lunedì 9 giugno 2025

Lunedì 9 giugno 2025: ANCORA NOI TRA PERCORSI D'ANIMA A FERIRCI A SALVARCI...

Oggi è San Primo e sono 17 anni che non lo festeggiamo più. Un tempo festeggiavamo l’onomastico del capofamiglia nel favoloso villaggio di Alimini 1 nel Salento (vicino Otranto), dove avevamo una multiproprietà, costituita da un appartamento su due piani con solarium per sei persone per un periodo di un mese e mezzo. Luogo bellissimo con vacanze bellissime. Rimpianto e nostalgia. Ma questa mattina, magicamente, nello scartabellare antichi fogli di poesie perdute nel tempo, ecco piovermi tra le mani e gli occhi alcune nostre poesie fortemente rammemoranti. Emozione e commozione. E urgenza di trascriverle qui per condividerle tra di noi, per rendere omaggio a lui, mio marito, ma anche a tutte le voci mai perdute perché radicate nell’anima. In giugno, del resto, ho perso lui, Primo, e mia sorella Anna Maria, così vicina al mio cuore, ma è nata Ombretta (18 giugno) e abbiamo sempre festeggiato, in quel magico villaggio, onomastici e compleanni.

Oggi, è per me un riandare indietro nel tempo per riannodare ricordi…

Ma comincio da una poesia scritta all’alba di questa mattina e intitolata non a caso “9 giugno: San Primo”: Urne e culle e santi ha il cielo di giugno,/ nei nostri cieli che un cinguettio/ di rondini rende vicini e inazzurra,/ oltre le ombre di nuvole e ali/ nel cortile dell’antica casa che aspetta/ e saetta di gelsi e di rose la memoria./ E vive di misteri, di magie e di dolore/ che non muore e di canto alla vita./Infinita dietro le porte della stagione/ d’estate, il suo solstizio a fermare sole/ e rimpianti, ad accendere canti perduti/ nei nostri lunghi viaggi con noi/ senza noi e in cerca di noi./ E di impotenza il senso delle parole/ rimane, e delle spine a bruciare mani/ e sorrisi sempre più lontani nel tempo/ (ma forse faremo in tempo/   ad abbracciarci ancora nella dolcezza/ di una carezza che può bastare/   a salvarci il cuore)  

E di Primo ecco “TRASPARENTI APPARENZE”: Come aria improvvisa che muove teneri rami trasparenti di cielo…/ e di orizzonti d’erba…/ queste situazioni di attesa sospese tra fughe e ritorni hanno apparenze inespresse…/ quasi gesti involontari tracciati su polvere di luna/ Trasparenti segnali di poesie della memoria/ di poesie della non memoria/ da scrivere da cancellare con pensieri indecenti trasparenti e presenti Apparizioni apparenti… disegnano parole ferite… colpite a morte/ Dalla convenienza inespressa/ per rinascere trasparenti immagini/ Di un sogno in bianco e nero…/ e lo schermo è sempre la stessa strada…/ lo stesso treno che insegue sé stesso…/ Trasparenti apparenze di noi proiettati nel fascio di luce delle illusioni…/ volute di fumo non volute…/ nella trasparenza del buio…/ Rifugiarsi in fondo alla memoria è una strategia che non risolve… il frastuono del silenzio è il nemico da abbattere… Fragile come una eclissi…

E ancora “LUNA DI TUTTE LE MEMORIE”: Le strade della memoria/ Non sono autostrade/ Veloci… affollate… illuminate…/ Sono impervie… tortuose…/ Con segnali nascosti/ Antiche e bianche di luna/ - luna di tutte le memorie - / quelle ormai sepolte/ e quelle dei sogni che verranno…/ Sono strade mai stanche di luna/ Mai stanche di ricordi/ A volte brevi… appena accennate… scavate a viva forza… quasi a scolpire notturni chiarori… oppure senza fine… a perdersi nella notte di tempi ormai finiti. Sono le strade di una luna che ci appartiene come la nostra pelle… come un insopportabile peso nel mezzo di un cuore che ci conta i respiri e ci distrugge i sogni…

La mia poesia di oggi, dunque, è quasi un risarcimento di tutti i nostri sogni infranti con il passare degli anni e delle stagioni, come accade nella vita, tra esaltazioni e delusioni, tra voli e abissi, tra ferite e rinascite. Quest’ultima insolita e originalissima poesia di Primo è, tra l’altro, il preludio a una silloge che stava scrivendo “Le strade della luna che dorme” e che, purtroppo, non ha più avuto il tempo di pubblicare. Quasi sicuramente, se ne avrò io il tempo (e purtroppo è una lotta impari contro il tempo che velocemente scivola tra le mani), potrei provare a pubblicarla. Mi piacerebbe.

Ed ora ecco le poesie mie, perdute allora e ritrovate in questi giorni. Forse vale la pena trascriverle. 

I. “TORNERANNO LE PIOGGE”: Torneranno le piogge improvvise/ nel vialetto del tuo mesto sorriso/ ma non ci saranno i tuoi baci/ farfalle morenti sul finire del giorno./ Rimarrà insaziato dolore/ sul quadrante di ogni stagione/ /e sarà mio e degli altri tuoi nati)/ Vuoto il giorno dell’ora negata/ la carezza sul tuo volto lunare/ è impossibile ritorno a ieri/ quando contavi le lancette del tempo/ tra richiamo d’altri pensieri/ e nostalgia di passi perduti./ Ti stremava un affanno senza tregua/ un intervallo di parole prive d’incontro/ cui opponevi la forza silenziosa del distacco/ imbavagliata difesa da un respiro/   che fa male   / Era questa la distanza che ponevi/ tra te e il mondo ovattato di pianto/  questo l’enigma della tua partenza/ oltre i confini del tuo corpo disabitato/ Nella stanza spenta di te/ una geometria di silenzio raccolto/ ignora preghiere e le invoca/ oltre il “muro d’ombra”/ che tutto respinge e incontra/ accoglie.

II. “UN VUOTO DI COSE”: Senza di te un vuoto di cose/ che il silenzio non può riempire/ (vuoto di parole significati/ vuoto che tace nega cancella)/ vuoto che devasta e distrugge/ Rimanda alla notte/ al tuo respiro che si è fatto anima/ al nostro andare ormai soli/ (senza più noi stessi)/ lungo strade che non sapranno/ più riconoscerci/ perché non ci sarai tu/ a chiamarci per nome/ (la nostra identità nel tuo amore)

III. “PURE”: hai lasciato orme di stelle/    nel tuo andare/ perché il buio non vinca mai/ sulle nostre ferite. (voglio ricordare che i fogli ritrovati portano la data di settembre 2001, e avevamo perso alla vista nostra madre il 1° aprile dello stesso anno).

Invece, è solo di qualche ora fa quello che ho scritto per Ombretta che fra nove giorni dovrà fare i conti con un nuovo anno di vita e con altri sogni e progetti, così come all’alba di questa mattina ho sognato. I versi hanno come titolo “e poi sei arrivata tu”: dal mare e con la fretta di raggiungermi/ sei arrivata della prima alba lambendo la riva/ con la spuma che in rose si trasformava,/ quasi  tuo omaggio al mio amore/ allo scadere di mezzogiorno/ ti sei presentata carica di fiori./ Di mangiare tutti avevano tanta fretta/ quasi quanto la tua di salutarmi/ nel silenzio-frastuono/ e nel vuoto-pieno delle nostre braccia/ a difenderci dal mondo/ noi due tutto il mondo/ fino ai confini dell’Universo/ che non abbiamo mai perso./ Dimentiche di torti e di ragioni/ della casa e dei suoi tanti frastuoni/ insieme io e te con i tuoi buffi capelli/ che sembravano ali di gabbianella/ e neppure bella./ Ma eri mia, mia soltanto in quel vuoto-pieno di silenzio/ che subito ci appartenne, solo per poco/ poi fosti gioco e parole sbagliate/ e tante risate e occhi d’incanto./ I miei, incatenati ai tuoi lunghi capelli/ e ai nostri sogni più belli/ sognati in due/ e tante fiabe inventate, le mie le tue.// Musa incontrastata dei pennelli/ e dei versi di tuo padre in ogni dove/ in ogni sempre./ (ma noi due siamo nel “per sempre”/    che fa di due cuori un cuore solo/ noi due che anche da lontano/   siamo lo stesso volo).  

Ma giugno non è ancora finito e bisogna percorrerlo fino in fondo perché incalzano altre voci e sussurri d’anima a ferirci, a salvarci… grazie. Angela/lina 

venerdì 6 giugno 2025

Venerdì 6 giugno 2025: LE ORE INVISIBILI di FRANCESCA PALUMBO...

