lunedì 18 giugno 2018

Gelido è l’inverno (FOS Edizioni, 2018) di Anna Maria De Leo

Gelido è l'inverno

È di qualche giorno fa la pubblicazione di un libro che sicuramente catturerà l’attenzione di molti lettori perché commovente e vero. Si tratta di un diario epistolare, scritto quotidianamente, per più di dieci anni, oltre quarant’anni fa, da una donna giovanissima allora, straziata dal dolore per la perdita improvvisa del suo giovane sposo, dopo appena due anni di matrimonio in perfetta armonia.
Anni, anni, anni. Sì, gli anni del dolore scandiscono, in questo libro, il tempo del non avere più tempo, bruciato nello spazio di una tragedia che ha bloccato per sempre il tempo di vivere insieme, di progettare insieme, di tendersi la mano per procedere nel mondo e nella vita a piccoli passi, ma quanto preziosi perché vissuti in un delirio di giovinezza e di felicità, tanto agognata e finalmente raggiunta. Ma gli dèi sono invidiosi della felicità degli umani. Non bisogna mai urlarla la felicità se vogliamo che duri...  
Pubblicare Gelido è l’inverno in piena estate è come essere sorpresi da un “fulmine a ciel sereno”, ma è forse il tempo giusto per leggerlo in tanti, avendo un po’ tutti nell’estate una alleata di tempo libero, di mente sgombra dagli impegni lavorativi, e di giornate più distese e “vuote”. Ma gelido è stato il lunghissimo inverno di dolore di chi ha scritto queste pagine. E un gelido inverno offre la bellissima copertina al nostro sguardo: alberi spogli, quasi braccia imploranti tregua da ogni male ad un cielo di nebbia e di foschia, ma i tronchi affondano radici in un terreno di verde tenero come rinnovate speranze di giovani virgulti a spegnere il dolore e a rinnovare primavera. Gelido è l’inverno è uno dei quadri che Nicola Parisi ha lasciato come presenza di sé nella sua casa.
E, oggi, è un libro che prende immediatamente il cuore e ci inchioda alle tante lettere che Anna Maria De Leo ha freneticamente scritto per strangolare il dolore che la strangolava.
In realtà, oggi sembra assurdo affidare il proprio dolore ad una lettera; sembra molto più facile farlo attraverso i social, comunicando in tempo reale persino la morte di un proprio caro quasi per oggettivare il dolore così non devasta più di tanto perché non appartiene più solo a chi lo prova, ma lo si riversa sulla “piazza virtuale”, che ne farà oggetto di commenti e di parole, ben presto diluito in mille rivoli fino a disperderlo in brevi giorni, incalzato da altre notizie, altri commenti, altre parole. Brevi come il respiro. Soffocate anche dalle immagini, dai gift, dalle emoticon, dai like.
La lettera, invece, fino agli anni Settanta-Ottanta aveva conservato il suo profumo di intimità e il fascino trepido dell’attesa.
Anna Maria in quegli anni aveva solo quei quaderni bianchi a cui affidare le sue lettere, nelle quali trovavano nascondiglio, come in un nido silenzioso e protetto, i suoi pensieri, i suoi messaggi a Nicola, il suo momento in cui sentirsi ancora in comunione con lui.
Quante volte penso con rimpianto alle nostre serate. Alla nostra casa che era un vero nido sereno. A volte, seduti davanti al televisore, eravamo mano nella mano, quasi a tener vivo un dialogo nonostante le trasmissioni ci costringessero al silenzio. Ci bastava poco per essere felici e per sentirci “esistere” insieme. Una felicità fatta di piccole cose, di gesti affettuosi che riscaldavano l’anima. io per te, tu per me… Sempre uniti dall’amore!
