il silenzio.
Sul mare volarono in una danza morbida
i rossi papaveri del vestito della donna. Rimase il bianco, che non sarebbe mai
diventato nero. Il bianco del silenzio, della tranquillità, della pace. Il
bianco della sconfitta, forse. Ma anche della libertà.
Suo figlio la guardò e pensò che le
donava il bianco, ma non glielo disse.
Riportò la carrozzella in macchina. Chiuse il cofano e guardò per
l’ultima volta quella distesa calma e sonnolenta. Scorse i suoi pensieri a
fluttuare tra i rossi papaveri del vestito di sua madre.
S’accorse delle onde che avevano già
cancellato le strisce parallele e poco profonde che gli avevano, per un attimo,
restituito l’idea della sua vita e di quella di suo padre, come rette parallele
con un punto d’incontro solo all’infinito.
Guardò l’orizzonte. Oltre, molto
oltre, l’infinito…
Accese il motore e il rombo del motore
cancellò il silenzio. Non si udì più neppure la risacca. Fece retromarcia fino
al verde folto degli ulivi e sterzò per imboccare la curva. Sentì una fitta al
cuore. La testa si riempì di pensieri perché suo padre finalmente era vulcano
spento.
Mare calmo dei giorni migliori.
Silenzio assordante tra i suoi
pensieri.
E anche oggi mi fermo
qui. Per ascoltare nel mio silenzio assordante i vostri pensieri che mi stanno
a cuore.