E oggi mi sembra giusto portare alla vostra attenzione, amici carissimi, Francesca Palumbo e la sua Poesia. La nostra conoscenza risale, se non ricordo male (la memoria purtroppo mi fa continui attentati), a parecchi anni fa, ospiti entrambe del Salone del Libro di Torino, una vetrina meravigliosa per tutti quelli che hanno la passione della scrittura e della lettura. Io in qualità di scrittrice e poetessa, lei appartenente allo straordinario gruppo degli uomini-libro che recitavano a memoria interi passi di libri per salvarli dalla distruzione di una società sempre più alla deriva, come accade nel film Fahrenheit 451 (1966) di Francois Truffaut, tratto dal libro omonimo di Ray Bradbury, in cui, in forma romanzata, si parla di una società distopica, in cui i libri sono proibiti e sistematicamente bruciati. Entrambe, dunque, amanti dei libri da scrivere e da leggere. Il mio editore Peppino Piacente, della SECOP Edizioni di Corato-Bari ha incontrato quest’anno Francesca proprio al Lingotto di Torino, in veste di autrice di un nuovo libro Le ore invisibili, dopo i romanzi Il tempo che ci vuole (2010), Le parole interrotte (2015), La tua pelle che non c’è (2018), Hai avuto la mia vita (2021). Per queste opere, tutte pubblicate con la Casa Editrice salentina Besa-Muci, Francesca ha ricevuto prestigiosi premi.

Francesca Palumbo è, però, nata a Bari, dove ancora oggi lavora come Docente di Lingua e Letteratura Inglese, e dove ha fondato la Piccola Scuola di Scrittura Creativa e Autobiografica INCIPIT. “Scrive articoli e recensioni per riviste online e giornali locali”.

A me è pervenuta in dono, tramite Peppino, la sua ultima silloge poetica Le ore invisibili, appena pubblicata con una dedica bellissima: Ad Angela con immenso affetto e stima. Francesca. Ho immediatamente letto il libro e, altrettanto immediatamente, ho sentito l’impulso di scrivere qualche mia riflessione, in veste di recensione, che qui trascrivo:

<Ho tra le mani la silloge poetica di Francesca Palumbo Le ore invisibili (besa/muci editore, pp. 141, 16,00 £). Francesca, nel presentare il suo libro dice: “Ogni Poesia è un piccolo atto di fiducia nell’enigma”. Che ben presto, a mio parere, si fa mistero. Già il titolo è di per sé misterioso nella sua imprendibilità. Le ore sono una nostra convenzione per scandire il tempo di un giorno e quest’ultimo nel tempo di un anno e via via nel tempo senza tempo dei millenni fino all’aurora del mondo. se, poi, alle “ore” aggiungiamo “invisibili”, il mistero s’infittisce, reclama una dispersione totale del reale in funzione di ciò che reale non è. l’invisibile alimenta la contraddizione del “non è” rispetto a ciò che è. E nella contraddizione e di contraddizione vive e si nutre la poesia di Francesca, ma non solo. Anche la stessa immagine di copertina esprime una materia duttile, accartocciata, che sovrappone il non essere all’essere. È un oggetto materico indubbiamente, ma è soprattutto qualcosa che si aggroviglia come il nostro pensiero mai stanco di pensare ed è già qualcosa di volatile, che occupa la nostra mente, e ci impedisce di vedere, in tutta la sua realtà, la materia in bianco e nero che inizialmente si offre al nostro sguardo. Luci e ombre contemporaneamente. E la luce appare scontornata dalle ombre perché appaia in tutta la sua pienezza che rischiara il buio dentro e fuori di noi. In questo caso, dell’Autrice.

Non così l’immagine del retro-copertina a colori solari molto forti, il girasole ne è l’emblema contro il volto della poetessa, che ha occhi chiusi, quasi ebbri di sole, per inspirare luce, calore, profumo, i quali, a loro volta, si infiltrano tra i capelli scompigliati dal vento, come grano maturo, dimentico dell’azzurro della veste che pure è e scompare. Il tutto è meravigliosa sintesi della poetica di Francesca, che vive di opposti e si nutre di contrasti: desiderio e rinuncia, Arte come aspirazione al bello e al vero (“A verità condusse poesia” dice Clemente Rebora, poeta mistico dei primi del Novecento) e, nello stesso tempo, un franare negli abissi di una discesa senza fondo e senza senso (vedi Poesia “E se li senti” a p. 11). C’è sempre un qualcosa, dunque, a interrompere la meraviglia che nei suoi occhi si dipinge ogni volta che è rivolta a guardare il cielo, a ricordare un amore, a scolpire un sogno. Succede in “Meteo” e in tante altre poesie in sospensione tra terra e cielo: Avere il cielo come tavolino/ bere il caffè/ guardare in su./ Sfogliare app/ meteorologica degli umani/ ansia/ umori/ paure/ e altri uragani.

Ascoltare la musica interiore e quanto meglio un poeta possa fare per appropriarsi del linguaggio materno che pulsa nel suo cuore e imprime uno stile tutto suo e tutto nuovo ai versi. Franco Buffoni, uno dei più grandi poeti contemporanei, ne parla con cognizione di causa e commozione. Anche Vittorino Curci, nei suoi “Quaderni dell’Arte poetica”, afferma la stessa necessità: di appartenenza, ma anche di estraneità al testo. L’appartenenza fa casa, protezione, solidarietà, il prendersi cura dei luoghi e delle persone; la distanza significa non trattenere per sé il verso, ma lasciarlo andare incontro agli altri e, in primis, al lettore, ultimo destinatario e depositario della parola scritta.

Ecco un esempio con “Intorno”: Giorni così/ che passano ignari/ del nulla e del tutto/ che fa quotidiano./ Protesa/ verso il mutare delle nuvole/ ondeggio/ animata da un fervore calmo./ Tutto tace intorno. E gli ossimori ancora una volta tracciano la contraddizione, di cui Simone Weil ha teorizzato l’importanza e la necessità perché essa evita le definizioni immutabili, crea spazi di   possibilità e “il contatto con l’inesprimibile”, che, a sua volta, realizza il superamento della nostra “finitudine”, raggiungendo gli spazi della “mistica”, come era nelle corde della Weil, che pure era partita dalla logica e dalla matematica.

In sole tre sezioni (Pensami qui, Calcolabile umano, Clessidra dei giorni) emergono solitudini e rimpianti, ricordi e nostalgie, rifiuti e attese. Gioia di Esserci nel qui e ora, prossemicamente, come ci suggerisce Heidegger, e stanchezza di essere in una identità mai vera mai falsa, ma sempre consapevole di sé nella sua interezza di umanità non solo alla deriva, ma sulla riva di ogni riverbero di sé e del sé. Una percezione che mai l’abbandona. E che la rende fragile e forte. Rammemorante. “Incrociavamo le dita”: Se mai dovesse capitarti di immaginare/ una più netta perfezione/ se mai dovessi provare/ un freddo così intenso/ da non ritrovarti/ se mai dovessi scoprire che niente più riscalda/ quella parte del tuo petto/ sistemata lassù/ a sinistra/ recupera ti prego/ unica immagine salda/del nostro immenso mancare./ Incrociavamo le nostre dita un tempo/ e così restavamo/ per ore./ Sempre ripetevamo quel gesto/ senza saperne/ lo splendore.

Versi insoliti, nuovi, vibranti e umbratili insieme, riassumono la cifra stilistica di Francesca Palumbo,   che meritatamente si è fatta ampio spazio tra le giovanissime voci protagoniste del terzo Millennio, che già percorriamo non senza devastanti timori per la nostra umanità alla deriva, ma con un filo i Speranza che sempre ci salva (Spes ultima Dea)…

Ma, poi, ecco “Molliche”: Dire sì al desiderio/ e ancora ancora/ col dorso della mano/ strofinarsi le labbra/ ripulirle dai baci/ che furono fuoco/ per sfiorare parti disperse/ di te e di me/ sparpagliate tra le nuvole/ e i sassi/ e i sentieri./ Ti seguo/ anche nelle foreste buie/ e intanto/ semino molliche.

Con le profonde tracce salvifiche del suo desiderio di tornare al cuore, unico ardimento e tormento a cui non si può sfuggire…

E anche oggi chiudo qui, con la speranza/certezza di avervi coinvolto nei versi così intensi e veri, nella loro imprendibilità, di una poetessa, nella cui gioia e nel cui dolore, ciascuno di noi non fa fatica ad immergersi e a riconoscersi. Grata sempre. Angela/lina

 

mercoledì 4 giugno 2025

Mercoledì 4 giugno 2025: 17 ANNI SENZA, MA E' UNA STORIA D'AMORE CHE CONTINUA OLTRE...

E oggi rompo il silenzio di una decina di giorni per raccontare La storia di un amore che continua oltre il tempo e lo spazio                 

… La cosa più bella del nostro amore

   è che esso cammina sull’acque

                   e non affonda.

                 (Nizar Qabbani)

Il 20 settembre di tanti anni fa, fino a perderne il conto, io e Primo coronammo il nostro sogno d’amore a lungo vagheggiato. Ma per parlarne occorre risalire agli “antefatti”.