Il suo nido era stato sbrindellato dall’uragano di un attimo ed ora era lei a volerlo ricostruire, in una casa ormai non più esclusivamente di loro tre “felici… felici… felici”, ma di una intera famiglia tutta stretta a lei vicino a tentare un conforto, una qualche amara compagnia, neri le vesti come nero il cuore. No. Non era quella la compagnia che le potesse restituire serenità in quella casa. Troppo nero e troppi occhi di pianto per consolare una giovanissima donna distrutta. E, allora, ecco le lettere per ricostruire in qualche modo, disperatamente, tenacemente, quel nido devastato, rametto dopo rametto, per ritrovarsi viva almeno con la sua bimba di breve felicità e con l’altro piccolino che di giorno in giorno le dava il sussulto di una nuova vita nel grembo disperato.     
E venne il tempo/ delle ore disperate/ a curvarmi le spalle. (…) A pugni stretti/ strappai l’anima/ e mi lasciai vivere.
E aveva solo ventisette anni.
Il libro contiene una sessantina di lettere delle migliaia scritte in un decennio di fittissima comunicazione unilaterale, ma necessaria per non impazzire. Sì, Anna Maria si è salvata anche per questo suo Diario quotidiano che la estraniava dalla insopportabile realtà per portarla in quell’“altrove”, dove era più facile sentire al suo fianco il marito adorato, dove poteva parlare con il suo Nicola nella speranza, e mai convinzione in verità, di essere ascoltata. Ma anche quella speranza l’ha tenuta in vita, prima ancora che la riscoprisse nei sorrisi spenti di Isabella, nei capricci tumultuosi di Nicoletta. Le due bambine a lungo sono state le rose e le spine dei tanti giorni di dolorosa solitudine. A lungo sono state il rimorso di essere sopravvissuta a Nicola che, a suo parere, avrebbe meritato più di lei di vederle crescere nell’arco luminoso delle sue braccia forti e protettive. Lei aveva avuto un’infanzia felice. Con lui, invece, la vita era stata già pesantemente in debito per avergli rapinato a soli nove anni gli occhi teneri di sua madre.
Credevo che la vita ti avesse sferrato tutti i suoi brutti tiri.
Era giunto da poco il tuo momento positivo e dovevi provare le gioie della paternità, raccogliere i frutti dei tuoi immensi sacrifici, avevi diritto alla tua parte di felicità…
L’ha tenuta in vita la rabbia per l’impotenza di fronte all’ineluttabilità del destino, di fronte alla protervia di una famiglia ricca e potente, ma priva di ogni etica, priva della delicatezza di mandare una voce di rammarico, un saluto non solo come atto doveroso e di umana pietà nei riguardi di una donna privata di suo marito e della gioia di vivere, ma soprattutto come vicinanza in una tragedia così immane da urlare al Cielo il nome del colpevole. Ma per alcuni esseri dis-umani non esistono colpe né pene né pentimenti, ma solo l’affannarsi a trovare il modo per sottrarsi persino al dovere di risarcire il danno con il minimo previsto dalla legge.
Amarezza che si aggiunse all’amarezza.
Hanno detto che la malattia gli ha, poi, procurato una fine lenta e straziante.
Io non gliela avrei mai augurata, nonostante tutto, nonostante non si sia degnato di scrivermi neanche un solo rigo né si sia interessato di noi e della tragedia che ci ha procurato.
Che il Signore lo perdoni!
Prima che morisse, gli hanno fatto firmare delle cambiali dal valore di venticinque milioni. I suoi legali temono che io rivendichi i miei diritti e corrono ai ripari.
Certe persone sono senza coscienza! I maledetti soldi, prima di tutto!
Sono solo poche lettere, ma quanto strazianti nella loro verità. E, con le lettere, alcune foto che sottolineano la gioia, il dolore. Ci sono anche le foto di alcuni quadri di Nicola Parisi a testimoniare la sua creatività, il suo talento pittorico, la sua solitudine prima di incontrare Anna Maria.  
Poi, il silenzio per molti anni ancora. Gli anni di un nuovo incontro con un uomo generoso, onesto, attento a colmare quanto era venuto a mancare troppo presto a lei e alle sue bambine, da lui amate come figlie. Gianni. Egli stesso reduce da vicissitudini dolorose e per questo in grado di comprendere e amare.
Gli anni degli studi e degli amori giovani.
Gli anni dei matrimoni e dei nipotini. Gli anni della rinascita e delle rinnovate perdizioni. Gli anni di ulteriori resurrezioni. Nel cortile della casa antica e di mai perdute presenze.
Le lettere erano rimaste per anni in silenziosa attesa di essere rilette alla luce dei nuovi passaggi esistenziali, così importanti da affievolire la loro voce, la loro preziosa missione. Sì, anche le cose, anche gli oggetti hanno una missione…
Poi, di nuovo improvvisamente, è accaduto qualcosa nella storia di Anna Maria, portandola ad un passo dal ricongiungersi a lui, al suo mai dimenticato Nicola che, ancora una volta, l’ha protetta rimandandola, generosamente, a quanti l’amano quaggiù. E lei, improvvisamente ha avvertito l’urgenza di riprendere carta e penna per ritornare a scrivere di un passato conservato, come una reliquia, nel profondo del cuore. E ha scoperto l’urgenza di riprendere quelle lettere ad una ad una per farne dono alle figlie, ai figli acquisiti, ai parenti e agli amici, e soprattutto ai nipotini perché la breve vita di un uomo tanto amato e tanto meritevole d’amore non venisse dimenticata. È stata questa urgenza a spingerla a pubblicarle, accompagnandole con un’ultima lettera… che risale a qualche mese fa.
Ed io mi fermo qui. Perché tutto il resto è sacro ed è da leggere con le mani giunte e in punta di piedi. Inebriati dal profumo dell’autenticità, oggi completamente in disuso. Inebriati dal senso che questo libro porta con sé a conforto di quanti hanno vissuto esperienze così devastanti da infrangere ogni desiderio di ritorno alla vita: la vita è spesso difficile e dolorosa, ma ci offre inaudite risorse per resistere ad ogni imprevisto, ad ogni ferita, ad ogni male, restituendoci prima o poi quello che sembrava perduto per sempre. “La vita dà e la vita toglie. Non esistono certezze né porti sicuri…” (Sonia Sacco). Basta non perdere mai il senso del valore della nostra esperienza vitale per non perderci definitivamente. Basta crederci. Anche i miracoli avvengono se li sappiamo scoprire.
E il miracolo più grande nella vita degli uomini è l’AMORE.
Gianni conosce bene i ricordi che mi legano a Nicola. Sa che è rimasto continuamente presente nei pensieri e nel cuore.
Spesso mi dice sorridendo che le belle storie d’amore si raccontano e si ascoltano sempre volentieri!
E noi ascoltiamo volentieri con una grande emozione nel cuore…
                                                                                      Angela De Leo