Manfredonia: paese dove mio padre mi obbligò a seguirlo per poter continuare gli studi che non avevo mai onorato in precedenza, in quanto è noto che non amavo studiare, ma solo leggere e scrivere e raccontare storie, senza mai curarmi della scuola, in cui mi sentivo prigioniera e incompresa nelle mie ingenue ma quotidiane ribellioni.

<Nel nuovo paese incontrai una solitudine di caserma, grande, fredda, grigia, ma nella nuova scuola “che sapeva di mare” incontrai l’amore e la poesia.  Dopo circa un anno di reclusione, nelle ore di costrizione al regime dittatoriale, e di libertà condizionata, nell’aula della terza B, mi sentii rincuorata e protetta dalle battute di Primo, il ragazzo che, dei quattro compagni di classe, era il più intelligente, il più divertente, il più irriverente. Il più affascinante.  E fu subito magia. Ma fu anche l’incontro con un preside poeta a regalarmi il sogno di poter realizzare i miei sogni, nonostante le catene. Non passò molto tempo che, come erba tenera e papaveri in fiore, nello sconfinato prato della mia testa-cuore-anima, cominciai a coltivare il “pensiero unico”: il mio amore per quel ragazzo tanto diverso dagli altri, più basso di statura, ma dominante su tutti per genialità. E, fosse stato per me, non avrei scelto altro che lui, lui e soltanto lui. E in classe Primo era l’unico che, con la sua ironia e autoironia, ci faceva ridere. Cominciò, pian piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose (strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato contrastato fin dal suo nascere, e se non fosse stato per il nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato dal mare.

Il giorno del mio diciassettesimo compleanno ebbi anche il permesso, dietro sicura e accorata perorazione di mamma, di invitare a casa tutta la classe. Primo si presentò con un enorme fascio di rose rosse. Pensavo che si fosse fatto portavoce di tutti i compagni e, invece, mi disse che le rose erano sue perché mi amava tanto e voleva che diventassi la sua ragazza. “Lo sai che non mi fanno uscire”, gli dissi mentre ballavamo e lui mi stringeva a sé. “Non me ne importa. Ci vediamo a cinema...”. Andare insieme a cinema ci permise di continuare la nostra esile storia perché favorì il nostro incontrarci e sfiorarci, stando seduti vicini vicini, e di scambiarci battute e opinioni che andavano oltre i discorsi scolastici. I diversi cinema al chiuso e le arene all’aperto ci videro, in quegli anni, assidui spettatori anche perché, incoscienti e presuntuosi come eravamo entrambi, non avevamo i pomeriggi impegnati in uno studio scolastico “matto e disperatissimo”, e, tra l’altro, eravamo entrambi “uniti da un insolito destino”: entrare gratis in tutte le sale cinematografiche e le arene dell’accogliente paese che ci ospitava. Anche il papà di Primo era un sottufficiale, non dei Carabinieri ma della Finanza. E godeva degli stessi privilegi, riservati ai militari e ai loro familiari. Le due caserme, nemiche, erano l’una accanto all’altra e le nostre case dirimpettaie si guardavano in cagnesco, per via dei nostri genitori; e con amore, per via dei nostri occhi ad attraversare il corso per perdersi nel sogno che affiorava nei nostri sguardi. Allora, eravamo in due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in qualche modo, incompatibili. 

Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio il preside, prof. Cristanziano Serricchio, grandissimo poeta, scrittore, saggista, ma per noi semplicemente il nostro Preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci aspettavamo, ci sorrise chiedendoci: “È una cosa seria?”. Intuii allora la tenerezza del suo cuore>.

Bitonto 1960: anno magico per l’amore che fioriva e metteva radici

                                                                                                     Radici e ali.

                                                                                            Ma che le ali mettano radici.

                                                                                                      E le radici volino.

                                                                                                 (Juan Ramòn Jiménez)

<Ci eravamo iscritti entrambi, io e Primo, alla Facoltà di Lingue: lui per passione, io solo per seguirlo. Ancora una volta da perfetta incosciente, avendo piena consapevolezza che le lingue non riuscivo a masticarle affatto. Ero decisamente negata, non tanto nella traduzione, quanto nella lettura e nella comunicazione orale. Mai avrei imparato a pronunciare una sola parola straniera correttamente. E ancora oggi mi accade. Fu un anno senza mai partecipare ad una sola lezione, paghi soltanto di essere insieme. Incoscienti e felici. Immemori e felici. Appassionati e felici. Corso Trieste. Lunghe giornate a chiacchierare nella saletta degli studenti, dietro i vetri e con i libri mai sfogliati. Passeggiate romantiche sul lungomare, infaticabili camminatori noi in gara con i gabbiani. Corso Cavour: e i panzerotti al Bar Italia, i gelati al Bar Gasperini, il caffè alla Motta. Lunghe incursioni all’UPIM e alla STANDA. I regalini da quattro soldi e la felicità nelle tasche vuote. Altri attimi di gloria e di euforia per essere stata eletta miss matricola. Ancora una volta la bellezza a incoronarmi regina. Esaltazioni in due. E danze e voli e ricami di voli e sogni. E progetti… Poi, il Concorso di Primo l’anno successivo e il suo impiego nella scuola come il più giovane maestro d’Italia. Io non vi avevo partecipato. Sapevo con certezza che non volevo fare l’insegnante. Soprattutto nella scuola elementare. Ma fui contenta della sua scelta e del suo successo. La mia corsa, la mattina dell’assegnazione della prima sede d’insegnamento, sotto un temporale spaventoso, per raggiungerlo in Provveditorato, dove c’era anche suo padre. Portai con me due bicchieri di carta e una bottiglietta d’acqua per brindare (… “brindisi coi bicchieri colmi d’acqua/ al nostro amore povero e innocente”…). Lo raggiunsi che ero la cascata del Niagara (il papà di Primo si preoccupò e mi rimproverò bonariamente), ma io rimasi bagnata fradicia fino al mio ritorno a casa, la sera. Rimasi a lungo a letto con febbre e raffreddore. E senza Primo, che dovette presentarsi a scuola e poi ripartire con suo padre in attesa dell’inizio dell’anno scolastico. Il primo ottobre.

Di noi due e dei nostri figli parlerò ancora. Ma oggi è tempo di parlare dei 17 anni senza di lui e della sua presenza quotidiana nel nostro cuore.

A Primo ancora e sempre: - sono diciassette - mi ripeto -/ stamattina -/ diciassette dall’ultimo tuo sguardo/ in quella notte senza una voce/ solo un grido a invocare l’anima/ senza respiro e a farmene dono:/  - ti ho amato sempre ti ho amato tanto -/ nell’incredulo silenzio che sopravvenne/ e mi trovò incredula carezza e pianto/ trattenuto, il tuo capo abbandonato/ sul mio petto abbandonato/ sul mio petto con la tenerezza/ dell’ultimo saluto/ per un viaggio senza ritorno./   Io senza.   / Senza te senza me senza esistenza./ Furono altre voci ad afferrare le lacrime/ a strangolarle in gola. Andavi via./ Lasciandomi sola./ Senza stelle e senza preghiere./    Senza.   / Vuoto dentro e intorno./ Tu ballavi nei miei occhi allucinati,/ ballavi tu nell’attesa di andare/ o rimanere sulle mie ciglia umide,/ sui miei terrapieni scoscesi,/ indifesi./ Tu ballavi, mentre ali di angeli/ ti portavano via, e non c’era scelta/ da fare, costretto ad andare…/ E io mi arrendevo al fremito in volo/ di gambe mani volto, lasciandoti solo./ Fu attesa disperata del tuo non ritorno,/ della nuova alba a lasciarmi senza./ (e oggi canto la tua presenza/ a me accanto come ogni altro giorno/ e colmo bicchieri di te della tua ironia/ perché non sei andato mai via)    

A presto. Mi dispiace di avervi coinvolto nel mio dolore. Cercherò di rimediare la prossima volta con qualcosa di più leggero e piacevole da seguire. Grazie sempre. Angela/lina

  

sabato 24 maggio 2025

Sabato 24 maggio 2025: NICHI VENDOLA e il SACRO QUEER

E oggi penso che sia giusto parlare dell’ultima silloge poetica di Nichi Vendola. Non sono in grado di parlarvi del suo lungo e articolato percorso politico, non sono una politologa ma una poetologa e amo la sua poesia ed è su questa che voglio posare lo sguardo per comprenderla meglio e farla comprendere, possibilmente, a tutti noi che su queste pagine del nostro blog ci incontriamo.