giovedì 14 giugno 2018

“E la chiamano estate” (SECOP Edizioni) di Valentino Losito


Fino ad oggi, per vari motivi indipendenti dalla mia volontà, non ho avuto il piacere e la gioia di ascoltare gli interessanti interventi che si sono succeduti durante le varie serate di presentazione del libro di racconti di Valentino Losito, insigne giornalista e catturante poeta e narratore. So che, grazie a relatori dalla indiscussa levatura culturale e umana, ci sono stati interventi attenti, profondi, estremamente colti. Ho letto soltanto la dettagliata e brillante presentazione di Lizia De Leo, mia sorella, al Symposium di Bitonto e, dopo averlo fatto, mi son chiesta, un po’ come il filosofo francese Baudrillard di fronte ad una realtà culturale che sembrava lasciare più spazio all’immaginazione: “cos’altro si potrebbe aggiungere che non sia stato già detto?”. Eppure, lo stesso Baudrillard trovò il modo di ri-scoprire una realtà completamente nuova e diversa, ridisegnandola iper-realisticamente. Credo che le risorse umane siano infinite, soprattutto se si colorano di passione, di emozione e di creatività. A voler rovesciare quanto detto sin qui, potrei ritenermi fortunata di non aver ascoltato o letto altre relazioni prima di quella straordinaria ed esaustiva di Lizia (che condivido parola per parola, avendo io e lei vissuto la stessa infanzia e adolescenza) perché così posso andare “a ruota libera”, senza la preoccupazione di ripetere concetti, ricordi, emozioni. Che possono sicuramente essere gli stessi, ma anche quanto diversi, poiché, come ben sappiamo, ciascuno di noi filtra quanto legge (e anche vive) attraverso la personale sensibilità, il retroterra culturale, lo stato d’animo del momento, una sua particolare intuizione.
Dunque, “E la chiamano estate” richiama subito alla memoria, come ha ben ricordato Lizia, Bruno Martino, cantante, compositore e pianista degli anni Cinquanta-Settanta dello scorso secolo, il quale proprio nel 1961 ci deliziò con la sua dolente e fascinosa canzone da night, uno dei primi tormentoni estivi di quei favolosi anni. Chi ha la mia età non può assolutamente sottrarsi alla memoria di quelle estati di jukebox, di balli in terrazza, e villeggiature in famiglia. Già, l’andare al mare era prerogativa di pochi eletti, e si diceva “villeggiatura”, probabilmente da “villa”, luogo ameno, dove in un periodo particolare dell’anno, di solito quello estivo, ci si trasferiva in campagna o al mare per svagarsi e riposarsi (chi non ricorda la trilogia di Goldoni con le ansie, le smanie, i preparativi, i soggiorni, gli imprevisti e le conseguenze?).
In copertina lo scorcio realistico di una Santo Spirito (marina di Bitonto) rivisitata dalle sognanti pennellate di Francesco Speranza tra cieli di nuvole e aquiloni al vento e barchette che sembrano di carta in un mare azzurro e solitario. Sul retro-copertina le illuminanti parole di Oscar Iarussi e ancora un Francesco Speranza con l’antica amata marina per i giochi dei bambini e i voli degli aquiloni. Il blu dello sfondo fa da contrasto ai colori ridenti e pastellati dei dipinti.
I racconti sono 38 e sono brevi come un sorriso, un battito di ciglia, un’ammonizione benevola e ricca di storia fortemente sintetizzata (hein?), un calcio al pallone, il volo di un aquilone, appunto…
Ma lunghi sono i ricordi che riportano alla memoria individuale e collettiva: le lunghe controre nella penombra della casa silenziosa col riposo degli anziani e degli adulti e la noia dei bambini (“Il flusso del tempo durante la controra sembrava fermarsi, così come cessavano i suoni consueti che scandivano i giorni. Si poteva ascoltare il frinire delle cicale, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi, il ticchettio dell’orologio a pendolo”); le lunghe sedute operative per costruire gli aquiloni con papà Lorenzo, paziente e abile, e il lungo filo da srotolare per farli volare fino al cielo, complice un vento sbarazzino e capriccioso, ma sempre attento perché non si spegnesse il gioco dei bambini (“Quando un aquilone cadeva, riprendevamo la corsa lì, dove il vento soffiava più forte, fino a quando, rossi in viso, vedevamo l’aquilone volteggiare sicuro e accompagnato dal nostro ‘Evviva’”); i lunghi percorsi del tram colorato d’estiva meraviglia, che percorreva ora ombrosi ora assolati campi di ulivi per finire la sua corsa ad un passo dal mare (“Il vecchio tram è rimasto nell’anima, magico e bello, fa fermate ad ogni fremito di nostalgia, in ogni angolo della memoria bambina.”); i lunghi giri in bicicletta, mentre il cuore allungava il suo raggio di azione alla ragazzina col fumetto tra le labbra e una risata argentina da fare innamorare (“ed era questo il sogno di noi che pedalavamo in Graziella: poterla abbandonare sopra il prato e distenderci all’ombra con la ragazza di cui ci eravamo innamorati. Ma questo restava quasi sempre un sogno. Con la Graziella si andava piano e si volava solo con la fantasia, con il suo profumo di libertà e l’aria sbarazzina degli anni’60.”); le lunghe canzoni ascoltate alla radio, che proiettava i sogni verso un mondo esterno ancora tutto da scoprire (“La radio era il contatto con il mondo esterno che, per mancanza di immagini e di cronache fedeli, continuava ad essere un mondo di fantasia e aveva portato le notizie buone e cattive della vita che ricominciava.”); la lunga canicola e l’improvvisa pioggia con “la danza delle gocce, i refoli del vento, i lunghi silenzi interrotti da lampi e tuoni”.
E si potrebbe continuare all’infinito con Proust sempre in agguato dietro il profumo inebriante dei maccheroni al forno sulle lunghe tavolate di Ferragosto tra gli scogli infuocati e gli allegri ombrelloni a offrire riparo e ombra fino al comparire delle stelle nel cielo.
Sì, ogni racconto di Valentino è una lunga scia di ricordi, è un lungo vagare della mente nei luoghi del cuore. È un refolo di parole che ne richiamano altre ed altre ancora da abbinare alle voci mai dimenticate, che appartenevano agli anziani, cui non si doveva mancare di rispetto, agli amici di famiglia, che rendevano movimentati quei giorni di sole e di mare, ai compagni di giochi e di avventure da passare sotto silenzio per non perdere quella “libertà vigilata”, di cui sentivano il cappio e la protezione. E la voce malinconica di Piripicchio, e quella invernale di Ciccillo “u varvjr” e quella estiva di Emanuele con la “tonsura” completa per andare con le teste rapate e igienicamente a posto (“Che nostalgia quei concerti per fisarmonica, mandolini, violini e chitarre che risuonavano nelle antiche sale da barba.”).
Sono voci e sentimenti che solo il cuore bisbiglia e ascolta”.
E mi potrei fermare qui tanto è dolce e carezzevole il suono di queste parole che ci riporta alle ragioni del cuore “che la ragione non conosce” (Pascal).
Ma la ragione adulta è oggi guardare con occhi delusi l’abisso di una società dimentica quasi del tutto delle ragioni del cuore, legata com’è al mondo “sbrilluccicoso” dell’apparire più che dell’essere. La ragione adulta è imbattersi quotidianamente in una realtà completamente diversa da quella di solo cinquant’anni fa perché una rivoluzione di giovani idealisti, ma impreparati, forse solo indottrinati, con nonni analfabeti e genitori impegnati a costruire per sé e i propri figli un futuro di benessere materiale e sociale e, quindi, anch’essi estranei e impreparati al cambiamento, aveva tentato di “rottamare” il vecchio mondo per renderlo migliore, cadendo però negli antichi errori di perdere il lume della ragione, che teneva sotto controllo le ideologie per affermare gli ideali e realizzare i sogni, sfociando così nel terrore sanguinario e violento che tradì la nostra recuperata innocenza dopo l’Olocausto della seconda guerra mondiale senza più il volo di una sola poesia ad assolverci e a redimerci (Th. H. Adorno nel 1966 scrisse: “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma di arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile…”, una sentenza ben più atroce e motivata di quella di Baudrillard).  