E mi piace partire da “Il genocidio delle parole”, che Nichi suddivide in sei parti, dove è presente, in forme e connotazioni diverse il suo grido di poeta, uomo politico di sinistra, giornalista impegnato sul fronte della giustizia, della libertà di giudizio, della diversità come valore e non come pregiudizio e condanna. Egli comincia, con una sorta di accorato rimpianto: Dove sono finite le parole che sanno accogliere, ascoltare, abbracciare e comprendere il mondo? le parole forti e pulite dell’ansia della verità, quelle gentili e sagge dell’inclusione e della reciprocità, quelle che non esorcizzano la complessità e la diversità: in quale discarica sono state abbandonate, in quale tempio profano sono state maledette, in quale lager sono state affidate alle premure di una dissoluzione finale? Non c’è crimine che non cominci così: iniettando il veleno nelle vene delle parole, ubriacandole di superstizioni e fanatismo, abusandole come fossero destinate alla macelleria universale. La storia sta girando all’indietro e il regresso comincia dal genocidio programmato delle parole che covano umanità. E non c’è salvezza che non sia innanzitutto una parola di salvezza.

E così, via via, ecco le parole che si perdono per strada nel pettegolezzo, o nella solitudine dell’odio e della prevaricazione. Fuggono spaventate e si rifugiano nel sacro tempio della poesia per scoprire “il senso delle cose”, l’emozione “che ci rende umani”, mentre navigano le parole in contesti deliranti di un “evo senza memoria e senza vergogna”… “La catastrofe delle parole è in corso e non si può più tacere”. Perché oggi la poesia “interroga l’umano e la sua responsabilità”. A Nichi oggi interessa scoprire la fraternità tra gli uomini e la solidarietà di cui dobbiamo farci “custodi” se vogliamo salvare questo nostro pianeta “atomo opaco del male” (Pascoli). Di qui la bellezza della parola “queer”, che sottintende tanta forza e tanto dolore; che vince l’“uniforme e l’uniformità” perché i queer sono “angeli in transizione verso l’ignoto e l’inaudito, nella carezza del multiverso”, “spezzando catene e superstizioni e costruendo poderose ali per volare più in alto per raggiungere quel Dio che danza la vita”. I sei punti si chiudono con un invito a riscoprire il Sud, dove ci sono le nostre radici e dove abbiamo piantato bandiere laddove il Nord ci dava per sconfitti.

È di questi giorni la pubblicazione, con la nostra Casa Editrice SECOP di Corato (Bari) dell’Editore Peppino Piacente, del Libro IL SUD HA VINTO del famoso giornalista de <La Gazzetta del Mezzogiorno>, scrittore, saggista (e tanto altro ancora) Lino Patruno, il quale con il suo stile inconfondibile, giornalistico e poetico insieme, parla di tutti i meriti del Sud, in un crescendo rossiniano davvero avvincente. Come avvincenti sono i temi della “restanza” e della “ritornanza”, cioè di chi si è rifiutato di partire per vivere al Sud la meravigliosa avventura di scegliersi un lavoro per far fiorire e rifiorire la propria terra, quella degli avi e dei figli e consegnargliela in eredità ai nipoti e pronipoti, che saranno protagonisti di un futuro appena annunciato e delineato per somme linee; e di chi è andato via, ma è felice di tornare per gli stessi motivi di chi è rimasto.

Tenerissimo il riferimento di Nichi Vendola al sindaco di Tricarico, poeta e contadino, e all’immarcescibile Rocco Scotellaro. E conclude: oggi anche Sud e parola falsificata e svuotata di senso. Il Sud ha per troppi anni perso la parola, si è lasciato raccontare dagli altri, ha come introiettato la colpa della propria disegualità dal Nord. È cosa buona e giusta riprendere la parola, per ritrovare memorie e significati necessari. Per ritrovare Scotellaro e un pezzetto incandescente, misero, struggente di quel Novecento che ci portiamo addosso (Montréal, 1 gennaio 2025).

È importante, a mio parere, sottolineare l’uso appropriato delle parole, scelte con estrema cura, oculatezza e competenza, da Nichi, sia come poeta, sia come uomo politico di lungo corso, sia come persona che ha tanto sofferto per la sua “diversità” fino al momento liberatorio del suo fare “coming-out”.

Poi, ecco le poesie, che fanno capo al SACRO QUEER e da questo si diramano come fiume in piena, come preghiera e supplica ad un cielo che ci affratella e ci rende umani; come preghiera devota che risente di vangeli e di miracoli, come quelli che compie quotidianamente la MADONNA DI CUTRO in aiuto ai naviganti, a quelli che affondano nel mare senza speranza di braccia disperate dal primo  all’ultimo lembo di terra, dove incontrano “la morte cattiva”, in un eterno naufragio del corpo, del cuore, dell’anima. Fino al miracolo della salvezza di ogni essere umano che si riconosce fratello e ha dell’altro cognizione, quasi una benedizione, mista a rivoluzione. Con una insistenza, sempre più praticata oggi, delle rime e assonanze, che danno un ritmo nuovo alla composizione poetica, a volte più incalzante, a volte più lenta e morbida, con uno sguardo di particolare tenerezza a chi sente fraternamente vicino/a nel dolore e nell’amore, che tutti redime e salva. A volte sembra che Nichi giochi con le parole per velare/svelare realtà più difficili da dire, tra il mistero che mescola nella poesia il sacro e il profano, i mostri sotterranei e le visioni celestiali, le paure e i sudari dei rimorsi e dei riscatti. Fino all’ultima soglia, ardita di parole che un poeta non dovrebbe dire, ma che dice, quasi una blasfemia per riportare alla sorgente degli inganni la verità, sempre sfiorata e mai posseduta in un mondo di alieni, pronti a ferire e distruggere piuttosto che a costruire.

Per fortuna la Bellezza prende il poeta per mano e lo salva dall’orrore del proibito, con il “sacro dell’umano”. Una sacralità che salva ciascuno con la sua “singolarità”, che attraversa “le primavere odorose/ di sesso e di verità”. Le dediche si susseguono senza tregua e per ciascuno, amico o amica, con le individuali connotazioni, tra quanti salgono al Cielo dei santi e dei gabbiani, e quanti hanno cambiato identità per sentirsi rinascere nella libertà di essere per l’eternità. E quest’ultima è un ricamo/ uno strappo/ o solo un girotondo… per poter “mescolare i ricordi/ il profilo delle cose/ le foto da bambino/ la furia degli accordi/ le nenie sulla strada/ l’impellenza del seme/ o la schiuma del mare/ che l’abisso non teme”. Ed è una nenia dolcissima, cadenzata, intrisa di tenerezza e di abbandoni, di immagini che si smarginano in somiglianze che sorprendono i sensi, la vista, il cuore (l’impellenza del seme/ o la schiuma del mare). E si potrebbe continuare all’infinito, con i vizi e le virtù dei cosiddetti “diversi”. C’è anche un’amica di Terlizzi in fuga, come Leopardi, dal “natio borgo selvaggio”, per ritrovare sé stessa a Casablanca, e, come il grande recanatese, senza farvi ritorno. E a Vladimir Luxuria, a Michela Murgia, a Cathy La Torre; e ancora, a Massimo Consoli, Vanni Piccolo, Franco Grillini. Un’accorata poesia è dedicata a Paolo Pietrangeli, cantautore di sinistra che firmò “Contessa”, un inno famosissimo negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, e che Nichi ricorda con tanta tenerezza.

Per tutti un ricordo, una nostalgia, “un battito d’ali” per non perdere le vie del cielo. E dappertutto è un senso necessario di gravidanza per portare dal buio alla luce quanti gli hanno vissuto accanto negli anni dei pentimenti senza perdoni. C’è una poesia senza dedica, intitolata “Un muratore”, che mi ha immediatamente portato alla mente la canzone di Zucchero Fornaciari (2021), impudicamente cantata dall’immenso Fabrizio De Andrè. Il titolo? “Ho visto Nina volare”. I versi “incriminati”? Mastica e sputa/ Da una parte il miele/ Mastica e sputa/ Dall’altra la cera/ Mastica e sputa/ Prima che venga neve//… Ho visto Nina volare/ Tra le corde dell’altalena/ Un giorno la prenderò/ come fa il vento alla schiena…  superfluo ogni commento.

Poi, ecco la poesia-fiume dedicata a suo fratello Gianni Vendola, in preda ai ricordi e alle nostalgie di un tempo irrimediabilmente passato, ma prepotentemente uncinato nel cuore, come una ferita a cielo aperto, come uno squarcio nell’anima da non potersi dire, a cui fanno da cucitura e ricamo i giochi d’infanzia, i tuffi dell’adolescenza, i tremori della prima giovinezza. E… la scoperta delle mani, delle dita affusolate di suo fratello, degli aghi nelle vene e del dolore che mai finisce, neppure con i sogni dell’infanzia, i giochi, i profumi insolenti dello scoglio/ in faccia sempre alla verità/ alla salinità/ tu con le mani/ grandi come ali di airone,/ occhi negli occhi/ postumo di te stesso/ che parli da un evo di gelo/ distaccato e ironico/ a indicare il senso remoto/ e iconico/ delle cose// ti sporgi dalla torre del nulla/ come un monaco eremita/ Sali dentro di te/ ti scali/ ti fai lutto/ su fino alla cima di tutto/ in attesa dell’onda che accoglie/ che abbraccia/ e sommerge.  E tutto si fa lutto, che avvolge, inabissa, annega, anche per amore, soprattutto per amore.