Ben presto si dovettero fare i conti con una rinnovata società, in cui “Dio è morto” (Nietzsche) e con Dio anche la speranza e la stessa umanità.
Una società soprattutto diversa per la dominanza assoluta delle tecnologie più avanzate che hanno reso il nostro pianeta molto più complesso, ma ridotto a un “villaggio globale”, dove la comunicazione avviene in tempo reale e, soprattutto senza filtri, sui social, modificando completamente modi di vivere, di sentire, di percepire le molteplici realtà compresenti e divergenti, di parlare e di scrivere, condizionati come siamo più dall’immagine che dalla parola. I tempi vertiginosi della trasformazione contraggono tutto, anche il linguaggio perlopiù sincopato per essere aderenti alla fretta dei messaggi da inviare e ricevere senza il brivido di un’attesa, di un silenzio, di una risata, di una intonazione a rendere possibile il dimenticato   “sentimento della scrittura” (oh le meravigliose lettere d’amore del tempo che fu!), che è uno scrivere con l’anima prima ancora che con il corpo e la mente. Oggi adulti e bambini, “affondati” gli occhi nei tablet, non guardano più il mondo, non provano curiosità per l’altro, non s’innamorano del mare né si perdono nel mistero del cielo e ignorano le luci delle lampare e il ricamo luminoso delle smarrite stelle.
Valentino Losito ha il merito non di aver risvegliato in noi la nostalgia di un impossibile ritorno al passato, ma di averci donato il senso più vero e profondo di quanto sia venuto a mancarci in termini di semplicità, onestà, valori legati alla  tradizione (che non sempre è stallo e rifiuto di progresso, ma conservazione di un certo equilibrio e stabilità in tanta precarietà e dispersione di identità), alla famiglia, all’amicizia, alla fede, alla solidarietà. E lo ha fatto così, semplicemente, con una scrittura chiara, limpida, scorrevole come acqua di sorgente, pura e adamantina, dove si riflettono ancora i buoni sentimenti, l’“allegrezza” del vivere insieme, della convivialità, della fede dei padri, incrollabile e sincera; dove è possibile scorgere ancora “la nebbiolina della nube dorata della poesia” (Quasimodo, se non ricordo male) sulle nostre città ammalate di indifferenza, di solitudine, di egoismo in una “liquidità dei sentimenti” (Bauman), a cui fa sempre più riscontro la perdita dei valori e la “desertificazione del cuore”.
Un respiro di speranza, forse, per le nuove generazioni che hanno bisogno di scoprire e recuperare le proprie radici perché possano far germogliare i loro giorni futuri con la libertà verdeggiante delle foglie e il saporito profumo di nuovi frutti. Riscoprendo lo stupore degli occhi bambini nel primo giorno del mondo. E, con lo stupore, la curiosità per il mondo e la passione per la vita.
Grazie, Valentino, per la sapidità poetica, etica ed estetica di ogni tuo racconto.
E ti chiedo scusa se oggi mi va di paragonarti a quel pastore dei nostri presepi antichi “stordito, con la bocca spalancata, le braccia aperte e il cappello in mano, colui che offre al Gesù Bambino solo il suo stupore, un sentimento così prezioso agli occhi di Dio”.
                                                                                             Angela De Leo







lunedì 11 giugno 2018

In questi giorni difficili e avari di sogni


Avverto il bisogno di affermare fortemente l’identità generosa della mia terra in un momento difficile della nostra storia, in cui avverto come un capovolgimento di valori tanto da farmi sentire “straniera nella mia patria”. Sono poesie che risalgono ad alcuni anni fa e pubblicate nella raccolta “L'ora dell’ombra e della riva” (SECOP Edizioni, 20015), ma a rileggerle oggi acquistano, almeno per me, altra valenza, altro significato.

Distesi al sole

                                                                                                    Tu non conosci il Sud
                                                                                   le case di calce da cui uscivamo al sole
                                                                                  come numeri dalla faccia di un dado
                                                                                                              (Vittorio Bodini)
Sì, tu non conosci il Sud
una tristezza di rami senza radici,
gli ulivi divelti da queste zolle
per i tuoi giardini privi di sole
cuore pulsante della nostra terra.
Ignori la millenaria storia d’antica miseria
che ci volle briganti e assassini, schiavi
e rivoluzionari in una babele di leggi straniere.
Oltre i tramonti infuocati e l’allegria dei papaveri
nei campi di grano maturo del Tavoliere,
non conosci l’urlo del vento lupo di tramontana
né il dolore delle stoppie bruciate d’arsura
a segnare a lutto una terra amara, anima
di bifolchi e cafoni, “scarpa grossa cervello fino”,
sola eredità ai figli con “pezzo di carta nelle mani”
e un futuro d’emigranti che segnò di fame
 i dispersi giorni degli antichi padri.
Ti smemori beato nel nostro mare d’ametista
e non sai di tempeste colme di piogge, che mai
verranno sotto un cielo armato di stelle
con velieri dorati su fondali di corallo
(gabbiani senza difesa piegano ali prive di voli,
negli occhi un sogno disperato di cieli in libertà).
Tu non sai di “basilischi” distesi al sole
(così un giorno si raccontò di noi),
colmi d’accidia in una superficie d’inganni
e del logorio beffardo che ci tarla dentro
di progetti che “giocano a dadi con il cielo”
e tentano la sorte in contorte strade
 di demoni e streghe, di gnomi e monacelli,
maghi e fattucchiere con pozioni di sangue
e spilloni su tradimenti d’amori mai dimenticati.
Non sai di turchi all’assalto di vergini bambine
e di torri d’avvistamento su straziati litorali
di scogli taglienti più d’ogni dolore.
Sul frastuono di pagine insanguinate,
la tua pubblicità “Sud terra d’a-mare”
assorda pensieri assolati di solitudine
(noi nere formiche ad invidiare cicale
nostrane che tempi di vacche magre ignorano
e ci regalano concerti d’archi e violini).
Noi, eterni santi navigatori e poeti, lottiamo
ancora il padrone lontano in terre di nessuno
al conto salato di nuovi briganti di carta
in cattedrali di libri che temono l’oblio
nel deserto dell’indifferenza.
Nessuno ci regalò il sorriso degli dei,
cui è cara questa terra di sale e di parole.
Noi, “figli di un dio minore”, a sognare un segno
che ci riconosca gente di testa e di cuore
in ogni gesto d’amore, prezioso più dell’oro
         (la nostra mai negata identità).

Il mio no 
       
           È gioia di cielo il cancello
all’arco sospeso di grappoli blu
che rinnovano di glicini il giorno.
         Sui papaveri accesi
ai muri di bianca calcina e pietra  
m’assale triste pensiero di paura
in quest’alba di miagolii d’amore
e un pigolio tenero di rondinini
in caldi nidi di piume sopra i tetti
che rosseggiano tra pini e abeti
canto di vento e allegria di sole.
Chi guarderà l’alba dai miei lucernari
quando d’assenza s’abbruneranno
occhi che amarono i miei occhi
persi di stelle di nuvole e di sogni?
Ci sarà l’alba ancora a chiacchierare
coi gatti acciambellati in vasi di fiori
e ricami d’amorose mani tra le zolle
odorose e molli del giardino?
                    TEMO
urla di terrore alle soglie degli anni
assetati di potere e di morte
coi grandi della terra dimentichi
d’appartenere a questa “bella
d’erbe famiglia e d’animali” che
                     VIBRA
di silenziosa e luminescente vita
con la coccinella dalle sette punte
e un presagio di fortuna e mille stelle
a rendere docili i nostri giorni di quiete.
                    IGNORA
 mille voci che piangono Chernobyl
alla frontiera di terre siberiane
devastate di mai placato dolore. 
Alla polveriera di Fukushima
esplosa di orrore come allora 
tra i giardini dai peschi in fiore
CHIEDO PERDONO E GRIDO
la mia rabbia ad un cielo
distratto dal dio di denari
ottuso al nostro cuore distrutto.
VOGLIO SALVARE DEL MIO SUD
la culla la casa il filo di luna sospeso
ai camini del tempo
e lo stupore di noi bimbi a cercare
arance e fichi secchi nella calza della befana 
e tutti i frutti di sole e di miele raccolti
da una madre amara e generosa
                  la mia terra
(che d’erba e di mare un tempo profumo aveva)
 Cantano le pietre della Murgia
              (a Enzo Morelli
                          e alle sue tele murgiane)