“Cosa sarà di me se non sento più i tuoi passi?

È la tua vita o la mia che se ne va? Non lo so” (Valérie Perrin).  

L’ultimo inno è un omaggio a Rocco Scotellaro, il poeta contadino, che imparò dalla madre a scrivere e ad amare, dal padre la soma e la semina di campi arati con fiori e con frutti. Un inno nel cerchio che corre all’infinito oppure si fa isola che imprigiona la libertà di andare…

Ci sono, poi, le due pagine di ringraziamento che è impossibile non leggere perché riguardano il compianto Editore Manni; la comunità lgbtqia+ “che mi hanno insegnato a vivere senza nascondermi e che mi hanno aiutato a comprendere che la diversità è il fondamento dell’esperienza umana”; i tre intellettuali “raffinatissimi che mi hanno fatto dono della loro amicizia oltre che della loro sapienza: Serenella Iovino, Mario Amura, Davide Grittani. E non mi è mai mancato il conforto e del giudizio e dell’empatia di Dino Amenduni, di Francesca Cavallo, di Mario Desiati, di Nicola Lagioia. Grazie a Silvio Maselli che, “nei giorni assai dolorosi, mi è stato vicino, trascinando me e le mie poesie nell’avventura del palcoscenico”; la sua amica Carmela Vincenti, “una barese cosmopolita e soprattutto una grande attrice, con cui ho portato in scena nei teatri del Sud le poesie di e su Rocco Scotellaro”; suo marito Ed e suo figlio Tobia, “che sopportano con pazienza i miei inabissamenti nella scrittura e le mie distrazioni letterarie, ma che illuminano i miei giorni e sono il corpo e l’anima le poesie più belle che abbia mai letto”. (N.V.)

Vorrei concludere con il ricordo della serata del 29 marzo scorso alle S.E.R.R.E. di Terlizzi, dove, invitata dal mio carissimo amico Vittorino Curci, ho avuto la fortuna e la gioia di seguire, con mio genero, l’Editore Peppino Piacente della Casa editrice SECOP di Corato-Bari, e con mia figlia Raffaella Leone, scrittrice e poetessa, nonché P.R. della Casa editrice stessa, in una bellissima location stracolma di gente, la imperdibile intervista di Vittorino a Nichi, l’intensa lettura dei versi di quest’ultimo da parte della bravissima Carmela Vincenti, altre volte da me apprezzata come attrice e fine dicitrice di versi e racconti. Magnifica serata tutta da ricordare

E ora è tempo di lasciarci, lettori miei carissimi, a presto con sempre gratitudine e affetto. Angela

mercoledì 21 maggio 2025

Mercoledì 21 maggio 2025: alcuni libri della SECOP edizioni presentati al Salone del Libro di Torino

E oggi mi sembra giusto onorare alcuni Libri della nostra Casa editrice SECOP di Corato-Bari, perché al Salone del Libro di Torino 2025 ha fatto la differenza tra le innumerevoli Case editrici presenti, grazie all’Editore Peppino Piacente e al suo Delfino Nicola Piacente, ai vari importanti Autori come  Milisav Savic, Lino Patruno, Paolo De Vita e Mimmo Mancini, Mariella Medea Sivo; grazie ai qualificati presentatori , come  Angelo Rossano , Caporedattore del Corriere della Sera, il quale con maestria ha intervistato il suo collega  il famosissimo Lino Patruno, lo stesso Editore e soprattutto il Prof. Gianluca Simonetta (dello StraLab dell’Università di Firenze), che ha  intervistato e dialogato con Mariella Medea Sivo, nella duplice veste di autrice e presentatrice, e i  Carlo e Cosimo con Paolo De Vita e Mimmo Mancini. Infine, ha aperto la lista delle presentazioni, giovedì 15 maggio, presso lo stand della Regione Puglia (Pad 2 - Stand J118-K117) Marco Allegretti col suo romanzo Humanutopia, visionario e distopico, ma con accenni di speranza per questa nostra umanità alla deriva.  
Sabato 17 maggio h. 15: Milisav Savic: LA SANS-PAREILLE, presentato da Mariella Medea Sivo.
È un Libro, che non ha appunto paragoni. È unico per il fascino che trasmette al lettore perché rivela la cultura immensa del suo Autore. Essa attraversa tutta la   fascinosa Bellezza del mondo greco-latino fino ai nostri giorni, privilegiando il “gioco delle rifrazioni, gli specchi di rimando” della cultura italiana, privilegiata per la seduzione che esercita il territorio fisico, psicologico, mentale che solo la genialità di uno Scrittore “folle” come Milisav Savic ha potuto vivere pienamente e valorizzare per i lunghi soggiorni in Italia, e in particolar modo in Toscana, da cui ha inizio il romanzo che si traduce in tante storie, degne di essere narrate, ascoltate, lette, assaporate, trasmesse, divulgate con tutti i riferimenti alla guerra nella ex Jugoslavia degli anni Novanta, con tutta la sua ferocia e il tragico volto delle verità fiorate e mai raggiunte. Sono storie di un sogno? Di un grande amore? Di una fervidissima Fantasia? Secondo me, di una realtà mai vera mai falsa, attraversata dalle innumerevoli Bellezze delle chiese, degli altari, dei monasteri, delle pitture, sculture, e i rimandi cinematografici e musicali (da Bertolucci a Vivaldi), passando per i luoghi classici della lettura (vedi le Giubbe Rosse a Firenze), e tenendo a mente Quasimodo e Montale e i loro rabbiosi alterchi fuorvianti e lontani, fino a incontrare il mare dell’Adriatico e i fiumi di Belgrado. Sono storie di luoghi conosciuti e amati, di gente che appartiene alla propria gente e altre genti da scoprire per ritrovarsi nella propria unicità. Di qui l’esigenza di tradurre in Lettere le proprie emozioni lungo un viaggio che dovrebbe avere inizio e fine, ma potrebbe rimanere scritto a metà perché l’altra metà potrebbe completarla il lettore. È accaduto? Accadrà? Forse… (e forse è la parola che Leopardi ritiene la più bella del nostro vocabolario, una sospensione di giudizio che sconfina verso l’infinito).
Questo il mio pensiero che fa il paio con quello della bravissima Mariella, che ha dato ai lettori una chiave di lettura attenta, intensa, appassionata, come è nelle sue corde. Ottenendo meritatissimi applausi anche dall’Autore.
IL SUD HA VINTO
di Lino Patruno
SECOP edizioni
Come, il Sud ha vinto?
Ha vinto <perché laggiù si fanno meraviglie>.
Ha vinto perché è la settima potenza manifatturiera d’Europa, la terza economia del Mediterraneo, il primo produttore di energia pulita d’Italia, il primo produttore agricolo d’Europa.
Ha vinto perché, se non ci fosse, l’Italia non potrebbe andare avanti.
Ha vinto perché il controesodo dei suoi giovani può ribaltare il futuro.
Ha vinto perché era deciso che perdesse.
Ha vinto perché è un bisogno dell’anima per tutti.
Ha vinto perché tanti ci vorrebbero vivere
Ha vinto per la bellezza della sua ricercata lentezza.
E il divario col Nord?
C’è, ed è terrorismo.
Sabato 17 maggio, h. 18,15, nella Sala Berlino, dove Lino Patruno dialoga con Angelo Rossano, Caporedattore - Corriere della Sera.
Personalmente, desidero evidenziare alcune caratteristiche particolari ed estremamente catturanti di questo imperdibile Libro. Intanto, la sua pubblicazione nella particolarissima Collana “InnovATTORI”, diretta, per la Casa editrice SECOP (Corato-Bari), dallo stesso Editore Peppino Piacente, il quale si riserva di pubblicare in queste pagine Libri davvero meritevoli di particolare attenzione per forma e contenuto, per importanza degli Autori, per la qualità multidimensionale della loro ispirazione. È il caso appunto di Lino Patruno e della sua grandezza, fama e notorietà come giornalista e scrittore di innumerevoli saggi, a cui si aggiunge la innegabile originalità della sua scrittura: ogni capitolo ha come esergo e come conclusione delle citazioni studiate nei minimi particolari per condensare in brevi frasi, spesso colme di ironia, il contenuto dell’intero capitolo.
Ma ciò che affascina più di ogni altro espediente narrativo, che Lino Patruno usa a suo piacimento come consumato scrittore e giornalista, è la reiterazione martellante, intensa, incalzante delle sue affermazioni, nella continua ossessiva ripetizione “Il Sud ha vinto”, che non solo si fa ritmo insistente e pressante del suo puntuale assunto, ma lascia scoprire notevoli riverberi di poesia, come pura luce e pura musica che dilatano la bellezza del nostro Sud nel tempo e nello spazio…
Dietro le incalzanti domande del suo interlocutore, Lino Patruno s’infervora a tal punto da diventare egli stesso quella luce che illumina il Sud, in ombra e ignorato fino a qualche tempo fa.
C’è, a tale riguardo, il capitolo sulla “lentezza del Sud” che è un capolavoro di luce che accende il nostro Sud se vissuto con lentezza e, quindi, lentamente guardato, assaporato, amato.
Necessaria è, dunque, la lentezza. Necessaria e vitale. La lentezza ci porta oggi a preferire il Sud. Nella sua modernità che vince il luogo comune della sua atavica “arretratezza”, dovuta ad una sorta di “immobilismo”, inserito nel suo DNA, come alcuni ancora affermano. Niente di più falso!  E Lino Patruno lo afferma con la forza e la vehemenza, congeniali alla sua personalità e alla sua dialettica.  Soprattutto ricordando il ritorno al Sud come scelta oppure la “restanza” di chi decide di rimanere per valorizzare la propria terra e le proprie radici. Scroscianti e meritatissimi applausi a fine incontro.
                                                         
Poi, alle ore 20, presso lo SPAZIO DIALOGHI, PAD 2 della Regione Puglia, Gianluca Simonetta,  dialoga con Mariella Medea Sivo sul suo libro Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni ’70.
È stato un dialogo molto coinvolgente perché appassionato e, nello stesso tempo, divertente. Gianluca Simonetta, mago della parola e della narrazione “interroga” Mariella, che ha delle competenze medico-scientifiche, ma anche narrative a largo spettro, sulla possibilità di una narrazione che tenga conto della bellezza del racconto e della possibilità di intervenire sulla essenzialità del racconto stesso tradotto in scrittura. Interessante la tecnica dell’anatra adottata da Mariella, riferendosi all’anatra dipinta da un pittore del Novecento (il riferimento a De Pisis e alla sua arte pittorica intrisa di poesia o a quella di Magritte onirica e simbolica? Propendo per De Pisis. Ma desidero conferme o meno). La descrizione, fatta da Mariella, è decisamente accattivante: l’anatra sembra scivolare leggera a pelo d’acqua, ma in realtà occorre osservare sotto la superficie azzurra, che ci inganna, la tecnica del nuoto, lo sforzo delle zampine, la fatica nel tenere la direzione o nel virare. Mi piacerebbe adottarla, ma vorrei prima scoprire, con maggiore cognizione di causa, i risvolti psicologici di un processo di scrittura molto interessante anche freudianamente, oltre che per le figure retoriche sapientemente adottate. Probabilmente non sarebbe utile alla “narrazione”, ma potrebbe tornare utile alla consapevolezza, che via via si acquisisce, addentrandoci man mano nel processo scritturale, che, come afferma Friedrich Nietzsche è fondamentale e inevitabile, Vi è al mondo una strada,/ un’unica strada/ che nessun altro può percorrere/ salvo te:/ dove conduce?/ Non chiedertelo, cammina. Occorre procedere, dunque, andare avanti, fare un percorso personale di crescita per raggiungere un proprio stile nello scrivere, quella musica interiore che non ha bisogno della firma per essere riconosciuta. Si firma da sé.
Intanto, occorre precisare, che uno scrittore valido viene riconosciuto innanzitutto da un buon lettore, e dal passa parola di quest’ultimo. Tantissime e tutte importanti sono le recensioni che Mariella sta ricevendo per questo suo libro, le attestazioni più pertinenti e interessanti continuano a pioggia sulla sua pagina. E i nomi sono davvero tanti. Ma le più immediate e senza filtri le ha ricevute quattro sere fa da Gianluca Simonetta, che io ritengo un genio della scrittura a trecentosessantagradi!!!
E, infine, domenica 18 maggio, alle h. 13,30, vengono presentati dall’Editore SECOP, Peppino Piacente, e dal prof. Gianluca Simonetta il Libro CAPITONI CORAGGIOSI ovvero gli eroi dell’insuccesso di Paolo De Vita e Mimmo Mancini, presso lo spazio presentazioni dello stand della Regione Puglia Pad. 2 J118-K117.
Due pazzi scatenati occupano la scena con i loro divertentissimi siparietti, mordaci, senza “peli sulla lingua” anche nel sottolineare vizi e virtù dei politici seguiti dal loro codazzo di accoliti. Affiatatissimi, improvvisano scenette comiche che hanno lo scopo di attirare la fiumana dei visitatori della Fiera dei Libri, di far ridere, ma anche di far pensare. Il primo, mingherlino, serioso ma non troppo, pronto a dare la risposta giusta al momento giusto al suo compagno più giovane, mattacchione, sbruffoncello, ma calato immediatamente nella parte dell’eroe dell’insuccesso con aneddoti vibranti di vita vissuta e riportati magicamente alla memoria dei fratelli C.C.C.: Carlo e Cosimo Capitoni che, improvvisamente e immediatamente, diventano quattro: Paolo Mimmo Carlo Cosimo. E giù sberleffi a tutto spiano sulla loro conflittuale amicizia che dura ormai da una vita, sempre sul punto di spezzarsi e sempre misteriosamente e amabilmente riscoperta, rispolverata, ritrovata. Entrambi riescono a riannodare i capi della loro ingarbugliata matassa di amore-odio, distanze, lontananza di passi e vicinanza di cuori e di anime, che convergono e si fondono, divergono e prendono strade diverse fino a che nostalgia e rimpianto hanno la meglio su sentimenti negativi e risentimenti che dentro fanno rumore fino a risvegliare la coscienza di tutti e due, nella consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altro. E rifioriscono come rami secchi a primavera; ritrovano le antiche speranze, frutto di sogni mai spenti, mai tacitati. Di ricordi. Di incontri con grandi intellettuali, artisti, attori, musicisti, gente dello spettacolo, della televisione. Di rimembranze. Di speranze appena rinate e immediatamente spente in un nulla di fatto. Senso di sconfitta e acredine. Come quando si trovarono a tu per tu con Dario Fo e Franca Rame, due colossi del mondo letterario e dello spettacolo: lui Premio Nobel per la Letteratura nel 1997; lei grandissima attrice, drammaturga ed ex senatrice della Repubblica italiana. I Capitoni furono invitati da Franca Rame a recarsi da suo marito perché li aveva notati in una sfida tra attori esordienti Nord contro Sud. “Emozionati e increduli, ci fiondammo da lui, dal maestro Dario Fò che volle complimentarsi personalmente, per il testo, lo sviluppo, ma soprattutto per la drammatica assurdità dei due fratelli Carlo e Cosimo, al contempo clown ed eroi da tragedia” (cit. dal libro, p 170). Ma tutto si spense tra mille dubbi, incertezze, paure di Paolo e Mimmo di non essere all’altezza di andarlo a trovare nella sua “Libera Università di Alcatraz”. Una enorme possibilità perduta per un senso esagerato di inadeguatezza.
Questo è solo uno dei tantissimi esempi fallimentari narrati ora da Mimmo, ora da Paolo. Alcune volte ad incastro: De Vita parla di Mancini e viceversa, tra accuse reciproche e reciproci rancori. Ma alla fine il loro è un inno all’amicizia, vera autentica, vitale. Alla fine si rendono conto che insieme emanano sinergicamente energie positive. Si completano. Tra loro “è sufficiente uno sguardo, respirare il profumo dell’anima” (come direbbe Agostino Degas). E lo sguardo è presenza di anima e di corpo, di mente e di cuore. Di intimità anche con le loro famiglie, nelle loro case, attraversate dai loro figli. Lo sguardo è un senso di intesa (ti sono vicino, ti mando al diavolo). È un senso di appartenenza che è cura e abbandono nel duplice significato di “lasciarsi andare” alle confidenze per perdersi, ma anche nel senso di allontanarsi per perdersi e ritrovarsi “sempre nel per sempre”.
“Certo che ti farò del male.
Certo che me ne farai.
Certo che ce ne faremo.
Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno.
Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza.
(Antoine De Saint-Exupéry, Il piccolo principe)
 
Alla prossima, grata come sempre. Angela/lina

martedì 6 maggio 2025

Martedì 6 maggio 2025: PAPA FRANCESCO: PAROLE scritte per LUI... (terza parte)

Ho lasciato che l’eco di questi giorni scorsi sfumasse, dal Primo Maggio, festa dei Lavoratori al matrimonio dei rospi e delle rane, festa campestre del 3 maggio, con le bandiere rosse lungo le strade e le piazze dei nostri paesi e delle nostre città da Nord a Sud o viceversa e con la gioia di essere immersi nella natura. Ma poi ho lasciato passare anche la festa del matrimonio campestre tra le rane e i rospi con lunghi richiami d’amore per riportarmi, alla Sua voce e al Suo continuo richiamo all’amore. Per tornare a parlare di LUI, di Papa Francesco, nella Giornata Mondiale della Lentezza, perché mai, sia pure lentamente, potremo perdere la Sua voce più alta di ogni altra voce, il Suo sorriso più gioioso e carezzevole di ogni altro sorriso, quasi materno nella sua paternità più volte rivendicata e proclamata a gran voce. Paternità spirituale per tutti e per ciascuno: “Urbi et Orbi”. Inconfondibile voce italiana e straniera, seria e autoironica per stemperare ogni possibile confusione su autorità e autorevolezza. Su velocità e lentezza. Sì, anche Papa Francesco ha parlato della necessità della lentezza contro la cultura della velocità dei nostri giorni, in quanto essa “è fondamentale per la crescita personale, la comprensione, la ricerca della verità, una vita più appagante”… “La lentezza è necessaria per leggere, studiare, insegnare”, soprattutto avere autorevolezza per i giovani che devono imparare il senso vero della vita… “La lentezza è fondamentale per la crescita… che è un processo lento e mai un itinerario lineare… gli errori sono importanti nella ricerca della verità.”… “La lentezza aiuta a comprendere il significato più profondo delle cose”… “anche cambiare ha bisogno di lentezza”… “la lentezza aiuta il dialogo e la comprensione tra le diverse generazioni… per sconfiggere la povertà dei legami… per vivere una vita più piena e significativa”.  