Al graffio che urla
l’immensa fatica del silenzio
nel buio lacerato del giorno finito
                esplode
di luce un principio di foglie
che fa certo il tempo del rinnovato
splendore catturato nei prati
Non s’arrende lo sguardo alla tristezza
degli ulivi dai rami contorti e trafelati
al traguardo ignorato     negato
alla lenta lumaca con abiti d'albero
e una casa che sfida il biancolatte del cielo
Tempo di solitudine
mitigato dal rosa antico del pesco
fiorito tra occhi socchiusi sul volto
proteso alla magia di un sogno
Tempo di solitudine a circoscrivere
passi dilatati in verticale scala di stagioni
quando il tempo era degli uomini
           - servi e cavalieri -
alla corte di Federico che interrogava
                le stelle
e offriva preghiere pagane alla potenza
            del Sole suo unico signore
E falchi e poiane inchiostravano il verde
                       e lo ferivano
Pietra su pietra la Murgia canta
tenera allodola l’alba di trine e d’argento
Canta col sorriso fragoroso dei papaveri
la fragilità innocente e nuda del convolvolo
      Chiara veste di bimba nata alla vita
in una terra madre stranita di nebbie
e fatata di bianche orchidee selvatiche                      
Si accende di rosso il cielo
                           L’anima trema d’incanto
In questo angolo di paradiso che smuore
             e si disvela luminoso
nell'accendersi di un'emozione
             che mi somiglia
                                (sono ancora foglia e rugiada...)


Canto per la mia terra
                                                                                      Se la forza di gravità, la verticale,
                                                                                      è la memoria
                                                                                      della terra che chiama
                                                                                      a sé le cose per ricordarle,
                                                                                      l’ansia è la mia memoria…
                                                                                                                   (Valerio Magrelli)
Ha ancora un urlo d’alberi
questa terra
che s’inerpica d’azzurro
e conosce tutte le rive
del nostro pianto.
Macchia mediterranea
intrichi di selve interrotte
dal ricamo festoso
delle ginestre in fiore
che cantano al cielo
l’inno gialloverde
di questa terra umida
in lotta contro rovi d’arsura.
Bianche vele ridono
tra labbra di onde
che giocano a nascondino
lontano dalla riva assolata
con scogli aguzzi
in gorghi di spuma
e sabbia dorata.
Questa terra di rimorsi
di frenesia di pizzica e cicale.
Terra con dita d’argento
tra rami feriti che artigliano
un cielo sorpreso e sgomento
Muoiono secolari ulivi
come la nostra umanità alla deriva.
Uomini-dei ingannano il sole
con pronta mannaia di sangue
arrossando con rossastre macchie
d’insano assassinio
la rossa terra del nostro Salento
pronti a recidere chiome di spavento
(strangolate ammanettate umiliate)
delle maestose millenarie
nostre sculture di dolore e fatica
concesse dal nostro Cielo
(promessa di pace ragione di vita).
Terra che getta un cordone
di brulle colline
ad imbrigliare il bianco di calce
delle case a cono
dimora di fate e folletti
misteri di segni e simboli
e liturgie pagane
dove il verde delle Murge
sussurra di funghi e pietre
e ferule e lumache
in gara con l’azzurro tra i rami.
Rossastra ruggine
di monti a nido dipinge
il Gargano che s’affaccia sul mare
sfidando superbo le nuvole
a specchiarsi in golfi
e laghi costieri.
E di grano che al vento danza
e canta come cicala impazzita di sole
si cinge generosa la piana dauna
che ai suoi piedi si perde  
trafitta da lame d’arsenico
che seminò morte e raccolse ferite.
Lunga come la sua lunga storia
è la mia terra di principi e briganti
di acque e sale e vento di naviganti.
Alla grotta della poesia
mi bagnai un giorno
inseguita dalle mie lunghe
trecce e seppi della mia sorte
segnata d’archi di pianto
e da stelle di mare e serti di parole
a raccontare della mia gente storie
che fumano dai camini ridono urlano
e con versi di tenerezza cantano
lo splendore di questa terra
dai miei tetti di sole.
                                      Angela De Leo