Ma sicuramente meglio di me nel riferire le bellissime affermazioni di Francesco, che vanno ben oltre il loro stesso significato spicciolo, ci parla di Lui un caro amico della giovinezza, professore di Lettere e Storia presso l’Istituto Tecnico “Vitale Giordano” di Bitonto (Bari) e, soprattutto, impegnato politicamente ad alto livello (Senatore della Repubblica Italiana dal 2006 al 2013 e anche ex Membro del Parlamento Europeo ecc. ecc.). Ebbene, alcuni giorni fa Giovanni Procacci ha scritto: Ora che il chiasso mediatico su Francesco si è placato in attesa del nuovo Pontefice, sento di dover con queste parole tenere Jorge Bergoglio al riparo da ogni interpretazione politica, ideologica e persino dottrinale del suo pontificato. Ha semplicemente vissuto il Vangelo, proponendolo a tutti nella sua radicalità e mettendo al primo posto sempre la persona più che la dottrina o la legge, come direbbe San Paolo. Ha amato i peccatori come Gesù perché si rialzassero, come Lui ha accolto con misericordia tutti i disperati della Terra, senza eccezioni, ha portato l’amore di Dio e i Suoi segni sacramentali dovunque fosse richiesto con animo sincero, perdonando sempre (settanta volte sette)! Questo è stato Francesco! E nessuno può dedurre che andare incontro a un peccatore significhi legittimare il peccato o cambiare la dottrina! Quando Gesù, che pure era un ebreo - non dimentichiamolo mai -  si è trovato a dover scegliere tra la legge (la dottrina) e l’uomo, ha privilegiato sempre quest’ultimo, perché Lui è AMORE INFINITO!    

E un altro bitontino doc, Vincenzo Robles, già assistente del prof. Ambrogio Donini presso la Cattedra di Storia del Cristianesimo della Facoltà di Lettere dell’Università di Bari e altre docenze universitarie, anche presso l’Università di Foggia, ha al suo attivo numerosi libri da Giovanni Modugno: il volto umano del Vangelo (Libreria Universitaria, 2023) a Il fascismo dietro le quinte - Il caso Bitonto - (Libreria Universitaria 2024). Di Papa Francesco recentemente ha ricordato uno scritto con il titolo di “VIVI, AMA, SOGNA, CREDI!”: Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Spera sempre. Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa di nuovo riempire il tuo nulla. Opera la pace in mezzo agli uomini, non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità. Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. Se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. Credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene. E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! (Papa Francesco, catechesi del 20 settembre 2017). È chiaro che Vincenzo Robles evidenzia l’alto valore etico, sociale e umano delle parole di Papa Francesco e le condivide appieno.

E, ancora, un bitontino che è degno di far parte della triade degli uomini famosi del nostro paese. Parlo di Nicola Pice, Docente di Lettere classiche e Dottore di ricerca in Scienze dell’antichità classica e cristiana; si è occupato anche di Teatro classico, di Poesia epica e di Dialettologia e tradizioni popolari. Numerosi sono i suoi libri su grandi Autori del passato con versioni in latino e greco a fronte. Ma anche legati alle tradizioni della nostra terra come, ma è solo esempio tra tanti, Bitonto è in un mare di ulivi (Laterza, Bari 2014). E, tra l’altro, è mio prezioso parente e amico. Nicola ha scritto: Ho seguito la messa esequiale di papa Francesco. Un cumulo di emozioni e commozioni. Ne segnalo due. L’omelia magistrale del cardinale Giovanni Battista Re: un significativo passaggio il sottolineare il suo linguaggio fatto di immagini e di metafore. Un linguaggio nuovo, il suo, fatto di storie e immagini potenti. Poi, sul finire della cerimonia funebre, lo sventolare di una bandiera issata da giovani, sulla quale era scritto: ‘Adios Padre Maestro y Poeta’. Ecco un tratto straordinario di papa Francesco: il parlare per immagini e metafore in quanto maestro e poeta, ovvero l’essere una persona ‘che con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di vedere e capire le cose che sono sotto i nostri occhi… ed è capace di mettersi in ascolto della realtà stessa: il lavoro, l’amore, la morte, e tutte le piccole grandi cose che riempiono la vita’. E qui la grandezza di un papa che è stato molto saggio e molto profondo, “pastore tra la gente, con il cuore aperto verso tutti”. Da notare il suo commento che risente della sua grande competenza letteraria con tutta la sensibilità poetica e umana che gli appartiene.

Ma ci sono bellissime testimonianze di alcune amiche bitontine che meritano di essere conosciute e apprezzate. C’è, per esempio, la testimonianza tenerissima di Angela Aniello, Docente di Lettere e poetessa e scrittrice di ottimi testi, e mia preziosa amica. Angela ha scritto: La grandezza di un Papa si misura dall’amore che riesce a seminare. E oggi quell’amore era ovunque: nei volti commossi di chi affollava Piazza San Pietro e in quelli, come il mio, fissi davanti a uno schermo, incapaci di distogliere lo sguardo. Giovani, bambini, famiglie, gente arrivata da ogni par

te del mondo: tutti lì per salutarti, Francesco. Tu che hai scelto i più semplici, tu che ci hai ricordato che la bellezza delle relazioni sta nel tesserle con tutto il cuore possibile. Tu che, nella notte della pandemia, hai svegliato i nostri cuori e ci hai insegnato che la speranza non muore mai. E poi, un’altra immagine che resterà per sempre: davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore, i più poveri - quelli che hai sempre prediletto e sostenuto - ti aspettavano. Con in mano fiori bianchi, in silenzio, in preghiera. Sapendo che tu vivi ancora, anche adesso che non ci sei più. Vivi perché hai amato, senza misura. Di tanto in tanto, oggi, ascoltando le testimonianze di chi ti ha incontrato, il mio cuore si è stretto. E si è raggomitolato del tutto, leggendo le parole semplici e disarmanti di una bambina malata: “Ora tienimi per mano”. Come un padre. Come un rifugio. Come una speranza più forte di tutte le altre. E tu, Francesco, continuerai a farlo. Perché chi ama davvero non muore mai. (I poveri che hanno accolto il Papa dinanzi alla Basilica di Santa Maria Maggiore)

E Mariangela Ruggiero, altra bitontina cara al mio cuore, Docente preparatissima e carissima amica di vecchia data. Anche lei ha riportato brevemente le parole di un altro caro amico e poeta: “Dalla bacheca di Lorenzo Tosa”: È morto Papa Francesco. Se ne è andato il Papa più grande, illuminato che il mondo abbia avuto. Oggi piangono i credenti, piangono i cristiani (veri), piangono gli agnostici, piangono gli atei. Oggi non è morto solo il Papa. È morto un gigante del nostro tempo e di questo secolo. Addio.

E ancora un’altra Mariangela, sempre bitontina, insegnante doc preparatissima e sempre mia carissima amica, Mariangela Memoli, ha scritto: “Una grande lezione pedagogica!!!”, riferendosi alle parole di Papa Francesco ai docenti: “Vi chiedo di amare più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza. Gesù direbbe: se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi studenti. In una società che fatica a trovare punti di riferimento è necessario che i giovani trovino nella scuola un riferimento positivo. Essa può esserlo o diventarlo se al suo interno ci sono insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, senza ridurre tutto alla sola trasmissione di conoscenze tecniche, ma puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto e amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità. Per trasmettere contenuti è sufficiente un computer, per capire come si ama, quali sono i valori e quali le abitudini che creano armonia nella società ci vuole un buon insegnante”. Papa Francesco

E poi, ecco una voce amara, quella di un’altra bravissima e attenta insegnante, mia ex allieva e oggi mai dimenticata e cara amica, Maria Antonietta Alberga. Una voce di denuncia che merita di essere ascoltata con tutto il cuore come tutte le cose che fanno davvero male e che si avvale di tante contraddizioni stringenti: Ci sono proprio tutti. In sfilata a San Pietro. Tutti quelli che per anni hanno combattuto, deriso, schernito, ignorato Papa Francesco. Ognuno al loro posto a omaggiare l’uomo che si è battuto umanamente, politicamente, spiritualmente contro tutto quello che sono e rappresentano. Gente che deporta migranti in catene e rende omaggio all’uomo che ha speso la sua vita dalla parte degli umili. Gente che criminalizza chi salva vite in mare e piange l’uomo che le ha sempre aiutate, difese, ringraziate. Gente che vorrebbe trasformare Gaza in un’Atlantic City con dollari sporchi di sangue e saluta colui che ha difeso i palestinesi fino all’ultimo respiro. Gente che ha costruito carriere sul suprematismo, che perseguita, la disabilità, che umilia la povertà e celebra colui che ha rovesciato la piramide. Questa immagine è un pugno allo stomaco. Il manifesto dell’ipocrisia, un monumento all’impostura. Non se lo meritava, Francesco.  

E, ancora una volta, mi fermo. Ma non posso non continuare a parlare di LUI, attraverso le tantissime voci che ancora oggi ne parlano con una coralità d’intenti che quasi sempre possono, quantomeno in parte, risanare il cuore. 

domenica 4 maggio 2025

Domenica 4 maggio 2025: IL SUD HA VINTO di LINO PATRUNO...

 

IL SUD HA VINTO

di Lino Patruno

SECOP edizioni

Come, il Sud ha vinto?

Ha vinto <perché laggiù si fanno meraviglie>.

Ha vinto perché è la settima potenza manifatturiera d’Europa, la terza economia del Mediterraneo, il primo produttore di energia pulita d’Italia, il primo produttore agricolo d’Europa.

Ha vinto perché, se non ci fosse, l’Italia non potrebbe andare avanti.

Ha vinto perché il controesodo dei suoi giovani può ribaltare il futuro.

Ha vinto perché era deciso che perdesse.

Ha vinto perché è un bisogno dell’anima per tutti.

Ha vinto perché tanti ci vorrebbero vivere

Ha vinto per la bellezza della sua ricercata lentezza.

E il divario col Nord?

C’è, ed è terrorismo.

 

QUASI PER CASO OPPURE NO

Ora che IL SUD HA VINTO di Lino Patruno è stato pubblicato dalla SECOP edizioni di Corato (Bari) e io ho avuto il privilegio di leggerlo in anteprima, come di solito avviene per chi svolge il lavoro di editing in una Casa editrice, mi piace dire la mia su questo Saggio così insolito e così assertivo da diventare quasi un problema da risolvere per dirimere controversie pro e contro. Come capita ai Libri forti e densi di citazioni, emozioni, narrazioni che sollecitano punti di vista diversi, dialoghi, dibattiti, contraddittorio.

Personalmente, desidero evidenziare alcune caratteristiche particolari ed estremamente catturanti di questo imperdibile Libro.

Intanto, la sua pubblicazione nella particolarissima Collana “InnovATTORI”, diretta dallo stesso Editore Peppino Piacente, il quale si riserva di pubblicare in queste pagine Libri davvero meritevoli di particolare attenzione per forma e contenuto, per importanza degli Autori, per la qualità multidimensionale della loro ispirazione. È il caso appunto di Lino Patruno e della sua grandezza, fama e notorietà come giornalista e scrittore di innumerevoli saggi, a cui si aggiunge la innegabile originalità della sua scrittura: ogni capitolo ha come esergo e come conclusione delle citazioni studiate nei minimi particolari per condensare in brevi frasi, spesso colme di ironia, il contenuto dell’intero capitolo.

Ma ciò che affascina più di ogni altro espediente narrativo, che Lino Patruno usa a suo piacimento come consumato scrittore e giornalista, è la reiterazione martellante, intensa, incalzante delle sue affermazioni; è una reiterazione che crea ritmo, musica, una danza suggestiva e sfiziosa “con alterno pede”, come ci suggerisce Orazio, prendendo esempio dal musico greco Alceo, e parlando delle ninfe dei boschi o delle Grazie leggiadre, mentre si tengono per mano…

Ma non posso non fare riferimento alla “Danza delle Ore” di Amilcare Ponchielli nella sua imperitura Gioconda; una danza che insegue un immaginario orologio del tempo con leggiadria e stupore. Anche in Lino Patruno si avverte, nella continua ossessiva ripetizione “Il Sud ha vinto”, non solo il ritmo insistente e pressante del suo puntuale assunto, ma si scoprono notevoli riverberi di poesia, come pura luce e pura musica che dilatano la bellezza del nostro Sud nel tempo e nello spazio…

E vorrei fare un solo esempio, a tale riguardo, parlando del pulviscolo atmosferico, che sempre mi affascina e che abita invisibile nell’ombra di una stanza chiusa, ma appena lasciamo filtrare un po’ di luce attraverso una tapparella aperta, o tanta luce da una finestra spalancata, ecco che il pulviscolo si anima con la danza di mille corpuscoli dorati che impreziosiscono ogni cosa presente in quella stanza e che ora è viva, luminosa, meravigliosa.

Il Saggio di Lino Patruno è quella luce che illumina il Sud, in ombra e ignorato fino a qualche tempo fa. Il formidabile intuito di Lino ci ha permesso, inoltre, di comprendere finalmente nuove realtà legate al Sud. E comprendere (cum-prehendere = prendere insieme, abbracciare, racchiudere) si fa, in questo Libro, Letteratura, Filosofia, Narrazione, Sociologia, Psicologia, Storia e Memoria; Psichiatria, Geografia, Teatro, Poesia. Ma cum-prehendere ha un altro meraviglioso significato: cioè, significa anche “capire” con intelligenza e, ancora di più, “sentire” con il cuore fino a raggiungere la profondità dell’anima. Non a caso, il sentimento tocca le corde più profonde della conoscenza e di una possibile verità (cfr. Clemente Rebora “A verità condusse poesia”).

C’è, a tale riguardo, il capitolo sulla “lentezza del Sud” che è un capolavoro di luce che accende il nostro Sud se vissuto con lentezza e, quindi, lentamente guardato, assaporato, amato.

E, a tale proposito, la coralità delle voci, che Patruno richiama a testimonianza del suo assunto, è davvero impressionante: da Plutarco al più vicino a noi M. McLuhan, al nostro vicino di casa Michele Mirabella; da Biagio Pascal al giornalista napoletano Antonio Polito, al nostro amico e grande scrittore Raffaele Nigro; da Baudelaire a Vincenzo Castellano, dall’emerito Prof. di Sociologia Domenico De Masi, oggi purtroppo non più tra noi, al compianto sociologo Franco Cassano e il suo “pensiero meridiano”, passando per Papa Francesco e il nostro Presidente Mattarella. Ma l’elenco, in questo caso, non ha limiti né confini.

Fra i tanti esempi, che potremmo fare qui, desidero ricordare il paradosso di Zenone, noto come sfida tra il “pie’ veloce Achille” e la tartaruga oppure, meglio, mi piace proporre la leggenda di San Martino e la sua “estate” ai primi di novembre. San Martino, quale soldato dell’esercito romano, stava, come ogni giorno, cavalcando il suo destriero per perlustrare l’accampamento, quando si accorse di un mendicante… Se non avesse rallentato non si sarebbe neppure accorto di lui rannicchiato per il freddo al bordo della strada. Il resto della leggenda è a tutti nota.

Necessaria è, dunque, la lentezza. Necessaria e vitale. La lentezza ci porta oggi a preferire il Sud. Nella sua modernità che vince il luogo comune della sua atavica “arretratezza”, dovuta ad una sorta di “immobilismo”, inserito nel suo DNA, come alcuni ancora affermano. Niente di più falso!  

Lino Patruno ha il pregio di possedere uno “sguardo obliquo” tra passato, presente e futuro (come forse in Sylvia Plath), di cui si serve per confermare la bontà delle sue riflessioni e convinzioni “fino all’ultimo respiro”.

E, poi, vorrei brevemente focalizzare anche l’importanza delle virgolette, perlopiù a spina di pesce singola o doppia, perché hanno una loro insolita ragione d’essere e una precisa identità. Tutte da ipotizzare. Tutte da confermare.

Infine, l’ultimo capitolo (il 17° come gesto scaramantico all’incontrario) conclude il saggio con “Una nuova storia”, ossia apre una finestra sul futuro e tutto si fa nuovamente racconto, tutto si trasforma in narrazione di “storie” tra realtà e follia, come gli Dèi sono soliti parlare agli uomini, privilegiando i folli che destano “stupore e meraviglia”. E hanno l’ardire/ardore di cambiare il mondo… Qualche volta in meglio…

                                                         Angela De Leo